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Gattopardi editoriali #3. Editing selvaggi

Pensiero più o meno diffuso vuole che l’editoria di un tempo fosse migliore di quella di oggi: libri più curati, maggior rispetto per gli scrittori, poco interesse per il profitto. Ma è davvero così o è solo la patina nostalgica di ciò che non abbiamo vissuto a farci sembrare tutto oro quel che in realtà è piombo (tipografico)? “Gattopardi editoriali” è la rubrica sull’editoria che cambia per restare (quasi) così com’è da sempre.

Una verità universalmente riconosciuta (?) vuole che la contemporanea pratica dell’editing tenda a piallare stili e voci diverse, appiattendole tutte a una medietas che rende i testi più facilmente vendibili e digeribili al pubblico.
Che la questione sia concreta, non ci sono studi (almeno a conoscenza di chi scrive) che possano confermarlo o smentirlo.
Ciò che però possiamo affermare con una certa sicurezza è che “l’editing selvaggio” (ammesso che selvaggio sia), praticato ai fini più diversi, non è un’invenzione o una deriva dell’editoria di oggi, ma un esercizio ben presente da tempo, e che già in passato ha toccato vette di altissima audacia.
In futuro ritorneremo ancora sull’argomento (c’è un Vittorini e un Bassani che ci aspettano…), per adesso accontentiamoci di Leo Longanesi:

«Longanesi […] sui testi è di una spregiudicatezza al limite e oltre il limite della correttezza, superando largamente i pur audaci editing vittoriniani […] taglia, rimaneggia, riscrive e fa riscrivere. Racconterà Arrigo Cajumi di essersi accorto del vistoso taglio praticato sui suoi Pensieri di un libertino (1947) soltanto a libro uscito: Longanesi cioè aveva fatto coincidere la lunghezza del testo con la carta che aveva a disposizione, senza neppure informare l’autore.»

— Gian Carlo Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945- 2003, Einaudi 2004, pp. 76-77

Non prenderla come una critica – Trilogia della catastrofe

Rodolfo Wilcock, nella prefazione alla Nube purpurea di Matthew Shiel, scrive che se all’interno di un opera di Émile Zola dovesse comparire un pesce volante l’intera struttura crollerebbe. Questa dichiarazione andrebbe osservata con la nostra consapevolezza di persone del ventunesimo secolo: i pesci volanti ci sono sempre stati, era Zola a censurarli. Più osserviamo la realtà nel dettaglio tanti più pesci volanti troviamo.

Ce ne sono moltissimi nell’ultima raccolta di saggi dei tipi di effequ intitolata Trilogia della catastrofe. I tre autori sono Emmanuela Carbé, Jacopo La Forgia e Francesco D’Isa e si confrontano su tre diversi frammenti temporali: la fine, l’inizio e il durante del mondo. Tutti e tre seguono un leitmotiv, la catastrofe: uno dei metodi con cui si misura attualmente la realtà. Se nel Novecento questa misura era elitaria, e faceva percepire proprio Wilcock come un’avanguardia del fantastico, la catastrofe ha reso pure l’avanguardia popolare, tanto che Wilcock oggi si sposta di collocazione per andare nelle scienze statistiche: forse non avrebbe nulla da ridire, se non per la fatica del trasloco, dove si fa molta confusione e si perde sempre qualcosa dentro gli scatoloni. La Trilogia è proprio questo, uno scatolone che prova con tre diversi generi – racconto, reportage giornalistico e saggio divulgativo – a descrivere questa nuova percezione.

L’inizio del mondo secondo Emmanuela Carbé

Il senso della Storia – e dell’uomo – è nell’arbitrio col quale essa ci colloca nel tempo. Quindi non si vede perché un modello cosmologico che fa iniziare la Storia dal Congresso di Vienna debba essere necessariamente peggiore di uno che la fa iniziare col Big bang. Secondo Carbé tanto vale iniziare proprio da lì.

Gli avvenimenti straordinari della mia vita erano tutti riconducibili, uno a uno, ai meravigliosi, irripetibili ed eroici mesi del Congresso di Vienna. Primo novembre 1814, castello di Schönbrunn: inizia il mondo. Mi convinco che tutto il prima è una menzogna, un’invenzione, una scrittura epica di un passato che non è mai esistito. Faccio fuori in un attimo secoli e secoli di storia e mi prendo in mano poco più di duecento anni. (pag. 24)

E così abbiamo già bello che finito con l’inizio del mondo perché la capacità di far credere l’impossibile alla Carbé non manca. Succede con una precisa strategia stilistica. C’è un utilizzo disinvolto di tutta una serie di elementi lessicali di marca extra-letteraria calati dai più diversi linguaggi del contemporaneo: «WordPress, Google Calendar, Google Drive, Skype, Facebook, Twitter, Telegram, Tic Toc». Si tratta di referenti concreti ancora marginali alla scrittura letteraria convenzionalmente intesa. Tuttavia raggiungono lo scopo di allontanare il testo dal fronzolo librario, e secondariamente di allargare il lessico del convenzionale. Questa lingua è un impasto linguistico molto sostenuto in cui l’iperbole, sempre in primo piano, è applicata ad accadimenti minimi della vita quotidiana con effetti a volte stranianti, quando si cerca di dar conto dei vari comitati promotori del Congresso di Vienna che «può a sua volta formare degli altri comitati o sottocomitati, e connettersi temporaneamente a altri comitati e sottocomitati»; altre volte comici, come nel dialogato pidgin con un parlante anglofono presentato con una grafia all’impronta.

Excuse me, in che senso attività felici?

Immanuela, everything che ti viene in mente in questo

momento, qualcosa che ti make you happy”. (pag. 55)

Una tinta di leggerezza colta arreda la prosa della Carbé fin dal suo esordio, Mio salmone domestico, che ironia della sorte sempre del mondo parlava, con un sottotitolo più esplicito ma comunque lapidario: Manuale per la costruzione di un mondo.

Lo svolgimento del mondo secondo Jacopo La Forgia

 Ciò che esce dalla porta delle redazioni giornalistiche rientra dalla finestra degli editori italiani di varia. Il successo di Ryszard Kapuściński ha fatto crescere l’interesse per quei testi ibridi costruiti su basi testimoniali o documentali. Il frammento di La Forgia intitolato Costruire il risveglio si inserisce in questo frame: l’autore/la voce narrante/il reporter non può più essere un osservatore neutrale che raccoglie i fatti e li riporta asetticamente, li deve raccontare con tutto quello che comporta.

In Indonesia abitano due diverse categorie di persone: quelli che vogliono parlare del genocidio del Sessantacinque e quelli che lo vogliono tenere nascosto. Sono qui per incontrare i primi, e il fatto che accada anche per caso è senz’altro un buon segno. (pag 68)

Il reportage sui fatti indonesiani del 1965 – uno dei massacri misconosciuti del Novecento in cui morirono circa un milione di persone – diventa l’occasione per La Forgia di verificare lo stato di salute della Storia e della memoria. Il viaggio non abbandona le specificità della fiction, ma nemmeno l’aderenza storica al fact. È proprio grazie a questo bilanciamento che la miscela funziona: l’autore mantiene quella partecipazione che deforma il fatto ma con molta disciplina riesce a non scivolare nel mieloso, nel giudizio morale. Durante una digressione, la fatica che comporta questa disciplina si mostra:

Anche in me si produce spesso un’analoga scissione della memoria e tutto sommato credo sia un bene. Soffermarsi eccessivamente su eventi dolorosi, potendoli rivivere come se accadessero nel presente, non sarebbe un dono ma una condanna. (pag. 96)

Lo svolgimento del mondo, ha una sua drammatica risultanza? Nonostante la sofferenza sarà frainteso o dimenticato? Le risposte che il lettore trova, tra informazione e comunicazione, sono tutt’altro che scontate o consolatorie. Ma forse è solo la Storia a essere esagerata e bugiarda.

La fine del mondo secondo Francesco D’Isa

D’isa ci avverte subito: «sai che morirai, ma non sai quando […] ma se stai leggendo questo libro è probabile che da qui a cent’anni non vivrai più». Tutto il frammento di divulgazione filosofica affidato a D’Isa lavora a questo continuo svelamento. Elenca con intelligenza e leggerezza – per quanto paradossale possa sembrare – alcune delle strategie e degli esorcismi che l’uomo di ogni tempo ha escogitato per nascondersi alla morte e per gestirla. Il pregio di questo saggio è nella tenuta di due traiettorie inconciliabili. La prima è la dimensione psicologica del singolo – opposta alla dimensione di specie – di cui si fornisce una bibliografia essenziale di teorie, dalla Terror Management Theory di Tom Pyszczynskie soci, al neo-antinatalismo di Thomas Ligotti. La seconda traiettoria è quella pubblica – opposta alla dimensione privata – che negli ultimi anni sembra essersi saldata alle istanze politiche green. D’Isa le illustra, giustamente, in una scala macroscopica di specie, tratteggiando molti fenomeni della fine: surriscaldamento globale, eventi astronomici, morte termica dell’universo. Se si è parzialmente digiuni della materia trattata si rimane frastornati dalla mole d’informazioni, e dalla sgradevolezza implicita di questo memento mori. Se non fosse che la presa di coscienza della finitezza umana passa soprattutto dal suo incoerente rifiuto, proprio come pensava Blaise Pascal: «gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno creduto meglio, per essere felici, di non pensarci». Il punto d’arrivo del saggio di D’Isa è nella fotografia di questo rifiuto, al quale sa opporre argomentazioni, non dirò di speranza laica – cosa che non c’è tra queste pagine – ma di costruttiva azione pratica:

