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Il pane di Sant’Antonio

A seguito della nostra ultima call, la classe di Apnea ’22/’23, insieme con la redazione e sotto la supervisione di Francesca de Lena, ha letto, selezionato e poi editato 5 racconti per la pubblicazione.

I 5 racconti sono stati letti dalla giuria di scrittrici Barbara Fiorio, Veronica Galletta e Sarah Savioli, che hanno decretato il podio.

L’autrice di Il pane di Sant’Antonio è Emanuela D’Amore. Il suo racconto è stato editato dalle allieve editor Silvia Pillin e Giovanna Tondini e ha vinto il terzo premio: una scheda di lettura redatta dalla caporedattrice Patrizia Carrozza.


La protagonista di questo racconto è la madre di una bambina affetta da trisomia 21. Lasciata dal marito, la donna prova un senso di quiete solo quando fantastica sulla morte o sull’abbandono di sua figlia. Ma sarà il miracolo profano posto a chiusura del racconto a donarle una nuova e più durevole serenità.


di Emanuela D’Amore


A volte sogno animali cattivi, animali furiosi che vogliono aggredirmi.

Mi sveglio con la pelle trasparente e in quei giorni mi copro parecchio prima di uscire, perché si leggono attraverso la cute tutti i miei pensieri.

Il mio corpo non detta più. L’amarezza paralizza dita e saliva. I miei seni non umiliano più il mondo. Li tengo stretti in petto come un peccato.

Era un amore riottoso quello per lui, grosso come un’arancia. Io la addentavo e quella mi colava rossa sulle labbra, in certi giorni ruvidi di sole.

Poi è arrivata Ludovica e lui se n’è andato. Una sostituzione.

Avrei voluto trattenerlo, tenergli forte la mano e ficcarmi in bocca le sue dita, ruvide di peli neri, fino a riempirmene le guance. Masticare il suo tatto e il mio amore.

Sono passati tre anni.

Mi guardo allo specchio prima di uscire di casa, al mattino.

Nuda. Solo un pennarello tra le dita.

La mia vagina sbuffa.

Ricalco col pennarello il tratto sbiadito del giorno prima. Lo faccio tutti i giorni.

Ho una macchia sotto il capezzolo destro. Ne tengo sott’occhio la forma. Ne delimito i bordi. Controllo che non cresca. Potrebbe essere maligna. Il medico mi ha detto che va tutto bene. Il mio medico dice sempre che va tutto bene. L’ha detto pure quando ero incinta di Ludovica.

Quando ho avuto la meningite, da bambina, mia nonna mi raccontò la storia del miracolo di Sant’Antonio, oltre il vetro che ci separava nel reparto di rianimazione. Con il polpastrello disegnava animaletti ossuti sulla condensa del suo alito.

Tommasino aveva due anni e viveva in una catapecchia vicino alla Basilica del Santo. Con le tignole, le scope di saggina, i pitali e le foglie di tabacco. Sua madre probabilmente stava spettegolando con le comari in cortile mentre intrecciava l’aglio o sgranava pannocchie, e, quando rientrò in casa, trovò Tommasino a testa in giù, tra le carote e le cipolle, nel pentolone bollente della cena.

Lo tirò fuori per i piedi sudici e callosi, ma il bambino non dava più segni di vita. La donna iniziò a piangere e a gridare. Accorsero tutti i vicini, perfino i frati dalla Basilica e a loro giurò che, se il Santo le avesse fatto la grazia, avrebbe donato ai poveri tanto pane quanto pesava il bambino. Tommasino d’improvviso spalancò gli occhi confuso.

Mia nonna mi ha ripetuto spesso questa storia, con la sua voce acquosa. Mentre mi imboccava facendo l’aereoplanino dopo aver soffiato sul cucchiaio per raffreddare il brodo; quando mi rincalzava le coperte o mi intrecciava i capelli; per strada fino a scuola, tenendomi per mano verso l’interno della carreggiata; mentre mi preparava la merenda. Il burro, le molliche, l’odore del braciere.

