Non sparate a cazzo sulle bambine

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personale

Esattamente una settimana fa è scoppiato il “caso Augias”.
Per chi non ne sapesse niente, sarebbe meglio guardare prima questo video in cui è registrato come sono andate veramente le cose, così da potersi fare un’idea senza pregiudizi.

Il fatto nudo e crudo è: Augias era ospite al programma televisivo di Giovanni Floris il quale gli ha chiesto che cosa ne pensasse della morte di Fortuna Loffredo, una bambina di sei anni caduta o buttata giù dall’ottavo piano del palazzo in cui viveva nel Parco Verde di Caivano. La magistratura indaga su una probabile rete di pedofilia e sull’omertà e la connivenza di una parte della comunità del posto.

Dopo la risposta di Augias è successo che il mondo (non è mai veramente il mondo, ma solo qualche migliaia di persone) e in particolare il mondo del femminismo, si è diviso fra chi gli dava ragione e chi credeva fosse impazzito.
Io sono tra quelle che crede sia impazzito, ma lo dico ora, a qualche giorno di distanza, perché delle idee è sempre meglio convincersene con calma.

Caivano è un posto di merda, come lo è gran parte della periferia di Napoli. Un posto in cui cammini tra i cumuli di spazzatura, i cani randagi, i motorini che sfrecciano, la droga e il cemento – tantissimo cemento. Impari che comunicare significa urlare e lo fai in ogni occasione: per dire a un amico “vieni anche tu” (Vienaccà!) o per chiedere a tua madre di ascoltarti un attimo (Mammà! Mammà!).
Ma non lo fai nelle occasioni importanti, quelle che servono davvero, come per esempio chiedere aiuto:

Buttate una bomba su questo degrado senza fine oppure veniteci a salvare, ma non lasciateci qui!

Qualche anno fa ho scritto le brevissime didascalie che accompagnavano le illustrazioni di Unchildren, il progetto di Stefania Spanò, alias Anarkikka (mia madre) in cui venivano denunciati alcuni esempi di “infanzia negata”: ossia una serie di cose che succedono nel mondo e che non permettono ai bambini di stare bene. Tra le altre, c’era un’immagine che rappresentava la cultura delle baby-modelle molto diffusa nelle famiglie benestanti degli Stati Uniti.

Questi sono gli elementi dai quali parte il mio personalissimo ragionamento, quello che mi porta a pensare che forse Augias sia impazzito. Ed ecco le dieci cose che voglio dire su quello che è successo, cose che a me sembrano di una banalità sconcertante e che, per questo, quasi mi vergogno di dire. Eppure.

  1. Il caso Augias non è il caso Augias, ma il caso Fortuna.
  2. Se oggi stesso sfollassero Caivano e la radessero al suolo (e con Caivano anche Giugliano, Casoria, Marano, Melito, Arzano, Mugnano, Boscoreale, Cardito, Casavatore, Grumo Nevano, Brusciano, Saviano, Boscotrecase, Mariglianella – tutti territori trattati come ghetti di delinquenza a partire dai nomi, già pronti per insediare un carcere. Provate a dirli: “il carcere di Boscoreale”; “il carcere di Casoria”; “il carcere di Brusciano”) io sarei in prima fila ad applaudire.
  3. Ci sono due tipi di persone che vivono in questi territori: i carnefici e le vittime.
  4. Nessuno è innocente tranne i bambini.
  5. Gli abusi sui minori non hanno mai avuto colore politico, sociale, economico o di razza. Solo culturale.
  6. Per esempio: esiste la cultura cattolico-italiana ed esiste la cultura musulmana. Oggi gli abusi sulle donne sono di meno in occidente che nei paesi musulmani, perché la nostra cultura tenta di ghettizzare questi fenomeni più di quanto faccia la loro (esempio: infibulazione).
  7. La cultura, certo, non è un concetto immobile. Viene influenzato anche dalle condizioni economiche o sociali. Quindi, sì, c’è una casistica maggiore di casi di abuso su minori nelle classi meno abbienti della cultura cattolico-italiana che in quelle privilegiate. Ma è una casistica che riguarda gli abusi all’interno della comunità di appartenenza, e che si ribalta se si pensa che gli italiani sono tra i primi “fruitori” della prostituzione minorile nei paesi asiatici (e in vacanza in Thailandia non ci vanno certo i contrabbandieri di Caivano).
  8. La foto che ritrae Fortuna sorridente è una NORMALISSIMA foto di una bambina di sei anni. Se Augias in diretta televisiva la guarda e si sente di dire: “La guardi bene. Guardi com’è atteggiata, e com’è pettinata, e come sono i boccoli. Questa qui è una bambina che ha cinque, sei anni e si atteggia come se ne avesse sedici, diciotto” il problema è tutto suo. Ma se tante persone gli danno ragione allora è un problema culturale.
  9. Il fatto che Augias usi la statuetta di padre Pio affianco alla fotografia di Fortuna per evidenziare la superiorità morale di chi le statuette di padre Pio non ce l’ha; e il fatto che lui dica che se la madre della bambina (“povera madre, per carità!, tutta la pietà”) sceglie di accostare la foto di sua figlia morta a quella statuetta (dorata!), allora quello è un “segnale” che gli fa capire come “anche lì si fossero un po’ persi i punti di riferimento”, fa dire a me che il suo commento è razzista, stupido e superficiale. E che l’aura analitico-intellettuale con la quale lo avvolge non cambia le cose, anzi le peggiora.
  10. Augias non ha neanche idea di come mi atteggiassi io quando avevo sette-otto anni. E delle foto in bianco e nero che un’amica fotografa di mia madre mi fece un pomeriggio d’inverno dopo aver finito i compiti nella mia cameretta al sesto piano del quartiere Vomero a Napoli, lì dove non c’era alcuna ombra di “stridore” dorato.

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4 Comments

      • Condivido molte cose, forse tutte, del tuo articolo. Ma posso chiederti cosa intendi con questo commento? (io immagino che sia del sarcarsmo, ma forse sono tarda, forse è che è sabato, forse è che la comunicazione è ‘na roba difficile e io sto imparando a chiedere prima di supporre)

        Mi piace

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