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Scrivere è avvicinarsi al recinto entro cui utilizzare le parole

di Enrico Macioci Scrivo per scoprire chi sono. È sempre stato così, ma solo adesso inizio a rendermene conto. L’io è un mistero, e la scrittura uno degli strumenti che meglio riescono a sondarlo; perciò è insidiosa. Ho sempre avvertito un pericolo nell’atto di scrivere, un rischio quasi colpevole; ed ho infine capito che il rischio è di trovare me stesso. Suppongo valga per parecchi scrittori, ma siccome pochi fra noi sono disposti ad accettare ciò che potrebbero trovare se cercassero seriamente, la tentazione è prendere tempo. Scrivere mi sembra uno dei modi più ingegnosi e originali per prendere tempo, e tuttavia non porta automaticamente a conoscersi; può anzi sortire l’effetto opposto. Parecchia narrativa è costruita e inautentica. Questa inautenticità può mascherarsi da cerebralismo o da leggerezza, ma il suono che produce è un fastidioso ronzio fasullo. Si scrive a diversi livelli di “pressione interiore”, cioè di urgenza o necessità. Un autore attraversa varie fasi nel corso della vita. Più è presente a sé stesso, più ciò che scrive si avvicinerà alla sua verità. E …

Scrivo di dove sono nella vita

di Fabrizio Coscia «Scrivo di dove sono nella vita». Ho letto qualche anno fa questa frase pronunciata da Alice Munro in un’intervista radiofonica alla CBC del 1987, riportata nell’introduzione del Meridiano dedicato alla grande scrittrice canadese. Da allora non l’ho più dimenticata, perché rispecchia ciò che credo sia il compito di uno scrittore, ammesso che uno scrittore debba avere un compito: ovvero trovare le parole giuste per rispondere a una domanda impellente, la domanda che ci interroga su dove siamo nella vita. Tutto ciò che non riguarda questa risposta è superfluo, inessenziale, è gioco letterario, intrattenimento. Mi viene in mente, allora, quel passo biblico in cui Adamo, in Genesi, dopo aver commesso il peccato originale, si nasconde con Eva tra gli alberi dell’Eden agli occhi di Dio. «Come bisogna interpretare che Dio onnisciente dica ad Adamo: “Dove sei?”», domandano al Rav della Russia nel racconto chassidico riportato da Martin Buber nel Cammino dell’uomo. E il rabbino risponde: «In ogni tempo Dio interpella ogni uomo: “Dove sei nel tuo mondo? Dei giorni e degli anni a …

Scrivere è sostare sul bordo di un precipizio

di Valentina Durante Scrivo perché ho continuato a scrivere. Può sembrare una tautologia (forse è una tautologia), ma questa è la sintesi più onesta che posso offrire del mio cammino fin qui. C’è chi si vede scrittrice o scrittore già nelle sue fantasie infantili: per me non è andata così. Non ho mai desiderato scrivere o diventare una persona che scrive, non ho ospitato storie nella mia testa in attesa del coraggio o dell’occasione per riversarle sulla pagina e mai ho sentito l’urgenza di imitare gli altri romanzieri, piccoli e grandi, del presente e del passato, oppure di divergere da loro per dire qualcosa di mio. Non mi sembrava di aver nulla di interessante da dire e se un qualcosa, tenuamente, di tanto in tanto, mi si presentava come intenzione, non pensavo di possedere gli strumenti – lessicali, compositivi, immaginativi – per poterlo dire attraverso una narrazione. Scrivevo testi altri, per altri – sono copywriter da un decennio – e questo era tutto. Mi rendo conto che è poco, ma era tutto. Cinque anni fa …

