Era così bella nella sua bara: la letteratura e i cliché

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sulla letteratura

Lo script-doctor Robert McKee nel suo “Story – contenuti, struttura, stile, principi per la sceneggiatura e per l’arte di scrivere storie” scrive col solito modo diretto:

Potendo scegliere tra materiale banale raccontato in modo brillante e materiale profondo raccontato male, il pubblico sceglierà sempre quello banale raccontato brillantemente. I maestri narratori sanno come spremere vita dalla più banale delle cose, mentre i narratori scadenti riducono a banalità le cose più profonde. Potete avere l’intuito illuminato di un Buddha, ma se non sapete narrare le vostre storie diventeranno aride come gesso.

A McKee interessa dimostrare come il mestiere (che non è falsificazione, trama oscura o “operazione a tavolino”, ma consapevolezza di quello che fai: arte) non solo valorizzi il talento (virtù fragile), ma finisca per essere l’irrinunciabile pianeta sul quale il talento si può tenere in vita.
E poi fa una distinzione tra talento letterario e talento narrativo:

Il talento letterario – dice – è la “trasformazione creativa del linguaggio ordinario in una forma superiore più espressiva che descrive in modo intenso il mondo e cattura le voci umane”. Il talento narrativo è – invece – la “trasformazione creativa della vita stessa in un’esperienza più possente, più chiara e più significativa”.

McKee vuole avvertire tutti del fatto che questi due talenti sono molto differenti, e che possedere l’uno non dà certezza di possedere anche l’altro. Si augura poi che entrambi i talenti siano il più possibile presenti (studiati, alimentati, esercitati) negli scrittori, negli sceneggiatori e in chiunque voglia raccontare storie attraverso la scrittura (le storie si possono raccontare in tanti modi).

Ma ecco il punto che m’interessa, laddove si mostra con una sola frase perché esiste ancora la questione su che cosa sia la letteratura:

La materia del talento letterario sono le parole, la materia del talento narrativo è la vita stessa.

Una distinzione di qualità, dunque, ma non nel significato che il senso comune ha finito per dare alla parola (qualcosa di buono, bello, migliore contro qualcosa di scadente, brutto, mediocre) , ma nel significato primo:

Proprietà che caratterizza una persona, un animale o qualsiasi altro essere, una cosa, un oggetto o una situazione, o un loro insieme organico, come specifico modo di essere, soprattutto in relazione a particolari aspetti e condizioni, attività, funzioni e utilizzazioni.

Esiste la letteratura che ha la qualità di occuparsi dell’espressione e la letteratura che ha la qualità di occuparsi dell’esperienza, e per di più esiste un’infinita varietà di narrazioni che riempiono lo spazio in mezzo a questi due modelli. E non è difficile capire perché la seconda sia più diffusa (e abbia dunque più peso e più potere) della prima: perché alcune, anche tante ma comunque alcune, possono essere le persone (i lettori) che si occupano delle parole, mentre della vita stessa bisogna per forza occuparsene tutti.

Raccontare in forma scritta è già di per sé una sublimazione, a me pare evidente, e mi pare evidente, ma so che non è condiviso da tutti, che il fatto che esistano lettori di Fabio Volo (questo povero Fabio Volo è ormai solo un nome esemplare, usato a uso e consumo dei nostri discorsi snobistici: o meglio di quei discorsi che sparano sulla croce rossa perché tanto non costa niente) sia per l’umanità un’ottima notizia. Meglio non leggere nulla che leggere Fabio Volo? Giammai! Sempre meglio leggere.

Per leggere Fabio Volo si entra in libreria e quando si entra in libreria (o in un corso di scrittura, o in un gruppo fb di letteratura, o in qualsiasi altro posto) si è già un passo avanti per la prossima mossa – che potrebbe sorprendere. E poi, più seriamente: i libri di Fabio Volo sono composti. Hanno una struttura, seguono una linea, riguardano delle questioni, mettono in scena dei personaggi verosimili e fanno sì che accadano loro degli avvenimenti paradigmatici. Hanno tutto ciò che serve per essere chiamati storie, narrativa e anche, sì, letteratura. Per intenderci: non è che un libro come quello di Fabio Volo possano scriverlo tutti. No-no: bisogna saperlo scrivere.

