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4+1: Anatomie di Giordano Tedoldi

di Luigi Loi

4+1 è una madeleine fatta di libri: ogni scrittore sceglie i quattro che più rappresentano le connessioni tra corpo e narrazioni, più uno, il jolly: il libro legato alla sua personale visione del corpo come territorio di confine tra potere e autodeterminazione, tra significati politici e ridefinizioni. L’autore di oggi è Giordano Tedoldi.

Franz Kafka, Il processo
Se fossi stato Orson Welles, alla richiesta di elencare i miei cinque libri favoriti sul tema corpo e identità avrei risposto: 1, Il processo di Kafka; 2, Il processo di Kafka; 3, Il processo di Kafka; 4, Il processo di Kafka; 5, Il processo di Kafka (questa parte è stata scritta senza fare uso del copia e incolla). Perché Orson Welles? Perché ha girato l’unico film tratto da Kafka che non fa vergognare il regista? Ma no, la verità è che gli invidio il modo sprezzante con cui si liberava di incombenze fastidiose, come le liste, con spirito e al tempo stesso rispondendo pertinentemente. Ma, seriamente, perché Il processo di Kafka? Per la scena – vado a memoria, neanche Dio potrebbe obbligarmi ora a cercare il passo – in cui K in qualcuno di quegli abominevoli uffici in cui gira disorientato, apre un armadio (che forse scambia per una porta, o forse no) e ci trova un impiegato che ne frusta un altro. Sono restato piccolo, spero sempre di trovare negli armadi sesso e morte.

Henry Miller, Opus Pistorum
L’unico romanzo pornografico che non mi faccia sbadigliare a morte. Insuperabili le scene di sesso in cui lui incula una donna e le piscia dentro riempiendola come l’otre di Eolo poi lo sfila. Di queste scene ce ne sono diverse, a un certo punto diventa un motivo ricorrente che non si può nemmeno definire ossessione: ti fa pensare che Miller era rimasto un bambino masturbatorio nel suo profondo, un fanciullo sconvolto dalla prima apprensione del fatto che l’orifizio anale potesse avere potenzialità erotiche e, in generale, usi alternativi a quelli defecatorii. Commovente.

H.P. Lovecraft, Aria fredda (racconto)
Il mio racconto di Lovecraft preferito. La costruzione del mistero, l’ambiguità, quella vasca da bagno, lo scioglimento, e naturalmente l’aria fredda stessa che gela le dita e le tempie del lettore ne fanno un testo che mi pare in alcuni altolocati ambienti si dica “seminale”. E questo racconto è proprio la storia di un seme, il seme uomo, il seme in tutto il suo ciclo vitale. Purtroppo è, da tempo, in corso una rivalutazione di Lovecraft, e questo mi induce a sospettare che non fosse un così grande scrittore come in realtà penso. Ma ormai è in corso una rivalutazione di tutto, siamo così disperati che non buttiamo via nulla.

Knut Hamsun, Fame
Gli idioti credono che per fare un libro sul “corpo” bisogna parlare del corpo e nominare spesso la parola “corpo” e spostare questo “corpo” di qua e di là come un sacco di patate e poi alla fine chiudere con una frase che non sfigurerebbe in un libro intitolato “Quattro chiacchiere col mio Angelo Custode” del genere: «io non avevo capito un cazzo, ma il mio corpo sì». Lasciamoli nelle loro illusioni. Questo romanzo ha per protagonista un uomo che esiste come nessun altro personaggio romanzesco era esistito prima di lui e che dunque prova i crampi della fame e si rotola su pavimenti di assi di legno stringendo le più belle matite da scrittore invenduto che siano mai strette da mano di fallito.

William Burroughs, Checca (anche noto come Queer)
Preferisco il vecchio titolo, Checca, al più recente Queer (che tuttavia rispetta l’originale). Non sono un fan di Burroughs, benché ovviamente abbia goduto moltissimo leggendo il Pasto Nudo, ma mi sono guardato bene dall’affrontare La macchina morbida e tutti gli altri: non volevo finire nel fotomontaggio casereccio di una fanzine underground. Questo libro l’ho letto nel periodo di massimo disorientamento circa la mia identità sessuale, e lo consigliavo a tutte le ragazze che mi volevo fare. Non capisco il significato dell’apologo, ma è l’unico libro di Burroughs che sembra scritto senza la preoccupazione di essere approvato dalle fanzine underground.

Giordano Tedoldi è nato a Roma nel 1971. Ha scritto la novella Deep Lipsia, una raccolta di racconti, Io odio John Updike (Fazi 2006, 2° ed. Minimum Fax 2016) e i romanzi I segnalati (Fazi 2013) e Tabù (Tunué 2017).

 

foto di copertina di bash fish

Un vecchio corpo: una condizione pubblica e soggettiva

di Luigi Loi

Parafrasando Cormac McCarthy si potrebbe dire che l’unica cosa bella della vecchiaia è che finisce. Tentare di descriverla è difficile. Si tratta di un sapere più pratico che teorico perché se per un verso la vecchiaia è una condizione pubblica, è pur vero che ognuno di noi ha in potenza una vecchiaia da esprimere (o la sta già esprimendo) con tutta la soggettività psicologica/fisica/culturale/emotiva del giovane che è stato. Cercare allora di divinare queste tracce dai romanzi è pressoché impossibile, perché i meccanismi narrativi dicono solo quanto dichiarano di dire. Ma come lo fanno, che trucchi usano? In poche parole: che forma ha il dito che indica la luna?

Gli estremi del vecchio
La vecchiaia è fatta di posizionamenti e aspettative: che ruolo hanno nella nostra società e a cosa ambiscono i vecchi? Cosa si aspettano i giovani dai vecchi? E i vecchi dagli altri vecchi, cosa si aspettano? A sentire Simone de Beauvoir piccole aspettative e posizionamenti estremi:

Se i vecchi manifestano gli stessi desideri, gli stessi sentimenti, le stesse rivendicazioni dei giovani, fanno scandalo; in loro, l’amore, la gelosia, sembrano odiosi o ridicoli, la sessualità ripugnante, la violenza irrisoria. Essi devono dar l’esempio di tutte le virtù. Prima di tutto si pretende che siano sereni; si afferma che lo sono, il che autorizza a disinteressarsi della loro infelicità. L’immagine sublimata che si propone di loro è quella del venerabile Saggio, aureolato di capelli bianchi e ricco d’esperienza, che guarda alla condizione umana da un’altissima cima; se loro non ci vogliono stare precipitano molto in basso (de Beauvoir, La terza età).

