A seguito della nostra ultima call, la classe di Apnea ’22/’23, insieme con la redazione e sotto la supervisione di Francesca de Lena, ha letto, selezionato e poi editato 5 racconti per la pubblicazione.
I 5 racconti sono stati letti dalla giuria di scrittrici Barbara Fiorio, Veronica Galletta e Sarah Savioli, che hanno decretato il podio.
L’autrice di Almeno da morta è Elena Marrassini. Il racconto è stato editato dalle allieve editor Chiara Averna e Ambra Dini e ha vinto il primo premio della nostra call: Progettazione, con Luca Mercadante. Il primo step del nostro coaching.
Il racconto si svolge nell’arco temporale di circa mezz’ora, all’interno dell’ufficio di una piccola impresa di pompe funebri, durante una assurda lectio magistralis tenuta dal protagonista, il quale si rende conto di avere di fronte, oltre che un cliente, una persona in difficoltà con sé stesso e con la vita, esattamente come lui, che è vissuto fino a quel momento in una bolla di lavoro e di sua madre, la sua strana madre, unica titolare dell’impresa.
di Elena Marrassini
Ma tu finora ci hai mai pensato a quelli che di lavoro lavano e vestono i morti? No eh. Però ti serve un lavoro, dici.
Ecco, mia madre faceva questo, di lavoro. Cioè, da un certo punto della sua vita in poi lei iniziò anche a parlarci, coi morti. Ma non in quel senso lì eh, niente di paranormale, nel senso che lei ci parlava mentre li lavava, li massaggiava lottando contro il rigor mortis, li vestiva a festa per la loro ultima occasione sociale.
Fu in quel periodo che scoprii la voce di mia madre: non aveva parlato per anni, da quando ero nato non ricordavo la sua voce.
La tua parlava e basta, dici? Bah, non so quale sia la cosa peggiore, in effetti.
Sul serio non hai mai lavorato, vivevate della sua pensione? Okay, ti occorre un lavoro. Ho capito, ho capito: zero esperienze lavorative, figlio di ragazza madre. Soffriva di depressione. Impiegata alle Poste, beh ci credo. Una vita trascorsa in casa, la tua. A fare l’uomo di casa immagino. Quanti anni hai detto che hai, quarantacinque? Siamo quasi coetanei, amico. E forse siamo anche quasi uguali, fidati.
Io l’ho imparato che ero un bambino, questo mestiere. Basta passare del tempo qua dentro, e te lo ritrovi tra le mani, fidati. Io ci ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza in un piccolo laboratorio simile a questo, assieme a mia madre, ai morti, e a Chi.
Sì, perché io e mia madre al posto di mio padre avevamo un papero di nome Chi.
Il papero, come tutti i paperi, all’inizio della nostra convivenza ci soffiava contro e starnazzava con le ali aperte, poi smise.
Mio padre, come quasi tutti i padri, all’inizio della nostra convivenza ci adorava. Poi smise. E iniziò a soffiarci contro.
Conosco chi è stato, solo a pezzi, quelli che mi ha raccontato mia nonna, sua madre, nei primi anni di me bambino, prima di sparire insieme a lui. Jack Dinato, così si chiamava. Era mezzo italiano e mezzo americano. Nacque sordo, nel 1946. Com’è che dicono, figli della guerra? Ecco lui era uno di quelli: padre americano e madre italiana, figlia di contadini trasferiti dal sud nelle campagne toscane, quelle un po’ salate che hanno il mare vicino. Mia nonna mi disse che all’inizio pensò che fosse nato scemo. D’altronde il soldato americano con cui l’aveva concepito se lo ricordava bene lei, anche se erano entrambi ubriachi di Tuaca: era sì tanto bello e profumava di cioccolato e tabacco, ma si vedeva dallo sguardo e dai calzini messi sempre a rovescio che capiva poco. E anche dal fatto che confondeva in continuazione destra e sinistra, right and left, mandritta e mancina: niente, non c’era verso.