Per lo stesso discorso, ma fatto al rovescio, va rivendicata la possibilità di distinguere a priori e di operare scelte pregiudicanti: io non leggerò mai un libro di Fabio Volo e no, non ho bisogno di leggerlo tutto per sapere che non m’interessa l’esperienza di cui racconta e non mi piace l’espressione con cui racconta e che in definitiva la sua storia non ha niente da dirmi. E se dovessi riassumere il motivo per cui io so già che un tal libro non mi piacerebbe direi così: ho educato la mia capacità di lettura al punto da poter riconoscere immediatamente quando una storia raggiunge un limite di cliché (narrativi e/o letterari) che io non posso (voglio) più superare.

orecchie

sui cliché

Partiamo da un paragone azzardato: Alessandro Celani nel suo interessante “Victima – discorso e forma dell’uccidere”, Aguaplano scrive:

Secondo l’etimologia degli antichi, molto incerta al riguardo, i termini victima e victoria potrebbero avere una comune origine. La forza narrativa dell’evento di vittoria e quella drammatica del sacrificio mostrano un simile tratto di verità.

ed è come se stessimo parlando della sostanza delle storie: che siano infelici o spensierate, d’amore o vendetta, di auto-fiction o generazionali possono sempre essere in grado di svelare una verità sull’uomo. (Possono sempre essere veicolo di talento narrativo).

E poi, esaminando la tradizione del rilievo storico romano, Celani continua:

L’atto del sacrificio vero e proprio, l’uccisione cruenta della vittima, non appare nelle scene di sacrificio. Come del resto, per quanto ciò non vada necessariamente inteso nei termini di un paragone, l’uccisione violenta del nemico compare raramente nel rilievo storico romano. In entrambi i casi l’immagine più ricorrente è quella che precede l’aggressione, quasi che essa contenga intatta l’energia catartica del sacrificio e la potenza della vittoria.

E qui è come se sottolineassimo che per trovare forma al racconto (tragedia o festa che sia) un aspetto importante potrebbe essere (ed è) non mostrare quello che ci si aspetterebbe. Ossia: tenere a bada il cliché. Che cos’è il cliché? Quello che Ortega y Gasset chiamava la “sostituzione del pensiero” e che Paolo Bagni nel suo “Come le tigri azzurre”, il Saggiatore (fuori catalogo) introduce così:

C’è una curiosa riflessione di Ortega y Gasset intorno al motivo di un non sapere formulato […] si racconta la storia di un maestro indiano al quale i discepoli chiesero quale fosse la maggior sapienza: non ottenendo la risposta ripeterono più volte la domanda sino a esserne stanchi, e il maestro allora disse che già aveva dato la risposta, poiché «la maggior sapienza è il silenzio»

Ed ecco che fine fa la verità di questa risposta, una volta che diventa alla portata di tutti, una volta che non si ha più la capacità di distinguere se sia stata detta da un maestro indiano o da una vecchia zia:

gasset

Ma, ancora una volta: non si dovrebbe mai considerare un problema il fatto che una vecchia zia (Fabio Volo) possa raccontare l’esperienza del tacere. È, anzi, un’esperienza che può far bene a molti. Allo stesso modo, si dovrebbe tener conto della necessità di guide in grado di direzionare gli ascoltatori verso un’espressione nuova (perché riformulata, arricchita, traslata, ecc) che possa addirittura modificare completamente l’esperienza del tacere così come si è ormai classicamente intesa.

