La verità, vi prego – “L’attesa”

Ecco il primo capitolo del romanzo “L’attesa” di Federica Sazzini che ha partecipato alla rubrica la verità, vi prego.
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L’attesa

La pazienza non ricadeva di certo tra le virtù di Costanza.O meglio, era paziente per cose che avrebbero fatto infuriare donne ben più mansuete di lei, ma la pazienza, quella che riesce a rimettere in pace un cuore agitato, ecco, quella non l’aveva. In attesa nella sala di un consultorio di quartiere, spostava il peso ritmicamente da un lato all’altro, come a voler seguire la lancetta dell’orologio all’ingresso. La situazione sfiorava il ridicolo. A meno di due anni da quando si era sposata, di nascosto da un marito amoroso e desideroso di diventare presto padre, eccola lì,alle dodici e diciassette di un giovedì mattina in coda per avere una dannata prescrizione. Un piccolo foglio, con grafia poco leg-
gibile, da ficcare lesto nel portafoglio e mostrare poi al farmacista strabico due incroci più avanti. “Le serve altro?”, “No, basta così,grazie”, ed in meno di trenta secondi le sue dita avrebbero afferrato una piccola scatola. Ma prima ancora c’era da affrontare i commenti della ginecologa. Già si immaginava al momento della prescrizione il suo sguardo perplesso per la fede ancora luccicante. Le avrebbe pure dovuto spiegare come e quando prendere la pillola anticoncezionale. E quello sarebbe stato imbarazzante, perché, a trent’anni suonati non aveva alcuna idea di come funzionasse. Mai usata,aveva sempre lasciato l’onere delle precauzioni alla parte più interessata al rapporto. Oddio, non che a lei non piacesse, anzi,spesso si stupiva delle proprie disinibizioni, ma, tutto sommato,passati i sei mesi canonici dell’innamoramento il rapporto settimanale diventava routinario come il bacio al mattino o le coccole sul divano. E quindi era giusto che a preoccuparsi delle eventuali conseguenze fosse chi ancora lo faceva per autentica libido.

