La verità, vi prego: via le parole incerte, la storia è tua

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“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Federica Sazzini e il primo capitolo del suo romanzo 
"L'attesa"
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Federica Sazzini nasce a Firenze nel 1983, dove risiede e lavora. 
Dopo cinque lunghi e amati anni di studio al liceo classico Galileo 
decide di scoprire l'altro lato della cultura, quella scientifica. 
Si laurea in ingegneria energetica e consegue il dottorato 
in ingegneria industriale. 
Il mondo delle lettere però non ha mai smesso di averlo dentro di sé, 
e con questo primo racconto ha iniziato a riversarlo su carta.

Cara Federica,

voglio mostrarti come nella scrittura un problema di forma diventi un problema di sostanza, e viceversa. Osserva bene questi stralci del tuo primo capitolo, che ricopio qui sottolineando alcune parti.

O meglio, era paziente per cose che avrebbero fatto infuriare donne ben più mansuete di lei, ma la pazienza, quella che riesce a rimettere in pace un cuore agitato, ecco, quella non l’aveva.

La situazione sfiorava il ridicolo

Già si immaginava al momento della prescrizione il suo sguardo perplesso per la fede ancora luccicante. […]
Riusciva quasi a immaginarsi le parole della dottoressa: […]

Anche se, a dirla tutta, in questa assurda situazione si era infilata da sola, aveva fatto tutto con le sue mani, ma, a guardarsi indietro, le sembrava di vedere i suoi polsi attaccati a dei fili, come una marionetta.

Dei primi dieci, come è naturale, i ricordi iniziavano ad addensarsi verso i cinque anni […]

Nei suoi ricordi è come se ad un certo momento fossero iniziate a comparire delle macchie, delle assenze strane, dei silenzi turbati.

A ripensarci ora poteva vedere la vecchia signora seduta al loro tavolo per tutti quegli anni mangiare alla sinistra di suo padre […]

Con un piccolo sforzo di immaginazione se la poteva vedere davanti, tutta vestita di nero e con la falce […]

Chissà come mai le parole “tuo padre è morto” non le faceva mai pronunciare nel suo film immaginario. Come se avessero qualcosa di troppo terribile e definitivo.

Sua madre da qualche parte, ma non si sa bene dove.

Comunque tutto molto sbrigativo, a tratti formale. Tutti, in fondo, aspettavano che la vecchia signora concludesse il suo lavoro e li sollevasse da quella scomoda terra di mezzo.

[…] mentre degli uomini nemmeno l’ombra, almeno per quanto ricorda. In fondo anche lo zio sulla seggiolina le era sembrato così piccolo e indifeso. Chissà, forse gli uomini non dando la vita si sentono inadeguati ad affrontare la morte. Comunque, il suo primo decennio di vita si era chiuso così […]
In ogni caso il morto non glielo fecero vedere […]
Infatti, nonostante il suo primo trucco scaramantico non avesse funzionato nella vita vera […]

L’attenzione che ti chiedo di avere è per tutte quelle parole ed espressioni che sono solo il tuo modo di prendere distanza da quello che racconti, di nasconderti dietro il muro a sussurrare: «vi racconto una storia, ma non so bene perché».
L’insicurezza della tua voce narrante fa da specchio all’incertezza della narrazione: qual è il nodo della vicenda? Cosa racconti?
Per quel che vedo io il punto drammatico è: una bambina perde il padre e da adulta vorrebbe ricordarsi di lui, ma non ci riesce. Nel testo, questo nodo fa capolino in una breve descrizione:

Forse Costanza ricorda gli occhi di suo padre, ma non ne è sicura, non sa nemmeno se fossero velati di pianto, o se la morte si fosse già portata via anche quello.

Costanza non ricorda suo padre (da morto? Anche da vivo?). Questa è la motivazione che accompagnerà Costanza a prendere/non prendere le scelte della sua vita (la gravidanza). Ma se tutto è inserito in un clima di incertezza, questa fondamentale, questa che è l’origine del racconto, svanisce.
E più vai avanti, più la tua penna (la tua forma) perde forza:

Magari, se si fosse trovata da bambina faccia a faccia con quel viso smunto […]
E forse, pensava, avrebbe capito che il suo povero babbo […]
Ed invece nel suo caso quel boccone si era incastrato e non andava né su né giù.

Come sempre si dice di tutte le cose, nella narrazione forma e contenuto non solo camminano insieme, ma si fomentano a vicenda: se la tua voce tentenna dinanzi alle immagini che le vengono in mente, la storia traballa. La differenza tra questo:

Costanza non ricorda di avere fatto particolari domande lungo la strada di casa, forse per paura delle risposte, forse perché tanto le sapeva già. E come poteva non conoscerle? Neanche la sera prima l’avevano fatta entrare in camera sua, luci abbassate e un odore spiacevole. Per una qualche ragione strana, che ancora a distanza di anni non riusciva a spiegarsi, quel poco che rimaneva di suo padre era disteso nel suo letto di figlia unica.

e questo:

Costanza non ricorda di avere fatto particolari domande lungo la strada di casa. Neanche la sera prima l’avevano fatta entrare in camera sua, luci abbassate e un odore spiacevole: quel poco che rimaneva di suo padre era disteso nel suo letto di figlia unica.

è la padronanza. Via le incertezze: la storia è tua.

Un caro saluto,
Francesca de Lena

L’attesa

La pazienza non ricadeva di certo tra le virtù di Costanza.O meglio, era paziente per cose che avrebbero fatto infuriare donne ben più mansuete di lei, ma la pazienza, quella che riesce a rimettere in pace un cuore agitato, ecco, quella non l’aveva. In attesa nella sala di un consultorio di quartiere, spostava il peso ritmicamente da un lato all’altro, come a voler seguire la lancetta dell’orologio all’ingresso. La situazione sfiorava il ridicolo. A meno di due anni da quando si era sposata, di nascosto da un marito amoroso e desideroso di diventare presto padre, eccola lì,alle dodici e diciassette di un giovedì mattina in coda per avere una dannata prescrizione. Un piccolo foglio, con grafia poco leg-
gibile, da ficcare lesto nel portafoglio e mostrare poi al farmacista strabico due incroci più avanti. “Le serve altro?”, “No, basta così,grazie”, ed in meno di trenta secondi le sue dita avrebbero afferrato una piccola scatola. Ma prima ancora c’era da affrontare i commenti della ginecologa. Già si immaginava al momento della prescrizione il suo sguardo perplesso per la fede ancora luccicante. Le avrebbe pure dovuto spiegare come e quando prendere la pillola anticoncezionale. E quello sarebbe stato imbarazzante, perché, a trent’anni suonati non aveva alcuna idea di come funzionasse. Mai usata,aveva sempre lasciato l’onere delle precauzioni alla parte più interessata al rapporto. Oddio, non che a lei non piacesse, anzi,spesso si stupiva delle proprie disinibizioni, ma, tutto sommato,passati i sei mesi canonici dell’innamoramento il rapporto settimanale diventava routinario come il bacio al mattino o le coccole sul divano. E quindi era giusto che a preoccuparsi delle eventuali conseguenze fosse chi ancora lo faceva per autentica libido.

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1 commento

  1. Quante cose si imparano da questa rubrica. Ogni volta mi sorprendo e mi riprometto di tornare qui più spesso. Poi prima o poi prenderò il coraggio di partecipare in prima persona a “La verità, vi prego…”. Un saluto caro Francesca, a presto!

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