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Il giglio d’acqua – Prima e dopo l’editing

A seguito della nostra call per Apnea scuola di lettura e editing abbiamo ricevuto circa 60 romanzi. La redazione narrativa e Francesca de Lena li hanno letti e hanno scelto quello su cui lavorare per l’editing gratuito. Dopodiché hanno selezionato altri 5 romanzi, i cui primi capitoli pubblichiamo ora sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva.


Questo è il quinto e l’ha scritto Ivana Librici. L’autrice ha proposto un testo caratterizzato da una trama complessa e narrata utilizzando diversi piani temporali. In editing abbiamo cercato di lavorare soprattutto sul ritmo, scegliendo di alleggerire alcune immagini per permettere una maggiore emersione degli elementi più importanti e di rendere il racconto meno frantumato da un punto di vista sintattico.


La storia: Ada e Nancy, cresciute come sorelle in Bolivia.
Paula, figlia adottiva di Ada e figlia naturale di Nancy, incinta.
Tre donne alle prese con il mistero della ciclicità della vita, il significato della maternità e dell’appartenenza ai genitori, a un Paese, a un popolo e alla sua storia.


Il giglio d’acqua, 1° capitolo (versione originale con note di editing)

di Ivana Librici

Una spiaggia sul Tirreno. Tra Liguria e Toscana.

Sono accovacciata sulla riva, le ginocchia strette al petto. Una boa mi galleggia davanti. Allungo le gambe e mi guardo le caviglie. Sono asciutte, delle strisce grigie di sabbia ci ricamano sopra linee ondulate e asimmetriche. Provo a spolverarle con le mani ma i granelli sono attaccati bene. Il mare è calmo. Solo un accenno di risacca riesce a lambirmi le dita dei piedi. Mi alzo e metto i piedi in acqua.

Cammino sul bagnasciuga. Il fondale non è limpido. Mi allontano dalla battigia e sento le alghe che mi sfiorano la pelle. Sono infiorescenze di posidonia. Più mi addentro e più ne sento il groviglio. Sollevo una gamba per volta per districarmi.

Quando guardo verso l’orizzonte mi accorgo che la superficie marina è piatta. Ora la boa è ferma davanti a me. Penso a come fare per raggiungerla. Non so perché ma la voglio avvicinare. C’è un ramo che galleggia accanto a me. Lo raccolgo. È strano ma con quello riesco a toccare la boa. Non pensavo che fosse così vicina. Attraverso la punta del ramo sento una consistenza che non mi aspetto. Qualcosa di morbido e pesante. Non riesco a smuoverla, è ancorata, e allora mi avvicino io. Sono immersa fino al petto quando vedo i capelli a pelo d’acqua. Vedo anche il cappotto. Ho più coraggio, stavolta, e afferro Nancy dai fianchi per girarla. Voglio vederla in faccia per l’ultima volta.

Il volto affiora pallido, virgineo. Solo una lieve sfumatura bluastra lo trasfigura. Lo accarezzo per spostare i capelli che ancora lo coprono in parte. Ha gli occhi aperti, adesso. Sono azzurri. Non è Nancy, allora, non può essere lei. Sono gli occhi azzurri di Paula. Mia figlia. Nostra figlia. Le slaccio il cappotto per vederla meglio. Il busto è nudo. I seni sciolti sono ninfee che si adagiano sul ventre rigonfio, una rotondità che spunta come un pallone sull’acqua. È quello la boa che credevo di vedere da lontano. Voglio trascinare Paula verso riva. Lo voglio disperatamente. Ci provo con tutte le mie forze. Ma non riesco a muovermi di un millimetro. I miei piedi sono ancorati sul fondo da una matassa di alghe che mi trattiene. Che ci imprigiona.

La voce è l’ultima speranza negli incubi. Il capolinea. Quando tento di gridare mi sveglio. In un lago di sudore e con l’angoscia intatta.

