La verità, vi prego – “L’esattezza dell’anima”

Ecco il primo capitolo tratto dal romanzo “L’esattezza dell’anima” di Deborah Donato che ha partecipato alla rubrica la verità, vi prego.
Per leggere la mia lettera di valutazione clicca qui.

C’era un’unica cosa che poteva rendere peggiore tutta quella assurda situazione.
E lui l’aveva fatta.
Adesso che l’ira era andata via, gli era rimasta una voragine, un deserto in cui aleggiava soltanto la stessa domanda che agitava la ragazza al suo fianco. Se lei avesse opposto resistenza, lui che avrebbe fatto? Ed era una domanda così radicale, che gli spalancava un abisso, cioè un se stesso nuovo.
Né lui né Giulia seppero trovare per il momento una risposta e rimasero ammutoliti, l’uno accanto all’altra, in una stanza devastata. Non sapeva chi era stato nelle ultime tre ore, gli sembrava di avere fatto un viaggio verso il nulla, andata e ritorno.
Forse solo andata, pensò guardandosi le mani.
Poco dopo, si alzò e indossò velocemente i jeans, cercando le forze per venire fuori dall’afasia. Ma era difficile riconoscere se stesso e anche la casa non sembrava più la sua. Fluttuava ancora lontano da ciò che era sempre stato.
Anche Giulia pensava che era tutto diverso da quel 21 dicembre, da quando i suoi genitori erano volati dal viadotto, giù, in una caduta a cui tendevano da tutta la vita.
Se non fossero volati in quel modo e per quel motivo dal viadotto, forse Giulia non avrebbe neanche provato a suonare Bach ad occhi chiusi, né avrebbe sussurrato le note come faceva Gould, con un mormorio che glielo rendeva intimo come una ninna nanna.
La perizia automobilistica aveva assicurato che non c’era alcun guasto nella macchina dei suoi, che i freni funzionavano perfettamente e ciò rendeva ancora più assurdo quel volo, senza la strada bagnata o motivi giustificabili. Del resto, la morte stessa era ingiustificabile agli occhi di Giulia, quindi depose quegli atti nel luogo meno maneggevole della casa, in una cassettiera antica. Lo scricchiolio del cassetto l’avrebbe dissuasa dall’idea di riprendere in mano quegli inutili fogli, in cui si assicurava che la BMW è una macchina affidabile e che in nessun modo era imputabile ad incuria umana o difetto meccanico quella tragedia. Sull’asfalto non erano stati trovati segni di frenata e Giulia avrebbe potuto riflettere su queste notizie, se avesse avuto curiosità sulla morte dei suoi genitori piuttosto che sulla loro vita nascosta.
Tornata dal funerale, Giulia si era ritrovata sola a casa, perché Marco aveva preso il primo aereo per Londra. La morte dei genitori non avrebbe interrotto i sogni del fratello di formulare una salvifica new economy. Aveva dato due settimane di ferie a Teresa, quindi la casa era deserta e la noia l’aveva presto assalita. Era sola, in una casa in cui nulla era stato scelto da lei e per lei, e aveva iniziato a trastullarsi con alcuni soprammobili del salone, per poi passare ad un’osservazione attenta dei quadri, quindi a rovistare nei cassetti dello studio del padre e negli armadi.
A tarda sera un diario dalla copertina di cuoio era venuto fuori da una scatola di stivali e Tiziano De Monticelli era emerso dalla scrittura tonda di sua madre.
Aveva riletto tutto fino all’alba, incredula. Poi, intorno alle sette di mattina, aveva deciso di andare a fare colazione fuori, perché nessuno le avrebbe portato il cornetto quella mattina.
Roma era uguale a prima: il fioraio, l’edicola, il signore col cappotto verde bottiglia che portava a spasso il cane. Era tutto come prima, eppure era cambiato il mondo.
