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Un “writers’ writer”: intervista a Raul Montanari

Raul Montanari ha pubblicato sedici romanzi e ha appena finito di scrivere il diciassettesimo. Ha pubblicato tre raccolte di racconti, una di poesie con Aldo Nove e Tiziano Scarpa, una di testi teatrali e il saggio Il Cristo zen. Vive a Milano, dove tiene dal ‘99 corsi di scrittura creativa. Camilleri lo definì “un noirista mistico”. Ha detto in un’intervista: Il libro è come il sogno. Il sogno prende pezzi di realtà e li dispone in un modo sorprendente e nuovo.

Murakami racconta, nel suo Il mestiere dello scrittore, di aver deciso, o forse meglio ‘sentito’ che sarebbe diventato scrittore durante una partita di baseball. Raccontaci quando hai deciso che saresti diventato scrittore.

Sai che non è facile rispondere a questa domanda? In realtà, come capita a molti, ci sono stati diversi momenti nella mia vita in cui ho avuto questo desiderio; poi succedevano altre cose, arrivavano altri pensieri e occupazioni, e poi di nuovo il miraggio della scrittura. Ho capito che la macchina era partita solo quando ho firmato il primo contratto per un romanzo, più di trent’anni fa; e il bello è che mi sbagliavo perché pubblicare un libro, di per sé, non significa nulla, ma per fortuna poi sono arrivati il secondo e i successivi.

È più divertente però tornare alla prima volta in cui ho immagino di poter diventare uno scrittore: credo sia stato in terza media. Su un’antologia scolastica ho trovato un racconto di Poe, La maschera della morte rossa. Era il mio primo Poe (neanche il migliore, direi oggi) e ricordo di avere letto e riletto quel racconto, di averlo scomposto e analizzato, per quanto potevo, cercando di capire perché mi piaceva così tanto.

È stata la prima cosa “da scrittore” che ho fatto, e curiosamente è stata anche la prima cosa da futuro maestro di scrittura, nel senso che non mi stavo accontentando delle emozioni ma mi ponevo il problema tecnico di come crearle.

Tutti pensano agli scrittori esordienti, cui servono mentori, e c’è sicuramente uno scrittore che ti riconosce come tale. Ma forse anche agli scrittori famosi serve qualcuno cui ispirarsi. Escludendo Kafka, Poe e Busi, c’è qualcuno che ti guida quando le acque sono scure?

Be’, diversi autori italiani pensano di dovermi qualcosa e questa è una delle gioie della mia vita. Non ho mai venduto uno sfracello di copie, giusto quante bastavano perché i miei editori fossero contenti; sono piuttosto un writers’ writer, nel senso in cui si dice che uno è un musicians’ musician: un musicista amato dagli altri musicisti.

Per rispondere alla domanda ti dirò che quando sto per scrivere qualcosa di nuovo cerco, di volta in volta, di accompagnarmi con la lettura di un autore in sintonia, soprattutto di stile, con il mio progetto. Mi è capitato con diversi scrittori: per esempio John Barth, Dürrenmatt, Graham Greene, Moravia.

Abbiamo parlato di mentori nella scrittura, ma tu sei anche un insegnante di scrittura creativa. Hai un mentore anche per l’insegnamento?

Come insegnante vero e proprio si può citare solo Giuseppe Pontiggia, anche se curiosamente non ci siamo mai incontrati di persona. Senz’altro Busi, che mi teneva al telefono vere e proprie lezioni di scrittura fra il ’91 e il ’93.

Poi ho imparato tantissimo dalle riflessioni di alcuni grandi autori sulla propria opera, in particolare dai Taccuini di Henry James, un testo addirittura stupefacente sotto questo aspetto. Peccato che da anni sia pressoché introvabile.

Olivia Laing ha parlato diffusamente, nel suo bellissimo Viaggio a Echo spring, del rapporto di alcuni scrittori con l’acqua (e l’alcol). Carver, Cheever, Hemingway hanno avuto questo rapporto particolare con l’acqua e in particolare con la pesca. È evidente che c’è un rapporto tra questa attività e quella dello scrivere. Anche tu sei un pescatore. Secondo te cosa lega queste due cose?

