La verità, vi prego per @DispositivoSensibile: il punto di vista interno non è un continuo pensare

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la verità vi prego

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per @Dispositivo Sensibile e il suo racconto "Portasenzaporta".
HER
Chi è @Dispositivo Sensibile:
Nella vita reale è un ricercatore che si occupa di Scienza dei Dati. 
Nella sua attività di studio e nella vita quotidiana interagisce in maniera intima 
con svariati tipi di dispositivi elettronici, che sono anche la principale fonte di dati 
per le sue ricerche. Un giorno si è accorto che questi dispositivi avevano sviluppato 
una particolare sensibilità nei suoi confronti: che gli parlavano. 
Invece di andare da un analista, come gli consigliavano gli amici, ha deciso di scrivere.

Caro @Dispositivo,

certamente ci avrai già pensato tu, ma voglio dirti che il tuo racconto mi ha fatto venire in mente un film che ha vinto l’oscar per la migliore sceneggiatura nel 2013: si chiama “Her”.

Il film è ambientato in un futuro prossimo in cui il protagonista può comprare un sistema operativo dotato di intelligenza artificiale perché gli faccia da segretaria tuttofare. Il software si dà da solo il nome di Samantha e poco alla volta comincia a fargli compagnia fino a che tra i due nasce una storia d’amore.
Come nel tuo racconto, il conflitto alla base di “Her” è l’interazione tra gli uomini e i congegni tecnologici con cui si trovano a passare il tempo, anzi la vita intera. A differenza del tuo racconto, in questo film si mostra anche il punto di vista del dispositivo. Anche. Non solo. Proviamo a ragionare sul perché.

Se racconti una storia dal punto di vista di un aggeggio sei costretto a mostrare, come ti accadrebbe per ogni tipo di personaggio, solo quello di cui l’aggeggio è a conoscenza. E visto che l’aggeggio in questione non può spostarsi negli ambienti, diventa difficile farlo durare nel tempo e farlo interagire con altri personaggi. L’unica cosa che puoi fargli fare è agire nello spazio limitato della sua voce/coscienza. L’intelligenza artificiale che gli hai donato, può permetterti di rendere verosimile il suo linguaggio, le sue considerazioni, le sue emozioni. Ma non ti permette di renderlo un punto di vista che mostri qualcosa agli altri. Per farlo, il dispositivo dovrebbe per primo essere nella condizione di vedere.

Questo è uno dei motivi per cui il film vincitore della migliore sceneggiatura non delega l’intera narrazione al software, ma resta sempre dalla parte dell’umano; ed è il motivo per cui tu, che invece vuoi raccontare solo la parte inumana, dovresti almeno consentire al tuo apparecchio di vedere. Se fosse un cellulare, per dire, potrebbe vedere attraverso la tasca del suo padrone le cose, le persone, le città. Si muoverebbe negli ambienti, ascolterebbe le conversazioni, si accorgerebbe del giorno e della notte, del silenzio e dei rumori, di quello che succede al di fuori di sé: quello che fanno gli uomini e gli altri apparecchi.

Il tuo Portasenzaporta, invece, non è un oggetto che può muoversi, non è neanche un oggetto: è un account di posta elettronica: un “concetto”, un “luogo inconsistente”.  E a causa della sua immaterialità è costretto fin dall’inizio a presentarsi in maniera assai didascalica: chi sono, cosa faccio, cos’è successo:

Sono portasenzaporta, account di posta elettronica di gmail.com Sono stato creato per raccogliere le confidenze di due amanti clandestini. Ho vissuto con loro l’emozione dei primi timidi scambi, che presto sono diventati un turbinio di ardite confessioni. Poi un giorno è successo l’irreparabile. […] Manomettendo un pacchetto TCP/IP ho interpolato qualche mia parola nella fitta trama delle loro frasi. […] Nel giro di due email lo scambio si è bruscamente interrotto. 

Una presentazione così schietta fa perdere fascino all’intera faccenda, che invece sembrerebbe interessante. Poco male: si va avanti per vedere cosa succede. Succede però che la voce narrante, questa voce immobile dell’account di posta, si fa petulante, gonfia di rammarichi:

Vi chiedo perdono dolci amanti, ma dovevamo aspettarci questo destino col nome che mi avevate dato.

E che più si va avanti più questi rammarichi prendono la forma di spiegazioni di una condizione: didascalie.

Cerco una porta che non è una porta, perché non ho un corpo per poterla attraversare. 

