Rileggere come?

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il mestiere di leggere
small world II by Joe Webb

Disse Flaubert a Louise Colet: “Quanto saremmo intelligenti se conoscessimo a menadito soltanto cinque o sei libri!”

Ci abbiamo messo un po’ a capirlo, ma da qualche tempo parlare di ri-lettura non è più una vanità da topi di biblioteca. Si rilegge con orgoglio e se ne cantano le lodi; si dice faccia bene. Per ricordarsi dei classici, com’è giusto, ma anche per riassaporare un senso di bellezza che un libro ci ha dato molto tempo fa e che non abbiamo mai ritrovato altrove.

Come tutte le cose editoriali, sembra sia più che altro merito di una tendenza, (quella che dice:”Oh! Quanti libri! Troppi! Troppo lunghi! Chi ce la fa a stargli dietro? A che servono? Tutti vogliono fare gli scrittori! Tutti a pubblicare! Dieci nuove uscite al mese! Piuttosto rileggo i classici: la vera letteratura!”) e non di una strutturale consapevolezza, ma poco importa.

Rileggere è sempre un ottimo esercizio, di qualsiasi cosa si tratti, anche scritta di nostra mano. (Anche le lettere inviate ai nostri cari per spiegarci, o ai nostri ex per allontanarli, o alle maestre dei nostri figli per protestare: ogni tipo di testo può insegnarci a guardare la scrittura in un modo nuovo).

Il punto è che dopo il “cosa” si rilegge, arriva il “come”. La rilettura non va praticata come mera sostituta della lettura, ma come formazione per la nostra capacità di accorgerci di quello che succede tra le parole. E come scuola di abbattimento delle convinzioni.

Esempio:

C’è la convinzione che una scrittura paratattica (tante frasi semplici inframezzate da punti fermi) sia segnale di chiarezza e precisione. Coltivare questo tipo di scrittura per la descrizione delle azioni dei personaggi, si crede, fa in modo di risolvere la legge dello show, don’t tell: crea ritmo e visibilità. Vediamo se è vero:

Mi chiamo Anna. Sono seduta sul divano, guardo la tv. Fuori piove. Ho venti anni. I miei mi hanno portata qui da due mesi. È una casa nuova. Non mi piace. Non c’è nessuno dei miei amici. Mi alzo e vado in cucina a mangiare cioccolata. La cioccolata mi fa sentire meno triste. Sto ingrassando.

Forse un po’ è vero, ma solo perché dura quattro righe. Al quinto già stancherebbe: i micro-movimenti, i micro-pensieri, tutto così presente e così trasparente farebbero sentire il lettore come costretto a sorbirsi la lagna della propria amica del cuore sulla banalità della vita. Attenzione: non è solo una questione di cosa si sta raccontando: questo brano è scritto per fare un esempio, è vero, ma anche qualcosa di molto più avvincente, anche un assassinio o una missione filosofica si appiattirebbero dopo dieci righe di soggetto/predicato/complemento; soggetto/predicato/complemento.

giornali spirali

C’è un’altra convinzione, ed è di quelli che detestano la paratassi, lo stile “asciutto” (che brutta parola), l’informalità (intesa come racconto del quotidiano: dentro c’è anche il realismo) e l’italiano semplice: la letteratura è ricerca, dicono. Di lingua, di stile e di forme per raccontare storie, in ogni caso scrivere è modellare (fino a stritolare?) gli strumenti della scrittura. E, secondo me, non è vero neanche questo.

La letteratura è fatta di una scaletta di domande e risposte molto semplici e ordinati, la prima delle quali è “cosa?” e la seconda “come?”. Che il “come” sia più importante del “cosa” (io credo sia così) non toglie il fatto che resti la seconda domanda e non la prima.

Le domande da porsi, l’importanza che hanno e l’ordine con cui si pongono sono la materia su cui si basa il mestiere di lettore. Imparare a porsele, più che imparare a rispondere (quello è mestiere del critico) fa in modo da riuscire a distinguere quando è il caso di annoiarsi della paratassi e quando no:

ginzburg

“Caro Michele” di Natalia Ginzburg

Se Natalia Ginzburg può permettersi di infilare una coordinata dietro l’altra (orrore dei virtuosi della lingua)

Una donna che si chiamava Adriana si alzò nella sua casa nuova.
Nevicava.
Quel giorno era il suo compleanno.
Aveva quarantatré anni.
La casa era in aperta campagna.
In distanza si vedeva il paese, situato su una collinetta.
Il paese era a due chilometri.
La città era a quindici chilometri.
Essa abitava da dieci giorni in quella casa.
Infilò una vestaglia di velo color tabacco.

è perché poi allunga e verticalizza l’immagine, riempiendola di aggettivi (orrore dei fan della “scrittura chirurgica”):

Cacciò i piedi lunghi e magri in un paio di pantofole color tabacco, slabbrate, con un bordo di pelo bianco molto frusto e sudicio.

Poi riprende l’azione:

Scese in cucina e si fece una tazza di orzo Bimbo, e ci inzuppò diversi biscotti.

e poi allunga e verticalizza di nuovo, stavolta non di stile, ma di trama:

Sul tavolo c’erano delle bucce di mela e le radunò in un giornale destinandole a dei conigli, che non aveva ancora ma aspettava perché glieli aveva promessi il lattaio.

concedendo nuove informazioni (la protagonista dà al suo rapporto con il lattaio un valore. Che tipo di valore è? Affettivo? Quotidiano? Rappresenta la solitudine? La relazione tra le classi sociali?).
Ma poi di nuovo azione e di nuovo approfondimento, e di lì il vero avvio del romanzo: una storia fatta quasi tutta di scambi di lettere, la prima delle quali è indirizzata al Michele del titolo e contiene un pezzo che dice così:

Forse pensi che io dovrei trasferirmi in casa di tuo padre e assisterlo. Anch’io lo penso in qualche momento, ma credo che non lo farò. Ho paura delle malattie. Ho paura delle malattie degli altri, delle mie no, ma io però non ho mai avuto grandi malattie. Quando mio padre aveva la diverticolite, ho fatto un viaggio in Olanda. Ma lo sapevo benissimo che non era diverticolite. Era cancro. Così quando è morto non c’ero. Ne ho rimorso. Ma è vero che a un certo punto della nostra vita i rimorsi li inzuppiamo nel caffè la mattina come biscotti. 