Infatti fu lei a scappare dal soldato e non viceversa, come succedeva di solito. Era una tosta mia nonna: smise di andare a passeggiare con le amiche vicino al mare la domenica pomeriggio e non volle vederlo più. Quando si accorse di essere incinta fece finta di nulla per settimane. Voleva solo divertirsi, come le sue amiche e come i soldati americani belli, giovani, biondi e con le tasche piene di dolci. Era una festa, finalmente, le strade assolate e i carri armati come alle giostre che ci si poteva salire sopra tirate su dalle braccia forti di un bel ragazzo con due spalle così. E invece niente, l’unico bello e scemo lo aveva trovato lei e, mentre le sue amiche continuavano a divertirsi, mi raccontò che a lei vennero le nausee e la pelle le si macchiava col sole dell’estate. Mi raccontò che una notte all’improvviso le sembrò di sentirlo muovere e decise che oramai per toglierlo di mezzo non era più in tempo e allora okay, il bambino sarebbe stato solo suo, si sarebbe chiamato Jack e avrebbe creduto alle storie raccontate da lei su di un padre americano con il suo stesso nome, ricco di beltà ed eroismo, portato via dalla guerra.
Salvo poi vomitargli addosso tutta la verità una sera che lo trovò completamente ubriaco, verso i diciassette anni, l’ho capito da una lettera indirizzata a mio padre che ho trovato nel suo comodino con un rosario avvolto attorno alla busta che trasudava odio dalla carta ingiallita. Mia nonna era figlia di un alcolista, ubriaco e violento. Lo sapeva che se feriva moglie e figlia sarebbe rimasto solo a lavorare, e allora picchiava a sangue le bestie. Tanto se morivano sarebbero finite nel sugo, diceva. E mia nonna vomitava, rabbia e sugo mangiato a forza. Quindi immaginati: un figlio sordo doveva e poteva accettarlo, ma un figlio sordo e ubriaco a diciassette anni no, e lo fece diventare astemio. Non ho mai voluto sapere come, meglio non saperlo e nemmeno immaginarlo: sarebbe stata capace di ingozzarlo come un’oca da foie gras per sdegnarlo dall’alcol. Era veramente tosta mia nonna, sì. Dette il suo cognome al bambino e lo allevò insieme ai suoi genitori, ai quali assicurò che sarebbe stato maschio, per tener calmo suo padre, Lei lo sapeva che sarebbe stato maschio, mi disse. E infatti fu Jack. E, anche se non sentiva, aveva bellezza e forza: avrebbe lavorato bene la terra nel silenzio dei campi in mezzo al granoturco e ai girasoli.
E così è stato, fin quando non si intestardì di fargli ottenere l’invalidità, convincendolo a fare il bidello nella scuola media del paese, ché un lavoro sicuro e una pensione sarebbero stati la sua salvezza gli diceva sempre, via dai campi, via dagli animali maltrattati via dal nonno, ubriaco sempre più spesso. Ma Jack venne ben presto distrutto di insulti letti nel labiale e di scritte sui muri dei bagni: i ragazzi delle medie, lo sai anche tu, sono dei veri stronzi. Alle superiori poi peggiorano, lo so bene pure io, Valentino Dinato detto Valdi, nato sordo da un orecchio, nel 1974. In fondo mi è andata meglio che a mio padre. Jack e mia nonna questo mi lasciarono, a soli nove anni: un orecchio guasto e la lingua dei segni, ma senza dare alcun indizio di ciò che stavano preparando: la loro fuga in America. Da quando iniziarono i pettegolezzi sul bidello che non parlava ma si scopava in rigoroso silenzio l’insegnante di inglese, mia madre smise di usare anche la lingua dei segni. L’ultima cosa che disse agitando le mani e gli occhi fu quella-troia-è-bellissima-ma-è-una-troia-ricordatelo-schifo-di-un-sordo, me lo ricordo come se fosse ieri. Se ne andarono, lui e mia nonna, forse aiutati dal padre di Jack, che in Illinois pare fosse diventato uno dei maggiori produttori di mais (sembra che le indagini di mia nonna fossero partite dal retro di una scatola di corn flakes acquistati per me). Mia nonna preferì lasciare me invece del figlio; in fondo io ero sordo solo a metà e lui del tutto. E poi, a ognuno la propria madre, io rimanevo con la mia, quella piccola e brutta, che non parlava mai, a parte coi morti. E con Chi.
La nostra vita coi morti e con Chi è iniziata nel momento in cui mio padre se ne è andato. Quando comparve il papero mia madre iniziò a parlare, con due vivi: me e il papero.
Come vuoi chiamarlo? Mi chiese. Io risposi chi?, ma un po’ così, in preda allo shock, come tutte le cose che dicevo e facevo in quei giorni in cui mio padre se ne andò via di casa soffiando, rosso in volto, becchettandosi con mia madre che lo inseguiva agitando le mani come fossero ali. Due uccelli muti, e danzanti in quella loro lotta insanabile. E lei, che in quei momenti aveva voglia di discutere ancora meno del solito – come biasimarla – mi disse va bene, lo chiamiamo Chi.