Un saggio disse che se il momento migliore per piantare un albero era vent’anni fa, il secondo momento migliore – ed è ormai evidente – è oggi. (pag. 197)

Storia dello scatolone

Questo unico editoriale, proprio perché esemplare, difficilmente farà scuola o avrà imitazioni. Tuttavia è proprio la sua forma obliqua a dirne la bellezza tutta giocata sull’accumulo di generi e punti di vista autoriali molto distanti e diversi. Un azzardo che ha il grandissimo pregio di aver inquadrato forse per la prima volta in Italia un tema inedito e avergli fornito una tassonomia, perché la catastrofe – concetto polisemantico e dilagante – sarà il vero nucleo tematico dei prossimi decenni.

immagine di apertura di Yosh Ginsu su unsplash

Libri (Quasi) Non Letti #3

Ci sono libri che leggiamo e rileggiamo, di cui citiamo passi a memoria, che ci hanno cambiato la vita o solo una giornata. E poi ci sono libri su cui abbiamo altri programmi, che ci fanno compagnia da anni, fedeli in attesa, quelli interrotti o dimenticati, altri che appaiono inaspettati e sembrano inseguirci o solo chiamarci, libri che in qualche modo fanno già parte di noi. Come il Lettore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, editori, scrittori, illustratori e librai raccontano i loro libri non letti.

risponde Stefano Friani

  • Libri che puoi fare a meno di leggere

Non lo so ma ho come l’intuizione che Rayuela di Cortázar, che ogni tanto mi occhieggia dalla libreria dei libri non letti, io non lo inizierò mai. L’idea di essere interattivo con un libro, navigarlo come un labirinto e giocarci come se stessi assemblando un puzzle mi ripugna abbastanza. Sei tu l’autore, fai il tuo mestiere e dimmi quello che mi devi dire. Grazie, ma no grazie.

  • Libri fatti per altri usi che la lettura

Lando vale?

  • Libri che tutti hanno letto dunque è quasi come se li avessi letti anche tu o Libri che hai sempre fatto finta d’averli letti mentre sarebbe ora ti decidessi a leggerli davvero

A un certo punto mi verrà voglia di leggere L’uomo senza qualità di Musil solo per dire che oltre a Daria Bignardi l’ho letto pure io. Ho lasciato a metà la mia copia inglese di Infinite Jest, uno dei pochi libri che ho mollato, nella speranza che prima o poi passi di moda. Più di recente Brick Lane di Monica Ali, bruttino forte. Dire non l’ho letto, è rivoluzionario, facciamolo più spesso. Anche perché come diceva la mia professoressa di spagnolo: loro sò in tanti a scrive e io sò da sola a lègge.

  • Libri che se tu avessi più vite da vivere certamente anche questi li leggeresti volentieri ma purtroppo i giorni che hai da vivere sono quelli che sono

La Recherche e in generale tutti i tomi di onanismo iperletterario da mille pagine prodotti a getto continuo da maschi bianchi americani e accolti implacabilmente con entusiasmo dai maschi bianchi italiani.

  • Libri che hai intenzione di leggere ma prima ne dovresti leggere degli altri

Ci sono diversi autori che ho leggiucchiato e magari dovrei/vorrei approfondire ma scalano sempre indietro nella lista di cose che voglio leggere, tra questi in ordine sparso: Onetti, Faulkner, Steinbeck, Lispector, Fitzgerald. Da ragazzino ho letto i noiosissimi Christine e Il miglio verde di Stephen King e nonostante questa riscoperta collettiva credo che rimarranno gli unici due suoi che leggerò. Aspetto ancora un suo romanzo con una lavastoviglie assassina.

  • Libri troppo cari che potresti aspettare a comprarli quando saranno rivenduti a metà prezzo

In vista di una futuribile vacanza in Tunisia resa più nebulosa dallo psicodramma collettivo in atto, ho nel mirino da parecchio tempo Juifs et arabes di Albert Memmi, un ebreo di Tunisi che giocoforza si è confrontato con la millenaria convivenza tra i due popoli. Non credo sia mai stato tradotto in italiano, e l’unica edizione che rimedio in giro è una inglese sui 150 euro che non posso permettermi. Nel frattempo però sto recuperando il resto della sua produzione.

  • Libri che da tanto tempo hai in programma di leggere o Libri che potresti mettere da parte per leggerli magari quest’estate

Questo primo scampolo d’estate sarebbe stato finalmente dedicato all’Ulisse di Joyce, vista la concomitanza con una settimana irlandese. Era pure ora, insomma. A quanto pare però non solo non ci sarà la settimana irlandese, ma mi hanno anche informato che l’edizione in mio possesso non è quella giusta, ma che sarebbe preferibile quella di Terrinoni per Newton Compton. Niente oh.

  • Libri che da anni cercavi senza trovarli

Ho cercato per un bel pezzo un’edizione abbordabile di Hostage to History: Cyprus from the Ottomans to Kissinger, ma poi mi sono accontentato di leggerlo su un pdf a scrocco. Anche cercare la prima mirabolante edizione di La casa della fame di Dambudzo Marechera era stato avvincente. L’aveva tradotto uno sciamano milanese ed era uscito per tale Selene a metà anni ’90; avevo contattato il traduttore ma non aveva copie nemmeno lui. Ah, il libro che adesso cerco con tutta la voluttà di cui sono capace è Dove andiamo a ballare questa sera? La guida a 250 discoteche italiane stilata nel ruggente 1988 dall’«avanzo di balera» nonché ex ministro agli Esteri socialista Gianni De Michelis.

  • Libri che riguardano qualcosa di cui ti occupi in questo momento o Libri che vuoi avere per tenerli a portata di mano in ogni evenienza

Ce ne sono alcuni che mi ritrovo a consultare frequentemente, penso al Ferretti quando mi tocca parlare di editoria, ma dovessi dirne uno tra tutti è la PBE verde fluo, La letteratura americana dal 1900 a oggi, a cura di Luca Briasco e Mattia Carratello. Se non è lì allora non c’è.

  • Libri che ti mancano per affiancarli ad altri libri nel tuo scaffale

Ho i primi due volumi di tre dell’Arcipelago gulag di Solženicyn, quindi sono a un’impasse: lo inizio cercando di racimolare il terzo, compro una nuova edizione tout court oppure aspetto di trovare il terzo? Alla fine ho comprato Una giornata di Ivan Denisovič nelle Letture Einaudi e mi sa che partirò da quello con Solženicyn.

  • Libri che ti ispirano una curiosità improvvisa, frenetica e non chiaramente giustificabile

Tutto quello che pubblica Pidgin edizioni. (Ma quelli però li vorrei leggere e spesso li leggo, forse la mia comprensione di un testo elementare è deficitaria e allora ho sbagliato tutto nella mia vita.)

  • Libri letti tanto tempo fa che sarebbe ora di rileggerli

Non sono un grande rilettore di romanzi e racconti, in vita mia ho riletto daccapo solo Il signore degli anelli, Come una bestia feroce di Bunker e Il giorno dello sciacallo di Forsyth, ma parliamo di eoni fa. Preferisco farmi un’opinione tranchant di una cosa che ho letto, passare oltre e magari tornarvi per saltabeccare qualche passaggio se il libro è particolarmente «quotable». Dovessi rileggerne proprio uno, direi Money di Martin Amis.

Stefano Friani ha fondato Racconti edizioni assieme a Emanuele Giammarco. Scrive di libri su Altri animali, minima&moralia e il manifesto.

 

Andare a letto con chi scrive

È diventato con il tempo così capriccioso dire di sé stessi “sono un editor”. Un’identità nata già un po’ ridicola a causa della mancata traduzione nella lingua in cui la si nomina, scippata, molti dicono, a chi il mestiere lo certifica all’interno di una casa editrice, e poi trasformata nella foglia di fico sotto cui si celano le esperienze, le capacità, le produttività non misurabili, come sono molte delle cose che un editor fa o non fa.

Chi lo dice di qualcuno che è un editor? Chi lo dice che io sono un’editor? All’inizio nessuno, me lo dicevo da sola. L’ho detto la prima volta quando ho aperto questo sito e ho giurato di poterlo dimostrare, e poi al primo autore/cliente che ha richiesto il mio aiuto per scomporre e ricomporre una storia, al primo scrittore pubblicato o anche pubblicabile-in-potenza che mi ha affidato la sua opera. Sono un’editor perché leggo bene, so come si fa, riconosco la scrittura, so aiutare a governarla.

Al ridicolo di non avere un nome appropriato si aggiunge quello per cui non ci si può certo definire “artisti”. Si può tentare con “creativi”, ci si può imporre di dichiarare, in barba alle sindromi dell’impostore: ho talento. Resta che il talento non è certificabile come un albo professionale. Si può dire: ho esperienza, ma nel caso del lavoro indipendente l’esperienza non è assolta in un ufficio con la targhetta sulla porta. Di quello che faccio come editor niente è immediatamente riconoscibile. Niente sta lì a dimostrare che io lo faccio.

Eppure c’è. Ci sono i risultati: i clienti soddisfatti, i romanzi migliorati, le pubblicazioni, i ringraziamenti finali, il passaparola. Cose belle, che però dipendono tantissimo dagli altri (è soddisfatto ma lo dirà in giro? il romanzo è migliorato ma se n’è accorto? ha pubblicato ma si ricorderà del tempo in cui ci abbiamo lavorato?) e che, come tutto ciò che della propria vita è in balia dell’altro da sé, procurano ansia, frustrazione, alle volte vera e propria tristezza. Le relazioni umane sono complicatissime e sapere di esserne dipendente può fare spavento. A me lo fa.

