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Vento, vino, fucili: la chiamavano sardità

di Luigi Loi

La trinità

La Sardegna, sembra assurdo doverlo ribadire, è fortemente antropomorfizzata.
È persino entrata nell’era digitale: nel 1994 «l’Unione Sarda» è il primo quotidiano italiano ad avere un’edizione on-line, il primo in Europa, il secondo nel mondo.
Eppure esiste una rappresentazione arcadica dei sardi: isolani fieri, con un sistema di valori forse antiquati, ma autentici.
Scusate, sto usando troppe parole per dire qualcosa che si può dire in trenta secondi. Pubblicità:

Uno spot bellissimo. La musica è contemporanea ma ha un accentuato sapore tribale. L’utilizzo del bianco e nero si riferisce a qualcosa di passato, quindi alla tradizione. Il montaggio è molto dinamico, moderno, con angolature enfatiche, ma propone una serie di abbinamenti visivo/verbali ironici: i nostri hipster sono i nostri vecchi saggi, mica dei fan di David Foster Wallace; i nostri loft sono i nuraghe; tradotto: la nostra birra rappresenta appieno la nostra tradizione, la nostra terra (nonostante l’Ichnusa sia olandese).
Quindi se l’arte di raccontare finzioni si nutre di miti, archetipi, temi comuni e conflittualità, la rappresentazione della Sardegna come locus amoenus/terribilis può diventare una ricchezza o carbone narrativo? Cercherò risposte in tre opere molto rappresentative pubblicate negli ultimi anni, ambientate in Sardegna e scritte da sardi: Il cuore selvatico del ginepro di Vanessa Roggeri, Il venditore di metafore di Salvatore Niffoi, Ora pro loco di Gesuino Némus.
I tre autori – nonostante le grandi differenze anagrafiche e biografiche – condividono un modello di auto-rappresentazione del sé autoriale molto marcato, tant’è che negli apparati bibliografici Niffoi (classe 1950) dedica il suo romanzo «con amicizia barbaricina»; Némus (classe 1958) nella quarta di copertina ha una voce narrante che «sorprende come una fucilata»; la Roggeri (classe 1978) sull’aletta «ama definirsi una sarda nuragica».
I tre romanzi sono accomunati da un retroterra culturale, che si mostra però con maggiore chiarezza a livello tematico: nelle opere la natura è intesa come specchio del carattere dei personaggi. E dove c’è geografia ha toponimi di fantasia: in Niffoi è il paese di Thilipirches, in Némus quello di Telévras, per la Roggeri è Baghintos.
Se è vero che la maggior parte delle pagine dei tre romanzi è ambientata nel passato (tranne il presente di Ora pro loco) i topos più rappresentativi sono i tempi immemorabili, la modernità rigettata, la solitudine, la popolare staticità del buon villico; in uno slogan: la trinità vento, vino, fucili.
Elencheremo di seguito i lemmi più rappresentativi di questa tendenza e quindi statisticamente più ricorrenti.

judson-moore-75262-unsplash

foto di judson moore

Sulla natura

Se questo tipo di romanzo parla di leggi di natura ancora vigenti, e il passato è rurale, persino agreste, non sorprende che nel romanzo della Roggeri abbondino pere volpine, ciclamini, asfodeli, corbezzoli, cinghiali, merli, fichi, lupi notturni, mufloni, querce e lecci, civette; che il lentisco sia masticato, che gli ulivi secolari abbiano foglie e rami «pieni di saggezza» (p. 9).
Anche nel romanzo di Niffoi c’è abbondanza di lentischio, bacche di ginepro, zafferano, ginestre, astori, cavallette, poiane. Il protagonista di Némus, nel freddissimo inverno in cui è ambientata la vicenda, ci accompagna tra sentieri escursionistici coperti di neve e battuti dai mufloni.
La natura si manifesta soprattutto attraverso il vento. In Roggeri solleva tegole, da lugubri ululati, spira forte, sospira, può essere un feroce maestrale, è freddo. Per Niffoi è un vento che «sapeva di rabbia e sale» (p. 11), cattivo, graffia e alita, di più: lo scirocco fa sventolare un impiccato. Per Némus è tramontana, violento grecale e maestrale; tuttavia in Ora pro loco solo queste sono le occorrenze sul vento.
C’è poi un diaframma, soprattutto nelle opere di Roggeri e Niffoi, che separa l’uomo e la natura. Un diaframma ex post che ha efficacia per noi contemporanei poco abituati alle lampade a petrolio:

Il giovane dottore fu introdotto nella stanza di Severino, illuminata da alcune candele e da una lampada a petrolio. C’era una donna vicino all’uomo steso sul letto coperto da strati di lana ricamata, e c’era un uomo anziano che picchiettava a terra con un bastone. (Il cuore selvatico del ginepro, p. 91)

Viene ribadito continuamente il particolare âgé, quello che meglio rappresenta il passato agropastorale della Sardegna di fine Ottocento. Ma c’è qualcosa di più aguzzo in questa separazione: Il cuore selvatico del ginepro, per esempio, ritorna su un tema deleddiano: l’antitesi tra villaggio (natura selvaggia) e città (civiltà e lusso):

