La verità, vi prego – senza titolo

Ecco il racconto di Mykro che ha partecipato alla rubrica la verità, vi prego.
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Conto le mie dita. Dieci dita.
Conto ancora le mie dita. Sempre dieci.
La signorina porta la matita alle labbra e attende.

Silenzio.

Conto ancora le mie dita.
Dice:
Ricordi cosa abbiamo detto?

Silenzio.

C’è un iride verde che mi osserva. Questo è positivo che sia verde. Verde mi rassicura. Prati erba oceano. Oceano mi rilassa. Dentro al verde c’è una pupilla nera. C’immagino una stanza e una candela su un tavolino di legno e fogli e libri sparsi intorno alla candela e una ventata da fuori alla candela la spegne e qualche foglio scappa via dal tavolo esce dall’iride che pian piano si richiude.
Ora l’occhio verde si è ricomposto e ragiona su tutti quei libri lì e quelle pagine lì che ha letto e digerisce la sua teoria ruotando verso di me dietro alle lenti da riposo. E fa domande. La signorina mi chiama per nome. Mi metto seduto.
Ma.
Ma non rispondo.
Perché.
Perché è come se quel nome non mi appartenesse più.

– Ti piace la stanza?
Silenzio.

Se mi piace?, puzza di piedi è umida e la finestra sfiata come un compressore, e le pareti che ci sento mitragliare scorregge?, e le porte?, com’è possibile che non esistano le porte?, devo cagare e sono in vetrina.

– Come ti trovi?
Silenzio.

Come mi trovo? Se le avessero SCAMBIATO al volo la Cola che stava bevendo con dell’olio per motori come si troverebbe?, cogliona.

Osservava, in attesa di una risposta.
Silenzio.

Passo in rassegna i suoi capelli: ben pettinati, biondi, allineati e coperti come soldatini ariani; scommetto che non ce l’ha, una foto di appena sveglia, coi capelli esplosi in testa. lancio un’occhiata oltre il vano della porta: le sagome dei ragazzi percorrono il corridoio come burattini, i libri sotto il braccio, lo sguardo assente. credo vogliano farmi diventare così. ti gocciolano le loro idee nel cervello giorno dopo giorno. vogliono che ti abitui. che accetti le loro teorie. ACCETTARE. piegarsi fino a diventare un burattino duttile.
Nella sala visite abbiamo dei banchi con carta e matita. una matita senza punta. mi sono messo a giocherellare sul foglio con quella. avevo la mano irrigidita, ero teso, ho cercato di tracciare una riga ma la mina s’è sgretolata come niente. la signorina Marlene mi guardava con la domanda in sospeso nell’iride: «come ti trovi?».
Silenzio.

Stacco gli occhi dal foglio, li faccio passeggiare per la stanza, lontano dalla signorina. dai suoi capelli.

– …normale, sussurro.
Silenzio.

Getta un’occhiata veloce dove prima avevo posato lo sguardo. infine si rivolge di nuovo a me.

– Normale?
Silenzio

Torno a ispezionare la mina della matita.
Apro il primo cassetto. il cassetto è vuoto. apro il secondo. vuoto anche quello: ‘fanculo, non riesco a levarmi dal cervello di cercare il temperamatite quando devo fare la punta a una matita. qui non forniscono temperamatite. sbatto il cassetto con forza, rimetto gli occhi sul foglio, i gomiti sul tavolo.

– Cosa intendi per normale?
Silenzio.

Non ci vuole tanto, idiota, non è necessario chiederlo: basta riflettere.

– Puoi darmi del tu, se preferisci.
Silenzio.

Guardo un istante gli iridi rimpiccioliti a spilli poi mi do da fare con una scaglia di mina. la premo sotto al polpastrello e sfrego veloce sul foglio come coi gessetti colorati.

– Cosa intendi con normale?
Silenzio.

Man mano che sfrego la mina diventa sempre più piccola e levigata come un chicco di riso. mi fermo. prendo la matita. guardo la matita. poso la matita. ricomincio a sfregare.

– Guardami.
Immobile.

– Guardami…
Immobile.
Immobile.
Immobile. Gli occhi piantati sugli scarabocchi che descrivono strane curve.

– Lo so, che mi ascolti.
Silenzio.

Continuo a sfregare un tratto troppo frastagliato o troppo carnoso è uguale, provo a disegnare un albero e non sono mai stato bravo a disegnare alberi del cazzo e non sono bravo a disegnare un cazzo in ogni caso e fare un albero per me è quasi impossibile. al liceo mi occupavo del giornalino e i disegni li faceva Sofia, io scrivevo soltanto alcune ricerche dimmèrda ma ci provo lo stesso per sfuggire a quella, adesso.
Adesso.
Adesso.
Adesso.
Disegnare. adesso provo.

– Puoi guardarmi?
Immobile
Immobile
Immobile

Gli occhi recintati nella piccola porzione di foglio dove strofino col polpastrello, l’albero sta venendo meglio di quanto mi aspettassi, aggiungo fili d’erba.

– Puoi rispondere?
Aggiungo
Aggiungo
Aggiungo

– Intendi adeguato?
Silenzio.

Le nuvole.