Questa prima parte è stata alleggerita, le immagini più suggestive sono state limate per permetterne una migliore resa. Alla sequenza di periodi molto brevi è stata preferita una costruzione più fluida.

Paula è incinta di quattro mesi. La sua pancia è ancora piccola, si nota appena. Quando indossa il cappotto non si vede nemmeno, come succede spesso alle donne al primo figlio. Non ha ancora il pancione, ma le verrà. E presto, anche.

Era da tanto che non sognavo Nancy. Il solito sogno. Cambiano i dettagli, lo sfondo, ma il copione è sempre quello. Solo che stavolta era Paula. Sarà la preoccupazione per la sua gravidanza. O l’angoscia di diventare nonna, chissà. Una nonna giovane, comunque. Paula è incinta di quattro mesi. La sua pancia è ancora piccola, si nota appena. Quando indossa il cappotto non si vede nemmeno, come succede spesso alle donne al primo figlio.

A Nancy penso sempre, tutti i giorni. Da anni, ormai. C’è sempre un piccolo spazio per lei, nei miei pensieri. Un minuto, qualche secondo quotidiano. Cosa starà facendo adesso? O cosa avrebbe fatto adesso? A seconda del momento e a quale dei due emisferi del cervello cedo. Se a quello sinistro, intuitivo, che segue il mio ricordo e i miei sogni. Oppure a quello destro, razionale, che vuole credere alla narrazione che è stata fatta sulla fine di Nancy. La sua sparizione. Il cadavere mai trovato. Il mio racconto del ritrovamento alla represa, confuso, contraddittorio, delirante. I miei vestiti asciutti.

E l’incubo ricorrente che torna a tormentarmi ogni tanto, specie quando il ricordo di Nancy sbiadisce, sfuma. È lei che non mi vuole lasciare. Non ci vuole abbandonare.

La chiave gira nella toppa con un suono secco, inequivocabile, nel silenzio del mattino.

– Ciao, mamma.

È Paula.

– Cosa ci fai qui a quest’ora?

– Non stavo tanto bene e mi sono fatta una giustificazione per uscire prima.

Da quando è maggiorenne, da poco tempo, neanche un mese, e può firmarsi il suo libretto, a volte esce prima da scuola, o entra dopo, o non ci va proprio. Così, tanto per. Non credo stia male davvero adesso. Ha una gravidanza tranquilla, senza nausea.

– Cos’hai? – le chiedo.

– Mah, niente di grave. Ho mal di testa.

– Vuoi mangiare qualcosa?

– No, no, grazie. Vado un po’ a stendermi.

Ecco, infatti. È solo il piacere di firmarsi da sola quello a cui prima dovevo provvedere io. Ha più effetto questo su di lei che l’idea che presto diventerà madre. A quello non ci pensa granché. Piuttosto è presa dalla metamorfosi del suo corpo. Così acerbo fino a poco tempo fa. I seni gonfi e dolenti. “Mamma, hai visto che tette grosse che mi sono venute?” Le mestruazioni dimenticate presto, una scocciatura di meno. Al bambino ci pensa ancora poco. “Uh! Ce ne vuole ancora. Mica deve nascere domani.” Cinque mesi le sembrano un’enormità. “Figurati” mi dice “A maggio sarà quasi finita anche la scuola.” Quella le sembra una scadenza più concreta del parto. A giugno, poi, con il bimbo già nato, gli esami di maturità. Liceo scientifico. A settembre gli esami di ammissione per Biologia. Perfetto, direi. Tutto già deciso e programmato. A parte il dettaglio del bambino, a cui non mi pare dia molta importanza. Dove lo metterà? Come farà a studiare? Non se l’è chiesto davvero, o se l’ha fatto non si è data una risposta. Io l’ho martellata su questo quando ho saputo che era incinta e doveva decidere se tenerlo o no. Quando ho capito che sulla sua scelta era irremovibile, ho smesso di tormentarla. Ho creduto anch’io alla favoletta che si impegnerà a scuola fino alla fine e poi avrà tutta l’estate da dedicare al bimbo che a settembre avrà già compiuto tre mesi e andrà all’asilo nido, così lei potrà andare all’università. Che illusa. Pensa che un figlio sia come un bambolotto che non ti dà nessun problema.

