*A parole tue

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il mestiere di leggere

La scuola fa un sacco di danni: sarò sempre pronta a ribadirlo.
Senza soffermarmi sui danni specifici riguardo la formazione di futuri lettori o scrittori, quello che penso è che quand’anche ne imbrocca una giusta, la scuola sbaglia il bersaglio.

Prendiamo questa frase: *Dillo a parole tue.

Tipica esortazione scolastica meridionale, sembra un consiglio buono e giusto – e in parte potrebbe esserlo.
Ma viene elargito come fosse un rifugio nella semplificazione: se tu, ragazzino svogliato e intimidito, non riesci a raccontare cosa hai imparato con una lingua brillante, attenta a non incespicare, chiara e interessante – e io non mi aspetto che tu lo faccia – di’ qualcosa alla meno peggio, ché ci ricaviamo un voto.
Non credo che questo ragionamento sia fatto in cattiva fede. Credo peggio: è fatto in buona fede. Ed è sbagliato.

Dillo a parole tue non dovrebbe essere la versione educata di parla come magni. Dovrebbe essere: di’ esattamente quello che vuoi dire tu.
Che siano parole semplici o difficili non cambia: il punto è che devono essere personali.
Cosa vuol dire personali? Per una volta è utile usare tutti i sinonimi:

  • individuali
  • private
  • riservate
  • proprie
  • caratteristiche
  • tipiche
  • esclusive
  • particolari
  • soggettive
  • confidenziali
  • dirette

Quello che leggo nei manoscritti degli aspiranti autori è pieno di approssimazione. È facile.
Ma scrivere chiaro, scrivere pulito, scrivere senza fronzoli, non significa scrivere al ribasso. Lo sforzo che dovrebbe fare chi scrive (e che andrebbe insegnato a scuola) è di comunicare in maniera diretta. Non banale, non comoda, non generale: diretta. Un’operazione che richiede ricerca, cura e buona mira. Così buona, che quando si coglie il bersaglio non si può non essere notati.

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In altre regioni si usa la forma corretta “Dillo con parole tue”.

L’immagine di copertina l’ho trovata su un blog molto interessante che si chiama Best Outdoor Advertising e che purtroppo non è più aggiornato

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1 commento

  1. Cogli nel segno con questo articolo chiaro ed evocativo: mi ha fatto quasi venire il voltastomaco ricordandomi il mio periodo scolastico… L’odioso ‘a parole tue’ detto dal professore è davvero una contraddizione, e si ricollega al fatto che l’alunno non è posto alla pari nè dell’insegnante (e questo in alcuni casi può essere giusto) nè del materiale di studio: e questo, a mio parere è più grave: come dire che l’alunno dovrà per sempre essere un emulo (così come già dovrebbe esserlo l’insegnate per direttive ministeriali) e la sua opinione come le sue parole (e da qui ‘a parole tue’) non potranno mai essere comparate a quella di uno scienziato, filosofo, scrittore argomento di studio: e quindi dove è lo scambio con l’oggetto studiato ? Come è possibile apprendere senza ‘comunicazione’ e ‘reciprocità’ col sapere?
    La cosa più triste è che basterebbe poco, perchè la curiosità di conoscere è presente in quasi tutti, ma, come pensava Pennac, se ti obbligo a leggere è come se ti obbligo a sognare, e quindi è insensato e spegne la curiosità…
    All’università (mia attuale attività) non è molto diverso, però lì lo spazio te lo puoi creare da solo. Grazie dell’articolo, scusa lo sfogo un po’ logorroico

    Mi piace

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