La verità, vi prego – “Blue”

Ecco il primo capitolo del romanzo “Blue” di @Sadie Lancaster che ha partecipato alla rubrica la verità, vi prego.
Per leggere la mia lettera di valutazione clicca qui.

Blue
Capitolo I
Betta

«Tra l’amore e la musica c’è questa differenza:
l’amore non può dare l’idea della musica,
la musica può dare l’idea dell’amore.»
Hector Berlioz, “Memorie”

Betta era seduta alla scrivania del suo ufficio e fissava con cipiglio il desktop scuro che continuava a non accennare segni di vita. Non era stata una giornata granché felice per lei, ma del resto neanche per me. Fu quella la ragione che mi spinse ad andare a trovarla al lavoro, quella e l’ardente bisogno di un caffè con la mia migliore amica.
«Non è che se continui a guardarlo si anima all’improvviso, eh», le dissi, mentre le avvicinavo il caffè alla tastiera suggerendole di berlo.
«No, lo so», rispose in un sospiro.
Osservò per un po’ le nuvole di fumo che con prepotenza danzavano via dalla tazzina, librandosi nell’aria e giocando con la luce al neon della lampada grigia accanto al laptop.
«Tu come stai, stella?», continuò.
«Io sto così».
Feci spallucce e mi raddrizzai sulla sedia, distolsi lo sguardo dal suo e lo concentrai sulla scrivania; la serie di fascicoli che invadevano il tavolo rendevano difficile distinguere il suo colore originale dal resto. Sembrava quasi quegli strani grafici imbrattati col carboncino volessero assicurarsi il dominio sui pensieri di Betta, colonizzando tutto quello che l’era a un tiro di schioppo.
Quel che, invece, affliggeva me non aveva nulla a che vedere con la sonnolenza momentanea di un computer iper-tecnologico, tutt’al più la mia era una tacita disperazione per la perdita dell’amour, o meglio di quello che credevo fosse, e sarebbe rimasto di lì a tutta la mia vita, il mio amour.
Emanuele, ventisei anni. L’avevo conosciuto alla presentazione del nuovo libro di Diego De Silva, Mancarsi. Era qualche fila più avanti rispetto a me e, mentre il relatore parlava dell’amore e della sua mancanza, mi lanciava languidi sguardi con i suoi occhi verde prato. Non appena finì la presentazione, mi si avvicinò con fare discreto e allungò la mano destra.
«Emanuele, piacere».
Io rimasi zitta, immobile per qualche secondo, prima di stringergli la mano e presentarmi a mia volta. Fu in quel preciso momento che la miccia capace di far scoppiettare furiosamente il mio cuore si accese e fu esattamente quello il modo in cui il nostro idillio amoroso cominciò, con una presentazione a una presentazione.
Inizialmente ci incontrammo per puri scambi culturali, ci consigliammo libri, andammo a teatro, alle mostre, ai concerti. Una volta lo portai perfino a sentire un gruppo emergente, i Martini con Oliva. Facevano musica alla Norah Jones con questa ragazzetta tanto carina, che mentre cantava creava splendidi vortici geometrici con le mani a tempo di musica, ricordando vagamente Edith Piaf.
Quando lo incontrai, la mia passione per i gruppi emergenti era già consolidata da tempo. Gli spiegai che mi sentivo quasi vincolata moralmente ad ascoltarli, perché bisognava sostenere i giovani di talento, ci tenni pure a precisare che chiaramente era necessario fossero realmente talentuosi affinché me ne appassionassi. Emanuele sembrò apprezzare e mi disse che i Martini Con Oliva gli piacquero, anche se non volle più accompagnarmi ad altri concerti scova-talenti, la qual cosa aveva destato in me qualche sospetto, soprattutto riguardo il suo concetto di: “Veramente bravi, bella questa cosa che cerchi sempre di conoscere gruppi nuovi, mi sembra bizzarra, nel senso di carina”, ma tentai di non badarci troppo.
Stemmo assieme per sette mesi, noi due. Effettivamente, fu prematuro da parte mia considerare quel breve tempo come un valido passaporto per decidere che lui sarebbe diventato l’amour della mia vita. Malgrado ciò, rimasi piuttosto basita quando una mattina di settembre, Manu mi portò la colazione a letto (come suo solito), mi diede un bacio sulla fronte (come suo solito) e si sincerò, con premura eccessiva, che non mi lasciassi sfuggire quel che aveva nascosto sotto il cornetto alla marmellata, mentre, con altrettanta premura, si defilava tanto frettolosamente da uscire dalla porta d’ingresso con una manica del cappotto ancora penzolante lungo la schiena.