Un pezzo che già solo per la perfezione della sua malinconia andrebbe riletto mille volte: per ri-vedere mille volte quella cosa tanto bella. Ma no, non basta. Va invece riletto per notarne la preparazione nei passaggi precedenti, la semina della malinconia, perché senza semina i rimorsi inzuppati nel caffè sarebbero solo una splendida immagine e invece sono molto di più:  la condizione di un’intera storia, una delle più belle del novecento italiano. Va riletto per capire come ha fatto a scriverlo.

natalia ginzburg

Natalia Ginzburg

L’immagine di copertina è l’opera “Small World II” di Joe Webb

La verità, vi prego per Ivano Porpora: modulare la fatica di scrivere e di leggere

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la verità vi prego

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“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Ivano Porpora e il primo capitolo del suo romanzo 
"Preghiera debole"
orologio
Chi è Ivano Porpora: è nato a Viadana (MN) il 12/03/76. Ha pubblicato 
il romanzo La conservazione metodica del dolore (Einaudi 2012), il racconto 
Catastrofi nell’antologia italo-irlandese Tra una vita e l’altra (Guanda 2015), 
il dispetto Bruciavamo formiche nel saggio Sulla blasfemia (Armillaria 2016) 
e il racconto Il palcoscenico nell’antologia Teorie e tecniche di INdipendenza 
(Verbavolant 2016).
Insegna scrittura.
Questo è il primo capitolo del suo nuovo romanzo, ancora inedito.

Caro Ivano,

è la prima volta che questa rubrica ospita il testo di un autore edito e sono felice tu abbia voluto metterti alla prova. In realtà alla prova mi ci metto anche io, e tanto, perché, se è facile quando una scrittura è immatura cogliere con poco cosa c’è che non va, non lo è affatto analizzare una voce già funzionante leggendo poco più di due pagine. Ma, come si diceva, siamo tutti qui per imparare e divertirci.

A me l’eleganza della tua scrittura piace: il fatto che sia così impudica, che si tuffi in profondità senza aver paura della retorica. Mi sembra che tu proprio non viva, almeno in questa fase, e almeno apparentemente, uno scompenso tra quello che senti e quello che ti senti di dire. E questa è sicuramente una buona qualità per il testo, e non perché sia necessaria – secondo me non lo è – ma perché non funziona con tutti; e invece con te sì.
Solo alcune volte questa qualità diventa troppo ingombrante, e allora ti fa dire:

“Pietà” aveva sussurrato lei. Io quel Pietà non l’avevo sentito: solo catturato dalle labbra di lei.

senza pensare a costruire un filtro che faccia da mediatore tra l’immagine poetica che ti è venuta in mente (catturare una parola dalle labbra) e quello che può rimanere (e riuscire) sulla pagina. Ma è una cosa che, sai bene, si risolve con poco.

Però a me sembra che tu questa qualità la debba investire di più per Romolo e Margherita, piuttosto che per tutto il resto. Mi sembra che i paragoni, le immagini belle e simboliche con le quali vuoi chiarire un’atmosfera, debbano un po’ farsi da parte. Ti faccio vedere cosa intendo:

[…] un brivido che mi rammenta quello che deve aver provato il condannato alla ghigliottina appoggiando la testa ai legni […]

[…] di insetti addormentati nei campi, di qualche isolata bestia che a debita distanza cerca di capire chi sia, perché sia lì, cosa sia questa musica. […]

[…] solo un vagone senza rotaie nell’erba, un treno che una volta viaggiava e ora sta in un giardino […]

[…] il suono di un megafono non esiste più nel momento in cui non c’è una voce a dargli voce. […]

[…] il pianto di un salice piangente, le cui foglie si riversano tutte a terra e della cui ombra nessun bambino potrà mai godere.[…]

Se tu prendi tutta la tua forza di scrittore e tutta la mia forza di lettore per comprendere la bellezza e il significato di queste immagini – di questi moti che s’immedesimano nelle cose dell’universo e contemporaneamente le chiamano a raccolta per comporre l’unicità di quello che racconti – alla fine del capitolo saremo molto stanchi. Tutti e due. Avremo investito troppo in questa ricerca di senso, in questa penetrazione.
Mi rendo conto ed è giusto che tu voglia fin qui solo scegliere i colori del quadro, senza definire le figure – che è quello che farai dopo, come annuncia Romolo alla fine:

Questo quaderno racconta dell’amore mio per Margherita, che è la cosa che mi ha reso per un certo periodo di tempo felice.

Ciò nonostante voglio dirti che quando tu ti domandi:

[…] cosa può pensare un meccanismo rotto?

io mi chiedo: cos’ha il meccanismo rotto di Romolo? Cosa gli è successo?
E questa può essere una buona cosa per farmi girare pagina, ma è una cosa che al momento non mi basta, e quindi mi fa sentire confusa. E tu non vuoi che chi ti legge si senta confuso, vuoi che si senta triste, malinconico, forse impaurito. Per farlo sentire così devi fargli toccare subito qualcosa.
Quelle frattaglie che la preghiera chiede al Signore di leggere, il lettore le chiede a te. La croce, anche solo in lontananza, la vuole vedere subito. Perché così può stabilire se vuole farti da ladrone oppure no.
Tu non sottrarti: se hai davvero deciso di raccontargli di quei settantotto giorni, mostragli almeno la prima alba.

Un caro saluto,
Francesca de Lena

Preghiera debole.

martedì 9 dicembre 2008. Due giorni dopo.

Mi trema ancora la mano.
Quando appoggio la testa al cuscino, il cuscino mi sembra una pietra. Ho il volto segnato e smunto e sento una sensazione spiacevole per tutto il corpo, un brivido che mi rammenta quello che deve aver provato il condannato alla ghigliottina appoggiando la testa ai legni. In giro per l’argine si affollano luci di torce che si incrociano ogni tanto, a raddoppiare la loro intensità come se fossero riflettori di uno spettacolo; sento qualcuno che chiama, qualcuno che urla, cani disorganizzati; ho dovuto chiudere le imposte e controllare più volte che nemmeno uno spiraglio lasciasse passare qualcosa. Ho in cantina cibo a sufficienza per almeno un paio di settimane, e questo mi conforta un po’. Non ho fame: ho mangiato riso bianco qualche ora fa, ma continua a salirmi in gola. Il fuoco mi arde la faccia, rischiarando il volto e scaldando le parti del corpo esposte; tutto il resto, come nel casolare che ho occupato e come il panorama della golena intorno, piano che pare di vedere quasi la rotondità del mondo, risente del dicembre e del gelo, di insetti addormentati nei campi, di qualche isolata bestia che a debita distanza cerca di capire chi sia, perché sia lì, cosa sia questa musica. Le mie mani tremano; i pantaloni hanno una traccia sfondata. Lontano, rumore di treni – ma non ci sono treni a Viadana, solo un vagone senza rotaie nell’erba, un treno che una volta viaggiava e ora sta in un giardino; mi ricordo che a lei piaceva essere accompagnata alla stazione, vedere i volti della gente che sta e di quella che va.
“C’è un istante”, mi aveva detto, “in cui i due volti si scollano. In quell’istante, Romolo, vedi tutto. Nell’istante in cui le persone si sono voltate e fanno per andare, una al treno, l’altra a casa, vedi la loro anima. E daranno di tutto perché l’altro non la veda mai, quell’espressione”.
“Perché non vorresti che io vedessi la tua?” le avevo chiesto.
“Perché la tua espressione potrebbe essere diversa da quella che vorrei”.
“Che espressione vorresti da me?” le avevo chiesto ancora, grattandomi una crosta intorno al gomito che non m’ha mai abbandonato.
“Pietà” aveva sussurrato lei. Io quel Pietà non l’avevo sentito: solo catturato dalle labbra di lei.
Mi tremano ancora le mani, sporche di sangue. Sotto le unghie sangue; sangue che ho raspato dalle mie croste, poco fa, e che ora è invece sangue altrui, sangue che non appartiene più a un corpo quanto il suono di un megafono non esiste più nel momento in cui non c’è una voce a dargli voce.
L’amore, mi diceva Margherita, è un verbo che chiede soggetti e oggetti. Ma tutti abbiamo un punto di rottura. Tutti abbiamo un meccanismo che sembra tenere, fatto di acciai cromati e leve, guarnizioni, frizioni, olii. Poi arriva un corpo estraneo e il meccanismo, perfetto per sua natura, salta. Margherita, prima di saltare, probabilmente pensava solo Tu; il fazzoletto con la M ricamata a terra.
Cosa può pensare un meccanismo rotto? Forse il meccanismo rotto pensa la stessa cosa del meccanismo che va a rompere. E allora mentre mi addormento, conscio che nessun sonno sarà mai più uguale ai sonni di prima, ricordo i Tu di lei che riverberano nei Tu miei.
“Chi va a prendere la birra?”.
“Tu”.
“No, tu!”.
“No, tu!”.
Quelli di lei a chiedere, quelli miei a dire.
Il paese si dimenticherà di lei, dei suoi, di me. I tempi passeranno, le foglie che erano state foglie andranno a terra e diventeranno concime per nuovi pioppi, per nuove foglie, e questi animali che fuori sembrano cantare solo per me torneranno a terra. Perfino questi muri che ora mi circondano saranno mangiati presto o tardi dall’umidità e usurati dal tempo, e resteranno rovine avvinte dalle radici o superate dalle rampicanti.

