Il senso di colpa della scrittura

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personale

Entrata e uscita

Quando entriamo al nido saliamo le scale piano, salutiamo uno alla volta tutti i quadretti disegnati e pitturati dai bambini che stanno appesi alle pareti. Ciao quadretto con il sole giallo. Ciao quadretto con il prato pieno di fiori. Saliamo le scale e diciamo: – Guarda: c’è un altro bimbo, anche lui va a scuola! – Poi diciamo: – Ciao bimbo! – e agitiamo la manina. In cima alle scale c’è un pagliaccio di cartone, è alto quanto un bambino dell’ultimo anno dell’asilo, ha un vestito bianco a pois rossi. La prima volta che siamo venuti a scuola Andrea sapeva dire solo “a pois” diceva appuà, adesso sa dire anche pagliaccio dice pà.

Quando ci lasciamo è ancora tutto un pianto: lui piange andando in braccio alla maestra e allunga le braccia verso di me mentre la maestra tenta di distrarlo e lo allontana; e io piango con gli occhiali da sole, che non mi tolgo mai, neanche se piove, e chissà cosa penseranno di me le maestre che non mi hanno mai vista bene in faccia.

Quando esco dal nido scendo le scale piano, riguardo da sola il pagliaccio a pois e tutti i quadretti disegnati e pitturati dai bambini, cerco nuovi particolari da mostrare ad Andrea quando tornerò a prenderlo. Oppure scendo le scale piano perché mentre le scendo scrivo un messaggio con il telefonino al papà di Andrea, gli scrivo: L’ho lasciato al nido. E poi: Non ce la faccio. Non so se ce la faccio. Non ce la faccio.

Stamattina, mentre scendevo piano le scale del nido e scrivevo al papà di Andrea Non ce la faccio, ho incrociato un’altra mamma che saliva su e che portava a scuola sua figlia, una bambina grande con le trecce che avrà avuto cinque anni. La bambina mi ha guardato e ha detto alla mamma: – La signora non va di fretta.

La signora non va di fretta

Ho sorriso alla bambina e le ho chiesto: Tu vai di fretta? Stai facendo tardi a scuola? La bambina non mi ha risposto, forse stava per farlo, ma la mamma ha risposto per lei e mi ha detto: – È perché le ho appena detto che le mamme e i papà vanno di fretta poi mia figlia ha visto lei scendere piano le scale e per questo ha detto La signora non va di fretta. Ah, ho risposto io. No, io non vado di fretta. Ho salutato la bambina di cinque anni con le trecce e ho allungato il passo.

Per strada ho continuato a piangere, ma avevo gli occhiali da sole.

Da quando Andrea va al nido non mi alzo più dalla sedia. Rientro a casa, mi tolgo le scarpe e mi siedo alla scrivania. Poi non mi alzo più. Quando mi alzo, perché devo fare urgentemente la pipì o è l’ora di pranzo e bisogna che mi prepari un tramezzino, lo faccio di corsa. Quando mi alzo o faccio la pipì o mangio mi sembra di essere una mamma che gode dell’assenza del figlio. Mi sembra che l’ho portato a scuola per godermi le mie cose. Mi viene da dire a me stessa: Ah! Tuo figlio è a scuola e tu te la godi! Ah! Ti metti a fare le tue cose! Ah! Ti metti a fare la pipì! Ti metti a mangiare! Ma che bella mamma. Ma che brava. Il figlio a scuola e lei.

Stamattina, per esempio, ho dovuto anche stendere i panni. Erano bagnati, nella lavatrice, se li avessi lasciati lì si sarebbero impuzzolentiti di nuovo, si sarebbero ammuffiti. Se non li avessi presi, avrei dovuto rifare la lavatrice, perdere altro tempo. Dovevo stenderli! E li ho stesi. Mi sono alzata dalla sedia per stendere i panni. Una delle cose più difficili, da quando sono madre.