Ma attenzione a fare dello stile o della complessità (che è cosa assai diversa dallo sperimentalismo, ma anche assai diversa dalla complicazione) l’unica meta da raggiungere della letteratura. La battaglia al cliché non è solo il modo linguistico ma anche la selezione dello sguardo: posto che “cosa raccontare?” sia una domanda a cui si potrebbe rispondere con “tutto” – perché l’importante è chiedersi “come raccontare?” –  non è però necessario occuparsi solo delle parole, ma anche dello sguardo, inteso come taglio, selezione di eventi, azioni, personaggi, scene, immagini, momenti: mancherebbe insomma un piccolo passo e si ritornerebbe al “cosa” (raccontare). Per dire del fatto che forse le due questioni non possono poi essere considerate troppo lontane.

intermezzo: esempi di cliché

sei espressioni singole:

  • i pensieri che affiorano
  • le maschere che indossiamo
  • la lucida follia
  • sentire il rumore dei propri passi
  • solleticare l’anima
  • era così bella nella sua bara

una frase intera:

«In tutto quello che diceva c’era passione, trasporto, era impossibile stargli vicino e non sentirsi contagiati dal calore che emanava ogni sua frase, dal calore del suo corpo.»

Susanna Tamaro, Va’ dove ti porta il cuore – Bompiani

tre scene (momenti del racconto: momenti del “cosa”):

  • una donna sotto la doccia che si strofina con forza dopo aver subito una molestia
  • uno schiaffo che mette fine a un battibecco tra due amanti e dà il via al rapporto sessuale
  • una corsa senza meta per scaricare la rabbia dovuta a un’ingiustizia subita o al sentirsi incompreso

cuori

su cosa è letteratura e cosa non lo è

Di un testo che includesse gli esempi di cliché precedenti più altri ancora, ma che raccontasse una storia compiuta, disposta secondo criteri riconosciuti e riconoscibili, che venisse pubblicata e che avesse dei lettori, si potrebbe dire che è letteratura. Ci si può arrabbiare (ma perché, poi?), dare di gomito o scambiare risate sprezzanti, ma resterebbe il fatto che il testo esiste, racconta una storia, ha compiuto una forma e abitano il pianeta persone che lo leggono.

Martin Amis in “La guerra contro i cliché”, Einaudi dice che:

È facile interagire con la letteratura. È alla portata di tutti, perché le parole (al contrario di altri strumenti come la tavolozza o il pianoforte) hanno una doppia vita: chiunque, bene o male, è in grado di maneggiarle. […] Non sorprende che questa disciplina sia stata più aperta alla democratizzazione rispetto, per esempio, alla chimica o al greco antico.

e a me, nonostante lui lo scriva con un po’ di biasimo, questa cosa non dispiace affatto. Non ho mai pensato che la letteratura dovesse giovarsi di una protezione classista. C’è un’altra cosa che la protegge, e non è solo il tempo – di cui parla Amis e in cui confido anch’io:

Nel lungo periodo, però, la letteratura resisterà al livellamento e tornerà a una struttura gerarchica. E questo non per decisione di un qualche bellettrista snob. A decidere sarà il Giudice Tempo, il cui compito è quello di separare coloro che sono destinati a durare da coloro che invece non dureranno –

ma la condivisione del sapere. Di questa, sì, dovrebbe occuparsi il giornalismo culturale e la critica letteraria in modo tale da fornire al mondo qui fuori gli strumenti per comprendere non solo i “perché” – suscettibili di innumerevoli sensibilità e opinioni, e comunque sacrosanti – ma anche i “dove” (le citazioni!) e i “come si fa a capirlo” (i riferimenti! i paragoni!) che annuncino un testo letterario come un’esperienza/espressione più, o meno, preziosa di un’altra.

Le immagini di questo pezzo sono della mostra “Luogo comune” di Luigi Belli e Guido Scarabottolo

Scrivere è inseguire la verità (quello che le scuole di scrittura non dicono)

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(Avviso: le buone scuole di scrittura sono importantissime! Iscrivetevi ai loro corsi!)

Se provate a leggere il programma di un’onesta scuola di scrittura la successione degli argomenti delle lezioni che troverete sarà grosso modo questa:

PUNTO DI VISTA
VOCE NARRANTE
STRUTTURA DELLA STORIA (I 3 ATTI)
PERSONAGGI
CONFLITTI
TRAMA
SCENE
MONTAGGIO
STILE
EDITING

Parlo dei programmi seri, non di quelli che hanno come titolo delle lezioni “l’incipit”, “il dialogo”, “la descrizione”, “il finale”. Quelli meglio lasciarli perdere.