Nella tasca del grembiule, tra gli elastici, le figurine Panini e le sorprese che uscivano dall’ovetto di cioccolata, avevo sempre un’immagine del Santo.

Quando nacque Ludovica, mia nonna le posò un santino nella culla, sotto le api colorate e la sua fronte piatta e strabica. 

Il pane di sant’Antonio non si butta.

Una fauna ossuta affolla i miei incubi.

A volte sento una stretta alle caviglie. Sento come delle mani che mi afferrano e bloccano i passi. Metto d’istinto le dita in tasca, come da bambina, quando dovevo andare a prendere le bottiglie di pomodoro in soffitta e mi paralizzava la paura. Sotto le unghie mi resta la poltiglia lasciata dal Santo in lavatrice.

Lui si era allontanato, me ne ero accorta. Era indolente.

Ho pensato che stavo dedicando troppo tempo a Ludovica, che lo stavo trascurando.

Eppure l’ha voluta lui. Io non la volevo. Dopo l’amniocentesi, non me la sentivo. Mia nonna si è schierata dalla sua parte e a maggioranza hanno deciso per il mio utero. «Il pane di Sant’Antonio non si butta!».

Forse è colpa di Ludovica, se se n’è andato. Della sua testa sgraziata, della saliva che le cade dalla bocca, del suo corpicino scianco. Dei movimenti ciondoloni, che lascia appesi e incompiuti.

Io, mio marito, me lo sarei tenuto così, difettato, sporco, come tutto quello che è nella mia vita, come i capelli di Ludovica.

E a quel punto l’ho scoperto, lui non ha nemmeno provato a negare. Forse voleva che lo sapessi. Probabilmente non ce la faceva più a nascondere e a giustificare. All’inizio avrà pensato che con un figlio le cose sarebbero cambiate. Che l’istinto di paternità lo avrebbe tenuto lontano da ogni evasione. Ma poi con una figlia così non ha retto. Si vedevano quando portava la bambina al parco. L’ha usata. Si è approfittato di quella bimba ritardata che non sapeva parlare. Immagino Ludovica, lasciata al sole, con la frangia appiccicata sulla fronte, mentre si ficca in bocca la sabbia dei giardinetti. O la vedo parcheggiata sul sedile posteriore di un’auto, mentre guarda dallo specchietto retrovisore suo padre accarezzare un uomo.

Si frequentavano da prima che ci sposassimo. Avevano studiato insieme all’Università. Probabilmente non hanno mai smesso di vedersi da allora.

Forse è colpa sua se è nata così. Mi ha riempita con spermatozoi storpi.

Ho letto che l’omosessualità esiste in natura anche in altre specie e serve per regolare le nascite e tenere in equilibrio l’ecosistema.

Mi guardo riflessa nello specchio. Osservo la macchia e di colpo mi sento come in una serra dai fiori bellissimi, stordita dagli odori. Mi arrivano tante immagini tutte insieme che fatico a trattenere, riconoscere e ordinare.

I ricci di mare sotto al piede. Le mani sporche di grasso di mio marito, mentre aggiusta la catena della bici. Lui che avvicina alla mia bocca un pezzo di pane, inzuppato nel sugo. I suoi gesti ampi, mentre lava i piatti, e il sole che ci ho visto dentro. I pomeriggi in ospedale, quando, abbracciati alla finestra, seguivamo il disegno delle scie degli aerei, in attesa dei risultati delle analisi. La sua mano tra i capelli di Ludovica appena è nata.

Corrono via, si mescolano, diventano altro. Come la configurazione veloce che prendono le nuvole in certi giorni carichi di pioggia.

Mio marito era questo stridore. 

Di notte la stanza diventa elastica. Si dilata per contenere l’odore di pannolino sporco di Ludovica, i miei incubi, le forbicine della polvere. A volte si richiude su se stessa, come un carillon, e io mi sveglio soffocando.