Alle strane condizioni oggettive ci sono da aggiungere, nel mio caso, quelle che mi procuro da sola, lungo la strada alternativa nella quale mi sono incamminata fin dall’inizio. La mia formazione non è linguistica e mia serietà vuole che nell’accordo per gli editing non ci sia la correzione di bozze; non è redazionale, e questo significa che non ricerco, forse addirittura non mi piace, l’approccio che entra nel testo a cambiare la frase, che barra “il superfluo”, esalta l’apodittico, costruisce il capoverso isolabile e condivisibile.

(Finisco comunque per fare entrambe le cose: leggo analiticamente da così tanto tempo che ho assimilato le regole di grammatica e sintassi come un bambino che impara naturalmente la lingua e, anche se fuori accordo, non mi trattengo dal correggere; accompagno i testi molto spesso fino alla fine, fino a un attimo prima che entrino in casa editrice, e quindi la frase la giro eccome. Ma l’editing non è questo, per me. Non è questo il mio editing.)

Come tutti, ho cominciato scrivendo. Confondevo il mio interesse per la lingua scritta (non tanto per le storie, la consapevolezza verso le storie è venuta dopo) con la passione per lo scrivere. Ho capito molto presto, saranno stati un anno o due – un anno o due in cui ho scritto solo un paio di racconti, qualche pezzo sparso, qualche poesiola, e già lo scrivere così poco anticipava e dimostrava la verità – che scrivere non mi appassionava affatto.

Non mi diverto, mi annoio molto. Non sono determinata, e ogni cosa che comincio finisce a pagina due, e ogni cosa che penso, resta una cosa pensata, un dialogo tra me e me. Non ho fantasia, di nessun tipo: non so giocare, non so inventarmi storie, non so figurarmi personaggi. Non mi interessa vedere dove va a finire (non mi interessa neanche come lettrice). Non ho nulla da dire, e non perché io sia stupida o vuota, spero di non esserlo, ma perché il movimento della mia giornata, della mia vita, non è verso gli altri, è verso di me.

La scrittura mi interessa perché prende vita, la vedo che si sviluppa sotto i miei occhi, un attimo prima il paragrafo non c’è, non c’è la scena risolutiva, non c’è la verità che luccica, e un attimo dopo ecco tutto lì: il paragrafo, la scena, la verità, la mia esistenza. Io la leggo e quello che leggo mi costruisce, mi spiega, in qualche modo mi salva. Ogni passo verso la salvezza, che è la mia ricerca primaria fin dall’infanzia, mi porta lontano dalla sedia, dalla scrivania, dalla solitudine: può sembrare molto superficiale, e forse lo è, la dicotomia scrivere/vivere, ma con me funziona: io non ho tempo per scrivere, ho troppo bisogno di vivere.

Quando leggo, mi ritraggo dal mondo fenomenico. Porto la mia attenzione “all’interno”. Paradossalmente, mi rivolgo all’esterno, verso il libro che ho tra le mani, e – come se il libro fosse uno specchio – ho l’impressione di guardare all’interno.

Che cosa vediamo quando leggiamo, Peter Mendelsund, traduzione di Maria Teresa de Palma, Corraini 2020

Dunque leggo. Non si può dire che leggere crei opere d’arte, ma leggere è sicuramente un atto di creazione. Il movimento mentale, visivo, semantico, simbolico, a cui la lettura costringe produce nuove visioni e significati, addirittura nuove politiche, si potrebbe dire nuove storie e lingue. Più addestri questo atto creativo inizialmente involontario, più l’attività di leggere, che in molti scambiano per comportamento passivo, diventa invece un gesto consapevole e strutturato, in grado di significare (nella lettura e basta) e dare direzione (nella lettura per l’editing).

Qualsiasi configurazione letteraria indica allora qualcosa come una pista da seguire, un fraseggio all’interno della nostra esistenza. Per osservare meglio questa dinamica bisogna considerare la lettura come un comportamento o una condotta più che come un decifrare. Un comportamento «dentro» il libro: è questione di attenzione, percezione ed esperienza, un percorso mentale, fisico e affettivo all’interno di una forma linguistica.

La lettura nella vita, Marielle Macé, traduzione di Marina Cavarretta, Loescher editore

Come ho già raccontato, la scuola in cui avrei desiderato imparare a fare editing non esisteva, e io sono scettica, esigente, probabilmente snob: mi fido poco e voglio il meglio. Quindi ho imparato frequentando corsi collaterali (scrittura creativa, sceneggiatura, poesia), rubando (da tutto quello che i libri e la rete mi davano a disposizione), testando (su tutti quelli che avevano qualcosa di scritto), dandomi dei maestri (i maestri esistono per forza, a volte lo sono a loro insaputa, a volte vengono rinnegati, ma nessuno di noi può dirsi figlio senza padre). E così, un po’ voilà, ho fatto dell’editing il mio mestiere.

Nel tempo trascorso tra le prime prove e l’oggi intatta è rimasta l’impronta maieutica che sostengo. La mia convinzione è che non debba essere io a cambiare un testo, e, vi dirò, che non debba essere nemmeno l’autore: i testi si evolvono da sé. Ogni testo ha infinite vite al suo interno, strutture, forme, direzioni, scelte. Per compiersi ha bisogno di grattarsi, sbucciarsi ed espellersi e l’unica strada è la selezione. Cosa c’è dentro, cosa rimane fuori. Perché perché perché. Leggere e scrivere sono due gesti da attivarsi sempre con le domande in testa, e con un’estrema attenzione nell’ascoltare le risposte.

Alle volte queste arrivano perché lo scrittore ha una buona idea, gli viene rileggendosi, e decide che, no, non è il punto giusto per dare quell’informazione oppure che, sì, il personaggio deve dire quella cosa lì adesso, proprio adesso. Alle volte succede perché l’editor nota un oggetto ricorrente, una tonalità, un’immagine che fa capolino più volte, lo fa notare allo scrittore, lo convince della coerenza sistemica, a quella prima tinta vengono aggiunte sfumature progressive, e il testo prende una nuova direzione, acquisisce un tema che prima mancava.

In entrambi i casi il testo è stato manipolato perché lo ha permesso, perché in controluce sia l’idea dello scrittore che la tonalità intravista dall’editor c’erano già. La qualità e la riuscita della manipolazione sono un discorso a parte, si collocano sulla scala di giudizio che esiste per ogni cosa sulla terra. Ma quello che si vuole dimostrare, e cioè che ogni testo ha al suo interno una vita che prende strade non ancora battute ma tracciate, è dimostrabile. Si può fare la prova con qualsiasi pagina, dalla prima fiaba di un bambino alla pagina de-fi-ni-ti-va di un autore da anticipi a sei cifre (o povero, ma incensato dalla critica).

Nella varietà delle esperienze sui testi, che va dalle mani nei capelli allo giubilo e meraviglia, io mi colloco sempre nel luogo dove abita la curiosità, e onestamente potrei dire anche il pettegolezzo. Mi piace guardare, in qualunque caso. Quando lavoro con i principianti fare editing è cercare di migliorare il più possibile le loro storie: scavo, avventura, combattimento, risalita. Quando lavoro con i professionisti e soprattutto con gli autori della United Stories, e cioè quando lavoro convintamente e immersivamente a testi scritti da autori che mi affascinano, provo altro sentimento: gratitudine, mistero, aspettativa, romanticismo, possessione.

In entrambi i casi – anche se in maniera più evidente e avvolgente nel secondo, e comunque con una gradualità, una predisposizione, un approccio, un obiettivo e una riuscita sempre diversa da testo a testo – fare editing è la mia personale forma di erotismo. Una forma tanto desiderata e attesa, costruita come uno strumento di chirurgia, il correlativo oggettivo del mio amore per il mondo, nonostante tutto. Ed è soprattutto uno studio nascosto: l’osservazione dei gesti di quando si è nudi, di quando ci si annusa e ci si seduce.

Ogni volta che edito, vado a letto con chi scrive. Donne, uomini, più giovani di me o molto più anziani. Non è fare l’amore: non è affetto, spesso non è neanche dolcezza, non ci sono preliminari, non si condivide il sonno. È uno specifico genere di intimità, circoscritto, temporaneo. Pari forse a quello che si instaura con un medico: nel suo studio due volte l’anno, lui non sa niente di te, del lavoro, dei litigi a casa, non sa dove abiti, se sai nuotare, qual è l’ultimo viaggio che hai fatto. Conosce solo ciò che appartiene al suo campo di competenza: il corpo/la scrittura; l’operazione all’utero/il romanzo rifiutato: nascondimenti preziosissimi e solo vostri.

I dettagli, le confessioni, le sporcizie e i fallimenti, gli ardori e le guarigioni: la scrittura è un’emanazione del corpo dell’altro, che io osservo. Capita che gli autori mi chiedano “Come hai fatto a capire quello che voglio? Come comprendi i miei timori prima che li esprima?” e io non ho saggezza a illuminarmi, lunga esperienza da sciorinare e ferro del mestiere da affilare: mi sono solo messa a guardare, ho letto le loro parole, li ho visti attraverso quelle che hanno scelto, quelle che hanno corretto, come hanno deciso di correggerle.

