Autore: Redazione

Immersioni: i tempi verbali in Primo Levi

di Manuela Mazzi [Immersioni è la rubrica curata dagli allievi di Apnea laboratorio di editing]   È rinomata la lucidità con cui Levi in “Se questo è un uomo” narra gli orrori del lager, riducendo il male a una forma di rigore applicativo di portata industriale, che ha generato una spersonalizzazione dell’essere umano. Veicolo di questa testimonianza sono gli andirivieni delle «distanze» che Levi pone tra sé, il testo e il lettore e che rende non solo grazie alle immagini narrative, ma anche – e forse soprattutto – grazie alla lingua. Qui di seguito prenderò in esame l’uso che fa dei tempi verbali nei primi due capitoli. Il primo, iniziato con l’imperfetto, prosegue con il passato remoto fino a metà dell’ultima pagina per poi chiudere con il presente. «Senza sapere come, mi trovai caricato su di un autocarro con una trentina di altri; l’autocarro partì nella notte a tutta velocità; era coperto e non si poteva vedere fuori, ma dalle scosse si capiva che la strada aveva molte curve e cunette. Eravamo senza scorta? (…) …

La coscienza del male – critica a “La paranza dei bambini” di Roberto Saviano

di Marco Terracciano La paranza dei bambini non è Gomorra romanzo e non è Gomorra la serie: è una narrazione che prova a essere entrambi, ma non ci riesce. Ha i vizi dell’eccessiva premeditazione e la supponenza dell’opera definitiva sintesi di poetica letteraria. Gomorra romanzo e Gomorra la serie sono storie che appartengono a due mondi narrativi opposti: l’uno è un racconto in prima persona scritto con sguardo retrospettivo e riflessivo, l’altra è un racconto scritto e girato con intenzioni mimetico-realistiche. La paranza dei bambini è l’una e l’altra cosa, ma ha evidentemente i difetti di un mash-up troppo costruito, realizzato – come si dice spesso ingenerosamente delle opere figlie di una certa idea di editoria – a tavolino: Saviano ha pensato a costruire un romanzo, non a rappresentare un mondo. Fin dal primo capitolo si capisce che ha un problema con questa storia: non riesce a restituire, attraverso gli espedienti della costruzione romanzesca, il realismo delle paranze e della Napoli criminale; o meglio: non riesce a restituire realisticamente la plasticità dei tipi umani di …

Scrivere è sopravvivere alla notte

di Giacomo Faramelli Io non credo alle missioni. Non credo nel raggio di luce divina disceso dal cielo per far divampare la fiamma del sacro fuoco della scrittura. È una cosa che funziona bene negli affreschi delle chiese, quella. Ma io non ho lo stimma dell’eremita, la forza d’animo del santo e poi, come dire, la mia propensione al martirio è quella che è. Credo nei talenti ma non è che anche quelli mi ispirino gran fiducia. Mi considero un fenogliano atipico. Credo di scrivere anch’io, Beppe perdonami, “with a deep distrust and a deeper faith” ma questa fede di risulta nella scrittura, dilavata col crescere e irrobustita dalla volontà malcelata di prendersi una rivincita, effimera, nei confronti di tutti i bastoni che ho scientificamente infilato tra le mie ruote, è un corpo estraneo che mi mette a disagio, un ometto nudo che corre di domenica pomeriggio tra la folla del centro. È dunque la grande notte della boxe interiore? Davvero scrivo per partecipare a un campionato di pesi massimi delle vanità, in cui le …

Immersioni – i personaggi e la scena in Leonardo Sciascia

di Antonella Monterisi [Immersioni è la rubrica curata dagli allievi di Apnea laboratorio di editing]   Cosa s’intende con infodump e presentazione dei personaggi? Esaminiamo come si gestisce la quantità di informazioni da veicolare al lettore per rappresentare un personaggio attraverso descrizioni e dialoghi,(le sue “intenzioni” e le sue caratteristiche) in scena (show) e non attraverso una descrizione statica e poco accattivante, riassuntiva (tell). Usiamo due esempi, tratti da “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia. Il primo è una descrizione puntuale. Una citazione brevissima, un’unica frase che veicola le informazioni sostanziali del personaggio che andremo poi a vedere in scena: “Vennero i carabinieri, il maresciallo nero di barba e di sonno.” Questa frase introduttiva potrebbe apparire fin troppo scarna, ma invece ci racconta molto: • il maresciallo è un tipo irascibile e focoso • è moro è un po’ trasandato, perché non si fa la barba (quindi è anche poco curato, poco attento) • ha sonno. E quest’ultima è una premessa fondamentale, perché spiega al lettore come mai poi i passeggeri scendano dall’autobus senza …

Non prenderla come una critica – Michele Vaccari, Il tuo nemico

di Luigi Loi Il nemico nel titolo del romanzo di Michele Vaccari potrebbe essere quel mondo dell’iper-tecnologia nel quale sono immersi i suoi personaggi (e noi con loro): non proponendosi nessun fine non lascia nemmeno intendere finalità o senso. Peggio: poiché è un sistema complesso scrive l’epitaffio di ognuno di noi, e attende di metterlo online per aggiornare la nostra pagina Wikipedia o social, espellendo da sé il superfluo. I personaggi sono dunque vere e proprie monadi nell’economia funzionale della fiction, somigliano a delle cellule: hanno, sì, delle finalità di sistema ma sono superflui se presi come entità singole, e sono antagonisti al sistema. Il protagonista della storia è Gregorio, un ragazzo dall’intelligenza aguzza che decide di isolarsi rinchiudendosi nella propria stanza. È un NEET, un hikikomori, un eremita di questo secolo giovanissimo. Si noti almeno a livello metatestuale quanto il nome richiami volutamente il Gregor kafkiano. È qui che avviene un grosso balzo nella contemporaneità: se per la famiglia delle Metamorfosi la mostruosità è l’alibi con cui imprigionare l’inadeguatezza di un consanguineo – laddove …

