La verità, vi prego: via le parole incerte, la storia è tua

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“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Federica Sazzini e il primo capitolo del suo romanzo 
"L'attesa"
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Federica Sazzini nasce a Firenze nel 1983, dove risiede e lavora. 
Dopo cinque lunghi e amati anni di studio al liceo classico Galileo 
decide di scoprire l'altro lato della cultura, quella scientifica. 
Si laurea in ingegneria energetica e consegue il dottorato 
in ingegneria industriale. 
Il mondo delle lettere però non ha mai smesso di averlo dentro di sé, 
e con questo primo racconto ha iniziato a riversarlo su carta.

Cara Federica,

voglio mostrarti come nella scrittura un problema di forma diventi un problema di sostanza, e viceversa. Osserva bene questi stralci del tuo primo capitolo, che ricopio qui sottolineando alcune parti.

O meglio, era paziente per cose che avrebbero fatto infuriare donne ben più mansuete di lei, ma la pazienza, quella che riesce a rimettere in pace un cuore agitato, ecco, quella non l’aveva.

La situazione sfiorava il ridicolo

Già si immaginava al momento della prescrizione il suo sguardo perplesso per la fede ancora luccicante. […]
Riusciva quasi a immaginarsi le parole della dottoressa: […]

Anche se, a dirla tutta, in questa assurda situazione si era infilata da sola, aveva fatto tutto con le sue mani, ma, a guardarsi indietro, le sembrava di vedere i suoi polsi attaccati a dei fili, come una marionetta.

Dei primi dieci, come è naturale, i ricordi iniziavano ad addensarsi verso i cinque anni […]

Nei suoi ricordi è come se ad un certo momento fossero iniziate a comparire delle macchie, delle assenze strane, dei silenzi turbati.

A ripensarci ora poteva vedere la vecchia signora seduta al loro tavolo per tutti quegli anni mangiare alla sinistra di suo padre […]

Con un piccolo sforzo di immaginazione se la poteva vedere davanti, tutta vestita di nero e con la falce […]

Chissà come mai le parole “tuo padre è morto” non le faceva mai pronunciare nel suo film immaginario. Come se avessero qualcosa di troppo terribile e definitivo.

Sua madre da qualche parte, ma non si sa bene dove.

Comunque tutto molto sbrigativo, a tratti formale. Tutti, in fondo, aspettavano che la vecchia signora concludesse il suo lavoro e li sollevasse da quella scomoda terra di mezzo.

[…] mentre degli uomini nemmeno l’ombra, almeno per quanto ricorda. In fondo anche lo zio sulla seggiolina le era sembrato così piccolo e indifeso. Chissà, forse gli uomini non dando la vita si sentono inadeguati ad affrontare la morte. Comunque, il suo primo decennio di vita si era chiuso così […]
In ogni caso il morto non glielo fecero vedere […]
Infatti, nonostante il suo primo trucco scaramantico non avesse funzionato nella vita vera […]

L’attenzione che ti chiedo di avere è per tutte quelle parole ed espressioni che sono solo il tuo modo di prendere distanza da quello che racconti, di nasconderti dietro il muro a sussurrare: «vi racconto una storia, ma non so bene perché».
L’insicurezza della tua voce narrante fa da specchio all’incertezza della narrazione: qual è il nodo della vicenda? Cosa racconti?
Per quel che vedo io il punto drammatico è: una bambina perde il padre e da adulta vorrebbe ricordarsi di lui, ma non ci riesce. Nel testo, questo nodo fa capolino in una breve descrizione:

Forse Costanza ricorda gli occhi di suo padre, ma non ne è sicura, non sa nemmeno se fossero velati di pianto, o se la morte si fosse già portata via anche quello.

Costanza non ricorda suo padre (da morto? Anche da vivo?). Questa è la motivazione che accompagnerà Costanza a prendere/non prendere le scelte della sua vita (la gravidanza). Ma se tutto è inserito in un clima di incertezza, questa fondamentale, questa che è l’origine del racconto, svanisce.
E più vai avanti, più la tua penna (la tua forma) perde forza:

Magari, se si fosse trovata da bambina faccia a faccia con quel viso smunto […]
E forse, pensava, avrebbe capito che il suo povero babbo […]
Ed invece nel suo caso quel boccone si era incastrato e non andava né su né giù.