I programmi seri prendono in considerazione l’approccio a un testo narrativo nel suo insieme, analizzando le singole parti senza dimenticare di cosa si sta parlando: una storia. Non esercizi scolastici ed estemporanei (punto di vista: scrivi come se fossi un gatto; dialoghi: due sconosciuti s’incontrano al bar, cosa si dicono?), ma prove di composizione: disporre un’idea in forma narrativa.

Comunemente per idea s’intende una cosa a metà tra “di cosa parla la storia” e “di cosa vuoi parlare tu” e il “di cosa vuoi parlare tu” si declina ora in “la mia esperienza” ora in “i temi che mi stanno a cuore” ora in “la mia ossessione” (il più affascinante, e molto spesso il più fasullo). Raramente in: “quello in cui credo”. Invece è proprio da lì che parte la narrazione. Senza credere in qualcosa, senza avere una verità di cui parlare, si scriverà una, perfino buona, progressione di eventi, ma non una storia.

Non bisogna avere paura della parola verità: la verità è una cosa che esiste – anche se non se ne può avere certezza condivisa, anche se non è data e non la si può dare – e che muove la vita di ognuno di noi: cerchiamo la verità in ogni cosa che facciamo, in ogni scelta che prendiamo, in ogni azione che compiamo. Possiamo non ammetterlo e può farci paura, ma la verità è il motivo per cui – e attraverso cui – ci costruiamo. È il motivo per cui – e attraverso cui – si possono costruire e muovere i personaggi di una storia.

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La verità, vi prego: via le parole incerte, la storia è tua

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questo articolo è già uscito su Satisfiction

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Federica Sazzini e il primo capitolo del suo romanzo 
"L'attesa"
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Federica Sazzini nasce a Firenze nel 1983, dove risiede e lavora. 
Dopo cinque lunghi e amati anni di studio al liceo classico Galileo 
decide di scoprire l'altro lato della cultura, quella scientifica. 
Si laurea in ingegneria energetica e consegue il dottorato 
in ingegneria industriale. 
Il mondo delle lettere però non ha mai smesso di averlo dentro di sé, 
e con questo primo racconto ha iniziato a riversarlo su carta.

Cara Federica,

voglio mostrarti come nella scrittura un problema di forma diventi un problema di sostanza, e viceversa. Osserva bene questi stralci del tuo primo capitolo, che ricopio qui sottolineando alcune parti.

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Lista da 10: cose a cui abituarsi

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  1. Troppo difficile spiegare tutto a tutti, prendetevi quello che c’è.
  2. I compartimenti stagni sono nemici, pare.
  3. Ma certo che il destino esiste.
  4. Anticipare può salvarti la vita?
  5. Inutile correre, il resto del corpo è dietro l’angolo.
  6. I libri sul dolore sono gli unici da amare.
  7. Forza, prova a scambiare il mare con la montagna. Meno scivoloso, stiamo più dritti.
  8. Guarda che lei non è ancora morta.
  9. Foto in primo piano, non ne riconosco neanche uno.
  10. Niente basterà.
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Marosia Castaldi, Dentro le mie mani le tue – Feltrinelli

La tua storia non è la mia

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Io e mio figlio Andrea siamo in macchina, è appena finita la sua giornata all’asilo, lo riporto a casa, ci lamentiamo del sole che rimbalza sul parabrezza e ci acceca.

Andrea dice: Mannaggia mamma, questo sole lo dobbiamo fare grigio.
Io rispondo: Ma no, che tristezza il sole grigio.

Andrea scoppia a piangere. Gli chiedo che succede, ma lui va avanti a singhiozzi così forti che sono costretta a fermare la macchina, raggiungerlo sul seggiolino e stringerlo forte: gli faccio ‘nzù ‘nzù nelle orecchie, gli asciugo le guance con i baci, gli do un po’ d’acqua.