Dei personaggi di un romanzo, si dice che si rivelano al lettore nel momento della scelta: sulla scena compare il classico evento traumatico, mettiamo un incendio, e ogni personaggio ha una reazione specifica (chi scappa, chi accorre in aiuto, chi cerca di salvare il salvabile) che lo svela, lo denuda. A me succede con gli scrittori: mi si palesano per le scelte che compiono. Li vedo nudi quando leggo le loro prime stesure, e li vedo nudi quando ripensano a una scena o a una frase, e li vedo nudi quando accettano o protestano per i miei suggerimenti. Non ho bisogno di incontrarli dal vivo, di toccarli, di conoscerne le famiglie: la loro scrittura ci rende complici in una maniera che prendendo un caffè insieme o frequentandoci alle feste non potremmo mai provare.

Quello che so della dinamica scrittura/editing è che è una lotta impari: io non mi spoglio come fa chi scrive, non potrei mai. Sono consapevole di questo squilibrio e tratto il privilegio toccando la scrittura con tutto il rispetto di cui sono capace, che non vuol dire non criticarla, non metterla in discussione, o addirittura, in alcuni casi, biasimarla. Se così fosse il mestiere non avrebbe senso, non avrebbe senso il rapporto scrittore/editor, meglio chiudere tutto.

Dalla mia ci metto l’onestà, perché non dirò mai di un testo quello che non penso, l’abnegazione, perché il testo è sacro e viene prima di ogni cosa, anche di idiosincrasie e antipatie, la riservatezza (essere un’editor è un po’ essere un’agente segreto), la cura, il perfezionismo, il desiderio e la sfrontatezza di far emergere ciò che credo meriti di emergere. E poi ci sono io: il taglio di sguardo, la specifica sensibilità, il bagaglio. Di bravura e talento devono sempre essere gli altri a parlare per noi. Ho del coraggio: questo lo posso dire. E a voler guardare, nudi sono anche alcuni pezzi di me.

foto di copertina di logan weaver su Unsplash

APNEA scuola di lettura e editing

CHE COS’È

Apnea è un corso di formazione per lettori unico nel suo genere: una scuola di lettura tecnica e critica di lungo periodo, che fornisce gli strumenti per trasformare la passione di leggere in una competenza.

Apnea forma lettori forti. Per diventare un lettore forte non conta quanti sono i libri che leggi, ma quanto vale la tua capacità di leggerli: proprio come per la scrittura questa capacità s’impara, si educa, si perfeziona. Se vuoi specializzare il tuo occhio di lettore, se lavori in editoria, se vorresti fare il redattore, il giornalista culturale, l’editor, il critico o se hai semplicemente una passione per le storie: Apnea ti dà gli strumenti per leggere professionalmente.

Un laboratorio di editing lungo 6 mesi è a tutti gli effetti un apprendistato. La classe di allievi editor lavorerà a un romanzo inedito seguendo passo-passo il lavoro che Francesca de Lena compie su ogni manoscritto che riceve. Si comincia con le prime impressioni e la scelta della direzione per il lavoro di (ri)struttura del testo e si finisce con il micro-editing: il perfezionamento frase per frase. Nel mezzo: lezioni su tutti gli elementi della narrazione (temi, visione, personaggi e conflitti, trama e montaggio, forma e stile), esercizi pratici, prove di editing, lezioni di ospiti esterni, incontri con l’autore del romanzo.

L’apnea è quel periodo di tempo in cui si rimane sott’acqua a guardarsi attorno e capire cosa si ha per le mani, prima di risalire in superficie. È un lavoro di maieutica, osservazione e manipolazione, che si pone l’obiettivo di scegliere tutti i “cosa” e i “come” di cui una storia ha bisogno.


COME FUNZIONA

Gli incontri in classe saranno 23:

  • 13 lezioni di lettura e editing
  • 4 discussioni con l’autore del manoscritto selezionato
  • bonus: 3 lezioni letteratura + 3 lezioni editoria per chi desidera approfondire

Ogni incontro durerà 2 ore, per un totale di 46 ore di laboratorio.
Tutto si svolgerà in una classe virtuale, in diretta online, perché la buona scrittura e il buon editing non possono farsi fermare dalla geografia.

Saranno forniti gli strumenti per imparare ad argomentare (scritto e orale) le proprie analisi sui testi, per esercitarsi a pensare e scrivere le valutazioni, per scomporre i romanzi e svelarne i meccanismi narrativi (personaggi, conflitti, obiettivi) e formali (struttura, montaggio, stile), per porre domande, proporre soluzioni, e per guardare alle storie scritte dagli altri con rispetto e determinazione (sì, anche questo s’impara). S’imparerà a farsi avanti, consigliare, cancellare, appuntare, sostituire, annotare ai margini. Appassionarsi.

L’autore che sottoporrà il proprio manoscritto ad Apnea si confronterà con la classe e ri-scriverà il testo in accordo con i consigli degli allievi editor. Due autori delle scorse edizioni di Apnea hanno ottenuto la menzione speciale al Premio Italo Calvino per esordienti e pubblicato i loro romanzi.

Durante il percorso la classe di Apnea diverrà anche una costola della redazione di I libri degli altri e selezionerà i racconti di autori inediti e editi che verranno pubblicati sulla rivista. Ogni allievo editor lavorerà all’editing di un racconto, che infine verrà pubblicato con la firma dell’editor accanto a quella dell’autore.


CALENDARIO DELLE LEZIONI

gli incontri di APNEA sono il giovedì dalle 18:00 alle 20:00 da ottobre 2020 a marzo 2020 (per diverse esigenze si troverà un accordo con la classe)

OTTOBRE

lezione 1: cosa bisogna capire dalla lettura delle prime 20 pagine di un testo

8 pausa per leggere il romanzo integrale

15 lezione 2: prima di cominciare, la riunione per scegliere la direzione da dare all’editing

22 lezione 3: riconoscere, tirare fuori e sviluppare i temi di un romanzo

29 lezione 4: riconoscere il cuore di un romanzo: ossessione, prospettiva e sottotraccia


NOVEMBRE

5 prima discussione con l’autore

12 bonus letteratura (1) Il racconto non fa un romanzo (e viceversa)

19 lezione 5: la costruzione dei personaggi: caratteri, conflitti, obiettivi

26 lezione 6: la costruzione delle relazioni e dei conflitti esterni


DICEMBRE

3 bonus editoria (1) Come legge un libraio, con Antonello Saiz

10 lezione 7: la composizione della trama, dall’incidente scatenante alla chiusura del sipario

17 seconda discussione con l’autore

24 pausa natalizia
31 pausa natalizia


GENNAIO

7 bonus editoria (2) Come legge un ufficio stampa, con Simona Gionta

14  lezione 8: il montaggio e la struttura

21 lezione 9: che cosa s’intende per “forma” di un testo

28 bonus letteratura (2) Le strutture dei romanzi: forme, casi, scelte di stile


FEBBRAIO

4 terza discussione con l’autore

11 lezione 10: parlar verosimile e letterario, la costruzione dei dialoghi

18 lezione 11: che cosa s’intende per “stile”

25 bonus letteratura (3) La guerra contro i cliché


MARZO

4 lezione 12: che cos’è e come si riconosce una voce d’autore

11 bonus editoria (3) Come legge un editore, con Luca Briasco

18 lezione 13: esempi di micro-editing

25 ultima discussione con l’autore


CHI CONDUCE LA SCUOLA

Francesca de Lena: agente letteraria, editor, scout

Ha co-fondato l’agenzia letteraria United Stories. Legge manoscritti per la The Italian Literary Agency. Ha fondato e dirige il sito letterario I libri degli altri. Conduce laboratori e workshop di scrittura e editing on line e dal vivo a Napoli, Roma, Formia. È un’editor indipendente.


CHI SONO GLI OSPITI DEL BONUS EDITORIA

Antonello Saiz: titolare con Alice Pisu della libreria “Diari di Bordo” di Parma

Libreria premiata dal Cepell (Centro per il Libro e La Lettura) nel 2015 per le iniziative solidali e per la capacità di portare i libri fuori dai contesti usuali. Nel 2018, i ” Diari di Bordo” unica libreria a livello nazionale e unica azienda per l’Emilia e Romagna a ricevere un riconoscimento alla Camera dei Deputati per il (RE)made in Italy, un evento dedicato alle attività italiane capaci di utilizzare le nuove tecnologie.
Da anni si occupa di libri su vari Blog e Portali tra cui Giuditta legge e Satisfiction.


Simona Gionta: giornalista, ufficio stampa

Ufficio stampa della casa editrice Tunué. Scrive e collabora con Avvenire/LazioSette per cui cura la rubrica letteraria Un libro al mese. Cura l’ufficio stampa di diverse realtà, festival culturali e teatrali a livello nazionale e internazionale (tra gli altri: Festival dei teatri d’arte mediterranei, Festival delle emozioni, Fari culturali del Mediterraneo, Teatri senza frontiere). È tra i fondatori dell’associazione Fuori Quadro che gestisce uno spazio culturale e letterario condiviso.


Luca Briasco: editore, editor, agente letterario, traduttore e americanista

Ha co-fondato l’agenzia letteraria United Stories. Editore e editor di narrativa straniera per minimum fax, è stato editor di narrativa straniera per Fanucci e Einaudi Stile Libero. Insieme a Mattia Carratello ha curato La letteratura americana dal 1900 a oggi. Dizionario per autori (Einaudi, 2011). Ha scritto Americana, minimum fax. Collabora alle pagine culturali del Manifesto e del Venerdì di Repubblica. Ha tradotto una quarantina tra romanzi e raccolte di racconti, fra gli ultimi: Una vita come tante di Hanya Yanagihara, e Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen, Premio Pulitzer 2016. È il traduttore italiano di Stephen King.