Mi addormento con i collant. Mi piace il solletichio delle lenzuola sul nylon delle calze. Ho come l’impressione di una carezza. Ho l’illusione, mentre dormo, di avere qualcuno accanto a me nel letto, qualcuno che mi tocchi.

Certe notti Ludovica si sveglia urlando. I gesti scomposti da animale impazzito. Il volto inespressivo e un grido roco in bocca. Poi si blocca di colpo e prende a fissare il soffitto con gli occhi spalancati. Resta così a lungo, assente. Cosa vede? Le passo una mano sugli occhi. Glieli chiudo. Mi spaventa, quando fa così.

Appena nata, non voleva succhiare dal mio seno.

«Sente il tuo rifiuto», mi diceva suo padre. E preparava il biberon col latte in polvere. La allattava lui. 

Mi sono svuotata le mammelle col tiralatte, come una mucca.

Quando suda Ludovica ha un odore di circo. Di segatura e letame. I suoi capelli prendono la consistenza dell’immondizia quando la bagna la pioggia, se è accaldata.

La macchia sotto il mio seno si è un po’ slabbrata. Se io muoio, che ne sarà di Ludovica? Me la stringo al petto. Voglio proteggerla. Da tutto, da tutti. Dagli sguardi che indugiano, da quelli che si ritraggono troppo in fretta, dalle carezze pietose, dagli insulti, dagli inciampi e dalle meschinità, dal disprezzo, dai sorrisi compassionevoli, da tutto quello che non saprà e non potrà mai fare, e che scaverà un divario sempre maggiore tra lei, i suoi coetanei e il resto del mondo. Da chi la guarda solo come un volume che occupa uno spazio, un peso fiscale per la società, che sottrae il posto macchina più comodo nelle aree mercatali.

Ha quell’odore di biscotti sciolti nel latte, di pigiama stropicciato. Un calore che sale dal suo corpicino soffice, di spugna. Mi metto in bocca le sue mani, le mordicchio la pancia. Lei ride con piccoli grugniti. Mia figlia ride sempre e mi perdona.

A volte penso di farle del male.

Oppure immagino che le capiti un incidente. Cade dalla sedia e si spacca la testa, annega, un’auto in corsa la investe. Lo schianto, i vetri rotti sull’asfalto. Ludovica coi suoi capelli arruffati in una pozza di sangue. E io resto a guardare. Senza correre, gridare o pregare, come la mamma di Tommasino.

Questi pensieri mi trasmettono un senso di quiete.

In altri momenti, invece, penso che stia facendo la muta. Che dalla sua bocca piena di saliva uscirà una grossa farfalla. Una di quelle tropicali. Presuntuose e irriconoscenti, dai colori cromati. E umilierà il mondo e tutte le creature divine.

Immagino di abbandonarla davanti a una porta. Suono il campanello, corro in macchina e scappo via. La lascio davanti a una villetta a schiera con lo steccato pastello, i cespugli a forma di animali e il prato curato. Gli irrigatori in azione. Immagino di affidarla a chi saprebbe prendersene cura meglio di me.

Come sarebbero i suoi capelli allora? Raccolti in una treccia a spina di pesce? Stretti in due codini da elastici colorati? Ordinati da una scriminatura a zig zag? Forse acconciati in uno chignon da ballerina di danza classica.

Quando guardo una mia foto, cerco di trovarci qualcosa di Ludovica dentro. I capelli stopposi, il broncio del labbro, l’angolo del sopracciglio, la curva che fa l’attaccatura dell’orecchio quando lascia spazio al lobo. Niente. Mia figlia non mi somiglia. Ha i tratti della sindrome.

Quando usciamo Ludovica si muove maschia e contadina, trascinando le scarpe ortopediche come se stesse pattinando, gli occhi puntuti. Fissa le persone a lungo, prima di toccarle con le mani umide di saliva. Ha il mento di suo padre. E una quiete che non appartiene a nessuno.

Ma certi giorni le prende una gioia violenta, che in pubblico mi imbarazza. 