Era un bigliettino, quel che la mia metà aveva dolcemente sistemato sotto il croissant. Mi diceva, in sintesi, che era stato bello godere della compagnia l’uno dell’altra in quei mesi, ma che, effettivamente, s’era reso conto di non volere implicazioni emotive troppo forti, durante un momento tanto delicato della sua vita (che il momento delicato fosse la vita stessa?). Lui, purtroppo (sì, c’era scritto “purtroppo”), mi amava, quindi si vedeva costretto “a dividere indissolubilmente le nostre strade”. Magari un giorno se ne sarebbe pentito, considerando che persona speciale e gradevole io fossi, ma per il momento non vedeva altra soluzione. Me l’aveva detto con un biglietto del buongiorno, ché altrimenti sarebbe stata troppo dura la separazione tra noi due, per lui non era mica facile!
Dopo averlo letto, avvertii un lieve fastidio all’altezza delle corde vocali, le sentii graffiare, irritarsi. Serrai la mascella, accartocciando il foglietto, e accettai il lento regresso della mia pace interiore quotidiana. Mangiai il mio cornetto – piuttosto buono – in un dignitoso silenzio, mi lavai piano, mi vestii ancor più piano, ripiegai il biglietto nel taccuino dei Beatles e andai a piedi verso casa di Betta. Arrivata da lei presi a urlare a perdifiato per cinque minuti buoni, ma non piansi finché non arrivò la sera. A me soltanto la sera faceva un certo effetto.
Da quel giorno non avevo una fissa dimora, non perché io e il mio (non)amour avessimo diviso l’appartamento o che altro, il monolocale nel quale vivevo era mio, tutto mio (e del mio locatario). Era piuttosto perché avevo preso a dormire un giorno sì e l’altro anche dalla mia amica, che faceva in modo che io mi alzassi al mattino, facessi dell’attività fisica e mangiassi altro oltre il cioccolato fondente.
«Sarebbe il caso che tu cominciassi a riprendere una vita sociale, Nora», mi ricordò Betta.
Grugnii.
Il fattaccio del bigliettino era successo soltanto due settimane prima, non mi sentivo ancora pronta a socializzare con qualcuno che non fosse lei. Non valeva più la regola del “almeno un mese di lutto”?
«Non credo di esserne ancora in grado».
Schioccò la lingua.
«Va bene. Questo computer mi sta facendo impazzire e si è fatta una certa, tra poco devo vedermi con Riccardo», spense la lampada e dalla sua borsa Prada sfoderò il suo iPhone 5 con tanto di mascherina di Moschino d’occorrenza. Fece scivolare le dita sullo schermo lucido del cellulare e nel giro di qualche istante la stanza si riempì della melodiosa voce di Amy Winehouse.
«Wow, tesoro, che tecnologia! Il tuo cellulare è anche uno stereo portatile, pensa te!».
«Non fare finta di essere una nonna anti-tecnologia, sai perfettamente come funziona il mio telefono», mi trucidò con lo sguardo.
«Non proprio perfettamente, ma la storia della musica in effetti mi è familiare».
Finalmente, bevve il suo caffè, lanciando uno sguardo nervoso all’orologio da polso. Non sia mai capitasse a Riccardo d’aspettarla!
La puntualità quasi maniacale di Elisabetta – solo per gli amici Betta – era uno dei suoi punti caratteristici, che riusciva sempre a rispettare. Potevano capitarle imprevisti tra i più improbabili, ma lei arrivava in stramaledettissimo orario ovunque dovesse, era pazzesco.
Oltre questo nutriva una spasmodica adorazione per Amy Winehouse, l’ascoltava nei suoi “momenti relax”. Dalla pausa caffè e sigaretta appena finito di lavorare, al tragitto da casa alla lavanderia, per cui impiegava in sostanza circa lo stesso tempo di un caffè e una sigaretta. Checché se ne potesse dire, comunque, il suo interesse principale, nonché il più frivolo, era un altro: la moda. Era una specie di ossessione per lei, che era brava non soltanto a seguirla, ma anche a reinventarla secondo i suoi canoni, il che l’aiutava parecchio col lavoro.
Betta era un architetto, ma di quelli bravi sul serio, le commissionavano opere grandiose. Ci metteva una passione tanto coinvolgente, che a vederla mi veniva voglia di creare un grattacielo assieme a lei. Era capace di sfruttare qualsiasi tipo di spazio, di creare archi, pilastri, piscine, camere spettacolari.