La guardo stesa sul letto in camera sua. Smanetta il cellulare come qualsiasi altra adolescente. Mi siedo accanto a lei e le accarezzo la spalla.

Lei mi guarda di traverso, spigolosa:

– Dai, mamma, stai tranquilla. Così mi metti ansia.

È ancora solo figlia, Paula. Tutte siamo figlie per sempre, è vero, ma quando diventi anche madre passi dall’altra parte della barricata. Tra cinque mesi anche lei, forse.

Questa parte del testo è stata alleggerita di alcuni concetti ripetuti e l’autrice ha lavorato sul ritmo della narrazione.

Io e Nancy siamo cresciute insieme. Come sorelle. Ma senza esserlo.

Quando è arrivata a casa nostra aveva sette anni, come me. L’aveva assunta mia madre come alzadora del mio fratellino di un anno. Il suo compito principale era dargli un’occhiata, che non si facesse male mentre giocavamo o quando mia madre era occupata in qualche faccenda. Perché di alzar propriamente non si poteva parlare. Quando Nancy prendeva Carlos in braccio, infatti, piegava a tal punto la schiena all’indietro per sollevarlo, che ogni volta sembrava che sarebbero caduti entrambi. Di solito però Carlito stava per terra. Ci veniva dietro o giocava da solo. Oltre a questo non aveva molto da fare. Dava una mano ad apparecchiare e sparecchiare, innaffiava le piante del patio, una spazzata al pavimento. Più o meno le stesse incombenze che avevamo io e le mie sorelle maggiori.

Arrivò un pomeriggio insieme a suo padre e a sua sorella, che era destinata a un’altra famiglia in paese. Erano venuti a piedi da Santo Toñito. Un cammino di circa quattro ore, dal cerro, unico rilievo nel raggio di chilometri, attraverso il bosque della pianura. Nancy aveva con sé un sacchetto di plastica con le sue cose. Un unico cambio, ossia una maglietta, un paio di pantaloncini corti e una mutandina, da usare quando lavava gli indumenti che aveva addosso. Nient’altro.

Prima di andare via suo padre si rivolse a me, che ero l’unica rimasta sulla soglia di casa, imbambolata com’ero a guardare la nuova arrivata:

– Ce l’hai un po’ di dentifricio?

Mi sorrise. Notai che di denti ne aveva ben pochi. Corsi in bagno a prendere il nostro tubetto e glielo diedi, tutta contenta del gesto che mi parve suggellare un patto tra noi destinato a durare per sempre.

Ma quello che più mi colpì fu poi il commiato del padre alla figlia:

Nancita, pórtate bien.

Non la baciò, né l’abbracciò, come mi sarei aspettata. Si strinsero la mano. Proprio così. Non sto inventando, né esagerando. Come due soci in affari. Che poi è quello che erano.

Il padre veniva a fine mese a ritirare lo stipendio. Si faceva un bel giro a San Ignacio, il mio paese, e se lo spendeva quasi tutto in alcol tra una chichería e l’altra. Infine passava a prendere sua figlia e con la sua andatura sghemba e l’alito pesante se la portava via per un paio di giorni.

Il lunedì seguente lei era di nuovo da noi, con il suo sacchettino in mano e l’aria contenta. Per nulla stanca della scarpinata appena fatta.

Nancy si ambientò in fretta nella nuova casa e passava gran parte del tempo con me. Per Carlos non era che un’altra sorella maggiore. Ma devo dire che anche per mia madre era semplicemente un membro della famiglia in più. Perché, oltre al fatto di vantarsi con le amiche e i parenti di aver bisogno – e di potersi permettere, ovvio – di una alzadora oltre che di una semplice empleada, il trattamento che riservava a Nancy era pressoché identico a quello rivolto a me. Non aveva tempo né voglia per coccole o smancerie, che al massimo dedicava a Carlito, e aveva per noi due le stesse attenzioni.