Come sempre si dice di tutte le cose, nella narrazione forma e contenuto non solo camminano insieme, ma si fomentano a vicenda: se la tua voce tentenna dinanzi alle immagini che le vengono in mente, la storia traballa. La differenza tra questo:

Costanza non ricorda di avere fatto particolari domande lungo la strada di casa, forse per paura delle risposte, forse perché tanto le sapeva già. E come poteva non conoscerle? Neanche la sera prima l’avevano fatta entrare in camera sua, luci abbassate e un odore spiacevole. Per una qualche ragione strana, che ancora a distanza di anni non riusciva a spiegarsi, quel poco che rimaneva di suo padre era disteso nel suo letto di figlia unica.

e questo:

Costanza non ricorda di avere fatto particolari domande lungo la strada di casa. Neanche la sera prima l’avevano fatta entrare in camera sua, luci abbassate e un odore spiacevole: quel poco che rimaneva di suo padre era disteso nel suo letto di figlia unica.

è la padronanza. Via le incertezze: la storia è tua.

Un caro saluto,
Francesca de Lena

L’attesa

La pazienza non ricadeva di certo tra le virtù di Costanza.O meglio, era paziente per cose che avrebbero fatto infuriare donne ben più mansuete di lei, ma la pazienza, quella che riesce a rimettere in pace un cuore agitato, ecco, quella non l’aveva. In attesa nella sala di un consultorio di quartiere, spostava il peso ritmicamente da un lato all’altro, come a voler seguire la lancetta dell’orologio all’ingresso. La situazione sfiorava il ridicolo. A meno di due anni da quando si era sposata, di nascosto da un marito amoroso e desideroso di diventare presto padre, eccola lì,alle dodici e diciassette di un giovedì mattina in coda per avere una dannata prescrizione. Un piccolo foglio, con grafia poco leg-
gibile, da ficcare lesto nel portafoglio e mostrare poi al farmacista strabico due incroci più avanti. “Le serve altro?”, “No, basta così,grazie”, ed in meno di trenta secondi le sue dita avrebbero afferrato una piccola scatola. Ma prima ancora c’era da affrontare i commenti della ginecologa. Già si immaginava al momento della prescrizione il suo sguardo perplesso per la fede ancora luccicante. Le avrebbe pure dovuto spiegare come e quando prendere la pillola anticoncezionale. E quello sarebbe stato imbarazzante, perché, a trent’anni suonati non aveva alcuna idea di come funzionasse. Mai usata,aveva sempre lasciato l’onere delle precauzioni alla parte più interessata al rapporto. Oddio, non che a lei non piacesse, anzi,spesso si stupiva delle proprie disinibizioni, ma, tutto sommato,passati i sei mesi canonici dell’innamoramento il rapporto settimanale diventava routinario come il bacio al mattino o le coccole sul divano. E quindi era giusto che a preoccuparsi delle eventuali conseguenze fosse chi ancora lo faceva per autentica libido.

Lista da 10: cose a cui abituarsi

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  1. Troppo difficile spiegare tutto a tutti, prendetevi quello che c’è.
  2. I compartimenti stagni sono nemici, pare.
  3. Ma certo che il destino esiste.
  4. Anticipare può salvarti la vita?
  5. Inutile correre, il resto del corpo è dietro l’angolo.
  6. I libri sul dolore sono gli unici da amare.
  7. Forza, prova a scambiare il mare con la montagna. Meno scivoloso, stiamo più dritti.
  8. Guarda che lei non è ancora morta.
  9. Foto in primo piano, non ne riconosco neanche uno.
  10. Niente basterà.
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Marosia Castaldi, Dentro le mie mani le tue – Feltrinelli

La tua storia non è la mia

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pennellate

Io e mio figlio Andrea siamo in macchina, è appena finita la sua giornata all’asilo, lo riporto a casa, ci lamentiamo del sole che rimbalza sul parabrezza e ci acceca.

Andrea dice: Mannaggia mamma, questo sole lo dobbiamo fare grigio.
Io rispondo: Ma no, che tristezza il sole grigio.

Andrea scoppia a piangere. Gli chiedo che succede, ma lui va avanti a singhiozzi così forti che sono costretta a fermare la macchina, raggiungerlo sul seggiolino e stringerlo forte: gli faccio ‘nzù ‘nzù nelle orecchie, gli asciugo le guance con i baci, gli do un po’ d’acqua.

Prova a spiegarmi che a lui il sole grigio piace, perché è bello, perché così non dà fastidio. Perché non vuoi fare il sole grigio con me? mi dice. Sono così mortificata che non faccio di meglio che perpetrare la mia ostinazione: hai ragione, a mamma, è solo che pensavo che con il sole grigio venisse la pioggia, e a noi non piace quando piove – e sbaglio di nuovo, perché Andrea dice a me la pioggia piace, e ricomincia a piangere.

