Autore: Redazione

Gli scrittori italiani parlano troppo dei loro padri?

di Marco Terracciano Il 29 Dicembre scorso, Antonella Cilento scrive su Repubblica un articolo intitolato: C’era una volta la letteratura, oggi solo libri senza stile: Ognuno ci racconta dei suoi genitori scomparsi e della strada a ritroso che si fa per capirli e capirsi, di come ha avuto un figlio (ohibò, ho partorito), di come si è ammalato di tumore (caspita, si muore? L’ultima parola sulla questione l’aveva scritta un certo Tolstoj ma non importa), di come è difficile tessere relazioni (e mica tutti abitano a Cime tempestose, al massimo in un’ordinata periferia dove si gioca a playstation), di come è difficile essere padri, se si vuol restare bambini (e anche Barrie ha vissuto invano). Analizziamo questo passaggio. La prima cosa che salta all’occhio è l’avversione del critico verso una precisa tendenza della letteratura italiana contemporanea. «Ognuno» a inizio frase sta per: gli scrittori di oggi sono indistinguibili; «ci racconta dei suoi genitori scomparsi» sta per: ci rende partecipi dei fatti suoi; le citazioni in sequenza di Tolstoj, Cime tempestose, James Barrie stanno per: è …

4+1 di Gianfranco Franchi

a cura di Luigi Loi Quattro libri italiani del Novecento o degli anni Zero “ingiustamente dimenticati” e uno da dimenticare: 700 battute a libro, spazi inclusi. Oreste Del Buono, La parte difficile, 1947. Nonostante l’Antimeridiano di qualche anno fa, Del Buono rimane abbandonato. Questo suo profondo romanzo, ex Mondadori, 1947, quindi Rizzoli, 1973, è il libro di due tabù nostrani: “il reducismo” e “come eravamo post bombardamenti”. Due argomenti fastidiosi per le patrie lettere. Il soldato torna a casa. Milano sembra un paese straniero: case distrutte, muri neri per gli incendi, fatiscenza, alberi sradicati. La porta di casa, tanto attesa, è a un passo. La famiglia si prepara ad abbracciarlo; qualcosa, tuttavia, s’è rotto. Il reduce non si riconosce più: è diventato un estraneo, è tormentato dall’abulia. Vuole soltanto restare a letto. Si restituirà all’alterità poco a poco, rovinosamente. Giani Stuparich, Colloqui con mio fratello, 1924. Tre edizioni, sin qua: l’originaria Treves, quindi una Garzanti, 1950, infine una Marsilio, 1985. Italo Svevo, scrivendo al critico francese Benjamin Crémieux, sosteneva che questo è “un libro che …

Da Superman a “Legion” passando per Shyamalan. Il superpotere della malattia mentale.

di Chiara M. Coscia Tra le varie complessità sempre più spesso incorporate dai personaggi di nuova creazione, la malattia mentale gioca un ruolo iperattivo. Ne troviamo rappresentazioni plurime: quasi tutti gli antieroi di cui si è parlato in queste pagine durante l’ultimo mese sono afflitti, chi più chi meno, da una certa forma di disturbo psicologico. In questo senso, i supereroi contemporanei non fanno eccezione. Esiste una cronologia di base della narrativa dei supereroi che parte da Superman e arriva ai giorni nostri. Creato nel 1933 dalla penna di Jerry Siegel e dalle tavole di John Shuster, il supereroe più famoso di tutti i tempi nasce in realtà come cattivo, un personaggio malvagio di nome Bill Dunn che ottiene i suoi poteri grazie a una droga sperimentale, e li usa esclusivamente a proprio vantaggio. Con il primo albo nel 1938, in piena avanzata del Nazismo in Europa e a fine New Deal negli Usa, Superman “si trasforma” nel primo supereroe dei fumetti, stabilendo sin da subito lo standard e alcune regole base del genere: la …

