Allora parliamone, della morte. #1 Pier Vittorio Tondelli

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il mestiere di leggere / personale

Parlo di letteratura, non di vita reale.
Per me fino a ieri il dolore della morte era una scena di Camere separate di Pier Vittorio Tondelli. Camere separate è la storia di Leo e Thomas, che si amano, ma poi Thomas muore.
La scena è di cinque pagine e mezzo e la parte centrale è:

Decide di tornare a Milano. Qualche ora prima della partenza ha un presentimento. Un’immagine che lo infastidisce e lo disturba. Quella stessa mattina aveva gettato nella spazzatura un paio di vecchie Paraboot invernali, nere, che aveva comprato a Parigi. Lo aveva fatto semplicemente perché voleva sbarazzarsi di tutto il peso in soprappiù e quel paio di scarpe malandate erano state la prima cosa a saltare. Non ci aveva più pensato finché, mentre il portiere gli comunicava all’intercitofono che aveva un taxi pronto, facendo una rapida ricognizione all’appartamento per controllare la chiusura del gas, dell’acqua, delle finestre aveva sbirciato dabbasso, nel cortile interno e aveva visto il fattorino dell’impresa di pulizia riversare i sacchi di spazzatura in un grande contenitore. E fu allora che vide distintamente, pur dal decimo piano, le sue scarpe cadere in mezzo ai rifiuti, sovrastarli per un momento, prima di essere sepolte da altra immondizia e essere portate via su un furgoncino.
Al terminal era arrivato angosciato. Si immaginava un volo strapieno come effettivamente seppe al banco d’accettazione. Non riuscì ad avere un posto accanto alle uscite in modo da poter allungare le gambe, ma solamente un sedile di corridoio. Mentre aspettava vide un gruppo di una trentina di ragazzine e sperò che non si imbarcassero con lo stesso volo. Vide anche una comitiva di toscani e anche allora sperò che volassero con un’altra compagnia. E invece, un’ora dopo, se li trovò tutti nella pancia dell’aeromobile.
Mentre sistemava il bagaglio un uomo molto alto, vestito con un doppiopetto blu scuro, con i capelli bianchi e radi e la pelle rosea, macchiata di efelidi, un bell’uomo, indubbiamente, e anche molto curato d’aspetto – aveva un grosso anello d’oro al mignolo, una cravatta di seta color perla e un Rolex di almeno trent’anni – prese posto esattamente davanti al sedile di Leo. Appena terminato il decollo l’uomo reclinò il sedile, in modo brusco. Leo, che per la sua statura aveva problemi di assetto, subì il colpo e bestemmiò. Chiamò la hostess e la pregò di dire al passeggero che non poteva allungare lo schienale perché altrimenti non avrebbe saputo dove mettere le gambe. La hostess parlò con l’uomo e questi si scusò con Leo chiedendogli poi quanto fosse alto. Leo gli rispose con gentilezza. Lo fissò negli occhi. Pensò che non avesse più di sessant’anni. Conversarono per qualche minuto, Leo più cauto, l’altro in preda al bisogno di scambiare due parole con qualcuno. Il pretesto era la statura di entrambi, i disagi che arrecava, la difficoltà di trovare un letto decente negli alberghi e soprattutto un sedile adeguato sugli aerei. Ma Leo era consapevole che c’era dell’altro. E aspettava da un secondo all’altro che saltasse fuori. Successe dopo qualche minuto, mentre Leo sorseggiava quello che sarebbe stato solo il primo di una ininterrotta serie di gin and tonic, fino all’arrivo.
L’uomo disse così, esattamente, senza che la conversazione avesse accennato, nemmeno lontanamente, a un fatto talmente crudele e straordinario. Disse: «Io sto portando mio figlio, qui sotto.» E con l’indice della mano destra, serrata a pugno, indicò il pavimento. Leo si sentì svenire perché capì immediatamente. Anzi, mentalmente si disse: «Bene. Ora ci siamo.»
«Ho mio figlio, morto, nella stiva,» riprese il vecchio fissandolo disperatamente negli occhi. «Sono venuto per riportarlo a casa.»

Credo che il momento in cui Leo vede le sue scarpe sepolte dall’immondizia valga più di mille funerali, pianti e condoglianze. Credo che quel presentimento che lo infastidisce e lo lascia angosciato e gli fa sperare di non ritrovarsi con troppe persone attorno, con persone vive, ragazze e toscani raccolti in comitiva, sia la tortura di quando il tuo Thomas muore e tu, piuttosto, faresti morire tutti gli altri.
In questa scena Tondelli non nomina mai esplicitamente la morte fino a quando non presenta un anziano signore sconosciuto – un personaggio-comparsa che sta vivendo l’immenso dolore di seppellire il proprio figlio. È solo in quel momento che Tondelli ne parla davvero, di quello che Leo prova per la morte di Thomas, e questa cosa, di ritardare la verità fino a quando il protagonista non la vede negli occhi di qualcun altro, mi sembra di una finezza magistrale.

E allora pensò che anche lui aveva sepolto, in un certo senso, Thomas. E che, sia lui sia il vecchio, erano degli assassini che in un modo o nell’altro avevano controllato fino alla fine la vita della persona che più amavano. Fino a deporre nella fossa il corpo che avevano creato. Allora Leo sente che questa necessità di sadomasochismo non è un impulso estraneo, ma forse la perversione più pura che abbia mai provato, quella più sincera. Perché lui è un torturatore ed è la vittima designata di quell’aguzzino che porta il suo stesso nome. Hermann, Thomas o chi altro sono solo gli strumenti di una sevizia che lui si sta infliggendo da quando ha preso coscienza di sé: e cioè del proprio bisogno di annullarsi e di morire. La sua esigenza di felicità e di amore ha ucciso gli altri; lui non ha saputo né contenerla, né dirottarla, né giocarla con capacità. Con Thomas non è morto solo l’amore, ma anche la sua, personale, strategia dell’amore.

Dopo aver dato vita al vecchio in questo straziante viaggio di ritorno e dopo aver fatto in modo che finalmente Leo riconosca la radice della sua disperazione, Tondelli scrive la frase più bella e dolorosa di tutto il romanzo, così bella da diventare sentenza:

Poiché tanto il vecchio quanto il giovane stanno facendo rotta, con i loro cadaveri sotto ai piedi, verso quel luogo algido in cui la vita appare nient’altro che il vuoto lasciato da un paradiso corrotto e perduto per sempre.

foto di @Valentina, trovata qui: https://www.flickr.com/photos/tillo980/7513009846

foto di @Valentina, trovata qui: https://www.flickr.com/photos/tillo980/7513009846

Così bella da procurarmi ogni volta il brivido vigliacco e misterioso di voler provare, solo per un attimo, cosa significhi davvero vivere perdendo il paradiso per sempre. 

Segue.

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