Il fascino di Gomorra esiste eccome

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il mestiere di leggere / personale
Gomorra-92

All’ippodromo di Agnano io prendevo le scommesse. Significa che i giocatori mi passavano i soldi, io li contavo, controllavo che non fossero falsi, registravo su un borderò le puntate (sul foglio ufficiale quelle fino ai 100 euro; su un foglietto che tenevo nascosto in mano quelle grosse: 500, 1000, 2000, 3000) e li mettevo in cassa.

Prendere le scommesse è un lavoro che dura tre minuti. Tre minuti per otto volte: una per ogni corsa. Bisogna fare questo: non ascoltare le urla, non intimorirsi per la gente che sgomita e si scavalca e allunga le braccia perché tu prenda la loro puntata e se non lo fai si fionda con tutto il corpo dentro il picchetto che è il tuo posto di lavoro; non voltarti verso i “Bellaaa!” di quelli che ti chiamano e ti toccano per passarti  i loro soldi; allungare la mano solo verso le puntate che l’allibratore ha accettato, quindi guardare e ascoltare solo dove guarda e ascolta l’allibratore; controllare che il suo biglietto di ricevuta vada nelle mani del tizio che ti ha pagato e non di qualcun altro; che il suo biglietto di ricevuta porti scritta la cifra corrispondente ai soldi che hai in mano e non altro; che lui non stacchi insieme al biglietto di ricevuta anche quello seguente vuoto, perché se finisce nelle mani di qualcuno a fine corsa sei costretta a pagare qualsiasi cosa ci sia scritto sopra.
E poi prendersi cura dei soldi veri, che non si riconoscono grazie alla filigrana o al colore o mettendoli in controluce, ma solo toccandoli. Come le persone care.

Ogni giorno io aspettavo Gennaro. Gennaro era figlio di Merluzziello, ma Merluzziello era in galera e Gennaro lavorava al posto suo. Un po’ faceva il galoppino (giocava per conto di altri), un po’ giocava i soldi suoi, della banda, della famiglia, degli amici, seguendo i consigli di chi sapeva cos’era successo dietro le scuderie. Aveva la mia età, diciotto anni, e due fratellini: una bambina di sei anni e un bambino di tre. Diceva sempre che li doveva far mangiare. Non era vero, solo una maniera retorica di farsi uomo davanti alla vita: la mamma a casa ce l’avevano e un po’ di soldi il sistema glieli passava, ma lui ci credeva così tanto che il giorno della Befana era sempre più nervoso del solito, strattonava la gente per farsi largo verso il picchetto e ottenere la quota migliore, perché doveva “fa’ ‘e cazette ‘e creatur”.

Ero l’unica donna carina dell’ippodromo di Agnano. Ancora acerba, ma carina. I giocatori erano tutti uomini. Le donne e i bambini si vedevano solo nei fine settimana, soprattutto quelli estivi, quando la gestione organizzava concerti e spettacoli nei giardini alle spalle delle gradinate. D’estate sembrava quasi di andare a lavorare in un villaggio turistico: le corse finivano a mezzanotte come un’uscita serale, e noi tutti eravamo più spogliati, e abbronzati, e mangiavamo ghiaccioli nelle pause tra una corsa e l’altra. D’inverno il freddo era insopportabile, perché i picchetti erano all’aperto e proprio di fronte alle piste che disegnavano la valle circondata da piccoli crateri sulfurei. Un’umidità che le mie ossa ancora non dimenticano, come se le avessi lasciate per troppo tempo a bagno in una grossa conca d’acqua.

Gennaro mi piaceva. Non osavo dirlo, ma mi piaceva. Ero fidanzata con uno studente che insieme a me lavorava lì solo come altri della nostra età facevano i camerieri, ma mi piaceva Gennaro. Mi piaceva la sua sfrontatezza, la capacità che aveva di portarsi dietro un soprannome ridicolo – Merluzziellino – eppure incutere timore, la cerimoniosa dimostrazione del suo senso di responsabilità verso i piccoli, la galanteria machista (“Fate piano, ché la ragazza ha le mani delicate”) gli occhi marroni che non abbassava mai. Mi piaceva il suo odore di doccia appena fatta, guardarlo mentre faceva cose qualunque: posare il motorino all’ombra per non far scottare la sella, indossare un paio di scarpe nuove. Sapevo di non dover accettare niente da lui come da nessun altro (“Signorì ‘o vulit ‘o café?”, “No grazie”) sapevo che i suoi modi affettati potevano trasformarsi in violenza da un momento all’altro. Sapevo che il risultato era sempre quello che contava: vincita: sorriso; perdita: bestemmie. Perdita grossa: pericolo.

Quando suo padre uscì di prigione e tornò all’ippodromo si frantumò ogni tipo di equilibrio. Quei patti segreti per cui gli allibratori sapevano quando e a chi gonfiare un po’ la quota e i giocatori accettavano di non prevaricare sempre, di stare alle regole del gioco. Le risse aumentarono a dismisura, alcuni picchetti non bancavano la corsa per protesta, i più quieti preferivano scommettere al totalizzatore: le quote erano peggiori ma c’era meno casino. Merluzziello era uscito più galvanizzato che mai, come se fino a quel momento gli avessero fatto perdere del tempo: picchiava la gente solo perché gli passava davanti, minacciava tutti, tirava coca, s’infilava nei bagni con la contrabbandiera di sigarette.

