Gli italiani che non conosci – Brunella Gasperini

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gli italiani che non conosci

Se durante gli anni del liceo sei rimasto folgorato da Italo Calvino e Primo Levi al punto da innamorarti per sempre della letteratura italiana e spingerti da solo fino a Carlo Emilio Gadda e Dino Buzzati; se citi i versi di Pier Paolo Pasolini come se li avessi scritti tu, se ricordi a memoria le parole sul biglietto d’addio di Cesare Pavese, se alle cene dici la tua riguardo l’eccessivo potere culturale di Alberto Moravia: ancora non sai quello che ti perdi.

Gli italiani che non conosci: Brunella Gasperini scelta e raccontata da Andreina Lombardi Bom – traduttrice

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Titolo: Una donna e altri animali
Autrice: Brunella Gasperini
Prima edizione: Rizzoli, ottobre 1978

D:Con “Una donna e altri animali” Brunella Gasperini voleva scrivere un’autobiografia, un romanzo che riepilogasse la sua vita. E lo ha scritto facendo continui riferimenti al fatto che lo stesse scrivendo. Il presente (il periodo della stesura del libro) si alterna ai diversi passati: più vicini e più remoti. La cronistoria di questi ultimi si segue tenendo il conto dei cani, gatti e uccelli della sua vita.

(Mi ha fatto ricordare l’incipit de “La pazza di casa” di Rosa Montero: “Ho preso l’abitudine di riordinare i ricordi della mia vita tenendo il conto dei fidanzati e dei libri”.)

La scelta tecnica della progressione per periodi “animaleschi” diventa scelta di contenuti. Come riesce a far diventare interessante l’album dei ricordi dei suoi animali, e a trovare l’aggancio giusto con tutto il resto?

R:Anzitutto: Una donna e altri animali è un’autobiografia o un romanzo? «Non è un’autobiografia!», protesta la Brunella-protagonista in varie pagine, anche se le sue proteste suonano via via sempre meno convinte; potremmo definirlo “autofiction”, anche se è un termine che non mi sta particolarmente simpatico. Certo, in questa, e in quasi tutte le opere di Brunella Gasperini, troviamo fatti e persone presi dalla vita reale, ma descrivendoli l’autrice li reinterpreta, li reinventa – poco o tanto? Non lo sappiamo; di sicuro, reinventate o no, le vicende narrate hanno in loro una grande carica emotiva, non letteraria ma personale, che deve esserle costato non poco trasporre sulla pagina. E io penso che questa narrazione spezzettata, anzi ingarbugliata («Non rompetemi il filo» era uno dei suoi motti), sia stata scelta proprio per non dover seguire uno svolgimento lineare, ma un percorso frammentario che le permettesse di mantenere la leggerezza anche dove era più arduo.
Anche l’utilizzo degli animali come motivo conduttore appare, almeno in parte, come una scelta di “difesa”: gli umani, le case, le esperienze cambiano, cambia anche la protagonista col passare degli anni, ma la presenza degli animali è una costante. Possono essere cani, gatti, uccelli, ma ci sono sempre. Forniscono spunti umoristici (per esempio la descrizione irresistibile del Due, fierissimo yorkshire terrier: «I primi tempi, quando mi trotterellava appresso, mi sembrava di avere tre piedi», e questo è solo un assaggio); fanno da controscena alle interazioni fra gli umani (come reagiscono, ciascuno a modo suo, allo sbraitare del “compagno della mia vita”); segnano le stagioni di una vita, spesso diversissime e contraddittorie («Guida al tempo perduto – nel senso di passato, non di buttato via»). E poi è l’autrice stessa a dichiararlo: « Non potrei scrivere quel libro, forse nessun libro, senza metterci dentro gli animali, per un verso o per l’altro.» Quali siano questi versi preferisco lasciarlo decidere al lettore.

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D:La Gasperini non è solo protagonista del suo romanzo, ma anche della sua epoca. Nel libro si trovano riferimenti al suo essere scrittrice/giornalista, sia rispetto alle sue idee politiche che al suo metodo di lavoro (ossessioni, nevrosi, blocchi) e al suo stile. Nessuno potrebbe dirlo meglio di lei: “Ho la sindrome della narratrice allegra con lacrima”. Dice che il melò è la sua condanna (ma come si fa non adorare il suo melò?). In cosa consiste concretamente? Dove lo si trova, come lo si riconosce, perché può permettersi di usarlo, perché funziona così bene?