Aveva avuto tutte botte di culo nella sua vita, non appena trovato lavoro aveva incontrato anche un designer, Riccardo. Erano fidanzati da quattro anni e mezzo.
Un ragazzo a dir poco stupendo sotto tutti i punti di vista, quello lì. Alto, di un biondo spettinato, occhi color nocciola, naso a punta, mento pronunciato degno di Jude Law, un velo leggero di lentiggini a ricoprire gli zigomi alti e fieri. Una carnagione color caramello e un sorriso da perdere la testa a rendere le sue tumide labbra ancora più seducenti. Un fisico atletico, possente ma non troppo. Vestiva in modo impeccabile, nonostante nascondesse un animo vagamente hipster, col quale sapeva fare i conti senza darlo a vedere.
Riccardo era dolce come il miele in compagnia di Elisabetta e simpatico con ironia in compagnia degli amici di Elisabetta, tra cui, fortuna volle, rientrassi anche io. Trascorrere una serata assieme alla coppia-meraviglia (così li chiamavo e così avrei continuato a chiamarli malgrado le loro proteste a riguardo) mi dava l’illusione di trovarmi in un mondo migliore, il paradiso della grazia, del buon gusto e delle buone maniere, il tutto in chiave Diane Keaton e Woody Allen che fanno un film insieme, tipo Io e Annie però con meno confusione.
Manco Betta era da meno, eh. Tralasciando le note caratteriali del caso (la mia obiettività potrebbe vacillare in questa precisa materia), era una di quelle bellezze mozzafiato da copertina, con i suoi capelli color mogano lunghi e lisci, degli intensi occhi verde bottiglia, ciglia foltissime, un sorriso dolce, labbra carnose e naso teneramente all’insù. Una pelle vellutata di un colore che, nell’immaginario comune, ero convinta fosse quello delle dee dell’Olimpo. Non era troppo alta, ma nonostante ciò aveva delle gambe sinuose o forse sapeva soltanto come valorizzarle, non l’avevo mai capito. Neanche il suo seno era da meno, parlando in tutta franchezza aveva proprio un bel davanzale, tutte e tutti glielo invidiavano. “Come era possibile fosse perfetto anche quello?”, si domandavano i comuni mortali senza trovare adeguata risposta.
Chiaramente Elisabetta aveva un segreto, tutte le donne belle e di successo ne hanno uno (anche le altre, ma a nessuno frega niente), il suo segreto era la ginnastica. E non parlo della semplice ginnastica domestica. Lei frequentava una quantità smisurata di corsi: pilates, yoga, aquagym ed è meglio fermarsi qui perché l’elenco potrebbe continuare per almeno altri due minuti.
Finito il suo caffè, s’accese una sigaretta. Mi allungò il pacchetto di Camel Light e me ne offrì una, la rifiutai senza troppe cerimonie. Non che non fumassi, ma non volevo esserne schiava. Preferivo fosse uno di quei piccoli piaceri da concedermi ogni tanto, quando ero convinta di meritarmelo, come un bicchierino di cognac invecchiato dopo cena. Poi le Camel non mi sono mai piaciute nello specifico.
«Ti vedi con Riccardo?».
«Sì, gioia. Mi viene a prendere tra dieci minuti. Possiamo giusto finirci questa sigaretta, dopodiché vado in bagno e scendiamo a incontrare il dolce miele col suo sorriso scioglicuore», aveva portato le mani congiunte al petto con l’aria trasognata.
«Sto per vomitare».
Betta era così, le volevo un gran bene, per me non era paragonabile a nessun’altra persona al mondo, ma ogni tanto era inebetita da ‘sti momenti estremamente mielosi che mi facevano venire dubbi sulla sua percezione del reale.
Sbuffò, spense la sigaretta e si avviò verso il bagno. Io mi misi il cappotto e cominciai a meditare sul da farsi. Tornare a casa era piuttosto rischioso. Avrei cominciato ad ascoltare Kind Of Blue di Miles Davis versione 33 giri e mi sarei abbandonata a un resoconto mentale dei miei ultimi anni di vita, fino a giungere alla conclusione di non aver concluso proprio nulla e da lì probabilmente avrei preso a piangere reprimendo i singhiozzi a suon di morsi sulle labbra. Ergo: bisognavo di un’alternativa valida all’opzione lettera A – meglio conosciuta come: OpzioneChezNora – e l’unica opzione lettera B, che il mio estro geniale riuscì a partorire, fu l’OpzionetChezBetta. In sintesi, si trattava del comodo e lussuoso appartamento di proprietà della mia amica, con personale disponibile e garbato, che sapeva quando era il momento di levare le tende.
