lettura, non prenderla come una critica
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Non prenderla come una critica – Le ripetizioni di Giulio Mozzi

di Luigi Loi

Giulio Mozzi esordisce a sessant’anni col suo primo romanzo Le ripetizioni, un po’ come fece Gesualdo Bufalino con La diceria dell’untore (anche quello fu un libro riscritto per anni, pensato a lungo, esorbitante).  Ma Mozzi non esordisce – visto che lo ha già fatto nel ’93 con la bellissima raccolta di racconti Questo è il giardino – semmai si ripete: cambia formato e passa al romanzo, incastonando sempre dei racconti in una cornice narrativa. Questa cornice è il protagonista, Mario, “un uomo che inventa storie, modifica la realtà, non è interessato alla verità, né sulle cose né sulle persone […] vuole sposare Viola ignorandone la doppia, forse tripla vita. Anni prima è stato lasciato da Bianca, subito prima che nascesse Agnese, che forse è sua figlia e forse no. È succube di Santiago, un ragazzo dedito a pratiche sessuali estreme, e affida alle fotografie la coerenza e consistenza della propria vita”. È impossibile riassumere meglio il romanzo, perché l’infinita frammentazione della struttura narrativa mette in crisi l’esigenza difensiva del lettore di dare una linearità alla vicenda, uno svolgimento e una conclusione. Ma, come ho scritto, è la vita di Mario che come ogni vita si ripete in modo circolare attraverso i giorni, talvolta avventurosamente, più spesso illogicamente: non solo non sa dare concretezza alla memoria, ma nemmeno alle cose. La ricerca di ordine del lettore, continuamente frustrata ne Le ripetizioni, è parte dell’esperienza e, confesso, mi ha messo più volte a disagio conoscere così in profondità il cervello di Mario, osservare lateralmente quanto la nostra, di vita, senza intreccio – senza narrazione verrebbe da dire –  ha qualcosa di mostruoso nella sua ripetitività. Forse per questo, ogni tanto, abbiamo bisogno di storie. O di riguardare una vecchia foto.

Mario non ricorda. Quello che ricorda benissimo è di essere stato lì, nello stanzone che ora guarda nella fotografia, con tutta la sua classe […] e di essersi seduto dentro la macchina per le fototessere. Lì, su quella parete ingombra di strisce di fototessere che ora guarda nella fotografia nella rivista, potrebbe essere incollata anche la sua striscia. Quattro pose diverse. Come tutti, come quasi tutti, Mario fa le smorfie. (Le ripetizioni, pg, 29)

Il punto di vista di Mario

Non ricordo più chi lo disse, ma grossomodo tutte le narrazioni – dalle barzellette all’epica – sono vincolate a delle precise connotazioni pronominali: la terza e la prima persona, raramente alla seconda persona, rarissimamente alle persone plurali (su due piedi mi vengono in mente soltanto Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni e Dalle rovine di Luciano Funetta). Insomma: ci sono dei precisi punti di vista (la voce del dio Tolstoj, la voce di Humbert Humbert di Nabokov, Zeno Cosini di Svevo etc. etc.) che vincolano la narrazione a chi la narrazione la sta raccontando. Fatte queste premesse di forma, chi è il narratore de Le ripetizioni? Gli amici del bar? “Noi, naturalmente, sennò non saremmo qui a raccontarvi la storia” ( pg, 135).

Ma questo indizio non porta molto lontano, il narratore di questa storia è imprendibile: è un lui, poi sé (stesso; su questo tornerò più avanti), lei, sé (stessa) etc. etc. Mettere insieme più voci narranti, tanti “ii” che parlano sovrapponendosi polifonicamente, lo confesso ancora una volta, ha frustrato il mio gusto di lettore, che non interessa ovviamente a nessuno, ma che spero sia opportuno segnalare prima di spiegare quello che sto per scrivere: la vicenda sembra movimentata, ma movimentato è solo il montaggio. Alla fine del romanzo ho letto di Mario così tante cose che la vicenda è affogata o, al contrario, illuminatissima. Appunto, questione di gusti: non si può negare che Le ripetizioni abbia una struttura formale impeccabile, che sa tendersi al momento giusto per creare suspense e curiosità, alla maniera di certi racconti di Italo Calvino: sembrano scappare in tutte le direzioni, ma in realtà fanno correre molto solo chi li legge. Chi acquisterà Le ripetizioni avrà modo di notare un altro particolare: l’indice dei capitoli. La maggior parte dei capitoli costituiscono delle sequenze, veri e propri romanzi all’interno del romanzo stesso che scardinano la linearità generale della vicenda, quasi a invitare i lettori a costruirsi da sé la propria ripetizione: è uno dei tanti bluff letterari di Mozzi, ma racconta pure la fallibilità della memoria e la sua composizione modulare quando si fa scrittura.

Il punto di vista di Giulio

Non solo gli “ii” si moltiplicano in questo romanzo, ma anche i generi. A titolo di esempio riporto solo questo di marca autofinzionale, quando Mario descrive un’altra fotografia,


in bianco e nero, scattata durante un Salone del Libro, a Torino, da Basso Cannarsa, un fotografo specializzato in scrittori. Mario indossa una giacca di buon taglio ma troppo grande – doveva essere blu, ricorda – sopra una polo a righe – rosse e blu scuro, nel ricordo –; i capelli sono un po’ lunghi sul collo, il viso è leggermente rivolto alla destra di chi guarda, gli occhi sono puntati all’obiettivo, leggermente strizzati, quanto basta perché si vedano le zampe di gallina. Il sorriso a bocca chiusa esalta le rughe dette, per l’appunto, del sorriso. (Le ripetizioni pg, 340)

Qui più che altrove s’intuisce quanto Mario sia stato pensato sul calco di un certo Giulio Mozzi storico e pubblico, un gioco che troverà il sicuro entusiasmo degli estimatori dell’autofiction, che certi particolari dell’inside joke sapranno sicuramente cogliere. Eppure quest’interpretazione potrebbe essere smentita facilmente dalle stesse parole dell’autore, che tra storie vere e finzionali non ha mai trovato grosse differenze, poiché “tutte, essendo raccontate, sono diventate fiction” (Fiction, 2001). E mi sento di concordare pienamente.

Il male privato

Nel 1998 la raccolta Il male naturale di Giulio Mozzi fu letta anche dal deputato della Lega Oreste Rossi che annunciò “una precisa interrogazione parlamentare […] per bloccare chiunque pubblicizzi cose del genere” (sic!). L’onorevole ribadiva involontariamente quanto sia scandaloso il male pubblico e non invece e soprattutto il male tout court. Non so come andò a finire, ma anche dentro Le Ripetizioni, la vicenda tra Santiago e Mario, ha qualcosa di estremamente violento, persino demoniaco. Si tratta a mio avviso di altissima intensità narrativa: la mostruosità è costruita per accumulazione, l’eccesso sessuale è eccessivo quanto e forse più che nell’Opus Pistorium di Henry Miller. Ma se Miller giocava col romanzo picaresco, Mozzi molto più seriamente sembra fare una dichiarazione: se “il male è naturale, c’è e non ha a che fare con la colpa”, è anche vero che si può scegliere, limitatamente, se abiurarlo o accoglierlo. Ricapitolando, se la vita – per dirsi tale – ha bisogno d’intreccio, una descrizione realistica non può sfuggire al lato intrinsecamente mostruoso e malvagio della vicenda. Le ripetizioni di Mozzi fanno e ricordano anche questo, grazie e soprattutto al livello privato della storia, cioè, nel momento in cui si spengono le luci e nessuno guarda.

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