Riusciva quasi a immaginarsi le parole della dottoressa: «Se mi posso permettere, perché non considera metodi alternativi di contraccezione? Se non sbaglio è sposata da poco, così impara quando sono i suoi giorni fertili e le sarà utile per quando cercherete un bambino». Ed il punto era proprio questo. Un bambino, una creatura vi-
vente completamente dipendente da lei, da attaccarsi al seno, da accudire giorno e notte. Non era pronta per una cosa del genere. «Numero diciassette!». «Diciassette, quindi sta a me solo fra due. Ma che me l’ha dato a fare l’appuntamento alle dodici se poi come minimo mi farà stare qui seduta un’ora?». Ciò che più inquietava Costanza lì nel consultorio era la presenza di donne incinte. C’era la srilankese con marito al fianco,sicuramente il primo figlio, c’era la ragazza bionda e un po’ isterica che al telefono rimproverava il malcapitato futuro padre di averla lasciata sola, e poi c’era la categoria che più di tutte la indisponeva: le donne radiose. Neanche due giorni prima si era sorpresa a sentire il marito affermare, a cavallo tra lo stucchevole ed il mistico, che le donne incinte acquistavano una certa “luce”. Lei di sicuro una certa “luce” negli occhi l’avrebbe avuta, di sano e giustificato terrore. Anche se, a dirla tutta, in questa assurda situazione si era infilata da sola, aveva fatto tutto con le sue mani, ma, a guardarsi indietro, le sembrava di vedere i suoi polsi attaccati a dei fili, come una marionetta. Trent’anni, tre decenni, tre corse ognuna su un cavallo diverso. Dei primi dieci, come è naturale, i ricordi iniziavano ad addensarsi verso i cinque anni, per poi diventare nitidi e palpabili con l’inizio della scuola e la scoperta della scrittura. Come molte bambine belle e figlie uniche aveva smodatamente goduto delle attenzioni del suo clan familiare e della relativa serenità che per un breve lasso di tempo abitò con loro. Nei suoi ricordi è come se ad un certo momento fossero ini-
ziate a comparire delle macchie, delle assenze strane, dei silenzi turbati. Non un litigio, non uno scoppio d’ira, ma la strisciante presenza di una disgrazia imminente.A ripensarci ora poteva vedere la vecchia signora seduta al lo-
ro tavolo per tutti quegli anni mangiare alla sinistra di suo padre,allungare il braccio per mettersi comoda sul divano. A differenza di Costanza, la morte ha una pazienza sconfinata e gode nel vedere come le vite non vengano solo bruscamente spezzate da lei,ma anche a poco a poco sfilacciate.Con un piccolo sforzo di immaginazione se la poteva vederedavanti, tutta vestita di nero e con la falce, scoprire una alla volta le carte di un solitario distese sul tavolo da fumo, accanto a lei intenta a disegnare i ricordi della gita al mare.Piano piano, da discreta e silenziosa, la presenza della vecchia signora diventò chiara e manifesta a tutti, nessuno escluso. Stanca del sereno, aveva deciso di iniziare a divertirsi un po’ e dare uno scossone alle loro esistenze. Ma una bambina dotata di fervida immaginazione può continuare a giocare per lungo tempo fianco a fianco con la morte. E così nei sogni ad occhi aperti, accanto ad immagini di castelli incantati e principi azzurri, si faceva largo una scena che mano a mano acquistava sempre più dettagli.Una stanza, molte persone, sua madre che si avvicina, le tocca una spalla e in un sussurro le dice «Tuo padre ha fatto testamento». Chissà come mai le parole “tuo padre è morto” non le faceva mai pronunciare nel suo film immaginario. Come se avessero qualcosa di troppo terribile e definitivo. E così, giorno dopo giorno, la scena immaginata si arricchiva di nuovi particolari, il volto di una zia fino a quel momento scartata, la fodera azzurra del divano di casa, il cane di pezza gialla compagno di tanti pianti. Era come se il suo immaginare e ri-immaginare quel momento fosse diventato un gioco scaramantico, un trucco, una sequenza magica per scongiurare il suo verificarsi nella realtà. E, mano a mano che la situazione peggiorava e gli indizi di morte iniziavano a tappezzare tutte le stanze della sua vita, con ancora più ferrea determinazione ripeteva mentalmente le parole “tuo padre ha fatto testamento”. Solo anni dopo avrebbe associato a quel periodo gli sguardi pietosi e imbarazzati degli altri genitori all’uscita di scuola e le attenzioni materne delle maestre.
«Come sta il tuo babbo?».
«Un po’ meglio, grazie», rispondeva Costanza.
Solo poche ore dopo quel breve scambio di battute seduta al suo banco avrebbe visto con la coda dell’occhio sua nonna, fuori posto e fuori luogo, annuire tristemente di fronte alla sua insegnante.
Costanza non ricorda di avere fatto particolari domande lungo la strada di casa, forse per paura delle risposte, forse perché tanto le sapeva già. E come poteva non conoscerle? Neanche la sera prima la avevano fatta entrare in camera sua, luci abbassate e un odore spiacevole. Per una qualche ragione strana, che ancora a distanza di anni non riusciva a spiegarsi, quel poco che rimaneva di suo padre era disteso nel suo letto di figlia unica. Lo zio, seduto in punta ad una seggiolina al capezzale del moribondo. Sua madre da qualche parte, ma non si sa bene dove. E poi un abbraccio scomodo, innaturale, un corpo ormai scheletro sotto le dita. Forse
Costanza ricorda gli occhi di suo padre, ma non ne è sicura, non sa nemmeno se fossero velati di pianto, o se la morte si fosse già portata via anche quello.
Comunque tutto molto sbrigativo, a tratti formale. Tutti, in fondo, aspettavano che la vecchia signora concludesse il suo lavoro e li sollevasse da quella scomoda terra di mezzo. Meno di ventiquattro ore dopo, ecco la chiave di sua nonna girare nella toppa di casa, quaranta gradini, una seconda porta e di nuovo un odore spiacevole, quello del lutto.«Tesoro, oggi il tuo babbo ha fatto un regalo alla tua mamma,è salito in cielo».
Eh no, non doveva andare così, prima doveva esserci il testamento, e poi doveva passare un po’ di tempo, e poi…
E poi basta, il suo trucco scaramantico aveva miseramente fallito e non le restava che piangere. Il gineceo di casa, mamma,nonna e zie, le si strinse a torno, mentre degli uomini nemmeno l’ombra, almeno per quanto ricorda. In fondo anche lo zio sulla seggiolina le era sembrato così piccolo e indifeso. Chissà, forse gli uomini non dando la vita si sentono inadeguati ad affrontare la morte.
Comunque, il suo primo decennio di vita si era chiuso così,con un funerale molto affollato e un sacerdote che, seppure avvezzo al requiem aeterna, era sinceramente commosso.
In ogni caso il morto non glielo fecero vedere, e nei successivi due decenni Costanza era riuscita a non trovarsi mai di fronte ad una bara aperta. Calcolava con perizia l’ora esatta a cui presentarsi alla cerimonia in modo da vederla già ben chiusa. Infatti, nononostante il suo primo trucco scaramantico non avesse funzionato nella vita vera, quest’ultimo riusciva invece alla perfezione nell’ingannare il suo inconscio. In momenti diversi della sua vita, ma a cadenze piuttosto regolari, sognava di incontrare suo padre. La storia era sempre più o meno la stessa, lui se ne era andato perché stava molto male, doveva farsi curare, a volte era stato in Svizzera, altre in Francia, comunque lontano. In tutto questo sua madre era sempre stata al corrente, scegliendo deliberatamente di tenerla allo scuro. E la rabbia, una grande rabbia sopita e feroce, si riversava sulla malcapitata coprendola di improperi, unica responsabile di tutto il suo dolore. Alla rabbia seguiva una tristezza dolce e mortale, e pianti scroscianti. Al risveglio ricordava ogni particolare ed era quasi rinfrancata dal dolore liberatorio in cui si era immersa. Magari, se si fosse trovata da bambina faccia a faccia con quel viso smunto, giallastro, ormai materia inerme, non avrebbe ingaggiato quelle lotte notturne.
E forse, pensava, avrebbe capito che il suo povero babbo era nulla più che un corpo morto pianto da una vedova troppo giovane, e ciò che era nato dentro di lei era il Dolore, forte, grosso,robusto, che deve essere masticato pian piano e inghiottito senza paura, fino a farsene squotere nel profondo.
Ed invece nel suo caso quel boccone si era incastrato e non andava né se né giù.