La verità, vi prego per @Sadie: se la realtà è un caos la narrazione deve domarla

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la verità vi prego

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per @Sadie Lancaster e il primo capitolo del suo "Blue".
MILES-FROM-BASQUIAT
Chi è @Sadie Lancaster:
Sadie Lancaster avrebbe voluto vivere intorno agli anni Settanta, preferibilmente a 
Parigi, ma giacché non è mai andata troppo d'accordo con la vita, sembra questa le abbia 
riservato ben più lontane prospettive. Si è arresa all'idea di trascorrere le sue giornate 
insediata da forme di tecnologia evidentemente più intelligenti di lei, imparando ad amare 
il cuore pulsante del suo respiro, Napoli. Crede nella pace nel mondo e nei fiorellini tra 
i capelli, nella capacità curativa della musica e nell'importanza viscerale delle parole. 
Non ha mai nutrito forte simpatia verso le scelte altrui e, visto che per il nome 
all'anagrafe non c'era più molto da fare, ha deciso da sé quello di firma.

Cara @Sadie,

la Nora del tuo romanzo suscita grande tenerezza, perché è capace di far venire fuori diversi aspetti di quell’età magica per cui ogni cosa non è mai solo se stessa, ma sempre la piccola parte di un insieme che sembra grandissimo, complicato e inarrivabile. Mentre si vive quell’età non si ha granché idea di quello che si sta facendo, si passa per lo più il tempo a rimpinzarsi d’informazioni, innamorarsi e sentirsi soli. È dunque logico che le sfere d’interesse siano tantissime e che tutto sembri fondamentale.
Nora, però, non è una persona reale ma un personaggio narrativo: quindi, deve fare delle scelte.

Quello che distingue la verità dalla verosimiglianza (la vita reale dalla narrazione) è la selezione. Per raccontare la storia della tua Nora c’è bisogno che ti chieda esattamente cosa t’interessa dire, cosa vuoi che il lettore sappia di lei (e di se stesso) una volta chiuso il romanzo. Quando l’hai capito, c’è bisogno che tu inserisca nella tua storia gli elementi funzionali a comunicare quell’unico messaggio, quell’unica “idea”, e che faccia a meno degli altri.

So che alcune cose, soprattutto se divertenti o emblematiche di una generazione, soprattutto se molto vicine a sé (le passioni), soprattutto se ti sembreranno inserite nella trama senza eccessive forzature, sono difficili da eliminare. Può essere un’operazione dolorosa, ma è necessario che tu ti sforzi di compierla, se vuoi che la storia che stai raccontando diventi importante anche per qualcun altro.

Il lettore potrebbe rimanere incuriosito dalla tua prefazione, scritta a suon di citazioni musicali, grazie alla divertente e surreale assegnazione di preferenze jazz ai pianeti della galassia:

“La matrice dell’Universo conosciuto era il jazz. Ogni Pianeta possedeva la sua esclusiva melodia. Mentre When You’re Smiling non avrebbe potuto che stimolare Venere, attraverso la voce panciuta di Louis Armstrong, Giove pulsava di una nostalgia d’altri tempi al ritmo del sinuoso pianoforte di Bill Evans con Portrait in Jazz, rimanendo fermo negli anni Cinquanta, senza che si riuscisse a comprenderne il perché. […]”

e potresti addirittura trovarlo ben disposto.
Ma il suo problema non sarà tanto lo sforzo di memoria per riuscire a tenere a mente quello che dici, e al contempo non distrarsi, non perdere il filo. Il suo problema sarà capire dove deve arrivare. Cosa deve farsene delle cose che metti in campo, come deve leggerle.

Nel primo capitolo le citazioni sono molte di meno della prefazione, ma, in compenso, c’è tutta una serie di argomenti che si presentano “in blocchi” e che valgono come il momento di o le considerazioni su:

  1. presentazione dell’amicizia
  2. incontri culturali
  3. musica
  4. innamoramento
  5. tecnologia
  6. vita di Betta
  7. descrizione Riccardo
  8. descrizione Betta
  9. attività fisica
  10. sigaretta
  11. insoddisfazione voce narrante
  12. descrizione ambiente
  13. lo zen (e la musica)
  14. la solitudine (e la musica)

Una narrazione non va avanti per accumulo, non si costruisce trovando lo spazio per declinare tutte le cose che hai in mente, che trovi interessanti, sulle quali vorresti dire la tua. La si fa chiarendosi le idee su cosa è davvero importante raccontare e poi passare il resto del tempo a capire come dire quell’unica cosa lì. E questo perché nessuno possa mai dire di quello che hai scritto che si tratta di un resoconto, invece che di una storia. Come, invece, fa proprio Nora, alla fine del capitolo:

“Grazie a questo resoconto, forse, risulta più chiaro perché credessi di non essere pronta ad avere rapporti sociali che non prevedessero Betta.”

