critica, non prenderla come una critica
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Non prenderla come una critica – Michele Vaccari, Il tuo nemico

di Luigi Loi

Il nemico nel titolo del romanzo di Michele Vaccari potrebbe essere quel mondo dell’iper-tecnologia nel quale sono immersi i suoi personaggi (e noi con loro): non proponendosi nessun fine non lascia nemmeno intendere finalità o senso. Peggio: poiché è un sistema complesso scrive l’epitaffio di ognuno di noi, e attende di metterlo online per aggiornare la nostra pagina Wikipedia o social, espellendo da sé il superfluo. I personaggi sono dunque vere e proprie monadi nell’economia funzionale della fiction, somigliano a delle cellule: hanno, sì, delle finalità di sistema ma sono superflui se presi come entità singole, e sono antagonisti al sistema.

Il protagonista della storia è Gregorio, un ragazzo dall’intelligenza aguzza che decide di isolarsi rinchiudendosi nella propria stanza. È un NEET, un hikikomori, un eremita di questo secolo giovanissimo. Si noti almeno a livello metatestuale quanto il nome richiami volutamente il Gregor kafkiano. È qui che avviene un grosso balzo nella contemporaneità: se per la famiglia delle Metamorfosi la mostruosità è l’alibi con cui imprigionare l’inadeguatezza di un consanguineo – laddove mostruosità fisica e morale combaciano – tra le mura di una stanza, il Gregorio di questo romanzo decide di arginare volontariamente la propria inadeguatezza, e chiude la porta che lo separa dal mondo esterno. Si fa cellula separata dalle altre; il male non è più esterno e bellicoso come nelle Metamorfosi, ma diventa un sé arreso che ha interiorizzato l’insensatezza del mondo e delle sue relazioni.
Sia chiaro che a questa regressione si arriva gradualmente, passando per uno degli altri temi cardine del romanzo, il conflitto inter-generazionale. Quando il nuovo non ha la forza di imporsi sul vecchio, soccombe, o meglio, getta la spugna:

“C’è l’alterigia generazionale, quella strana forma di sguardo insopportabile per Gregorio per cui tu, ragazzo degli anni ’90, per quanto intelligente, non potrai mai fare nulla nella vita perché noi, che siamo venuti prima, siamo migliori di te, e lo saremo per sempre”

Oppure, viceversa, si pone con sguardo torvo verso l’incomprensibile passato dei propri cari:

“[…] personaggi insipidi come il nonno paterno di Gregorio, che il solo compito cui si sentì chiamato per conto dell’umanità fu proseguire nella specie. Così erano nati molti dei ragazzi del ’46, i primi della Repubblica, una masnada di figli educati alla morale di re Salomone su cui sarebbe stata fondata la nazione nascente […] crebbe e restò figlio, e lo sarebbe rimasto a lungo, anche oltre ai quarant’anni, se il destino non lo avesse obbligato a restituire il favore, a passare il testimone, a perpetrare la genia”

Anche la protagonista femminile, Gaia, è in conflitto con la società, mentre la madre rappresenta un elemento perfettamente integrato. La rivalità è plasticamente proposta da Vaccari in questi termini: Gaia è una coetanea di Gregorio ed è stata arrestata per aver hackerato il sito di un politico di spicco, nella speranza di entrare a far parte della rete Anonymous. La madre invece è un ex dirigente del ministero dell’Istruzione, che punisce e contemporaneamente sfrutta le abilità informatiche di Gaia, imbrigliando la ragazza a un compito ideologicamente ripugnante.

“Ogni volta che vede sua madre, Gaia pensa a quanto sarebbe bello poterla sconfiggere. Lei è il sistema. Abbattendolo, anche lei farebbe la stessa fine”.

Il sottotesto in questo personaggio è l’opposizione rivoluzione/normalizzazione, tema molto caro a Vaccari, vedi il suo precedente Giovani, nazisti e disoccupati. Qui però l’autore abbandona certe atmosfere grottescamente bolognesi per degli interni borghesi – quindi universali nell’occidente – anche se non rinuncia a bordate sociologiche che non sempre centrano il bersaglio, forse a causa dell’eccessiva caratterizzazione del flusso di coscienza, che oscilla costantemente tra focalizzazione zero e focalizzazione interna.

“Questo lo sa anche Gregorio, che con la testa e le informazioni è rimasto al 2008, dove lo stipendio delle fasce medie non era ancora un bersaglio come l’aereo di Ustica.”