After Life, alla fine dell’estate eterna

di Giacomo Faramelli Scrivo questo pezzo da un treno regionale lanciato a ventidue chilometri orari nella wasteland umbra. Tutto è oltre la vita fuori di qui. Tutto è morente qui dentro. Gli interni consunti del treno, l’ottuagenario vicino di posto che mi fissa con sospetto e concupiscenza, l’anziana che gracida la lista dei morti del mese dietro di me. Che strano rapporto che hanno i vecchi con la morte. Mario Luzi diceva: “ai vecchi tutto è troppo”. Anche la morte? Quien sabe. Preferisco scontare la prigionia ferroviaria sul mio cellulare. In rete circola una storia tra le tante. Nel 2100 su Facebook ci saranno oltre un miliardo e quattrocento milioni di morti. In effetti, a meno che la vita non mi faccia lo scherzo di tenermi dritto fino a centoventi anni, sarò anche io tra loro. Mette addosso una malinconia particolare, è come tornare ragazzini: è giugno, hai l’intera estate davanti a te, sai che a settembre dovrai tornare a scuola. Una piccola morte appuntata nel futuro, un luogo lontanissimo nel tempo e nello spazio …

Leggere la Shoah

di Alessandro Melia Immaginate quattro bambini. Li chiameremo Guido, Lia, Tullio e Liliana. Vivono in città diverse, hanno situazioni familiari diverse, ma hanno quasi tutti la stessa età, intorno agli otto anni, l’età del gioco, delle prime amicizie, delle prime scoperte. È per questo che sono accomunati dagli stessi pensieri, dagli stessi gesti: c’è chi scherza con i compagni, chi ripete una lezione a voce alta, chi viene incoraggiato dalla madre ad andare a scuola, chi ascolta il padre dire che è ora di prepararsi a diventare grande. Assomigliano a milioni di bambini tutti uguali sotto tutti i cieli. Li avete immaginati? Bene. Adesso fate un ulteriore sforzo. Immaginateli con lo sguardo perplesso mentre scoprono, da un giorno all’altro, di non poter più entrare a scuola, di non poter più vedere i compagni, l’amichetto o l’amichetta con la quale hanno sempre giocato. Hanno otto anni, non capiscono il motivo, sentono solo crescere dentro un indefinito senso di colpa. Improvvisamente si ritrovano a essere bambini diversi, isolati. Riuscite a immaginare il loro timore? Bene. Adesso fate …

Libri del 2018 che avremmo voluto leggere ma non l’abbiamo fatto

Una volta a noi di ILDA qualcuno ci disse che, sì, aveva sentito parlare della nostra newsletter ma non l’aveva mai letta perché tanto si sa che nessuna newsletter è mai fatta veramente bene. Questa cosa del confondere l’onestà con la scortesia ci lasciò frastornati e ce ne andammo mogi (nel momento in cui servirebbe, una buona risposta non è mai a disposizione) ma ci è servita poi a ricordarci che il punto di come si fanno le cose non è disprezzare come le fanno gli altri, ma solo cercare il miglior diverso modo in cui possiamo farle noi. Dunque qui non diremo che le liste dei “migliori libri di fine anno” sono noiose, perché non lo pensiamo e siamo i primi ad andare a spulciare tra i gusti e i giudizi degli altri. Diremo però che, a leggerle, la sensazione che ne ricaviamo ogni volta è di essere gli unici a non aver trovato il tempo, a essere stati sconfitti dal sonno, ad aver dimenticato di, a non essere riusciti a. Noi non siamo affatto …

Non essere capace di scrivere la verità

di Marco Malvestio Ci sono due domande piuttosto diverse che si possono fare intorno alla scrittura, benché all’apparenza molto simili: perché scrivere? E perché io scrivo? E benché la prima domanda sia di portata talmente vasta da essere, evidentemente, priva di una risposta univoca, la speranza è che la risposta alla seconda domanda possa aiutare a capire qualcosa di più della prima. Non serve ricordare quanto spiacevole sia scrivere, quanta fatica comporti e quale desolante assenza di risultati immediati. Sono cose che ha già detto bene Alfredo  Palomba in Scrittori presso se stessi, ma vale la pena ricordarle: si tratta di sedersi davanti a un PC o, più raramente, a un foglio bianco, e sistemare una frase per bene, poi girarla, poi rigirarla di nuovo, poi forse scriverne un’altra, e così via. Se mi preparo quello che devo scrivere, allora mi ritrovo a tentare disperatamente di infondere vita in un materiale altrimenti inerte; se invece non mi preparo e cerco di arabescare, eccomi perso nell’impresa di dare consistenza al frutto di successive, vertiginose approssimazioni. Scrivere …