Scrivere è liberare ostaggi

di Emanuela Canepa Qualche giorno fa Alfredo Palomba si chiedeva su questo blog: per quale motivo scriviamo? Una domanda che agli scrittori viene fatta di continuo, basta una veloce ricerca in rete per accertarsene. Ho tentato una sintesi imperfetta della media delle risposte, e i punti fermi girano sempre intorno allo stesso concetto: scrivere ha il sapore della sortita disperata. Un monito che non vale solo per gli esordienti in cerca di editore. È una sentenza che pende anche sulla testa degli scrittori che hanno già un contratto firmato, o addirittura un rispettabile curriculum di pubblicazioni alle spalle. La litania è sempre quella: di questo mestiere non si campa. O hai un’occupazione regolare, Monday to Friday, e quindi accetti di riservare la scrittura al tempo libero, oppure sei costretto a impegnarti in tutta una serie di attività correlate – corsi, articoli, convegni – che sono cosa assai diversa dalla scrittura in sé, che magari non ti piacciono affatto, e che comunque sono aleatori, e quindi potrebbero non essere sufficienti a garantirti la sopravvivenza. La terza …

Non prenderla come una critica – Teresa Ciabatti, I giorni felici

di Daniele Campanari Da dove si parte Ai tempi del successo ricercato nei talent show non sorprende che il sogno di una bambina di pochi anni sia partecipare allo Zecchino d’Oro. Come non sorprende che ad accompagnare questa bambina, tenuta per mano nei corridoi della Rai, ci sia un padre padrone del suo destino – o almeno di quel destino che si vorrebbe compiuto: perché la bambina, si dice, è un talento e diventerà una star internazionale. Non sorprende tutto questo, né l’attaccamento magnetico di un genitore che vede nella figlia una possibile macchina da soldi e il successo che non ha ottenuto in una vita iniziata da infante e proseguita in giacca e cravatta. Una forma di psicologia riconosciuta nell’insoddisfazione. Di conseguenza molto è conteso nello stare bene grazie agli altri, tanto che non si capisce, difettuccio, se il protagonista de I giorni felici di Teresa Ciabatti (Mondadori) sia il padre o la figlia. A soli sei anni Sabrina Mannucci sapeva suonare il violino, scrivere, leggere (libri per adulti e giornali), cantare; conosceva arie …

Scrittori presso sé stessi

di Alfredo Palomba Di recente chiacchieravo con un giovane editore napoletano che, a bruciapelo, mi ha chiesto come mai io passi il poco tempo libero che il mestiere di docente mi lascia a scrivere. Ciò in risposta a tediose lamentazioni secondo cui trovo la scrittura un’attività, in generale, poco soddisfacente, considerata la fatica e il tempo da investire su un testo perché lo ritenga accettabile anche solo il minimo necessario. E non che non mi sia fatto da solo, molto spesso, la stessa domanda. Personalmente, riesco a fare davvero parecchia fatica anche solo per scrivere una cartella: mi sono sconosciute le gioie, che a taluni sembrano invece concesse (soprattutto in televisione, c’è da dire), del fluire instancabile di parole sullo schermo, quel ticchettare continuo e senza quasi pause che nei film corrisponde allo scrittore intento e concentratissimo sul proprio lavoro in costante progressione. Nel mio caso, il lavoro è paragonabile più a un rubinetto che gocciola; talora, quando va bene, perdendo due o tre gocce in una volta. Mi fermo, cancello l’ultima frase, rileggo dall’inizio …

Non prenderla come una critica – Giorgio Vasta e Ramak Fazel, Absolutely Nothing

di Marco Terracciano Fuori dal testo Partiamo da un elemento paratestuale: la quarta di copertina di “Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani” (Quodlibet Humboldt 2016) concorre a definire il senso del libro, orienta la lettura e testimonia un primo grado di comprensione del messaggio narrativo da parte di un presupposto lettore ideale. “Ritratto dell’America, ragionamento sul suo mito e omaggio alle sue narrazioni, Absolutely Nothing traccia un itinerario che collega scrittura documentaristica e fiction, riflessione e autobiografia, per provare a comprendere cosa accade ai luoghi – e alle nostre esistenze – quando le persone che li hanno abitati (che ci hanno abitati) se ne vanno via.” Ora isoliamo l’espressione «per provare a comprendere» e teniamola da parte: ci servirà per dopo. Il libro è il resoconto di un viaggio attraverso i luoghi abbandonati dei deserti americani – le ghost town –, è ‘raccontato’ con due diversi linguaggi e suddiviso in altrettante macrosezioni: quella narrativa, Absolutely Nothing, scritta da Giorgio Vasta e quella fotografica, Corneal Abrasion, fotografata da Ramak Fazel. La sezione fotografica integra …