Prova a spiegarmi che a lui il sole grigio piace, perché è bello, perché così non dà fastidio. Perché non vuoi fare il sole grigio con me? mi dice. Sono così mortificata che non faccio di meglio che perpetrare la mia ostinazione: hai ragione, a mamma, è solo che pensavo che con il sole grigio venisse la pioggia, e a noi non piace quando piove – e sbaglio di nuovo, perché Andrea dice a me la pioggia piace, e ricomincia a piangere.

Scrive Marcello Fois nel suo “Manuale di lettura creativa“:

Ogni lettore deve essere libero di tradurre il proprio libro, di leggere il libro che ha scritto lui, non il libro che ha scritto lo scrittore. Questo fa la differenza tra lo scrivente e lo scrittore: lo scrittore è quello che sa liberarsi del suo libro. E il lettore creativo lo sa, lo capisce con passione. Dice a se stesso che quel libro che ha scelto, ha deciso di comprare, ha pagato, è diventato roba sua. Dentro quelle pagine ci mette tutto il suo patrimonio, che è diverso, complementare, opposto, rispetto a quello dello scrittore. Uno scrittore del proprio libro può raccontare i motivi che lo hanno generato, ma non certo il risultato: quello è un esito che spetta al lettore.”

Andrea ha pianto perché io mi sono comportata da lettore che traduceva il suo libro. Lui aveva una storia in mente: una storia in cui il sole era grigio. E io ho letto quella storia mettendoci dentro il mio patrimonio, e nel mio patrimonio SOLE GRIGIO=PIOGGIA e PIOGGIA=TRISTEZZA.

Fossi stata una lettrice avrei avuto ragione, ma da madre ho avuto torto; e avrei avuto torto anche da editor: lavorare sulle storie degli altri vuol dire cercare sempre l’equilibrio tra la volontà di miglioramento («Guarda: ti faccio notare che se racconti di un sole grigio trasmetti tristezza») e la consapevolezza che quella storia non è tua, e che il tuo patrimonio deve restarne fuori.

Lista delle mie catastrofi con la scrittura

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  1. L’esercizio di scrittura creativa che segue il metodo Goldberg (scrivi per dieci minuti senza mai staccare la penna dal foglio, senza pensare, senza controllare, senza correggere gli errori). Scrivi a partire da: “Tutto è cambiato quando”.
  2. I libri che fanno male: “Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère; “Ingannevole è il cuore più di ogni cosa” di J.T. Leroy; “Il giardino di cemento” di Ian McEwan; “Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia; Ágota Kristóf: tutto; ma anche “La porta” di Magda Szabò; il racconto “La punta” di Charles D’Ambrosio; il racconto della promessa sposa in “Undici solitudini” di Richard Yates (come si chiama?).
  3. I cambi di punto di vista: in prima persona, in seconda persona, in terza persona: entra più dentro, spostati, tieniti a distanza.
  4. La lingua. Non si vede niente. La lingua. Sì, ma cosa hai detto?
  5. Il 16 febbraio del 2016, quando è improvvisamente morto un autore con cui lavoravo e mi è rimasta tra le mani la sua storia incompiuta.
  6. Scrivere non serve a niente.
  7. Chiedere a Luca di scrivere del mio parto: tu che puoi, dico. Non so se posso. Eri tutto intero. Insomma. Qualcuno dovrà pur dirmelo. E la scrittura cosa c’entra? Merda.

Leggere un io che parla

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Abbiamo due romanzi. Entrambi cominciano da un “trauma”. Entrambi costruiscono le prime 20 pagine su un’alternanza di spazi e tempi (anche verbali): siamo prima qui, poi lì, poi lì, e intanto il tempo è andato avanti o indietro.

Nelle prime 20 pagine dell’uno funziona meglio la struttura:

  • si dà conto del trauma
  • 1ª scena in luogo chiuso e collettivo: presentazione relazioni
  • cesura: flash back rivelatore
  • 2ª scena in luogo chiuso e collettivo: presentazione relazioni, 1ª scelta
  • scena di conflitto

Nelle prime 20 pagine dell’altro funzionano meglio il ritmo, le motivazioni, le informazioni:

  • si dà conto del trauma
  • 1ª scena in luogo chiuso e collettivo: presentazione relazioni e motivazioni
  • cesura: racconto del passato e scene: personaggi, relazioni, motivazioni, conflitti
  • (lo spazio-tempo della storia tornerà dopo le 20 pagine)

Mentre ne discutiamo ci capita di nominare due soli libri pubblicati: “I ponti di Madison County” di Robert James Waller e “Il lamento di Portnoy” di Philip Roth e non necessariamente per motivi di stretta comparazione, ma perché stiamo guardando la voce che hanno: ci ragioniamo.