Betta uscì dal bagno che sembrava un’altra: capelli sciolti in balia dell’aria condizionata dello studio, occhio da cerbiatta ancora più luccicante, labbra brillanti alla Blair Waldorf e nessuna traccia delle occhiaie violacee, che fino a qualche istante prima avevano solcato mostruosamente il suo viso d’angelo. Non che fosse una novità la sua arte del restauro, ma ogni tanto riusciva ancora a sorprendermi.
«Dormi dal tuo bello, stella?».
«Potrebbe darsi, pasticcino al burro. Perché?».
«Pensavo di approfittare della tua ospitalità un giorno in più».
«Mi casa es tu casa, mi alma».
«Gracias, mi corazón».
Mi diede le sue chiavi di casa e mi disse che m’avrebbe informata se si fosse placidamente abbandonata al possente letto di Sir Riccardo. Le scoccai un bacio sulla guancia e mi avviai gongolante verso il suo Château.
Arrivata all’ingresso, mi fermai ad ammirare quel paradiso immobiliare. Il portone in legno nero intarsiato, con tutti quei ghirigori principeschi e le due colonne in pietra bianca poste ai lati, sembrava un enorme quadro. Come se l’edifico avesse bisogno di altri sfarfallii per assumere un’aria elegante, accanto alle colonne erano stati posizionati due enormi vasi, in cui riposavano delle margherite, cioè proprio le margherite della camomilla, quelle piccole, profumate, eccetera.
Dopo aver armeggiato con le chiavi finché qualche passante non mi avesse visto, scambiandomi per una residente, inserii la chiave giusta nella toppa e lasciai che l’atrio del paradiso immobiliare si spalancasse al mio cospetto con riverenza.
Il gabbiotto del portiere – sulla destra non appena s’entrava – era di quelli in ferro battuto nero con un’ampia vetrata che gli permetteva di monitorare chiunque mettesse piede nel suo tempio. Era un signore taciturno, il portiere, non ricordavo d’averlo mai sentito veramente parlare, ma scrutava la sua regione con occhi che trasmettevano un interessante mix di disagio, soggezione e scontrosità, mi incuteva un certo timore a dirla tutta. Portava dei folti baffi neri brizzolati e una coppola color mirto. Non sorrideva, non rideva e non si muoveva neanche troppo dalla sua postazione, in piedi l’avevo visto sì e no tre volte in totale.
Lo salutai e lui di tutta risposta abbassò il capo. Era il suo modo di dirmi: “Buona notte”, io lo sapevo. Il pavimento, di candido marmo, era un incubo per le dolci donzelle avvezze a indossare tacchi alti, per loro era un incubo. A me era capitato soltanto una volta, sembrava che il ticchettio delle mie scarpe avesse svegliato tutte le statue, mi fissavano i piedi e mi rimproveravano con quei dannati occhi di pietra. Da quel giorno mi ero ripromessa di portare solo All Star, soletta in gomma no-limits.
Superata la guardiola, presi le prime scale sulla destra e mi diressi all’ascensore con le pareti composte da specchi. Era tutto così splendido lì, che mi sembrava di entrare in un universo parallelo e io, in un quel momento, avevo un biglietto di sola andata verso Meraviglialandia. Al sesto piano le porte dell’ascensore si spalancarono, permettendomi l’accesso allo ChaletChezBetta.
Casa sua era come lei: un sogno. Un piccolo appartamento in Via dei Mille, uno dei posti più ricercati nel cuore della “Napoli bene”. Si presentava con un soggiorno a cui non mancava niente: finestra sul mare, divano in pelle color panna, cuscini colorati di varie tonalità di rosa e turchese, pianoforte a corde bianco, quadri pop-art, impressionisti, neoclassici, lampade ultramoderne, un cassettone bianco dalle linee retrò, stereo di ultima generazione, televisione 55 pollici Full hd, 3d e chi più ne ha più ne metta.
Mi diressi verso la cucina, facendo attenzione a non inciampare nel gradino all’ingresso. Preparai la moka blu chiaro e la misi sul fornello. In una manciata di minuti il mio caffè nero bollente era pronto, mi sedetti sulla poltrona bordò accanto alla finestra e mandai giù il liquido scuro a piccoli sorsi, gustandolo con tranquillità. Tirai un sospiro sereno, quello del caffè era uno dei momenti che più preferivo in assoluto. Collegai l’iPod alle casse che Betta aveva gentilmente dimenticato sul tavolo e mi sedetti allungando i piedi sul pavimento, sistemandomi meglio i cuscini dietro la schiena.
