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Scrivo perché intanto fuori è l’alba

di Nicoletta Verna Scrivo in primo luogo perché mi consente di tergiversare quando non so bene cosa dire. (Fra me e mio fratello ci sono 15 anni, e quando io ero una bambina e lui un ragazzino non è che avevamo molto da dirci – lui poi aveva interessi stravaganti tipo la sua Citroën Diane, la Jolly-Colombani Basket e una ragazza carina e minuta, mora, che ogni tanto invitava a casa.  Casa nostra era piccola, io e lui dormivamo nella stessa stanza e un pomeriggio c’era da noi questa ragazza, e io gli stavo fra i piedi. “Perché [ehm] non esci un po’ a giocare?” “Perché a giocare da sola mi annoio.” Stavo seduta sul suo letto dondolando i piedi. Ero una bambina egocentrica, come tutti i bambini, e piuttosto invadente. La ragazza ci guardava scocciatissima.“Ok. Perché non vai a leggere qualcosa?” “Perché non so fare. Ho quattro anni.”Prese il primo libro che trovò sulla scrivania, un manuale di elettrotecnica, e me lo aprì di fronte. “Seguimi. Questa è la A, poi c’è la B, …

Scrivo per spronare i pochi viventi di Montale a uscire dalle tenebre

di Mauro Maraschi Da quando scrivo narrativa, e sono ormai vent’anni, il mio interesse principale è sempre stato quello di denunciare gli automatismi sociali e culturali. Sono consapevole che, come diceva Zamenhof, «una battaglia ideologica ne nasconde sempre una personale», e che in tal senso io non faccio eccezione. Combatto gli automatismi perché – in quanto individuo sociale – non li so cavalcare, non so trarne vantaggio, non sono mai riuscito ad adeguarmi. A un certo punto della mia esistenza ho cominciato ad avere la sensazione che la gente intorno a me non facesse niente per via di un’intenzione autentica, bensì selezionando delle opzioni da una gamma prestabilita. Con il passare degli anni tutto mi è sembrato sempre più retorico, stereotipato, predigerito – tutto mi è parso come una citazione di altro, e mai qualcosa in sé. Sempre più spesso durante una conversazione ho sentito il desiderio di trasformarla in una meta-conversazione, di ragionare sulla forma più che sul contenuto, o meglio, di correggere il tiro della forma per emanciparla dalle formule e farla coincidere …

Scrivo per avvicinare i vivi, i morti e chi non è ancora nato

di Riccardo Capoferro Non so dire con chiarezza perché scrivo. A un dato momento della mia vita – forse tardivo – voci, visi, chiaroscuri, scorci di luoghi immaginari hanno iniziato a mulinarmi in testa: un ronzio di mosche che si è via via ingrossato, fino a diventare, nel corso degli anni, un sonoro battito d’ali. Potrei provare a spiegare razionalmente, con uno sforzo di astrazione, i processi da cui tutto è scaturito, ma preferisco raccontare quel che ho vissuto. Dunque lo racconto. Quel turbinio di cose inesistenti, che spesso mi distraeva da cose più serie, si è rivelato presto bisognoso di cure, di un’attenzione vigile. Mi sono ritrovato, così, a inseguire l’aria, a prenderla tra le mani e modellarla.  Non è un’arte che si impara dal niente: ha richiesto pazienza, e lunghe conversazioni con dei fantasmi. Ma è stata prodiga di piaceri: il piacere di sentire il linguaggio che si sveglia; di vedere pallide ombre del pensiero che allignano nel mondo sensibile e diventano visioni, emozioni, azioni; di coltivare piccoli viluppi di esseri e cose, …