Capita che gli altri bambini abbiano paura di lei ed è l’unica occasione in cui piange.

Si muove come dietro a un antico ritmo processionale. Lenta. Una piccola madonna mesta, trasportata a braccia su un fercolo che traballa.

Il suo linguaggio è un canto sacro, senza lessico. Che a volte mi incanta, altre mi affatica.

Spesso strattono la sua insopportabile lentezza.

Dovremmo fare un viaggio.

Una volta l’ho sognata adulta. Avrà avuto vent’anni.

Parlava al telefono con un’amica. I capelli raccolti in una treccia, un velo di lucidalabbra. Scarabocchiava distratta su un block-notes, mentre spettegolava ridacchiando. D’un tratto alzava lo sguardo e mi sorrideva.

Talora le parlo come si parla a una pianta grassa. Con pensieri che scivolano con l’impeto di una slavina. Oppure placida e sconnessa. 

In certe circostanze è la mia copertura: mi legittima a parlare da sola a voce alta anche tra la gente.

Non mi ruberà mai un vestito dall’armadio, un rossetto, il segreto per tenere saldo uno chignon con le forcine, per dorare il ciambellone al punto giusto.

Anche un’altra volta ho sognato Ludovica adulta.

Era nuda. Senza un pelo, senza un capello, senza ciglia o sopracciglia. Senza denti. Senza  unghie. E mi guardava quieta.

A volte vorrei camminare nel mare. L’acqua salata che graffia la gola e pesa sulla testa. Nessun suono. Il passo che affonda nella sabbia del fondale. E poi più niente.

Il vento fuma la sigaretta al posto mio, mentre sono affacciata al balcone. Ludovica compare sulla soglia con la sua fronte piatta come un osso di seppia. Lo sguardo storto e attento, della fuliggine sul naso. Non so dove si sia andata a infilare, come si sia sporcata. D’un tratto un’ape le si avvicina. Ludovica grida e gira su sé stessa. È un attimo. Poi è lei a rincorrere l’ape a bocca aperta, cercando di mangiarla, tra le mollette sparse a terra, l’odore di bucato e di basilico. Rido. Quando mi vede ridere, ride sempre pure lei. Si fida della mia risata e batte i piedi per terra con gridolini che soffoca premendosi le mani sulle gengive. Quelle mani sempre sporche, quella voce cruda. Ride tra i soffioni che si sfaldano nel vento. Diventa bella, un geranio di sole. Dovrei ridere di più.

Oggi la macchia è più larga. È enorme, gigantesca. 

Ho paura. Mi prende una sensazione disperata di dissolvenza.

Voglio mia nonna. Voglio mio marito. Non voglio morire, non da sola.

Mi si annebbia la vista. Mi viene da vomitare. Mi butto sul letto e mordo il cuscino. Piango con singhiozzi grossi da temporale.

Ludovica, a passi randagi, si arrampica sul materasso. Ha sangue rappreso sulla gamba. Si è fatta male e non me ne sono accorta. Mi guarda con sguardo saggio e ottuso.

D’un tratto si attacca al seno e succhia. Il contatto pelle a pelle mi calma. La carne nuda.

Sant’Antonio ci guarda con una clemenza inaudita dal comò, tra il disordine di spazzole, lozioni e creme antirughe.

La osservo succhiare la mia macchia maligna. È attaccata a questo seno senza più latte. E mentre si addormenta placida tra le mie braccia come mai prima d’ora, le racconto storie tenere e sfatte.
Mia figlia ha un odore pulito e sano, i suoi capelli sono lucidi e mi solleticano la pelle. Si raggomitola contro il mio corpo scarno. Lo riempie. Gli restituisce le forme, la femminilità, consistenza. Accolgo questo piccolo miracolo ateo, profano e ignorante che mi sta appena uscendo dalle cosce. Da una placenta vecchia e sbrindellata. Guardo la mia bambina che poppa bianca come un girino di luce, e mi calmo.

Nacque. Nasce. Ogni giorno.

Domani andrò dal fornaio.


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