Cronaca di un Festival della Letteratura Breve con poca letteratura

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il mestiere di leggere

Questo pezzo è già uscito su Cattedrale Magazine

Chi, cosa, quando, come e perché

Dal 16 al 19 luglio a Tuscania “la bella” (meraviglioso borgo in provincia di Viterbo) si è svolta la prima edizione del Festival della Letteratura Breve sotto l’egida dell’assessora regionale alla cultura Lidia Ravera (partecipe a tutte le iniziative: presentava, spostava sedie, ed è stata l’unica tra i “big” a rimanere in platea fino alla fine del concerto di Daniele Silvestri).
Il programma: workshop riservati ai partecipanti; incontri pomeridiani con scrittori, giornalisti, filosofi, professori; eventi serali di teatro e musica.
Per quanto ne ho capito io, l’intento della manifestazione era doppio: inventare un festival che presentasse i nuovi generi di narrazione – la coniugazione tra letteratura e social network – e animare una zona del Lazio poco conosciuta ma incantevole. Entrambi scopi leciti.

I contenuti

Da quando esistono i social c’è stata un’evoluzione di alcune forme narrative, c’è stata sperimentazione e c’è stata contaminazione e tutto questo ha dignità di essere sottoposto a studio allo scopo di dimostrare che, in alcuni casi, si è di fronte a un nuovo genere letterario. Per cui un festival che si fosse occupato di questo sarebbe stato più che benvenuto.
Ma il FLeB non si è occupato di questo.

Il problema del festival si evidenzia in un’ambiguità di fondo: il nome.
Si è chiamato di “Letteratura Breve” ma si è parlato di “scrittura breve”; anzi, in molti casi nemmeno di quella: si è parlato di social network. Il ruolo, la tecnica, le disfunzioni dei social network, in un avvicendarsi d’incontri che, più che ispirati dalla letteratura, s’inserivano in un discorso di comunicazione, giornalismo, linguistica.
A dimostrazione del fraintendimento a monte, un altro dato: per “social network” si è intesa per lo più un’unica piattaforma: twitter. Ma non si sono analizzate le innovazioni letterarie che il social propone – due per tutte: i racconti che alcuni scrittori hanno ideato per la pubblicazione a puntate su twitter (“La scatola nera” di Jennifer Egan; “French Revolution” di Matt Stewart) e gli esperimenti del nostro TWletteratura) – perché non era di letteratura che si intendeva parlare, ma di scrittura in 140 caratteri.

Un festival dedicato alla scrittura per i social meriterebbe anch’esso rispetto, ed è per questo che insisto su un punto: si è sbagliato il titolo del festival?
Ma neanche questa può essere la spiegazione giusta, perché l’equivoco del FLeB continua nella programmazione.
Letteratura (ma chiamarla narrazione sarebbe forse meglio) c’è stata: nelle rappresentazioni teatrali, nei concerti, in alcuni interventi, nel laboratorio di scrittura, ma, soprattutto, nella scelta degli ospiti.

Nonostante un programma i cui titoli e presentazione dei singoli interventi suscitavano già qualche dubbio di coerenza, la qualità “letteraria” degli ospiti autorizzava ad aspettarsi che le premesse sarebbero state superate in direzione letteraria.
La scelta di denominare la maggior parte di questi incontri “Lectio Brevis” prometteva la possibilità di osservare come tali nomi della cultura italiana avrebbero organizzato un discorso (stabilito di circa 20 minuti l’uno, ma così non è stato) intorno a un tema; e anche – e forse soprattutto – come questa disposizione di discorso avrebbe potuto essere una “dimostrazione di letteratura”.
Invece no. Nonostante la levatura degli ospiti, quasi tutte le Lectio Brevis si sono trasformate in veloci chiacchierate: in un “dico la mia e poi passo il microfono”.

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Di cosa era fatto il festival: breve lista

  • Scuole

Corso di narrazione con Giorgio Vasta e corso di cucina della Boscolo Etoile Academy: erano riservati ai partecipanti, non li ho seguiti, dunque non so come siano andati. Ma direi, sulla fiducia, che rientravano coerentemente nel programma (anche la cucina, che è una forma di narrazione).