E se il romanzo fosse una forma aperta?

di Alfredo Zucchi Lo studio del racconto come forma letteraria, delle sue strutture e della sua storia mi ha spinto, per opposizione, a riflettere su certe questioni che riguardano invece il romanzo. Una di queste ha a che vedere con l’intreccio e la chiusa: il finale di un romanzo, la sua riuscita e la sua necessità. Se il racconto è una forma letteraria in cui vige il paradosso di Achille e la tartaruga, la vertigine del romanzo invece è quella del naufragio: è il mare aperto. Nel primo caso quello che fa tremare le gambe allo scrittore è l’infinitamente piccolo, nel secondo è invece l’infinitamente grande. Un romanzo porta con sé un ampio raggio di finali possibili – ed è terribile, per lo scrittore, dirsi che è quasi impossibile sbagliare. L’estensione gradua, la graduazione stempera: si naviga nel vago. Un racconto, al contrario, fin dalle prime battute vuole una e una sola chiusa, quella lì – ed è quasi impossibile trovarla. È peggio di una roulette russa: «Un uomo va al casinò, vince un milione, …

La lingua imperfetta

di Mira Costanzo Tempo fa ho scambiato qualche messaggio con un mio ex studente tedesco, tornato a Roma per una breve vacanza, e quando mi sono complimentata perché mi sembrava che il suo italiano fosse migliorato, lui ha risposto: «Al bar mi hanno portato un caffè corretto dopo che avevo chiesto un caffè e un cornetto! Saper scrivere non è saper parlare!». No, infatti. Imparare una lingua significa lavorare sulla comprensione orale, sulla comprensione scritta, sulla produzione orale, sulla produzione scritta e sull’interazione orale, ed è difficile raggiungere lo stesso livello su tutti i fronti. Da un punto di vista strettamente pragmatico, saper scrivere non è l’abilità più importante. Secondo uno studio di Wilga M. Rivers e Mary S. Temperley (“A Practical Guide to the Teaching of English as a Second or Foreign Language”, Oxford University Press, New York, 1978), l’attività linguistica di un adulto medio è così suddivisa: il 45% del tempo è dedicato ad ascoltare, il 30% a parlare, il 16% a leggere e il 9% a scrivere. Ciò di cui si ha …

Scrivere è sopravvivere alla notte

di Giacomo Faramelli Io non credo alle missioni. Non credo nel raggio di luce divina disceso dal cielo per far divampare la fiamma del sacro fuoco della scrittura. È una cosa che funziona bene negli affreschi delle chiese, quella. Ma io non ho lo stimma dell’eremita, la forza d’animo del santo e poi, come dire, la mia propensione al martirio è quella che è. Credo nei talenti ma non è che anche quelli mi ispirino gran fiducia. Mi considero un fenogliano atipico. Credo di scrivere anch’io, Beppe perdonami, “with a deep distrust and a deeper faith” ma questa fede di risulta nella scrittura, dilavata col crescere e irrobustita dalla volontà malcelata di prendersi una rivincita, effimera, nei confronti di tutti i bastoni che ho scientificamente infilato tra le mie ruote, è un corpo estraneo che mi mette a disagio, un ometto nudo che corre di domenica pomeriggio tra la folla del centro. È dunque la grande notte della boxe interiore? Davvero scrivo per partecipare a un campionato di pesi massimi delle vanità, in cui le …