“I ponti” comincia con la voce del narratore che, assecondando la finzione, confessa il suo obiettivo: mi è arrivata una storia sul tavolo, una storia di altri, e ve la voglio raccontare:

Ci sono canzoni che nascono dall’erba punteggiata d’azzurro, dalla polvere di migliaia di strade di campagna. Questa ne incarna la poesia. È un tardo pomeriggio dell’autunno del 1989, io sono seduto alla mia scrivania, guardando il cursore che ammicca sul video del computer davanti a me, quando squilla il telefono. All’altro capo del filo c’è un ex abitante dell’Iowa, di nome Michael Johnson, che ora vive in Florida. Un amico gli ha inviato uno dei miei libri. Michael Johnson l’ha letto; l’ha letto anche sua sorella Carolyn, e hanno da propormi una storia che credono possa interessarmi. Johnson è piuttosto circospetto, si rifiuta di aggiungere altro in proposito, se non che lui e Carolyn sono disposti a venire nello Iowa per parlarne con me. 

“Il lamento” ha la voce del protagonista che senza passare per presentazioni si confessa (si racconta all’analista) in un monologo che dice: voglio parlare di me per tutto il libro:

Mi era così profondamente radicata nella coscienza, che penso di aver creduto per tutto il primo anno scolastico che ognuna delle mie insegnanti fosse mia madre travestita. Come suonava la campanella dell’ultima ora, mi precipitavo fuori di corsa chiedendomi se ce l’avrei fatta ad arrivare a casa prima che riuscisse a trasformarsi di nuovo. Al mio arrivo lei era già regolarmente in cucina, intenta a prepararmi latte e biscotti. Invece di spingermi a lasciar perdere le mie fantasie, il fenomeno non faceva che aumentare il mio rispetto per i suoi poteri. Ed era sempre un sollievo non averla sorpresa nell’atto dell’incarnazione, anche se non smettevo mai di provarci; sapevo che mio padre e mia sorella ignoravano la vera natura di mia madre, e il peso del tradimento, che immaginavo avrei dovuto affrontare se l’avessi colta sul fatto, era più di quanto intendessi sopportare all’età di cinque anni. 

Per entrambi i romanzi a cui lavoriamo – così come per i famosi romanzi citati e per ogni tipo di narrazione raccontata in 1ª persona – la prima domanda da porsi per capire cosa si ha tra le mani è: l’IO che parla mi convince?

E la risposta – la prima delle risposte – non viene da ragioni di contenuto, di stile e men che mai di gusto, ma da una seconda domanda su cui inevitabilmente si rimbalza: funziona?
Ogni sì e ogni no va smontato e analizzato (è questo che si fa quando si legge professionalmente), ma non basta. Il passo successivo è quello più importante, che traccia il solco tra l’operazione intellettuale e il mestiere: compito dell’editor è lavorare allo stesso tempo al centro e ai margini: (aiutare a) trasformare tutti i no in sì. Sì, vedo i personaggi; sì, capisco cosa vogliono; sì, è chiaro da dove vengono; sì, ecco dove sta il problema; sì, è un problema che riconosco; sì, voglio ascoltare questa voce; sì, mi sento a casa. 

(La prima lezione di APNEA è andata. Questi eravamo noi, seri e concentrati:)

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Lasciate fare la poesia ai poeti

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Uno dei commenti che scrivo più spesso ai margini di un romanzo da valutare o editare è: sta facendo poesia.

Se lo pronunciassi pubblicamente starei dicendo un’inesattezza anche abbastanza fastidiosa, perché nel mio lessico privato quella frase significa: “scrive belle parole a vuoto”, mentre la poesia è tutt’altro che questo, è anzi proprio il contrario di questo: la poesia carica le parole di significato.