Non prenderla come una critica – “Il buio a luci accese” di David Hayden

di Luigi Loi Il telescopio Il sole illumina tutto: soltanto grazie a lui possiamo osservare il mondo. Ma a pensarci bene è proprio la luce del sole a nasconderci (a rubarci) la vista delle stelle, e qualcosa vorrà pur dire. Allo stesso modo quando la prosa ruba alla realtà siamo portati a giustificare la rapina in simbolismo e allegoria. Il buio a luci accese di David Hayden (Safarà editore, traduzione di Riccardo Duranti) ruba sistematicamente alla realtà, e infatti questi diciannove racconti sono la spiegazione naturalistica e non allegorica di come funzioni davvero questa refurtiva quando la si osserva da vicino: «siamo proprio sulla soglia e io allungo una mano in cerca dell’interruttore, ma May poggia la mano calda e delicata sulla mia, e dice: è più buio a luci accese» (Il buio a luci accese, p. 166). Lo stile di Hayden è congruente con questa impostazione narrativa, la stessa di Testi per nulla di Samuel Beckett. Ma settant’anni non passano invano, cosicché si parte da quell’esempio, per spostare in avanti il focus, verso le stelle: il …

Patriot, «Un uomo triste in completo». Seconda parte: Oltre la sospensione dell’incredulità.

di Mauro Maraschi (La prima parte dell’articolo è qui) Ideata, prodotta e diretta da Steven Conrad (già sceneggiatore di La ricerca della felicità e Wonder), e trasmessa da Amazon Prime, in Italia la serie crime americana Patriot è passata quasi inosservata: una rapida ricerca su Google produce pochi risultati (soltanto su siti specializzati) e persino la pagina wiki si ferma alla prima stagione; in più, a prescindere da qualsiasi filter bubble, è arduo imbattersi per caso in qualcuno che l’abbia vista. In questo articolo cercherò di identificare i punti forti di Patriot, ma anche le cause della sua immeritata invisibilità, nella speranza di convincervi a darle una chance. Per apprezzare una serie come Patriot, a metà tra spionaggio e dark comedy, può essere utile fare una premessa: qualsiasi serie tv rispetta due tipi di norme, quelle del genere cui appartiene e quelle “intrinseche”, stabilite dagli autori per caratterizzarla; queste ultime devono essere comunicate allo spettatore il prima possibile, magari già nel pilot, e determinano ciò che può o non può succedere, psicologia, ruolo e registro …

Patriot, “Un uomo triste in completo”. Prima parte: Il momento del mostro

di Mauro Maraschi I Soprano (1999-2006), The Wire (2002-2008), Breaking Bad (2008-2013) e Mad Men (2007-2015): almeno quattro delle serie tv di maggior successo degli ultimi vent’anni sono incentrate su un antieroe e hanno inaugurato e poi cavalcato la tendenza tutt’oggi predominante. Gli antieroi non li hanno inventati le serie tv. Esistono da sempre, e sono in genere personaggi privi delle qualità positive dell’eroe (idealismo, coraggio, bontà), o anche di quell’aspetto esteriore che, secondo la kalokagathìa, coinciderebbe con la rettitudine morale. Anche gli inetti letterari sono degli antieroi: da Ulrich e Zeno fino ai giorni nostri, i romanzi contemporanei ne sono pieni, anche se spesso il crimine peggiore che possono commettere è quello di annoiare il lettore. Oggi, però, parlando di antieroi si intende quasi sempre “antieroi negativi”, quelli che un tempo erano i “cattivi”, personaggi che non soltanto sconoscono il bene, ma praticano attivamente il male. La differenza, rispetto al passato, è che oggi il cattivo non è più relegato al ruolo di nemesi e può persino essere il protagonista. Le serie tv che …

4+1 di Francesco Borrasso

di Luigi Loi 4+1 è una madeleine fatta di libri: ogni scrittore sceglie quattro fiction con i personaggi che hanno incarnato subito o rispecchiato lo spirito dei tempi; più il jolly: l’autofiction che negli ultimi dieci anni ha rispecchiato maggiormente questo Zeitgeist. L’autore di oggi è Francesco Borrasso. Samuel, protagonista del romanzo L’invenzione dell’amore di José Ovejero. Samuel è un attore contemporaneo. Incarna quell’individualismo che Bauman esprime attraverso il concetto di “società liquida”: fugge via da ciò che è continuo e durevole, i suoi giorni sono costellati da legami superficiali. Nel mondo odierno, basato su un consumismo che abbraccia anche i rapporti umani, le persone vengono considerate merce intercambiabile. Così, Samuel, simula di essere un’altra persona, si finge conoscente di una donna di nome Clara, che avrebbe potuto avere altri nomi, altre fattezze. A Samuel non interessa, se non come possibilità di evasione da una realtà inconsistente, in cui le persone sono come oggetti. Nedra, protagonista del romanzo Una perfetta felicità di James Salter. Nel mondo connesso, in cui la felicità si misura sulle reti …