Nuvole
Nuvole
Nuvole

Ci vogliono le nuvole, sono le uniche cose che so fare le nuvole. amo le nuvole. nuvole uguale galleggiare. uguale cielo vento libertà. Nuvolenuvolenuvole.

– Cosa stai disegnando?
Silenzio.

Erba. serve anche un bel ciuffo d’erba rigoglioso sotto all’albero. lo traccio. Lo guardo. Erbaerbaerba. sono orgoglioso del mio ciuffo d’erba. mi rimetto al lavoro. Erba. Erba e… vediamo… : una coccinella. la coccinella. La coccinella viene male, tipo una zecca tutta grigia. Sofia si incazzerebbe.

– Vorrei chiederti… – bla bla e bla, va avanti. ma non l’ascolto. sono cazzate. le sue parole rilasciano un vento tiepido di cazzate. cazzate su cui volano pagine di saggi che sanno di dentifricio e occhiali e capelli biondi.

Silenzio.

È qui per la sua specializzazione del cazzo, non è della scuola. servizi sociali. le serve una specializzazione. vuole una qualifica migliore. sono la sua qualifica migliore. sono la sua specializzazione. il suo avanzamento di carriera. ristrutturazione mentale. considerano le persone come un edificio. il cervello un muro marcio. tu gli dài intonaco e colore eppòi sei okay ammesso che intonaco e colore siano di loro gradimento.

– Quel ragazzo… l’hai mandato quasi in coma, – scandisce come fosse il suo avvocato difensore.
Silenzio.

Il mio sguardo le sfiora una guancia poi vola via per la stanza e lei mi rincorre dietro con gli occhi verdi affamati e mi bracca nella periferia del mio campo visivo.

– Tre, contro uno… – dico, come se le suggerissi la risposta esatta. la verità.
Adesso è lei a fare silenzio.

Non le interessano quelle parole, vuole le altre, il contatto, vuole iniettarmi qualcosa con le pupille, non le interessano quelle parole. vuole il mio cervello, vuole quello che le serve per progredire nella scala sociale.

– Vorrei parlare con te dell’accendino.
Silenzio.

Si sfila gli occhiali e li piega in una custodia di pelle firmata tenendomi sotto tiro. sento le sue pupille aggirarsi intorno a me.

– Vorrei che mi dicessi perché lo hai rubato.
Silenzio

Ricordo che quando ho sentito lo schiocco del naso di quel ragazzo ho colpito ancora, ho visto il sangue schizzare, ho continuato finché non è caduto, gliene ho date ancora eppòi gli ho strappato di mano il mio accendino e me lo sono fatto scivolare in tasca e mi sono seduto sul marciapiedi. qualcuno stava usando il cellulare. quando sono arrivate le sirene, lo stronzo era a terra su una piccola pozza di sangue. i cellulari puntati su di me.

– Per oggi ci fermiamo qui…
Silenzio.

Chiude i blocchi e il registratore e esce.
– Signorina…

Si ferma, di spalle, nel vano della porta.
I cellulari sono uno dei motivi per cui non mi crede nessuno. qualcuno ha caricato in rete il video di quando lo pesto, così pare che mi sono svegliato coi coglioni girati.

– Non lo vuole il mio disegno?
Silenzio.

Esce e sbatte la porta.
la mia tutor. occhi verdi. termini inglesi. fregarsene. atto di fede. la fede nella società, nella famiglia, nelle leggi. nessuno ha fatto nulla quando erano in tre a rompere il cazzo. tutti conigli. amen. allora mi sono incazzato. quando è arrivata la polizia hanno staccato gli occhi dal cellulare e l’hanno spalancati verso di me. eppòi si sono ammonticchiati curvi su di me come scimmie e dal video si vede solo me che pesto loro ecco perché ho fiducia. io che picchio loro. ho fiducia. ho fiducia nello sguardo perso della gente e nei cellulari codardi impugnati come spade e in chi non ferma il male che ne è complice. ho fiducia.

Silenzio.

a nessuno credo che importi se rimango qui. e se non importa a nessuno perché dovrebbe importare a me. non mi importerà finché non importerà veramente a qualcuno.
La verità è che adesso, come si dice, ho fuso, grippato, forato, manca olio. mettetela come vi pare ma sono al box in questo cazzo d’istituto dimmèrda come avere una centrifuga nel cervello. se sei fuori puoi non pensare distrarti bere ballare uscire scopare ma se ti rinchiudono è come se ti agitassero il cervello contro tutti i pensieri del mondo in una volta sola.

quando mia madre riagganciò mi disse solo che quelli in presidenza avevano deciso di schiacciarmi ben bene dentro al cannone per spararmi fuori dai coglioni il prima possibile e a quel punto neppure sentivo più le sue risate.

Quando voglio NON pensare mi suono nel cervello Raised. la metto in loop e nuoto a largo con la mente.

Forse manca un lupo nel disegno.
Forse manca un Lupo, nel disegno.
Forse manca un cazzo di Lupo, in questo cazzo di paese.
Conto le mie dita. Dieci dita…
Domani torna la signorina.
Domani faccio un lupo. Uno due… cinque sei nove dieci dita. Conto le mie dita: sono dieci. Dieci dita. Dieci dita. sono dieci.
Domani faccio dieci lupi.

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