Ma ognuno di noi può permettersi il lusso di non correggersi quando pensa, di parlarsi in quella maniera inesatta e caotica e anche contraddittoria dettata dalla necessità di far presto e intendersi con una strizzatina d’occhio – ed è un lusso che io mi concedo quando per lavoro parlo (scrivo) per me.

Com’è ovvio, se l’analisi di ciò che leggo non deve restare nel mio cervello, ma essere comunicata all’autore, all’agenzia letteraria o a chi altri, “aggiusto” la mia frase in modo che abbia un significato più certo, comprensibile, condivisibile. E però dentro di me la voglia, doverosamente ammansita, di “dirlo come mi viene” resta.

Mi vibrò in corpo come una primavera inattesa portandomi alla mente figure oniriche, forme dai colori rubati all’arcobaleno. I toni di quell’immagine virarono al grigio appassendo in fretta alla presenza di un omaccione malandato.

Contraendo i muscoli, sorsi in piedi, ritrassi il braccio offeso e la strinsi come sempre, come sempre stretti e fusi nel bacio. Ella era greve, più di quando un languore profondo e animato la struggeva. Fu il principio della nostra distensione.

E dove non c’è niente di sicuro appare lo spirito infestante del panico che s’impossessa del suo animo, e sforza la gola senza urlo e sbarra le pupille senza lacrime.

Il problema è che, stringi stringi, quando il tentativo dell’autore è di dare “un tono” a ciò che scrive – complicando la scrittura, usando espressioni ora auliche, ora burocratiche, ora evocative – ciò che resta delle singole frasi, delle micro-descrizioni è proprio quello: un desiderio imitativo: voler fare poesia.
Ma l’imitazione senza consapevolezza diventa illogica e, cosa triste perché non voluta, si trasforma in comicità:

c’è aria di pioggia e l’aria si fa nitida e trasparente come il vetro dentro all’anima

La sfera saltella fuori da me, e lei è in quella sfera. Io provo a parlarle, ma lei non può sentirmi

una lacrima solcava il mio viso, una sola, con la forza di un uragano liquido e cattivo

La poesia, proprio come la narrazione, si educa. Se agli accorati sfoghi delle scuole medie non hanno fatto seguito letture, studi, esperimenti, sbagli, non si creerà poesia grazie a parole “candide” come anima, pioggia, vetro e lacrima. Né se le parole saranno poche, né se saranno esteticamente belle, né se “lasceranno pensare”. Le parole non sono formule magiche e la poesia non appare all’improvviso.

SENIOR

Ai vecchi
tutto è troppo.
Una lacrima nella fenditura
della roccia può vincere
la sete quando è così scarsa. Fine
e vigilia della fine chiedono
poco, parlano basso.
Ma noi, nel pieno dell’età,
nella fornace dei tempi, noi? Pensaci.

Mario Luzi

Il punto più importante, poi – e non è una battuta – è che io leggo narrativa.

Si comincia, andiamo in APNEA!

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apnea

Apnea è un laboratorio sperimentale di editing, una cosa che non è mai stata fatta prima.

Un gruppo di persone lavorerà insieme per 6 mesi su due romanzi. Alla fine del lavoro i romanzi saranno presentati ad agenzie e premi letterari.

Avevo annunciato che la classe sarebbe stata composta da 5 persone, e invece ne ho selezionate 8 (7 più una uditrice): non me lo aspettavo.

Sono arrivate 19 richieste e ho preso in considerazione solo quelle che partivano da una base di esperienza reale (lavorativa o di formazione) riguardo la narrazione.

Tutti i selezionati frequentano l’ambiente editoriale come editor, correttori, lettori, traduttori, ghost writer o organizzatori di eventi, oppure hanno lungamente frequentato corsi di scrittura creativa con Raul Montanari, Antonio Paolacci, Paolo Cognetti, Antonella Cilento.