Un caro saluto,
Francesca de Lena

Blue

Betta era seduta alla scrivania del suo ufficio e fissava con cipiglio il desktop scuro che continuava a non accennare segni di vita. Non era stata una giornata granché felice per lei, ma del resto neanche per me. Fu quella la ragione che mi spinse ad andare a trovarla al lavoro, quella e l’ardente bisogno di un caffè con la mia migliore amica.
«Non è che se continui a guardarlo si anima all’improvviso, eh», le dissi, mentre le avvicinavo il caffè alla tastiera suggerendole di berlo.
«No, lo so», rispose in un sospiro.
Osservò per un po’ le nuvole di fumo che con prepotenza danzavano via dalla tazzina, librandosi nell’aria e giocando con la luce al neon della lampada grigia accanto al laptop.
«Tu come stai, stella?», continuò.
«Io sto così».
Feci spallucce e mi raddrizzai sulla sedia, distolsi lo sguardo dal suo e lo concentrai sulla scrivania; la serie di fascicoli che invadevano il tavolo rendevano difficile distinguere il suo colore originale dal resto. Sembrava quasi quegli strani grafici imbrattati col carboncino volessero assicurarsi il dominio sui pensieri di Betta, colonizzando tutto quello che l’era a un tiro di schioppo.
Quel che, invece, affliggeva me non aveva nulla a che vedere con la sonnolenza momentanea di un computer iper-tecnologico, tutt’al più la mia era una tacita disperazione per la perdita dell’amour, o meglio di quello che credevo fosse, e sarebbe rimasto di lì a tutta la mia vita, il mio amour.
Emanuele, ventisei anni. L’avevo conosciuto alla presentazione del nuovo libro di Diego De Silva, Mancarsi. Era qualche fila più avanti rispetto a me e, mentre il relatore parlava dell’amore e della sua mancanza, mi lanciava languidi sguardi con i suoi occhi verde prato. Non appena finì la presentazione, mi si avvicinò con fare discreto e allungò la mano destra.
«Emanuele, piacere».
Io rimasi zitta, immobile per qualche secondo, prima di stringergli la mano e presentarmi a mia volta. Fu in quel preciso momento che la miccia capace di far scoppiettare furiosamente il mio cuore si accese e fu esattamente quello il modo in cui il nostro idillio amoroso cominciò, con una presentazione a una presentazione.
Inizialmente ci incontrammo per puri scambi culturali, ci consigliammo libri, andammo a teatro, alle mostre, ai concerti. Una volta lo portai perfino a sentire un gruppo emergente, i Martini con Oliva. Facevano musica alla Norah Jones con questa ragazzetta tanto carina, che mentre cantava creava splendidi vortici geometrici con le mani a tempo di musica, ricordando vagamente Edith Piaf.
Quando lo incontrai, la mia passione per i gruppi emergenti era già consolidata da tempo. Gli spiegai che mi sentivo quasi vincolata moralmente ad ascoltarli, perché bisognava sostenere i giovani di talento, ci tenni pure a precisare che chiaramente era necessario fossero realmente talentuosi affinché me ne appassionassi. Emanuele sembrò apprezzare e mi disse che i Martini Con Oliva gli piacquero, anche se non volle più accompagnarmi ad altri concerti scova-talenti, la qual cosa aveva destato in me qualche sospetto, soprattutto riguardo il suo concetto di: “Veramente bravi, bella questa cosa che cerchi sempre di conoscere gruppi nuovi, mi sembra bizzarra, nel senso di carina”, ma tentai di non badarci troppo.
Stemmo assieme per sette mesi, noi due. Effettivamente, fu prematuro da parte mia considerare quel breve tempo come un valido passaporto per decidere che lui sarebbe diventato l’amour della mia vita. Malgrado ciò, rimasi piuttosto basita quando una mattina di settembre, Manu mi portò la colazione a letto (come suo solito), mi diede un bacio sulla fronte (come suo solito) e si sincerò, con premura eccessiva, che non mi lasciassi sfuggire quel che aveva nascosto sotto il cornetto alla marmellata, mentre, con altrettanta premura, si defilava tanto frettolosamente da uscire dalla porta d’ingresso con una manica del cappotto ancora penzolante lungo la schiena.

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