Quando non eravamo a scuola, dove si doveva indossare la divisa, usavamo gli stessi vestiti, che ci scambiavamo. Il guardaroba era quello: magliette a maniche corte e pantaloncini per combattere il caldo afoso. Ai piedi ciabatte di gomma o infradito.

Per le occasioni, che si limitavano alla chiesa o a qualche rara festa del paese, come il santo patrono o la messa di Natale, la mamma ci faceva vestire bene. Veniva la sarta e ci confezionava un bel vestitino bianco con un fiocco: – Uguale, mi raccomando – le diceva – Se no litigano.

E poi c’era la tortura delle scarpe nuove, se era estate. Le comprava al mercato, di importazione brasiliana, di solito di vernice bianca, ma comunque chiuse e rigide.

Sia io che Nancy cominciavamo a lamentarci già all’andata, verso la chiesa o la piazza del paese.

Mamá, posso togliermele? Ti prego – dicevo io, mentre Nancy mi faceva eco: – Sí, doña Ana, ¡por favor!

No molesten, hijas – era la sua risposta, ancora benevola.

In chiesa, sedute sulle panche, o in piedi in piazza davanti alla banda che suonava, cominciavamo a sfilarcele dai talloni, un piede alla volta, per farlo respirare, abituato com’era alle ciabatte. Al ritorno correvamo ormai a piedi nudi. Le scarpe in mano.

Mia madre ci urlava: – Selvagge! Rimettetevi le scarpe.

A parte la piazza, che era ricoperta di grosse piastrelle a rombo, il resto del paese era privo di cemento. Ovunque c’era uno sterrato rosso in cui la pianta del piede poggiava a meraviglia.

Le urla della mamma erano lontane una volta a casa. Il suo rimprovero, quando arrivava anche lei, era un’imprecazione tra l’affettuoso e il divertito:

Peladas ‘e mierda. A lavarse.

Ci lavavamo a turno nella tinozza usando la stessa acqua intiepidita con un po’ di quella della pentola messa a bollire per il riso della cena.

Dopo il bagno, per levare la terra rossa che ci colorava oltre i piedi anche parte di gambe e braccia, e dopo aver mangiato, io e Nancy ci sedevamo sul divanetto, tra mamma e papà. Unico privilegio per le due piccole di casa, dopo che Carlos era già a nanna. Guardavamo la telenovela della sera, Terra Nossa, una saga familiare che piaceva a tutti in famiglia. L’unica che seguiva anche mio padre. Le mie sorelle, qualche fratello che rimaneva a casa quella sera e la empleada seduti attorno sulle sedie o, se non c’era posto, per terra.

Ed è stato lì, davanti alle immagini degli emigrati italiani in Brasile che scorrevano sullo schermo, che io e Nancy abbiamo saldato insieme la nostra infanzia che poi sarebbe diventata adolescenza. Finché c’è stata Nancy accanto a me, la sera, le nostre cosce e braccia unite a formare un unico corpo, la mia vita fluiva in una direzione. Univoca e semplice, quella.

In quest’ultima parte l’autrice ha riformulato alcuni periodi per renderli più comprensibili, ma ritmo e struttura sono stati mantenuti pressoché interamente.


Il giglio d’acqua, 1° capitolo (Versione definitiva)

di Ivana Librici

Una spiaggia sul Tirreno tra Liguria e Toscana.

Sono accovacciata sulla riva, le ginocchia strette al petto. Allungo le gambe e mi guardo le caviglie. Sono asciutte, delle strisce grigie di sabbia ci ricamano sopra linee ondulate e asimmetriche. Provo a spolverarle con le mani, ma i granelli sono attaccati bene. Il mare è calmo e solo un accenno di risacca riesce a lambirmi le dita dei piedi. Mi alzo e comincio a camminare sul bagnasciuga. Mi addentro nella battigia e sento le infiorescenze di posidonia che mi sfiorano la pelle. Più mi immergo e più ne sento il groviglio.

