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Scrivo per avvicinare i vivi, i morti e chi non è ancora nato

di Riccardo Capoferro Non so dire con chiarezza perché scrivo. A un dato momento della mia vita – forse tardivo – voci, visi, chiaroscuri, scorci di luoghi immaginari hanno iniziato a mulinarmi in testa: un ronzio di mosche che si è via via ingrossato, fino a diventare, nel corso degli anni, un sonoro battito d’ali. Potrei provare a spiegare razionalmente, con uno sforzo di astrazione, i processi da cui tutto è scaturito, ma preferisco raccontare quel che ho vissuto. Dunque lo racconto. Quel turbinio di cose inesistenti, che spesso mi distraeva da cose più serie, si è rivelato presto bisognoso di cure, di un’attenzione vigile. Mi sono ritrovato, così, a inseguire l’aria, a prenderla tra le mani e modellarla.  Non è un’arte che si impara dal niente: ha richiesto pazienza, e lunghe conversazioni con dei fantasmi. Ma è stata prodiga di piaceri: il piacere di sentire il linguaggio che si sveglia; di vedere pallide ombre del pensiero che allignano nel mondo sensibile e diventano visioni, emozioni, azioni; di coltivare piccoli viluppi di esseri e cose, …

Scrivo perché non ho bisogno che qualcuno scriva per me

di Emiliano Ereddia Perché scrivo. Una domanda così semplice (appena due parole) ma che nasconde in realtà tante risposte per quante sono le stratificazioni implicazioni connessioni tra la mia vita e il mondo, che sarei tentato di aggrapparmi al fatto che questa domanda in apparenza così lineare e facile in realtà non ha nemmeno bisogno del punto interrogativo per essere posta, e che la mancanza di quella speciale melodia interrogativa ascendente renderebbe essa stessa (domanda) risposta al quesito: scrivo perché scrivo, potrei dire. Ma sarebbe troppo semplice. E io non ho mai scritto percorrendo la strada della semplicità. Occorre che faccia una premessa. Mi serve ad assicurare e salvaguardare il me di domani, la genuinità futura delle mie idee a venire. Se ieri, o l’altro ieri, o una settimana fa o un mese fa o un anno fa o qualche lustro addietro mi avessero chiesto perché scrivo, avrei dato delle risposte ben diverse da quelle di oggi [oggi quindici giugno duemilaventuno], per cui domani, queste risposte che sto per dare, di certo non varranno più; …

La scrittura è un fantoccio appeso sopra la mia testa

di Beatrice Galluzzi L’ossessione per le parole è nata assieme alla smania del non poterle usare. Tra i banchi di scuola, costretta a un silenzio riverente, incapace nell’osservanza delle regole più elementari, quelle dello stare ferma e zitta. Nella perenne distrazione dai discorsi di cui intravedevo il significato, e che fluivano dalle labbra di maestre pazienti e volitive. Così come si conviene, dovevo stare attenta e partecipare, interloquire, rispondere.  E invece, scrivevo.  Più nozioni venivano messe in cattedra più il pensiero si dispiegava in diramazioni che non potevo fare a meno di imboccare, senza mai scegliere la strada che mi portava indietro, ma accelerando il passo. Come forma, la mia scrittura è cominciata in rima. Reduce da pomeriggi passati ad annusare l’enciclopedia dei Quindici, alternando filastrocche a detti popolari, costruivo poesie inzeppandole di parolacce, per poi leggerle ai miei compagni e divertirmi con loro. E ogni volta, venivo ripresa. Parla troppo, dicevano gli insegnanti, Beatrice parla sempre. Avevano ragione, ma se non avessi scritto sarebbe andata anche peggio. Sicuramente non avrei saputo che cosa farne, …