Vedrai ti porterò a Casteddu e farò di te una signora! Soltanto i vestiti migliori e i cappelli più sfarzosi per mia moglie, perché creatura più bella di lei non esiste. E poi cammineremo insieme, a braccetto sotto i portici davanti a tutti i velieri del porto. Hai mai visto il mare, Lucia? No, certo che no. E ti porterò al caffè dove vanno le persone eleganti e ordinerò gelato e cioccolata per la mia Lucia. (Il cuore selvaggio del ginepro, p. 147)

Notiamo di passaggio che il diaframma si trascolora in Ora pro loco in un divertente sfondamento della quarta parete narrativa: è lo stesso autore ad ammiccare ai tanti cliché della rappresentazione agropastorale:

Il suo cuore era a forma di nuraghe. Era un “sardopatico”, come un giorno l’aveva definito il suo amico segreto Piero, lui sì, un vero cinghiale antropomorfo […] Mangiava come loro: carne di pecora che esplodeva di grasso, pecorino stagionato coi vermi, culurgiónes che scoppiavano aglio e formaggio salato, maialino del giorno prima a colazione, ma niente, la sua situazione non migliorava. (p. 7)

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foto di joel peel

Sull’uomo

Se la natura è un altrove mitico, l’uomo d’arcadia è bellicoso, e non mancano in Niffoi scariche di pallettoni, spalletonate, fucilate, grappoli di pallettoni, coltelli a serramanico. Per la Roggeri sono tre bocche di fucile puntate in faccia, che colpiscono come fucilate al petto. Per Némus sono le pistole d’ordinanza e una «9×91 mm Parabellum».
L’attrezzatura di scena di tutti i romanzi analizzati, perché parliamo di un altrove folklorico, abbonda di alcol e attrezzi d’epoca: un bicchiere di vino rosso posto fuori dalla finestra, fumo di caminetti e fragranza d’arrosti (Roggeri); ferro di zoccoli, «erba, pecore, grano, formaggio, vacche, vino, olio, patate, maiali, galline e cipria», scrannetto di sughero, cannonau, cestini di vimini, coltello a serramanico, vino moscatello, acquavite e vino nero (Niffoi); axina asutt’e spiritu, cannonau, grappa fil’e ferru, cavallini selvaggi di Gesturi, cinghiali (Némus). La chiosa, potrebbe essere: ma cosa ne sapete voi continentali di noi sardi? Tradotto dalla Roggeri: «ci sono cose che non si possono spiegare, cose antiche che solo la gente di Baghintos può capire». (p. 169)

Bilinguismo

C’è una sardità più sostanziale: le opere citate, oltre all’espressionismo lessicale, hanno in comune una spiccata tendenza all’utilizzo dell’italiano regionale di Sardegna e dei suoi sistemi più collaudati massmediaticamente: le ricorrenze pleonastiche, le inversioni aggettivali e verbali, la mimesi dialogica che simula, a tratti con grande maestria, una scrittura orale raccontata. Ma c’è soprattutto in tutte le opere una forte tendenza al bilinguismo. Le parole sarde vengono spesso segnalate nel testo in corsivo. Come in Roggeri, che non solo lascia un glossario a fine romanzo, ma formula il contesto o fornisce una successiva traduzione a integrare: «Deusu ci gastidi! Che Dio ci guardi, aveva detto» (p. 10). Lo stesso accade in Némus, «Unu farrambòddiu. Un gran garbuglio, insomma» (p. 141). Solo in Niffoi, i lemmi sardi sono riportati in tondo nel testo, per quasi tutte le occorrenze: un apparato di note a fondo pagina giunge a integrare quanto letto: «cartas, vinu, culos e tittas, chie menzus de nois?» (carte, vino, culi e tette, chi sta meglio di noi? p. 38).

Sindrome post-coloniale

La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattromila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come paradiso. (Fabrizio De André)

Molte delle narrazioni che pongono la Sardegna fuori dal tempo e dalla storia, gonfie di stereotipi identitari anche appassionanti sono spesso pretestuose: alimentano un mercato di genere che si autolegittima nella stabilità del canone, negli stilemi di maniera che il lettore ama perché ormai allenato a riconoscerli: l’assassino è sempre il maggiordomo. Anche perché ogni cliché poggia sempre su basi concrete.
In Sardegna è vero, c’è spesso vento. È vero, si beve parecchio, tant’è che i giovani sardi sono i primi in Italia per binge drinking, e purtroppo, per quanto riguarda i fucili, nel 2016, la provincia con più omicidi è stata Nuoro; Sassari la sesta.
Dietro la patina del cliché non c’è altro, quasi fosse un dato incontrovertibile, o legge naturale. In queste narrazioni, non c’è quasi mai un orizzonte logico ed etico ma un determinismo sociale e geografico, asfissiante, quello di certe narrazioni post-coloniali. Finché è un gioco commerciale ci si può lamentare della buona o cattiva riuscita dell’operazione, ma quando si cerca persino l’effetto tratto da una storia vera, il gioco è pigro e consiglio a tutti di ripassare dal via, o almeno da Il giorno del giudizio di Salvatore Satta.

foto di copertina di max tarkhov 

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