Scrive Marcello Fois nel suo “Manuale di lettura creativa“:

Ogni lettore deve essere libero di tradurre il proprio libro, di leggere il libro che ha scritto lui, non il libro che ha scritto lo scrittore. Questo fa la differenza tra lo scrivente e lo scrittore: lo scrittore è quello che sa liberarsi del suo libro. E il lettore creativo lo sa, lo capisce con passione. Dice a se stesso che quel libro che ha scelto, ha deciso di comprare, ha pagato, è diventato roba sua. Dentro quelle pagine ci mette tutto il suo patrimonio, che è diverso, complementare, opposto, rispetto a quello dello scrittore. Uno scrittore del proprio libro può raccontare i motivi che lo hanno generato, ma non certo il risultato: quello è un esito che spetta al lettore.”

Andrea ha pianto perché io mi sono comportata da lettore che traduceva il suo libro. Lui aveva una storia in mente: una storia in cui il sole era grigio. E io ho letto quella storia mettendoci dentro il mio patrimonio, e nel mio patrimonio SOLE GRIGIO=PIOGGIA e PIOGGIA=TRISTEZZA.

Fossi stata una lettrice avrei avuto ragione, ma da madre ho avuto torto; e avrei avuto torto anche da editor: lavorare sulle storie degli altri vuol dire cercare sempre l’equilibrio tra la volontà di miglioramento («Guarda: ti faccio notare che se racconti di un sole grigio trasmetti tristezza») e la consapevolezza che quella storia non è tua, e che il tuo patrimonio deve restarne fuori.

Lista delle mie catastrofi con la scrittura

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psycho
  1. L’esercizio di scrittura creativa che segue il metodo Goldberg (scrivi per dieci minuti senza mai staccare la penna dal foglio, senza pensare, senza controllare, senza correggere gli errori). Scrivi a partire da: “Tutto è cambiato quando”.
  2. I libri che fanno male: “Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère; “Ingannevole è il cuore più di ogni cosa” di J.T. Leroy; “Il giardino di cemento” di Ian McEwan; “Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia; Ágota Kristóf: tutto; ma anche “La porta” di Magda Szabò; il racconto “La punta” di Charles D’Ambrosio; il racconto della promessa sposa in “Undici solitudini” di Richard Yates (come si chiama?).
  3. I cambi di punto di vista: in prima persona, in seconda persona, in terza persona: entra più dentro, spostati, tieniti a distanza.
  4. La lingua. Non si vede niente. La lingua. Sì, ma cosa hai detto?
  5. Il 16 febbraio del 2016, quando è improvvisamente morto un autore con cui lavoravo e mi è rimasta tra le mani la sua storia incompiuta.
  6. Scrivere non serve a niente.
  7. Chiedere a Luca di scrivere del mio parto: tu che puoi, dico. Non so se posso. Eri tutto intero. Insomma. Qualcuno dovrà pur dirmelo. E la scrittura cosa c’entra? Merda.

Leggere un io che parla

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ventriloquo

Abbiamo due romanzi. Entrambi cominciano da un “trauma”. Entrambi costruiscono le prime 20 pagine su un’alternanza di spazi e tempi (anche verbali): siamo prima qui, poi lì, poi lì, e intanto il tempo è andato avanti o indietro.

Nelle prime 20 pagine dell’uno funziona meglio la struttura:

  • si dà conto del trauma
  • 1ª scena in luogo chiuso e collettivo: presentazione relazioni
  • cesura: flash back rivelatore
  • 2ª scena in luogo chiuso e collettivo: presentazione relazioni, 1ª scelta
  • scena di conflitto

Nelle prime 20 pagine dell’altro funzionano meglio il ritmo, le motivazioni, le informazioni:

  • si dà conto del trauma
  • 1ª scena in luogo chiuso e collettivo: presentazione relazioni e motivazioni
  • cesura: racconto del passato e scene: personaggi, relazioni, motivazioni, conflitti
  • (lo spazio-tempo della storia tornerà dopo le 20 pagine)

Mentre ne discutiamo ci capita di nominare due soli libri pubblicati: “I ponti di Madison County” di Robert James Waller e “Il lamento di Portnoy” di Philip Roth e non necessariamente per motivi di stretta comparazione, ma perché stiamo guardando la voce che hanno: ci ragioniamo.

“I ponti” comincia con la voce del narratore che, assecondando la finzione, confessa il suo obiettivo: mi è arrivata una storia sul tavolo, una storia di altri, e ve la voglio raccontare:

Ci sono canzoni che nascono dall’erba punteggiata d’azzurro, dalla polvere di migliaia di strade di campagna. Questa ne incarna la poesia. È un tardo pomeriggio dell’autunno del 1989, io sono seduto alla mia scrivania, guardando il cursore che ammicca sul video del computer davanti a me, quando squilla il telefono. All’altro capo del filo c’è un ex abitante dell’Iowa, di nome Michael Johnson, che ora vive in Florida. Un amico gli ha inviato uno dei miei libri. Michael Johnson l’ha letto; l’ha letto anche sua sorella Carolyn, e hanno da propormi una storia che credono possa interessarmi. Johnson è piuttosto circospetto, si rifiuta di aggiungere altro in proposito, se non che lui e Carolyn sono disposti a venire nello Iowa per parlarne con me. 