CHI È L’AUTORE DEL ROMANZO SCELTO

L’autore selezionato per il laboratorio sarà annunciato entro il 31 agosto. Autori delle scorse edizioni sono stati Luca Mercadante (Presunzione, minimum fax; Nata per te, Einaudi Stile Libero) e Nicoletta Verna (presto il libreria con il suo romanzo), entrambi Menzioni Speciali della Giuria del Premio Italo Calvino.


COSTI E ISCRIZIONI

Il corso base di Apnea costa 990,00 euro da dividere in tre tranche: 330,00 al momento dell’iscrizione, 330,00 a novembre e 330,00 a gennaio.

Per chi si iscrive entro il 31 luglio c’è uno sconto del 30% sulla prima tranche.

Le 6 lezioni bonus letteratura+editoria costano 150,00 euro.
Le iscrizioni chiudono il 23 settembre.


INFO

Per qualsiasi informazione scrivi a: ilibrideglialtri@gmail.com

Per conoscere le esperienze degli altri corsisti leggi: DICONO GLI ALLIEVI EDITOR


LE SCORSE EDIZIONI

APNEA 1ª edizione

APNEA 2ª edizione

APNEA 3ª edizione

APNEA 4ª edizione

Gattopardi editoriali #2. Liberi librai in libera editoria

Pensiero più o meno diffuso vuole che l’editoria di un tempo fosse migliore di quella di oggi: libri più curati, maggior rispetto per gli scrittori, poco interesse per il profitto. Ma è davvero così o è solo la patina nostalgica di ciò che non abbiamo vissuto a farci sembrare tutto oro quel che in realtà è piombo (tipografico)? “Gattopardi editoriali” è la rubrica sull’editoria che cambia per restare (quasi) così com’è da sempre.

Tra i dibattiti che più animano (e presumibilmente continueranno ad animare) l’ambiente editoriale, uno è stato recentemente messo a riposo dall’ultima legge sulla lettura e riguarda lo sconto massimo applicabile ai libri.
L’altro, che non verrà mai messo a tacere, vede contrapposti le categorie di “libraio di catena” vs. “libraio indipendente”: dove il secondo è sempre ammantato di un’aura di passione, competenza e professionalità che mancherebbe al primo; il quale, di contro, è spesso accusato di avere una scarsissima preparazione culturale.
Ma la scontistica selvaggia e i librai impreparati parrebbero essere problemi ben radicati anche un secolo fa… pardon, due secoli fa.

Per quanto riguarda in modo specifico l’editoria, a leggere le cronache e i dibattiti del settore attraverso le pagine delle gazzette e, a partire dal 1888, anche del «Giornale della libreria», il mercato librario sembrava, per un verso, un colabrodo e, per un altro, un concentrato di problemi d’ogni genere: strozzature distributive e insufficienza della rete di librerie; difficili rapporti tra categorie, anche per il malcostume da parte di molti di concedere sconti eccessivi (questione molto difficile da affrontare, che susciterà polemiche e interventi a non finire); scarsa preparazione culturale e professionale dei librai, già da tempo considerata uno dei problemi più seri dell’editoria.*

*Alberto Cadioli, Storia dell’editoria italiana dall’Unità ad oggi, Editrice Bibliografica 2013, versione ebook.

Scrivo perché riconosco la compagnia di un’ombra che mi cammina a fianco

di Eduardo Savarese

Ho fatto la quarantena in casa con Lisetta e Rodrigo, i miei gatti. Poiché sono attratto da tempo dalla vita claustrale o, per meglio dire, monacale (soprattutto per quanto attiene alla regolarità del ritmo quotidiano), ho preso la palla al balzo e ho cercato di organizzare la mia giornata-tipo come quella di un monaco. Dopo un po’ di attività fisica, lavoro e preghiera. Nel lavoro, molti studio e lettura.
Partiamo dalla preghiera/meditazione (seduto in silenzio per unità temporali di trenta minuti con una candela accesa e ben coperto, ma scalzo). Dopo le prime settimane più misticheggianti, è sopravvenuta la fatica di liberarmi dal peso dei pensieri (di ogni genere). Insomma, più la quarantena procedeva, più sentivo ingombrante il mio io. Più meditavo, più mi appesantivo. Come mai?
Credo la risposta sia nell’eccesso di solitudine: sono gli altri che scavano uno spazio in noi, gli altri che ci forniscono gli strumenti per trovare le parole, per raccontare la vita. Quindi ho bisogno degli altri, e dei corpi degli altri, per fondare un equilibrio solido di invenzione delle idee. A questo aspetto negativo dell’isolamento, se ne affianca un altro positivo.
La contrazione del tempo – molte sue perdite sono infatti state azzerate – mi ha aiutato nello studium otiosum, potremmo chiamarlo, cioè nell’applicazione a letture più vaste, più libere, più disordinate del solito. È capitato allora di riprovare la gioia di avere il tempo di vedere maturare le connessioni tra idee, assistere al loro sorgere e consolidarsi, tra campi, epoche, protagonisti apparentemente lontani: si è ricomposto il mondo delle relazioni tra grandi principi che avevo provato in modo compiuto soltanto negli anni del liceo. Dopo quel periodo, infatti, è venuto il tempo di un sapere/conoscere parcellizzato, specializzato.
Assaggiando questa unitarietà intuitiva di folgorazioni ideali (nutrite soprattutto da Giordano Bruno e i suoi fenomenali Eroici Furori), sono finito nel mezzo di un labirinto, che coincide con le mura di casa mia. Dentro le mura della casa/labirinto, mi sono venute incontro delle connessioni ideali: una riguarda l’ombra, e investe la domanda “Perché scrivo?”.

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Partiamo dall’ombra. Nel De Umbris Idearum, Giordano Bruno riprende e utilizza uno dei temi portanti del Cantico dei Cantici, libro dell’Antico Testamento tra i più studiati nei secoli, grazie alla potenza delle sue immagini d’amore. Si tratta, in particolare, dell’immagine della protagonista che attende l’incontro con lo Sposo, con l’Amato, sedendo all’ombra (sub umbra).
In questa posizione, di quiete riparata e protetta, è possibile avere accesso alla conoscenza della realtà superiore della divinità. L’intelletto non reggerebbe, infatti, alla visione diretta di Dio: l’ombra permette di conoscere in modo attutito (limitato, dunque) ciò che sarebbe altrimenti impossibile osservare, perché ci abbacinerebbe e, infine, accecherebbe. In questo senso, l’ombra è non solo necessaria, ma ha un valore specificamente positivo.
Negli Eroici Furori, Giordano Bruno davvero furoreggia (nella lingua, nella costruzione della frase, nello svolgersi ardimentoso e appassionato del pensiero). Il tema dell’amore (della sofferenza d’amore, della percezione dolorosa della mancanza d’amore) viene tradotto in immagini e considerazioni che esigono di elevare l’amore dal livello delle cose terrene a quello delle cose divine. Per cercare Dio, a partire dal mondo, e nella vastità sconfinata dei mondi e degli universi, ci vuole una feroce determinazione, un furore, un furore eroico.
La figura mitologica prescelta per raccontare dialogicamente questo cammino dell’anima è Atteone che, andando a caccia, incontra Diana e la guarda senza intermediazione alcuna, direttamente nella sua nudità, e che per questo verrà dilaniato dai cani della dea cacciatrice.
Da cacciatore diventa preda: ma è proprio questo il destino di chi si mette in cerca della divinità e delle cose eccellenti dell’essere, ed è il destino d’amore, poiché l’oggetto d’amore finisce col possederti e trasformarti. A differenza del De Umbris Idearum, questa conoscenza è narrata negli Eroici Furori non più solo nella sua forma intellettuale, ma come processo integrale, che investe tutte le attitudini vitali dell’essere umano, il cuore, il corpo, la ragione e l’intelletto. Una cosa è certa: la “caccia” richiede uno sforzo continuo e defatigante, questo sforzo ha un nome preciso, si chiama “contemplazione”, e spesso, molto spesso, tu insegui e non raggiungi, pensi di cogliere ma resti con le mani vuote. È la frustrazione a rendere eroico il furore del cacciatore di Dio (che è il cacciatore della bellezza, della verità). Anche negli Eroici Furori ritorna il tema della gradualità dell’accesso alle realtà superiori, della propagazione dell’essenza divina in tutte le cose in misura differenziata, così che possiamo ascendere alla conoscenza per tappe: altrimenti saremmo travolti, ustionati, accecati. Disintegrati.
Ritorna quindi l’immagine dell’ombra amica.

È questa che (riferendosi alla vecchiaia e allo svanire della vista) restituiscono gli ultimi versi di Borges, nella raccolta Elogio dell’ombra (pubblicata nel 1969, in occasione dei 70 anni dell’autore), e nella poesia che dà il titolo all’intera silloge.

