gli editoriali, interviste
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Gli Editoriali. Alice Intelisano (Safarà)

Redattori, social media manager, impaginatori, uffici tecnici, consulenti e ancora altri: sono loro gli Editoriali, persone che lavorano i libri prima che diventino libri. Chi sono, cosa fanno e come lo fanno: una serie di domande per scoprire qualcosa di più sui mestieri dell’editoria.

Alice Intelisano è nata a Pordenone nel 1991, dove vive tuttora. Dopo aver frequentato l’Università degli Studi di Verona, è tornata a Pordenone dove lavora nella redazione della casa editrice Safarà Editore dal 2014.

Come hai iniziato e perché?
Ho sempre voluto lavorare con i libri, ma non ho mai voluto fare la scrittrice: ho sempre preferito la parte dietro le quinte. Volevo imparare come un libro passasse dall’essere un’idea a diventare un oggetto reale. Mi sono accorta in questi anni che non è un processo conosciuto da molti, sono poche le persone che sanno qual è il vero compito di una casa editrice. Per questo ho studiato Lingue per l’Editoria a Verona e ho poi proseguito con la Magistrale in Editoria e Giornalismo.

Come e quando sei arrivata alla Safarà?
Sono arrivata a Safarà nel 2014, grazie a un tirocinio universitario. Era una casa editrice ancora agli inizi, e grazie alla visione della responsabile editoriale Cristina Pascotto, al suo fiuto per capolavori che erano sotto il naso di tutti ma allo stesso tempo nessuno era riuscito a conquistare (penso a Lanark di Alasdair Gray, incredibile come non fosse mai stato pubblicato in Italia!) è riuscita a diventare quella che è oggi. Siamo cresciuti tutti e stiamo costruendo il futuro, insieme. È una delle parti più belle.

Quali sono le tue mansioni, nello specifico?
Lavorare in una piccola casa editrice significa adattarsi e imparare a fare tutto quello che serve, dalla correzione bozze all’impaginazione, a curare i rapporti con i promotori e le librerie a, perché no, anche preparare le spedizioni. La parte più bella è poter seguire tutte le fasi di un libro: da quelle contrattuali dell’acquisizione dei diritti, ad affrontare a volte la traduzione stessa del libro, poi correggerlo, impaginarlo, mandarlo in stampa, creare l’ebook, dialogare con promotori, distributori, librai, gestire i social, il sito. Insomma, tutto il necessario perché il libro sia curato nel modo che merita. A volte partecipo anche alle fiere.

Come si svolge praticamente il tuo lavoro e quali programmi utilizzi?
La pratica del mio lavoro dipende molto dalla fase di vita del libro sul quale stiamo lavorando. Ci sono giorni dedicati in totalità alla correzione di bozze (soprattutto se siamo in ritardo per la tipografia!); giorni che si dividono tra creare materiale per la promozione, come i copertinari con le nostre prossime uscite, e spedizioni a clienti e librerie. Se posso, cerco di dividere la giornata in modo da fare cose diverse, perché dopo quattro ore passate sopra uno stesso testo è impossibile scovare tutti i refusi!
Il programma che utilizzo di più è sicuramente InDesign; a volte Photoshop per le immagini dei social. Poi Chrome per la mail, i social, e il sempre aperto gestionale di Messaggerie Libri; LibreOffice per alcuni testi, ma in ufficio usiamo molto Google Drive, così da poter modificare e condividere in tempo reale i documenti.

Quali sono le risorse (testi, siti o altro) che hai sempre sott’occhio e che ti aiutano durante il tuo lavoro?
La Bibbia del revisore è per noi il sito della Treccani; la Bibbia del traduttore è WordReference. Quando traduco, trovo molto utile Ngram, che analizza la frequenza di utilizzo di una parola nei vari periodi storici. Nella creazione degli ebook sono imprescindibili Sigil e il sito Epub Validator, che mi dà sempre sicurezza. Poi WordPress per la gestione del sito; ultimamente lo stiamo rinnovando per poter inserire tanti nuovi contenuti extra, e sarà quindi da aggiornare sempre più spesso.

Qual è il libro Safarà sul quale hai lavorato con più piacere?
Ho nel cuore i libri che ho anche tradotto; il primo, Panic di Lauren Oliver, ma soprattutto la nostra ultima uscita, Consenso di Saskia Vogel perché ho avuto la possibilità di incontrare di persona l’autrice, che era venuta in Italia per un tour di presentazioni. Il mio libro preferito di Safarà però è Onnazaka di Fumiko Enchi, non solo perché ho una passione per la cultura giapponese, ma perché è un romanzo terribilmente attuale, che tratta il tema del patriarcato con una delicatezza senza pari; è stato un piacere lavorarci ed è un piacere proporlo e raccontarlo alle fiere.

