Mi offri un semi – classico? La scommessa di Loredana Lipperini, scrittrice, giornalista, conduttrice radiofonica

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mi offri un semi - classico?

Quando si chiede a qualcuno del mestiere di nominare un autore che lo ha entusiasmato, una lettura importante, un libro che può fare scuola, 9 volte su 10 la risposta va a pescare un titolo classico. Questo accade per una ragione obiettiva: se quel titolo è un classico non è un caso, e dunque fa scuola e il suo autore entusiasma. Però ci sono altre ragioni meno obiettive, che hanno a che fare con la cautela.
Con Mi offri un semi – classico? si mette al bando la cautela e si scommette.

Lo fa Loredana Lipperini, scrittrice, critica, giornalista, blogger, conduttrice radiofonica del programma Fahrenheit su Radio3. Loredana è osservatrice attenta delle novità editoriali e di tutto ciò che nasce e cresce attorno ai libri e alla comunicazione. Il romanzo che ha scelto è del 2011 e la sua scommessa punta sulla qualità a partire dalla valorizzazione di un genere.

Copertina di

Copertina di “Nel bosco di Aus” – PIEMME edizioni 2011

SCHEDA TECNICA:
"Nel bosco di Aus" di Chiara Palazzolo - edizioni PIEMME
Nel catalogo PIEMME non c'è più, ma si può trovare nelle librerie online (qui IBS)
In rete c'è anche il PDF del primo capitolo

D:Il genere, soprattutto in Italia, è spesso considerato letteratura di serie B. Sarà forse per questo che i bravi scrittori si trattengono dallo scrivere libri di genere, e che poi, in effetti, questo tipo di narrativa dalle nostre parti sia di valore mediocre. Cosa crede abbia spinto Chiara Palazzolo a scrivere un romanzo fantasy per declinare conflitti legati alla famiglia, ai rapporti affettivi, alla solitudine che può cogliere le persone seppur inserite in un sistema sociale e familiare? Ad affrontare temi ritenuti “letterari” in questo modo qui?

R:Sarà una risposta lunga. Comincio da Chiara, che dopo un ottimo successo con i libri precedenti (“I bambini sono tornati” era appena stato finalista allo Strega) spiazzò tutti dichiarando di voler scrivere un horror. Sarebbe stato “Non mi uccidere”, primo libro della trilogia di Mirta/Luna, e avrebbe cambiato le carte del fantastico italiano. Sul quale pesa un lunghissimo pregiudizio: in sintesi, vien detto, ciò che non è “realistico” non è “letterario”. Fino a quel momento, dunque, chi scriveva fantastico si rivolgeva a lettori giovanissimi, oppure a una nicchia dove, troppo spesso, la qualità era (ed è) un optional.
Nella trilogia, e ancor più nel suo ultimo romanzo, “Nel bosco di Aus”, Chiara Palazzolo ha dimostrato che il fantastico non solo può essere letterariamente alto e includere la sperimentazione linguistica, ma è cosa diversissima dalla narrativa “di evasione” con cui viene identificato. Racconta, anzi, e in altro modo, il reale. In una famosa intervista a The Paris Review, alla domanda “quali sono le differenze fra popular fiction e letteratura, Stephen King risponde”: “la vera rottura viene quando ti chiedi se un libro ti coinvolge a livello emotivo. E una volta che quelle leve iniziano ad abbassarsi, molti critici scuotono la testa e dicono No”. Duro, ma vero.
Quegli stessi critici, che sono anche quelli che definiscono “monnezzoni” i libri di narrativa fantastica, accolgono però l’elemento fantastico se mascherato: vale per il nostro passato letterario, e per i nostri Dino Buzzati, Tommaso Landolfi, Italo Calvino. Vale per autori contemporanei di altri paesi, come il Cormac McCarthy de “La strada”, o il Murakami Haruki di “Kafka sulla spiaggia” e “1Q84”. Quest’ultimo, per dire, uscì contemporaneamente a “22/11/63” di Stephen King. Il primo venne accolto nei ranghi della letteratura, il secondo in quello della narrativa molto popolare e molto venduta.
Ma non è solo un problema critico, anche se, soprattutto in Italia, molta critica non solo scuote la testa ma arretra, con disgusto, davanti al fantastico. E non è solo un problema di editori, che oggi al fantastico chiedono soprattutto una cosa: vendere, e tanto, e subito, e che sia “young adult”, per carità. E’ anche un problema di fandom, laddove la separazione fra literary fiction e fantastico viene invocata e ribadita da molti lettori.
Così non è. E se c’è una via per sfuggire alla nicchia, alle costrizioni editoriali, al malinteso post-tolkieniano (il fantastico è solo quella cosa dove ci sono gli elfi), è proprio quella di sfumare i confini, o di contaminare, dall’interno, il mainstream. Facendo colare un mondo nell’altro, ricordava King: come liquido dal fondo di un sacchetto di carta.
Chiara Palazzolo ha fatto esattamente questo, e lo ha fatto da grandissima scrittrice.