  • Lectio Brevis e Lectio Magistralis

Sara Bentivegna, Il racconto della politica in 140 caratteri. Pochi o addirittura troppi?
Professoressa universitaria, la Bentivegna è stata l’unica ospite a usufruire dei 20 minuti che le erano stati richiesti, dimostrando, così, di essersi preparata il discorso davvero. Ma il suo intervento sembrava una lezione all’Università della terza età per spiegare agli over 60 in cosa consiste twitter. Come funziona, a cosa serve, come ha cambiato la comunicazione politica (esempio ricorrente è stato lo #staisereno che conoscono anche i sassi).

Filippo La Porta, Il tweet come aforisma di massa.
Perché chiedere a un critico letterario che non sa niente di twitter di parlare di twitter? Credevo di trovare la risposta in quel collegamento con il genere dell’aforisma, di cui, immagino, avrebbe potuto dissertare piacevolmente. Ma nel suo discorso assai più breve dei 20 minuti promessi, La Porta ha citato un unico aforisma (su Macchiavelli), dopodiché si è lasciato andare a considerazioni sparse su twitter (ammettendo di non conoscerlo), Renzi, la sinistra, Umberto Eco che non sa scrivere romanzi.

Michela Murgia, Scrittura “in suspu”: tentativi letterari di non morire didascalici.
La scrittrice è stata autrice dell’intervento più interessante del programma: personale, letterario, tecnico. Parlare in suspu in sardo significa per sottrazione, “con i sottintesi”; e lei, come molti sardi, è così che scrive. Come la sua letteratura si approccia alle altre d’Italia e come questa brevità di pensiero sia difficile da tradurre in lingue come il tedesco e l’inglese. Discorso/analisi sulle tendenze culturali e linguistiche, pratico e scandito da esempi.

Christian Raimo, Contro lo storytelling
Sarebbe stato interessante ascoltare Raimo contrapporre la teoria sofistica a quella socratica, e trasportare entrambe in quelle che lui ritiene essere le rispettive chiavi moderne: lo storytelling e il pensiero critico. Ma d’improvviso ha cambiato programma: si è alzato e ha letto al pubblico il racconto La scuola di Donald Barthelme. È stata una virata abile, ma è andata bene così: senza di lui il Festival della Letteratura Breve si sarebbe chiuso senza mai nominare la parola “racconto”.

Maurizio Ferraris, Intelligenza collettiva o imbecillità di massa?
Quella del filosofo è stata l’unica Lectio Magistralis del festival – ma anche questa è durata meno del previsto. Un discorso interessante, molto vitale, qui e lì provocatorio (“se ci fossero stati i social network ai tempi di Mussolini ci sarebbe stata un’esplosione di stupidità di massa”; “L’intelligenza rende difficile trovare degli esempi, la stupidità lascia l’imbarazzo della scelta”). Ma di letteratura neanche l’ombra.

Francesca Chiusaroli, Scritture brevi, il mezzo e il fine.
La Chiusaroli è una professoressa di linguistica che su twitter anima un’interessante comunità di utenti sotto l’hashtag #scritturebrevi. Durante il suo intervento ha raccontato al pubblico com’è nato il sito Scritture Brevi, perché, quali sono i giochi linguistici che diffonde. La sua presenza sarebbe stata più significativa se affiancata a discorsi letterari di cui avrebbe potuto essere il contrappunto. Per come sono andate le cose, però, non è stato del tutto erroneo il rimprovero di Lodoli: “Non si riduca tutto a un esercizio di scrittura, i versi di una poesia non sono come un tweet!”

Teresa Ciabatti, Tommaso Pincio esiste davvero? E se sì, come?
L’intento della scrittrice e blogger era raccontare come attraverso i social si sia sviluppata sul suo blog una narrazione a più voci a metà strada tra realtà e fiction. La persona reale Tommaso Pincio è diventato il protagonista di mini-racconti in forma di post in cui il personaggio Tommaso Pincio entra in contatto con la vita di Teresa Ciabatti. Al “come?” non c’è stata, però, nessuna risposta. Con il discorso più breve del Festival (meno di cinque minuti) la Ciabatti ha solo detto al pubblico quello che ha avuto intenzione di fare, ma non ha mostrato cosa ne è venuto fuori, né come.