Sui piatti della bilancia abbiamo due estremi: il vecchio Omero (che radicalizza la propria saggezza con la cecità) e all’opposto (per eccesso) i vecchi scontrosi, lussuriosi, severi, maliziosi, avari, logorroici e rincoglioniti di tutte le letterature. Sembra quasi che la vecchiaia non possa essere descritta come normalità.
Per esempio: due romanzi italiani, che recentemente hanno avuto un certo riscontro di pubblico e critica, fondano il proprio meccanismo narrativo sulla maschera dell’anziano: La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone e Neve, cane, piede di Claudio Morandini. Gli esiti delle opere di Marone e Morandini mostrano un arco di trasformazione del personaggio ben strutturato, credibile e accorato, ma partono da una condizione di stereotipia del personaggio, sottolineata dalle alette degli stessi romanzi. Ecco la descrizione del protagonista di Marone: «Cesare Annunziata potrebbe essere definito senza troppi giri di parole un vecchio cinico e rompiscatole. Settantasette anni vedovo da cinque e con due figli, Cesare è un uomo che ha deciso di fregarsene degli altri e dei molti sogni cui ha chiuso la porta in faccia». Questa invece è la descrizione di Adelmo protagonista di Morandini: “«Il romanzo è ambientato in un vallone isolato delle Alpi. Vi si aggira un vecchio scontroso e smemorato […] che la solitudine ha reso allucinato».
La quarta di copertina nella propria telegrafica descrizione della materia è volutamente un bozzetto, ma è sintomatica di come posizioniamo la vecchiaia nella società.

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La salute del vecchio.
Secondo Nikolas Coupland la vecchiaia non si può tematizzare attraverso lo svelamento dell’età anagrafica: solo l’anno scorso, con un colpo di penna si è stabilito che la vecchiaia comincia a 75 anni: la vecchiaia è più un concetto culturale, e il suo inizio una convenzione. Non si può tematizzare nemmeno attraverso la menzione di ruoli e professioni caratteristiche dell’età (per esempio: l’essere nonn*, l’essere pensionat*, essere poet* o romanzier* ecc).
L’unica tematizzazione possibile sembra allora quella dei fenomeni fisici. Qui la letteratura sembra indicare con più agio il colore della vecchiaia e gli esempi sarebbero troppi: gli altissimi Montaigne, Tolstoj, lo sconcertante Eguchi Yoshio di Kawabata per dirne alcuni. Ma la virtù sta nel mezzo, così come la verità alla grossa: nel popolare, là il dato fisico (mortificante) e il decadimento cognitivo sono commedia. Lo indicano perfettamente alcuni passaggi dal romanzo di Marone giocati sul grottesco di un corpo brutto e vecchio:

È giunto il momento di alzarsi. Vado in bagno. Non dovrei dirlo, ma sono vecchio e faccio quel che mi pare. Insomma, io urino seduto, come le donne. E non perché le gambe non mi reggano, ma perché altrimenti col mio idrante innaffierei anche le mattonelle di fronte. C’è poco da fare, quel coso dopo una certa età inizia ad avere vita propria (La tentazione di essere felici, p.11)

Seduto sul letto, con la pancetta adagiata sul pube, le braccia flaccide, i pettorali che assomigliano alle orecchie di un cocker e i peli bianchi sul torace, mi faccio schifo. Sì, proprio schifo […] “Forse è il caso di togliere lo specchio” commenta. “Sì” ribatto, “mi sa di sì”. (La tentazione di essere felici, p.32)

La salute di Aldo Busi
La tematizzazione fisica, quella che viene definita painful self-disclosure è quindi più statisticamente presente nei libri, anche se sono rari i casi che conciliano popolarità e bellezza. Aldo Busi è un felice esempio con il suo auto-biografismo (che non si esaurisce nella coincidenza onomastica). Se sfogliassimo il suo ipotetico Meridiano vedremmo un’opera tutta incentrata sul corpo: prima trasfigurato nel giovanissimo Barbino di Seminario sulla gioventù, in Angelo Bazarovi di Vita standard, nell’uomo di Sodomie in corpo 11, fino al settantenne de Le consapevolezze ultime. In questo percorso che dura da quasi quarant’anni emergono chiaramente due elementi che ci interessano: il primo è la perdita di contatto con l’attualità a cui non fa più da contraltare la curiosità per il nuovo, quell’adattabilità che ha consentito a Barbino non solo di sopravvivere, ma di diventare l’agiato personaggio pubblico d’oggi. E con la curiosità anche il corpo arretra a semplice pretesto per dare ritmo e scansione al testo; come se le intemperanze corporali fossero il sipario tra un atto e l’altro. Ecco com’è fatto il dito che indica la luna della vecchiaia:

con tutte le precipitose fughe in bagno perché alla mia età la vescica, come la capacità di sopportazione, ormai è quel che è, e anche questa rientra nelle mie consapevolezze ultime che prima, quando lo stimolo alla minzione era normale come la pazienza di cui ero capace pur nell’irruenza dell’età, non avevo, non solo perché non ne avevo bisogno ma perché non volevo rassegnarmi a metterle talmente in conto da anticiparle anticipando le cose che le suscitano; parafrasando un famoso santo dalla gioventù lussuriosa, non avevo niente contro la temperanza, la prudenza, la continenza, la sobrietà, la riservatezza, l’equilibrio, la discrezione e la morte stessa, ma non subito (Le consapevolezze ultime, p. 5).

Per scrivere bene bisogna parlare tanto: l’editing secondo Demetrio Paolin

di Marco Terracciano

Qual è, e quale è stata, la tua esperienza con l’editing?
Io l’editing l’ho fatto e subito, nel senso che mi sono trovato da entrambi le parti del tavolo. Per dirla in poche parole, credo che l’editing sia come guardarsi allo specchio quando ti costringono, quando a un tratto qualcuno ti dice: “Guarda tu sei questa cosa qua!”, mostrandoti tutti i difetti che da solo avresti evitato di riconoscere.
Il mio primo editing in assoluto è stato fatto su un testo di saggistica, non di narrativa. Pensavo quindi si trattasse solo di un affare di normalizzazione del testo, questione di virgole e cose di questo tipo. Non era così. È stato, invece, un mettermi di fronte ai difetti della mia scrittura che non pensavo di avere.