Vivo tra forme luminose e vaghe
Che ancora non sono tenebra

Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un dolce declivio
e assomiglia all’eternità.
….
Giungo al mio centro
Alla mia chiave e alla mia algebra,
giungo al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

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L’ombra è amica anche nel senso che coesistiamo con le nostre ombre, che sono il segno di riconoscimento della nostra corporeità. Gettiamo ombre fino a che siamo vivi: tanto che le divinità possono invidiarcela, e tentare di rubarcela, come accade in Die Frau ohne Shatten (La donna senz’ombra), sublime testo poetico di Hugo von Hofmannstahl, scritto per la musica di Richard Strauss, nel quale la Principessa divine incontra una povera donna del mondo, intrappolata in un matrimonio infelice e cerca, con l’aiuto spietato dell’astuta nutrice, di sottrarle l’ombra che a lei manca.

L’ombra è anche il segno della nostra inerente ambiguità e insuperabile trascendenza. La nostra vita è attraversamento di luce e tenebra; l’ombra assorbe e trattiene, e ricorda a noi stessi che l’inquietudine ci è compagna perenne. Questo movimento è evidente in una pagina del romanzo di René Frégni, I vivi al prezzo dei morti (edito in Italia da Jimenez), che ho letto durante la quarantena grazie al consiglio dell’amica libraia Chiara Calò. Frégni può essere ascritto al solco del “noir mediterraneo” di Izzo: anche lui è un autore marsigliese e questo romanzo vive nei dintorni (campestri) della città francese. Dopo alcune pagine di ostentato idillio naturalistico, nella vita del protagonista arriva il terremoto di un evaso, suo ex allievo in un corso di scrittura in carcere, che gli chiede aiuto e al quale René darà ospitalità. L’ingresso della violenza trasforma le passeggiate in campagna in inquiete meditazioni, sino a che l’io narrante prende coscienza della presenza (ancora una volta) dell’ombra, una sorta di sdoppiamento della sua identità o di riflessione allo specchio, oggettivazione (comunque sfuggente) dell’inquietudine:

“Mi sono rimesso in cammino su strade in cui non ero solo.
Camminavo con un’ombra. Tutti abbiamo la sensazione di camminare con un’ombra, non c’è dubbio. Ho passato periodi, nella vita, in cui questa ombra si allontanava. Ho sempre fatto in modo di camminare accanto a un’ombra che non era la mia. Un’ombra che mi inquieta e di cui ho bisogno. Come se non avessi mai potuto accontentarmi delle gioie tranquille che mi offre questa vita” (p. 34).

E allora, io scrivo
perché mi riparo all’ombra di un’essenza più vasta dei confini della mia vita quotidiana;
perché sotto quest’ombra, talvolta sedendo, talvolta partendo per la caccia, ho necessità di ricercare tracce di verità, di bellezza, e di restituirle a me e agli altri mediante il linguaggio scritto;
perché prendo coscienza del mio corpo, nell’ombra che getto;
perché le mie ombre prendono corpo, ambiguamente, nei miei personaggi, e ogni volta che ciò accade torno a me stesso, “giungo al mio specchio”, prima di morire (e costruisco la mia redenzione ante mortem, quindi: la scrittura è storia di salvezze);
perché riconosco la compagnia di un’ombra che mi cammina a fianco, e mi smuove dall’illusione di una quiete posticcia.
E scrivo perché mi commuovo quando leggo degli eroici furori di chi nella libertà della scrittura ha creduto, fino a morire bruciato.

 

Le scoperte dell’America: “American Gods”

Nell’incontro con un personaggio, se prestiamo attenzione, non ci mettiamo molto a intercettare le battute rilevanti, le linee di dialogo che ci serviranno dopo a indirizzarci nella storia. La percezione di dettagli del genere, ovviamente, si allena, finché arriva un momento in cui precede la nostra consapevolezza, e prima ancora di accorgercene siamo lì a ricordarci una frase letta o ascoltata il giorno prima, e a ripeterla ad alta voce nel bel mezzo di una conversazione. 

“This is the only country in the world that wonders what it is”, questo è l’unico paese che si domanda che cos’è, dice Wednesday a Shadow all’inizio di American Gods, parlando dell’America. Eppure è un paese di cui tutto il resto del mondo pensa di aver capito tutto, ho pensato io. Esattamente come scrive Francesco Costa in Questa è l’America: “Ci sono molti posti del mondo di cui sappiamo meno che degli Stati Uniti d’America, ma non ci sono posti con un divario più ampio degli Stati Uniti tra quello che crediamo di sapere e quello che sappiamo effettivamente.” Ecco, American Gods riesce a colmare un po’ di quel vuoto narrativo di cui alla maggior parte di noi non giunge notizia, portando alla luce un passato spirituale e storico degli Stati Uniti che ci aiuta a comprenderne, se non altro, gli aspetti di complessità intrinseca, nonché a chiarire alcune questioni del presente, di tutti. 

American Gods, il romanzo

Il romanzo American Gods si apre come il più classico dei viaggi dell’eroe: Shadow è un detenuto che viene rilasciato a pochi giorni dalla fine della sua condanna perché la moglie è morta in un incidente d’auto. Comincia così il ritorno verso casa, durante il quale incontra un uomo misterioso che si rivela essere un antico dio e che lo convince a lavorare per lui, nell’impresa di radunare tutti gli antichi dei portati nei secoli su suolo americano dagli immigrati in una guerra contro le nuove divinità “create” in America nel tempo. Parte da qui il viaggio di Shadow alla ricerca della sua verità, in un road trip insieme a Wednesday, costellato di personaggi attraverso tappe reali o oniriche, disseminato di luoghi che si caricano di sacralità. Le attrazioni turistiche, come la House on the Rock, sono i perfetti luoghi di culto in un paese regolato da logiche di consumo rampanti e di intrattenimento rocambolesco. Sono i luoghi in cui si consuma la spiritualità. 

In questa sorta di teogonia degli Stati Uniti, Neil Gaiman scrive e riscrive le divinità posizionandole nel presente. Le divinità antiche sono ormai scese a patti con la realtà contemporanea, mimetizzandosi nella folla di avventori di bar e lavoratori. Le divinità contemporanee sono emblema del materialismo e dell’individualismo più radicato, incarnano a tutti gli effetti il Sogno Americano, la consumer society, l’intrattenimento. E così ci muoviamo tra un Odino vecchio truffatore, un leprecauno alcolizzato che fa giochi di prestigio con le monete, un genio ridottosi a fare il tassista, tutti in aperto scontro con il ragazzo tecnologico,  con l’egemonia culturale di Media, e il misterioso Mr World, un villain manipolatore e meschino dalla voce suadente che è la perfetta incarnazione del capitalismo più subdolo e rapace. 

Muoversi intorno all’opera di Neil Gaiman, per una non esperta come me, significa farlo con enorme rispetto e contrizione, partendo dal presupposto che della gigantesca mole di discorsi che possono farsi intorno ad American Gods riuscirò qui a sollevarne solo alcuni, ridotti probabilmente a un’analisi minima. Perché American Gods è molte cose. Di sicuro, è perfetto emblema di quella definizione di romanzo che Michail Bachtin ha dato nel 1979: “Il romanzo come totalità è un fenomeno pluristilistico, pruridiscorsivo, plurivoco.”(p.69). Questa pluridivocità si muove su generi e linee narrative multiple, portandosi dietro qualcosa che solo apparentemente è lontana dal romanzo: un libro di Storia. American Gods è infatti, sotto molti aspetti, un manuale di storia degli Stati Uniti, potrebbe essere anzi un manuale di come si dovrebbe scrivere un manuale di storia degli Stati Uniti, e cioè tenendo conto delle diverse facce. Di tutte. 

Ad ogni modo, bisogna essere pazienti e non farsi stancare dall’ansia di mettere assieme tutti i pezzi. In un tentativo di immersione assoluta, ho fatto l’esperimento di leggere il libro e vedere la serie contemporaneamente, e le parti si sono unite in un unico quadro che completava gli spazi vuoti lasciati dall’altra narrazione.

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American Gods, la serie TV 

Dal romanzo di Gaiman è stata tratta, a quasi vent’anni di distanza (cifra da tenere presente) l’omonima serie TV, ancora in produzione, di cui scrittura e riprese sono state realizzate con il supporto e la supervisione dell’autore, cosa che le ha consentito di diventare una vera e propria integrazione a posteriori di quella storia. Ai vecchi personaggi e a quelli appena accennati nel romanzo viene dato spazio e respiro negli episodi, grazie alla caratteristica intrinseca della narrazione seriale di potersi muovere a un livello di profondità che supera i limiti della pagina scritta. Negli adattamenti nel passaggio tra libro e video hanno agito gli anni intercorsi: compare New Media come evoluzione di Media, vediamo anche uno spaventosissimo Vulcano, dio delle armi a capo di una fabbrica di proiettili in cui gli incidenti sul lavoro diventano i nuovi sacrifici umani di cui il dio si nutre. Soprattutto, la serie aggiunge l’esperienza visiva: le scene curate e ricche di dettagli, gli effetti sonori roboanti, la magnificenza dei colori e della rappresentazione. È un’esperienza sensoriale complessa e stimolante, in cui spesso mi sono ritrovata a pensare a Twin Peaks, non tanto per la trama ma proprio per il sovrapporsi di generi, ritmi e evocazioni tanto legate alla storia quanto al territorio, ai luoghi, alle atmosfere.