Guardo verso la superficie marina piatta, una boa è ferma dritto davanti a me e decido di raggiungerla. Un ramo galleggia al mio fianco, con quello riesco a toccare la boa anche se non pensavo fosse così vicina e sento una consistenza che non mi aspetto, qualcosa di morbido e pesante. Allora mi avvicino. Sono immersa fino al petto quando scorgo i capelli a pelo d’acqua. Vedo anche il cappotto. Ho più coraggio, stavolta, e afferro Nancy dai fianchi per girarla. Voglio vederla in faccia per l’ultima volta.

Il volto affiora pallido, solo una lieve sfumatura bluastra lo trasfigura. Lo accarezzo per spostare i capelli che ancora in parte lo coprono. Ha gli occhi aperti, adesso. E sono azzurri. Non è Nancy allora, non può essere lei. Sono gli occhi azzurri di Paula, mia figlia. Nostra figlia. Le slaccio il cappotto per guardarla meglio. Il busto è nudo. I seni sciolti sono ninfee che si adagiano sul ventre rigonfio, una rotondità che spunta come un pallone sull’acqua. È quello la boa che credevo di vedere da lontano.

Voglio trascinare Paula verso riva, ci provo con tutte le mie forze, ma non riesco a muovermi. I miei piedi sono ancorati sul fondo dalla matassa di posidonia che mi trattiene, che ci imprigiona.

Quando tento di gridare mi sveglio in un lago di sudore e con l’angoscia intatta.

Era da tanto che non sognavo Nancy. Il solito sogno: cambiano i dettagli, lo sfondo, ma il copione è sempre quello, solo che stavolta era Paula. Sarà la preoccupazione per la sua gravidanza o l’angoscia di diventare nonna, chissà. Perché Paula è incinta di quattro mesi e la sua pancia si nota appena. Quando indossa il cappotto non si vede nemmeno, come succede spesso alle donne al primo figlio.

A Nancy penso tutti i giorni da anni, ormai. Un minuto, qualche secondo quotidiano. Cosa starà facendo adesso? O cosa avrebbe fatto adesso? A seconda del momento e a quale dei due emisferi del cervello cedo. Se a quello sinistro, intuitivo, che segue il mio ricordo e i miei sogni, oppure a quello destro, razionale, che vuole credere alla narrazione che è stata fatta sulla fine di Nancy. La sua sparizione, il cadavere mai trovato. Il mio racconto del ritrovamento alla represa, confuso, contraddittorio, delirante. I miei vestiti asciutti.

E l’incubo ricorrente che torna a tormentarmi ogni tanto, specie quando il ricordo di Nancy sbiadisce, sfuma. È lei che non mi vuole lasciare. Non ci vuole abbandonare.

La chiave gira nella toppa con un suono secco nel silenzio del mattino.

«Ciao, mamma».

«Paula, cosa ci fai qui a quest’ora?».

«Non stavo tanto bene e mi sono fatta una giustificazione per uscire prima».

Da quando è maggiorenne, da neanche un mese, e può firmarsi il suo libretto, a volte esce prima da scuola o entra dopo. O non ci va proprio. Non credo stia male davvero adesso. Ha una gravidanza tranquilla, senza nausea.

«Cos’hai?» le chiedo.

«Mah, niente di grave. Ho mal di testa».

«Vuoi mangiare qualcosa?».

«No, grazie. Vado un po’ a stendermi».

