immersioni, tecnica
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Immersioni: i tempi verbali in Primo Levi

di Manuela Mazzi

[Immersioni è la rubrica curata dagli allievi di Apnea laboratorio di editing]

 

È rinomata la lucidità con cui Levi in “Se questo è un uomo” narra gli orrori del lager, riducendo il male a una forma di rigore applicativo di portata industriale, che ha generato una spersonalizzazione dell’essere umano. Veicolo di questa testimonianza sono gli andirivieni delle «distanze» che Levi pone tra sé, il testo e il lettore e che rende non solo grazie alle immagini narrative, ma anche – e forse soprattutto – grazie alla lingua. Qui di seguito prenderò in esame l’uso che fa dei tempi verbali nei primi due capitoli.

Il primo, iniziato con l’imperfetto, prosegue con il passato remoto fino a metà dell’ultima pagina per poi chiudere con il presente.

«Senza sapere come, mi trovai caricato su di un autocarro con una trentina di altri; l’autocarro partì nella notte a tutta velocità; era coperto e non si poteva vedere fuori, ma dalle scosse si capiva che la strada aveva molte curve e cunette. Eravamo senza scorta? (…) D’altronde ci siamo presto accorti che non siamo senza scorta: è una strana scorta. È un soldato tedesco, irto d’armi: non lo vediamo perché è buio fitto, (…) Non è un comando, non è regolamento questo: si vede bene che è una piccola iniziativa privata del nostro caronte. La cosa suscita in noi collera e riso e uno strano sollievo».

pag 13, da metà

Il secondo inizia con un passato remoto, passa al passato prossimo e subito salta al presente:

«Il viaggio non durò che una ventina di minuti. Poi l’autocarro si è fermato, e si è vista una grande porta, e sopra una scritta vivamente illuminata (…) Siamo scesi, ci hanno fatti entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo! Il debole fruscio dell’acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo (…)»

pag. 14, il primo paragrafo e l’attacco del secondo

Già nella parte conclusiva del primo capitolo c’è un rinforzo di questa volontà di Levi di portare con sé nel viaggio anche il lettore che, alla pari del narratore nel momento in cui passa dal passato remoto al presente, si ritrova a sobbalzare nel vagone e temere l’ignoto. Ma ciò che riesce perfettamente con questo «gioco d’alternanza» in questo secondo passaggio è la percezione di quanto un viaggio breve possa essere vissuto come lunghissimo, tanto da rilegarlo nel passato remoto, quando ne parla «guardandolo dall’esterno». È come se la parola si facesse corpo, come se il ricordo si materializzasse attraverso una proiezione del reale vissuto dello scrittore.
«Il viaggio non durò che una ventina di minuti» – mette infatti una grande distanza dal prima al qui e ora; una distanza temporale rafforzata dal senso della frase che parla di una breve durata, di soli venti minuti. Subito dopo diventa passato prossimo («Poi l’autocarro si è fermato…»), accorcia le distanze, ma non del tutto: siamo sempre nello stesso giorno, nella stessa ora, quasi. Il passato prossimo dura per il resto del primo paragrafo (tre righe) e per la prima frase del secondo paragrafo, quando a «sorpresa» introduce uno stacco secco, e trascina il lettore dentro al suo presente, riportandolo di nuovo lì con lui, anzi, noi con loro:

«Siamo scesi, ci hanno fatti entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo! Il debole fruscio dell’acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c’è un rubinetto…».

Ma viene dunque violata davvero la «consecutio temporum»? Sembra proprio di no. Al contrario: il risultato lascia intendere che ne rispetti la logica, si può anzi dire che la rafforza. E se è vero che lo scrittore è chiamato a usare la lingua in modo «creativo» per sfruttarne appieno l’efficacia, Levi dimostra che modificare con un senso logico una regola agendo di buona maestria, porta a valorizzarne il passaggio. In buona sostanza, ne potenzia il contenuto.

Simile effetto accade ogni volta che dall’Io passa al Noi.

Se per diverse pagine l’autore trascina dentro il campo i lettori, facendoli diventare la propria ombra, quella che passeggia accanto al suo «io», a un certo punto decide di staccarsi dal lettore, da noi uomini liberi, per diventare parte di «loro»; non più come unicità, ma come totalità d’insieme.

«La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è una proprietà della sostanza umana. Gli uomini liberi danno a questo scopo molti nomi, e sulla sua natura molto pensano e discutono: ma per noi la questione è più semplice».

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