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D:C’è una declinazione specifica delle relazioni familiari che mi ha molto colpita: il rapporto fisico tra la protagonista e i suoi figli, a volte violento. Ci sono passaggi in cui la Parazzolo insiste sulla consuetudine di Carla ad alzare le mani su Albertino, il figlio più piccolo. Lo fa di nascosto al marito e permette che lo facciano anche i due figli più grandi. Quando non è fisica, la violenza di Nikka e Andrea è verbale: se la prendono con il fratellino, e in alcuni casi addirittura con lei. Trovo questo elemento coraggioso. L’autrice riesce a farlo sembrare naturale: non il sintomo di una relazione disturbata, ma una semplice caratteristica tra le altre – strana ma verosimile – della relazione madre/figli. Lei crede che riesca a sviscerare un tabù?

R:L’atteggiamento di Carla nei confronti dei figli è esattamente il varco in cui si infila Ecate per prendere possesso di lei: Ecate o la madre oscura, che dalla notte dei tempi è il contraltare della madre buona e accogliente. “Nel bosco di Aus” è un romanzo sulla maternità arcaica, sui simboli, sul corpo femminile, sul potere delle donne e i conflitti che genera: la cultura di Chiara Palazzolo era vastissima, si fondava sullo studio di testi come quelli di Carlo Ginzburg sul sabba. Ogni gesto appare naturale, in chi legge, perché il romanzo è non solo scritto con sapienza, ma tocca corde profondissime. Come diceva il già citato Murakami, uno dei compiti dello scrittore è “attivare quel territorio dello spirito che nella vita quotidiana non viene usato. Per farlo è necessario spostare in posizione ‘On’ alcuni interruttori che si trovano sul pannello della coscienza. Se si riesce, quei territori di solito addormentati lentamente si risvegliano. I romanzi – cioè i buoni romanzi – hanno questo potere. E se tutto va bene, attraverso quel passaggio segreto che siamo riusciti ad aprire, possiamo mettere piede in un mondo che non siamo abituati a vedere”. Chiara ha fatto esattamente questo.

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D:Domanda tecnica: “Nel bosco di Aus” è raccontato in terza persona ma dal punto di vista interno della protagonista Carla. Di più: il punto di vista è così interno che sulla pagina si susseguono senza troppo distinguersi le azioni e i dialoghi dei personaggi e i pensieri della protagonista. Come ha fatto l’autrice a dare tanto spazio alla voce nella testa del personaggio senza perdersi nelle riflessioni? E a donare un ritmo così sostenuto alla storia?

 

R:A conferma dell’abilità di Chiara. La trilogia precedente era in prima persona, e nell’ultimo romanzo lo stacco è quasi impercettibile. Il lavoro di Chiara sulla lingua, in tutti i suoi romanzi (inclusi quelli non fantastici) è sempre stato accuratissimo.

 

D:Qual è l’obiettivo e qual è il risultato di scegliere uno stile che non faccia differenze tra discorso diretto e indiretto, che non crei alcun tipo di stacco tra i due momenti classicamente così diversi della narrazione? Perché crede che per raccontare questa storia ci fosse necessità di creare un flusso ininterrotto di parole?

 

R:Ti rispondo con le parole di Chiara, in una delle ultime interviste rilasciate a Elena Raugei per “Mucchio selvaggio”: “Nel bosco di Aus, che ho cominciato nell’autunno 2009, si riallaccia alla trilogia nello stile di frasi brevi e contenute, seppur più aperte. È un’economia espressiva: non uso molti aggettivi e ho abolito le virgolette, scelta di campo fatta sulla scorta di autori come Cormac McCarthy o José Saramago, che hanno abbattuto le convenzioni desuete, soprattutto in punteggiatura. Le virgolette sono l’oggettivizzazione del discorso diretto, ma il criterio di realismo viene a cadere alla fine del secolo scorso, dove tutto è interpretazione, interpolazione. Con l’avvento del virtuale di massa ogni cosa non è la cosa in sé bensì come la rappresentiamo. Viviamo in una realtà totalmente manipolata, quindi totalmente immaginaria. Il narrare ininterrotto, paragonabile al flusso delle informazioni internettiane, è soggettivo. C’è però una differenza con la trilogia, che era un romanzo d’avventura. Nel bosco di Aus ha una struttura a suspence, a matrioska: ogni tassello ha degli echi interni, dentro ogni verità se ne racchiude un’altra. Nulla è ciò che sembra perché ogni persona, ambiente o evento ha una cifra doppia: tutto ciò che è bianco può trasformasi in nero. È un libro misteriosissimo, in cui dalla seconda metà in poi vi sono continui colpi di scena”. Ed è un libro meraviglioso: cercatelo, richiedetelo. Rubatelo.

immagine dal sito www.sluniverse.com immagine dal sito http://www.sluniverse.com

Leggi anche il semi-classico di Valentina Balzarotti, agente letteraria

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