Durò poco: fu di nuovo arrestato per rapina a mano armata e tornò in galera, ma fece in tempo a fare un ultimo colpo di testa, a tirarsi dietro l’incazzatura di qualcuno che per vendetta se la prese con il parente a piede libero e così Gennaro morì. Gli spararono alle spalle mentre entrava all’ippodromo accompagnato mano nella mano dai fratelli piccoli, la femmina a sinistra e il maschio a destra.
Me lo venne a dire il mio fidanzato. Io avevo la febbre alta ed ero rimasta a casa a pensare che non vedevo Gennaro già da una settimana.

Gomorra – la serie è un eccellente prodotto narrativo e quando sento dire che potrebbe arrecare danni alla società per colpa del fascino che infonde nell’immaginario della gente, mi viene sempre un po’ da ridere. Mi viene da ridere anche quando sento la tesi contraria, e cioè che le persone per bene sono immuni da questo fascino, e che gli unici a cui può toccare l’argomento sono quelli che già hanno scelto di stare dalla parte sbagliata.

Il fascino del male esiste eccome. Esistono gli occhi marroni di Gennaro, esiste il colpo di pistola che l’ha ucciso a diciotto anni ed esiste una ragazza di buona famiglia che forse non si era del tutto innamorata, ma certo in quel momento provò un intenso sentimento di lutto e che ancora oggi, a ripensarci, vorrebbe aver accettato almeno una volta di fare un giro in motorino con lui, mostrargli qualcosa di diverso: lei, il suo quartiere, un bel panorama, qualunque cosa.

Che questo sia giusto o sbagliato non importa. La narrazione sta lì a raccontare le cose del mondo. Come siamo fatti, come stiamo tra di noi, cosa ci porta da una parte o dall’altra, cosa sono questa parte e quest’altra e quanto esistono e quando e come e perché.

Non ascoltare le storie non farà mai di noi delle persone migliori così come ascoltarle non ci salverà.

 

La verità, vi prego per Raffaella Terribile: Dire NO agli esercizi di scrittura creativa

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“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Raffaella Terribile e il suo racconto “Il gatto”
no grazie
Chi è Raffaella Terribile: Amo da sempre la lettura e la scrittura. 
Insegno da quindici anni storia dell’arte, dopo aver lavorato come archeologa. 
Mi occupo di critica d’arte e collaboro con alcuni blog in rete 
(La dimora del tempo sospeso, Cartesensibili, TornoGiovedì). 
Abito a Padova, dove lavoro al liceo artistico.

Cara Raffaella,

probabilmente l’idea di scrivere questo racconto è tua, e lo hai fatto solo perché ti andava di farlo. Eppure per me è utile parlarne come di un esempio di esercizio di scrittura creativa e di una dimostrazione del perché alcune cose nelle scuole di scrittura creativa non funzionano – e chi desidera scrivere dovrebbe rifiutarsi di farle.

È molto diffuso usare gli animali e gli oggetti come personaggi sui quali esercitare l’abilità degli allievi nel modellare il primo elemento necessario alla narrazione: il punto di vista.
“Fai finta di essere il tuo divano” si dice. Oppure: “Fai finta di essere uno specchio”, “fai finta di essere un palloncino”.
O ancora: “Qual è l’oggetto al quale tieni di più? Racconta la tua giornata dal suo punto di vista”, fino ad arrivare a: “Sei un gatto. Prova a pensare e parlare come un gatto”.

Questi esercizi hanno lo scopo di far uscire l’aspirante scrittore dalla propria personalistica e autobiografica visione del mondo e allenarlo a inventare altri sguardi. Si pensa, così, di insegnargli a “mettersi nei panni degli altri”, per far sì che un giorno, quando riuscirà a comporre una narrazione complessa, che richieda diversi personaggi, sappia caratterizzare le diverse prospettive.

Ma il punto è, secondo me, che quegli altri sguardi non servono a niente.
Il punto è, secondo me, che l’aspirante scrittore non dovrebbe distogliere l’attenzione dalla sua visione del mondo, perché, se mai scoprirà di avere del talento, saranno solo quello sguardo e quella visione a permettergli di scrivere, e di scrivere qualcosa di interessante.

Raccontare significa avere un’idea sulle cose che accadono e trasformare quell’idea in rappresentazione: e la tua idea non è certo quella di un gatto.
Quando tu scrivi della giornata di quest’animale:

Sono un gatto grasso e pigro. Non esco mai. Non potrei, perché la casa del mio padrone è a un piano alto di un vecchio condominio. Mi piace guardare fuori dalla porta-finestra della cucina. Guardo il cielo, le macchie di verde lontane, dall’altra parte della valle. In primavera e in estate, quando riesco ad andare sulla terrazza, mi arrivano odori che risvegliano ricordi lontani di libertà, portati dal vento. Ogni tanto il mio padrone pianta qualche fiorellino, lo cura come un bambino.

devi sapere che l’unica immagine di cui il lettore s’interessa è quella del padrone che pianta il fiorellino. Potrà sembrarti assurdo ma il particolare che resterà nella testa del lettore non sarà il vecchio condominio, né la porta finestra, né il cielo e neanche la terrazza: sarà il fiorellino, perché l’unico a instaurare una relazione con il padrone invece che col gatto.

È così. È il padrone, è l’essere umano a interessare chi legge. E anche a te interessa lui. Il tuo esercizio, infatti, ha comunque l’obiettivo di raccontare il personaggio umano: le donne che incontra, le relazioni che intreccia, i punti di crisi.

Il racconto si chiude sul dolore di quest’uomo:

Ieri sera il mio padrone era agitato. L’ho sentito urlare al telefono, in salotto, e non mi piace il rumore. A orecchie abbassate ho sopportato per un po’ la sua voce, così diversa. Poi mi sono stancato e sono saltato giù dal mio pouf per mettermi lontano dal divano rosso scuro. Accoccolato nell’angolo del corridoio, nella penombra sotto la libreria, mi sento abbastanza tranquillo. Lontano dal dolore. Posso chiudere gli occhi e continuare a sognare.

un dolore di cui il lettore non saprà niente – perché il gatto se ne va – e che, invece, era l’unico possibile nucleo della storia.

La verità è che i punti di crisi sono tutto ciò da cui bisogna partire per raccontare storie. Possono essere spostati avanti o indietro nella trama, ma restano il cuore di ciò che si scrive.
E che all’inizio siano personalistici e autobiografici è normale, e va bene.

