La scena madre di Mrs Pittman

comment 1
il mestiere di leggere

Scena Madre è la rubrica che traccia una mappatura letteraria delle madri in quanto personaggi narrativi.

1. La Scena Madre di Mrs Pittman nel racconto La Punta di Charles D’Ambrosio:

SanJuanIslandsView

Mrs Pittman vive in un luogo che si chiama la Punta: un litorale ventoso e con pochi abitanti, affacciato sulle isole San Juan, nel quale tutti i ricchi labour vanno a trascorrere l’estate, a fare feste, a bere.

“La punta era un po’ spaccata in due, in questo senso, fra la gente del posto, perbene e coi piedi per terra, e gli amici di mia madre, che avevano grande facilità a cappottarsi”.

La famiglia di Mrs Pittman è suo figlio Kurt di tredici anni; il marito invece è morto. Era un medico dell’esercito e aveva prestato servizio in Vietnam: si è sparato in faccia sul prato del parcheggio in cima alla Punta. Da quando Mr Pittman non c’è più alcune cose sono cambiate, altre invece sono rimaste le stesse. Tra queste ultime, c’è un compito che Kurt svolge da quando aveva dieci anni, un vero e proprio lavoro (“meglio che fare la consegna dei giornali”): riaccompagna a casa gli invitati alle feste dei suoi genitori, quando raggiunta una certa ora sono troppo ubriachi per ritrovare la strada da soli.

1338502938559pandora

“[…]L’eccitazione era alle stelle, lì fuori: gli uomini ridevano, il ghiaccio tintinnava, le donne strillavano. Una s’infilò nella porta e si venne a sedere sul letto, chinandosi su di me. Era mamma. Illuminata da dietro era solo una vaga silhouette incombente, ma sentivo odore di mughetto e di qualcos’altro: buccia di limone, per via dello spicchio amaro che si metteva sempre a masticare quando raggiungeva il fondo acquoso del bicchiere di vodka tonic. Finché papà era vivo non beveva quasi mai, ma da quando si era sparato si può dire che si fosse proprio lasciata andare.
«Amore?», mi disse.
«Ciao mamma», dissi io.
«La tua vecchia mamma è sbronza, amore, sbronza di brutto».
«Non fa niente», dissi io. A lei piaceva confessarmi queste cose, anche se era sempre lampante quanto fosse ubriaca, e comunque a me non faceva né caldo né freddo. Ormai mi consideravo un professionista in materia. «È una festa», le dissi, con nonchalance. «Divertiti».
«Oddio», rispose ridendo. «Non so come ho fatto a ridurmi così».
«Mamma, che vuoi?»
«Sì, amore», mi disse. «C’era una cosa che ti volevo chiedere».
Si voltò verso la finestra – si vedeva la luna bianca come una vela dietro i rami neri del melo – e poi mi guardò negli occhi. «Cos’è che ti volevo chiedere?» Aveva gli occhi umidi, e solcati da venuzze rosse. «Ero venuta per un motivo», disse, «ma non me lo ricordo più».
«Magari se torni di là ti viene in mente», le consigliai.
Proprio in quell’istante, la signora Gurney si affacciò alla porta. «Allora?», disse, accasciandosi sul pavimento. La signora Gurney aveva i capelli di un grigio lucente e la pelle abbronzatissima: la tipica abbronzatura che hanno le signore del posto quando il loro matrimonio comincia ad andare a rotoli. Vedevo le grosse catene d’ore pacchiane che portava avvolte intorno al collo bruno scintillante nella penombra prima di scomparire tuffandosi nel golfo scuro fra i suoi seni.
«Ecco cos’era», disse mamma. «La signora Gurney. Lei sta peggio di me. Si è totalmente sbruccata… Sbronzata… Inciuccata…»
«Passami il costume», le dissi.
Me lo infilai da sotto le coperte.[…]”
La punta – in Il suo vero nome, Charles D’Ambrosio ed. minimum fax

golf

Il ruolo di Mrs Pittman nel racconto La Punta si limita a questo veloce incipit. La si rivede solo una volta, verso la fine, ma per un attimo, e non prende nemmeno parola. Eppure, senza questa iniziale presenza materna, il racconto di Kurt non sarebbe altrettanto incisivo. Il personaggio di Mrs Pittman ha la funzione di dare al lettore le coordinate circa il “mondo adulto” che circonda il ragazzo. È attraverso di lei che, senza spiegazioni esterne, senza noiosi flussi di coscienza, né fermi-immagine, collochiamo Kurt in un ambiente narrativo.
In questo primo dialogo tra Kurt e sua madre ci sono tutti gli elementi che si ritroveranno nel resto del racconto e che ne costituiscono, insieme, l’atmosfera e il conflitto.

La madre di Kurt racchiude in un’unica descrizione tutti gli altri uomini e donne di mezz’età del racconto, sconfitti dalla vita, o immensamente spaventati dalla sconfitta che li sta raggiungendo.

