La verità, vi prego – “Oggi c’è un vento buono”

Ecco il primo capitolo del romanzo “Oggi c’è un vento buono” di Donato Taddio che ha partecipato alla rubrica la verità, vi prego.
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Oggi c’è un vento buono

Prima o poi. Prima o poi. È solo questione di tempo. Ma l’aria autunnale è sempre più fresca e l’ombra, trascinata lungo il sentiero con passo svogliato, sempre più lunga. Ci vuole tempo per trovare il senso delle cose. Anche sotto un cielo così stupefacente, scontornato con la precisione di un bisturi dalle creste dei monti. Ci vuole coraggio per dare rifugio e conforto a certi abusi di pessimismo. Un bivio, forse, potrebbe bastare. Un piccolo, infinitesimale, indizio che suggerisca una direzione. Scrivere una canzone o una poesia o uno sfogo creativo, comunque, per tenere a bada strani ma tuttavia familiari e irrinunciabili pensieri. Accatastati in apparente disordine, soffocati da un rimpianto che assomiglia a un lutto, che assomiglia alla rabbia, a un dolore. Irreversibile sicuramente. È bella questa luce, però, mentre si apre a raggiera sul profilo affilato dei monti allargandosi all’infinito. I giochi d’ombra che muovono il paesaggio creano dal nulla piani e falsopiani, illusioni ottiche, ombre abissali e squarci abbaglianti. Macché immobili: come certe statue che seguono con lo sguardo chi le osserva, anche queste montagne si muovono. Si girano, si avvicinano, si allontanano, assecondando i raggi sempre più orizzontali dell’ultimo sole. Sono fasci di luce massiccia, s’insinuano tra le creste, attraversano il cielo, tracciano l’azzurro, scandagliano il versante in ombra della valle come potenti fari di scena. Li si potrebbe quasi toccare, lassù, dove in rare e veloci apparizioni le scie d’argento degli aeroplani diventano d’oro. Fine del pomeriggio, fine di ottobre. Oggi c’è un vento buono, che avvolge deciso le mani se sistemate di taglio, con le dita ben serrate e parallele al flusso dell’aria. Fosse leggermente colorato, diciamo appena trasparente, si potrebbero osservare i filetti fluidi nell’istante preciso in cui si sdoppiano, un
attimo prima di incontrare il profilo del dito indice. Mentre scivolano, veloci e ordinati, lungo il palmo e sul dorso della mano per ricongiungersi con sicurezza dopo aver scavalcato il mignolo. Li si potrebbe raccogliere appena oltre la punta delle unghie, dove generando piccoli vortici che si sfilacciano all’indietro, ritornano nel vento da dove sono arrivati. Correre, più velocemente. La forza dell’aria, con i suoi giochi di pressioni e depressioni, risucchia la mano e la solleva. Ecco, che sia tutto qui il grande mistero? Fossero un bel po’ più grandi, le mani, si chiamerebbero ali. Da dove arrivano? E dove sono dirette quelle scie che mescolano vapore acqueo e gas di scarico? Seguo con lo sguardo quella più luminosa, che si origina a sud. Gli stessi identici pensieri di sempre. Non pare volare molto in alto e infatti quasi si distingue a occhio nudo la sagoma bianca e affusolata del jet che la trascina con sicurezza, guadagnando lentamente quota sopra la montagna. Ladies and gentlemen… signore e signori, il comandante ha spento il segnale delle cinture di sicurezza. Vi consigliamo, tuttavia di tenere allacciata la cintura quando siete seduti. A breve inizieremo il nostro servizio di bordo… Lo zoom della fotocamera digitale non avvicina molto, purtroppo, e la traccia sul piccolo display è solo una labile striatura d’argento tra le sfumature blu del cielo. Nulla di interessante o di affascinante per la maggior parte del mondo. Una foto da fare così, tanto non costa nulla, e poi, probabilmente, da cancellare. L’obiettivo coglie quello che riesce quando il caso fa spalancare il diaframma: un piccolo puntino d’argento nell’attimo esatto in cui, all’improvviso, si fa più luminoso, molto più luminoso. E si fissa indelebile nella memoria elettronica della fotocamera. Anche avessi i riflessi meno arrugginiti, i meccanismi di questa piccola macchina fotografica digitale non consentirebbero miracoli. Comunque scatto, scatto, scatto più veloce che posso, ma tutti i possibili fotogrammi successivi diventano inquadrature senza senso e senza storia. Mentre la scia di vapore e fumo che seguo attento con la coda dell’occhio interrompe
bruscamente la sua traiettoria, diventa scura, densa, si contorce come un filo troppo teso che improvvisamente si spezza. Si sdoppia, forse si triplica, un fuoco d’artificio difettoso destinato a morire. E cade, quasi al rallentatore, unendo gli infiniti punti di una lunga parabola che si consuma appena al di là della montagna scura. La strada che risale la valle è stretta e tortuosa ma in questa stagione anche fortunatamente deserta. Al massimo si potrebbe incrociare qualcuno del luogo che va a caccia, a raccogliere la legna o gli ultimi funghi della stagione. Ma oggi, domenica, al tramonto, non c’è anima viva. Il pericolo, semmai, è la luce. Ancora lei. Che trafigge gli occhi, improvvisa dietro le curve. Che si fa largo con prepotenza tra i rami degli abeti accecando l’ombra. Lassù, dove il fumo cresce veloce, è la meta. A portata di mano, sembrerebbe, e invece è sempre dietro la prossima curva, la prossima salita che precede un’altra curva e un’altra salita. Come imbroglia la montagna. Ma il fumo è sincero. Non si dissolve nell’aria, troppo denso, troppo grigio, troppo pesante. Può solo infilarsi controvoglia per lambire il sottobosco incandescente, scivolare quasi pudico avvinghiandosi al profilo irregolare del terreno verso la zona d’ombra, e da lì precipitare accarezzando il dirupo. Così risalgo la stretta valle, guidando la mia automobile protetto da un’incosciente e crescente eccitazione. Cosa troverò dopo la prossima curva lo posso solo vagamente immaginare.