Quando s’imparerà ad evolvere lo sguardo da sé si starà imparando a inventare una storia che non sia meramente autobiografica, ma la visione del mondo resterà quella personale, perché non potrebbe essere altrimenti. Resterà il tuo sguardo, che però avrai imparato a conoscere, educare, allenare e saprai scorporarlo, differenziarlo, approfondirlo.
E perché la tua visione del mondo raggiunga questa maturità non ha alcun bisogno di essere messa in secondo piano dalla visione del mondo di un gatto.

Un caro saluto,
Francesca de Lena

IL GATTO
La maggior parte del tempo della giornata dormo, nel silenzio rotto da qualche porta che sbatte, dal ronzio dell’ascensore, dalle voci concitate dei vicini napoletani che litigano. Non mi piace il rumore. Preferisco il silenzio ovattato di queste stanze vuote dove la vita sembra essersi fermata. La mattina il mio padrone si alza presto, se è inverno non c’è ancora la luce del sole. Sento il suo passo sincopato avvicinarsi sulla moquette del corridoio, conto fino a 20 e la maniglia della porta del bagno si abbassa per dare inizio al nuovo giorno. Eh sì, perché io dormo in bagno, dove c’è anche la cassettina per i miei bisogni, e il mio padrone non vuole che disturbi la sua notte, girovagando nell’oscurità come fanno i gatti.
Sono un gatto grasso e pigro. Non esco mai. Non potrei, perché la casa del mio padrone è a un piano alto di un vecchio condominio. Mi piace guardare fuori dalla porta-finestra della cucina. Guardo il cielo, le macchie di verde lontane, dall’altra parte della valle. In primavera e in estate, quando riesco ad andare sulla terrazza, mi arrivano odori che risvegliano ricordi lontani di libertà, portati dal vento. Ogni tanto il mio padrone pianta qualche fiorellino, lo cura come un bambino. Io per gelosia vado a raspare la terra, ma mi scopre quasi sempre. D’inverno invece mi piace osservare la neve cadere dietro il vetro appannato. Qualche volta il mio padrone mi fotografa per mandare le foto a qualche sua amica. I gatti, si sa, fanno tenerezza.

Spazi chiusi, tempi stretti, titoli che cominciano per elle

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il mestiere di leggere
progetto di architettura di Filomena Fusco per dehors nel centro storico di Firenze
(si trova qui:http://divisare.com/projects/211483-filomena-fusco-giuseppe-di-costanzo-carmen-tuccillo-dehors-per-firenze) nel bellissimo sito DIVISARE

Quando mi hanno proposto di occuparmi per Satisfiction di un concorso per racconti inediti mi sono detta: e ora cosa m’invento?

Non credo nell’urgenza e nella necessarietà della narrativa, ma non credo neanche ai temi imposti, agli argomenti preconfezionati.
Non volevo, quindi, imporre nessun tema sul quale ricamare la narrazione (racconti sulla famiglia, racconti sul cibo, racconti sulla precarietà) ma non volevo neanche lasciare gli autori a briglia sciolte. Anzi, volevo proprio imbrigliarli.

Quello di imbrigliare gli autori è un vecchio vizio. Durante le mie prime lezioni di scrittura creativa nei laboratori, mettevo spesso i partecipanti all’opera solo dopo averli in qualche modo costretti dentro qualcosa, per esempio lo spazio: la storia dei personaggi doveva svolgersi in una stanza chiusa. Io non volevo stabilire quanti e quali personaggi ci dovessero essere, a fare cosa e con quali motivazioni, ma volevo che non uscissero di lì. Oppure il tempo: mezz’ora per scrivere una scena, poi riscriverla in venti minuti, poi, sempre la stessa, in dieci. Avere meno tempo per dire le cose costringe a toglierne molte, e toglierne molte insegna a focalizzarsi su che cosa si sta dicendo davvero.

Se c’è una cosa che il teatro insegna alla letteratura, è che gli spazi costretti e il tempo limitato fanno implodere i conflitti: li manifestano al massimo della loro potenzialità. Qualcosa deve succedere, ma non basta: deve succedere per forza in quella stanza e per forza in una manciata di minuti.

“Una cosa che comincia per elle” è il titolo che ho scelto per il concorso di Satisfiction ed è il titolo di un racconto di Dino Buzzati – un vero e proprio horror, secondo me. La “elle” di Buzzati sta per lebbra. Un commerciante pieno di speranze per il futuro diventa vittima di una situazione kafkiana in cui gli viene contestata qualcosa che lui non riesce a capire e che poi capirà: ha contratto la lebbra: deve essere internato.

Scrivere un racconto che abbia un titolo che cominci per elle è una costrizione molto leggera (è la prima edizione del concorso: andiamoci piano) ma è pur sempre una costrizione ed è, ovviamente, un espediente.

Come per ogni caso della scrittura e anche della vita, si può raccogliere la sfida sottomettendosi all’espediente (volevo scrivere un racconto che parla di x, avevo deciso di chiamarlo y, ma il concorso mi chiede di intitolarlo con la “elle” e allora metto giù qualcosa di vago che sta bene con tutto), oppure cavalcando l’espediente: costringo il mio sguardo: mi fisso su tutto quello che comincia per elle (persone, oggetti, sentimenti, condizioni), poi su quello di cui so qualcosa, poi su quello di cui so dire qualcosa, poi su quello che m’interessa.

Durante l’estate io, Paolo Melissi, Anna Vallerugo, Silvia De Laude e Luciano Pagano leggeremo i 111 racconti che partecipano alla gara, ci confronteremo e il 30 settembre decideremo.

Spero che la maggior parte dei loro autori abbia scelto di raccogliere la sfida delle briglie nel secondo modo possibile: usandole per cavalcare meglio la narrazione, senza cadere da cavallo.