Un’epica postmoderna

Scene splatter si alternano a momenti onirici, road trip, detective fiction e perfino tracce di fantascienza, American Gods è un compendio di generi letterari e ne oltrepassa i confini, spingendo tutto in un unico contenitore che è l’epica. È una storia fatta di storie vecchie e nuove, in cui ci viene chiaramente detto, dal narratore interno Ibis, che la verità non è ciò che conta, perché quello che conta è l’interpretazione e la memoria di quella verità. L’epica, lo sappiamo, è la narrazione della civiltà, il cui scopo primario era quello di creare un senso di comunità, di ordine e di stabilità. Tuttavia, se l’epica classica si muoveva nel confine binario tra bene e male, l’opera di Gaiman sfonda questo limite camminando costantemente nell’ambiguità e nella complessità, moltiplicando le direzioni interpretative in una perdita di univocità. Sotto la coltre di immaginario ricchissimo c’è infatti una storia di potere, di fede, ma soprattutto una storia di quell’immigrazione che ha contribuito a definire la cultura americana, nonostante i tentativi da parte della dominante di questa cultura a ricodificarla, ometterla, cancellarla.

La molteplicità

In un’eco Whitmaniano (“I am large, I contain multitudes”, Song of Myself) si dipana la frammentazione delle micronarrazioni. Gli elementi metanarrativi cominciano nel romanzo (tutti gli interludi in cui Ibis parla direttamente al lettore, e in cui, contemporaneamente, il narratore esterno racconta Ibis) e continuano nella serie (Mr World che rompe la quarta parete e ci istruisce sul motore del mondo: la paura). Non esiste un passato americano unificato e unificante in un unico mito di fondazione perché l’unicità della storia americana sta proprio nella sua molteplicità di voci interpellate, a partire dalle sue origini. Come scrive Oliviero Bergamini: “La storia delle colonie inglesi nel Nord America, e poi degli Stati Uniti, va dunque meglio compresa come interazione ricca e complessa delle tre popolazioni: bianca, nera e nativa. Un’interazione di cui oggi il ricordo spesso è andato perduto, anche se gli effetti perdurano al di sotto delle semplificazioni strumentali imposte dalle rappresentazioni elaborate dai vincitori.” E in una presa di posizione autoriale, è proprio di queste rappresentazioni elaborate dai vincitori che in American Gods c’è pochissima traccia. 

La spiritualità riscritta di un Paese fondato nel nome di un Dio Arrabbiato

La storia mette in discussione e riscrive l’intera esperienza del mito di fondazione dei Padri Pellegrini, che vengono appena citati. In un passaggio che introduce la narrazione delle colonie penali (nel romanzo) e delle navi negriere (nella serie), ci viene detto:

“È importante capire, scrisse il signor Ibis nel suo diario rilegato in pelle, che la storia americana è il frutto di una fantasia […] Una buona invenzione che l’America sia stata fondata dai Pellegrini in cerca di libertà di fede, venuti nelle Americhe per moltiplicarsi e diffondersi e occupare dello spazio vuoto.”(p.89)

Ecco, al di là del fatto che quello spazio non era vuoto per niente, questa è solo parte della storia, una versione, quella dei vincitori appunto, che si celebra ogni anno a fine novembre con il Ringraziamento. La narrazione collettiva dominante è quella dei Padri Pellegrini giunti nella Terra Promessa per trovare la propria Gerusalemme, in questa land of freedom, land of opportunity, come l’America ama definirsi e immaginarsi. Questa narrazione ha delle profonde radici spirituali in un monoteismo assoluto rappresentato da quello che era, da sermone, un Dio Arrabbiato, il Dio monolitico dei puritani, che non trova spazio in American Gods. Abituati come siamo a vivere immersi nella costante egemonia culturale degli Stati Uniti, talvolta ci dimentichiamo che non c’è niente di più potente e meno vicino alla verità di una narrazione che nasce con il preciso scopo di farsi leggenda. Si chiama propaganda, e probabilmente è cominciata nel bel mezzo dell’Atlantico, addirittura prima che i Padri Pellegrini mettessero piedi in quello che poi è diventato il New England. Ma la storia degli Stati Uniti, ripetiamolo ancora una volta, è una storia di immigrazione, è la Storia di immigrazione più netta di tutte, e questo comporta una complessità intrinseca in termini culturali. 

Le antiche divinità riconfigurate, inserite nel presente, talvolta snaturate, sono emblema del paradosso sostanziale del melting pot: alle minoranze viene chiesto costantemente di assimilarsi (tanto da creare una gerarchia interna tra quelle brave a farlo e quelle meno brave), ma è un’assimilazione che non le porta mai ad uscire dalla discriminazione di partenza: quella razzista. Gli antichi dei che scendono a patti con le nuove divinità sono emblema di questa assimilazione, che corrisponde (guarda caso) a una mercificazione: la dea dell’amore Bilquis ha un account Tinder, Vulcano è proprietario di una fabbrica di armi, Kali è una cameriera nella catena Motel America. 

Il rapporto umano-divino si ribalta: sono gli dei ad avere bisogno degli esseri umani, per mantenere viva la propria memoria. Questa necessità di conservazione oltrepassa lo spirituale e parla della memoria storica di per sé, nonché della legittimazione di una cultura di esistere in tutti i suoi aspetti. Perché un dio è un sistema di pensiero e di credenze, e così le nuove divinità non dipendono come le vecchie dalla fede dell’uomo perché la loro “preghiera” si risolve nel costante uso di ciò che rappresentano. L’intrattenimento e la concretezza delle nuove divinità sono rappresentate come un limite alla creatività umana e alla capacità umana di spiegarsi il mondo, di creare una narrazione.

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“Il mio unico limite è la tua immaginazione” 

Attraverso questo viaggio, infatti, Neil Gaiman sembra interrogarsi sullo scopo intrinseco della creatività: che funzione svolge nella vita dell’uomo e nella comprensione del mondo? Gli dei antichi erano fonte di ispirazione, rassicurazione. Il mondo delle nuove divinità invece è il mondo della materialità, dell’intrattenimento, della distrazione da quel vuoto esistenziale che l’assenza stessa di divino ha creato. 

“Le persone credono e la fede fa succedere le cose.” sancisce Wednesday. In questo senso, American Gods racchiude un potenziale di attualità che sembra pressoché eterno, almeno finché esisterà un certo tipo di società occidentale. C’è un enorme mancanza nell’umanità lasciata dalla perdita della fede, e lo scrivo da atea convinta. Dobbiamo prendere atto del fatto che se per millenni l’umanità ha utilizzato una qualche ritualistica per gestire tutto ciò che ha a che fare con l’ignoto, e per ignoto intendo soprattutto la morte, forse questa ritualistica svolge una funzione importante nel nostro essere persone, che pensare di vivere nel totale disincanto è qualcosa che necessita di un lavoro su se stessi che non tutti sono in grado di fare. La maggior parte di noi semplicemente vive nella distrazione, altri rimandano il pensiero, facendo i conti con quel vuoto esistenziale quando si presenta. Nel frattempo, però, non è che abbiamo mai smesso di nutrirci di storie.

“Noi controlliamo le storie”, dice Media, in uno dei dialoghi più potenti della serie, alla fine della prima stagione, ed è quel sistema di pensiero che si è fatto largo nelle nostre vite, ed è lo stesso che ci porta a credere di conoscere perfettamente un luogo di cui usiamo costantemente i racconti. Non si può fare a meno di pensare a quello che diceva Mark Fisher, e cioè che l’aspetto peggiore del capitalismo è che ci ha rubato la fantasia, la possibilità di pensare che un’alternativa esiste. L’unico limite, infatti, come dice il ragazzo tecnologico, è la nostra immaginazione. Alla luce di questa consapevolezza, il finale del libro assume l’aspetto ancora più sinistro del tentativo costante del potere di perpetrare se stesso, nutrendosi della paura e del caos e trangugiando ogni tentativo di rivoluzione. 

Trangugiando. Ogni sforzo. Di rivoluzione. 

Pensiamoci in questi giorni, quando vediamo le scene delle rivolte antirazziste negli Stati Uniti. Teniamo presente da che parte sta il potere, proviamo a riflettere, in un profondo sforzo di onestà, da che parte siamo noi. E chiediamoci, sempre, perché.

Libri (Quasi) Non Letti #2

Ci sono libri che leggiamo e rileggiamo, di cui citiamo passi a memoria, che ci hanno cambiato la vita o solo una giornata. E poi ci sono libri su cui abbiamo altri programmi, che ci fanno compagnia da anni, fedeli in attesa, quelli interrotti o dimenticati, altri che appaiono inaspettati e sembrano inseguirci o solo chiamarci, libri che in qualche modo fanno già parte di noi. Come il Lettore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, editori, scrittori, illustratori e librai raccontano i loro libri non letti.

risponde Giulia Caminito

  • Libri che puoi fare a meno di leggere

Non sono una grande lettrice di gialli o di romanzi fantasy, non li escludo a priori dalle mie letture, ma neanche li cerco. Non leggo con grande interesse neanche i libri ambientati nell’oggi che parlano di infedeltà coniugale, cioè in cui la questione tradimento sia il centro della narrazione e motore di una serie di elucubrazioni dei protagonisti, tendenzialmente non li trovo interessanti e ne ho già letti molti simili e non riesco a considerarli letture essenziali.

  • Libri fatti per altri usi che la lettura

Non utilizzo molto i libri per altri usi, forse a volte, loro malgrado, diventano basi su cui appoggio qualcosa se si trovano sul mio comodino e ne rubano lo spazio, per il resto non li ho mai usati per schiacciare l’arrosto o tenere le porte, però ricordo un bellissimo libro per bambini e bambine dal titolo Questo libro fa di tutto di Silvia Borando pubblicato da Minibombo e dedicato proprio a questo argomento, al cosa si può fare con un libro oltre alla lettura.