“È bello essere cattive”. Antieroi(Femmi)ne alla riscossa.

di Chiara M. Coscia Durante uno degli ultimi episodi di Masterchef Italia, uno dei partecipanti, tale Guido – che si è aggiudicato il vistoso ruolo del “più bravo” – dopo aver goduto della possibilità di mettere gli altri concorrenti in difficoltà, ha esposto candidamente davanti alle telecamere il pensiero: “È bello essere cattivi”. Una frase del genere, se non filtrata attraverso tutto il meccanismo di produzione dello show, può risultare fastidiosa, deprecabile anche. Tuttavia, si tratta di un’asserzione immediatamente comprensibile e totalmente coerente con il personaggio di Guido. C’è sempre l’antipatico-potenziale futura stella Michelin a Masterchef. Quello che poi, alla fine, vince. Fa parte del format della competizione accesa (solo in Masterchef Australia si amano tutti). E funziona benissimo, perché il pubblico brama gli antieroi. Anche in cucina, evidentemente. I personaggi sono specchio della società e della complessità di cui questa è portatrice, e se, a partire dal Novecento, risulta già impossibile chiuderli all’interno di una dicotomia fissa e stabile eroe/villain, l’acquisizione di complessità e umanità ha continuato a fare progressi che potremo definire “fisiologici”, …

Guadagnarsi la fiducia: l’editing secondo Andrea Pomella

di Marco Terracciano Qual è stata la tua prima esperienza con l’editing e cosa ti ha colpito? Il mio primo editing l’ho fatto con lo scrittore Gabriele Dadati su un saggio pubblicato da Laurana, 10 modi per imparare a essere poveri ma felici. Ho notato una differenza tra gli editor-scrittori e gli editor-editor, differenza che non è di qualità, ma di approccio al testo. Il punto di vista cambia profondamente. L’editor-scrittore conosce alcune sfumature dell’atto della scrittura, del modo in cui il mondo esterno ti entra dentro e tu attraverso il filtro interiore lo riporti nella pagina. Conosce quel meccanismo e riesce a comprenderti quasi un attimo prima che inizi a scrivere. L’editor-editor quella cosa in più ce l’ha in un’altra fase, non quando l’idea prende forma, ma nel momento immediatamente successivo. Hai qualche aneddoto da raccontare a proposito? Ti faccio l’esempio di quello che mi è successo durante l’editing di Anni luce. In quell’occasione il mio editor era Stefano Del Prete. È stato divertente perché ci siamo sentiti per la prima volta dopo che …

Non prenderla come una critica – “Sogni e favole” di Emanuele Trevi

di Luigi Loi «Tutto è menzogna» afferma Metastasio nel sonetto che offre titolo e filo conduttore a Sogni e favole di Emanuele Trevi. Si può credergli o meno, nei secoli lo ha fatto la teologica, la logica, l’ontologia e la fisica, finché il problema dell’esistere (perlomeno dopo Pirandello) s’è così usurato da essere una delle tante categorie estetiche in cui siamo immersi: non ho particolari certezze d’esistere ma sono in buona compagnia. Che cosa sono memoria e ricordo se non precipitati dell’esistere, i più persuasivi trompe-l’œil sulla condizione dell’essere e del durare? La risposta (seppur incerta) questo libro la trova nel passato dell’autore: in un vecchio cineclub romano negli anni Ottanta, Trevi conosce Arturo Patten, spettatore in lacrime di un film di Tarkovskij. Finzione o destino, Patten gli farà conoscere Amelia Rosselli e Cesare Garboli: sono loro, assieme a Metastasio, i nuclei narrativi di questa fuga centripeta, ineluttabile quanto sa esserlo una filastrocca, quella degli elefanti sopra il filo di una ragnatela: Patten, Rosselli, Garboli. Cesare Garboli. Nella prefazione de La stanza separata, Garboli scrive quest’indicazione: …