Parole di classe

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personale

Sono sveglia da pochi minuti, accomodata nella sdraio in giardino del bed and breakfast “L’antica bifora” di Anacapri. Luca mi passa un cornetto al cioccolato fumante: appena sfornato dal bar della piazzetta. È il nostro week end romantico, Andrea è con i nonni, in un’altra località di mare. Li ho appena sentiti al telefono: sta bene, gioca.
Niente può andare male: bisogna che mi rilassi.

Mi sporgo a spiare dentro la lussuosa villa della signora ottantenne che ci ospita. La vedo oltre il vetro: in piedi davanti al televisore acceso. Sento l’inflessione del presentatore tg, ma non distinguo le notizie, per fortuna. Non m’interessa sapere cosa stia succedendo fuori.
Dovrei dirlo, quando vedo la nostra ospite avvicinarsi con le braccia spalancate, scuotendo la testa e mormorando: «Avete sentito l’ultima?».
E invece non lo dico.

Spero in pettegolezzi televisivi o aneddoti isolani ma so benissimo che non si tratterà di quello. Mi concentro sui suoi capelli biondo scuri e cotonati, sul trucco cinematografico che la tiene in vita quando ormai dovrebbe essere prossima e fingo un sereno interesse, sorridente e accomodante, come mi hanno insegnato a fare: «Cos’è successo, signora?», chiedo, e maledico la mia buona educazione.
«La Francia ha chiuso le frontiere», dice lei con aria offesa.

Politica. Ingoio il boccone al cioccolato della colazione romantica e mi preparo ai luoghi comuni e alle approssimazioni che stanno per arrivare. Sono pronta, credo. Istruisco il mio cervello ad ascoltare degli immigrati che rubano il lavoro ai nostri giovani, per cui lo Stato spende i nostri soldi ospitandoli nei nostri alberghi a tre stelle, fornendogli sussidi e facendoli salire nelle graduatorie dei nostri asili nido.
Ma la signora mi spiazza. La signora sa fare molto più di così.
Apre la bocca raggrinzita e, con una naturalezza che non ho mai vista in nessuno, comincia il suo discorso:

«Avete capito? La Francia ha chiuso le frontiere! Quindi adesso non solo noi dobbiamo tenerci tutti quei cosi…»

Sono rilassata, ve l’ho detto. Sono lenta, ancora assonnata, ancora affamata, e ci metto un po’.
Dobbiamo, chi? E quei cosi, cosa?

Quando realizzo, l’elegante signora sta parlando della Francia: ne sta facendo una questione di confini nazionali, di norme europee, di storici privilegi. Dovremmo impuntarci, dice. Non dovremmo permettere agli altri di trattarci come il confine d’Europa, come il porto franco dell’immigrazione. Vorrebbe sapere cosa ne penso io, dice.

«Signora, lei li ha chiamati cosi» le faccio notare. «Ha chiamato delle persone cosi», insisto.
Ho già in mente quello che farò: mi alzerò e andrò via. La discussione non si aprirà nemmeno. Me lo sono ripromessa da tempo: la gente deve imparare a parlare, o altrimenti deve stare zitta.
Ma voglio che lei lo sappia. Sappia perché sto sparecchiando velocemente, senza guardarla in faccia e senza rispondere alle sue domande. E quindi glielo ridico. E se prima lei parlava con estremo candore io adesso parlo con estremo disprezzo.
«Ha chiamato delle persone cosi» le ripeto, e, lasciando intendere che non ci sia nulla da aggiungere, mi allontano.

Supero il giardino e la governante filippina impegnata a pulire l’immensa vetrata che dà sul mare: mi viene da pensare che lei sia l’unico esempio d’immigrazione di cui le signore ottantenni di Capri possano avere esperienza. Mi chiedo da dove prendano, allora, tutto quel fastidio.

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barconi all’ingresso della Grotta Azzurra, isola di Capri

Avrei voluto che alla proprietaria de “L’antica bifora” fosse capitata una sola delle torture che hanno subito le donne curde scappate all’ISIS e ammucchiate nei campi profughi turchi; le donne di cui pochi giorni fa ho dovuto leggere nella testimonianza di Anarkikka – che le ha incontrate durante il suo viaggio al confine con la Syria. Una tortura a caso tra quelle: tutte inimmaginabili, niente che si possa sospettare, di cui si può aver sentito notizia. Cose così orrende da stare male mentre si leggono, da correre nella culla di tuo figlio per assicurarti che stia bene.
Avrei potuto augurarle qualcosa di meno tragico: quello che capita ai migranti che scappano solo dalla guerra, solo dalla fame, solo dal nulla, senza scomodare le torture dell’ISIS.
Ma, a voler essere onesti, quella era la mia prima mattina a Capri, prima nella vita. E la signora, con la sua miseria, mi ha fatta vergognare di essere lì. Quindi ho pensato che si meritasse il peggio: una sola giornata nei territori curdi, per comprendere bene il significato delle parole e testare quello che accadrebbe se non ci fosse alcuna differenza tra lei e una qualsiasi altra cosa.

Io e Luca abbiamo deciso che nella nostra famiglia la signora e tutti i miseri ricconi come lei saranno chiamati per sempre i cosi. E che questo Andrea dovrà impararlo subito.

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4 Comments

  1. luca antonio catoggio says

    Trovo interessante questo voler trasformare la cronaca, la superficialità di tanta gente nei riguardi di realtà dolorose, in racconto.

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    • Grazie Luca Antonio. Credo che fare caso alle parole che le persone usano sia sempre un esercizio interessante; poi ci sono alcuni casi, come questo, in cui non si può proprio fare a meno di parlarne.

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  2. nico says

    “Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo.” Primo Levi, Se questo è un uomo

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