bestiario, critica
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Il mito della politica del ’68, “quella vera”

di Luca Simonetti

In un libriccino di Alain Badiou sul ’68 (Ribellarsi è giusto!, Orthotes, 2018), che peraltro contiene qualche pagina inaspettatamente pregevole, si leggono cose che dovrebbero sorprendere, ma che in realtà non lo fanno, perché le sentiamo ripetere da così tanto tempo da esserci ormai abituati. Esempi:

  • a p.13, Badiou ci spiega che “la politica, quella vera” mira “a cambiare radicalmente il mondo”.
  • a p.15, ci spiega che Daniel Cohn-Bendit è “divenuto oramai… un politico ordinario” (nel ’68, evidentemente, doveva essere un politico “vero”, cioè straordinario).
  • a p.54-55, apprendiamo che il famoso motto sessantottardo “Elections, piège à cons!” non era “un semplice clamore ideologico” ma esprimeva una grande verità: infatti, “dopo un grande mese di mobilitazione studentesca, operaia e popolare senza precedenti”, alle elezioni i gollisti presero una maggioranza anch’essa senza precedenti. Quale sarebbe la grande verità? Uno penserebbe: che le manifestazioni e le mobilitazioni non bastano a cambiare le cose. Macché: per Badiou, la grande verità è che “il dispositivo elettorale non è solo, né principalmente, un dispositivo rappresentativo, ma anche un dispositivo di repressione dei movimenti, delle novità e delle rotture”.

Il curatore, Alberto Destasio, appone una postfazione molto lunga (del resto,come si farebbe sennò a vendere a 14 euro un saggetto di 40 cartelle ordinarie) e che, onestamente, sarebbe difficile definire altrimenti che: ineffabile. Invece di esaminare il testo di Badiou dall’unico punto di vista serio (è o no l’idea di politica di Badiou corrispondente alla realtà dei fatti? È fruttuosa, è feconda, è produttiva?), Destasio si mantiene rigorosamente a un livello di astrazione tale da garantire la totale irrilevanza dei suoi commenti. Vi basti questo piccolo assaggio da p. 105-106:

“La filosofia di Badiou pensa il tipo di prassi che possa articolarsi al di là – il che non vuol dire, deleuzianamente, “in mezzo” – dell’Uno e del molteplice, oltre una co-generazione dell’Uno e del molteplice. È in gioco l’altro grande tema hegeliano delle determinazioni riflessive […] Ci chiediamo pertanto: la teoria dell’evento ha una materialità dialettica? La risposta sarà affermativa se l’evento risulterà da un impasto modale di contingenza e necessità e se la relazione speculativa di Uno e molteplice saprà fondare una nuova figura della prassi.”

E adesso cercate di immaginare le risate che si farebbero Marx e Engels (quelli della Sacra Famiglia e dell’Ideologia Tedesca) se potessero leggere questi spropositi.

Badiou

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