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Andare a letto con chi scrive

È diventato con il tempo così capriccioso dire di sé stessi “sono un editor”. Un’identità nata già un po’ ridicola a causa della mancata traduzione nella lingua in cui la si nomina, scippata, molti dicono, a chi il mestiere lo certifica all’interno di una casa editrice, e poi trasformata nella foglia di fico sotto cui si celano le esperienze, le capacità, le produttività non misurabili, come sono molte delle cose che un editor fa o non fa.

Chi lo dice di qualcuno che è un editor? Chi lo dice che io sono un’editor? All’inizio nessuno, me lo dicevo da sola. L’ho detto la prima volta quando ho aperto questo sito e ho giurato di poterlo dimostrare, e poi al primo autore/cliente che ha richiesto il mio aiuto per scomporre e ricomporre una storia, al primo scrittore pubblicato o anche pubblicabile-in-potenza che mi ha affidato la sua opera. Sono un’editor perché leggo bene, so come si fa, riconosco la scrittura, so aiutare a governarla.

Al ridicolo di non avere un nome appropriato si aggiunge quello per cui non ci si può certo definire “artisti”. Si può tentare con “creativi”, ci si può imporre di dichiarare, in barba alle sindromi dell’impostore: ho talento. Resta che il talento non è certificabile come un albo professionale. Si può dire: ho esperienza, ma nel caso del lavoro indipendente l’esperienza non è assolta in un ufficio con la targhetta sulla porta. Di quello che faccio come editor niente è immediatamente riconoscibile. Niente sta lì a dimostrare che io lo faccio.

Eppure c’è. Ci sono i risultati: i clienti soddisfatti, i romanzi migliorati, le pubblicazioni, i ringraziamenti finali, il passaparola. Cose belle, che però dipendono tantissimo dagli altri (è soddisfatto ma lo dirà in giro? il romanzo è migliorato ma se n’è accorto? ha pubblicato ma si ricorderà del tempo in cui ci abbiamo lavorato?) e che, come tutto ciò che della propria vita è in balia dell’altro da sé, procurano ansia, frustrazione, alle volte vera e propria tristezza. Le relazioni umane sono complicatissime e sapere di esserne dipendente può fare spavento. A me lo fa.

Alle strane condizioni oggettive ci sono da aggiungere, nel mio caso, quelle che mi procuro da sola, lungo la strada alternativa nella quale mi sono incamminata fin dall’inizio. La mia formazione non è linguistica e mia serietà vuole che nell’accordo per gli editing non ci sia la correzione di bozze; non è redazionale, e questo significa che non ricerco, forse addirittura non mi piace, l’approccio che entra nel testo a cambiare la frase, che barra “il superfluo”, esalta l’apodittico, costruisce il capoverso isolabile e condivisibile.

(Finisco comunque per fare entrambe le cose: leggo analiticamente da così tanto tempo che ho assimilato le regole di grammatica e sintassi come un bambino che impara naturalmente la lingua e, anche se fuori accordo, non mi trattengo dal correggere; accompagno i testi molto spesso fino alla fine, fino a un attimo prima che entrino in casa editrice, e quindi la frase la giro eccome. Ma l’editing non è questo, per me. Non è questo il mio editing.)

Come tutti, ho cominciato scrivendo. Confondevo il mio interesse per la lingua scritta (non tanto per le storie, la consapevolezza verso le storie è venuta dopo) con la passione per lo scrivere. Ho capito molto presto, saranno stati un anno o due – un anno o due in cui ho scritto solo un paio di racconti, qualche pezzo sparso, qualche poesiola, e già lo scrivere così poco anticipava e dimostrava la verità – che scrivere non mi appassionava affatto.

Non mi diverto, mi annoio molto. Non sono determinata, e ogni cosa che comincio finisce a pagina due, e ogni cosa che penso, resta una cosa pensata, un dialogo tra me e me. Non ho fantasia, di nessun tipo: non so giocare, non so inventarmi storie, non so figurarmi personaggi. Non mi interessa vedere dove va a finire (non mi interessa neanche come lettrice). Non ho nulla da dire, e non perché io sia stupida o vuota, spero di non esserlo, ma perché il movimento della mia giornata, della mia vita, non è verso gli altri, è verso di me.