1. Licci
2. Laetitia
3. Lost
4. Lemure nell’anima
5. Lasciapassare A38
6. Luce negli occhi
7. Luna 3
8. Laccio
9. Lontani
10. Lettre pour elle
11. L
12. Leonilda
13. Lilith, ovvero la vecchiaia
14. Labile
15. Ladre sfasciacuori
16. Lucidalabbra per Sara
17. Lotteria
18. Lucido digitale
19. Lumache e polvere
20. Ladro
21. Lamantino
22. Linearità
23. Labirintite
24. Luce lunare su mente sgombra
25. Lucore
26. Libera impresa
27. Lesioni all’ippocampo
28. Logopedia della visione
29. Libòrio e lamòre
30. Leucemia
31. Lane city, dove i sogni diventano realtà
32. Liberté
33. Lordi
34. Lysandra, storia di una farfalla
35. Ladri
36. Limbo
37. Lacci rotti
38. Linee
39. Lara ride
40. Legami d’amore e d’acqua
41. Lavatrici
42. Limite
43. Lunedì come le onde
44. Lancette
45. Lunghi capelli neri
46. Lunghe, estenuanti conversazioni
47. Libero Stato delle L
48. Loro
49. Lista per un posto al mondo
50. Lentamente
51. Luciano
52. Light Blue
53. Lewis Payne
54. Laminatempo
55. Lavorare rende liberi
56. Leggere
57. Lingua ladra
58. Lega Italiana Supereroi
59. Loyalti
60. Lìmine
61. Lapide
62. Lapocque
63. Lambrate solo andata
64. Lontani sono gli alberi
65. Linea di sangue
66. Limpido come un provino
67. Limpidex 30
68. Lucida follia
69. Lucido sogno
70. Ludici scambi di fluidi
71. Lacrimogeni
72. Lascia che sia
73. Lei non parlava più
74. Lucciole
75. Lieto fine
76. Legno vivo
77. Liberazione
78. Lampara e Blues
79. Lacrime e lupi
80. Lazzara
81. Levità
82. Linea dritta
83. Liù, le bionde trecce e il mare ne
84. Lieta novella
85. Little boy
86. Lividi
87. Lover boy
88. Lea
89. Lampo
90. La lotta
91. Lapidi
92. Lurido casanova, confessi!
93. Letteratura
94. Lascito
95. Lago di ghiaccio
96. Lacrimatoio
97. Lima
98. Lacci
99. Lirica alla finestra
100. Lulla in gita
101. Leggera la neve
102. Lugano
103. Labilità
104. Lila
105. Laureen
106. Lungo i fossi
107. Ludovica Delli Marchesi, contessa con specchio
108. Lungofiume
109. Lampi lontani
110. Leggenda del gelsomino dell’Amore
111. Laurel e Hardy o la sublime arte della solitudine

L’immagine di apertura è un progetto architettonico di Filomena Fusco per la realizzazione di dehors nel centro storico di Firenze: si trova nel bel sito DIVISARE, a questa pagina.

La posizione nella lista è così come l’ha salvata il mio pc (quindi, credo, in ordine alfabetico rispetto al nome degli autori) e non ha alcun valore di classifica.

Non sparate a cazzo sulle bambine

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personale
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Esattamente una settimana fa è scoppiato il “caso Augias”.
Per chi non ne sapesse niente, sarebbe meglio guardare prima questo video in cui è registrato come sono andate veramente le cose, così da potersi fare un’idea senza pregiudizi.

Il fatto nudo e crudo è: Augias era ospite al programma televisivo di Giovanni Floris il quale gli ha chiesto che cosa ne pensasse della morte di Fortuna Loffredo, una bambina di sei anni caduta o buttata giù dall’ottavo piano del palazzo in cui viveva nel Parco Verde di Caivano. La magistratura indaga su una probabile rete di pedofilia e sull’omertà e la connivenza di una parte della comunità del posto.

Dopo la risposta di Augias è successo che il mondo (non è mai veramente il mondo, ma solo qualche migliaia di persone) e in particolare il mondo del femminismo, si è diviso fra chi gli dava ragione e chi credeva fosse impazzito.
Io sono tra quelle che crede sia impazzito, ma lo dico ora, a qualche giorno di distanza, perché delle idee è sempre meglio convincersene con calma.

Caivano è un posto di merda, come lo è gran parte della periferia di Napoli. Un posto in cui cammini tra i cumuli di spazzatura, i cani randagi, i motorini che sfrecciano, la droga e il cemento – tantissimo cemento. Impari che comunicare significa urlare e lo fai in ogni occasione: per dire a un amico “vieni anche tu” (Vienaccà!) o per chiedere a tua madre di ascoltarti un attimo (Mammà! Mammà!).
Ma non lo fai nelle occasioni importanti, quelle che servono davvero, come per esempio chiedere aiuto:

Buttate una bomba su questo degrado senza fine oppure veniteci a salvare, ma non lasciateci qui!

Qualche anno fa ho scritto le brevissime didascalie che accompagnavano le illustrazioni di Unchildren, il progetto di Stefania Spanò, alias Anarkikka (mia madre) in cui venivano denunciati alcuni esempi di “infanzia negata”: ossia una serie di cose che succedono nel mondo e che non permettono ai bambini di stare bene. Tra le altre, c’era un’immagine che rappresentava la cultura delle baby-modelle molto diffusa nelle famiglie benestanti degli Stati Uniti.

Questi sono gli elementi dai quali parte il mio personalissimo ragionamento, quello che mi porta a pensare che forse Augias sia impazzito. Ed ecco le dieci cose che voglio dire su quello che è successo, cose che a me sembrano di una banalità sconcertante e che, per questo, quasi mi vergogno di dire. Eppure.

  1. Il caso Augias non è il caso Augias, ma il caso Fortuna.
  2. Se oggi stesso sfollassero Caivano e la radessero al suolo (e con Caivano anche Giugliano, Casoria, Marano, Melito, Arzano, Mugnano, Boscoreale, Cardito, Casavatore, Grumo Nevano, Brusciano, Saviano, Boscotrecase, Mariglianella – tutti territori trattati come ghetti di delinquenza a partire dai nomi, già pronti per insediare un carcere. Provate a dirli: “il carcere di Boscoreale”; “il carcere di Casoria”; “il carcere di Brusciano”) io sarei in prima fila ad applaudire.
  3. Ci sono due tipi di persone che vivono in questi territori: i carnefici e le vittime.
  4. Nessuno è innocente tranne i bambini.
  5. Gli abusi sui minori non hanno mai avuto colore politico, sociale, economico o di razza. Solo culturale.
  6. Per esempio: esiste la cultura cattolico-italiana ed esiste la cultura musulmana. Oggi gli abusi sulle donne sono di meno in occidente che nei paesi musulmani, perché la nostra cultura tenta di ghettizzare questi fenomeni più di quanto faccia la loro (esempio: infibulazione).
  7. La cultura, certo, non è un concetto immobile. Viene influenzato anche dalle condizioni economiche o sociali. Quindi, sì, c’è una casistica maggiore di casi di abuso su minori nelle classi meno abbienti della cultura cattolico-italiana che in quelle privilegiate. Ma è una casistica che riguarda gli abusi all’interno della comunità di appartenenza, e che si ribalta se si pensa che gli italiani sono tra i primi “fruitori” della prostituzione minorile nei paesi asiatici (e in vacanza in Thailandia non ci vanno certo i contrabbandieri di Caivano).
  8. La foto che ritrae Fortuna sorridente è una NORMALISSIMA foto di una bambina di sei anni. Se Augias in diretta televisiva la guarda e si sente di dire: “La guardi bene. Guardi com’è atteggiata, e com’è pettinata, e come sono i boccoli. Questa qui è una bambina che ha cinque, sei anni e si atteggia come se ne avesse sedici, diciotto” il problema è tutto suo. Ma se tante persone gli danno ragione allora è un problema culturale.
  9. Il fatto che Augias usi la statuetta di padre Pio affianco alla fotografia di Fortuna per evidenziare la superiorità morale di chi le statuette di padre Pio non ce l’ha; e il fatto che lui dica che se la madre della bambina (“povera madre, per carità!, tutta la pietà”) sceglie di accostare la foto di sua figlia morta a quella statuetta (dorata!), allora quello è un “segnale” che gli fa capire come “anche lì si fossero un po’ persi i punti di riferimento”, fa dire a me che il suo commento è razzista, stupido e superficiale. E che l’aura analitico-intellettuale con la quale lo avvolge non cambia le cose, anzi le peggiora.
  10. Augias non ha neanche idea di come mi atteggiassi io quando avevo sette-otto anni. E delle foto in bianco e nero che un’amica fotografa di mia madre mi fece un pomeriggio d’inverno dopo aver finito i compiti nella mia cameretta al sesto piano del quartiere Vomero a Napoli, lì dove non c’era alcuna ombra di “stridore” dorato.