Possiamo aggiungere Cognetti (altro mio ex allievo! Ma aveva seguito solo alcune lezioni estemporanee) che ha scritto un saggio molto bello intitolato A pesca nelle pozze più profonde. Ma altri ancora, come Chesterton.

Sai, la pesca può sembrare un’attività frivola, e molti appare addirittura una forma di maltrattamento degli animali, ma in realtà è un’immersione mozzafiato non tanto nella natura, quanto in noi stessi. L’acqua, il liquido amniotico, il seme che scorre… e poi i pesci sono le creature che Alice incontra al di là dello specchio, vivono in questo mondo misterioso e rovesciato rispetto al nostro. La pesca dà sensazioni così intense che a volte può fare perfino paura. Se è vero che il lettore legge sempre se stesso, anche il pescatore pesca se stesso.

Parliamo un attimo della gestione del tempo. Patricia Highsmith racconta, nel suo Come si scrive un giallo: Molte volte al mattino, dopo aver aperto la posta, mi concedo qualche minuto di angoscia e di protesta soffocata; poi dedico l’ora seguente (…) ad affrontare i guai. Quando sono certa di aver fatto del mio meglio (…) mi alzo dalla scrivania e fingo di non essere io, di non avere problemi, che l’ora precedente non sia mai realmente esistita, perché devo riuscire a pensarmi vergine e priva di preoccupazioni di qualsiasi tipo per mettermi a lavoro. È molto bello questo sdoppiamento della personalità. E visto che sei uno scrittore, che insegni e che ti impegni anche molto a correggere i compiti dei tuoi allievi, raccontaci come gestisci il tuo tempo. Anche tu fai finta di non essere te stesso?

Hai citato un passaggio indimenticabile di un libro straordinario di una delle più grandi scrittrici del Novecento: più di così! È senz’altro vero che la scrittura è un’attività che si basa su un’astrazione dalla vita reale, nel senso che consiste nell’immaginare un mondo che è sì fatto di pezzi di realtà, ma non è quella realtà lì – le pareti della tua stanza, il telegiornale di oggi, il cane che abbaia in cortile. Questo fra l’altro crea molti problemi nei rapporti con chi ti sta vicino: spesso mi domando come faccia uno a scrivere vivendo in famiglia, e non a caso io una famiglia non l’ho mai avuta.

Quanto alla gestione del tempo, una cosa che ho notato fin da quando ho cominciato è questa: se uno vuole scrivere il tempo lo trova. Sembra una banalità, invece è un prodigio che si ripete ogni volta. Quando non scrivi, ogni giorno arrivi a sera con la sensazione di aver fatto un sacco di cose e ti domandi come sarebbe stato possibile infilarci in mezzo anche tre o quattro ore di lavoro a un romanzo. Ma in realtà, quando il momento di scrivere il romanzo arriva, è come se la giornata si dilatasse e queste ore di scrittura si insinuano, sgomitano, si fanno largo. Il loro spazio se lo creano da sole.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi scrittori?

Alcuni sono fra i migliori amici che abbia mai avuto, con altri ho rapporti cordiali, basati su stima e anche simpatia personale. È vero però che un po’ di invidia professionale c’è sempre. Per esempio, se sei amico di uno scrittore e lui di colpo ottiene un grande successo è difficile che il vostro rapporto non subisca qualche conseguenza. Il successo, e il potere che ne deriva, tende a creare un problema sia a chi ce l’ha sia a chi non ce l’ha, alza una barriera fra le persone e rischia di svuotare di autenticità i rapporti. Non è sempre così, ma spesso sì.