Che tipo di difetti?
Una delle cose che allora mi aveva colpito, per esempio, era il fatto che nella prima stesura ci fossero delle inflessioni provenienti dal parlato. Nel mio caso, l’uso della parola “forse”. La mia editor, Gaja Cenciarelli, mi disse: “Noi dobbiamo decidere, o di questa cosa sei convinto, o non sei convinto”. Si trattava, nello specifico, di un intercalare che uso spesso quando discuto con un’altra persona e che mi permette di assumere il tono di chi vuole condurre l’altro dalla propria parte senza criticare troppo la sua posizione. Lei però mi disse che non stavo parlando con una persona, non stavo facendo un dialogo. Era più opportuno dicessi “questo è così” e non “questo forse è così”.
Ecco perché penso che l’editing sia davvero fondamentale, non lo interpreto come una semplice normalizzazione del testo o un tentativo di addomesticarlo, ma come un percorso che ha il potere di farti vedere delle cose che tu da solo non puoi vedere.

Mi ha colpito l’espressione della tua editor: “Tu non stai facendo un dialogo”. Io credo – ma magari in un saggio è diverso e, a proposito, vorrei capire se ci sono differenze – che durante la scrittura di un testo narrativo uno scrittore sia sempre in dialogo con qualcun altro.
Allora io l’ho interpretata così: lei ha cercato di dirmi: “Tu non stai parlando concretamente con una persona, non sei seduto di fronte a lei”. In quel caso la persona può interpretare gli atti non verbali, lo sguardo, la prossemica. Nel caso della scrittura invece, il lettore apre il tuo libro e tu devi convincerlo – se si tratta di un saggio – che quello che hai scritto ha un senso e – se si tratta di un romanzo – ad arrivare alla pagina dopo e a quella dopo ancora, finché lo finisce. Questo è il succo. La storia deve far sì che il lettore apra il libro e arrivi fino in fondo, senza altre mediazioni.

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foto di zhipeng ya

Quindi è più dialogante un romanzo rispetto a un saggio?
Sì, certo. Ma per chiarire: io una volta dicevo che scrivevo per qualcuno, poi col tempo mi sono reso conto che non è proprio così. Io scrivo una storia, e voglio che questa storia qualcuno riesca a farla sua. È una cosa diversa. La mia preoccupazione è rendere la mia storia bella, interessante, chiara e comprensibile anche se disturbante, in modo che chi vi si imbatte ne sia risucchiato.
Il rischio di chi dice di scrivere per qualcuno è quello di seguire i gusti del lettore tanto da restarne affascinato. Invece per me la scrittura è diventata questo: devo fare in modo che il lettore entri nella storia e che quindi sia “lui” affascinato dal mio stile, non “io” dai suoi gusti. Da insegnante di scrittura dico ai miei allievi: quello su cui devi concentrarti è la storia che vuoi scrivere, è la lingua; ti devi concentrare su come costruire bene questo intreccio: se il lettore si stufa ti perde, e tu non lo riprendi più.
Questo per me è il grande fallimento di un romanzo.

A proposito della tua esperienza alla Bottega di narrazione di Giulio Mozzi, ci sono dei punti in comune tra il lavoro di insegnante di scrittura e quello di editor?
Sì e no. Noi ci troviamo di fronte a testi non ancora nati, cioè a progetti e abbozzi, quindi il primo lavoro che facciamo è cercare di rendere chiaro al nostro alunno le strutture del testo che sta immaginando. Tante volte si costruisce una storia gigantesca in cui il nucleo narrativo è da un’altra parte rispetto a quello che l’alunno pensa. Succede. Allora si cerca di ragionare sull’idea, sul montaggio delle scene e sulla costruzione dei personaggi, ma sempre facendo un passo di fianco. Tu insegnante sei lì ma non guidi, cerchi di suggerire. Molta parte del lavoro di bottega è un lavoro a voce, ci si mette lì e si chiacchiera tantissimo sul testo, si fa parlare l’altra persona e si cerca di comunicargli cose del tipo “guarda, hai scritto questa cosa qui, sei consapevole di quello che significa? Sei consapevole della direzione in cui potresti andare? Hai letto questo o quest’altro libro che sembra uguale al tuo ma non lo è però ti potrebbe servire?”. Questa è la prima parte del lavoro, poi c’è ovviamente la parte di scrittura e no, non siamo una casa editrice, il nostro editing non è legato a un’idea editoriale, ma è cercare di far capire a chi scrive cosa significa ragionare sulle strutture di un testo.

Tornando all’editing vero è proprio, quanto è importante per un editor entrare nell’immaginario di uno scrittore, soprattutto se esordiente? Hai degli aneddoti legati a uno dei tuoi romanzi?
Ti do una risposta generale e poi una particolare partendo dal mio ultimo romanzo, Conforme alla gloria. In generale, per fare un buon editing, un editing che non sia impositivo – tipo “togli qua, metti là”, cosa che io odio –, bisogna capire se lo scrittore ha tutto chiaro nella sua testa, se ha sfruttato a pieno l’immaginario che sta utilizzando. Tante volte c’è una problema di fretta, e invece bisogna avere pazienza. Di solito nei momenti in cui l’immaginario è meno felice – perché non è chiaro o non si è riflettuto fino in fondo sulle conseguenze di una scena o di un personaggio – la lingua cade. Cade nel senso che diventa forzata. Per andare nel particolare, nelle prime stesure di Conforme alla gloria c’era un pezzo che in fase di editing ho completamente eliminato. Parlo di un intero personaggio. Mentre discutevo con Sara Zucchini – l’editor – su alcune scene che lo riguardavano e che ci erano piaciute, a un certo punto lei mi dice: “Questo personaggio però in che modo lo leghi col resto?”. E lì mi sono fermato. Ho riletto il romanzo e mi sono accorto che, sì, non si trattava più di una sottotrama; era diventato quasi un romanzo a parte, aveva una sua autonomia che poteva sviare il lettore. Per quanto fosse nato dall’immaginario di Conforme alla gloria – quindi la colpa, il rapporto col male, il rapporto col sopravvivere al male – aveva preso un’altra strada e questa strada portava la storia da un’altra parte.

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foto di frida aguilar-estrada

Cosa intendi quando dici che non si legava col resto?
Una delle fisse che avevo era che tutte le storie coincidessero nell’ultima parte, che convergessero. Ma far coincidere la storia di quel personaggio, nel finale, con tutte le altre diventava un gesto forzato. Con quel personaggio io avevo fatto solo un virtuosismo, che non aveva nessun tipo di legame col testo. Ovviamente togliendo un personaggio certi capitoli andavano riassestati ma paradossalmente è stato proprio grazie a questo che ho trovato la quadra di tutto. L’editing non è togliere o aggiungere, ma è un lavoro che deve risponde innanzitutto a questa domanda: “Come facciamo a far sì che questa storia risplenda perfettamente nel libro? Come facciamo a far sì che questa storia arrivi al lettore nel modo più perfetto e leggibile?”.