Trovo un torrente e il suo ponte, che una prudenza automatica mi suggerisce di non attraversare. È il confine del fuoco e la pietraia tiene a bada le fiamme. Di là il sottobosco incandescente diventato impenetrabile. Di qua residui carbonizzati ancora caldi e fumosi, rottami di varia misura in mezzo alla strada, sparpagliati dal caso sui prati di muschio, sull’erba secca, sui pini e gli abeti. Il primo ostacolo quasi lo investo. È difficile da definire e descrivere, senza forma e forse senza colore. Una brandello metallico, sembrerebbe, grande
come il portone di un garage, o poco meno, ricurvo e ammaccato. Tutto intorno altri frammenti più piccoli che scricchiolano e cigolano e si piegano sotto le ruote con una frequenza compulsiva. Meglio proseguire a piedi. Abbandono la macchina accostando al ciglio della strada e cammino con la fretta che cresce, a debita distanza dal fronte del fuoco. La porta spalancata su questo mondo parallelo è terrorizzante, ma forse per questo anche così inesorabilmente attraente. Apre un varco all’istinto. Sono io che vedo, osservo, annuso l’aria e registro. Ma tutto intorno è un palcoscenico sbagliato. Le suggestioni tracciano la pelle in modo cinico, apparentemente senza lasciare segno e le sensazioni, sebbene nitide e presenti, non assomigliano certo a nulla di già vissuto. I problemi, i cattivi pensieri, i mille dubbi, il tempo che passa: tutto è nascosto, momentaneamente dimenticato tra i cespugli fumanti e l’ombra di un fuoco, oltre il torrente. Macchina fotografica nella mano destra, uno scatto dietro l’altro, cammino a passo veloce senza badare a ciò che calpesto. Guardo in alto, in basso, mi giro, mi fermo, riparto e mi fermo ancora. Infine lo inquadro, forse senza intenzione, probabilmente per caso, in controluce sullo sfondo del cielo. Abbasso la macchina fotografica, guardare è già più che sufficiente. È appeso ai rami secchi di un albero secco, in improbabile equilibrio, goffamente afflosciato come un abito da stirare. Il braccio, l’unico e penzolante, indica il muschio, forse un cespuglio di mirtilli, o forse un formicaio. Nero come la sua ombra, scaraventata da chissà quali forze, da chissà quale caso, verso questo lato della tragedia. Nudo, vestito, donna, uomo? Impossibile da stabilire e in fondo cosa importa? Qui è sparito il bosco, il morbido cuscino di muschio coperto dagli aghi d’abete e di pino. E anche l’odore umido e selvatico che impregna quasi sempre la terra ai piedi della montagna si è dileguato. Abbasso lo sguardo, mi volto, non ce la faccio proprio.
