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Leggere la Shoah

di Alessandro Melia Immaginate quattro bambini. Li chiameremo Guido, Lia, Tullio e Liliana. Vivono in città diverse, hanno situazioni familiari diverse, ma hanno quasi tutti la stessa età, intorno agli otto anni, l’età del gioco, delle prime amicizie, delle prime scoperte. È per questo che sono accomunati dagli stessi pensieri, dagli stessi gesti: c’è chi scherza con i compagni, chi ripete una lezione a voce alta, chi viene incoraggiato dalla madre ad andare a scuola, chi ascolta il padre dire che è ora di prepararsi a diventare grande. Assomigliano a milioni di bambini tutti uguali sotto tutti i cieli. Li avete immaginati? Bene. Adesso fate un ulteriore sforzo. Immaginateli con lo sguardo perplesso mentre scoprono, da un giorno all’altro, di non poter più entrare a scuola, di non poter più vedere i compagni, l’amichetto o l’amichetta con la quale hanno sempre giocato. Hanno otto anni, non capiscono il motivo, sentono solo crescere dentro un indefinito senso di colpa. Improvvisamente si ritrovano a essere bambini diversi, isolati. Riuscite a immaginare il loro timore? Bene. Adesso fate …

Libri del 2018 che avremmo voluto leggere ma non l’abbiamo fatto

Una volta a noi di ILDA qualcuno ci disse che, sì, aveva sentito parlare della nostra newsletter ma non l’aveva mai letta perché tanto si sa che nessuna newsletter è mai fatta veramente bene. Questa cosa del confondere l’onestà con la scortesia ci lasciò frastornati e ce ne andammo mogi (nel momento in cui servirebbe, una buona risposta non è mai a disposizione) ma ci è servita poi a ricordarci che il punto di come si fanno le cose non è disprezzare come le fanno gli altri, ma solo cercare il miglior diverso modo in cui possiamo farle noi. Dunque qui non diremo che le liste dei “migliori libri di fine anno” sono noiose, perché non lo pensiamo e siamo i primi ad andare a spulciare tra i gusti e i giudizi degli altri. Diremo però che, a leggerle, la sensazione che ne ricaviamo ogni volta è di essere gli unici a non aver trovato il tempo, a essere stati sconfitti dal sonno, ad aver dimenticato di, a non essere riusciti a. Noi non siamo affatto …

Non essere capace di scrivere la verità

di Marco Malvestio Ci sono due domande piuttosto diverse che si possono fare intorno alla scrittura, benché all’apparenza molto simili: perché scrivere? E perché io scrivo? E benché la prima domanda sia di portata talmente vasta da essere, evidentemente, priva di una risposta univoca, la speranza è che la risposta alla seconda domanda possa aiutare a capire qualcosa di più della prima. Non serve ricordare quanto spiacevole sia scrivere, quanta fatica comporti e quale desolante assenza di risultati immediati. Sono cose che ha già detto bene Alfredo  Palomba in Scrittori presso se stessi, ma vale la pena ricordarle: si tratta di sedersi davanti a un PC o, più raramente, a un foglio bianco, e sistemare una frase per bene, poi girarla, poi rigirarla di nuovo, poi forse scriverne un’altra, e così via. Se mi preparo quello che devo scrivere, allora mi ritrovo a tentare disperatamente di infondere vita in un materiale altrimenti inerte; se invece non mi preparo e cerco di arabescare, eccomi perso nell’impresa di dare consistenza al frutto di successive, vertiginose approssimazioni. Scrivere …

E se il romanzo fosse una forma aperta?