La scrittura mi interessa perché prende vita, la vedo che si sviluppa sotto i miei occhi, un attimo prima il paragrafo non c’è, non c’è la scena risolutiva, non c’è la verità che luccica, e un attimo dopo ecco tutto lì: il paragrafo, la scena, la verità, la mia esistenza. Io la leggo e quello che leggo mi costruisce, mi spiega, in qualche modo mi salva. Ogni passo verso la salvezza, che è la mia ricerca primaria fin dall’infanzia, mi porta lontano dalla sedia, dalla scrivania, dalla solitudine: può sembrare molto superficiale, e forse lo è, la dicotomia scrivere/vivere, ma con me funziona: io non ho tempo per scrivere, ho troppo bisogno di vivere.

Quando leggo, mi ritraggo dal mondo fenomenico. Porto la mia attenzione “all’interno”. Paradossalmente, mi rivolgo all’esterno, verso il libro che ho tra le mani, e – come se il libro fosse uno specchio – ho l’impressione di guardare all’interno.

Che cosa vediamo quando leggiamo, Peter Mendelsund, traduzione di Maria Teresa de Palma, Corraini 2020

Dunque leggo. Non si può dire che leggere crei opere d’arte, ma leggere è sicuramente un atto di creazione. Il movimento mentale, visivo, semantico, simbolico, a cui la lettura costringe produce nuove visioni e significati, addirittura nuove politiche, si potrebbe dire nuove storie e lingue. Più addestri questo atto creativo inizialmente involontario, più l’attività di leggere, che in molti scambiano per comportamento passivo, diventa invece un gesto consapevole e strutturato, in grado di significare (nella lettura e basta) e dare direzione (nella lettura per l’editing).

Qualsiasi configurazione letteraria indica allora qualcosa come una pista da seguire, un fraseggio all’interno della nostra esistenza. Per osservare meglio questa dinamica bisogna considerare la lettura come un comportamento o una condotta più che come un decifrare. Un comportamento «dentro» il libro: è questione di attenzione, percezione ed esperienza, un percorso mentale, fisico e affettivo all’interno di una forma linguistica.

La lettura nella vita, Marielle Macé, traduzione di Marina Cavarretta, Loescher editore

Come ho già raccontato, la scuola in cui avrei desiderato imparare a fare editing non esisteva, e io sono scettica, esigente, probabilmente snob: mi fido poco e voglio il meglio. Quindi ho imparato frequentando corsi collaterali (scrittura creativa, sceneggiatura, poesia), rubando (da tutto quello che i libri e la rete mi davano a disposizione), testando (su tutti quelli che avevano qualcosa di scritto), dandomi dei maestri (i maestri esistono per forza, a volte lo sono a loro insaputa, a volte vengono rinnegati, ma nessuno di noi può dirsi figlio senza padre). E così, un po’ voilà, ho fatto dell’editing il mio mestiere.

Nel tempo trascorso tra le prime prove e l’oggi intatta è rimasta l’impronta maieutica che sostengo. La mia convinzione è che non debba essere io a cambiare un testo, e, vi dirò, che non debba essere nemmeno l’autore: i testi si evolvono da sé. Ogni testo ha infinite vite al suo interno, strutture, forme, direzioni, scelte. Per compiersi ha bisogno di grattarsi, sbucciarsi ed espellersi e l’unica strada è la selezione. Cosa c’è dentro, cosa rimane fuori. Perché perché perché. Leggere e scrivere sono due gesti da attivarsi sempre con le domande in testa, e con un’estrema attenzione nell’ascoltare le risposte.

Alle volte queste arrivano perché lo scrittore ha una buona idea, gli viene rileggendosi, e decide che, no, non è il punto giusto per dare quell’informazione oppure che, sì, il personaggio deve dire quella cosa lì adesso, proprio adesso. Alle volte succede perché l’editor nota un oggetto ricorrente, una tonalità, un’immagine che fa capolino più volte, lo fa notare allo scrittore, lo convince della coerenza sistemica, a quella prima tinta vengono aggiunte sfumature progressive, e il testo prende una nuova direzione, acquisisce un tema che prima mancava.

In entrambi i casi il testo è stato manipolato perché lo ha permesso, perché in controluce sia l’idea dello scrittore che la tonalità intravista dall’editor c’erano già. La qualità e la riuscita della manipolazione sono un discorso a parte, si collocano sulla scala di giudizio che esiste per ogni cosa sulla terra. Ma quello che si vuole dimostrare, e cioè che ogni testo ha al suo interno una vita che prende strade non ancora battute ma tracciate, è dimostrabile. Si può fare la prova con qualsiasi pagina, dalla prima fiaba di un bambino alla pagina de-fi-ni-ti-va di un autore da anticipi a sei cifre (o povero, ma incensato dalla critica).

