perché scrivo, scrittura
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Scrivo perché non ho bisogno che qualcuno scriva per me

di Emiliano Ereddia

Perché scrivo.

Una domanda così semplice (appena due parole) ma che nasconde in realtà tante risposte per quante sono le stratificazioni implicazioni connessioni tra la mia vita e il mondo, che sarei tentato di aggrapparmi al fatto che questa domanda in apparenza così lineare e facile in realtà non ha nemmeno bisogno del punto interrogativo per essere posta, e che la mancanza di quella speciale melodia interrogativa ascendente renderebbe essa stessa (domanda) risposta al quesito: scrivo perché scrivo, potrei dire. Ma sarebbe troppo semplice. E io non ho mai scritto percorrendo la strada della semplicità.

Occorre che faccia una premessa. Mi serve ad assicurare e salvaguardare il me di domani, la genuinità futura delle mie idee a venire. Se ieri, o l’altro ieri, o una settimana fa o un mese fa o un anno fa o qualche lustro addietro mi avessero chiesto perché scrivo, avrei dato delle risposte ben diverse da quelle di oggi [oggi quindici giugno duemilaventuno], per cui domani, queste risposte che sto per dare, di certo non varranno più; oppure di certo non c’è niente e varranno ma solo in parte; o varranno e completamente; o varranno e completamente ma con un senso del tutto distorto.

Stiamoci. Amen. Questa era la mia premessa. Andava fatta ed è stata fatta. Proseguiamo.

Scrivo, a pensarci bene, perché l’ho sempre fatto.

Creo storie da quando ho memoria. Le apette di plastica morbida che svolazzavano sopra la culla avevano facce e occhi e pensieri, e quei loro pensieri lineari e gommosi erano già le mie storie. Ma forse le apette stavano sopra la culla di mia sorella e io allora avevo già tredici anni. E quindi scrivo perché sono un imbroglione. E questa è una delle risposte possibili. Mentire. Si scrive per dire le bugie. Per creare storie false e false storie. È l’incubo dal quale stiamo tentando disperatamente di svegliarci. È la nostra storia. La nostra menzogna. Il nostro girone infernale. È il nostro personalissimo sedici giugno.

Creavo storie con mio fratello, eravamo molto piccoli e giocavamo a essere qualcuno. 

Si costruiva un banco da commercianti, si usavano prodotti vuoti o scaduti, si diventava farmacisti o venditori di bocce di profumi o di qualcos’altro e intessevamo insieme storie di vita quotidiana con piccoli colpi di scena. Era scrittura anche quella, certamente, ma non ho mai amato particolarmente le collaborazioni, per cui il mio impeto narrativo si è concentrato sulla tortura dei giocattoli per trovarmi con le mie sole due mani davanti agli occhi e abbandonare il quartetto di ossa e muscoli e pelle.

Più erano articolati, più li amavo. I pupazzetti miei preferiti erano le action figure dei G.I. Joe, avevano polsi e caviglie e gomiti snodabili e anche la testa e il collo lo erano, e allora potevo fare il puparo nel dettaglio, e se proprio sentivo necessario che qualcuno si grattasse il naso in mezzo alla battaglia, be’ io gli facevo grattare il naso, perché la battaglia in fondo era sempre la stessa e la morte pure, ma la grattata di naso o il dolore al ginocchio per la ferita no, quelle cose cambiavano a ogni missione, e quindi details make believability, diceva un mio maestro di drammaturgia, e dio è nei dettagli così come il diavolo, ma dio la fa chiaramente molto meno bene questa cosa dei dettagli, anche se in fondo il demonio non è altro che un sottoinsieme del divino.

Scrivo perché sono ateo. Non ho bisogno che qualcuno scriva per me. Ci penso io.