È difficile per un autore eliminare completamente un personaggio?
Io non soffro di problemi a togliere, nel senso che quando mi sono reso conto che era meglio togliere quel personaggio piuttosto che costruire una storia che sembrasse forzata, l’ho fatto senza problemi. Tendo a non innamorarmi troppo dei personaggi. Una volta mi è stata fatta questa domanda, considerato che per scrivere Conforme alla gloria ci ho messo otto anni: “Ti è mai capitato di parlare coi tuoi personaggi?”. Io ho risposto di no, perché so che i personaggi non sono reali. I personaggi sono funzioni narrative, quindi nel momento in cui la funzione narrativa non funziona, si toglie. Sono un sostenitore della scrittura e riscrittura di un testo.

Ti faccio l’ultima domanda: se fossi un editor, come lavoreresti con un autore esordiente?
Intanto ci parlerei tantissimo. Nel senso che prima di mettermi a lavorare sul testo ci farei delle lunghe chiacchierate su come è arrivato alla storia, cosa vuole raccontare, quali sono i libri che ha letto a riguardo. Io mi fido sempre poco di quelli che dicono “ho scritto questa storia di getto”, perché credo ci sia sempre un grande lavoro dietro. Libri letti, dischi ascoltati, film visti durante la scrittura. Poi lo inviterei a rileggere il suo testo cercando di appuntare quelli che secondo lui sono i pregi e i difetti, dove secondo lui la tenuta della lettura cala, dove fa più fatica. E poi gli farei le mie proposte, partendo da punti di difficoltà che lui ha notato per capire se ci sono problemi di struttura, di lingua o di immaginario poco chiaro. Cercherei di fargli capire che io sono al servizio non di lui autore, ma della sua opera.

foto di copertina di ilyass seddoug

Gli Editoriali. Anna Voltaggio (Nutrimenti)

Redattori, social media manager, impaginatori, uffici tecnici, consulenti e ancora altri: sono loro gli Editoriali, persone che lavorano i libri prima che diventino libri. Chi sono, cosa fanno e come lo fanno: una serie di domande per scoprire qualcosa di più sui mestieri dell’editoria.

Anna Voltaggio è nata a Palermo, dopo la laurea in Lettere all’Università di Bologna si è trasferita a Roma dove vive e lavora. Dal 2017 è responsabile dell’ufficio stampa di Nutrimenti. Ha lavorato per Fazi Editore, L’Ancora del Mediterraneo/Cargo, Giulio Perrone Editore, Newton Compton, Elliot Edizioni. Ha ideato l’agenzia di comunicazione Totem Libri, dedicata ad autori e progetti editoriali, tramite la quale ha seguito e curato progetti di promozione alla lettura.

Come hai iniziato e perché?
Ho iniziato all’improvviso. Durante un corso di formazione sul lavoro editoriale ho seguito una lezione tenuta da Martina Donati che allora era la responsabile dell’ufficio stampa di Fazi Editore, sapevo a mala pena che ruolo fosse ma quella lezione mi ha entusiasmata. Poche settimane dopo Martina mi propose di fare uno stage con lei.

Come e quando sei arrivata alla Nutrimenti?
All’incirca un anno fa mi hanno chiamata per sapere se fossi disponibile a fare un colloquio. Io conoscevo già abbastanza bene il loro catalogo, è una casa editrice che mi è sempre piaciuta e li ho incontrati volentieri ma in quel momento lavoravo per un altro editore ed ero incinta di pochi mesi del mio secondo figlio. Date le premesse non credevo affatto che l’incontro avrebbe avuto seguito e invece adesso sono il loro ufficio stampa.

Quali sono le tue mansioni, nello specifico?
Mi occupo di proporre i nostri titoli a critici letterari e giornalisti, gestisco la promozione sul web insieme a una brava collaboratrice, Giulia Annibale, organizzo presentazioni ed eventi dedicati ai nostri autori, coordino le nostre partecipazioni a festival e manifestazioni letterarie, seleziono i titoli più adatti da mandare ai premi letterari. Curo, in generale, ogni aspetto legato alla diffusione dei libri una volta che sono stati stampati.

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Come si svolge praticamente il tuo lavoro e quali programmi utilizzi?
Si inizia leggendo, come sempre. Solitamente due o tre mesi prima che il titolo arrivi in libreria, quindi mi faccio un’idea delle persone e delle testate che potrebbero essere interessate a conoscerlo per recensirlo, presentarlo o prenderlo come spunto per parlare di un argomento a cui il libro si lega. Una volta compilata questa mappa mentale si passa alla fase concreta: scelgo le testate principali a cui proporre il libro in modo da ottenere un’anticipazione, un’intervista in esclusiva o una prima recensione importante. A questi nomi faccio avere il libro in bozze. Dopo aver preso questi accordi iniziali, stilo un elenco più ampio, mando una mail in cui fornisco le prime notizie sul titolo che uscirà. In ultimo, inizio una serie di telefonate per capire se e quando usciranno le recensioni.
Utilizzo la sacra bibbia dell’ufficio stampa, Filemaker, che contiene ogni tipo di informazione raccolta negli anni su ogni persona schedata. Poi, naturalmente, Word.

Quali sono le risorse (testi, siti o altro) che hai sempre sott’occhio e che ti aiutano durante il tuo lavoro?
Sul web: le edizioni on line dei giornali, alcuni siti letterari, poi Sinonimi Master, Reverso context, e Wikipedia (lo confesso). Sulla carta: quotidiani, settimanali, mensili. Naturalmente la Radio. E un po’ di TV.

Qual è il libro Nutrimenti sul quale hai lavorato con più piacere?
Queste sono le domande difficili per un ufficio stampa, ma per non glissare risponderò che fino a ora (dicembre 2018) un libro che mi ha dato grandi soddisfazioni è stato Paradise Falls di Don Robertson, di cui pubblicheremo in febbraio la seconda e ultima parte. È un romanzo epico che credo entrerà nella storia della letteratura.

Qual è il libro non Nutrimenti sul quale avresti voluto lavorare?
Forse I detective selvaggi di Roberto Bolaño, quando è uscito in Italia e il pubblico non aveva idea di chi fosse. Per prima cosa perché avrei conosciuto Bolaño che allora era ancora in vita e mi sarebbe davvero piaciuto parlare con lui, e poi perché avrei avuto tra le mani un libro destinato a entrare nella storia della letteratura. Tra gli ultimi libri credo invece che mi sarebbe piaciuto molto lavorare con Elena Ferrante. Perché non ho ancora mai lavorato a un vero caso editoriale e sono curiosa di capire quanto si costruisce a tavolino e quanto invece esistano delle variabili insondabili che lo generano.

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foto di christa dodoo

Qual è la cosa che più ti piace fare del tuo lavoro?
Trovare la chiave giusta per raccontare un libro e immaginare a chi possa interessare, e perché.