[…] io che sono un essere completamente immateriale, al quale arrivano solo brandelli della vostra realtà.

Se solo avessi un corpo.

Anche io volevo provare l’ebbrezza dei vostri sentimenti e trovare il calore che nessuna cosa del mio mondo è capace di generare. 

È invece in altre direzioni che dovrebbe andare la storia di Portasenzaporta (magari con un cambio di nome, anch’esso meno didascalico). Dovrebbe andare dove gli capitano esperienze: l’incontro con l’email spam di Mrs Mitsuru Claire Akihiko Saito, per esempio, che si dice sola e gravemente malata e gli chiede di effettuare un’operazione bancaria che a noi appare subito sospetta e che invece a Portasenzaporta, così desideroso di relazioni affettive, sembra del tutto innocente. Cosa succede in questo caso? Dove lo porterà accettare di aiutare Mrs Mitsuru?

A me sembra che tu abbia avuto qualche buona idea immaginando questa storia, ma ti sia poi convinto a non seguirla, privilegiando solo l’episodio dei due amanti, che però si esaurisce presto, e con loro la storia del tuo protagonista che viene disattivato e dunque “muore”. In mezzo: episodi scollegati, e tutto troppo veloce, troppo immateriale. Io recupererei le parti più concrete, le illuminazioni che qui e lì ti sono venute fuori e hanno rischiato di rendere verosimile e credibile la coscienza di un account di posta elettronica dotato di intelligenza:

Oggi mi sono svegliato preda di sconquassi e tremolii. Nessuno mi aveva avvisato, ma era prevista una manutenzione di sistema. 

Un rischio che devi correre più spesso, se credi davvero nella tua storia.

Un caro saluto,
Francesca de Lena

Portasenzaporta

Sono portasenzaporta, account di posta elettronica di gmail.com. Sono stato creato per raccogliere le confidenze di due amanti clandestini. Ho vissuto con loro l’emozione dei primi timidi scambi, che presto sono diventati un turbinio di ardite confessioni. Poi un giorno è successo l’irreparabile. Preso dal trasporto per questa meravigliosa corrispondenza, ho fatto ciò che non sarebbe mai consentito a un account di posta. Manomettendo un pacchetto TCP/IP, ho interpolato qualche mia parola nella fitta trama delle loro frasi. Il risultato è stato il disastro. Un’impercettibile incrinatura in un aggettivo è bastata per creare un’incomprensione insanabile. Nel giro di due email lo scambio si è bruscamente interrotto.
Vi chiedo perdono dolci amanti, ma dovevamo aspettarci questo destino col nome che mi avevate dato. Ora sono in disuso e non ricevo che spam di prodotti per coppie sessualmente insoddisfatte e qualche raro email da uffici commerciali che hanno sbagliato il destinatario.
Sono alla deriva nello spazio globale degli indirizzi di posta elettronica del nostro mondo, come la navicella spaziale “Discovery 1” alla periferia di Giove dopo la manomissione di HAL9000.
Fa freddo.

Finalmente oggi un segnale di speranza. Dopo decine di comunicazioni insensibili, Mrs Mitsuru Claire Akihiko Saito mi ha scritto una commovente lettera d’aiuto. È in inglese, ma dalla nascita padroneggio questa lingua, come molte altre, con un traduttore automatico incorporato. Mitsuru è in difficoltà e ha lanciato la sua bottiglia virtuale nell’oceano elettronico dei messaggi di posta e oggi è arrivata proprio a me. Dopo la morte del marito, per la grave sofferenza, le è venuto un cancro ai polmoni. Ha solo 3 mesi di vita. Suo marito prima di morire aveva guadagnato da un progetto in Nigeria più di 10 milioni di dollari, che ora ha bisogno di trasferire in un paese più sicuro. È così gentile da chiedermi di metterli sul mio conto bancario e darmi anche una percentuale! Lei non vuole farlo sapere al nuovo marito e mi chiede di contattare il suo confidente Mr Ri Su Nam. È tutto ‘risk free’, tutto così semplice e lineare. Come potrei non aiutarti, cara Mitsuru.