Nella varietà delle esperienze sui testi, che va dalle mani nei capelli allo giubilo e meraviglia, io mi colloco sempre nel luogo dove abita la curiosità, e onestamente potrei dire anche il pettegolezzo. Mi piace guardare, in qualunque caso. Quando lavoro con i principianti fare editing è cercare di migliorare il più possibile le loro storie: scavo, avventura, combattimento, risalita. Quando lavoro con i professionisti e soprattutto con gli autori della United Stories, e cioè quando lavoro convintamente e immersivamente a testi scritti da autori che mi affascinano, provo altro sentimento: gratitudine, mistero, aspettativa, romanticismo, possessione.

In entrambi i casi – anche se in maniera più evidente e avvolgente nel secondo, e comunque con una gradualità, una predisposizione, un approccio, un obiettivo e una riuscita sempre diversa da testo a testo – fare editing è la mia personale forma di erotismo. Una forma tanto desiderata e attesa, costruita come uno strumento di chirurgia, il correlativo oggettivo del mio amore per il mondo, nonostante tutto. Ed è soprattutto uno studio nascosto: l’osservazione dei gesti di quando si è nudi, di quando ci si annusa e ci si seduce.

Ogni volta che edito, vado a letto con chi scrive. Donne, uomini, più giovani di me o molto più anziani. Non è fare l’amore: non è affetto, spesso non è neanche dolcezza, non ci sono preliminari, non si condivide il sonno. È uno specifico genere di intimità, circoscritto, temporaneo. Pari forse a quello che si instaura con un medico: nel suo studio due volte l’anno, lui non sa niente di te, del lavoro, dei litigi a casa, non sa dove abiti, se sai nuotare, qual è l’ultimo viaggio che hai fatto. Conosce solo ciò che appartiene al suo campo di competenza: il corpo/la scrittura; l’operazione all’utero/il romanzo rifiutato: nascondimenti preziosissimi e solo vostri.

I dettagli, le confessioni, le sporcizie e i fallimenti, gli ardori e le guarigioni: la scrittura è un’emanazione del corpo dell’altro, che io osservo. Capita che gli autori mi chiedano “Come hai fatto a capire quello che voglio? Come comprendi i miei timori prima che li esprima?” e io non ho saggezza a illuminarmi, lunga esperienza da sciorinare e ferro del mestiere da affilare: mi sono solo messa a guardare, ho letto le loro parole, li ho visti attraverso quelle che hanno scelto, quelle che hanno corretto, come hanno deciso di correggerle.

Dei personaggi di un romanzo, si dice che si rivelano al lettore nel momento della scelta: sulla scena compare il classico evento traumatico, mettiamo un incendio, e ogni personaggio ha una reazione specifica (chi scappa, chi accorre in aiuto, chi cerca di salvare il salvabile) che lo svela, lo denuda. A me succede con gli scrittori: mi si palesano per le scelte che compiono. Li vedo nudi quando leggo le loro prime stesure, e li vedo nudi quando ripensano a una scena o a una frase, e li vedo nudi quando accettano o protestano per i miei suggerimenti. Non ho bisogno di incontrarli dal vivo, di toccarli, di conoscerne le famiglie: la loro scrittura ci rende complici in una maniera che prendendo un caffè insieme o frequentandoci alle feste non potremmo mai provare.

Quello che so della dinamica scrittura/editing è che è una lotta impari: io non mi spoglio come fa chi scrive, non potrei mai. Sono consapevole di questo squilibrio e tratto il privilegio toccando la scrittura con tutto il rispetto di cui sono capace, che non vuol dire non criticarla, non metterla in discussione, o addirittura, in alcuni casi, biasimarla. Se così fosse il mestiere non avrebbe senso, non avrebbe senso il rapporto scrittore/editor, meglio chiudere tutto.

Dalla mia ci metto l’onestà, perché non dirò mai di un testo quello che non penso, l’abnegazione, perché il testo è sacro e viene prima di ogni cosa, anche di idiosincrasie e antipatie, la riservatezza (essere un’editor è un po’ essere un’agente segreto), la cura, il perfezionismo, il desiderio e la sfrontatezza di far emergere ciò che credo meriti di emergere. E poi ci sono io: il taglio di sguardo, la specifica sensibilità, il bagaglio. Di bravura e talento devono sempre essere gli altri a parlare per noi. Ho del coraggio: questo lo posso dire. E a voler guardare, nudi sono anche alcuni pezzi di me.

foto di copertina di logan weaver su Unsplash

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