Qual è la cosa che più ti annoia fare del tuo lavoro?
Compilare le domande per l’iscrizione ai premi.

Hai una norma redazionale che applichi a malincuore?
No.

Qual è quella cosa che, nell’ambito del tuo lavoro, proprio non sopporti?
Fare complimenti gratuiti, infatti cerco di non farlo.

A tuo avviso, qual è la caratteristica più importante per chi fa un lavoro come il tuo?
Ne servono tante. Ma le più importanti credo che siano l’entusiasmo e l’ostinazione. Questo è spesso considerato un ruolo di scarso prestigio, perché confuso con quello del venditore disposto a tutto per tirarti dalla sua parte. Si considera poco la capacità di lettura che deve avere un/a bravo/a ufficio stampa, la capacità di fare ricerche, l’abilità di far accendere un riflettore su un libro che difficilmente riuscirebbe a farsi notare in mezzo alla miriade di altri libri usciti contemporaneamente. Inoltre è un ruolo che di soddisfazioni te ne dà poche: è uscita una grande pagina su un giornale importante? Evidentemente il libro era buono. Non esce niente sui giornali? E allora l’ufficio stampa non sta lavorando come dovrebbe. Potrei andare avanti ancora molto a raccontare cosa fa un ufficio stampa editoriale e quanto poco sia considerato questo lavoro, quindi mi fermo qui. Ribadisco soltanto che serve entusiasmo. E ostinazione.

Consiglia un libro che parla del tuo lavoro e che credi possa essere utile a chi voglia iniziare.
Non ho mai letto manuali che parlano del mio lavoro. A chi vuole affacciarsi a questo mestiere suggerisco di leggere ogni settimana le pagine culturali dei giornali, quello è un buon inizio. Poi, di cercare un buon corso di formazione e usare lo stage a disposizione con tutte le energie possibili. Ma siccome non vivo senza consigliare libri (deformazione professionale) ne suggerisco uno da leggere per piacere: Crooner di Kazuo Ishiguro.

foto di copertina di jj ying

Libri del 2018 che avremmo voluto leggere ma non l’abbiamo fatto

Una volta a noi di ILDA qualcuno ci disse che, sì, aveva sentito parlare della nostra newsletter ma non l’aveva mai letta perché tanto si sa che nessuna newsletter è mai fatta veramente bene. Questa cosa del confondere l’onestà con la scortesia ci lasciò frastornati e ce ne andammo mogi (nel momento in cui servirebbe, una buona risposta non è mai a disposizione) ma ci è servita poi a ricordarci che il punto di come si fanno le cose non è disprezzare come le fanno gli altri, ma solo cercare il miglior diverso modo in cui possiamo farle noi.

Dunque qui non diremo che le liste dei “migliori libri di fine anno” sono noiose, perché non lo pensiamo e siamo i primi ad andare a spulciare tra i gusti e i giudizi degli altri. Diremo però che, a leggerle, la sensazione che ne ricaviamo ogni volta è di essere gli unici a non aver trovato il tempo, a essere stati sconfitti dal sonno, ad aver dimenticato di, a non essere riusciti a. Noi non siamo affatto riusciti a stare dietro a tutte le uscite del 2018 e per questo la lista con cui vi auguriamo buon natale e tanta felicità per l’anno nuovo è fatta dei libri che non abbiamo letto, anche se avremmo voluto.

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Le assaggiatrici di Rosella Postorino, Feltrinelli

non letto da Daniele Campanari

Le assaggiatrici di Rosella Postorino ha un primato – essenzialmente unico – che non è aver vinto diversi premi ma apparire in una lista di libri non letti. L’ho scelto apposta per questo e i motivi della mancata lettura sarebbero diversi: dal rispetto dell’ordine personale a obblighi che permettono ribaltamenti, fino alla metaforica attesa che dovrebbe essere lunga quanto un piacere. Fatto sta che Le assaggiatrici – libro dell’anno Fahrenheit, Premio Rapallo, Premio Campiello – è assente nella mia libreria pur essendo ampiamente vivo nella testa sotto forma di post-it attaccato al punto mnemonico del cervello, un post-it di facile individuazione vista la convinzione che mi proietta verso la necessità di leggere un libro pluripremiato almeno per confermarne o smentirne il merito. Per quanto detto e pur non avendolo letto, Le assaggiatrici sembra meritare i riconoscimenti ottenuti e il compiacimento dei gruppi di lettura perché la storia che racconta è inusuale considerato il corpo di donna obbligato a ingoiare il cibo per mestiere. Ecco allora che “Rosella Postorino non teme di addentrarsi nell’ambiguità delle pulsioni e delle relazioni umane, per chiedersi che cosa significhi essere, e rimanere, umani”. È probabilmente questa la frase che varrebbe l’intera lettura, perché se siamo di fronte alla possibilità di restare umani pur essendo nel mezzo del terrore biblico del nazismo allora vuol dire che c’è speranza per ogni cosa. Anche per una lettura posticipata.

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Donne, razza e classe di Angela Davis, traduzione di Marie Moïse e Alberto Prunetti, Edizioni Alegre

non letto da Primavera Contu

Negli Stati Uniti è uscito per la prima volta nel 1981, quando ancora l’intersezionalità non era un concetto pronunciato né tantomeno strutturato. Eppure, già dal titolo, Angela Davis metteva in connessione, nel suo discorso su diritti e privilegi, elementi come il genere, la classe e la razza: un approccio che ancora oggi in Italia non è da darsi per scontato. Il libro, infatti, è uscito da noi solo quest’anno, ed è stata la traduzione (a opera, anche, dell’attivista  e dottoranda Marie Moïse) ad avvicinarmi e incuriosirmi. Il tour di presentazioni, che ha portato il libro nei contesti più disparati, ha coinvolto luoghi e persone legati al femminismo, all’editoria, al queer, alla politica e ha, insomma, toccato in una sola ondata quei posti in cui, per me, lavoro, amori e amicizie si intersecano. Questo è un saggio di sovrapposizioni, in diversi sensi, anche se lo si guarda all’interno della mia piccola storia dei libri promessi e ancora non letti. Il più delle volte i miei riferimenti sono americani: da lì arriva la letteratura che leggo più spesso, da lì arriva la cultura che “mangio” e le opere di cui fruisco; da lì arriva parte del mio linguaggio e da lì arrivano anche i miei riferimenti femministi. E questo libro non fa eccezione, ma credo che il suo arrivare in Italia in un momento come questo varchi la porta per un discorso più ampio sull’attualità e sulla contemporaneità nel nostro Paese. Perché non l’ho ancora letto? Forse perché ha rappresentato un porto sicuro: ci sono state e ci saranno ancora delle nuove uscite, dei romanzi tanto attesi, delle graphic novel che non vedo l’ora di sfogliare, mentre Donne, razza e classe, mi sono detta, sarà sempre lì; in fondo esiste da prima che io nascessi, e non passerà di moda tanto facilmente. Sarà ancora utile e forte da leggere anche il prossimo anno, perché ha atteso tanto per entrare nelle nostre classifiche, per diventare, in  maniera un po’ defilata, il “titolo del momento”, per inserirsi nei nostri discorsi su oppressione e società.

