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Immersioni – l’ambientazione in Helen MacDonald

di Ambra Rondinelli [Immersioni è la rubrica curata dagli allievi di Apnea laboratorio di editing] L’ambientazione in Io e Mabel di Helen MacDonald funziona perché svolge diversi compiti: suggerisce il tema dominante, presenta i personaggi principali, permette un movimento narrativo. “A tre quarti d’ora da Cambridge, in direzione nordest, si stende un paesaggio che ho finito per amare moltissimo. È dove l’umida palude cede il passo alla sabbia inaridita. Una terra di pini contorti, auto bruciate, cartelli stradali crivellati di colpi e basi dell’aviazione americana. Qui abitano fantasmi: le case si sgretolano dentro lotti numerati di foreste di pini. Sotto tumuli erbosi protetti da recinzioni alte quattro metri ci sono spazi per armi nucleari, e poi saloni di tatuaggi e campi da golf dell’Usaf. In primavera è un’orgia di rumori: un incessante viavai di aerei, fucili a gas su coltivazioni di piselli, tottaville e motori a reazione. Sono le Brecklands – broken lands, le terre spaccate –, ed è lì che mi ritrovai quel mattino di sette anni fa, all’inizio della primavera, in un viaggio neanche …

Immersioni: i tempi verbali in Primo Levi

di Manuela Mazzi [Immersioni è la rubrica curata dagli allievi di Apnea laboratorio di editing]   È rinomata la lucidità con cui Levi in “Se questo è un uomo” narra gli orrori del lager, riducendo il male a una forma di rigore applicativo di portata industriale, che ha generato una spersonalizzazione dell’essere umano. Veicolo di questa testimonianza sono gli andirivieni delle «distanze» che Levi pone tra sé, il testo e il lettore e che rende non solo grazie alle immagini narrative, ma anche – e forse soprattutto – grazie alla lingua. Qui di seguito prenderò in esame l’uso che fa dei tempi verbali nei primi due capitoli. Il primo, iniziato con l’imperfetto, prosegue con il passato remoto fino a metà dell’ultima pagina per poi chiudere con il presente. «Senza sapere come, mi trovai caricato su di un autocarro con una trentina di altri; l’autocarro partì nella notte a tutta velocità; era coperto e non si poteva vedere fuori, ma dalle scosse si capiva che la strada aveva molte curve e cunette. Eravamo senza scorta? (…) …

Immersioni – i personaggi e la scena in Leonardo Sciascia

di Antonella Monterisi [Immersioni è la rubrica curata dagli allievi di Apnea laboratorio di editing]   Cosa s’intende con infodump e presentazione dei personaggi? Esaminiamo come si gestisce la quantità di informazioni da veicolare al lettore per rappresentare un personaggio attraverso descrizioni e dialoghi,(le sue “intenzioni” e le sue caratteristiche) in scena (show) e non attraverso una descrizione statica e poco accattivante, riassuntiva (tell). Usiamo due esempi, tratti da “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia. Il primo è una descrizione puntuale. Una citazione brevissima, un’unica frase che veicola le informazioni sostanziali del personaggio che andremo poi a vedere in scena: “Vennero i carabinieri, il maresciallo nero di barba e di sonno.” Questa frase introduttiva potrebbe apparire fin troppo scarna, ma invece ci racconta molto: • il maresciallo è un tipo irascibile e focoso • è moro è un po’ trasandato, perché non si fa la barba (quindi è anche poco curato, poco attento) • ha sonno. E quest’ultima è una premessa fondamentale, perché spiega al lettore come mai poi i passeggeri scendano dall’autobus senza …

Costruire un mondo: da Aladdin a Handmaid’s Tale

[All’età di sette anni fui molto infastidita dalla visione di Aladdin, il film d’animazione Disney del 1992, in cui l’intera vicenda di amore e conflitto accade perché la principessa Jasmine non è libera di sposare chi desidera. Deve, infatti, sottostare alle leggi dello stato, che la vorrebbero moglie di un altro erede al trono. L’intera vicenda si basa su questa prima condizione. Sul finale però, arriva il twist che ribalta ogni cosa: il sultano, padre della protagonista, ricorda improvvisamente che lui può cambiare le regole imposte dallo Stato (cioè da lui) e che la principessa, dopo tante peripezie, potrà sposare chiunque desideri, anche un povero ladro senza passato. Capii che mi trovavo davanti a un prodotto che voleva raccontarmi qualcosa, intrattenermi e, possibilmente, fornirmi un preciso messaggio finale. Pazienza se per farlo avrebbe sconvolto, da un momento all’altro, le leggi del mondo che mi aveva presentato in prima istanza e, con esse, il presupposto su cui si basava tutta la trama. Sorvolando sulla pignoleria della me bambina che non accettò tale infrazione, so che in …

