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Cannibali #1: cosa ne pensiamo de “La straniera” di Claudia Durastanti

I libri non sono solo degli autori o degli addetti ai lavori, lo scrive Fortini con parole più belle: le loro opere, sono sempre frutto di collaborazione “tanto nella genesi quanto nel loro consumo”. Cannibali è il gruppo di ILDA che vuole rimettere le persone al centro di questo rituale: non ci sono letture corrette di un libro ma letture verificabili, tutte transitorie: se vuoi partecipare ti aspettiamo qui

CANNIBALI #1: LA STRANIERA

La straniera è il racconto autobiografico (e in parte romanzato) della vita dell’autrice: una giovane donna con due genitori sordi, che ha vissuto in diverse parti del mondo: Stati Uniti, Basilicata e Inghilterra. Il grande battage pubblicitario legato alla presenza del romanzo allo Strega ci ha incuriosito ma ha anche ingigantito le nostre aspettative.  Sono state soddisfatte? In parte.

LA QUESTIONE DEL GENERE

Se la scrittura della Durastanti ha un pregio è quello di prendere obliquamente gli aspetti consueti e renderli nuovi: acume e profondità psicologica sono le radici di questa scrittura che però, attenzione!, ne La straniera è piana, quasi attica. Se in astratto questo è un pregio, nel concreto affidare il motore narrativo all’intelligenza del narratore può diventare un problema: la frammentarietà dell’autofiction non paga laddove la selezione romanzesca degli spunti da narrare avrebbe dato maggiore leggibilità.

GEOGRAFIA DEGLI STRANIERI

È l’autrice che parla:

“Cosa significa essere stranieri? A volte pensiamo che il concetto di straniero è legato a un’assenza di radici. Invece ho pensato: se ci fosse un eccesso di radici, un eccesso di legami, abbiamo delle vite sempre più mobili, ci spostiamo sempre più spesso e questo fa si che creiamo sempre più punti di approdo e attracchi […] invece di mettermi nella prospettiva della straniera senza patria mi sono messa nella prospettiva di chi ne ha tante di patrie”.

Abbiamo letto e apprezzato il concetto traslato di “eccesso di radici”, le immagini potenti della diversità a Londra e il ritorno in Basilicata della Durastanti nelle vesti dell’aliena che arriva dagli Usa, ma anche in quella più paternalistica della “figlia della sorda”. È la sezione più riuscita dell’intero libro: il lessico del cosmopolitismo spogliato delle accezioni più pop e re-inquadrato in quella più inusuale di privilegio e responsabilità.

I LIBRI COME ESCAPISMO

La nostra protagonista è ancora bambina: fa amicizia con un altro bimbo che legge I ragazzi della Via Pal, se lo fa prestare e finge di leggerlo in una sola notte. I libri entrano prepotentemente nella vita della protagonista: sono il pretesto per avvicinare da straniera qualcuno, sono anche una via di fuga. Una lettura non sempre originale di questa passione letteraria, ma articolata in punti che rendono coerente il concetto di diversità che attraversa il romanzo: un nuovo approdo in cui rifugiarsi per trovare il senso del tempo che passa fino alla condizione che aspetta tutti noi: essere stranieri.

POVERI MA POVERI

Il ritornello dell’impoverirsi della classe media qui non viene mai appesantito dai cliché giornalistici o televisivi che lo stanno inscatolando: “la povertà non è solo una condizione sociale, è una malattia che inferisce sul piano biologico, condiziona il corpo in un modo che neanche una futura ricchezza sa come rimediare”. E trattandosi di autofiction, è implicito dire che la classe media è sopratutto il precariato cognitivo: il romanzo lumpen è scomparso da decenni, non saranno i nuovi poveri della city londinese a resuscitarlo, nonostante l’autrice/protagonista li veda da vicino.

THAT’S ALL FOLKS

Le ottime premesse del romanzo ben strutturato e stilisticamente impeccabile, vanno però a sfilacciarsi progressivamente in una serie di pensieri con poca coerenza narrativa, sebbene scritti sempre con acume e pieni di citazioni letterarie e cultura pop. Pensieri comunque legati da un filo troppo sottile: l’autobiografismo. L’autofiction non ha giovato a questo libro, nonostante sia il genere più apprezzato da chi legge e si fa leggere: non tutto si presta all’autobiografia senza distorsioni. Postilla: la copertina de La straniera è favolosa, in un mondo di close-up sul viso, quella donna possiamo solo immaginarla.

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