Scrivo perché non ho bisogno che qualcuno scriva per me

di Emiliano Ereddia Perché scrivo. Una domanda così semplice (appena due parole) ma che nasconde in realtà tante risposte per quante sono le stratificazioni implicazioni connessioni tra la mia vita e il mondo, che sarei tentato di aggrapparmi al fatto che questa domanda in apparenza così lineare e facile in realtà non ha nemmeno bisogno del punto interrogativo per essere posta, e che la mancanza di quella speciale melodia interrogativa ascendente renderebbe essa stessa (domanda) risposta al quesito: scrivo perché scrivo, potrei dire. Ma sarebbe troppo semplice. E io non ho mai scritto percorrendo la strada della semplicità. Occorre che faccia una premessa. Mi serve ad assicurare e salvaguardare il me di domani, la genuinità futura delle mie idee a venire. Se ieri, o l’altro ieri, o una settimana fa o un mese fa o un anno fa o qualche lustro addietro mi avessero chiesto perché scrivo, avrei dato delle risposte ben diverse da quelle di oggi [oggi quindici giugno duemilaventuno], per cui domani, queste risposte che sto per dare, di certo non varranno più; …

La prima cosa scritta #2

5 domande a partire da una fotografia: quella del primo testo scritto. Le prime parole delle quali scrittrici e scrittori hanno deciso di fare qualcosa, o quelle che hanno mostrato loro che scrivere era ciò che volevano davvero (e in cui davvero riuscivano). La svolta nella loro formazione, anche se in un momento iniziale, e nel loro percorso autoriale. A cura di Francesca de Lena. Intervista di Francesca Ceci.Risponde Lelio Bonaccorso. Cosa questa foto racconta del testo e cosa racconta di te? Questa immagine è un disegno a cui sono molto legato, rappresenta anche il mio esordio da professionista nel mondo del fumetto con Peppino Impastato. Un giullare contro la mafia, edito nel 2009 da Beccogiallo e scritto dal mio socio Marco Rizzo, con cui avremmo fatto molti altri lavori negli anni seguenti. È una poesia di Peppino che ho illustrato: benché fosse una persona molto gioviale – da come ce lo hanno raccontato i suoi amici – conservava dentro di sé un aspetto malinconico e triste ed è questo quello che qui ho cercato …

La stanza dentro gli scrittori

di Luca Mercadante La cosa veramente singolare dell’apprendimento artistico è che puoi sceglierti i maestri e le maestre che meglio credi, senza che loro sappiano niente di te e senza che abbiano mai accettato di prenderti a bottega. Uno dei miei inconsapevoli maestri è Richard Yates. Un giorno, tra la Cinquantanovesima Strada e Third Avenue, un vecchio signore con l’aria fragile e indifesa cominciò a piangere nel taxi, e alla domanda di Bernie: «Posso fare qualcosa per lei?», seguivano due pagine e mezzo di vicende tra le più strazianti che mai potessi immaginare. da Costruttori, in Undici Solitudini, trad. Maria Lucioni, minimum fax Questo passaggio da Costruttori mi serve per affrontare una domanda che sta alla base della pratica della scrittura creativa: qual è l’oggetto della narrativa? Di che cosa stiamo scrivendo quando scriviamo un racconto o un romanzo? La risposta è una, ormai spero e credo largamente riconosciuta: l’oggetto della narrativa è la verità. Non parlo della verità che si contrappone alla bugia, al falso, ma di quella che ci va a braccetto. La …

La prima cosa scritta

5 domande a partire da una fotografia: quella del primo testo scritto. Le prime parole delle quali scrittrici e scrittori hanno deciso di fare qualcosa, o quelle che hanno mostrato loro che scrivere era ciò che volevano davvero (e in cui davvero riuscivano). La svolta nella loro formazione, anche se in un momento iniziale, e nel loro percorso autoriale. A cura di Francesca de Lena. Intervista di Francesca Ceci. Risponde Azzurra D’Agostino. Questa è la prima pagina di un lungo poemetto scritto di getto nel 2002, poi pubblicato per I Quaderni del battello ebbro l’anno seguente, in una plaquette dal titolo dialettale che significa: “Da nessuna parte”. Cosa questa foto racconta del testo e cosa racconta di te?Questa foto racconta il primo testo in cui ho capito che era successo qualcosa. Che avevo intravisto una traccia per terra, o sentito un suono che guida, o la lucina nel bosco buio. Da molti anni, o forse per la prima volta, non conducevo io un testo, non ero presente sulla pagina, ma ero in ascolto totale. Quello …