Mentre la cassiera le porgeva il resto su un piattino metallico con sopra scritto Buongiorno, Giulia si disse che non era possibile. Mugugnò qualcosa e conservò le monete dentro la borsa, senza contarle.
Tornando a casa, osservò con preoccupazione lo stato della buca delle lettere: era dal giorno della morte dei suoi genitori, che nessuno vi aveva più messo mano ed era intasata dai messaggi di condoglianze, colmi delle inutili frasi che gli uomini usano per l’incapacità di dire qualcosa di sensato sulla morte. Ne lesse qualcuno, poi annoiata si stese sul divano, accendendo una sigaretta. Era già la sesta ed erano solo le otto di mattina. Dentro ripeteva “Tiziano De Monticelli”, come una filastrocca, e ripescava le notizie che la sua memoria conservava su quel pianista. Iniziò a giocherellare col telefono, controllò la posta, guardò le previsioni del tempo. Poi, cercò tra le carte della madre il numero di telefono di De Monticelli e lo compose.
«Pronto».
Era una voce tranquilla, che si limitò a ripetere una seconda volta il «pronto» iniziale prima di riattaccare.
Giulia fu tentata di richiamare, ma poi si disse che era una stupida, forse la madre si era inventata tutto. Aveva sempre avuto il pallino del pianoforte, lei. Forse lo aveva incontrato ad un concerto, un autografo, qualche sorriso e poi aveva lavorato di fantasia. Certo, l’alternativa era netta: o era un’adultera o era una pazza, di quelle mitomani che si scrivono da sole le lettere, si rispondono, si danno appuntamenti e poi conservano gli scontrini del caffè, per ricordo.
Rimase aggrappata alle proprie perplessità per tutto la mattinata, girando per casa e provando qualche vestito. Pranzò davanti alla televisione con una scatoletta di salmone e stappò una birra, davanti ad una replica di un telefilm americano, di quelli con le risate registrate.
Nel tardo pomeriggio, si scrollò di dosso il plaid che le aveva fatto compagnia e andò sotto la doccia. Lasciò la televisione accesa, per ascoltare delle voci, dal bagno.
Aveva ancora i capelli umidi quando chiamò un taxi per farsi portare in Via Giulia 15. Durante il tragitto, telefonò di nuovo a De Monticelli. Rispose quasi subito e dopo il silenzio seguito al suo «Pronto» rimase in attesa. Poi riattaccò.
Dal finestrino, Giulia guardò sfilare i visi degli automobilisti in fila. Poi, smise di guardare fuori per osservare minuziosamente la serie d’inutili informazioni che si trovano sui taxi: quell’uomo voleva informarla che non amava trasportare esplosivi o armi, neppure droga. In quel momento lei avrebbe forse avuto bisogno di tutti e tre gli articoli e iniziò a immaginarsi scenari improbabili che la vedevano protagonista di furiosi attentati o avventure allucinogene.
Il taxi la lasciò davanti un elegante palazzo d’epoca. Una targhetta dorata portava inciso la sigla T.D.M., in corsivo.
Suonò il campanello e nell’attesa di una risposta ripeté il discorso da fare. Decise di aspettare, perché non poteva accettare che sua madre l’avesse lasciata senza dire nulla, omettendo come lieve amnesia di avere avuto un amante lungo tutto l’arco del suo matrimonio. Suonò di nuovo e poi guardò l’orologio: erano da poco passate le sette di sera. Aveva già voltato le spalle quando il portone si aprì, silenziosamente. Salì le scale ed arrivò al primo piano. Un’altra porta di legno scuro, un altro campanello, Giulia suonò ancora. Sentì dei passi che si avvicinavano, poi il rumore alla maniglia. Nello scorgere un viso che doveva esserle noto, si trovò nonostante tutto impreparata. Lui, invece, la riconobbe, lasciandola entrare.
«Evidentemente sa chi sono» gli disse con asprezza.
«Veramente no» mentì lui.
«E come faceva a conoscermi?» gli chiese sorvolando la sua risposta.