“Il lamento” ha la voce del protagonista che senza passare per presentazioni si confessa (si racconta all’analista) in un monologo che dice: voglio parlare di me per tutto il libro:

Mi era così profondamente radicata nella coscienza, che penso di aver creduto per tutto il primo anno scolastico che ognuna delle mie insegnanti fosse mia madre travestita. Come suonava la campanella dell’ultima ora, mi precipitavo fuori di corsa chiedendomi se ce l’avrei fatta ad arrivare a casa prima che riuscisse a trasformarsi di nuovo. Al mio arrivo lei era già regolarmente in cucina, intenta a prepararmi latte e biscotti. Invece di spingermi a lasciar perdere le mie fantasie, il fenomeno non faceva che aumentare il mio rispetto per i suoi poteri. Ed era sempre un sollievo non averla sorpresa nell’atto dell’incarnazione, anche se non smettevo mai di provarci; sapevo che mio padre e mia sorella ignoravano la vera natura di mia madre, e il peso del tradimento, che immaginavo avrei dovuto affrontare se l’avessi colta sul fatto, era più di quanto intendessi sopportare all’età di cinque anni. 

Per entrambi i romanzi a cui lavoriamo – così come per i famosi romanzi citati e per ogni tipo di narrazione raccontata in 1ª persona – la prima domanda da porsi per capire cosa si ha tra le mani è: l’IO che parla mi convince?

E la risposta – la prima delle risposte – non viene da ragioni di contenuto, di stile e men che mai di gusto, ma da una seconda domanda su cui inevitabilmente si rimbalza: funziona?
Ogni sì e ogni no va smontato e analizzato (è questo che si fa quando si legge professionalmente), ma non basta. Il passo successivo è quello più importante, che traccia il solco tra l’operazione intellettuale e il mestiere: compito dell’editor è lavorare allo stesso tempo al centro e ai margini: (aiutare a) trasformare tutti i no in sì. Sì, vedo i personaggi; sì, capisco cosa vogliono; sì, è chiaro da dove vengono; sì, ecco dove sta il problema; sì, è un problema che riconosco; sì, voglio ascoltare questa voce; sì, mi sento a casa. 

(La prima lezione di APNEA è andata. Questi eravamo noi, seri e concentrati:)

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Lasciate fare la poesia ai poeti

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Uno dei commenti che scrivo più spesso ai margini di un romanzo da valutare o editare è: sta facendo poesia.

Se lo pronunciassi pubblicamente starei dicendo un’inesattezza anche abbastanza fastidiosa, perché nel mio lessico privato quella frase significa: “scrive belle parole a vuoto”, mentre la poesia è tutt’altro che questo, è anzi proprio il contrario di questo: la poesia carica le parole di significato.

Ma ognuno di noi può permettersi il lusso di non correggersi quando pensa, di parlarsi in quella maniera inesatta e caotica e anche contraddittoria dettata dalla necessità di far presto e intendersi con una strizzatina d’occhio – ed è un lusso che io mi concedo quando per lavoro parlo (scrivo) per me.

Com’è ovvio, se l’analisi di ciò che leggo non deve restare nel mio cervello, ma essere comunicata all’autore, all’agenzia letteraria o a chi altri, “aggiusto” la mia frase in modo che abbia un significato più certo, comprensibile, condivisibile. E però dentro di me la voglia, doverosamente ammansita, di “dirlo come mi viene” resta.

Mi vibrò in corpo come una primavera inattesa portandomi alla mente figure oniriche, forme dai colori rubati all’arcobaleno. I toni di quell’immagine virarono al grigio appassendo in fretta alla presenza di un omaccione malandato.

Contraendo i muscoli, sorsi in piedi, ritrassi il braccio offeso e la strinsi come sempre, come sempre stretti e fusi nel bacio. Ella era greve, più di quando un languore profondo e animato la struggeva. Fu il principio della nostra distensione.

E dove non c’è niente di sicuro appare lo spirito infestante del panico che s’impossessa del suo animo, e sforza la gola senza urlo e sbarra le pupille senza lacrime.