R:Il melò, cioè la tendenza più o meno episodica al lirismo, è secondo Brunella una “malattia professionale” dovuta alle imposizioni dalle riviste femminili per le quali scriveva, ma forse non solo: «Odio il melò, va bene? Ma a volte, mio malgrado, mi viene fuori. Forse sono melò. Madonna che pensiero terribile.» Eppure il melò è sempre misuratissimo, anzi se non ci fosse mancherebbe qualcosa di vitale: insieme al suo contraltare, l’umorismo, dà alla narrazione le venature contraddittorie della vita vera, che si bilanciano a vicenda con una continuità spesso fluida e naturale. Una risata ha un rovescio di commozione, un momento drammatico è spezzato da una battuta, e quando non ne ha una sottomano ci infila un commentino metaletterario, «occhio al voletto lirico», ficcato senza parere tra due virgole di una descrizione.

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segni di Andreina Lombardi Bom a “Una donna e altri animali”

D:Altra questione che sembra legata al suo mestiere: l’attenzione al linguaggio. Ci sono bellissime parti in cui racconta il modo suo e della sua famiglia di usare le parole, le frasi, i modi di dire. All’inizio, per esempio, quando parla della “erre” che è una lettera turpe. Poi cita “Lessico famigliare” della Ginzburg. Quanto questa cosa d’intrecciare i ricordi alle parole è dovuta al suo mestiere? Quanto è invece lo sguardo di una condizione e di un’epoca? Perché non lo fa quasi più nessuno? (Mi torna adesso in mente “Nidi di rondine” dell’autrice vietnamita Kim Thuy, Nottetempo edizioni: che a sua volta ricorda i “Sillabari” di Goffredo Parise). Perché è e sarebbe ancora così importante e affascinante trovare il peso delle parole?

R:Ah, il linguaggio di Brunella… È una delle cose che mi incantano di più in questo libro. Dal punto di vista del lessico, Brunella fa quel che le pare o quasi. Reinterpreta: «coppia nucleare» le fa pensare a «due tizi in procinto di esplodere e ammorbare il mondo»). Ripesca: tra le sue pagine ho trovato parole che non avevo mai sentito prima in vita mia – «sdutto», «sciabalengo», «intrego» – e che lei però inserisce nel contesto in un modo tale che anche se non ne hai idea capisci perfettamente cosa vuol dire. Attinge: la «voce sweet» dell’inglese Marion ma anche il «pat pat sulla testa», peraltro un modo perfetto di rendere un’espressione inglese che a quanto mi risulta non ha un corrispondente adeguato in italiano. Stravolge le frasi fatte: «Con la coda dell’orecchio, li ascoltava». Sfrutta i morfemi che è una delizia: i «sottanoni stivaloni golfoni» che accentuano per contrasto il fisico minuto della figlia «piccola e indomita». Inventa: i «nobilgatti» col pedigree, il «milanfrancese» della nonna alsaziana («Se peu pas savè»). Sfrutta il linguaggio familiare, corrente, anche per stabilire una complicità con il lettore: quando racconta della sua presa di posizione sulla battaglia per il divorzio, e parla di ex-lettrici che «lasciavano nella segreteria telefonica messaggi pieni di erre», via, ci siamo capiti. E il libro che stiamo leggendo diventa una «roba scritta in io».
Quanto di tutto questo è dovuto, come dici tu, alla condizione e all’epoca? Onestamente non so cosa risponderti. Forse questa plasmabilità del linguaggio è davvero una cosa con cui si cresce (parlando della propria famiglia d’origine, numerosa e poverissima: «C’era il pane, c’era la cultura, c’era l’umorismo, cos’altro serviva?»); forse oggi non esistono più questi “laboratori di linguaggio” perlopiù spontanei che educano al gusto di giocare con le parole, oppure servono solo a farsi due risate con gli amici, ma quando poi ci si mette a scrivere s’indossa (o ci si paluda in) un altro abito, come ci s’immagina che debba essere un linguaggio letterario. Forse ci si dovrebbe abituare di più a “scrivere come magni” (e qua, forse, mi sono già spinta troppo oltre – chi sono io per dare consigli di scrittura? io traduco quello che scrivono gli altri…).

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D:L’ultima questione che ti pongo riguarda la morte. Credo sia magistrale come riesca a farti ridere per un intero romanzo e poi la sensazione più forte che ti lasci addosso sia quella di aver parlato di morte. Ci sono i temi storici che s’intrecciano con la morte dei suoi fratelli, dei suoi familiari, dei suoi animali. Poi la sua ipocondria, che fa tanto ridere ma che allude di continuo alla classica figura del clown triste. E il finale (wow! Vogliamo parlare del finale?): con “…Solo che ci manca il finale” Brunella fa capire che quello che verrà dopo non lo conosce neanche lei e di certo non ha voglia di parlarne: quello che doveva dire lo ha detto e chissà se sapeva che sarebbe davvero morta dopo così poco tempo. Che posto ha la morte nell’ironia? Che posto e che valore può avere la morte in un romanzo e nella scrittura di un’autrice ricordata per la sua capacità di far ridere?