Poi c’è tutto un esercito di scrittori che considero persone spregevoli, esattamente come posso disprezzare o detestare chi fa qualsiasi altro mestiere nella vita, impiegati o calciatori o informatici, quando la loro qualità umana è scadente… ma che questi siano scrittori la considero un’aggravante. Tutto nasce da una scoperta che ho fatto all’università, in particolare a Lettere Classiche (io ho due titoli accademici ma questo è stato il più importante, di gran lunga): vedevo alcuni docenti, parlo di professori e di assistenti, che a lezione mi guidavano lungo percorsi meravigliosi di bellezza, di profondità, di conoscenza, e che fuori dall’aula si trasformavano, sotto i miei occhi sbalorditi, in creature viscide e schifose. Sparlavano l’uno alle spalle dell’altro, avevano atteggiamenti meschini, approfittavano del loro ruolo per portarsi a letto qualche povera studentessa. Lì ho scoperto, appunto, che non è detto che la cultura nobiliti sempre. Ci sono persone che sembrano impermeabili alla forza della bellezza, del pensiero, della parola, perfino quando si tratta dei loro pensieri e delle loro parole.

Una domanda alla Marzullo: di interviste ne hai fatte centinaia, c’è qualcosa che nessuno ti ha mai domandato e che invece avresti sempre voluto dire?

Mah, per esempio nessuno mi ha mai domandato se quando scrivo sono felice. La risposta è no. Io sto molto male mentre scrivo, proprio per la combinazione fra i due stati emotivi di cui abbiamo parlato sopra: un’immersione eccessiva in me stesso, anche in regioni della coscienza che mi spaventano, e un senso di sovraeccitazione e straniamento dalla vita reale.

Devo dirti però che conosco autori che nell’atto dello scrivere provano invece sensazioni di pienezza e di gioia, quindi queste sono reazioni individuali. Per esempio ricordo che durante un viaggio in treno, quasi vent’anni fa, Tiziano Scarpa tirò fuori il computer, cominciò a digitare, e sorrideva. “Cosa fai?” gli chiesi. “”Sto scrivendo quel racconto che ci ha commissionato la rivista, quello che tu hai già finito prima di partire.” “E perché sorridi?” “Perché mi piace scriverlo.” Non dimenticherò mai quel sorriso.

Racconti che Strane cose domani è nato da un evento strano e imprevisto realmente accaduto. Come ti comporti nei confronti del rapporto realtà/finzione? Quali sono le qualità che un elemento del reale deve avere per entrare a far parte della finzione di un tuo romanzo?
Deve interessarmi. Cioè devo avere l’impressione che abbia un potenziale narrativo, il che è una cosa diversa dal piacermi.

Per capirci: immagina che incontri per caso una persona che trovo sgradevole, ma di una sgradevolezza appunto interessante. Perché rappresenta un tipo umano molto marcato, poniamo, oppure perché si incastra alla perfezione in un disegno di trama che avevo già in mente. Ecco, non avrei nessun piacere a stare in compagnia di questa persona nella realtà; ma nelle pagine potrà diventare un personaggio.

In generale la regola, come sai, è che quello che chiamo potenziale narrativo sia un potenziale conflittuale. Guardo un paesaggio e penso: che conflitti possono nascere qui? Chi sarà nemico di chi? Oppure spio un amico, un vicino di casa, e mi domando: che battaglia sta combattendo questa persona? Contro cosa, contro chi? 

Cosa stai leggendo adesso?

Pacific Palisades, un bellissimo racconto in versi di Dario Voltolini. Voltolini è proprio uno degli amici scrittori di cui parlavo sopra. È importante però precisare che sono tutte amicizie nate anzitutto dalla stima. L’affetto può venire dopo, con la conoscenza personale, ma prima ci dev’essere l’ammirazione per le pagine.

È un immenso conforto incontrare una donna o un uomo che ti hanno regalato qualcosa di importante con la loro scrittura e scoprire che sono anche persone adorabili. Dario è nella mia top ten di tutti i tempi, sotto questo aspetto.

Grazie.

A te e a voi!

4 Comments

  1. Rosemary says

    Intervistare Raul Montanari è un bel traguardo. Domande interessanti: si vede che dietro ci sono tante letture e professionalità

    "Mi piace"

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