  • Libri che tutti hanno letto dunque è quasi come se li avessi letti anche tu o Libri che hai sempre fatto finta d’averli letti mentre sarebbe ora ti decidessi a leggerli davvero

Tendo a non fingere di aver letto i libri, ma ho moltissimi libri fondamentali che vorrei leggere e sento anche che dovrei da Wallace, a Toni Morrison, a Zadie Smith, a molti classici, grandi tomi, penso a Proust e a Tolstoj. Per un periodo lungo della mia vita anche Elsa Morante era nella lista dei miei autori e autrici non letti, e me ne vergognavo molto, poi ho recuperato, era una mancanza troppo grande anche rispetto alle scritture che mi interessano e di cui mi occupo.

  • Libri che se tu avessi più vite da vivere certamente anche questi li leggeresti volentieri ma purtroppo i giorni che hai da vivere sono quelli che sono

C’è un bel saggio di Walter Benjamin che si chiama Sistemando la mia biblioteca, che tratta dei libri collezionati, anche di quelli comprati e mai letti e che teniamo nei nostri scaffali, l’esercito silente dei mai aperti. Lo consiglio a chi si domanda cosa farne e come definire la propria biblioteca. Non saprei fare dei titoli perché i libri sono tantissimi e io solo una. In questa risposta, i miei libri non letti, potrebbero stare parecchio stretti.

  • Libri che hai intenzione di leggere ma prima ne dovresti leggere degli altri

Al momento ho intenzione di leggere l’ultimo romanzo di Giorgio Fontana, l’ultimo di Elena Ferrante e anche l’ultimo di Valeria Luiselli, li ho comprati e mi attendono, ma prima di loro continuo a inserire altre letture, non so se dovute, ma che per lavoro o per curiosità mi sono capitate tra le mani e a cui ho dato la precedenza per adesso.

  • Libri troppo cari che potresti aspettare a comprarli quando saranno rivenduti a metà prezzo

Non l’ho mai fatto sinceramente, se voglio un libro nuovo lo compro, i libri usati sono un mio riferimento ma perché tra loro trovo libri che non sono più reperibili, amo molto le bancarelle, e amo prendere due o tre libri e spendere dieci euro, ma non mi sono mai fatta problemi sullo spendere per i libri, è qualcosa che mi concedo senza indugiare o pensare alla spesa, forse l’unica cosa. Ricordo di aver regalato a una mia amica per un compleanno un libro sui formaggi, era enorme e fotografico, spesi sui quaranta euro e ne ero molto orgogliosa.

Libri che da tanto tempo hai in programma di leggere o Libri che potresti mettere da parte per leggerli magari quest’estate

Non sono molto una tipa da tenere i libri per l’estate perché il mio lavoro è anche leggere, quindi leggo tutto l’anno, non prediligo le vacanze, però ho alcuni libri che mi attendono da un po’, un saggio sulle donne della psicoanalisi e uno sulla semiotica del femminismo, ho delle raccolte di poesia che ho solo sfogliato, un libro sul significato simbolico dei lupi nella storia, e poi vorrei anche rileggere, se avessi tempo: ho dimenticato molti libri causa la mia pessima memoria. Sfogliavo l’altro giorno i miei vecchi libri universitari, vorrei rileggere Roland Barthes per esempio o avere il coraggio di leggere tutte ma tutte le pagine, anche quelle in tedesco, della incredibile raccolta degli appunti di Benjamin su Baudelaire, ho il libro completo, ma ho letto solo alcuni stralci, mai tutto.

  • Libri che da anni cercavi senza trovarli

Di solito la mia ricerca privilegia le scrittrici del Novecento italiano nelle bancarelle dell’usato. Non sono semplicissime da trovare ma ricordo che a un mio compleanno di qualche anno fa trovai, in un bar che vendeva alcuni libri usati, La parmigiana di Bruna Piatti e fui felicissima, me lo regalai per il compleanno e lo portai a casa come un trofeo.

  • Libri che riguardano qualcosa di cui ti occupi in questo momento o Libri che vuoi avere per tenerli a portata di mano in ogni evenienza

Per ogni evenienza ho bisogno del mio scaffale Novecento italiano perché continuo a lavorare su scrittori e scrittrici di quel secolo e senza la mia piccola collezione personale sarei perduta. In questo momento mi sto occupando di una scrittrice per ragazzi, si chiama Laura Orvieto, sto preparando delle lezioni online da fare con alcune classi, sul mito della fondazione di Roma.

  • Libri che ti mancano per affiancarli ad altri libri nel tuo scaffale

Mi mancano talmente tanti libri per essere felice dei miei scaffali che anche qui la lista potrebbe riempire pagine e pagine. Diciamo che la mia libreria ha tre settori principali: uno è il Novecento come detto, uno è la letteratura italiana contemporanea, e uno sono i saggi filosofici. Vorrei forse tornare a leggere di più narrativa straniera e rinfocolare i classici anglosassoni, su cui ho lavorato in passato ma che non ho con me in casa, erano libri che leggevo in biblioteca o a lavoro in casa editrice. Poi di certo i fumetti e gli illustrati, quanti me ne mancano per creare uno scaffale degno…

  • Libri che ti ispirano una curiosità improvvisa, frenetica e non chiaramente giustificabile

Quelli con delle belle copertine, mi piacciono le copertine semplici in realtà (come quelle Sellerio o Adelphi), ma amo anche quelle di design, curate, che giocano con font e forme, che sono innovative, ecco quelle di solito mi spingono a comprare i libri anche in maniera poco ragionata. Non so se frenetica, perché comunque mi prendo sempre il mio tempo per andare in libreria, a meno che non mi serva qualcosa di urgente per lavoro, altrimenti sto lì con la mia santa pazienza e giro e sfoglio e apro e leggicchio e prendo appunti.

  • Libri letti tanto tempo fa che sarebbe ora di rileggerli

Eh, sarebbe ora di rileggerne tantissimi, come detto è un mio difetto non ricordarne molti, anche tra i migliori. Sarebbe ora credo di rileggere Dostoevskij, perché lo amai profondamente alla fine del liceo, ma poi non l’ho mai più riletto se non i racconti brevi, ma ecco dovrei tornare sui romanzi per vedere se li ricordo e se ricordo i miei pensieri di allora.

Giulia Caminito è nata nel 1988 a Roma, nella vita lavora come editor freelance. Ha pubblicato i romanzi “La Grande A” (Giunti 2016) e “Un giorno verrà” (Bompiani 2019), la raccolta di racconti “Guardavamo gli altri ballare il tango” (Elliot 2017) e i libri per bambine e bambini “La ballerina e il marinaio” (orecchio acerbo 2019) e “Mitiche, storie di donne della mitologia greca” (LaNuovaFrontiera Junior 2020).

Gattopardi editoriali #1. Avere vent’anni

Pensiero più o meno diffuso vuole che l’editoria di un tempo fosse migliore di quella di oggi: libri più curati, maggior rispetto per gli scrittori, poco interesse per il profitto. Ma è davvero così o è solo la patina nostalgica di ciò che non abbiamo vissuto a farci sembrare tutto oro quel che in realtà è piombo (tipografico)? “Gattopardi editoriali” è la rubrica sull’editoria che cambia per restare (quasi) così com’è da sempre.

Nel 2018, in Italia, sono stati pubblicate 78.875 novità (216 nuovi libri al giorno): una cifra senza dubbio alta – per un mercato impossibilitato ad assorbirla tutta – in mezzo alla quale, presumibilmente, abbondano libri mediocri se non pessimi.
Ma non che un tempo se la passassero meglio, anzi.
Pare, infatti, che il problema della sovrabbondanza di libri brutti – e delle curatele editoriali non proprio specchiatissime – sia sorto insieme all’editoria moderna; almeno a leggere la lettera che Niccolò Perotti, erudito umanista, scrisse a Francesco Guarnieri nel 1471, 
appena venti anni dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili; nella lettera, oltre a criticare l’edizione di Plinio curata da Andrea Bussi per i tipi di Sweynheym e Pannartz, Perotti già si lamentava del troppo fatto male:

«Negli ultimi tempi, mio caro Francesco, mi sono spesso congratulato con l’età nostra, quasi avessimo ottenuto proprio ora un dono grande, invero divino, con il nuovo tipo di scrittura di recente giuntoci dalla Germania. Vedevo infatti che un uomo solo poteva stampare in un mese ciò che parecchi amanuensi a stento avrebbero potuto portare a termine in un anno […] Questo mi induceva a sperare che entro breve tempo avremmo avuto una tale quantità di libri, che non sarebbe rimasta una sola opera che non ci si potesse procurare per scarsità o mancanza di mezzi […] Ora tuttavia – o fallacia dei pensieri umani! – vedo che le cose sono andate ben diversamente da come speravo. Infatti, adesso che chiunque è libero di stampare ciò che gli aggrada, sovente gli uomini trascurano l’eccellenza, per scrivere, a puro fine di divertimento, ciò che meglio sarebbe dimenticare, anzi cancellare da tutti i libri. E anche quando scrivono cose degne, le stravolgono e corrompono a tal punto che sarebbe di gran lunga preferibile fare a meno di tali libri, anziché spedirli in migliaia di copie in tutte le provincie del mondo, col rischio, ahimè, di diffondere un così gran numero di menzogne»*.

Se solo Perotti avesse pazientato qualche centinaio di anni…

* in Robert Darnton, Il futuro del libro, traduzione di Adriana Bottini, Adelphi, Milano 2011, pp. 19-20.