Il problema è che, stringi stringi, quando il tentativo dell’autore è di dare “un tono” a ciò che scrive – complicando la scrittura, usando espressioni ora auliche, ora burocratiche, ora evocative – ciò che resta delle singole frasi, delle micro-descrizioni è proprio quello: un desiderio imitativo: voler fare poesia.
Ma l’imitazione senza consapevolezza diventa illogica e, cosa triste perché non voluta, si trasforma in comicità:

c’è aria di pioggia e l’aria si fa nitida e trasparente come il vetro dentro all’anima

La sfera saltella fuori da me, e lei è in quella sfera. Io provo a parlarle, ma lei non può sentirmi

una lacrima solcava il mio viso, una sola, con la forza di un uragano liquido e cattivo

La poesia, proprio come la narrazione, si educa. Se agli accorati sfoghi delle scuole medie non hanno fatto seguito letture, studi, esperimenti, sbagli, non si creerà poesia grazie a parole “candide” come anima, pioggia, vetro e lacrima. Né se le parole saranno poche, né se saranno esteticamente belle, né se “lasceranno pensare”. Le parole non sono formule magiche e la poesia non appare all’improvviso.

SENIOR

Ai vecchi
tutto è troppo.
Una lacrima nella fenditura
della roccia può vincere
la sete quando è così scarsa. Fine
e vigilia della fine chiedono
poco, parlano basso.
Ma noi, nel pieno dell’età,
nella fornace dei tempi, noi? Pensaci.

Mario Luzi

Il punto più importante, poi – e non è una battuta – è che io leggo narrativa.

Si comincia, andiamo in APNEA!

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apnea
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Apnea è un laboratorio sperimentale di editing, una cosa che non è mai stata fatta prima.

Un gruppo di persone lavorerà insieme per 6 mesi su due romanzi. Alla fine del lavoro i romanzi saranno presentati ad agenzie e premi letterari.

Avevo annunciato che la classe sarebbe stata composta da 5 persone, e invece ne ho selezionate 8 (7 più una uditrice): non me lo aspettavo.

Sono arrivate 19 richieste e ho preso in considerazione solo quelle che partivano da una base di esperienza reale (lavorativa o di formazione) riguardo la narrazione.

Tutti i selezionati frequentano l’ambiente editoriale come editor, correttori, lettori, traduttori, ghost writer o organizzatori di eventi, oppure hanno lungamente frequentato corsi di scrittura creativa con Raul Montanari, Antonio Paolacci, Paolo Cognetti, Antonella Cilento.

Tutti quindi partono da un minimo comune denominatore: conoscono quello di cui stiamo parlando. Se dico “conflitto”, se dico “trasformazione”, se dico “coerenza del personaggio” non devo spiegare a cosa mi riferisco. Per me questo era un requisito fondamentale. Alcuni più e alcuni meno, ma tutti, hanno nella prova di lettura del racconto adoperato una modalità che non fosse guidata solo da una generica “passione di leggere” ma da una volontà di analisi dei meccanismi e dei dettagli della storia: anche questo era un requisito fondamentale.

Sono contentissima e – strano che lo ammetta, forse l’esperimento mi sta sfuggendo di mano e c’è qualcuno che scrive al posto mio – emozionata.

Apnea è: Lorena Bruno, Chiara Cicala, Giuseppe D’Antonio, Susanna De Ciechi, Claudio Della Pietà, Dimitri La Rosa, Francesca Regni, Nicoletta Molinari. E naturalmente è Deborah Donato, Luca Mercadante, Sara Cappai e Luca Briasco.
E poi ci sono io, che a questo punto mi farò chiamare sub(comandante).
(Sì, c’è sicuramente qualcuno che scrive al posto mio.)

Buona immersione a tutti!

Buon anno, leggete Kleist!

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il mestiere di leggere / Senza categoria
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Scrive Stephen Vizinczey in “I dieci comandamenti di uno scrittore”:

Quanto allo stile di Kleist […] le sue frasi sono veloci eppure capaci di coprire la gran parte degli aspetti della vita – e sarebbe davvero arduo riuscire a trovarvi una sola parola ridondante. Kleist una volta lodò un amico per essere riuscito a dire anche quel che non diceva: la miglior descrizione, forse, del proprio stile denso e suggestivo. I suoi racconti sono la prosa più svelta che sia mai stata scritta. Nessun altro scrittore ha il suo passo. Il che, naturalmente, ne limita il pubblico; la maggior parte dei lettori ha bisogno di molto tempo per farsi coinvolgere, per raffigurarsi una scena, per condividere i sentimenti di un personaggio; da cui la popolarità dei romanzi-fiume […]. Kleist illustra un punto, raffigura una scena solo quanto basta ai lettori più svegli e immaginativi per afferrarli. Ma dona loro l’eccitante sensazione di far volare il proprio cervello alla velocità di pensiero di un genio.