Scrivo perché riconosco la compagnia di un’ombra che mi cammina a fianco

di Eduardo Savarese Ho fatto la quarantena in casa con Lisetta e Rodrigo, i miei gatti. Poiché sono attratto da tempo dalla vita claustrale o, per meglio dire, monacale (soprattutto per quanto attiene alla regolarità del ritmo quotidiano), ho preso la palla al balzo e ho cercato di organizzare la mia giornata-tipo come quella di un monaco. Dopo un po’ di attività fisica, lavoro e preghiera. Nel lavoro, molti studio e lettura. Partiamo dalla preghiera/meditazione (seduto in silenzio per unità temporali di trenta minuti con una candela accesa e ben coperto, ma scalzo). Dopo le prime settimane più misticheggianti, è sopravvenuta la fatica di liberarmi dal peso dei pensieri (di ogni genere). Insomma, più la quarantena procedeva, più sentivo ingombrante il mio io. Più meditavo, più mi appesantivo. Come mai? Credo la risposta sia nell’eccesso di solitudine: sono gli altri che scavano uno spazio in noi, gli altri che ci forniscono gli strumenti per trovare le parole, per raccontare la vita. Quindi ho bisogno degli altri, e dei corpi degli altri, per fondare un equilibrio …

Scrivo perché sono venute a trovarmi le storie e ho capito di farne parte

di Barbara Fiorio È iniziato tutto quando ero piccola: sono venute a trovarmi le storie e ho capito di farne parte. Le storie delle fiabe, dei fumetti, dei cartoni animati, dei film, dei dischi, quelle inventate da papà, quelle viste a teatro con la mamma (fin da quando andavo all’asilo). Tutte le storie. Parlavano la mia lingua, erano vecchie amiche, ci capivamo. Di televisione, a casa, ce n’era una, era per i grandi e comunque dopo il Carosello dovevo andare a dormire (storie anche nel Carosello!). Però casa mia era piena di libri: mi venivano letti e presto, quando ho imparato a leggere, ho avuto anche io la mia libreria personale. Mi piaceva stare con gli altri, giocare, fare sport, andare a scuola, certo, però le storie, eh, quelle erano il rifugio, la ricarica, il mio spazio personale. Erano porte che mi conducevano in altri mondi, e non c’erano confini. Scriverne è stato immediato e naturale, ho cominciato a farlo dal primo momento in cui ho imparato a usare l’alfabeto e la penna. Scrivevo storie …

Scrivo per cercare un mio posto fuori dai numeri

di Veronica Galletta Per tanti anni il mio rapporto con il mondo è stato mediato dai numeri. Ai numeri del resto ho dedicato gran parte della mia vita. I numeri ci sono sempre stati. Di me bambina ricordo un sogno, Topolino che si dondola su un’altalena sospesa nel nulla, tutto attorno fiori e numeri, numeri come stelline nel prato verde. Quando facevo il liceo, e non trovavo una soluzione, andavo a dormire apposta, perché gli studi di funzione mi venivano a trovare in sogno. E così ai primi anni dell’università. Quando ero molto stanca mi sognavo elevata alla n. Io nel letto sdraiata che dormivo, e sopra di me una grossa n. Dopo il liceo ho studiato ingegneria. Vista da qui, credo che dentro la scelta delle scienze applicate ci sia stato il mio primo tentativo, la voglia di specchiarmi fuori dalle mie stanze. In ogni caso, ingegneria era pur sempre un mondo di numeri, e anche una nicchia abbastanza comoda per contenermi tutta. C’era un che di esaltante nel modo in cui ho fatto …

Scrivere è avvicinarsi al recinto entro cui utilizzare le parole

di Enrico Macioci Scrivo per scoprire chi sono. È sempre stato così, ma solo adesso inizio a rendermene conto. L’io è un mistero, e la scrittura uno degli strumenti che meglio riescono a sondarlo; perciò è insidiosa. Ho sempre avvertito un pericolo nell’atto di scrivere, un rischio quasi colpevole; ed ho infine capito che il rischio è di trovare me stesso. Suppongo valga per parecchi scrittori, ma siccome pochi fra noi sono disposti ad accettare ciò che potrebbero trovare se cercassero seriamente, la tentazione è prendere tempo. Scrivere mi sembra uno dei modi più ingegnosi e originali per prendere tempo, e tuttavia non porta automaticamente a conoscersi; può anzi sortire l’effetto opposto. Parecchia narrativa è costruita e inautentica. Questa inautenticità può mascherarsi da cerebralismo o da leggerezza, ma il suono che produce è un fastidioso ronzio fasullo. Si scrive a diversi livelli di “pressione interiore”, cioè di urgenza o necessità. Un autore attraversa varie fasi nel corso della vita. Più è presente a sé stesso, più ciò che scrive si avvicinerà alla sua verità. E …