Ero in quarta elementare quando successe, nello stesso momento in cui la nuova maestra si accorse che non ci sentivo per niente da un orecchio. D’altronde chi avrebbe potuto accorgersene prima, vivendo con una nonna che con me parlava sempre e solo per vomitare ricordi e con un padre che comunicava solo a gesti. E con mia madre, non si comunicava. Altri parenti non ce ne erano.
Ricordo che tutti i miei compagni delle elementari ebbero la foto dell’anno scolastico 1983/84 con la nuova maestra sorridente e i loro genitori; io ebbi quella con mia madre, che in quel periodo aveva sempre la stessa espressione e indossava delle improbabili parrucche, una diversa ogni giorno, e la maestra terrorizzata col papero accanto che soffiava, ma che evidentemente già non sapeva fare a meno di stare vicino a me e mia mamma. Poi c’ero io, alto poco più del papero, e si notava, oh se si notava. Eh, ridi tu, bravo. Io non ridevo mai, soprattutto nelle foto.
Io già lo amavo Chi, eravamo due disgraziati, piccoli aiutanti di mia madre, in tutto, e a volte uniti contro di lei: ci guardavamo negli occhi e ci si capiva subito, non è vero che i paperi sono stupidi, sai.
Quando giravo per il paese con lui accanto nessuno dei ragazzi più grandi si sognava di darmi fastidio o prendermi in giro; se ci provavano, Chi apriva le ali e soffiava e partiva verso di loro, caricandoli. D’altra parte, nessuno ha mai pensato di farlo fuori: avrebbero dovuto vedersela con mia madre, e sarebbe stato sicuramente peggio.
Quanta soddisfazione mi ha dato quel papero non te lo immagini neanche. Di sicuro molta di più rispetto a Jack. Almeno lui mi è stato accanto nei momenti più complicati, tipo quando hai paura che ti crescano i baffi e sei alto appena un metro e cinquanta e quelli più grandi ti chiudono nei bagni della scuola e ti minacciano a colpi di strisce depilatorie rubate alle sorelle più grandi. Chi ha sempre preso le mie difese, bastava che gli indicassi coloro da cui avevo ricevuto l’offesa e lui agiva. Mica subito eh, aspettava il momento giusto e poi agiva. Non è vero che i paperi sono stupidi, l’ho già detto? Non ce l’avrei fatta da solo con mia madre e i suoi interminabili silenzi. La presenza del papero fra noi dava equilibrio, ci faceva essere in tre. Tutto è più stabile con tre punti di appoggio, soprattutto le famiglie. Eh, lo so che lo sai.
Chi si dedicava a quella donnina astiosa con una pazienza che credo nessuno abbia mai avuto con lei. Le stava accanto mentre tagliava l’erba del prato con le forbici da cucina. Spesso questa loro attività durava giorni, chiaramente. Mia madre diceva che dalle suore aveva sempre funzionato così. Diceva che ai bimbi dell’istituto veniva imposto di tagliare il prato in ginocchio con le forbici. Più grave era l’infrazione commessa più piccole erano le forbici. Lei fu l’unica a cui una volta toccarono le forbici da unghie, mi disse spavalda. Non si capiva mai quanto la mamma lavorasse di fantasia o di ricordi.
Quando le chiedevo perché non comprasse un tagliaerba come tutti mi rispondeva che lei non era tutti, né io né lei né Chi eravamo tutti, e che i soldi ci sarebbero serviti per farne altri e diventare più ricchi, e allora sì, avrebbe assunto il giardiniere.
Spesso quando tornavo da scuola e lei non era stata convocata in qualche camera ardente per preparare un cadavere (volevano tutti lei, da tutta la provincia) li trovavo intenti in quella occupazione. Erano alti uguali, lei in ginocchio e lui accanto che beccava senza mai rovinare l’erba. Appena mi vedeva comparire, il papero girava la testa, era il suo segnale di felicità: ruotava di poco il lungo collo, come facevo io quando la gente mi parlava dalla parte dell’orecchio morto: giravo leggermente la testa per mettermi in linea con l’orecchio buono. Lui faceva così solo quando vedeva me. È campato fino a diciannove anni, mi ha lasciato che ne avevo quasi trenta.