Per testare quello che dice basta aprire una qualsiasi pagina della raccolta degli otto racconti di Heinrich von Kleist.
Per esempio questa:

A Santiago, capitale del regno del Cile, proprio nel momento del grande terremoto dell’anno 1647, nel quale trovarono la morte molte migliaia di persone, un giovane spagnolo accusato di un delitto, che si chiamava Jeronimo Rugera, stava ritto accanto a un pilastro della prigione nella quale era stato rinchiuso, e voleva impiccarsi.

O questa:

La madre si sentiva beata: non vista, perché stava in piedi dietro la sedia del marito, indugiava a turbare la gioia della celestiale riconciliazione discesa sulla sua casa. Alla fine si avvicinò al padre e, proprio mentre lui ricominciava ad accarezzare con gioia indicibile, con le dita e con le labbra, la bocca della figlia, lo guardò di lato, curvandosi sopra la poltrona.

O anche questa:

Nicolò, che osservava tutti quei moti dell’animo senza guardarla, non dubitava più che, dietro quella trasposizione di lettere, ella nascondesse il suo nome. La vide scompigliare le lettere, con un gesto soave, e le sue selvagge speranze raggiunsero il culmine della certezza quando lei si alzò, mise da parte il lavoro a maglia e disparve nella sua camera da letto. Voleva già alzarsi e seguirvela, quando entrò Piachi e, alla sua domanda dove fosse Elvira, una cameriera rispose che non si sentiva bene e si era messa a letto.

Kleist disse che «nell’arte tutto dipende dalla forma, tutto ciò che ha a che fare con la forma è affar mio». Per il nuovo anno auguro a chiunque voglia imparare a leggere o a scrivere di farlo studiando i migliori racconti che siano mai stati scritti – tra cui quelli di Kleist. Perché i racconti sono quella cosa che racchiude in poche pagine tutto il succo della narrazione: una buona storia, raccontata come in nessun modo altrimenti.

La scrittura non è degli scrittori

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il mestiere di leggere / personale
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Il mio modo di leggere è poco empatico.
Ammiro un libro scritto meravigliosamente, o con un sapiente meccanismo narrativo, o con dei personaggi indimenticabili; m’interessa, m’istruisce, mi ammalia perfino, ma non mi sento partecipe. È una cosa che mi succedeva già prima e che da quando leggo per mestiere capita più spesso.

Quando poi l’emozione cambia (succede con pochissimi libri*) dura per mesi, e io riconosco bene di essere stata messa allo scoperto. Mi capita allora di parlare di questi libri con un giudizio non più solo critico, ma personale: non più sulla scrittura – raffinatissima! – o sulla storia – così vera! – ma irrimediabilmente sulla sconfitta della mia razionalità, che mi costringe a uno sguardo nuovo, meravigliato e grato, come di chi ha bisogno di sentirsi dire certe cose che la riguardano.

Prendiamo Karoo, di Steve Tesich: la storia di un uomo integratissimo nel suo mondo eppure al limite della propria esistenza. Un romanzo che ha toccato i miei due nervi scoperti, i punti più intimi di quella che sono: la paura fisica e la volontà di felicità.
Non desiderio, attenzione: volontà.

Per presentare il suo personaggio – uno così bravo nel suo mestiere da essere chiamato Doc e avere un ufficio sulla Cinquantasettesima ovest – Tesich gli fa dire:

“Sono un piccolo ma ben remunerato ingranaggio dell’industria dell’intrattenimento. Aggiusto sceneggiature scritte da altri. Riscrivo. Taglio e sistemo: taglio il superfluo e sistemo quel che resta. Sono uno scribacchino di professione con un’abilità che ha finito con l’esser considerata talento.”

Gli fa dire anche di peggio, per esempio di essere consapevole di non avere affatto alcun tipo di talento. E poi arriva alla drammatica conclusione:

“A volte mi sembra che il cosiddetto “superfluo” che taglio da tutte quelle sceneggiature e quei film stia cominciando a vendicarsi di me. Ci sono sempre più segnali del fatto che la mia vita personale è composta al momento quasi esclusivamente da quelle scene inutili e ridondanti che con tanta abilità ho eliminato dai film e dalle sceneggiature altrui.”

Karoo è un uomo di successo, ma separato, alcolizzato, sociofobico, solo. Potrebbe essere il ritratto di uno dei tanti scrittori famosi che abbiamo conosciuto e amato (il ritratto di Tesich) oppure potrebbe esserlo di uno dei tanti professionisti della scrittura che non conosciamo, che non amiamo, di cui non ci sono nomi in copertina né nei titoli di coda; di cui non sappiamo niente (il ritratto di Tesich).