«Io non ho la minima idea di chi lei sia, è certa di non aver sbagliato casa?». C’era della divertita ironia nella sua finzione.
«No, non ho sbagliato casa, mi è bastato seguire quest’indirizzo» gli passò scortesemente una busta, che lui non aprì.
De Monticelli le rimise la lettera in mano e aprì la porta, indicandola con un lieve movimento della testa:
«Non so chi lei sia e non lo voglio sapere».
In uno stato di calma interiore, Giulia avrebbe desistito, ma l’ira la rendeva impermeabile alle bugie di quell’uomo, facendola andare dritta come un treno in corsa, pronta a rivendicare i suoi diritti, qualunque essi fossero. Lo seguì in un ampio salone dalle pareti bianche, il cui unico mobile era un pianoforte a gran coda nero. Non vi erano tende, poltrone o librerie.
Era stravagante come si diceva, pensò osservando il pianoforte privo di spartiti.
«Quindi non conosceva neanche Virginia Roberti, o forse continuava a chiamarla Virginia Parente».
«Lei è una della pagina culturale, vero?» De Monticelli iniziò a giocherellare con l’ira di Giulia, come quando si ha una penna fra le mani. Ma Giulia era poco incline per natura agli scherzi, convinta dal padre che la vita fosse un affare serio. Tanto meno le sembrava quello il momento e il luogo per scherzare su se stessa.
«Lei era l’amante di mia madre?» stavolta lo chiese, nonostante lo sapesse, perché era andata a cercarlo con la speranza di trovare le prove di un equivoco.
«Cronaca rosa, evidentemente – la guardò con irritazione – adesso ne ho abbastanza, se ne vada».
«Non me ne vado finché non mi dà una risposta» Giulia alzò il tono della voce.
«Non ti devo una risposta» la fissò con i suoi occhi limpidi e poi uscì dalla stanza, senza dirle una parola.
Non le veniva nemmeno offerta l’opportunità di ricercare i segni del passaggio della madre, non vi erano carte da violare o cassetti da frugare. Giulia si domandò cosa provasse quell’estraneo, adesso che non c’era più sua madre, ma poi il pensiero di qualsiasi risposta la disgustò. Tentennò ancora una decina di minuti, poi lo raggiunse in una cucina dalle pareti color girasole. Lui sedeva tranquillamente su una sedia e non sollevò il capo, sentendola entrare.
«Ma Lei è davvero Tiziano De Monticelli?».
Non che fosse la prima volta che si sentiva porre una domanda del genere, ma nella sua cucina, fra i barattoli di tè e il rumore della lavastoviglie, gli parve comica.
«Non lo so» le disse senza sollevare gli occhi dalla pipa che stava riempiendo.
Giulia restò un attimo sospesa, in cerca della risposta:
«E cosa sa?» disse poi.
Tiziano sollevò il capo e fissò i suoi occhi azzurri su quelli di Giulia, con intensa serietà. La guardò come se fosse entrata solo in quell’istante in casa. Le sfiorò con gli occhi le guance, per poi scendere lungo i capelli bruni, mordendo i ricordi di una chioma accarezzata per anni. La sua somiglianza a Virginia gli toglieva il fiato: gli stessi capelli ondulati, le stesse mani delicate e lunghe, le labbra invitanti. Solo le lentiggini sulle guance appartenevano al padre, così come l’espressione dei suoi occhi. Non c’era la malinconia di Virginia nel suo sguardo, ma l’arroganza di Mauro. Indossava un abito nero, ma neanche la morte dei suoi genitori le aveva impedito di scegliere una calza vezzosa, con un bordo ricamato che si intravide appena, quando lei si sedette. Stringeva ancora fra le mani la lettera e gli domandò perché sua madre gli avesse scritto.
«Non mi ha scritto, visto che la lettera si trovava a casa tua».