Da “Fuochi” di Raymond Carver

Verso la metà degli anni Sessanta mi trovavo in una frequentatissima lavanderia a gettoni di Iowa City, e stavo cercando di fare cinque o sei carichi di bucato, in massima parte vestiti dei bambini, ma ovviamente anche qualche nostro vestito, di mia moglie e mio. Mia moglie, quel sabato pomeriggio, era allo University Athletic Club, dove lavorava come cameriera. Io sbrigavo le faccende domestiche e avevo la responsabilità dei bambini. Quel pomeriggio loro stavano con altri bambini, forse a una festa di compleanno. Una cosa del genere. Insomma ero lì in lavanderia. Avevo già avuto uno scambio verbale piuttosto brusco con una vecchia bisbetica a proposito del numero di lavatrici che avrei dovuto usare. Ora mi preparavo a un nuovo round con lei o con qualcun altro come lei. Nervosamente, tenevo d’occhio le asciugatrici in funzione nella lavanderia affollata. Quando una delle asciugatrici si fosse fermata, pensavo, sarei corso lì con la mia borsa della spesa piena di roba bagnata. Cercate di capirmi: era una mezz’ora buona che mi aggiravo per la lavanderia con questa borsa piena di vestiti, in attesa dell’occasione propizia. Già mi ero perso un paio di asciugatrici, qualcuno mi aveva preceduto. Stavo diventando furioso. Come ho detto, non so bene dove fossero i nostri bambini quel pomeriggio. Forse dovevo andarli a prendere da qualche parte, e si stava facendo tardi, e la circostanza mi rendeva ancora più inquieto. Sapevo che anche se fossi riuscito a metterei i nostri vestiti dentro un’asciugatrice, ci sarebbe voluta ancora un’ora o due prima che si asciugassero e che potessi raccoglierli e andarmene a casa nel nostro appartamento in un alloggio per studenti sposati. Finalmente un’asciugatrice si fermò. E io ero proprio lì. I vestiti che erano dentro smisero di agitarsi e se ne stavano lì immobili. Se qualcuno non si fosse presentato a prenderli nel giro di una trentina di secondi, mi riproponevo di togliere i vestiti e rimpiazzarli con i miei. È questa la legge delle lavanderie a gettoni. Ma proprio in quel momento una donna si avvicinò all’asciugatrice e aprì lo sportello. Restai lì ad aspettare. La donna mise una mano dentro alla macchina e tirò su alcuni capi di vestiario. Ma non erano abbastanza asciutti, decise. Chiuse lo sportello e infilò altre due monetine nella macchina. Stordito, me ne andai col mio carrello e tornai ad aspettare. Ma mi ricordo che in quel momento, preso da un senso di frustrazione senza fine che mi faceva quasi venire le lacrime agli occhi, pensai che nulla – e, ragazzi, dico davvero nulla – nulla di quanto mi era mai successo nella vita, poteva anche solo avvicinarsi, poteva essere così importante per me, poteva essere di un rilievo pari al fatto che avevo due figli. E che li avrei sempre avuti e sempre mi sarei trovato in questa posizione di scomoda responsabilità e permanente distrazione.
In “Voi non sapete che cos’è l’amore” – minimum fax

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3 Comments

  1. Pingback: Il senso di colpa della scrittura | dear luka

  2. Marco Amato says

    Esistono due tipi di scrittura. La scrittura scrittura, e la scrittura vera. Per caso navigando fra i mari in burrasca del web – perché navigare placidi a clic lenti e annoiati non è roba mia – ho scoperto questo post e questo tuo blog. E ho trovato scrittura vera.

    Da uomo io no, ogni volta che di spalle ripercorrevo l’uscita, non ho rigato il mio volto di lacrime. Ma sapere che il mio cucciolo, quel piccolo ramo di me, ancora così fragile, veniva abbandonato, un groppo condensato allo stomaco come un mostro prendeva rapida vita. Ed è inutile spiegarsi che è la normale fase di crescita del bimbo. Dall’asilo all’università la sua vita sarà scandita dalla perdita della libertà. Passerà dai giochi ai disegni, dalle lettere ai compiti, dai compiti all’età adulta.

    L’abbandono, questo tipo di abbandono, è una quotidiana iniziazione alla vita.

    Mi piace

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