Tutti quindi partono da un minimo comune denominatore: conoscono quello di cui stiamo parlando. Se dico “conflitto”, se dico “trasformazione”, se dico “coerenza del personaggio” non devo spiegare a cosa mi riferisco. Per me questo era un requisito fondamentale. Alcuni più e alcuni meno, ma tutti, hanno nella prova di lettura del racconto adoperato una modalità che non fosse guidata solo da una generica “passione di leggere” ma da una volontà di analisi dei meccanismi e dei dettagli della storia: anche questo era un requisito fondamentale.

Sono contentissima e – strano che lo ammetta, forse l’esperimento mi sta sfuggendo di mano e c’è qualcuno che scrive al posto mio – emozionata.

Apnea è: Lorena Bruno, Chiara Cicala, Giuseppe D’Antonio, Susanna De Ciechi, Claudio Della Pietà, Dimitri La Rosa, Francesca Regni, Nicoletta Molinari. E naturalmente è Deborah Donato, Luca Mercadante, Sara Cappai e Luca Briasco.
E poi ci sono io, che a questo punto mi farò chiamare sub(comandante).
(Sì, c’è sicuramente qualcuno che scrive al posto mio.)

Buona immersione a tutti!

Buon anno, leggete Kleist!

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Scrive Stephen Vizinczey in “I dieci comandamenti di uno scrittore”:

Quanto allo stile di Kleist […] le sue frasi sono veloci eppure capaci di coprire la gran parte degli aspetti della vita – e sarebbe davvero arduo riuscire a trovarvi una sola parola ridondante. Kleist una volta lodò un amico per essere riuscito a dire anche quel che non diceva: la miglior descrizione, forse, del proprio stile denso e suggestivo. I suoi racconti sono la prosa più svelta che sia mai stata scritta. Nessun altro scrittore ha il suo passo. Il che, naturalmente, ne limita il pubblico; la maggior parte dei lettori ha bisogno di molto tempo per farsi coinvolgere, per raffigurarsi una scena, per condividere i sentimenti di un personaggio; da cui la popolarità dei romanzi-fiume […]. Kleist illustra un punto, raffigura una scena solo quanto basta ai lettori più svegli e immaginativi per afferrarli. Ma dona loro l’eccitante sensazione di far volare il proprio cervello alla velocità di pensiero di un genio.

Per testare quello che dice basta aprire una qualsiasi pagina della raccolta degli otto racconti di Heinrich von Kleist.
Per esempio questa:

A Santiago, capitale del regno del Cile, proprio nel momento del grande terremoto dell’anno 1647, nel quale trovarono la morte molte migliaia di persone, un giovane spagnolo accusato di un delitto, che si chiamava Jeronimo Rugera, stava ritto accanto a un pilastro della prigione nella quale era stato rinchiuso, e voleva impiccarsi.

O questa:

La madre si sentiva beata: non vista, perché stava in piedi dietro la sedia del marito, indugiava a turbare la gioia della celestiale riconciliazione discesa sulla sua casa. Alla fine si avvicinò al padre e, proprio mentre lui ricominciava ad accarezzare con gioia indicibile, con le dita e con le labbra, la bocca della figlia, lo guardò di lato, curvandosi sopra la poltrona.

O anche questa:

Nicolò, che osservava tutti quei moti dell’animo senza guardarla, non dubitava più che, dietro quella trasposizione di lettere, ella nascondesse il suo nome. La vide scompigliare le lettere, con un gesto soave, e le sue selvagge speranze raggiunsero il culmine della certezza quando lei si alzò, mise da parte il lavoro a maglia e disparve nella sua camera da letto. Voleva già alzarsi e seguirvela, quando entrò Piachi e, alla sua domanda dove fosse Elvira, una cameriera rispose che non si sentiva bene e si era messa a letto.

Kleist disse che «nell’arte tutto dipende dalla forma, tutto ciò che ha a che fare con la forma è affar mio». Per il nuovo anno auguro a chiunque voglia imparare a leggere o a scrivere di farlo studiando i migliori racconti che siano mai stati scritti – tra cui quelli di Kleist. Perché i racconti sono quella cosa che racchiude in poche pagine tutto il succo della narrazione: una buona storia, raccontata come in nessun modo altrimenti.