Scrivo di dove sono nella vita

di Fabrizio Coscia «Scrivo di dove sono nella vita». Ho letto qualche anno fa questa frase pronunciata da Alice Munro in un’intervista radiofonica alla CBC del 1987, riportata nell’introduzione del Meridiano dedicato alla grande scrittrice canadese. Da allora non l’ho più dimenticata, perché rispecchia ciò che credo sia il compito di uno scrittore, ammesso che uno scrittore debba avere un compito: ovvero trovare le parole giuste per rispondere a una domanda impellente, la domanda che ci interroga su dove siamo nella vita. Tutto ciò che non riguarda questa risposta è superfluo, inessenziale, è gioco letterario, intrattenimento. Mi viene in mente, allora, quel passo biblico in cui Adamo, in Genesi, dopo aver commesso il peccato originale, si nasconde con Eva tra gli alberi dell’Eden agli occhi di Dio. «Come bisogna interpretare che Dio onnisciente dica ad Adamo: “Dove sei?”», domandano al Rav della Russia nel racconto chassidico riportato da Martin Buber nel Cammino dell’uomo. E il rabbino risponde: «In ogni tempo Dio interpella ogni uomo: “Dove sei nel tuo mondo? Dei giorni e degli anni a …

Scrivere è sostare sul bordo di un precipizio

di Valentina Durante Scrivo perché ho continuato a scrivere. Può sembrare una tautologia (forse è una tautologia), ma questa è la sintesi più onesta che posso offrire del mio cammino fin qui. C’è chi si vede scrittrice o scrittore già nelle sue fantasie infantili: per me non è andata così. Non ho mai desiderato scrivere o diventare una persona che scrive, non ho ospitato storie nella mia testa in attesa del coraggio o dell’occasione per riversarle sulla pagina e mai ho sentito l’urgenza di imitare gli altri romanzieri, piccoli e grandi, del presente e del passato, oppure di divergere da loro per dire qualcosa di mio. Non mi sembrava di aver nulla di interessante da dire e se un qualcosa, tenuamente, di tanto in tanto, mi si presentava come intenzione, non pensavo di possedere gli strumenti – lessicali, compositivi, immaginativi – per poterlo dire attraverso una narrazione. Scrivevo testi altri, per altri – sono copywriter da un decennio – e questo era tutto. Mi rendo conto che è poco, ma era tutto. Cinque anni fa …

Scrivere è tentare un ordine alle cose

di Sandro Campani Una volta ho detto così: scrivere è l’unico modo che io abbia per tentare un ordine alle cose, ed essere sicuro che i volti non spariscano dov’è troppo tardi per tornare a rivederli. Vorrei trattenere quei volti scrivendo. Ma quando cerco di farlo, capisco che niente ha valore se non lascio che le cose diventino diverse da come io le ricordavo. Il volto di qualcuno che io amavo assume le cicatrici di un altro, gli amici si scambiano i nasi, o il modo di muovere le mani. Le parole che ci siamo detti non sono le nostre parole, ma quelle di due sconosciuti che ho sentito l’altro giorno in un negozio. Devo travisare le cose per renderle più veritiere. Dicevo così, e per me vale ancora. Nel frattempo ho continuato a scrivere, e ho capito altre cose riguardo ai miei motivi. Una è questa: mentre scrivo io raggiungo un grado di comprensione dell’essere umano, e quindi di me stesso, che è impensabile nel resto del mio tempo. Per la maggior parte del …