Perché Moravia non si fida di noi?

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gli italiani che non conosci / il mestiere di leggere

Qualche tempo fa ho sentito parlare un bel po’ di Alberto Moravia. Ne ho sentito parlare in questa maniera strana che è oggi parlare delle cose e delle persone e anche degli scrittori morti: lo stare con. Io sto con questo, tu stai con quest’altro – o meglio: #iostoconquesto, #tustaiconquestaltro.
Dopo aver letto questo post dello scrittore Christian Raimo che non stava con Moravia e questo articolo dello scrittore Paolo di Paolo che invece stava con Moravia, mi sono ritrovata di fronte a un fatto: io non avevo mai letto nulla di Alberto Moravia.

Ho preso Gli indifferenti dalla libreria e l’ho letto fino a pag 58. Poi ho pensato: ma perché Moravia non si fida di noi?

Ho pensato questo perché dieci anni fa in un laboratorio di scrittura creativa scrissi un breve racconto che si chiamava Giochi di sassi e questo racconto fu letto da Ena Marchi (editor e traduttrice Adelphi). Ena Marchi restò colpita da questo mio racconto, le piacque molto, però mi disse: guarda che tu devi fidarti dei tuoi lettori!

La protagonista del mio racconto era una ragazzina di cui non volevo inventare il nome e che quindi presentavo nella prima pagina come la ragazzina. Questo espediente grafico di usare il corsivo per far risaltare un capriccio, e attribuire a quel capriccio una dignità che altrimenti non avrebbe avuto – senza il corsivo il capriccio sarebbe passato inosservato o, peggio, si sarebbe trasformato in un errore narrativo – è una cosa che in teoria si può fare. Non è tanto bella, oggi non la rifarei, ma si può fare. Quello che non si può fare è continuare a evidenziare il capriccio fino alla fine. Quello che non potevo fare era continuare a usare il corsivo ogni volta che citavo la ragazzina: La ragazzina, la ragazzina, la ragazzina.

Il lettore ha capito, mi disse Ena Marchi, che tu hai questo capriccio di non voler dare un nome alla protagonista. Una volta che gliel’hai detto una volta, scrivendo la ragazzina invece che la ragazzina, lascialo stare in pace! Non propinargli tutto quel corsivo. Non insistere. Il lettore non è mica scemo!

Ecco perché, leggendo Gli indifferenti, nella mia edizione Garzanti del ’74, mi è venuta questa voglia di dire a Moravia: ma perché non ti fidi di me? Non sono mica scema! Se apro il tuo libro, che s’intitola Gli indifferenti, che l’indifferenza c’entrerà pur qualcosa, lo capisco da me.

  • accavalciò le gambe e guardò la fanciulla con indifferenza pag 7
  • “Perché sorrido?” egli ripeté. “Perché tutto questo mi è indifferente… pag 11
  • sforzava di parer freddo e vibrante benché non si sentisse che indifferente pag 11
  • dalla rabbia avrebbe voluto gridare; vanità e indifferenza pag 12
  • ma non ne ebbe la sincerità; calma mortale; ironia; indifferenza. pag 17
  • il ragazzo si vedeva com’era, miserabile, indifferente e sfiduciato pag 17
  • Leo, con indifferenza, senza togliersi di bocca la sigaretta, rispondeva pag 23
  • egli le disse tentando con sforzo di dare alla sua voce indifferente pag 27
  • non ritrovando nella sua indifferenza le ragioni che lo avevano spinto pag 28
  • “Se sapeste quanto tutto questo mi è indifferente” pag 29
  • senso di superiorità e di compassionevole disprezzo restava indifferente… pag 31
  • “E in fin dei conti” pensò “tutto mi è indifferente” pag 32
  • mostrare tutta la propria ingiuriosa indifferenza pag 32
  • ma se sapeste quanto tutto questo mi sia indifferente. pag 32
  • concluse con la voce tranquilla e l’indifferenza di un bimbo di sei anni pag 33
  • di un aspetto così poco luminoso, così indifferente e opaco pag 46
  • ma Lisa non gli piaceva, proprio no, e tutto questo gli era indifferente pag 50
  • e soffriva invece di essere a tal punto indifferente pag 52
Indifferenza - Ester Moscati

Indifferenza – Ester Moscati

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1 commento

  1. Concordo pienamente. Da questo punto di vista, Camus, ne Lo straniero, non ente il bisogno di propinarci continuamente questa parola. Eppure anche Mersault era indifferente.

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