Il punto è che Karoo non ha la volontà di scrivere cose sue. Ha iniziato, una volta, poi ha lasciato stare. La sua vita – che sia felice o tragica è solo un caso, potrebbe essere ognuna delle due cose – è fatta di altro. E su questo non si può avere un giudizio di merito; e certo non si può dire che Karoo non sappia scrivere. Eppure, lui riprende in mano l’idea di scrivere di suo pugno solo alla fine della storia, solo quando è a un passo dalla morte: quando il suo libero arbitrio non va più da altre parti, non ha più altre priorità.

bassaagamennone

Io faccio l’editor e non scrivo. Un vecchio adagio vuole che io faccia l’editor invece di scrivere perché, incapace di fare la seconda cosa, mi sia rifugiata nella prima. È quello che si è sempre detto di chi insegna, di chi valuta o di chi “aggiusta”.

Credere che gli altri non sappiano fare le cose è un vizio caro a chi quelle cose le fa. Come se avere l’esclusiva aumentasse la qualità della propria opera.

Due anni fa, quando la Rai provò a lanciare un talent sulla scrittura – noiosissimo e didattico: una cosa terribile – si levò un coro di raffinati scrittori italiani contro la mercificazione della (loro?) arte. Come se non fosse neanche pensabile che al mondo convivessero diversi generi e qualità di cose, come se, per tornare a un argomento sempreverde, Fabio Volo dovesse davvero tatuarsi delle scuse permanenti in forma di Se la tua arte non è riconosciuta quanto dovrebbe è per colpa mia per il semplice fatto di esistere.
(C’è da dire, poi, che questo vizio è specifico degli scrittori: non si è mai sentito un jazzista lamentarsi perché esiste X-Factor. Perché il jazzista sa che la sua musica non sarà minacciata da un talent, e lo scrittore no?)

Il vizio dei capaci si trasforma nella credenza degli ingenui: la maggior parte di quelli che non sanno scrivere ma che vorrebbero tanto farlo è convinto che frequentare scuole di scrittura o farsi guidare da editor e agenti sia un esercizio di blasfemia. Il loro argomento polemico principale è: Ma come facevano Kafka, Dostoevskij, Flaubert?
(L’unico e imperituro punto di riferimento degli ingenui sono i Grandi – per loro i Grandi sono sempre inarrivabili, intoccabili, incriticabili, neanche umani, fino a che non arriva un altro grande, che ne so: D.F. Wallace, e allora si ricomincia da capo).
Che è un po’ lo stesso argomento di quelli che prima di capitolare all’esistenza del telefono cellulare hanno reiterato l’arguzia “E come si faceva prima a incontrarsi per strada?” per un tempo francamente ridicolo.

La maggior parte degli scrittori, siano essi già ottimi scrittori o aspiranti tali, crede davvero che persone come Karoo siano prive di talento (anche se oggi non lo ammetterebbero facilmente, perché le figure come la sua si sono moltiplicate e hanno acquisito potere), crede che il fatto che Steve Tesich faccia confessare il suo personaggio, sia una conferma del loro sospetto, di quello che intimamente sono certi di sapere.
Ed è soprattutto per loro che scrivo questo post.

Cari scrittori, io vi amo. Non potrei fare a meno di voi, perché ho bisogno della lettura come del pane e ammiro le vostre storie e ammiro le vostre capacità e le vostre competenze e le vostre sensibilità e la vostra disciplina, ma devo dirvi una cosa.
Voi non siete gli unici a saper scrivere. Siete gli unici a volerlo fare.

So bene che non è una differenza da poco. E allora perché non parliamo di quella?
Parliamo del coraggio che avete a mettere la vostra vita (non in senso autobiografico) in subbuglio, a trovare un senso alle immagini, a “seguire le voci”, ad interrogarvi sui simboli dell’esistenza, su quello che ci accade, come, quando, perché. Parliamo di come vi mettete in gioco, come lasciate in giro una parte di quello che siete a disposizione degli altri, della forza che ci vuole per farlo, e per scegliere di togliersi tempo, serenità, pazienza, e mettersi a provare, ricominciare. Parliamo del caleidoscopio di caratteristiche che vi permettono di essere degli scrittori (non dei martiri, attenzione, e nemmeno degli eroi).

eroe-martire

Tutte loro, tutte quelle splendide cose, non fanno immediatamente di voi i padroni della capacità di scrivere. La scrittura non è vostra. Intestarvi l’esclusiva dignità delle parole sminuisce la vostra capacità di creare arte, non quella di chi non è arte che vuole creare, ma usa lo stesso, legittimamente, la propria capacità di scrivere.