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Fame di Roxane Gay, traduzione di Alessandra Montrucchio, Einaudi

non letto da Chiara M. Coscia

Fame, di Roxane Gay, è un memoir sul corpo come “scena del crimine”, in cui la Gay racconta la storia dello stupro subito a dodici anni e del successivo meccanismo inarrestato di auto-cancellazione generatosi dall’episodio. Un po’ alla volta, Gay si è nascosta dentro un corpo gravemente obeso, e si è ritrovata a portarlo in giro come un grido di battaglia. Perché in una cultura che sancisce quel corpo come fuori norma, come sbagliato, come l’opposto di ciò a cui si dovrebbe aspirare, quello di Roxane diventa un manifesto rivoluzionario in carne, viscere e sangue. Di Roxane Gay ho letto Bad Feminist un po’ di tempo fa, una raccolta di saggi che è proprio il genere di cosa che vorrei aver scritto. Pur non essendo d’accordo con tutto quello che scrive, Roxane Gay mi piace molto perché ha la rara dote di far sentire il lettore a disagio. Quel disagio che cerco è il disagio di chi smaschera quelle parti di te che non vuoi riconoscere né ascoltare. Questo è uno di quei libri che non si aspetta come l’ultimo di Stephen King, o l’ottava stagione di Game of Thrones. Per i memoir non c’è mai un orizzonte di attesa di chissà quale portata, soprattutto quando il memoir non riguarda persone particolarmente note. Eppure io l’ho atteso, perché adoro i memoir. Mi affascina il concetto di racconto di sé, di narrazione ordinata e ordinante, quello sforzo di ricostruzione consequenziale e causativa finalizzato a una ricerca di senso e volto a fugare il rischio di confrontarsi con l’abisso della casualità, dell’incoerenza, del caos. L’altra ragione per cui l’ho atteso è l’argomento corpo come portatore di memoria. È anche questo che cerchiamo nei memoir: una narrazione in cui riconoscere le parole per dirlo. Tuttavia, non ho ancora letto Fame: mi sono fermata all’anteprima Kindle, e poi altre letture, altri saggi, altra vita si è messa di traverso. Questo è quello che mi dico. In realtà uno dei motivi per cui non l’ho letto è che quelle prime pagine mi hanno terrorizzata. La sensazione che ho provato è stata quella dell’inizio di un horror davvero spaventoso, e non so se voglio vederlo, non ancora. Il disagio si è trasformato in paura. Tuttavia, spero di trovarlo sotto l’albero.

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Cometa di Gregorio Magini, Neo. Edizioni

non letto da Giuseppe D’Antonio

A maggio, ne seguii – per caso e male – la presentazione al Salone del libro di Torino (mi fermai perché fra il pubblico vidi un amico insieme al suo editore fiorentino – e, da napoletano, quando vedo un fiorentino spero sempre che conosca le battute di Non ci resta che piangere per recitarle insieme). La presentazione non era in una saletta ma all’aperto dentro al Salone e la confusione intorno era tale che non sentii nulla se non poche smozzicate battute di Magini delle quali, in seguito, recuperai dalla memoria una positiva sensazione del tutto priva del contenuto. Dopo il Salone, mi ritrovai più volte Cometa sul feed Facebook. Purtroppo, ne parlavano tutti così bene che decisi di non comprarlo (sì, sono quel tipo di persona). Fin quando, un giorno, lessi questa cosa sulla bacheca di Luca Pantarotto (social media manager di NN Editore e persona dagli entusiasmi – apparentemente – abbastanza frenati): “Cometa è senza dubbio il libro italiano più sbalorditivo, sul piano linguistico, che io abbia letto da molto tempo”. E, dato che io resisto a tutto tranne che ai piani linguistici, l’ho preso. Però – ahimè – non ho ancora avuto modo di sbalordirmi. Ma per quello c’è ancora tutto il 2019. 

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Resoconto di Rachel Cusk, traduzione di Anna Nadotti, Einaudi

non letto da Francesca de Lena

Noiosissimo luogo comune vuole che chi si occupa di libri spinga sempre e comunque per le strutture facilmente riconoscibili (cap 1, cap 2, cap 3), per i contenuti che “coinvolgano” e con i quali si può “entrare in empatia” e per gli sviluppi prestampati: se donna XX vive in una città e prende un aereo per andare in un’altra città le deve capitare almeno una di queste cose: incontra uomo XY e s’innamora; lotta e/o fa pace con i fantasmi della sua vita familiare; trova lavoro/amicizia/senso della vita e si trasferisce dove è atterrata. Senza happy end può morire o almeno affrontare una malattia, l’importante è che sia chiaro che lì dove è andata le capitino molte cose, per lo più di segno sconvolgente. Ovviamente questo luogo comune è una buffonata, almeno per quel che mi riguarda. Datemi un libro che “non ha trama” (apparentemente, perché se davvero non ce l’ha tenetevelo), che non vive della concatenazione basilare di eventi, che non vuole ammaliarti con rispecchiamenti ed empatie varie, e mi farete felice. Perché il pungolo che muove il mio desiderio di lettura è sempre capire il come. Come riesce (se riesce) Rachel Cusk a costruire una protagonista-scrittrice (mossa ad altissimo rischio autoreferenziale/stereotipo/bluff/già visto) che invece di vivere in maniera attiva il proprio arco di trasformazione lo subisce in virtù del resoconto delle vite degli altri? Vorrei proprio scoprirlo, anche se per quest’anno non ce l’ho fatta.