Ecco, infatti. È solo il piacere di firmarsi da sola quello che prima dovevo firmare io. Ha più effetto questo su di lei che l’idea che presto diventerà madre. Invece è presa dalla metamorfosi del suo corpo, così acerbo fino a poco tempo fa, dai seni gonfi e dolenti. «Mamma, hai visto che tette grosse che mi sono venute?» Le mestruazioni dimenticate presto, una scocciatura di meno. Cinque mesi di attesa le sembrano un’enormità. “Uh! Ce ne vuole ancora. Mica deve nascere domani. Figurati. – mi dice – A maggio sarà quasi finita anche la scuola.” Quella le sembra una scadenza più concreta di quella del parto. A giugno poi, con il bimbo già nato, gli esami di maturità al liceo scientifico, poi a settembre gli esami di ammissione per Biologia. Perfetto, direi. Tutto già deciso e programmato, a parte il dettaglio del bambino. Dove lo metterà? Come farà a studiare? Io l’ho martellata su questo punto quando ho saputo che era incinta e doveva decidere se tenerlo o no. Quando ho capito che la sua posizione era irremovibile, ho smesso di tormentarla.

La guardo stesa sul letto in camera sua che smanetta il cellulare come qualsiasi altra adolescente. Mi siedo accanto a lei e le accarezzo la spalla.

Lei mi guarda di traverso, spigolosa:

«Dai, mamma, stai tranquilla. Così mi metti ansia».

È ancora solo figlia, Paula.

Io e Nancy siamo cresciute insieme come sorelle, ma senza esserlo.

Quando è arrivata a casa nostra aveva sette anni, come me. L’aveva assunta mia madre come alzadora del mio fratellino di un anno. Il suo compito principale era dargli un’occhiata perché non si facesse male mentre giocavamo o quando mia madre era occupata in qualche faccenda. Perché di alzar propriamente non si poteva parlare. Quando Nancy prendeva Carlos in braccio, infatti, piegava a tal punto la schiena all’indietro per sollevarlo, che ogni volta sembrava che sarebbero caduti entrambi. Di solito però Carlito stava per terra, ci veniva dietro o giocava da solo. Oltre a questo, Nancy non aveva molto da fare: dava una mano ad apparecchiare e sparecchiare, innaffiava le piante del patio, una spazzata al pavimento. Più o meno le stesse incombenze che avevamo io e le mie sorelle maggiori.

Arrivò un pomeriggio insieme a suo padre e a una sua sorella che era destinata a un’altra famiglia in paese. Erano venuti a piedi da Santo Toñito, dopo un cammino di circa quattro ore, dal cerro, unico rilievo nel raggio di chilometri, attraverso il bosque della pianura. Nancy aveva con sé un sacchetto di plastica con le sue cose: un unico cambio, ossia una maglietta, un paio di pantaloncini corti e una mutandina, da usare quando lavava gli indumenti che aveva addosso. Nient’altro.

Prima di andare via, suo padre si rivolse a me che ero l’unica rimasta sulla soglia di casa, imbambolata com’ero a guardare la nuova arrivata:

«Ce l’hai un po’ di dentifricio?».

Mi sorrise. Notai che di denti ne aveva ben pochi. Corsi in bagno a prendere il nostro tubetto e glielo diedi, tutta contenta del gesto che mi parve suggellare un patto tra noi destinato a durare per sempre.

Ma quello che più mi colpì fu poi il commiato del padre alla figlia:

«Nancita, pórtate bien».

Non la baciò, né l’abbracciò. Si strinsero la mano come due soci in affari, che poi è quello che erano.

Il padre veniva a fine mese per ritirare lo stipendio, poi faceva un giro a San Ignacio, il mio paese, e se lo spendeva quasi tutto in alcol tra una chichería e l’altra. Infine, passava a prendere sua figlia e con la sua andatura sghemba e l’alito pesante se la portava via per un paio di giorni.

Il lunedì seguente lei era di nuovo da noi, con il suo sacchettino in mano e l’aria contenta.