Quanti ne ho adesso? Quarantotto. E sono solo come un cane. No, non ho un cane. Dopo la morte di Chi non ho più avuto animali domestici, non lo so perché, forse avevo troppo da fare ad addomesticare mia madre, e i suoi morti. Sì, esatto, più o meno come te. Sposato, io? Fidanzato? No. Sono solo io, Valentino, ino in tutti i sensi, mi hanno chiamato come il protettore degli innamorati, ti rendi conto?
A scuola invece ero il morto-di-figa, MORTO maiuscolo, si sentiva da come lo dicevano, oppure scrivevano cose nel bagno delle ragazze tipo «Valdi tanto bellino, peccato gli piacciano più i morti della figa». E io mi vergognavo, sempre di più. Mi vergognavo del mestiere di mia madre, mi vergognavo dell’unica cosa che la rendeva sicura, ricercata e poi, con il tempo, anche benestante. Che poi alla fine si è messa in proprio mia madre, qui in città, scoprendosi capace di investimenti immobiliari e anche nell’organizzazione del personale. Era brava, c’era poco da dire, brava coi morti e coi soldi. Ci tirò fuori dalla miseria in cui ci aveva cacciato quel frustrato di mio padre.
E insomma sì, qualche donna l’ho avuta, ma è stato tutto, sempre, molto, faticoso. Sì, sono etero. La prima, Isabella, l’ho avuta a ventuno anni (mai stato precoce io, in niente). Mi invitò al matrimonio della sorella nonostante ci conoscessimo da poco più di una settimana; voleva fare sul serio con me, mi disse che avevo un bel viso da ragazzo buono e un lavoro sicuro. Che dovevo fare? Mi prese alla sprovvista e allora ci andai con il vestito buono e le scarpe del morto che in quei giorni era in laboratorio, aveva le mie misure precise, non era un uomo alto, e a parte le scarpe un po’ piccole, il resto era perfetto e di gran buon gusto. Dio però che male ai piedi a quel matrimonio, menomale che all’inizio del pranzo comparve mia madre come una furia, mi prese a schiaffi e iniziò a strapparmi di dosso i vestiti per correre a rimetterli al morto (ché il prete che aveva appena sposato la mia futura cognata avrebbe di lì a poco dato inizio alle esequie dell’uomo nudo e scalzo in bara) e quando per prima cosa mia madre mi tolse le scarpe, perché se c’era una cosa che la disturbava dei suoi amati morti era vedere i loro piedi nudi, ricordo il sollievo immenso e credo di essermi messo a ridere di gratitudine.
Credo che quella sia stata l’unica volta in cui non me ne è importato nulla né della brutta figura né tanto meno di Isa, ma lei mi serviva ecco, dovevo togliermi di dosso il marchio appiccicoso di “sfigato”, e riuscii a convincerla a fare sesso per la prima volta. Però quando si accorse che l’avevo deflorata nel laboratorio buio dell’impresa funebre su al paese, nella vecchia sede, sui divanetti della sala d’attesa a pochi metri da una cassa in mogano lucida che era stata chiusa la sera stessa e che conteneva Giacinto, il vecchio edicolante, si arrabbiò tantissimo, sembrava posseduta, e io mica ho mai capito perché. La stanza era invasa da mazzi di giacinti profumatissimi, che erano, chiaramente, i fiori preferiti dal morto. A me sembrava un’atmosfera perfetta. Oltre a essere l’unico posto fuori casa del quale avevo una copia delle chiavi. Vabbè. Isa mi lasciò malissimo, e mi tolse il saluto.
Con quelle a seguire è andata anche peggio. Anche perché mia madre mi tolse le chiavi del laboratorio.
Comunque mi sa che era l’aura di mia madre a tenermi alla larga dalle ragazze.
Era una misantropa, taciturna, cresciuta dalle suore, in quel posto di angeli e bestie, come lo chiamava lei le poche volte che ne parlava. Parlare per lei era faticoso. Credo che abbia sposato mio padre perché era sordo. Era anche bello, dicono, e dalle foto mi sembra di sì. Ma lei fu attratta dal fatto che con lui ci fosse da parlare poco, credimi, ormai la conosco, che sacrificio sarebbe stato mai esprimersi a gesti e sorridere spesso. Un uomo bello e silenzioso, cosa doveva volere di più lei, un metro e quarantacinque per quaranta chili con una testa sveglia, sì, ma con un viso storto appoggiato sopra alla bell’e meglio e pochi capelli radi in cima. Di me dicono che sono uguale a mio padre. Menomale, anche se io non lo ricordo. Forse perché l’ho rimosso. Quando Jack sparì, mia madre, la vedova bianca del sordo, come la chiamavano in paese, diventò pazza. O forse no, non si è mai capito.