Qual è il libro non Safarà sul quale avresti voluto lavorare?
Proprio in questi giorni sto leggendo Autunno di Ali Smith (Edizioni SUR), un libro che mi sembra proprio “safariano”, come diciamo in casa editrice. Anche La vegetariana di Han Kang (Adelphi) è un altro libro che ci sarebbe piaciuto pubblicare. In generale avrei voluto lavorare su libri che avrebbero dato valore alla visione di Cristina Pascotto e aumentato il nostro catalogo. Non sempre quello che stiamo cercando di raggiungere è di immediata comprensione, e ogni libro che ci aiuta ad ampliare il catalogo nella direzione giusta è un libro su cui mi piacerebbe lavorare. Dal punto di vista della traduzione, invece, vorrei poter tradurre altre opere delle autrici che ho già tradotto, anche se magari non pubblicate da Safarà; traducendo si sente di iniziare a conoscere un’autrice/autore e mi piacerebbe approfondire questa conoscenza.

Qual è la cosa che più ti piace fare del tuo lavoro?
La parte più bella è quando si va in tipografia a prendere un libro appena stampato: mesi di lavoro, concretizzati in un oggetto che puoi toccare, sfogliare, guardare, annusare. Mi piace anche molto impaginare: non vedo l’ora di lavorare al nuovo libro di Alasdair Gray, 1982, Janine, perché sarà una bella sfida dal punto di vista dell’impaginazione, dato che in alcune pagine le lettere e le parole formano delle immagini. Un’altra bellissima sensazione è raccogliere tutto il materiale per la rassegna stampa; da poco tempo il nostro ufficio stampa è la bravissima Serena Talento, che riesce a farci emozionare a ogni articolo con il suo entusiasmo. Le cariche energetiche servono molto, soprattutto quando le difficoltà del mondo editoriale e libraio italiano sembrano insormontabili!

Qual è la cosa che più ti annoia fare del tuo lavoro?
Safarà è una casa editrice che pubblica principalmente narrativa, ma abbiamo anche due collane di saggistica. Revisionare e uniformare le note dei saggi alle nostre norme redazionali non è certo la parte più eccitante del lavoro, ma purtroppo bisogna farlo.

Hai una norma redazionale che applichi a malincuore?
Per fortuna no: essendo arrivata praticamente all’inizio della vita della casa editrice, abbiamo creato le norme redazionali secondo i nostri gusti. Comunque la direttiva più importante per la casa editrice è l’uniformità: se si prende una decisione su come scrivere una determinata parola-citazione ecc. si deve seguirla per tutto il volume. È quello che cerco di controllare di più.

Qual è quell’errore (refuso o altro) che proprio non sopporti?
Ho notato ultimamente, anche se per fortuna ancora non nei libri, una tendenza a scrivere “parola – spazio – virgola – parola attaccata” (quindi: parola ,altra parola); un abominio che davvero non so da dove spunti fuori ma che oramai vedo ovunque, soprattutto nei social, ma anche in molte mail di proposta editoriale o di invio curriculum!

A tuo avviso, qual è la caratteristica più importante per chi fa un lavoro come il tuo?
Ormai il lavoro nell’editoria è, per usare una parola che non mi piace ma che purtroppo si adatta bene alla situazione, liquido: non esistono orari fissi, non esistono confini ben delineati, ma si lavora finché l’obiettivo non viene raggiunto. Quindi le caratteristiche più importanti sono flessibilità, pazienza, voglia di lavorare e di imparare, perché ogni giorno si scopre qualcosa di nuovo: tutte caratteristiche che secondo me si possono avere se si ha una profonda passione per il mondo editoriale.

Consiglia un libro che parla del tuo lavoro e che credi possa essere utile a chi voglia iniziare.
Non tutti gli operatori del ramo editoriale hanno alle spalle studi specifici nel settore, e a volte questo li fa concentrare sul presente e poco sul passato, sulle basi dell’editoria, su chi c’era prima di noi. Io ho avuto la fortuna di poter frequentare una facoltà specifica, che mi ha fatto scoprire, tra gli altri,  La nascita del libro di Febvre-Martin (Laterza) e il temutissimo agli esami Storia degli editori italiani di Tranfaglia-Vittoria (Laterza). Una volta che la base del passato è solida, il presente si impara sul campo.

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