“E certo. Per Anonymous ti saresti fatta togliere le ovaie. Ma per tua madre figurati. Sai cosa fa ridere del tuo atteggiamento? Sono tutti buoni a fare i Che Guevara della tastiera, sai? Fa l’attivista per davvero. Sporcati col sangue”.

“Io sono convinto che il degrado umano raggiunto nel nostro Paese debba farci da monito. Saremo un popolo di vecchi di centoventi anni nel 2070. Saremo ancora più disorientati infantili e circuibili”

Tuttavia il plot è sempre un contenuto all’interno di un contenitore. Ed è qui che Vaccari mostra – mimetizzandole – le sue grandi capacità. Basti pensare all’incipit larghissimo del romanzo: il periodo è dilatato dalle congiunzioni, dalle 19 virgole e dai soli 5 punti, dalle marche aggettivali che si fanno culte e preziose:

“[…] nascosti nei letti dei cari trapassati, acquattati in cantine rastrellate ogni notte, raggelati perché certi di una fine imminente, regrediti allo stato di inutilità dei residuati bellici, come sacchi esausti di trincea”.

Quando si entra nel capitolo successivo, quello di Gaia, l’andamento accelera in adagio e viaggia nell’allegrissimo. Le frasi sono minime, a soggetto sott’inteso, i punti triplicano, le virgole spariscono:

“Prende il portafoglio. Pensa al sito. Spegne il Pc. Strappa via dal case la pennetta usb.”

“La serratura cede. Sono dentro. Ce l’hanno fatta. Anche Gaia”.

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Altrove le scelte stilistiche dell’autore non premiano la bontà di alcune pagine. Cercherò di spiegarmi così: esiste – cito a memoria forse erroneamente – in un libro di Gaetano Berruto, una tavola semiotica: la parola morte è geograficamente il grado zero sugli assi cartesiani, mentre i suoi sinonimi sono dislocati nello spazio, dal rozzo schiattare, al magniloquente rendere l’anima a Dio. Con questi sinonimi di morte tutti saprebbero comporre un necrologio – quello del vicino di casa e quello del Milite ignoto, attribuendo facilmente i più appropriati al vicino di casa e viceversa. Questo per introdurre il dilemma: chi è il narratore de Il tuo nemico. È un narratore che utilizza schioppare o perire? Ha stirato le zampette o È venuto a mancare? Chi sono i personaggi di questo romanzo? Non sempre la voce narrante, una terza persona ravvicinata, riesce a mimetizzare il carattere estremamente personale del suo stesso stile: le firme di Vaccari su molte pagine sono troppo visibili. E ancora. Ne Il tuo nemico, nonostante passaggi di notevolissima mimesi col parlato giovanile (“Ci farebbe piacere sul serio ci fossi! Cazzomene degli altri!”), alcuni termini ricercati si mostrano in tutta la propria evidenza sovrastando l’atmosfera di coerenza e il teen mood soprattutto nei personaggi di Gregorio e Gaia. Mi riferisco ai vari: “manifattura”, “girandola”, “aggrovigliato”, “scorgere i carabinieri”, “sezione trapezoidale”, “ferina”, “epistattico”, “la genitrice”, “marcescente” o ancora questo passaggio:

“Un monito per ricordare ai poveri trovatisi a passare di lì, per lavoro o ventura”.

Probabilmente per dare un respiro di maggiore espressività all’intero romanzo Vaccari non ha voluto rinunciare a queste pepite, che maggiormente limate sarebbero diventate monete sonanti. Peccato veniale, attribuibile forse a un curatore timido. Chi conosce un po’ il mondo editoriale capisce facilmente la soggezione che scrittori come Mozzi, Genna e appunto Vaccari possono suggerire ai propri colleghi editor: si traduca purtroppo per l’autore in Timeo Danaos et dona ferentes.
Del Nemico di Vaccari rimane comunque molto: l’innegabile forza di una storia ben congegnata, volutamente cinematografica, e una scrittura ricca e flessibile. Ma soprattutto la volontà di esportare un genere di fiction molto nobile (perché popolare) che con le tematiche dell’iper-contemporaneo, nel mercato anglofono ha un suo rispettabile peso: un titolo a caso, Bleeding edge di Thomas Pynchon (La cresta dell’onda, Einaudi).

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photo by jakub jacobsky on unsplash

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