di Alfredo Zucchi Lo studio del racconto come forma letteraria, delle sue strutture e della sua storia mi ha spinto, per opposizione, a riflettere su certe questioni che riguardano invece il romanzo. Una di queste ha a che vedere con l’intreccio e la chiusa: il finale di un romanzo, la sua riuscita e la sua necessità. Se il racconto è una forma letteraria in cui vige il paradosso di Achille e la tartaruga, la vertigine del romanzo invece è quella del naufragio: è il mare aperto. Nel primo caso quello che fa tremare le gambe allo scrittore è l’infinitamente piccolo, nel secondo è invece l’infinitamente grande. Un romanzo porta con sé un ampio raggio di finali possibili – ed è terribile, per lo scrittore, dirsi che è quasi impossibile sbagliare. L’estensione gradua, la graduazione stempera: si naviga nel vago. Un racconto, al contrario, fin dalle prime battute vuole una e una sola chiusa, quella lì – ed è quasi impossibile trovarla. È peggio di una roulette russa: «Un uomo va al casinò, vince un milione, …

La lingua imperfetta

di Mira Costanzo Tempo fa ho scambiato qualche messaggio con un mio ex studente tedesco, tornato a Roma per una breve vacanza, e quando mi sono complimentata perché mi sembrava che il suo italiano fosse migliorato, lui ha risposto: «Al bar mi hanno portato un caffè corretto dopo che avevo chiesto un caffè e un cornetto! Saper scrivere non è saper parlare!». No, infatti. Imparare una lingua significa lavorare sulla comprensione orale, sulla comprensione scritta, sulla produzione orale, sulla produzione scritta e sull’interazione orale, ed è difficile raggiungere lo stesso livello su tutti i fronti. Da un punto di vista strettamente pragmatico, saper scrivere non è l’abilità più importante. Secondo uno studio di Wilga M. Rivers e Mary S. Temperley (“A Practical Guide to the Teaching of English as a Second or Foreign Language”, Oxford University Press, New York, 1978), l’attività linguistica di un adulto medio è così suddivisa: il 45% del tempo è dedicato ad ascoltare, il 30% a parlare, il 16% a leggere e il 9% a scrivere. Ciò di cui si ha …

Scrivere è sopravvivere alla notte

di Giacomo Faramelli Io non credo alle missioni. Non credo nel raggio di luce divina disceso dal cielo per far divampare la fiamma del sacro fuoco della scrittura. È una cosa che funziona bene negli affreschi delle chiese, quella. Ma io non ho lo stimma dell’eremita, la forza d’animo del santo e poi, come dire, la mia propensione al martirio è quella che è. Credo nei talenti ma non è che anche quelli mi ispirino gran fiducia. Mi considero un fenogliano atipico. Credo di scrivere anch’io, Beppe perdonami, “with a deep distrust and a deeper faith” ma questa fede di risulta nella scrittura, dilavata col crescere e irrobustita dalla volontà malcelata di prendersi una rivincita, effimera, nei confronti di tutti i bastoni che ho scientificamente infilato tra le mie ruote, è un corpo estraneo che mi mette a disagio, un ometto nudo che corre di domenica pomeriggio tra la folla del centro. È dunque la grande notte della boxe interiore? Davvero scrivo per partecipare a un campionato di pesi massimi delle vanità, in cui le …

Scrivere è liberare ostaggi

di Emanuela Canepa Qualche giorno fa Alfredo Palomba si chiedeva su questo blog: per quale motivo scriviamo? Una domanda che agli scrittori viene fatta di continuo, basta una veloce ricerca in rete per accertarsene. Ho tentato una sintesi imperfetta della media delle risposte, e i punti fermi girano sempre intorno allo stesso concetto: scrivere ha il sapore della sortita disperata. Un monito che non vale solo per gli esordienti in cerca di editore. È una sentenza che pende anche sulla testa degli scrittori che hanno già un contratto firmato, o addirittura un rispettabile curriculum di pubblicazioni alle spalle. La litania è sempre quella: di questo mestiere non si campa. O hai un’occupazione regolare, Monday to Friday, e quindi accetti di riservare la scrittura al tempo libero, oppure sei costretto a impegnarti in tutta una serie di attività correlate – corsi, articoli, convegni – che sono cosa assai diversa dalla scrittura in sé, che magari non ti piacciono affatto, e che comunque sono aleatori, e quindi potrebbero non essere sufficienti a garantirti la sopravvivenza. La terza …