Giulia non indietreggiò davanti a quel sillogismo e dichiarò che insieme alla lettera aveva trovato un diario, una lettera con la sua firma, uno spartito con una dedica e fogli sparsi. Pronunciò quest’elenco con una crescente impertinenza, come un avvocato che stende prove inconfutabili in un’arringa.
«L’unica cosa che mi restava era il ricordo di una famiglia decente, lei mi ha tolto anche questa consolazione ».
Tiziano rimase in silenzio, come se quello scatto d’ira non lo riguardasse e allora Giulia imprecò contro sua madre, che si era finta una moglie esemplare. Mentre lei esponeva teorie etiche, lui rovistava tra gli stipi della cucina. Poi, prese un’arancia e iniziò a sbucciarla. Giulia gli osservò le mani, con quella voluttà che aveva sempre avuto per le mani dei pianisti, che le facevano pensare a delle entità dotate di moto proprio. Nella sua stanza aveva attaccato al muro una foto che ritraeva Glenn Gould seduto al pianoforte con le mani bene in vista, la sinistra sollevata, come per prendere respiro e attendere; il pollice e il mignolo della destra impegnati in un accordo. Il viso di Gould non era rivolto agli spartiti né alle proprie grandi e belle mani, ma guardava qualcosa o qualcuno dietro sé, forse solo uno dei suoi fantasmi, accennando ad un sorriso. La mano destra era in una posizione che qualsiasi maestro di conservatorio avrebbe corretto. Giulia pensò alla bacchetta che sua madre le metteva sotto i polsi.
«Come ha saputo della loro morte?» gli chiese.
«I giornali ne hanno parlato».
«Anche troppo» chiosò lei.
«Tuo padre ne sarebbe stato felice».
«Mio padre era un uomo importante – disse Giulia risentita – e la sua ironia è fuori luogo. Comunque, anche alla sua morte ci sarà un gran baccano, non si preoccupi, la sua vanità di artista ne sarà appagata».
Tiziano la osservava divertito, senza voglia di risponderle. In realtà, quando aveva saputo della morte di Virginia aveva voluto evitare a se stesso le consuete considerazioni, perché non aveva mai accettato lo stupore della gente per la morte di una persona, perché rinnegava di fatto l’essenza propria dell’umanità, che è il morire senza preavviso. Gli sembrava, inoltre, una necessaria conseguenza di questo oblio una vita stupida: gli uomini rimandano ogni decisione perché dimenticano che il tempo non appartiene loro o forse è vero il contrario: dimenticano di potere morire da un momento all’altro per concedersi il lusso dell’indolenza. Anche Virginia aveva fatto parte di questa schiera di smemorati moribondi e per tutta la vita aveva atteso il tempo giusto per amarlo pienamente, senza fughe o bugie. Aveva ritenuto possibile che il tempo si fermasse per consentirle la comodità di amare, che Tiziano stesso si fermasse per attendere l’istante cosmico in cui il mondo sarebbe svanito per lasciare posto a loro due. Poi era volata giù da un viadotto a duecento metri d’altezza e neanche la morte l’aveva attesa. Lei era morta sul colpo, Mauro in ospedale.
«Vorrei non avere trovato quei diari. È stato disgustoso scoprire…» Giulia lasciò in sospeso il suo pensiero. Si sarebbe sentita meglio se avesse potuto scaricargli addosso tutto l’odio che sentiva. Nelle pagine di diario di sua madre aveva scoperto una donna che non conosceva e le appariva assurdo che fino a pochi giorni prima lei aveva una famiglia e credeva che tutto andasse bene. La madre, quando lei tornava a casa, le faceva le solite domande che fanno le madri e poi aspettava che tornasse il padre per chiamare Marco al telefono. Tiziano non esisteva in quella casa, in quelle abitudini. Dov’era stato in tutti questi anni? E la madre, dov’era stata? Nel rimpianto di vivere con loro, impegnata a far quadrare tutte le sue bugie, ad inventare scuse?