E non la faccio lunga né romantica, mio padre ha sempre scritto e me lo ricordo scrivente nel suo studio che aveva più o meno la faccia mia di oggi e tanti tic che la sconquassavano e l’anno scorso a settantatré anni ha pubblicato un saggio sul mediterraneo come crogiuolo mistico dei popoli e allora a ‘sto bambino gli hanno messo, lì buttato sul tappeto persiano, dei libri in mano che comunque lui era sempre lo stesso bambino che giocava ai pupazzetti e impersonava commercianti con il fratello e in poco tempo Richard Scarry è diventato Gianni Rodari che però si è trasformato in Edgar Allan Poe e poi sono spuntati gli artigli di Lovecraft e i paesaggi di Hemingway e Calvino e le Mille e una notte e l’Odissea e Barbablù e poi Verga Pirandello Bufalino che stava a Comiso che non è lontana da Vittoria (il posto in cui sono nato) e in una delle menzogne della mia notte privata mi ricordo di lui alto e pallido e occhialuto e poi la musica il cantautorato anni settanta e avevo tutti i numeri della rivista Cuore [e L’UOMO FA LA MACCHINA / LA MACCHINA FA LA MACCHINA / L’UOMO SI FA IN MACCHINA una vignetta strepitosa] e compravamo tonnellate di fumetti della Marvel perché la DC ci sembrava da sfigati-pettinati e c’erano il Punitore e Foolkiller e tutti gli X-Men prima che diventassero una grossa e ripetitiva puttanata cinematografica e poi c’era il Commodore-64 e l’Amiga e prima ancora c’era stato l’Inno-It e anche qui tonnellate di videogiochi pirata che ci arrivavano in pacchi enormi dalla Toscana e in questo caos buttato adesso sulla pagina come una manciata di dadi ho cominciato a scrivere canzoni e questo secondo me fa una grossa parte del perché scrivo, perché le canzoni sono forse le prime cose che ho scritto davvero su carta – a parte qualche disegno e breve narrazione a fumetti – e prima di scrivere le canzoni ho comprato un distorsore Boss giallo che aveva pure una sorta di simulatore di feedback ed ecco che la mia scrittura nasceva già distorta [non parlerò della musica perché sarebbe troppo lungo e complicato, ma a quel tempo ero un ragazzo che paolo conte nirvana alice in chains lucio dalla deep purple verba manent pantera led zeppelin battiato metallica soundgarden hunger strike the doors the beatles de gregori the dark side of the moon (sì, l’ho rubato io dalla radio e ce l’ho ancora) blind melon il metal il grunge l’hard rock il black metal i black sabbath il death metal i napalm death e il mio basso rosso yamaha con gli adesivi e le chitarre di legno e le corde di nylon e le chitarre folk e le corde squillanti e la voragine che ha inghiottito tutto questo e molto altro e a quel tempo le storie erano davvero dappertutto e bastava solo appizzare le orecchie e a quel tempo ero un ragazzo che giocava a ramino e fischiava alle donne e credulone e romantico e con due baffi da uomo se avessi potuto scegliere tra la vita e la morte avrei scelto di andarmene via dalla Sicilia come ho poi fatto con i miei fratelli e anche in questo tempo qui che viviamo secondo me le storie sono dappertutto e sono persino più numerose ma appizzare l’orecchio credo non sia più semplice come lo era una volta ––– ].

Scrivevo anche perché non ho mai saputo giocare a pallone. Avevo un paio di guanti Uhlsport, per dire. Avevo l’asma e stavo chiuso in casa e tutte ‘ste stronzate qua da piccolo pallido depressone e mi facevo i cazzi miei e sparavo con le pistole ad aria compressa e giocavo ai videogiochi e leggevo e prendevo i pupazzi e la carta da parati era tutta una storia anche lei fin sopra al tetto e ogni volta che si staccava dal muro rivoluzione.

Scrivo oggi perché in fondo l’ho sempre fatto. O almeno questa è la menzogna che io imbroglione racconto a tutti ma soprattutto a me.

Ma oggi [quindici giugno duemilaventuno] è diverso.

Oggi, da un po’ di tempo a questa parte, e sono passati ormai quasi venticinque anni, scrivo perché l’ho scelto per la vita.

E scrivo per mettere le parentesi quadre dove cazzo mi pare e piace, questo è chiaro.

Perché mi piacciono le parentesi quadre. E non posso mai usarle ma oggi sento di sì. E ho una nevrosi precisa e puntuale con i segni e le parole e i nomi e i cognomi e con la punteggiatura e la faccia delle persone e i pensieri nelle facce delle persone e i loro gesti, e anche se non sono esattamente un grafomane nella mia testa però dentro di essa si assommano parole su parole e sillabe e fonemi e grafemi e voci che pronunciano parole che certamente prima o poi mi porteranno a un esaurimento nervoso, o forse mi porteranno all’esaurimento della mia nevrosi, e cioè al momento in cui sarò liberato da queste parole che si affastellano nella mia testa oppure al momento in cui la mia testa non sarà più in grado di reggerle, e allora me ne starò muto e immoto e cieco come il cane Borges che aveva una mia amica all’università, che era appunto muto, immoto e cieco ai giardini Margherita con i sentieri che sapete già che si biforcano.

Avere una nevrosi si manifesta con una sveglia che suona ogni mattina e in cui c’è scritto SCRIVERE! e che anche se non ti alzi e scrivi la sveglia è lì a ricordarti che sarai meno depresso alla fine di quella giornata se avrai buttato giù il tuo cazzo di capoverso quotidiano.

Avere una nevrosi significa anche essere in qualsiasi luogo del mondo sapendo che i tuoi personaggi sono congelati fermi da qualche parte e tu ti fai la doccia e pensi a questi quattro poveracci fermi congelati con una MP5 puntata in faccia o mentre scopano o si fanno di qualcosa o semplicemente incastrati tra un capitolo e l’altro e quindi fondamentalmente in mezzo a un punto e a un numero e con le gambe a cavallo di quell’interruzione di pagina che è la striscia nera di Word (io lo uso in modalità focus per cui sono circondato da tutto un bel nero e questo nero sta anche tra una pagina e l’altra e come possiamo vedere uso le quadre solo quando cazzo mi pare e piace), e allora tutta questa roba dei congelamenti e degli incastri non ti passa di mente finché non ti butti sul mac a martellare la tastiera e il rapporto con il computer sarebbe tutto un altro capitolo che vi risparmio amorevolmente.