I Coral cominciarono a riempire la stanza d’allegria con In The Morning. Quella canzone mi metteva istantaneamente di buon umore, mi dava l’idea di una persona in bicicletta che pedala su una strada residenziale e tutti che s’affacciano sorridendo a salutarlo e poi cominciano un balletto con il sole alle loro spalle.
Partì Skeleton Key, tutta un’altra storia, molto più psichedelica e incazzata. Skippai, ero già abbastanza psichedelica e incazzata di mio, al massimo avevo bisogno di un po’ di frivola felicità. In effetti, avevo bisogno di musica che mi aiutasse a ritrovare il mio centro Zen, di cui mi rendevo conto di nutrire un assoluto bisogno.
Il centro Zen, per l’appunto, è quel centro di serenità e calma che dimora in ognuno di noi. Non sempre c’è agevole riconoscerlo, eppure è una costante nella nostra quotidianità. Ogniqualvolta sentiamo l’innato desiderio di gridare a gran voce al mondo intero il nostro nervosismo e un istante prima di esplodere ci fermiamo, serriamo le labbra e cominciamo a respirare profondamente, chiudendo anche gli occhi magari, ecco, lì, in quel preciso istante, noi stiamo animando e sviluppando il nostro centro Zen, che in pratica si materializza soltanto nei nostri momenti di crisi profonda.
Bisogna avere un discreto talento per riuscire a recuperare facilmente il proprio centro Zen. Io ormai avevo una certa dimestichezza, se avessi dovuto affrontare con un urlo tutte le mie crisi nervose, probabilmente non avrei avuto più neanche un briciolo di voce.
Mi resi conto di conoscere la soluzione: per ritrovare il mio centro Zen avevo bisogno di un po’ di sano Rock’n’Roll. Se si ascolta Jailhouse Rock la propria giornata è destinata a migliorare esponenzialmente, è clinicamente testato.
Alla terza canzone del Re e alla seconda tazzina di caffè, decisi di smetterla di essere tanto puritana e di correggere con un po’ di whiskey la moka in arrivo, dovevo risvegliare l’animo irlandese che dimorava in me.
Non fu un’idea brillante, al primo irish coffee seguirono altre cinque tazzine piene di whiskey senza il gentile accompagnamento del liquido color cioccolato. Verso le undici ero in pieno delirio alcolico, ballavo Elvis Presley in piedi sulla poltrona di Betta, ignara della catastrofe in atto nella sua cucina, cantando a perdifiato come non ci fosse un domani.
A mezzanotte ero disperata, avevo smesso di bere dalla tazzina e avevo preso a tracannare l’alcolico ambrato direttamente dal collo della bottiglia, piangevo cantando Suspicious Mind, quando di colpo mi ricordai della promessa di Betta: mi avrebbe telefonata.
Sapevo, coscientemente, che non era mai esistita questa promessa e che mi aveva semplicemente detto che mi avrebbe avvisata nel caso in cui fosse tornata a casa a dormire, ma in quel momento non v’era nulla di cosciente in me. Nessuna molecola del mio corpo lo era, nessun neurone nel mio cervello e di certo non lo erano le mie dita mentre digitavano il suo numero, come se telefonarle rappresentasse l’unica fonte di salvezza per la mia vita.
Quando non mi rispose, cominciai a rasentare la follia. Era come se d’improvviso soffrissi della sindrome da abbandono, come se lei fosse la mia padrona e io il cane ripudiato sul ciglio dell’autostrada non appena fossero spuntate le prime ferie all’orizzonte. Mi disperai come non mai. Mi misi a gridare imprecazioni poco chiare perfino a me stessa, poi afferrai la bottiglia di whiskey e la portai in camera.
Non fui in grado di disfare il letto, anziché aprire le lenzuola le scaraventai per aria lasciandole per terra e rovesciando un po’ dell’alcolico sul piumone di vere piume d’oca. Non ci badai molto, appoggiai la bottiglia sul comodino dopo avergli dato l’ultimo sorso, quello della buonanotte, e mi buttai letteralmente sul materasso con la luce ancora accesa e Elvis Presley che continuava a cinguettare dalla cucina.
Grazie a questo resoconto, forse, risulta più chiaro perché credessi di non essere pronta ad avere rapporti sociali che non prevedessero Betta.

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