Mi ha insegnato tutto, di questo lavoro. Mi ha insegnato come si abbassano le palpebre a quelli che arrivano con lo sguardo della paura o con gli occhi bianchi. Mi ha insegnato a mettere il morsetto di plastica sotto il mento per chiudere le mandibole che arrivano spalancate dallo stupore, coprendolo con un bel foulard al collo, mi ha insegnato come si adattano i vestiti tagliandoli dalla parte posteriore, che tanto lo vedi Valdi, mi diceva scuotendo la testa, il morto sta sdraiato supino, non dà più le spalle a nessuno ormai. Sotto la sua guida ho imparato a imbottire arti martoriati da incidenti e a truccare volti tumefatti.
Dopo il nostro trattamento quei corpi erano puliti, eleganti, raffinati. Riuscivamo ad addormentarli con l’espressione sana sul viso, come quella dei bambini. L’ho guardata per anni mentre lavorava, la Vedova Bianca del sordo, forse le ho anche fatto da marito. Mi raccontava la storia di ognuno. Chiedeva, anzi scriveva, ai parenti di raccontarle cose, pezzi di vita di coloro che avrebbe preparato per il viaggio. Diceva che altrimenti non sarebbe riuscita a prepararli come si deve, doveva conoscere almeno un po’ i morti quando erano stati vivi.
Mi raccontò della signora delle parrucche, quelle che spesso finivano in testa anche a mia madre. Arrivò al laboratorio fredda e calva, ma era stata una gran bella donna, lo si vedeva anche da morta. Si diceva tagliasse i capelli ai bambini mentre dormivano. Era un’insegnante di scuola materna. Sembra che durante il pisolino dei bimbi tagliasse loro delle ciocche di capelli per farne parrucche, che poi donava alle donne in chemioterapia che non potevano permettersele. Pare sia stata costretta al prepensionamento più dall’ira delle mamme dei piccoli che dal suo cancro. Ora che ci penso, forse quando mia madre portava le parrucche in quel periodo assurdo dei miei nove anni e aveva appena scoperto la mia semi-sordità e il fatto che mio padre non l’amava più, magari era malata pure lei. Non mi stupirebbe scoprire che è stata in chemio senza dire niente a nessuno.
Sono sempre andato da lei mentre preparava i morti, erano gli unici momenti in cui parlava, con loro, ma anche con me. Faceva come i chirurghi: operava con la musica in sottofondo.
Quando toccava ai bambini non c’era musica, non c’erano storie. Ci stava da sola. Io lo capivo quando preparava un bambino perché magari qualche sera arrivavo lì con le pizze nel cartone per una delle nostre cene col morto, come le chiamavamo noi, e vedevo il cartello alla porta. Non potevo entrare, me ne tornavo a casa. In quelle sere l’aspettavo sveglio: sapevo che sarebbe tornata con la faccia disfatta e di un colore diverso e mi avrebbe riempito la testa di baci chiedendomi da quanto tempo era che non cambiavo il pigiama. Poi dormivamo assieme nel mio letto e Chi si accoccolava sul tappeto, lui con il muso dentro le sue ali, mia madre con il muso dentro le mie braccia. A volte in quelle sere mi addormentavo desiderando che anche il giorno dopo morisse un bambino, e anche quello dopo ancora, almeno poi la sera stavo con lei in quel modo. Poi la cosa mi pareva terribile, come ci diceva il prete all’oratorio di quando muore un bambino e mi veniva voglia di vomitare.
Comunque ci siamo fatti pure delle gran risate io e mia madre eh, come mai prima, quando in casa c’erano mio padre e mia nonna coi loro musi lunghi. Ci divertivamo a dare i voti alla biancheria intima dei cadaveri e stilare classifiche su slip, boxer e culotte, e ci incuriosiva vedere chi di loro arrivava con le unghie pulite oppure no, indice di famiglia scrupolosa e attenta al particolare, m’insegnava mia mamma. E a cui potevamo anche gonfiare un po’ la fattura.
Ricordo che una volta la gonfiammo assai, quella volta dei puntini da unire come sulla Settimana Enigmistica, unica lettura che mia madre si concedeva tutte le sere prima di dormire.
Ci arrivò da preparare il figlio della Iole, la farmacista, che con il marito aveva scoperto che tutti gli esami sul libretto universitario del figlio erano inventati. Ci giunse nudo, reduce dall’autopsia, e lo scoprimmo cosparso di piccoli tatuaggi nascosti nei punti più nascosti di quel suo corpo pieno di sonniferi.