La valigia di plastica rossa, invece, con le rotelle incassate e la serratura a combinazione strappata, si riconosce bene. Quasi salva, intatta, spalancata ma desolatamente vuota. Ancora uno scatto, ancora una foto. Una zoomata veloce sull’etichetta bianca e verde saldamente arrotolata attorno alla maniglia. C’è scritto HEL, in caratteri maiuscoli e in grassetto; subito sotto, però più piccolo, VCE, e per finire una lunga sequenza di numeri e lettere per me senza significato. Più giù un altro numero, altre lettere: TB1897. Volo TB1897. Giro l’etichetta da un lato, in posa per un’altra foto. C’è anche un nome, SUNDSTED/MR. Mister: un uomo, o forse un ragazzino, chissà. L’inquadratura fatica a comporsi su un paesaggio devastato, tra il fuoco e il fumo, con questo odore acre che insiste a non evocare alcun ricordo. E poi i cadaveri e i pezzi di cadavere, che ora che guardo bene sono sparpagliati un po’ dappertutto. Giro su me stesso, ma stranamente nulla di tutto ciò mi impressiona quanto il nome di questo sconosciuto, SUNDSTED/MR. Piccoli caratteri maiuscoli stampati con inchiostro nero su un’etichetta ancora intatta, avvolta alla maniglia della sua valigia rossa, in mezzo a questo dramma di valigie perdute. Quello che resta della prua dell’aeroplano è il rottame più grande che da qui riesco a vedere. Immobile al limite della pietraia oltre il torrente, poche fiamme e tracce di fumo, parzialmente sprofondato nel muschio, leggermente appoggiato sul fianco destro. Ormai praticamente cieco, con i finestrini della cabina di pilotaggio sfondati, cerca il cielo guardando di traverso. Dentro dev’essere un guscio vuoto, solo cavi e tubi aggrovigliati e spezzati. È bianco e azzurro, con l’espressione un po’ ironica, quasi sorridente e vagamente beffarda che certi esperti di grafica studiano per il Boeing 737 quando gli disegnano la livrea. Lo guardo e mi guarda. Scatto una foto zoomando più che posso.
Prima di raggiungere questa piccola valle disabitata, poco più di un’ora fa, ho telefonato ai Carabinieri per raccontare quello che avevo visto. Vorrei poter
chiamare qualcuno anche adesso, per dire che non mi ero sbagliato, che qui è un disastro, una tragedia, una strage. Ma quassù nemmeno il telefono cellulare funziona. Sono certo però che la mia telefonata sia stata presa in considerazione, che sicuramente anche altre persone avranno chiamato per lanciare lo stesso allarme, che gli uomini dei radar e del centro di controllo del traffico aereo si saranno accorti di aver perso qualcosa nel cielo, attivando la macchina delle ricerche e dei soccorsi. E quindi spero di non dover restare a lungo da solo, quassù. Mentre la sera viene incontro veloce. Nel frattempo, immagino, la notizia avrà iniziato a diffondersi, alla radio, alla televisione, su internet. Avrà il volto trafelato di una giornalista richiamata in servizio in tutta fretta, senza rossetto, poco trucco. Cinque secondi: un giro veloce di lucidalabbra, una mano tra i capelli. Tre secondi: un controllo al microfono. Due secondi: lo sguardo alla prima riga degli appunti. Un secondo: il tempo per trovare un minimo di contegno. Buonasera. Abbiamo chiesto la linea per questa edizione speciale per darvi conto di una terribile notizia appena arrivata. Un incidente aereo. Un aereo di linea, che sarebbe precipitato sulle Alpi circa un’ora fa. Al momento siamo in attesa di maggiori notizie e di alcuni riscontri ufficiali.
A quest’ora ci saranno già decine di persone con gli occhi rivolti ai grandi monitor al plasma della sala arrivi nell’aeroporto di Helsinki Vantaa, legno chiaro di betulla e acciaio satinato. È lì che questo aeroplano avrebbe dovuto atterrare se la stampigliatura nera sull’etichetta delle valigie non inganna. Una scritta luminosa informerà in due lingue di un delay, un ritardo, un ritardo strano. Altrettante persone usciranno improvvisamente di casa per tornare di corsa all’aeroporto di Venezia, dove poco tempo prima avevano abbracciato chi aveva deciso di partire, proprio oggi, proprio con quell’aeroplano. Saranno tutti lì, a sperare o pregare, o le due cose insieme. A frugare negli indizi più microscopici per trovare le riposte giuste da offrire all’ansia di
sapere, al comune bisogno di non crederci. Nella disperata ricerca anche del più piccolo, infinitesimale e tuttavia immensamente consolatorio pretesto per tenere lontana, ancora per un poco, la verità. Poi, il più intraprendente del gruppo, quello che reclamava le notizie con voce più ferma, quello al quale tutti si rivolgevano per racimolare un attimo di speranza, quello che pareva il più esperto e razionale, quello che adesso tutti stanno cercando perché era scomparso nel nulla, ecco, sarà proprio lui a ricomparire silenziosamente da una porta laterale di servizio. Il vociare confuso si zittirà improvvisamente e decine di sguardi si orienteranno in contemporanea per scrutare nel suo incedere lento e vagamente barcollante, nel suo sguardo annebbiato dalla luce al neon, la risposta definitiva che prima o poi sarebbe comunque arrivata. Non ci sarà bisogno di fare altro, né sarà necessario aggiungere parole