Roberto Cotroneo, I social come patologia culturale.
Perché uno scrittore come Roberto Cotroneo così vivo sui social network (ha un blog molto seguito, posta sue bellissime foto su instagram e facebook), che ha sperimentato la contaminazione social/letteratura con il saggio Tweet di un discorso amoroso propone un discorso generico sull’opportunità di non perdere se stessi nei social, un discorso breve che non aggiunge molto a quanto già detto il giorno prima da Maurizio Ferraris? Forse perché gliel’hanno chiesto? E perché gliel’hanno chiesto?

Loredana Lipperini, Morti di fama. Come i social ci spingono a cercare visibilità e come sfuggire al tranello.
Il discorso della Lipperini è stato il più esatto, dinamico e concluso della programmazione. Parlare al pubblico è il suo mestiere, organizzare una discussione attraverso una serie di rimandi le viene benissimo. Ancor di più per questo, dunque, peccato che nella programmazione delle lectio brevis del FLeB non ci sia stato alcuno spazio per la letteratura e che alla Lipperini sia stato chiesto di parlare delle disfunzioni e delle illusioni del web. In ogni caso, chi, come me, voleva studiare il metodo per sviluppare un’orazione in un breve lasso di tempo (vero e proprio genere letterario), è stato accontentato.

Marco Lodoli, La brevità è poetica.
Unico ospite a nominare esplicitamente il tema “letteratura breve” nel titolo del suo intervento, lo scrittore e saggista ha fatto un discorso a braccio, un po’ contro i social network (senza reali motivazioni che non apparissero desuete) e un po’ nel mirabile tentativo di riportare la discussione sulla narrativa. Ma per farlo ha voluto contrapporre il bellissimo racconto Garden Party di Katherine Mansfield alle scritture dei social, illustrando come questo fosse più bello e vero di quelle, e riuscendo così in un istante a trasformare un capolavoro della letteratura in un pezzo da museo.

(Protagonista della terza giornata è stata anche Lucia Annunziata che prima ha presentato il libro di un altro giornalista – Michele Mezza, Giornalismi nella rete – e poi è stata intervistata da Lidia Ravera riguardo le innovazioni nel suo mestiere. In entrambi i casi: giornalismo. Ai tempi di twitter, ma sempre giornalismo).

  • Eventi serali

E per fortuna c’erano gli spettacoli serali a rappresentare il ruolo della letteratura al FLeB. Il teatro e la musica, che avrebbero potuto a pieno titolo “uscire fuori dai margini” e sfuggire a una inclusione coerente nella manifestazione, hanno invece fatto riguadagnare al festival la sua volontà originaria.
Letteratura breve le Storie e controstorie di Ascanio Celestini che parte dalle barzellette e poi viaggia attraverso le storie popolari, il racconto di satira politica, il racconto della società. Letteratura breve i paradossi linguistici di Alessandro Bergonzoni che avrebbe dovuto dialogare con Marino Sinibaldi (assente) e invece ha condotto lo spettacolo da solo. Letteratura breve l’interessante e simpatico spettacolo musicale di freestyle con la contrapposizione tra ottave in rima (specialità di questi luoghi) e hip hop. Caposaldo della letteratura breve il monologo “La voce umana” di Jean Cocteau, letto e attualizzato da Lella Costa. E, infine, letteratura breve il concerto del cantautore Daniele Silvestri (per noi di Cattedrale la musica e i racconti vanno a braccetto) il quale si è preso la briga di organizzare una scaletta con le canzoni che più si avvicinassero alla forma di storie (Monetine, Aria, Kunta Kinte, L’Appello, Il mio Nemico, Le strade di Francia, ecc…) senza sapere che al Festival della Letteratura Breve di storie non ne volevano sentire troppe.

Dunque?

Le premesse per fare del FLeB un appuntamento annuale di qualità ci sono. L’elegante e accogliente cittadina di Tuscania, l’impegno tangibile dell’organizzazione, la possibilità di un ruolo pubblico e politico come quello della Ravera di raccogliere personalità interessanti e qualificate. Basterà chiarirsi su un punto: di cosa si vuol discutere? Se letteratura si titola, sarebbe bene che di letteratura si parli.
E che, non so, magari, di taglio, in uno spazio piccolo, ci si ricordi anche che esiste quella letteratura breve chiamata racconto.

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