maestosolabbandono_low-3Maestoso è l’abbandono di Sara Gamberini, Hacca edizioni

non letto da Giacomo Faramelli

Oh io al pensiero magico non ci ho mai voluto credere. Al limite, andando a correre, sfidavo me stesso ad arrivare al bivio prima di unauto, pena la morte, la tortura, milioni di dolori studiati su misura per me. Sono il contrario del pensiero magico anche se la magia è un piano di realtà a cui tendo per indole e carattere. Eppure c’è chi trasforma il pensiero magico in abitudine, fino a sentirlo sotto pelle e da lì in una cascata argentina di parole. Dice: ma allora lo hai letto. No, non ancora, e non ce la farò prima del 2019. Ho sentito l’autrice, però, mentre parlava al pubblico come io farei agli alberi di un bosco: vi sto parlando, ascoltatemi, sembrava dire. E un po’ ci scuoteva e un po’ ci accarezzava. Ed era vero, lei e questa storia di formazione s-formata, che si spande lungo rotte differenti: sono coccole, viaggio, un volo radente sui luoghi di una vita raccolti in una mano: lì c’è un bosco, là un fidanzato tutto scemo, più giù l’eterno ring con una madre che più che un antagonista è quinta, scenario e terreno su cui confondere i propri passi. In fondo è così che siamo noi dei boschi. Tendiamo a confonderci da soli pisticchiando le tracce prima di arrivare alla meta. Ed è un viaggio che non sarà breve, né privo di tumulti rotolare lungo le parole dell’autrice da una scelta scriteriata alla speranza fortissima. Una scrittura solare (calmi, ho sbirciato eh), del sole di gennaio tra le nuvole grigio cemento, capace di arruffare pelo e sentimenti in egual misura, una storia in cui magia e realtà sono le due estremità di un pellegrinaggio a ritroso nel proprio tempo. E per questo accidenti a me, quel cerbiatto in copertina continua a guardarmi e mi dice: dai, tocca a noi, vero? Io però aspetto, ché il nuovo anno deve pur iniziare tintinnando. E se a farlo sono le parole chissà che io non prenda a credere un po’ di più alla magia.

978880623712GRACosa faremo di questo amore di Gabriele di Fronzo, Einaudi

non letto da Luigi Loi

Più si legge e più si diventa ignoranti: si scoprono sempre nuovi titoli da leggere. Essere lettori forti significa essere degli ignoranti. Ovunque io dorma, lì si forma una pila di libri da leggere: sono costretto a ottimizzare il tempo di lettura (e difenderlo), ma devo persino coltivare un sesto senso per i consigli, perché nonostante abbia indicizzato tutta una serie di stakeholders (giornalisti, bloggers, intellettuali, addetti ai lavori, funzionari editoriali, altri ignoranti come me) inquadrandoli per gruppi editoriali/di potere/cordata/bastone, per gusto, intelligenza, cultura, sesso, età, ecc. qualcosa dei libri sfugge sempre, così come il tempo di leggere Vent’anni dopo di Dumas. Quindi ecco perché avrei voluto leggere Cosa faremo di questo amore di Gabriele Di Fronzo, per i seguenti scorrettissimi motivi. Il primo: pare che non sia un libro di fiction, né di autofiction, ma un saggio antologico, miscellanea di episodi letterari che affrontano il lutto amoroso, passando da Bolaño, Carver, Flaubert, Tolstoj e tanti altri, così che la mia ignoranza s’irrobustisca con i titoli che Di Fronzo cita e non avrò modo di leggere, come Vent’anni dopo. Secondo: nonostante la bruttezza della copertina, amo i libri di questo genere (vedi Scrittori galeotti e Mestieri di scrittori di Daria Gelateria) utilissimi per consultazioni e ricerche: unico neo di questi libri? Descrivono sempre altri libri, quelli che non riuscirai mai a leggere, e mai che si descriva, per esempio, Vent’anni dopo.

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Le vite potenziali di Francesco Targhetta, Mondadori

non letto da Marco Malvestio

In un lontanissimo 2012, quasi all’inizio del mio percorso universitario, con l’ansia bulimica di chi comincia appena a muoversi in un mondo che ha conosciuto soltanto attraverso le impolverate stilizzazioni dei libri di scuola, ho letto Perciò veniamo bene nelle fotografie, fortunato romanzo in versi di Francesco Targhetta. Sarà perché era ambientato nella mia città, Padova, in quartieri che conoscevo, in sedi universitarie che stavo cominciando a frequentare, e perché descriveva situazioni umane (la precarietà abitativa, emotiva, lavorativa) che cominciavo a scorgere con paura, oppure perché i versi scorrevano fluidi ma icastici, sardonici, restandomi impressi, oppure ancora perché il protagonista, così addolorato e meditabondo e impotente, mi ricordava me stesso (prova ne sia che, in una rilettura successiva, non mancai di disprezzarlo), quel libro non si limitò a piacermi immensamente, ma segnò una tappa importante del mio percorso di lettore. Ecco, ora che, sei anni dopo, Targhetta è finalmente approdato al romanzo vero e proprio, che parla non solo di persone altre dall’autore ma anche dai letterati malinconici che infestano la mia vita e le mie letture, dal momento che i protagonisti lavorano in un’azienda informatica, sento che questo sarebbe un romanzo da leggere. Conoscendo la lingua poetica di Targhetta, so che questo romanzo avrà una prosa insieme curata nella forma e attenta al dettaglio reale, e conosco bene la capacità dell’autore di delineare con pochi tratti le desolazioni e le contraddizioni, e dunque la gloria immortale, del nostro “crudo Nord-Est”, delle distese spettrali dei nostri capannoni, del nostro falso dialetto e del nostro falso italiano: e immagino quindi che questo romanzo racconti, con realismo e allegoria, il presente di tutti noi. Sfortunatamente non ho avuto modo di leggerlo.

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The Game di Alessandro Baricco, Einaudi

non letto da Marco Terracciano

Da quello che ho potuto capire, The Game è un saggio sulla rivoluzione digitale (‘Il Gioco’ non è altro che il mondo in cui ci muoviamo oggi) degli ultimi dieci anni, ma è un saggio diverso, molto narrativo e avvincente, che chiama in causa il lettore e che ammicca qua e là. Tre cose mi hanno convinto a leggerlo, una mi ha dissuaso. Parto dalle tre: la diretta streaming della sua presentazione al teatro Franco Parenti di Milano; quest’articolo di Paolo Gervasi; la video recensione di Riccardo Vessa (alias Wesa) su Youtube.
La presentazione al Parenti di Milano mi ha convinto perché mi hanno convinto le parole, il tono e l’entusiasmo dello stesso Baricco. L’articolo di Gervasi mi ha convinto per questo passaggio:

Qualcosa di simile facevano i suoi romanzi, elaborando forme semplici capaci di veicolare il piacere essenziale della lettura, e di riscoprire l’affabulazione originaria della narrazione, la volontà quasi “pura” di trasmettere e rendere memorabile un evento. Con questo gesto, come direbbe lui, Baricco ha mostrato all’élite intellettuale l’esaurimento di una funzione di orientamento e tutela del sapere fondata sull’aumento esponenziale della complessità.