[…] a una certa età, in mezzo alla vita delle persone compariva un buco nero che risucchiava ogni cosa, e da quel momento in poi uno sarebbe sempre stato conscio della sua presenza, di quel denso spazio negativo, eppure andava avanti, si faceva il culo, portava a casa i soldi, metteva al mondo dei bambini, si sbronzava, sempre facendo finta che il buco nero non ci fosse e senza mai guardarci dentro, se ci riusciva.

Con adulti così – spaventati, allo sbando, concentrati su se stessi – Kurt non può che essere un personaggio lasciato solo sulla pagina. Quello che Charles D’Ambrosio ci vuole dire, mettendo in scena questa prima apparizione genitoriale, è: guardate che questo ragazzo è solo: il padre si è suicidato (assenza) e la madre è questa (ancora assenza). Se leggerete solo di lui è perché non c’è altro di cui parlare.

«La tua vecchia mamma è sbronza, amore, sbronza di brutto».
«Non fa niente», dissi io. A lei piaceva confessarmi queste cose, anche se era sempre lampante quanto fosse ubriaca, e comunque a me non faceva né caldo né freddo.

Mrs Pittman è una madre che ha bisogno di cercare appoggio in suo figlio, e che non si preoccupa del fatto che lui possa vedere. Forse, suggerisce D’Ambrosio con questa prima scena, anche qualcun altro non si è preoccupato che Kurt potesse vedere, qualcuno di cui si parlerà dopo:

Ero stato io a trovare papà, quella mattina. Ero andato a prendere del disinfettante dal portabagagli della macchina. […] E lui era lì, seduto in macchina. Aprii la portiera del passeggero. […] Una parte della sua faccia non c’era più. Aveva un occhio aperto, lo sguardo fisso. […] In quel momento non era più neanche una persona, era solo una cosa esplosa, un mucchio di rifiuti schiacciati.

14H

Quello che Kurt ha visto dei propri genitori basta e avanza, ed è per questo che la sua storia si svolge perlopiù fuori dall’ambiente familiare, all’aperto, nel tragitto che da casa sua porta alla casa della signora Gurney. È con lei che Kurt trascorre il tempo del proprio racconto: un’altra madre che non riesce a preoccuparsi di quello che i figli possono vedere («È tornata mamma?», chiese Timmy, tre anni. «Sì», dissi. «È a letto che dorme».); un’altra donna persa e arrabbiata per la propria sconfitta, che non sa dove andare:

«Ma perché ho bevuto così tanto, cazzo?», gridava. «Sono ciucca persa… ti giuro, Kurt, sono ciucca persa. Non avrei dovuto bere così tanto, cazzo.» «Be’, ormai l’ha fatto, signora Gurney», risposi io, chinandomi su di lei. «Adesso non è quello il problema. Adesso il problema è riportarla a casa».

«Guarda tutte queste case», disse la signora Gurney, sventolando le braccia. «Signora Gurney, andiamo». «Un’altra splendida estate del cazzo sulla Punta».

«Di notte, al buio, se uno va a tentoni», disse, «non la vede la differenza fra trentotto o quaranta. O cinquanta! O sessanta!» Lanciò via la sigaretta con una traiettoria alta e arcuata, e quella andò a esplodere contro un ceppo in uno spruzzo di scintille dorate. «Dove cazzo sto andando, perdio?» «Sta andando a casa, signora Gurney, tenga duro». «Voglio morire».

Ecco: la differenza più grossa tra Kurt e sua madre, tra Kurt e gli adulti che lo circondano, è che lui non ha nessuna intenzione di morire. E, anzi, quello che Kurt vuole, anche se papà mi manca, mi manca il fatto di averlo accanto a dirmi cosa è giusto e cosa è sbagliato, è salvarsi. Kurt sa, perché lo ha imparato, che per salvarsi bisogna non vedere più. E allora quando torna a casa, dopo aver riaccompagnato la signora Gurney, anche se ha sonno, decide di aspettare.

A un certo punto se ne sarebbero andati tutti a casa, ma fino ad allora avrei aspettato fuori. 

La salvezza per lui è riuscire a portare a casa la signora Gurney senza farsi trascinare nei suoi deliri di donna triste e ubriaca («Adesso il problema è riportarla a casa»). È aspettare la fine della festa senza provare a dormire perché tanto sarebbe impossibile, meglio rimanere fuori e spazzolarsi via la sabbia. La salvezza è non voler mai più, finché vivo, trovare un’altra persona morta, o almeno non morta come ha trovato morto suo padre, e come ci racconta solo nel raffinatissimo finale:

Sembrava che fosse andato a sbattere con la macchina contro qualcosa di orrendo e che dovesse azionare i tergicristalli, dovesse metterli alla velocità massima e sgombrarsi la visuale, solo che i tergicristalli non gli sarebbero serviti a niente, perché lo schifo stava tutto all’interno.

Kurt si mette fuori ad aspettare perché lo schifo è dentro, e noi questo lo sappiamo dall’inizio: lo abbiamo visto nelle parole ubriache di Mrs Pittman.

sand_sculpture-1-1

Questo pezzo è già uscito su www.lenuovemamme.it e lo potete trovare a questo link

Annunci

1 commento

  1. Pingback: Lista delle mie catastrofi con la scrittura – I libri degli altri

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...