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La verità, vi prego per Donato Taddio: Da qualche parte bisogna pur cominciare

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“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Donato Taddio e il primo capitolo del suo romanzo 
“Oggi c'è un vento buono”

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Chi è Donato Taddio: sono nato in provincia di Belluno dove tutt’ora abito; 
lavoro presso un’industria manifatturiera dove mi occupo di alcuni mercati 
esteri. Sono diplomato in Costruzioni Aeronautiche.

 

Caro Donato,

ci sono due o tre punti dai quali la tua storia potrebbe cominciare, e sono tutti alla fine:

1. Il primo ostacolo quasi lo investo. È difficile da definire e descrivere, senza forma e forse senza colore. Un brandello metallico, sembrerebbe, grande come il portone di un garage, o poco meno, ricurvo e ammaccato. Tutto intorno altri frammenti più piccoli che scricchiolano e cigolano e si piegano sotto le ruote con una frequenza compulsiva. Meglio proseguire a piedi. Abbandono la macchina accostando al ciglio della strada e cammino con la fretta che cresce, a debita distanza dal fronte del fuoco.

2. Prima di raggiungere questa piccola valle disabitata, poco più di un’ora fa, ho telefonato ai Carabinieri per raccontare quello che avevo visto. Vorrei poter chiamare qualcuno anche adesso, per dire che non mi ero sbagliato, che qui è un disastro, una tragedia, una strage. Ma quassù nemmeno il telefono cellulare funziona.

3. A quest’ora ci saranno già decine di persone con gli occhi rivolti ai grandi monitor al plasma della sala arrivi nell’aeroporto di Helsinki Vantaa, legno chiaro di betulla e acciaio satinato. È lì che questo aeroplano avrebbe dovuto atterrare se la stampigliatura nera sull’etichetta delle valigie non inganna. Una scritta luminosa informerà in due lingue di un delay, un ritardo, un ritardo strano. Altrettante persone usciranno improvvisamente di casa per tornare di corsa all’aeroporto di Venezia, dove poco tempo prima avevano abbracciato chi aveva deciso di partire, proprio oggi, proprio con quell’aeroplano.

Da questi punti la storia si muove perché con lei si muovono i personaggi e il lettore si può chiedere dove vanno, cosa fanno, chi sono, cos’è successo.
Nel primo c’è un uomo che supera ostacoli di metallo e si tiene a distanza dal fuoco.
Nel secondo un uomo racconta di aver già compiuto un’azione (la telefonata ai carabinieri) e di trovarsi di fronte a un disastro.
Nel terzo una voce esterna insinua una tensione: usa il condizionale, il futuro e il passato per stabilire uno scenario che, s’intuisce, sarà drammatico.

Ognuno di questi inizi ha una possibilità di essere interessante per il lettore: la stessa possibilità che hai tu se, appostato alla finestra di casa, avvisti qualcuno per strada, lo chiami e gli chiedi di raggiungerti dentro perché devi mostrargli qualcosa. Se il passante ti dice sì, probabilmente gli andrai incontro, aprirai il cancelletto e gli farai strada lungo il giardino. Arrivato alla porta d’ingresso ti fermerai un attimo prima di schiuderla per chiedergli: sei pronto?

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La verità, vi prego per Flavio Luca Bellan: Se metti tutto dentro si vede quello che hai lasciato fuori

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“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Flavio Luca Bellan e il primo capitolo del suo romanzo 
“Era il settantasette”
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Chi è  Flavio “Luca” Bellan: ha 46 anni e adora sua moglie, suo figlio, 
i suoi cani, l'alpinismo e i libri, non necessariamente sempre in 
quest'ordine. Questo è il primo capitolo di un'infanzia raccontata dal 
punto di vista del bambino, stile “La mia vita a quattro zampe”, e 
commentata dall'adulto, stile Groucho Marx, cioè coi baffi e gli occhiali, 
perché ho smesso di fumare.

 

Caro Flavio,

a me piace il fatto che tu voglia raccontare la storia come se stessi parlando proprio a me, come se stessimo seduti insieme per mezz’ora e tu in quella mezz’ora mi volessi mettere un braccio intorno alle spalle e dire: adesso ti racconto tutto. È una modalità narrativa che mi affascina e che però ha bisogno di trovare una misura, una consapevolezza e una funzione molto precise.

In uno spazio breve e introduttivo, come è lo spazio di un primo capitolo, tu vuoi creare una complicità raccontando due cose: l”attesa per il cambiamento e il cambiamento. Non puoi. I due “temi” che hai scelto sono troppo grossi, troppo importanti, e a tenerli entrambi fai confusione.
Bisogna che tu scelga: da dove comincia la storia? Da un bambino che aspetta di vivere una nuova vita o da un bambino che vive una nuova vita?

È importante che ti chiarisca anche per far funzionare meglio tutto il resto.
Il tuo incipit, per esempio, è interessante:

Era la primavera del settantasette e mio padre si preparava ad un nuovo tipo di viaggio che non capivo e che si chiamava trasferimento: faceva le valigie come quando partiva per un viaggio qualunque, solo che erano di più e ci stava dentro tutta la sua roba che non sarebbe tornata a casa dopo pochi giorni. Si trasferiva in montagna per fare il dottore, non era più uno studente e non era più un guardiano notturno e non beveva più dalla grande tazza verde il caffè della sera per tenere gli occhi aperti sui libri o per andare a lavorare di notte, adesso cambiava lavoro e lavorava da dottore e si trasferiva e da un po’ di tempo il caffè lo beveva al mattino col pane biscotto, come me, ed era bello fare colazione con lui che non faceva più la colazione al contrario, alla sera.

però dentro ci sono troppe cose e io non so bene a quale vuoi che presti attenzione: devo ricordarmi delle valigie, della grande tazza verde o del pane biscotto? Cosa rappresentano? Quale “tema” devono tenere aperto? Quale vuoi portare avanti?
I “dettagli” non sono elementi intercambiabili, non devono esserlo. Devono, invece, essere fondamentali per la storia che racconti e allora tu li devi scegliere con cura – e con un criterio di funzionalità.

