perché scrivo
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Scrivo perché sono venute a trovarmi le storie e ho capito di farne parte

di Barbara Fiorio

È iniziato tutto quando ero piccola: sono venute a trovarmi le storie e ho capito di farne parte. Le storie delle fiabe, dei fumetti, dei cartoni animati, dei film, dei dischi, quelle inventate da papà, quelle viste a teatro con la mamma (fin da quando andavo all’asilo).
Tutte le storie. Parlavano la mia lingua, erano vecchie amiche, ci capivamo. Di televisione, a casa, ce n’era una, era per i grandi e comunque dopo il Carosello dovevo andare a dormire (storie anche nel Carosello!). Però casa mia era piena di libri: mi venivano letti e presto, quando ho imparato a leggere, ho avuto anche io la mia libreria personale. Mi piaceva stare con gli altri, giocare, fare sport, andare a scuola, certo, però le storie, eh, quelle erano il rifugio, la ricarica, il mio spazio personale. Erano porte che mi conducevano in altri mondi, e non c’erano confini.

Scriverne è stato immediato e naturale, ho cominciato a farlo dal primo momento in cui ho imparato a usare l’alfabeto e la penna. Scrivevo storie per i miei burattini, che poi mettevo in scena davanti alla mia cuginetta o qualche amica fidata. Scrivevo fiabe su un quadernino blu su cui avevo anche messo l’indice e il numero alle pagine, e precisato che quello era, intanto, il Volume 1. Inventavo storie continuamente, e continuamente ne leggevo: era un mondo mio dove stavo bene.

Ho avuto una famiglia di grandi viaggiatori. Mio padre, mia madre e mia zia hanno girato il mondo, ognuno a proprio modo, tutti, tanto e spesso. Io no. Ho viaggiato anche io, certo, ma mai come loro, mai con il loro spirito di avventura e la loro curiosità, la loro voglia di esplorare e di immergersi nelle giungle, nei suq, nelle favelas, nei templi indù o nei deserti. I miei amici mi prendono in giro, per questo. Ma come, con una famiglia di grandi viaggiatori, com’è possibile che tu sia così statica, così radicata, così poco avventurosa? Me lo sono chiesta anche io, a lungo. Eppure ho sempre avuto la sensazione di aver viaggiato quanto i miei famigliari, a volte anche di più. Ho sentito, e ricordo benissimo, l’umidità delle foreste pluviali, il freddo di una notte nel Sahara e l’odore delle salsicce affumicate a Rio de Janeiro, ho visto i colori di un tramonto africano e mangiato formiche come un indigeno della Malesia (e non mi sono affatto piaciute).
Immedesimazione, dicono. Empatia. Immaginazione. Metodo Stanislavskij e fisiologia delle emozioni. Visualizzazione. È tutto codificato, è tutto studiabile, analizzabile, replicabile. Oppure funziona, semplicemente, così. Che lo fai senza dargli una definizione, lo fai e basta, non sapresti farlo in altro modo.

Ho sempre letto tanto e di tutto. Ho anche dimenticato tanto, ma lo sento tutto sottopelle. Mi sono nutrita di fiabe, di libri d’avventura, dei grandi classici antichi (grazie Liceo Classico!), di tragedie e commedie, di narrativa fantastica, di letteratura italiana e straniera, di russi, di inglesi, di americani e tutti gli altri, c’è chi mi ha conquistato e chi no, e i miei gusti, come le mie aspettative, li ho formati in anni da lettrice onnivora.
Per me è inevitabile parlare di lettura se mi si chiede perché scrivo, sono due elementi avvinghiati tra loro, impastati in un’unica risposta. Si può essere dei grandi lettori anche senza saper scrivere narrativa? Ovviamente sì.
Si può scrivere senza essere dei grandi lettori? Secondo me, no. Se le storie non hanno fatto parte di te da sempre e in modo naturale, è difficile che ti appartengano. Quindi manipolerai sempre qualcosa che non è tuo, e questo si percepirà.

All’inizio scrivevo solo fiabe perché non osavo scrivere altro: c’erano troppe storie belle, perfette, importanti, potevo giusto sguazzare nel fantastico dove non davo fastidio a nessuno. Poi, quando le fiabe non mi sono più bastate, ho smesso di scrivere. Ho smesso per vent’anni. Continuavo a leggere tantissimo, ma non inventavo più storie mie.
Non capivo chi ero, cosa ero. Il mio modo di vedere e raccontare il mondo era diverso dagli altri, non mi sentivo abbastanza seria, colta, intellettuale, letteraria. Tutti mi sembravano migliori di me.

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Eppure, da ragazza alcuni autori mi avevano fatto sentire libera.
Ricordo bene le sensazioni che ho provato con alcuni libri che, in qualche modo, mi stavano dicendo “Guarda che si può fare, ti puoi divertire da matti, puoi giocare, puoi inventare, puoi far sorridere nella tragedia, puoi raccontare storie stupefacenti senza sentirti inadeguata per questo”.
Il primo è stato Lewis Carroll: a diciassette anni ho letto Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio, l’ho letto in una notte, fermandomi continuamente per le risate, incantata dal non-sense e da tutto quel mondo. Subito dopo è arrivato Michael Ende con La storia infinita. Ero ancora nel mondo delle fiabe, ma stavo scoprendo che anche quel mondo poteva avere dignità di maiuscola nella Letteratura.
A quel punto è passato Gianni Rodari con la sua Grammatica della fantasia. Mi sono scusata con lui per non averlo considerato prima. Eppure non mi avevano infuso abbastanza coraggio da osare di più, di mio.
Nel tempo sono passati a dirmelo anche Michail Bulgakov con Il maestro e Margherita, Mark Twain con i suoi racconti comici, il primo Stefano Benni, un paio di Tonino Benacquista e poi Stanley Elkin con il suo Magic Kingdom, alcuni Christopher Moore, tutto Terry Pratchett fino a Fredrik Backman. Ho letto infinitamente di più, ma in quei romanzi lì, in quegli autori lì, io ho trovato pezzi di me.

Loro mi hanno dato il permesso di divertirmi a scrivere, e di non pormi dei limiti. L’importante, l’unica cosa davvero importante, era, è sempre stata ed è la storia. Se c’è, se funziona, va scritta. Se esiste, bisogna darle le parole giuste perché abbia una sua forma e, così, liberarla.
E lì dentro, quando sono nella storia che sto scrivendo, lei è tutto e io sono tutto. Sono la regista e l’attrice, sono la scenografa e la coreografa, sono la musica, le luci e il servo di scena. Sono libera di alzare il sipario, di ballare e cantare ma anche di sedermi in platea e osservare, sono libera di creare un personaggio e di dissolverlo se capisco che alla storia non serve. Siamo io e lei, insieme, che creiamo un mondo come piace a noi. Quale realtà potrebbe offrirmi altrettanto?

Perché scrivo, mi chiedete.
Perché quando ero piccola sono venute a trovarmi le storie e ho capito di farne parte.
Perché mi viene istintivo, perché mi sento a casa, perché quando scrivo scopro il mio punto di vista su qualcosa, perché mi spiego meglio agli altri, perché dipano e placo quel groviglio che a volte mi ronza in testa, perché viaggio così, perché faccio andare le cose come voglio io, perché faccio giustizia. Perché quando scrivo sto bene, e sono libera.

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