Scrittori presso sé stessi

di Alfredo Palomba Di recente chiacchieravo con un giovane editore napoletano che, a bruciapelo, mi ha chiesto come mai io passi il poco tempo libero che il mestiere di docente mi lascia a scrivere. Ciò in risposta a tediose lamentazioni secondo cui trovo la scrittura un’attività, in generale, poco soddisfacente, considerata la fatica e il tempo da investire su un testo perché lo ritenga accettabile anche solo il minimo necessario. E non che non mi sia fatto da solo, molto spesso, la stessa domanda. Personalmente, riesco a fare davvero parecchia fatica anche solo per scrivere una cartella: mi sono sconosciute le gioie, che a taluni sembrano invece concesse (soprattutto in televisione, c’è da dire), del fluire instancabile di parole sullo schermo, quel ticchettare continuo e senza quasi pause che nei film corrisponde allo scrittore intento e concentratissimo sul proprio lavoro in costante progressione. Nel mio caso, il lavoro è paragonabile più a un rubinetto che gocciola; talora, quando va bene, perdendo due o tre gocce in una volta. Mi fermo, cancello l’ultima frase, rileggo dall’inizio …

La letteratura, che non va bene quando è scritta dagli altri

Tanti anni fa durante la lezione di un laboratorio di scrittura consigliarono questo libro: “I dieci comandamenti di uno scrittore” di Stephen Vizinczey. Chi lo consigliò disse: Non fate caso al brutto titolo da lista banalizzante, respingente, da blog (la parola blog era ancora spesso accompagnata da una smorfia di disprezzo), perché in realtà dentro ci sono scritte cose di altissima levatura morale e letteraria. All’epoca io prendevo dal discorso sulla letteratura tutto quello che potevo prendere, e anche compravo tutti i libri che potevo comprare, così comprai anche questo. Lo avrò poi solo sfogliato qua e là, nel corso del tempo, ma mai letto per bene. Lo sto leggendo adesso. Non sono più una ragazzina e non sono più alla ricerca di maestri, anche se ne ho. So però che sono fallibili – eccome se lo sono – e so che le liste da blog possono racchiudere analisi tra le più interessanti mentre un libro cartonato di un autore con un nome impossibile da pronunciare non è assicurazione di alcunché. E dunque. photo by …

Scrivere è inseguire la verità (quello che le scuole di scrittura non dicono)

(Avviso: le buone scuole di scrittura sono importantissime! Iscrivetevi ai loro corsi!) Se provate a leggere il programma di un’onesta scuola di scrittura la successione degli argomenti delle lezioni che troverete sarà grosso modo questa: PUNTO DI VISTA VOCE NARRANTE STRUTTURA DELLA STORIA (I 3 ATTI) PERSONAGGI CONFLITTI TRAMA SCENE MONTAGGIO STILE EDITING Parlo dei programmi seri, non di quelli che hanno come titolo delle lezioni “l’incipit”, “il dialogo”, “la descrizione”, “il finale”. Quelli meglio lasciarli perdere. I programmi seri prendono in considerazione l’approccio a un testo narrativo nel suo insieme, analizzando le singole parti senza dimenticare di cosa si sta parlando: una storia. Non esercizi scolastici ed estemporanei (punto di vista: scrivi come se fossi un gatto; dialoghi: due sconosciuti s’incontrano al bar, cosa si dicono?), ma prove di composizione: disporre un’idea in forma narrativa. Comunemente per idea s’intende una cosa a metà tra “di cosa parla la storia” e “di cosa vuoi parlare tu” e il “di cosa vuoi parlare tu” si declina ora in “la mia esperienza” ora in “i temi che …