Il saper scrivere è cosa severa e netta che fa strage di una maggioranza di persone che ci prova e che non ci riuscirà mai. Questo bisogna saperlo. E però bisogna sapere che il discorso vale per tutti gli usi della scrittura, per tutti i mestieri che la riguardano: perché ci sono persone che usano la scrittura, ma non vogliono scrivere. C’è chi usa la scrittura in maniera diversa da come la usate voi. C’è chi non si esprime come voi, chi non è voi. Lì fuori c’è un mondo che si appropria della capacità di scrivere in maniera altrettanto legittima della vostra.

C’è un’affettuosa prefazione di Angelo Pellegrino a L’arte della gioia di Goliarda Sapienza in cui lui ricorda così la scrittrice:

“Scriveva di solito la mattina cominciando intorno alle nove e mezza, e andava avanti sino all’una e trenta, le due, tutti i giorni, cercando di sfuggire – e non era facile – ai numerosi inviti a colazione nel sole di Roma di quegl’anni beati e agitati. Diceva sempre che scrivere significa rubare il tempo anche alla felicità.”

Mettiamola così: io non voglio rubare neanche un secondo di tempo alla mia felicità. Questo non mi riduce a credere che voi scrittori non possiate essere felici. Così come io non m’intesto tutta la felicità del mondo, voi, per favore, smettetela di intestarvi tutta la scrittura del mondo. Perché se è indubbio che, seppur provando a scrivere, voi riuscite a essere felici, è altrettanto indubbio che seppur provando a essere felice io riesco a scrivere.

felicita

*ultimamente: “Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère; “Tre anni luce” di Andrea Canobbio; un romanzo inedito di Andrea Pomella; “Karoo” di Steve Tesich

Capodanno è il 1º settembre #lista2

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personale
mio autunno 2

Un anno fa scrivevo un post in cui dicevo che per me l’anno comincia il 1º settembre e che questa convinzione è l’unico retaggio che mi rimane dall’aver frequentato la scuola.

Un’altra cosa che dicevo è che rivendico di aver inventato un “esercizio di scrittura” – come pare si debba chiamare – dal titolo esercizio di scrittura a casaccio e che non c’entra nulla con quelli per i quali bisogna “lasciarsi andare” a scrivere senza pensare, senza correggere e senza trovare un senso a ciò che si scrive, perché invece io un senso lo cerco sempre: non so fare senza.

L’ultima cosa che dicevo è che avrei quindi stilato una lista di cose “a casaccio”, cose che mi venivano in mente in quel primo giorno dell’anno, ma che non sarebbero state catalogabili come “rimpianti” e men che meno come “buoni propositi”.

Ed eccomi qui, nell’anno nuovo, a scrivere una nuova lista a casaccio, perché credo ancora che sia utile e perché per me le liste dovrebbero regnare in cielo in terra e in ogni luogo.

  1. L’occhio destro non può rimanere rosso per sempre (semi-cit.)
  2. Non mi appassiono quasi mai a quello che leggo (a volte trovo quello che leggo bello, o scritto bene o interessante o innovativo o di una forma meravigliosa, ma raramente partecipo alla storia). In questi ultimi anni è successo di appassionarmi a 3 libri: “Karoo” di Steve Tesich,  Adelphi; “Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère,  Einaudi; “Tre anni luce” di Andrea Canobbio, Feltrinelli. Tre storie dalle quali non sono riuscita a staccarmi per molto tempo.
  3. Ho sentito parlare del burkini come se fosse un abito tradizionale di una certa cultura, come se fosse il nuovo capo d’abbigliamento di una collezione di moda e come se fosse una delle tante cose che tocca fare alle donne in un mondo maschilista. Ne ho sentito parlare come di una libera scelta delle donne. Muoio dalla voglia di scrivere cosa ne penso dell’accostamento delle parole burkini e libertà e di chiedervi: Ve lo ricordate “Indovina chi viene a cena?”?
  4. C’è una presa di posizione politica che mi aspetta di qui a poco e che prenderò, perché so da sempre che la politica è la cosa più importante e sana e necessaria che ci sia, molto più della letteratura.
  5. L’ultima volta che ho visto una persona sapevo già che non l’avrei rivista presto. Anestetizzarsi alle illusioni è una competenza che si tira su con il tempo, l’impegno e l’istinto di sopravvivenza e che andrebbe retribuita (o perlomeno quantificata e riconosciuta).
  6. “Boyhood” è un film interessante, sì, per la questione dei personaggi che invecchiano davvero, ma tolto questo ritrae l’adolescenza come uno sterminato campo di luoghi comuni, proprio come succede – spesso – nei romanzi. Quello che non mi piace degli autori di romanzi di formazione è: credono di raccontare storie uniche che toccano corde universali e invece raccontano storie generiche che loro sentono estremamente private.
  7. Sono molto stanca, e grata.