perché scrivo, scrittura
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Scrivo per avvicinarmi al male

Perché scrivo?

di Francesca Violi.

Per rispondere alla domanda perché scrivo, credo di dover partire da: perché scrivo quello che scrivo? Cioè: perché scrivo storie venate di angoscia e violenza? Di recente, durante la presentazione del mio nuovo romanzo, mi è capitato di accennare con entusiasmo al meraviglioso “Ninna nanna”, di Leila Slimani, in cui una tata uccide i bambini che le sono stati affidati. Gelo in sala. Una signora, poi, mi ha chiesto, accorata (e, mi è parso, anche un po’ dispiaciuta per me): Ma perché ti interessano queste cose? Non è la prima volta che mi fanno una domanda del genere. Forse perché sono una donna, per di più una mamma, per di più bionda, e posso dare l’impressione di una persona “solare” (mi hanno detto), e rassicurante, alcuni si stupiscono che le storie che amo leggere e scrivere siano il contrario di rassicuranti e solari. Alla signora ho risposto più o meno che forse scrivere del male è un modo di avvicinarmi al male che c’è in noi umani, di esplorarlo, senza restarne danneggiata come succederebbe se lo facessi nella vita vera. E che è anche un modo di esorcizzare la paura del male – io infatti sono paurosissima. Ma non è tutto qui. 

Dice Walter Siti: perché la letteratura? Per la stessa ragione per cui si sogna. Cioè: proprio come i sogni ci permettono di entrare in contatto con quel che si agita nel profondo, la letteratura avrebbe il potere di permettere alla collettività di entrare in contatto con quello che, in modo inconsapevole o in modo volontario, ha represso o rimosso. E sebbene scrivere, a differenza di sognare, sia un processo cosciente e consapevole, anche per l’autore stesso la scrittura dovrebbe essere l’occasione di stare in ascolto di parole che ancora non conosce

Le considerazioni di Siti, su scrittura e sogno, mi hanno colpito al cuore, perché risuonano in modo quasi letterale con la mia esperienza. 

Scrivo proprio come faccio brutti sogni. È il mio modo per maneggiare le cose che mi colpiscono, che mi turbano, che mi angosciano, e di cui non so che fare. Il cane della mia vicina sparisce e dopo due settimane viene ritrovato affogato nel fiume che passa dietro casa nostra, con un blocco di cemento legato al collo. Chi è stato, perché l’ha fatto? Non si sa. Che senso ha che accada una cosa del genere? Il mio modo per venire a capo del fatto – di digerirlo, metabolizzarlo- è scriverne. O, per essere più precisa: trasformarlo in storia di finzione, perché è questo che scrivo, quasi esclusivamente (non ho mai avuto la tentazione della scrittura diaristica o autobiografica, ad esempio). 

Dunque, storie come brutti sogni. Non brutte storie, però, spero. Perché c’è una cosa che tutti sappiamo, sui sogni degli altri: ci annoiano a morte. 

Costruire una storia che funzioni, e che non sia disperatamente priva di interesse come il sogno che il collega logorroico davanti alla macchinetta del caffè insiste a raccontarci, è un processo che richiede consapevolezza, elaborazione, sforzo prolungato. Ciò non toglie, come dicevo sopra citando Siti, che ci sia nella scrittura (come in qualunque processo immaginativo e creativo) un elemento di scoperta: per me questa sensazione di scoperta è anche un piacere formidabile, soprattutto quando mi avventuro in una storia concepita da poco, che sto appena cominciando a esplorare. Un piacere che già da solo sarebbe una buona ragione per cui scrivere. 

Un altro piacere: la gioia infantile e l’autocompiacimento megalomane dei creatori di mondi. Mondi di finzione, ma pur sempre mondi. Rubo le parole che Chuck Lorre fa pronunciare a Sandy Kominsky (impersonato da Michael Douglas) nella serie “Il metodo Kominsky”. Sandy sta spiegando ai suoi giovani allievi in cosa consista davvero il lavoro dell’attore, ma secondo me il monologo si applica altrettanto – se non meglio-  al lavoro dell’autore. Dice Sandy: –Quando recita, l’attore fa Dio.- L’autore quando scrive, dico io, fa Dio. -Cosa fa Dio, infatti? Dio crea. Dio dice: “Ecco un mondo!” E bam! Quel mondo esiste. Dice: “Ecco la vita!” E bam di nuovo, accade la vita.  Dio dice: “Ecco la morte!” E bum, torna l’oscurità.”  

Un mondo che non esisteva, io l’ho creato, e adesso chiunque sappia leggere ci può entrare. 

Il che mi porta a un’altra ragione per cui scrivo, che ha a che fare con l’altro estremo del processo della scrittura, cioè: chi legge. Dicevo che per me scrivere coincide con scrivere storie di finzione. E qual è il primo obiettivo di una buona storia di finzione? Far sì che il lettore si dimentichi (o meglio, finga di dimenticarsi) che sta leggendo una storia di finzione. Una volontaria sospensione dell’incredulità. Sottolineo il volontaria: questo è un incantesimo che si fa in due, autore e lettore insieme. Se io fossi il personaggio di una storia il mio difetto fatale sarebbe lo scetticismo. Uno scettico non crede a niente, o non crede abbastanza; forse per questo la sospensione dell’incredulità mi appare come un oggetto tanto prezioso e desiderabile, e provo una profonda gratitudine verso quei lettori con cui l’incantesimo è riuscito. Naturalmente qualunque lode alle mie opere mi delizia, e sarò lusingata se mi confiderete che un mio romanzo vi ha fatto riflettere, o che ne avete apprezzato lo stile, i temi, il sistema simbolico. Ma: volete intortarmi? Ditemi che leggendo un mio romanzo avete sofferto e sperato coi miei personaggi, che avete avuto paura, che avete mancato la fermata del metrò, e sarò vostra. 

Ditemi, leggendo il romanzo che ho ambientato in un asilo nel bosco: “fortuna che mio figlio era a casa malato, in questi giorni, e non all’asilo!” (Non te l’ho mai confessato, Lavinia, ma conservo gelosamente quella email).

Venghino, siore e siori, venghino. Benvenuti nel mio mondo. Lasciate la vostra incredulità in guardaroba. E bam.

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