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R:Non sono tanto d’accordo con la tua definizione, o meglio sono d’accordo solo in parte: Brunella ha (e ha sempre avuto) la capacità di far ridere nonostante tutto. (E non sono neanche tanto d’accordo sulla definizione di “ipocondria”: il marito e l’amico medico minimizzano le sue paure, ma poi lei sta male sul serio.) Potremmo anche chiederci il contrario: che posto ha l’ironia nella morte? Brunella ce ne fornisce degli esempi bellissimi: lei in ospedale più di là che di qua, il marito che la tiene d’occhio dal corridoio mentre parla con i medici, «che non mi permettessi di render l’anima in sua assenza». In effetti, nel suo complesso questo libro parla di cose poco allegre: perdita, frustrazione, depressione, morte… Non è un libro solo ironico: se lo fosse, mancherebbe qualcosa, perché non è stato scritto per parlare di fatterelli divertenti ma per raccontare una vita. La protagonista non è un clown triste: è una donna a tutto tondo (certo questa espressione fa un po’ ridere pensando alla magrezza di Brunella…), con i suoi pregi e i suoi difetti, la sua allegria («fedele compagna, rifugio, sostegno. Ma un sostegno naturale, non una sovrastruttura») e il suo melò – e tutto quello che non dice. Leggendo fra le righe e conoscendo meglio la sua biografia ci accorgiamo della quantità delle cose che deve aver taciuto, probabilmente per pudore (“pudore” è una parola che ricorre spesso nel libro, insieme a “paura”) e insieme per non guastare il delicato equilibrio che ha creato. In effetti parla spesso della morte, ma le singole morti le tratta con estrema discrezione; se si tratta di umani vi accenna in maniera obliqua («Fu l’ultima volta che vedemmo ridere nostro padre»), se si tratta di animali, specialmente di cani, ne descrive la fine con una sola frase che è come una pugnalata – con una sola eccezione: la morte del Baffo, sulla quale torna a più riprese nel corso del libro, ogni volta svelando un dettaglio di più, finché alla penultima pagina scopriamo il quadro completo, il grande dolore che si lega alla paura per il futuro.

Andreina: C’è un’ultima cosa di cui vorrei parlare: il rapporto per così dire “storico” fra Brunella e i suoi lettori. Succede un fatto curioso: i suoi libri sono usciti per la maggior parte negli anni Settanta, poi tra il 1997 e il 2004 Baldini & Castoldi ne ha ristampati alcuni che ormai sono fuori catalogo già da un po’*.
Eppure i suoi fan (autosoprannominatisi “dementi”, come il marito chiamava le lettrici che le chiedevano consigli) non accennano a diminuire: sono stati creati siti e pagine Facebook dedicati a lei, ci si scambiano informazioni su dove trovare i suoi libri di seconda mano, i membri del gruppo “Quelli che amano Brunella Gasperini” hanno perfino organizzato un convengo su di lei a San Mamete in Valsolda, dove la scrittrice ha trascorso tante estati spesso descritte nei suoi libri.
Si tratta per la maggior parte di fan di vecchia data, che la leggevano da ragazzine (e ragazzini: a dimostrazione che Brunella non era solo una scrittrice “femminile”), ma ci sono anche parecchi giovani; gente di ogni livello sociale e culturale, e parecchi insospettabili: io e te, per esempio.
L’impressione generale che ne ho ricavato è che chi non ama Brunella non la conosce, ma chi la conosce finisce quasi invariabilmente per amarla. Perché succede questo, mi chiedo? Non so se riesco a darmi una risposta, ma mi sembra che tutte le cose che ho elencato sopra (linguaggio, alternanza delle emozioni, fluidità della scrittura e dell’intreccio) facciano scattare nel lettore una specie di meccanismo identificativo, l’intuizione che di Brunella ci si può fidare, perché dice la verità. Malgrado la narrazione “costruita”, per così dire, e costruita con grande cura e sapienza, c’è in questo libro qualcosa che, mentre ridi o ti commuovi, ti fa annuire e pensare: “Sì, è proprio così”. E se un’autrice sa suscitare un affetto così tenace e profondo, a mio modesto parere, il fatto che non sia più ristampata è poco meno di un peccato mortale. Sì, “mortale”.

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*ma altri ne stanno ristampando dal 2014

le foto di Brunella Gasperini sono prese dall’album del gruppo facebook Quelli che amano Brunella Gasperini

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3 Comments

  1. L’ha ribloggato su Barbara mente creativae ha commentato:

    Ecco, per me NON è una sconosciuta, è il motivo per cui ho cominciato a scrivere. Purtroppo se n’è andata prima che potessi conoscerla.
    Vedendo la foto col Merlo, sono saltata sulla sedia! Letto tanto di lui nei libri, e non avevo mai visto una foto! 🙂

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