L’auto-fiction del memoriale

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il mestiere di leggere

C’è un giornalista americano di nome Steve Kandell che qualche tempo fa ha scritto un lungo articolo su Buzzfeed intitolato Il peggior giorno della mia vita è diventato un’attrazione turistica.

La sorella di Steve Kandell si chiamava Shari, aveva 27 anni ed è morta negli attentati alle torri gemelle dell’11 settembre.
Dove un tempo c’erano le torri da qualche anno c’è un memoriale e, da pochi mesi, un museo.
Il museo raccoglie i “pezzi” della tragedia: video, immagini, travi dei grattacieli, camion dei pompieri distrutti, oggetti personali ritrovati tra le macerie; in una stanza riservata ai familiari delle vittime dei raccoglitori in legno conservano i resti dei corpi non ancora identificati, come quello di Shari.

Steve Kandell è andato a visitare il luogo in cui è morta sua sorella: si è portato dietro un senso di perdita vecchio di tredici anni, il dolore insistente che continua a renderlo attuale, un’invidiabile lucidità ed è entrato.
Poi, più tardi, da qualche parte, si è seduto e ha scritto:

parte dell'articolo di Steve Kandell per "Buzzfeed", traduzione in italiano da "Il post"

parte dell’articolo di Steve Kandell per “Buzzfeed”, traduzione in italiano da “Il post”

Per quanto orribile, se davvero tutti avessimo un museo del peggior giorno della nostra vita, farlo costruire agli altri sarebbe forse la scelta giusta. Delegando si rischia che gli altri possano aprire accanto al museo uno shop del nostro dolore, ma ci libera dallo sforzo di dover oggettivare quello che ci è successo.
Se toccasse a noi raccontare, per farlo dovremmo per forza diventare altri da noi stessi.

“Quando ricordo un episodio della mia vita, me ne posso risovvenire in due modi, dal «di dentro» o dal «di fuori», per così dire.
per esempio a quattro anni
mi trovo in piedi, dietro una porta chiusa, che ascolto i miei genitori che parlano nell’altra stanza.
Posso ricordare quella situazione da come mi ci sono sentito.
Oppure mi posso vedere là in piedi dietro la porta.”

– R.D. Laing, I fatti della vita –

Lo psichiatra Laing descrive quello che in narrativa si chiama memoria di finzione. Me stesso visto da là in piedi dietro la porta, quindi da un punto di vista più esterno che modifica il ricordo: lo riduce, lo amplifica, lo altera.

Laing dice che ci viene naturale “rappresentare in formula visualizzabile eventi che sentiamo ma non vediamo né possiamo vedere”. Per osservare (e per raccontare) il sentimento abbiamo bisogno di farne un’immagine. Ma se siamo noi i protagonisti del sentimento che vogliamo vedere, come facciamo a guardarci da dentro?

“Se vogliamo mostrare come ci sentiamo, è possibile che noi, se ci sentiamo alterati per esempio, si rappresenti questo schema non visivo di sentimento con uno schema visivo di movimento, o disegno.
Il sentirsi al centro, il sentirsi qui, potrà essere rappresentato da un punto che possiamo vedere là fuori.”

– R.D. Laing, I fatti della vita –

Raccontare la nostra vita da un punto di vista estraneo a noi è il fulcro del narrare storie. Che siano più o meno autobiografiche o più o meno fantastiche tutte le storie traggono invenzione dalla nostra esperienza. Tutte le storie sono, in qualche modo, auto-fiction. La narrazione traduce l’aneddoto dell’esperienza in movimento visivo.

Quando leggiamo, vediamo i personaggi muoversi, le azioni compiersi. Quando scriviamo mostriamo i personaggi muoversi e le azioni compiersi.
Più i personaggi somigliano a com’è mia madre nella realtà, a come sono io e a com’è la mia fidanzata nella realtà, più le azioni riprendono quello che è successo davvero, e più è difficile il lavoro di traduzione.
Eppure, difficile o no, è un lavoro che va fatto. Non si può scappare dal meccanismo di verosimiglianza.

“Perché, avendo a disposizione millenni di storia e decenni di cronaca, un narratore sente il bisogno di inventarsi una storia in più, una storia che non è mai accaduta ma sarebbe potuta accadere? […] Perché la realtà così alterata e messa in forma è più buffa, o più tragica, o più commovente di quanto la realtà nuda e cruda non sia stata mai. La narrazione fittizia ci offre un cosmo e non un caos […]”

– Walter Siti, Il realismo è l’impossibile –

Dunque si racconta solo qualcosa che potrebbe sembrare vero, ma non lo è.
D’altronde, provate a rendere interessante – a rendere narrativa – qualcosa che sia totalmente vera. Scrivete un racconto sulla vostra giornata, per esempio.

Di quando vi siete grattati sotto il piede appena svegli, avete guardato due o tre volte l’ora sul display prima di metterla a fuoco, avete sbuffato, cercato a tentoni le pantofole sotto il letto, siete andati in cucina e il biberon sul piano d’acciaio vi ha ricordato che vostro figlio ieri sera ha preso la fissa di buttarsi l’acqua addosso invece di berla e allora è meglio far sparire il biberon prima che lo veda e si bagni i vestitini asciutti e pronti per andare al nido.

Provate a scrivere tutto, senza eliminare neanche un movimento, neanche un pensiero, di quello che vi è successo fino a sera. Non scriverete nulla di buono. Nella scrittura si può essere realistici, non reali: rappresentare la realtà è sempre un lavoro di selezione.

Per fare quello che ha fatto Steve Kandell dopo aver visitato il museo con i resti di sua sorella, dovremo diventare un nostro conoscente. Un estraneo. Annoiarci di noi stessi. Andare avanti veloci nella parte in cui ci siamo commiserati troppo, ci siamo chiesti perché è capitato proprio a noi il giorno più brutto della nostra vita. Perché, perché, perché. Quella parte non è interessante. Se cercheremo di raccontare quella parte lì, quello che faremo è trasformarci in uno stereotipo.

Quarto_Stato

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