Era così bella nella sua bara: la letteratura e i cliché

sulla letteratura Lo script-doctor Robert McKee nel suo “Story – contenuti, struttura, stile, principi per la sceneggiatura e per l’arte di scrivere storie” scrive col solito modo diretto: Potendo scegliere tra materiale banale raccontato in modo brillante e materiale profondo raccontato male, il pubblico sceglierà sempre quello banale raccontato brillantemente. I maestri narratori sanno come spremere vita dalla più banale delle cose, mentre i narratori scadenti riducono a banalità le cose più profonde. Potete avere l’intuito illuminato di un Buddha, ma se non sapete narrare le vostre storie diventeranno aride come gesso. A McKee interessa dimostrare come il mestiere (che non è falsificazione, trama oscura o “operazione a tavolino”, ma consapevolezza di quello che fai: arte) non solo valorizzi il talento (virtù fragile), ma finisca per essere l’irrinunciabile pianeta sul quale il talento si può tenere in vita. E poi fa una distinzione tra talento letterario e talento narrativo: Il talento letterario – dice – è la “trasformazione creativa del linguaggio ordinario in una forma superiore più espressiva che descrive in modo intenso il mondo …

Lasciate fare la poesia ai poeti

Uno dei commenti che scrivo più spesso ai margini di un romanzo da valutare o editare è: sta facendo poesia. Se lo pronunciassi pubblicamente starei dicendo un’inesattezza anche abbastanza fastidiosa, perché nel mio lessico privato quella frase significa: “scrive belle parole a vuoto”, mentre la poesia è tutt’altro che questo, è anzi proprio il contrario di questo: la poesia carica le parole di significato. Ma ognuno di noi può permettersi il lusso di non correggersi quando pensa, di parlarsi in quella maniera inesatta e caotica e anche contraddittoria dettata dalla necessità di far presto e intendersi con una strizzatina d’occhio – ed è un lusso che io mi concedo quando per lavoro parlo (scrivo) per me. Com’è ovvio, se l’analisi di ciò che leggo non deve restare nel mio cervello, ma essere comunicata all’autore, all’agenzia letteraria o a chi altri, “aggiusto” la mia frase in modo che abbia un significato più certo, comprensibile, condivisibile. E però dentro di me la voglia, doverosamente ammansita, di “dirlo come mi viene” resta. Mi vibrò in corpo come una primavera …

Scrivere lo spazio-tempo del mondo

L’anno scorso ho letto “Sembrava una felicità” di Jenny Offill. È la storia di una donna che deve fare i conti con il fatto che suo marito si è innamorato di un’altra. La voce narrante passa dalla prima persona alla terza (“io” diventa “la moglie”) ma rimane sempre frammentata, progredendo per pieni ed ellissi, come se t’invitasse a entrare in casa per poi giocare con l’interruttore ad accendere e spegnere la luce: qualcosa la vedi e qualcosa no. Questa voce frammentata è anche molto ironica, di quell’ironia cattiva tipica delle donne che devono darsi da fare per risollevarsi; subiscono un colpo e in men che non si dica ne viene fuori un nuovo sguardo, che si posa severo su tutte le cose dell’esistenza. E a pag 59 a venire fuori è questa battuta grazie alla quale, mi ricordo, non riuscivo più a smettere di ridere: “È probabile che io stia diventando troppo vecchia e nervosa per insegnare. Eccomi qui, a sbraitare su articoli determinativi e indeterminativi, sul punto di vista. Pensa alla distanza autoriale! Chi è che parla adesso? La mia amica …

Scrivere senza stereotipi linguistici

Avevo voglia di scrivere un altro post sulla morte (sì, lo so, che razza di voglia) come promesso alla fine del primo dedicato a Tondelli. Dunque rileggevo il romanzo Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère in cui lui racconta molte morti, ma soprattutto quelle di sua cognata e di una bambina travolta dallo tsumani del Natale 2004. Due persone che avevano lo stesso nome: Juliette. A pagina 58 ho ritrovato un pezzo sottolineato che dice così: Che cosa significa, quando hai sette anni, sapere che tua madre sta morendo? E quando ne hai quattro? Quando ne hai uno? A un anno non sai, non capisci, dicono, ma anche senza parole dovrai ben intuire che attorno a te sta accadendo qualcosa di estremamente grave, che la vita è in bilico, che non ci sarà mai più una vera sicurezza. Mi frullava in testa una questione linguistica. Detesto l’uso della parola «mamma» se non al vocativo e in un contesto privato: che anche a sessant’anni ci si rivolga così alla propria madre, benissimo, ma che …

Dove sono le finestre?: la costruzione del racconto secondo Richard Yates

(questo pezzo è uscito il 9 dicembre su Cattedrale) “Costruttori” di Richard Yates ha tutte le cose che non sopporto trovare in un racconto. Ha una “voce fuori campo” che introduce la storia. Ha uno scrittore sfortunato e senza soldi per protagonista. Si chiude con una domanda. Eppure. Eppure, “Costruttori” di Richard Yates è per me il padre e la madre di qualsiasi cosa c’entri con la letteratura, con la bellezza di leggere, con la bellezza di scrivere, con la perfezione della forma racconto, con le mie idee sulla vita, e con il mio lavoro. Conoscevo Carver, conoscevo Cheever e, naturalmente, conoscevo Hemingway e Flannery ‘O Connor, e li amavo. Ma Yates. Avete mai letto un racconto come “Costruttori” di Richard Yates?