Sovvertire le narrazioni: altri personaggi per nuove storie

stereotipo/ste·re·ò·ti·po/aggettivo:fig., a proposito di una ripetizione o di una fissità immutabile.Sostantivo maschile:In psicologia, qualsiasi opinione rigidamente precostituita e generalizzata, cioè non acquisita sulla base di un’esperienza diretta e che prescinde dalla valutazione dei singoli casi, su persone o gruppi sociali. Credo di aver imparato il significato del termine “stereotipo” in prima media quando, alla sua comparsa in aula, la prof. di educazione artistica (si chiama ancora così?) dichiarò che l’obiettivo dell’anno sarebbe stato imparare a disegnare liberandoci degli stereotipi infantili, e smettere dunque di fare casette sproporzionate, strisce di cielo azzurro a cui appendere spicchi di sole e bambini-stecchini con teste tonde. Ma il concetto esisteva in me già da qualche tempo: quando avevo sì e no 7 anni le maestre iscrissero la mia classe, in cui eravamo tutti bianchi e riconducibili a un’idea di “autoctoni”, a un concorso per promuovere “la pace nel mondo”, o “contro la povertà”. Non ricordo esattamente la dicitura, fatto sta che ci venne richiesto di presentare delle poesie o altri elaborati. Quel giorno ero un po’ annoiata, nient’affatto creativa …

La scrittura è un fantoccio appeso sopra la mia testa

di Beatrice Galluzzi L’ossessione per le parole è nata assieme alla smania del non poterle usare. Tra i banchi di scuola, costretta a un silenzio riverente, incapace nell’osservanza delle regole più elementari, quelle dello stare ferma e zitta. Nella perenne distrazione dai discorsi di cui intravedevo il significato, e che fluivano dalle labbra di maestre pazienti e volitive. Così come si conviene, dovevo stare attenta e partecipare, interloquire, rispondere.  E invece, scrivevo.  Più nozioni venivano messe in cattedra più il pensiero si dispiegava in diramazioni che non potevo fare a meno di imboccare, senza mai scegliere la strada che mi portava indietro, ma accelerando il passo. Come forma, la mia scrittura è cominciata in rima. Reduce da pomeriggi passati ad annusare l’enciclopedia dei Quindici, alternando filastrocche a detti popolari, costruivo poesie inzeppandole di parolacce, per poi leggerle ai miei compagni e divertirmi con loro. E ogni volta, venivo ripresa. Parla troppo, dicevano gli insegnanti, Beatrice parla sempre. Avevano ragione, ma se non avessi scritto sarebbe andata anche peggio. Sicuramente non avrei saputo che cosa farne, …

Insegnare (o no) la scrittura creativa

Processi e sentenze alle scuole di scrittura creativa Esistono due scuole di pensiero riguardanti l’utilità delle scuole di scrittura creativa. Ci sono i detrattori, ovvero quelli che pensano che la scrittura creativa non si possa insegnare, perché viene considerata un’attività spirituale, o perché si pensa non si possa trasmettere alcun tipo di nozione sui meccanismi narrativi, e ci sono coloro che le apprezzano, immaginando che la scrittura creativa possa essere insegnata ma soprattutto imparata. A dimostrazione portano la semplice ragione che centinaia di scrittori hanno seguito corsi di scrittura creativa e non hanno avuto bisogno di giustificarsi dopo averlo fatto. Soprattutto nel mondo anglosassone: lì è la prassi, è così che si fa almeno da una cinquantina d’anni. Anni fa, durante un incontro per la presentazione de “La manutenzione degli affetti”, lo scrittore Antonio Pascale ci folgorò con una definizione della narrativa italiana a confronto con quella anglosassone dicendo: “Agli italiani piacciono le sentenze e non i processi.” Per “sentenze” immagino Pascale intendesse i giudizi, le spiegazioni, le morali, e per “processi” tutti quegli elementi …