«Lei mi fa schifo – disse Giulia alzandosi rumorosamente dalla sedia – mia madre è morta da tre giorni e se ne sta tranquillo a sputare fumo da una pipa. Speravo che almeno fosse addolorato».
«Io speravo che vivessi il tuo dolore in solitudine».
«Non mi sembra di averle dato il permesso di darmi del tu» lo riprese Giulia.
«E a me non sembra di averLa invitata a casa».
Giulia si chiese cosa cercasse sua madre in quell’uomo, di certo non la passione. Era algido, antipatico, arrogante. Aveva l’aria di uno che credeva di potere calpestare le persone e non voltarsi a guardarle e lei sentiva di odiarlo.
Tornarono nella stanza del pianoforte e Giulia si guardò intorno:
«Non riceve molte visite, a quanto pare» alla fine le riuscì di dire qualcosa di ironico, non trovando sedie o poltrone su cui sedersi.
«Non da estranei ficcanaso, certamente» rispose mettendosi le mani in tasca.
«Lei è sempre così stronzo oppure è il dolore che le fa questo effetto?» lo lasciò con questo insulto, perché non le era rimasto più nient’altro da dirgli.
Attraversò nuovamente il Tevere, nella ricerca di una città che le mostrasse un volto amico e vagò per un po’ sotto il cielo coperto, nell’atmosfera orgiastica di regali e champagne. Camminò senza meta, nei vicoli di una città indifferente, fino a quando i piedi ressero, per poi ricordarsi di tornare a casa, dove nessuno l’aspettava. Ma quel nido bugiardo reclamava la sua presenza, come dell’unica coscienza che poteva ricordare.
Giulia aprì lentamente la porta, come se aspettasse l’incedere di qualcuno, ma l’entrata era buia e la casa profumava di solitudine. Marco era subito ripartito dopo il funerale dei genitori; Giulia non gli aveva consentito di restare, solo per starle accanto e confortarla. Non era possibile confortarsi, gli aveva detto, e sarebbero stati comunque soli con se stessi, anche se fosse rimasto. Forse, preferiva semplicemente rimanere sola, girare per casa senza incontrare altri occhi.
La casa portava ancora l’ordine datole dalla madre: il centrino sul tavolino basso ondeggiava per lo spiffero proveniente dalla finestra del soggiorno, l’albero di Natale se ne stava in un angolo con le luci spente, il pianoforte era ancora aperto. Solo quattro giorni prima sua madre aveva suonato la Sonata in do minore di Scarlatti.
Giulia aveva sempre creduto che la musica fosse l’unico momento di libertà della madre; per il resto, sembrava ligia ai suoi ruoli, ben incastonata nei sogni ordinati del padre.
Provò a suonare lo spartito aperto sul piano, ma non amava quel pezzo di Scarlatti, come non si amano tutte le cose che non riescono come vorremmo. Non comprendeva perché la madre li amasse così tanto, quei tre minuti scarsi di musica trillata. Gettò Scarlatti per terra, insieme a Debussy e a Bach. Odiava quell’uomo, non avrebbe mai voluto incontrarlo e avrebbe messo la testa sotto la sabbia di qualunque bugia.
Si stese stremata sul letto e i visi della madre e del padre le danzarono intorno, nella stanza buia. Non aveva mai amato le cene familiari e le attese del ritorno paterno, si era sempre sentita avulsa da quel contesto. Eppure, la sua attuale solitudine le sembrava crudele come pena per il distacco con cui aveva trattato i genitori. Non aveva mai amato il padre, vincolato alla praticità della vita, con risposte sempre buone a sanare interrogativi. Odiava i suoi vestiti ordinati e la maniera in cui ogni mattina controllava di avere annodato bene la cravatta, nello specchio di fronte la porta d’ingresso.
Aveva amato invece la madre, per il silenzio con cui incorniciava le sue giornate. La amava segretamente e forse con vergogna, perché non riusciva a stimarla, per quella mansuetudine nei confronti del padre e per l’anticonformismo teorico, annacquato dalle scelte di vita.

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