Gli «e poi» di Andrea e come si costruisce una narrazione

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il mestiere di leggere / personale

Da circa un mese Andrea ha cominciato a dire: «E poi».
Prima ripeteva a pappagallo quando lo dicevo io.
Quando dovevamo cambiare il pannolino, per esempio, e lui non voleva, e allora io dicevo:

«Prima mamma ti cambia il pannolino, e poi torni a giocare». E lui sintetizzava: «eppoi gioto».

Oppure, quando aveva fame ed eravamo ancora in macchina a cercare parcheggio, e gli dicevo:

«Prima posiamo la macchina, e poi andiamo subito a fare la pappa». E lui: «eppoi pappa».

Dopo c’è stato il momento di «Mammaeppoi» detto come un’invocazione, una specie di formula magica per significare “voglio che succeda questo”, “voglio fare quest’altro”.
Adesso lo dice per conto suo. Sono diventate due parole con un vero e proprio significato.

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Per esempio quando sa che deve passare ancora qualche giorno, deve arrivare il fine settimana, prima di poter vedere la sua cuginetta: «Eppoi viene Giordana».
Oppure quando c’incamminiamo per il solito percorso, e ci fermiamo al supermercato a comprare il pane, e lui sa che dopo andremo anche al parco: «Eppoi sullo ccivolo».

Insomma Andrea sa, ha capito, che nello sviluppo della sua giornata, della sua vita, ogni cosa viene dopo un’altra. E che c’è un nesso consequenziale a tenerle insieme. (Per vedere Giordana bisogna aspettare il week end, perché prima c’è la scuola. Per arrivare dai nonni materni bisogna mettersi in viaggio, eppoi siamo arrivati).

L’e poi è lo stesso meccanismo che siamo tenuti a seguire per costruire le storie. Un romanzo, un racconto, prendono il via da un punto qualsiasi, un punto estemporaneo, in cui la vita dei protagonisti probabilmente è già cominciata  da un pezzo, ma che però diventa l’inizio di quella vita che nella storia noi vogliamo creare, sviluppare, e concludere.

Sviluppare una narrazione significa dare vita a un insieme concatenato in cui ogni azione, fatto ed evento non possono che essere tenuti insieme dalla dinamica di causa e effetto che forma la storia: il protagonista prima fa x. E poi, dopo x, fa y. Prima gli succede x. E poi, dopo x, gli succede y.

Per questo non sono ammesse pagine intermedie come quelle che ho letto in un manoscritto giorni fa e che cominciano così:

  • Qualche giorno dopo verso le undici di sera suonò il cellulare.”
  • Una sera Giorgio telefonò a Lucio.”
  • Una sera mentre Lucio stava mangiando le linguine allo scoglio della signora Maria, bevendo gewurztraminer e guardando “A proposito di Henry” squillò il telefono.”
  • Una sera Franco telefonò a Lucio.”
  • Passavano i mesi e ogni mattina Lucio si svegliava sempre più stanco”
  • Una mattina di pioggia Lucio andò a trovare sua figlia.”

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Per intenderci: “Era una notte buia e tempestosa” può essere l’incipit del primo capitolo, non del secondo o del quinto e men che meno di un capoverso.
Il lettore può non sapere cosa sia successo prima di quella notte. Ma deve assolutamente sapere cosa succederà poi. E dopo non potrà che succedere una cosa collegata al buio e alla tempesta.
Se invece dovesse succedere un’altra cosa, una cosa come: “Qualche giorno dopo era una bella mattina di sole”, tutto il buio e la tempesta iniziali non sarebbero serviti a niente. Sarebbero da buttare via. A meno che quella bella mattina di sole non sia strettamente collegata alla notte buia: sia la sua diretta conseguenza, un evento inevitabile viste come sono andate le cose.
Allora non leggeremmo “Qualche giorno dopo era una bella mattina di sole”, ma “E poi la tempesta andò via e ci fu una bella mattina di sole”.
Proprio come quando io dico ad Andrea: «Adesso mamma ti cambia il pannolino» e lui sa che dopo quel cambio, e solo dopo quel cambio, sarà libero di tornare a giocare.
Perché la nostra giornata e le nostre storie non sono fatte di questo e quello e quell’altro, ma di questo e poi quello e poi quell’altro ancora.

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