Mac maiuscolo, mac minuscolo. Focus italico –– i titoli delle canzoni italiche.

Scrivo per creare problemi che io stesso scrittore sono chiamato a risolvere.

La scrittura è un enigma a partire dalla sua stesura, non solo lungo il tracciato della storia. Questo mistero, e quello connesso alla creazione dell’arte, è uno dei motivi per cui scrivo.

L’adone mutilato è dentro al blocco di marmo. Anche la Venere di Milo, le sue braccia, tutto è dentro al blocco di marmo. Anche la testa della Nike di Samotracia è dentro al blocco di marmo. Questo è il mistero dell’arte. E io scrivo perché sono un artista. Un produttore di arte. E vado a cercare le mutilazioni dentro ai blocchi di pietra che nascondono figure intere. Chi non capisce l’arte è già morto. Io l’arte la faccio perché della morte ho timore. È la mia nevrosi. Devo scavare. E la nevrosi è il motivo più grosso per cui oggi [quindici giugno duemilaventuno] sono portato a scrivere quotidianamente.

La nevrosi e chiaramente le parentesi quadre quando cazzo mi pare e piace.

Si scrive per narcisismo, dicono. È vero.

Ma adesso lasciamo la parola a Bolaño e prendiamoci un respiro: «C’è una letteratura per quando ti annoi. Abbondante. C’è una letteratura per quando sei calmo. La letteratura migliore, credo. C’è anche una letteratura per quando sei triste. E c’è una letteratura per quando sei allegro. C’è una letteratura per quando sei avido di conoscenza. E c’è una letteratura per quando sei disperato». Il brano, che riporta la voce di un pazzo internato (leggetevi I detective selvaggi [italico, non italico], ne vale la pena, ma leggetevi un po’ tutto di tutto, perché ne vale la pena comunque, se pena dev’essere), il brano, dicevamo, si conclude più o meno affermando che i disperati della letteratura, scrittori e lettori, sono dei coglioni. Io direi che sono anche dei narcisisti.

Si scrive per amore (disperato) per la letteratura. E perché si è un po’ coglioni.

Burroughs Beckett Bukowski bussano alla tua porta di universitario diciannovenne in via del Borgo di San Pietro a Bologna (la parte vecchia, zio) e sei ancora più fottuto per la vita di quanto non lo fossi già in precedenza.

Siamo tutti dei narcisisti disperati e un po’ coglioni, va detto, ed è una scelta di vita. Anche l’uso del plurale per evitare l’autolesionismo completo è una scelta. Se non di vita, di campo. E anche l’uso delle quadre. Che è da narcisisti un po’ coglioni e un po’ disperati. Lo abbiamo detto. E anche l’uso della paratassi lo è.

In fondo.

L’uso. Della. Paratassi.

Molte B in questa fase B della vita.

Si scrive per mettere in fila le lettere dell’alfabeto e per dargli un ordine.

Si scrive perché mettendo in fila le lettere dell’alfabeto si creano parole che sommate ad altre parole diventano vere e proprie formule magiche perché le frasi dette o scritte fanno apparire cose dal nulla, cose che semplicemente prima della frase non c’erano e poi ci sono, sono lì davanti a noi che scriviamo e che leggiamo.

Si scrive per capire le cose, per studiarle, per ricostruire il mistero dell’esistenza, per comunicare agli altri attraverso un racconto anche lungo e complesso una visione del reale, per approfondire argomenti (uno scrittore studia molto, legge molto), per scherzo e per gioco, per scomporre quella stessa ripetitiva visione e stravolgerla e creare delle immagini che infrangano il continuum della quotidianità e aspirino a diventare visionarie, per scavare e non trovare nulla e tornare a scavare e non capirci nulla di quei cocci che hai trovato sotto strati e strati di civiltà sepolte, per essere al mondo e del mondo, perché tutti si odiano e si odiano tutti, per respirare quando non hai fiato, per ascoltare Xenakis e Luc Ferrari e Tim Hecker e Thomas Köner e Pauline Oliveros e Nick Cave & Warren Ellis e ficcarsi in quelle infinite playlist che hai edificato per perdertici dentro, per essere e sentirsi soli e rimanere soli un po’, e forse per non sentirsi chiedere perché scrivi, si scrive, perché a una domanda del genere io potrei rispondere solo a cominciare da un punto interrogativo.

– Perché scrivo? – direi. – Ma cazzo. Ma per tornare a casa dopo una vita passata sulle strade del mondo.

[Mi piacciono molto i dialoghi. Anche per questo scrivo].


Emiliano Ereddia ha pubblicato diversi racconti e il suo primo romanzo, Per me scomparso è il mondo, è uscito nel 2014 per Corrimano Edizioni. Ha firmato la sceneggiatura del film indipendente W Zappatore che nel 2011 ha vinto come miglior film al Brooklyn Film Festival. È creatore di Selfiesh, serie web premiata al Dublin Web Fest. È autore di programmi televisivi di ogni genere da oltre quindici anni. Il suo secondo romanzo, Le mosche, è in libreria per il Saggiatore.

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