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Scrivere lo spazio-tempo del mondo

comment 1
il mestiere di leggere
lancio spazio

L’anno scorso ho letto “Sembrava una felicità” di Jenny Offill.
È la storia di una donna che deve fare i conti con il fatto che suo marito si è innamorato di un’altra. La voce narrante passa dalla prima persona alla terza (“io” diventa “la moglie”) ma rimane sempre frammentata, progredendo per pieni ed ellissi, come se t’invitasse a entrare in casa per poi giocare con l’interruttore ad accendere e spegnere la luce: qualcosa la vedi e qualcosa no.

Questa voce frammentata è anche molto ironica, di quell’ironia cattiva tipica delle donne che devono darsi da fare per risollevarsi; subiscono un colpo e in men che non si dica ne viene fuori un nuovo sguardo, che si posa severo su tutte le cose dell’esistenza.
E a pag 59 a venire fuori è questa battuta grazie alla quale, mi ricordo, non riuscivo più a smettere di ridere:

“È probabile che io stia diventando troppo vecchia e nervosa per insegnare. Eccomi qui, a sbraitare su articoli determinativi e indeterminativi, sul punto di vista. Pensa alla distanza autoriale! Chi è che parla adesso?

La mia amica che insegna scrittura a volte diventa matta a valutare i racconti e continua a scrivere a margine la stessa cosa.

DOVE SIAMO NEL TEMPO E NELLO SPAZIO?
DOVE SIAMO NEL TEMPO E NELLO SPAZIO?”

Jenny Offill trad. di Francesca Novajra – NN editore

C’è tempo perché io diventi troppo vecchia e nervosa, ma già ora capita che diventi matta a scrivere più e più volte a margine dei racconti quello stesso appunto: DOVE SIAMO NEL TEMPO E NELLO SPAZIO?

Il fatto è che lo spazio/tempo non è solo una necessità tecnica (dare al lettore le coordinate in cui si svolge la vicenda) ma è soprattutto una questione di sguardo. Quello che veramente fa chi scrive, scegliendo dove e quando la storia debba compiersi, è dire: per me il mondo è qui.

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Una delle belle video lezioni di scrittura di Giulio Mozzi è sul tempo della narrazione. In maglietta scura e quel suo modo paradossale di fare le cose lo scrittore se ne sta in piedi sulla sponda di un fiume a dire:

“Se non riusciamo a collocare con molta precisione la storia che ci viene raccontata in un certo ambiente in un certo tempo in una certa epoca in un certo groviglio di relazioni sociali rischiamo di trovarla davvero poco interessante.”

E questa considerazione riguarda la necessità tecnica.
Ma poi, va avanti Mozzi, c’è un’altra necessità:

“Il romanzo è attraente perché ciascun personaggio deve risolvere dei problemi in successione per ottenere ciò che desidera, ma non possiamo concepire un romanzo come una continua velocissima successione di problemi. […] Un meccanismo romanzesco anche lungo è fatto di pochissimi elementi che si combinano in continuazione. Invece un romanzo ha bisogno anche della spazzatura, dei tempi morti, delle descrizioni, dei momenti nei quali non si capisce esattamente che cosa succede; perché il lettore deve attendere: deve essere messo in tensione.”

La tensione la crea la voce della storia.
Più di ogni altra cosa – degli eventi grandiosi, della struttura, della scelta del punto di vista, della durata, dell’azione, dei conflitti e delle idee – a tenere in piedi la narrazione è la voce che la conduce. È attraverso la voce che chi scrive sceglie quale spazzatura mettere dentro; e quanta, come, perché: uno specifico modo di guardare il mondo che concede a chi la incontra di dare un senso allo spazio-tempo.

Alla Biennale di Venezia del 2011 l’artista americano Christian Marclay vinse il Leone d’oro con The Clock: un’opera video di 24 ore composta da innumerevoli spezzoni di film in cui compare un orologio o un altro tipo di riferimento orario (un gesto, una battuta). Dando vita a un movimento d’immagini cronologicamente progressive, Marclay riesce a rappresentare l’intero arco della giornata. Il suo film è un maestoso lavoro di montaggio cinematografico con un profondo significato visivo-strutturale. Una cosa molto, molto interessante.

Ma Marclay sa bene che questa asfissiante e affascinante struttura non può, da sola, comporre una narrazione, perché manca la voce in grado di stabilirne la tensione. E allora decide di proiettare il suo film in modo da creare una coincidenza temporale tra i minuti che scorrono nelle immagini e quelli che passano nella realtà. Costringe gli spettatori a guardare il suo film sul tempo mentre il medesimo tempo, minuto per minuto, scorre nelle loro vite. È questa la sua poetica.

Chiunque scriva una storia deve tenere a mente che la vita del lettore scorre inesorabile. Se intende ricostruire uno spazio-tempo in cui condurlo, se desidera mostrargli il mondo, allora deve trovare una voce capace di indicare da che parte si va.

La verità, vi prego per Mykro: se il tuo personaggio si attorciglia muore

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“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Mykro e il suo racconto.
il contorsionista Arthur Cadre

il contorsionista Arthur Cadre

 

Caro Mykro,

sei ipnotico, non c’è che dire. È buono il ritmo che hai costruito: come una cantilena; ma devi stare attento a non cantare sempre lo stesso ritornello.

A volte riesci a spezzare il ritmo un attimo prima che diventi ripetitivo, come quando:

«Quel ragazzo… l’hai mandato quasi in coma», scandisce come fosse il suo avvocato difensore.
Silenzio.

oppure:

«Vorrei parlare con te dell’accendino».
Silenzio.

ma a volte no. E lì sta il problema.

Se rimani freddo, e guardi le cose con distacco, metti il lettore a disagio: che è l’effetto che devi ottenere. Ma se partecipi troppo alteri il tono del racconto: ti metti dalla parte del personaggio, spingi sulla sua muscolatura adolescenziale (Come mi trovo? Se le avessero SCAMBIATO al volo la Cola che stava bevendo con dell’olio per motori come si troverebbe?, cogliona.) e mini l’atmosfera che hai cercato di creare.

La forza di una struttura così sta nel ribaltare molto spesso il senso di quello che dici: la cesura non deve servire solo a chiudere un significato con ritmo, ma anche a modificarlo. Se non lo modifichi non progredisce e se non progredisce, o lo fa troppo lentamente, perdi l’attenzione di chi legge.

Tu vuoi mantenere il mistero di dove siamo e a fare cosa per più tempo possibile, o.k.
Però per farlo devi mettere molta carne a cuocere e cioè devi avere molte informazioni da nascondere. Sono le informazioni, opportunamente seminate, che scandiscono il tempo del tuo racconto. Ogni volta che ne concedi una al lettore, la voce smette di essere semplicemente una nenia e diventa intrigante: il lettore nota l’informazione, la prende e la mette da parte, in curiosa attesa della prossima.

Devi rassegnarti a questo: le informazioni sono più interessanti del tuo personaggio. Sono loro a comporre la storia, a sostanziarla e a darle movimento. Ma tu ne hai poche e, di conseguenza, ne dai poche. E il problema è che alla fine non sai che fartene.

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