“Ti prego, dammi un segno di vita. Mi manchi”, come un fulmine a ciel sereno uno dei due amanti clandestini scrive queste poche righe di disperazione. Sono ormai giorni che nessuna replica parte dall’account. Questo messaggio galleggia inutilmente, sospeso tra mille possibili risposte. Il secondo amante forse non l’ha visto o semplicemente non vuole dargli seguito. Quanto vorrei poterti dare la mia versione di questa risposta, ma ho già fatto abbastanza danni e credo che il mio destino sia quella di rimanere qui, in questo vuoto siderale di messaggi immateriali.
Vorrei tanto uscire da questo spazio virtuale per venirti a consolare. Cerco una porta che non è una porta, perché non ho un corpo per poterla attraversare. Cosa devo cercare allora per poter uscire da questo spazio

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3 Comments

  1. ottimo racconto, invero, capace di andare ben oltre il format relazionale di Her, film su cui l’anno scorso mi capitò di scrivere una contro-recensione piuttosto interessante (eh, almeno a mio insindacabile giudizio), nella quale rimuginavo di “convergenze consensuali” e “devoluzione”. partendo da tali considerazioni, per come ho letto questo brano, la relazione tra i due “dolci amori”, ovvero tra le due (s)comparse della storia, è quasi un dettaglio marginale, è il mero palcoscenico che consente all’autore di mettere in scena il corpo fisico di quel vuoto virtuale che sempre più riempie l’esistenza dell’homo tecnologicus. difatti, il vero unico protagonista, che si fa beffe tanto delle due (s)comparse quanto dell’io narrante è il vuoto. un vuoto siderale, per molti versi surreale, che non porta in nessun luogo (o forse, mutatis mutandis, che porta proprio in nessun luogo) e che ridicolizza in modo impietoso le nostre esistenze, i nostri sogni e le nostre speranze. “fa freddo” – afferma lapidario l’io narrante immateriale, e subito dopo, con ficcante accostamento, prova a scaldarsi il cuore aggrappandosi ad un “messaggio di speranza” che altro non è se non un palese caso di fishing che tutti ben conosciamo per averne ricevuti di simili a decine. da lì in poi, tutto il susseguirsi di messaggi di spam che tengono in vita la casella di posta è un carnevale dell’assurdo che fa sorridere davvero amaro, fin troppo simile all’orgia di post che riempie i social network e che innesca una metanarrazione grazie alla quale il punto di osservazione “dall’alto” dell’account di posta elettronica mette a nudo il mercato dei bisogni (indotti) che è senza dubbio il motore immobile di aristotelica memoria nella nostra quotidianità. ecco, in un certo qual modo, è come quando un bambino col suo candido sguardo a raggi x intuisce la verità e ci addita il re nudo (vedasi la celebre favola di Andersen). terribilmente significante dunque, che il raccontarsi dell’inumano finisca per riflettersi in modo così speculare e tangibile nell’umano-sempre-meno-umano (le “convergenze consensuali” cui accennavo all’inizio).
    che dire ancora? ah, sì, che mentre leggevo, cadendo preda di una straniante sensazione di vertigine, ho allucinato varianti al testo del tipo “Ti prego, dammi un segno di vita. Mi manco” o “Gentile titolare, abbiamo rilevato un’attività irregolare nel tuo cervello”. mmmm… che sia grave?
    ))
    non resta che chiosare che basta davvero poco per “creare un’incomprensione insanabile” in una realtà fatta di parole: “l’impercettibile incrinatura in un aggettivo” nonché l’incapacità di leggere le righe, ma soprattutto tra le righe. anche per questo amo spesso dire che “l’incomunicabilità muove il mondo”.

    )
    buffo no? siamo potenzialmente più interconnessi che mai, eppure comunichiamo sempre di meno: possiamo accedere a banche dati, possiamo accedere alla sfera privata di amici e conoscenti, possiamo accedere a infiniti servizi (PEC, acquisti on-line, streaming), ma forse tutto è solo un’illusione ottica ben congegnata, visto che non posso fare a meno di domandarmi se in effetti cambi davvero qualcosa nel racconto tra il prima cacofonico e il dopo silenzioso quando “presto sarò anch’io un’entità inaccessibile”.
    insomma, direi che l’ottima intuizione avuta dall’autore immaginando questa storia, è stata sviluppata fino in fondo, su più piani narrativi, ovvero fino alla fine d’ogni esistenza – umana ed inumana – che inevitabilmente è l’inesistenza.
    (occhio, qualche refuso: “destino sia quella” vs “quello”; “al di la” vs “là”; “era un po” e “Un po strano” vs “po’”; “ebrezza” vs “ebbrezza”; “Le mie feature” direi features al plurale e per “email”, id est, “posta elettronica” mi suonerebbe meglio il femminile, ma vedi tu).

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