Le minoranze non sono creative (frammenti di un post)

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personale

Ho un’idea – anzi, diverse idee – che mi frullano in testa da qualche giorno. Il problema, credo, è che queste idee sono ancora troppo diverse tra loro e non riescono a prendere forma di linguaggio comunicativo. Ma, come mi hanno insegnato, nella scrittura la comunicazione è (quasi) tutto. Se non riesco a farvi capire quello che voglio dirvi, insistere a dirlo diventa un’attività egocentrica, consolatoria, noiosa.

Dunque – e farò finta che in questo dunque ci sia una logica conseguenziale inevitabile – ora vi annoierò. Ma lo farò per frammenti.

Frammento 1
dizionario privato

Le categorie. Le categorie sono esteticamente brutte e intellettivamente comode, ma vivaddio che esistono e regolano il mondo e buuh! a chi “non cercare d’infilarmi in una categoria, io ho una coscienza, sai?”. Le categorie non sono nemiche della nostra coscienza. Non ci svalutano e non ci ingabbiano (questo post è sotto la categoria Personale, che è quella categoria dove uno può mettere quello che gli pare e nessuno può dirgli niente) ma trasformano il complicatissimo insieme che siamo noi in una parola semplice e chiara per tutti gli altri. Le categorie ci rappresentano.

La rappresentanza. Essere rappresentata non significa trovare qualcuno uguale a me (ma poi io non avevo una coscienza?) o dissimile da me ma che pensa a me tutto il giorno. Ma trovare qualcuno che rappresenta la mia categoria (dunque una forma semplificata, banalizzata e chiara di me). Nella vita di società i partiti politici devono occuparsi di rappresentare le nostre categorie. Le categorie si formano seguendo lo schema del principio maggioritario. Né la nostra libertà di coscienza né quella dei nostri rappresentanti politici può occupare uno spazio etico maggiore del principio maggioritario. La libertà di coscienza è una qualità singola che può essere rivendicata singolarmente, il principio maggioritario è una qualità collettiva che insieme ad altre qualità collettive dà significato alla parola partito.

Le minoranze. Ci sono due tipi di minoranze:

  1. le minoranze che farebbero di tutto per non essere minoranze
  2. le minoranze che fanno di tutto per rimanere minoranze

ma è anche vero che:

[…] In un certo senso, tutti cercano di appartenere a una minoranza. Il bravo commerciante di articoli sportivi di Avenue de la Californie, a Nizza, che guarda il calcio su TF1, gioca a tombola, dimentica l’anniversario di matrimonio e accompagna a scuola la figlia, sogna di appartenere al circolo bocciofilo di Fabron. L’essere minoranza è una felicità che procura pensieri. 

Charles Dantzig, Enciclopedia capricciosa di tutto e di niente

Frammento 2
trasposizione da un genere letterario all’altro

In questo post di ieri mattina lo scrittore Christian Raimo usa la propria capacità professionale di analisi e giudizio del testo per insinuare in chi legge una diffidenza verso la comunicazione di Matteo Renzi.

  1. È assolutamente metadiscorsivo, prefigura – attraverso parentesi, prolessi e analessi – il discorso che sta per fare; discorso che spesso non ha niente di sorprendente, ma viene talmente caricato di attesa e di enfasi che pare sempre di essere un punto di approdo definitivo, risolutorio, di un ragionamento.
  2. E l’espressione con cui la dice vuole mostrare una reale identificazione empatica con qualunque cittadino tirato in ballo. Ma non è solo questo “effetto di vicinanza” che genera un senso di confidenza e di immedesimazione immediata, al di là delle ragioni.
  3. Renzi fa le voci. Mentre parla, imita letteralmente i toni dei suoi eventuali interlocutori: fa la voce di quello che si lamenta, di quello che è stufo di pagare le tasse, di quello che nel suo partito gli è avversario.
  4. Renzi crea incisi, anticipa l’interlocutore, fa una smorfia che indica altro rispetto a quello di cui sta parlando, risponde con una chiosa secca a uno stimolo che viene dal pubblico. Si autocommenta, vedi l’uso del tweet. Soprattutto non è mai monodirezionale, ma è sempre multitasking, tiene sempre almeno due o tre livelli del discorso aperti.
  5. Il suo discorso è stracolmo di queste dicotomie, di questi rovesciamenti […]  le metafore, e la spiegazione delle metafore. Appena dopo averla esposta, Renzi la spiega; ma non basta: racconta anche come gli è venuta in mente […] Questo didascalismo ha funzione: produrre un effetto di sincerità.

Per Raimo, se fosse un testo narrativo, il discorso di Renzi saprebbe:

  1. tirar fuori una risoluzione da qualcosa che sembra non avere nulla di sorprendente
  2. generare un senso di immedesimazione
  3. distinguere e caratterizzare le diverse voci
  4. tener testa al postmodernismo di D.F.Wallace
  5. coinvolgere il lettore e risultare autentico

Solo, quella di Raimo non è l’analisi di un romanzo postmoderno americano, ma di un discorso politico. E, sembra, per il discorso politico tutte le categorie di bellezza della narrazione non valgono più. Eppure, la politica è una forma di narrazione come un’altra – da Aristotele in poi, una delle più belle. Chi ama la narrazione sa benissimo che per raccontare le cose in modo convincente bisogna raccontarle in modo costruito. E che costruire una storia non significa, di conseguenza, renderla falsa. Solo, renderla comunicativa. Perché nella scrittura, e nella retorica, la comunicazione è (quasi) tutto.

Frammento 3
slogan, banalità e opere d’arte

  1. L’immaginazione al potere!
    da Herbert Marcuse
  2. Che non si dica che non ho detto niente di nuovo. La disposizione della materia è nuova. Quando si gioca alla pallacorda è la medesima palla quella con cui giocano l’uno e l’altro, ma uno la lancia meglio.
    Blaise Pascal
  3. Fontana 1917, Marcel Duchamp
Fontana 1917, Marchel Duchamp

Fontana 1917, Marchel Duchamp

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