Nancy si ambientò in fretta nella nuova casa e passava gran parte del tempo con me. Per Carlos non era che un’altra sorella maggiore Anche per mia madre era semplicemente un membro della famiglia in più e, oltre al fatto di vantarsi con le amiche e i parenti di aver bisogno – e di potersi permettere, ovvio – di una alzadora oltre che di una semplice empleada, il trattamento che riservava a Nancy era pressoché identico a quello rivolto a me. Non aveva tempo né voglia per coccole o smancerie che al massimo dedicava a Carlito, e aveva per noi due le stesse attenzioni.

Quando non eravamo a scuola, dove si doveva indossare la divisa, usavamo gli stessi vestiti e ce li scambiavamo. Il guardaroba era quello: magliette a maniche corte e pantaloncini per combattere il caldo afoso. Ai piedi ciabatte di gomma o infradito.

Per le occasioni come il Santo Patrono o la messa di Natale, la mamma ci faceva vestire bene. Veniva la sarta e ci confezionava un bel vestito bianco con un fiocco: «Uguale, mi raccomando – le diceva – Sennò litigano».

E poi c’era la tortura delle scarpe nuove. La mamma le comprava al mercato, di importazione brasiliana, di solito di vernice bianca, chiuse e rigide.

Sia io che Nancy cominciavamo a lamentarci già all’andata verso la chiesa o la piazza del paese.

«Mamá, posso togliermele? Ti prego – dicevo io, mentre Nancy mi faceva eco: – Sí, doña Ana, ¡por favor!».

«No molesten, hijas» era la sua risposta.

In chiesa, sedute sulle panche o in piazza davanti alla banda che suonava, cominciavamo a sfilarcele dai talloni, una alla volta, per sentire un po’ di sollievo, abituate com’eravamo alle ciabatte. Al ritorno correvamo ormai scalze e con le scarpe in mano.

Mia madre ci urlava: «Selvagge! Rimettetevi le scarpe».

A parte la piazza che era ricoperta di grosse piastrelle a rombo, il resto del paese era privo di cemento. Ovunque c’era uno sterrato rosso in cui la pianta del piede poggiava a meraviglia.

Le urla della mamma erano lontane una volta a casa. Il suo rimprovero, quando arrivava anche lei, era un’imprecazione tra l’affettuoso e il divertito:

«Peladas ‘e mierda. A lavarse».

Ci lavavamo a turno nella tinozza usando la stessa acqua intiepidita con un po’ di quella della pentola messa a bollire per il riso della cena.

Dopo il bagno e dopo aver mangiato, io e Nancy ci sedevamo sul divanetto, tra mamma e papà, unico privilegio per le due piccole di casa dopo che Carlos era andato a nanna. Guardavamo la telenovela della sera, Terra Nossa, una saga familiare che piaceva a tutti in famiglia, l’unica che seguiva anche mio padre. E poi c’erano anche le mie sorelle, qualche fratello che rimaneva a casa quella sera e la empleada, tutti seduti sulle sedie o, se non c’era posto, per terra.

Ed è stato lì, davanti alle immagini degli emigrati italiani in Brasile che scorrevano sullo schermo, che io e Nancy abbiamo saldato insieme la nostra infanzia che poi sarebbe diventata adolescenza. Finché c’è stata Nancy accanto a me, la sera, le nostre cosce e braccia restava unite a formare un unico corpo e la mia vita fluiva in una direzione univoca e semplice con la sua.


Ivana Librici è nata a Genova nel 1973, dove vive con il marito di origine boliviana e i loro tre figli. Laureata in Lingue e Letterature Straniere, ha conseguito un dottorato di ricerca in Letteratura comparata e traduzione del testo letterario. Ha pubblicato numerosi saggi brevi in riviste e atti di convegno sulle letterature ispanofone e lusofone, sulla traduzione letteraria e sulla scrittura femminile. Ha insegnato per un periodo Lingua e cultura portoghese all’Università di Genova e di Pavia. Attualmente insegna lingua spagnola in una scuola superiore. Ha inoltre pubblicato diversi racconti in antologie insieme ad altri autori.


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