Allora parliamone, della morte. #2 Paolo Piccirillo e Gianni Montieri

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il mestiere di leggere / personale

“Alle due di ogni pomeriggio della sua vita Carmine Salziello si ferma sul bordo della strada e prega. Due Ave Maria, un Padre Nostro e un Gloria al Padre.
Carmine Salziello detto ‘o Schiattamuort’ abita in una villetta di campagna. Una villetta isolata che non si trova in una zona residenziale insieme ad altre villette tutte uguali.
Carmine vive lontano dal centro abitato, e c’è solo qualche metro di stradina sterrata a dividere la porta di casa sua dalla tangenziale Aversa-Napoli. Lì intorno non c’è niente di interessante, solo qualche acquitrino d’inverno e la puzza di bufale tutto l’anno.
Carmine esce dal cancello di casa e percorre lo sterrato, pochi passi nel fango duro, umido anche quando non ha piovuto. Sei metri in tutto. Se abitasse in una villetta accogliente e perfetta, questo sarebbe il suo vialetto di ghiaia, con i sette nani sorridenti a fare la guardia. Il suo sterrato invece neanche più le talpe lo sorvegliano, perché il terreno è troppo duro per qualsiasi forma di vita. È diventato cemento.
Appena dopo i sei metri Carmine si ritrova sulla tangenziale. Inizia a camminare sulla terra fangosa che sfiora la strada, rasente il guardrail e le macchine che gli sfrecciano accanto. Poche suonano il clacson. Corrono, e lungo quel tratto di tangenziale che porta al punto dove Carmine si ferma e prega, esattamente al chilometro ventitré della tangenziale Aversa-Napoli, c’è sempre una scia di animali morti investiti. Volpi, gatti, cani, ricci, piccioni, donnole; un giorno Carmine ci trovò persino un vitello.
Mentre prega Carmine si appoggia alla pala, col mento pesante sulla mano destra, dove tiene la busta nera per gli animali.
Oggi dalla prima Ave Maria all’unico Gloria al Padre, che conclude il suo rosario, Carmine si bestemmia in testo tutto il tempo. Perché proprio davanti alla lapide del figlio c’è un gatto morto che puzza di fogna, copertoni bruciati e merda.”

Il personaggio che Paolo Piccirillo racconta nel suo Zoo col semaforo, Nutrimenti è uno che nei luoghi descritti potrebbe esistere davvero. E non c’entra la verosimiglianza della finzione: da queste parti – la terra di mezzo tra il napoletano e il casertano – c’è sul serio gente così. È una cosa stupida da dire, quando si parla di letteratura, questo fatto è accaduto davvero, oppure questa persona esiste veramente. Perché che una cosa della realtà finisca nella narrazione non dà alcun valore aggiunto alla storia. La storia è quella che è: o funziona o non funziona. E molto spesso, quando tenta di aderire troppo alla realtà, non funziona.
Ma a volte sì, e io qui parlo di proposito di letteratura e vita reale insieme, al contrario del primo Allora parliamone, della morte in cui m’interessava Tondelli e basta.

C’è una cosa che non sopporto delle periferie più dello sfacelo che le rende tali.
Sono le lapidi sui marciapiedi. E non le lapidi in sé, orribilmente fatte di marmo nero o bianco, con i portafoto argentati che incastonano ritratti di adolescenti morti. Non le facce sorridenti e furbe di quegli adolescenti convinti di avere tutto sotto controllo, che è la stessa stupida convinzione con cui uscivamo di notte senza casco su uno dei mille motorini preparati e perennemente guasti che avevamo io e i miei amici.
Non sopporto i costosissimi e profumati fiori (rose rosse, non fiori di campo) che vengono posati nei vasi sotto quelle lapidi. Non sopporto la cura che ci si prende di quei fiori. La frequenza con cui vengono sostituiti, la pulizia che gli si fa intorno: l’unica traccia di solerzia nella periferia intera.
Non sopporto i genitori di quegli adolescenti, il loro custodire la morte in pubblico. Sono fortunata, non posso neanche immaginare il dolore che provano e che hanno provato, e non sopporto di essere costretta da loro a dovermi porre il problema d’immaginarlo.

Sopra ogni cosa, non sopporto il sottinteso per cui il loro dolore (che si trasforma in sfacelo) sia più importante della mia felicità (forse perché è più legittimo della mia felicità? Ma perché il dolore deve essere sempre più legittimo della felicità? Chi lo ha detto che lo è?); che di quello sfacelo c’è qualcuno che abbia desiderio di dedicarcisi per anni, decenni, secoli, piuttosto che guarirlo, e che quindi sia giusto che io accompagnando il mio felice e vivo figlio al parco giochi debba inciampare sui loro drammatici monumenti.

Le lapidi sui marciapiedi, per me, sono come il cemento, i guardrail, i cartelloni pubblicitari, i mucchi di spazzatura, la ruggine, i lampioni spenti e divelti, gli scheletri dei palazzi incompiuti, le cacche dei cani non raccolte, le voragini nell’asfalto a ogni pioggia. Una delle tante mercanzie del centro commerciale naturale che ha divorato questo pezzo di terra.

Ma io in questo momento sono molto arrabbiata; Gianni Montieri, invece, è un poeta:

Chiedersi della morte
– un campo coltivato
con cose che non riconosco,
a sinistra di un centro commerciale,
pianura, si direbbe, e case –

domandarselo intanto che la vita
corre in direzione della gioia
– parcheggi, il grigio scuro,
e più in là sbiadito, dell’asfalto,
quattro bambini a caso –

domandarselo e non c’è risposta
nulla che ti riguardi più di questo.

 

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