Ne aveva uno strano, sotto al piede destro: tanti piccoli punti, sparsi ma non troppo. Ci guardammo, con la speranza di scoprire chissà quale codice di quale tesoro. Mia madre prese subito la biro e superando la sua riluttanza per il piede nudo del cadavere iniziò a unirli, da sinistra verso destra, vedendo comparire, dopo qualche tentativo fallito e cancellato addirittura con la sua saliva (era come invasata, non l’avevo mai vista così) la scritta fottetevi.
Rimase zitta, a me scappava da ridere ma lei esordì con «che stronzo codardo, ammazzarsi appena iniziano i problemi invece di combattere», afferrò la Settimana Enigmistica dalla sua scrivania e si mise a fare un Bartezzaghi, l’unica cosa che la calmava. Mi ordinò di finire di prepararlo da solo e di caricare la fattura quanto bastava per prendermi un abito e un paio di scarpe nuove, di marca, che me lo meritavo, io. Quello lo ricordo come il giorno in cui smettemmo ufficialmente di convivere con l’ossessione del risparmio: il mestiere ingranava, e ingranava bene.
Era raro che mia madre si arrabbiasse mentre preparava i morti, quello accadeva molto più spesso a casa, per quello io sfruttavo al massimo lo stare con lei in mezzo ai morti: quando c’erano loro andava tutto bene. E poi, te l’ho già detto, in mezzo a loro io e lei ci si parlava, si rideva, si piangeva, ci si confidava.
La vidi così cattiva e piena di rabbia solo quella volta che sputò fuori all’improvviso tutto il livore silenzioso (e come sennò?) che aveva covato negli anni nei confronti di coloro che mi rendevano la vita impossibile, a partire da mio padre per finire ai ragazzi della scuola.
Accadde quando andai al laboratorio da lei, perché mi aveva detto che quel pomeriggio c’era il morto da pulire e vestire. Arrivai lì assieme a coloro che portavano il sacco con dentro la salma, e vidi che avevano usato il sacco piccolo, quindi stavo per andarmene, pensando a un errore, che si trattasse di un bambino e pregustando già la serata di baci sulla testa. Ma lei mi disse di rimanere, che mi avrebbe insegnato una cosa, era ora che la imparassi.
Entrai nella stanza tremando, ero agitato. Aprimmo il piccolo sacco e vidi che si trattava di un nano. Mia madre iniziò a svestirlo piano, era già rigido.
«Levagli le mutande, così ora lo vedi coi tuoi occhi che non è vero nulla che i nani hanno il pisello enorme, come ti dicono i tuoi compagni per prenderti in giro, che credi, che non lo sappia? Ti danno del nano senza sapere nemmeno cosa vuol dire, quei bastardi. Sfilagli le mutande.»
Tolsi le mutande al nano che ancora tremavo, la vedevo con gli occhi cattivi e pieni di un bene per me che non avevo mai visto. Vidi un piccolo pene bianco, come tutto il resto del piccolo corpo, a parte la testa sproporzionata.
«Visto?» mi disse acida «Ce l’ha piccolo più di quello di tuo padre, il che è quasi impossibile, credimi.»
Scusa, parlo solo io, penserai che sono pazzo, lo vedo che mi guardi e ti domandi perché mai ora questo mi ha raccontato tutta questa storia. Perché sono agitato, scusa; quasi quanto quella volta del nano. Perché è la prima volta che la racconto a qualcuno guardandola da fuori ed è la prima volta che mia madre non c’è, e l’idea di assumere un assistente fisso è stata sua. Perché, secondo me sei capitato nel posto giusto al momento giusto: se ce l’hanno fatta mio padre e mia nonna, se ce l’ha fatta mia madre, se Chi è vissuto diciannove anni nonostante me e mia madre, magari ce la fai anche tu. E magari ce la faccio anche io. Perché credo di poterti dire che ci si salva. Ognuno trova un modo. Mia madre i morti, mio padre e mia nonna l’America, io un papero, e ora forse te, che il figlio della becchina se fai e le cose per bene ti assume sul serio.
Andiamo di là adesso, che c’è da preparare le nostre madri. Il tuo lavoro inizia oggi. Facciamo così: io preparo la tua e tu la mia: è di là in laboratorio sdraiata supina e ieri sera, prima di morire, mi ha chiesto di farla bella, almeno una volta. Almeno da morta, mi ha detto.

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