Il video di Riccardo Vessa alias Wesa mi ha convinto perché è una bella recensione, è lucida, critica, ed esaustiva.
La cosa che mi ha dissuaso: il prezzo, diciotto euro (nemmeno tanti considerati gli assurdi standard del cartaceo). E allora a Baricco mi piacerebbe fare questa domanda: come mai la letteratura non è ancora entrata nel Game?

Galateo editoriale #2. Capitoli, paragrafi e numeri di pagina

Un dattiloscritto formattato male e poco curato dal punto di vista morfosintattico è un pessimo biglietto da visita: font minuscole, interlinee strette, doppi spazi, apostrofi al posto degli accenti, orrori grammaticali rivelano sciatteria e ineleganza. Fedele all’idea che la forma sia sostanza, il Galateo editoriale vi condurrà attraverso il bon ton della formattazione e correzione testuale, affinché nessuno possa guardarvi dall’alto in basso.

 

Nella prima lezione del Galateo ci siamo occupati di margini, font e interlinee.
In questa seconda tratteremo invece della struttura del dattiloscritto.
Se l’altra volta le parole chiave erano “ordine e leggibilità”, adesso saranno “ordine e organizzazione” (come vedete, l’ordine è qualcosa di molto apprezzato).

Capitoli
La struttura di un testo può andare da un minimo a un massimo di gerarchizzazione: possiamo avere un testo che non presenta divisioni in capitoli e paragrafi (per esempio un racconto lungo o un romanzo breve); oppure uno diviso in parti, sezioni, capitoli, paragrafi, sottoparagrafi eccetera (per esempio un saggio).
Generalmente, un testo di narrativa è diviso in capitoli che possono essere titolati o semplicemente numerati (o nessuno dei due).
Nel vostro caso, il consiglio è di numerarli sempre (anche se li avete titolati).
Il motivo è tanto semplice quanto ovvio e ha come scopo – al solito – semplificare la vita a chi deve leggere il testo per poi commentarlo e valutarlo: è più immediato avere come riferimento un numero (“come scritto nel capitolo 3”) che un titolo (“come scritto nel capitolo E giunse improvviso il tramonto a svegliarlo”) o – peggio mi sento – il riassunto di un capitolo (“come scritto nel capitolo in cui il protagonista compra un portafoglio in similpelle nel quale rinviene un codice PIN che gli apre le porte della percezione”).
Corollario fondamentale alla numerazione dei capitoli è “cominciare sempre un capitolo nuovo a pagina nuova.
I programmi di videoscrittura (come Microsoft Word, per intenderci) hanno una funzione che si chiama “inserisci interruzione di pagina”: utilizzandola, ogni capitolo comincerà automaticamente a pagina nuova, e non ci sarà bisogno di andare compulsivamente a capo cinque sei otto dieci o dodici volte fino a ritrovarsi su una pagina bianca.
Se non si usa questa opzione, ogni intervento fatto in qualsiasi punto del testo andrà a modificare la struttura di tutto il testo e quindi potreste trovarvi alla fine con una (bruttissima) cosa del genere:

capitolo a fondo pagina

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Paragrafi
Poco sopra ho parlato di testi generalmente divisi in capitoli. Ovviamente, ci sono anche testi narrativi lunghi che, per motivi di costruzione e struttura, non necessitano di (o l’autore non crede sia fondamentale abbiano) una divisione per capitoli. Magari sono testi narrativi costruiti su “frammenti” più o meno lunghi.
Anche in questo caso, nonostante non vi sia una separazione netta in capitoli, è sempre opportuno separare al meglio i vari frammenti, considerandoli alla sorta di “paragrafi”. Per separare al meglio questi paragrafi, può andare bene una semplice riga bianca; anche due semplici righe bianche possono andare bene; e – non vi meravigliate troppo – anche tre.
L’importante è che siano sempre o una, o due, o tre; e non una, poi tre, poi quattordici, poi cinque, poi di nuovo una.
Nella foto sotto: a sinistra è ok; a destra non è ok.

separazione paragrafi copia

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Se poi pensate che un semplice spazio bianco non sia sufficiente e volete utilizzare un segno più marcato di separazione, attenetevi ai classici asterischi (uno, due, tre: fate voi – ma sempre o uno, o due o tre).
Al pari delle font arzigogolate della prima lezione, non c’è necessità di introdurre elementi particolarmente eclettici e stravaganti – anche perché ogni casa editrice avrà le proprie norme per gestire queste evenienze.

Numeri di pagina
Un’ultima cosa molto – ma molto – importante (ancor più di una ordinata strutturazione del testo in capitoli) è la numerazione delle pagine.
Il motivo è uguale al precedente: è molto più facile e immediato dire “per esempio: come scritto a pagina 14…” che “per esempio: nel punto in cui il protagonista, dopo aver aperto le porte della percezione, si accorge che c’è corrente e quindi decide di richiuderle…”. E sarà molto più facile per voi andare direttamente a pagina 14 invece di scartabellare il dattiloscritto in cerca del punto in cui fa corrente.
Ancora una volta viene in soccorso uno strumento dei programmi di videoscrittura che si chiama “inserisci numero di pagina”, che vi consente di numerare automaticamente le pagine inserendo, a vostra scelta, il numero in alto o in basso, al centro o negli angoli del foglio.

Chiaramente, tutta questa ordinata ed elegante strutturazione e divisione del testo può essere impostata anche in fase di revisione, ossia dopo aver terminato di scrivere il vostro romanzo (questo per tranquillizzare chi si sta chiedendo: “Ma fare tutte queste operazioni mentre scrivo non frenerà la mia vigorosa spinta creativa?”. Comunque: purtroppo non la frenerà.).

Ricapitolando:
– strutturate il testo in capitoli (e se serve in paragrafi) tipograficamente ben separati gli uni dagli altri;
utilizzate le funzioni “inserisci…” dei programmi di videoscrittura;
numerate i capitoli;
– inserite sempre i numeri di pagina;

Questi accorgimenti, insieme a quelli della prima lezione, vi permetteranno di avere un dattiloscritto composto elegantemente da poter presentare a chi di dovere, certi che quella persona lo leggerà con un occhio di riguardo, grata a voi di averle risparmiato un altro passaggio dall’oculista.
Ricordate sempre le tre parole chiave: ordine, leggibilità e organizzazione, che se di sicuro non vi apriranno le porte della percezione, faranno sì che almeno quelle  dell’editoria non ve le chiudano in malo modo in faccia.

 

foto di copertina di Chuttersnap

Respiro n° 4 – tentativi di idee di romanzo

La lezione di Apnea su come si riconosce l’idea che, alla stregua della spina dorsale di uno scheletro, sostiene l’intero corpo di un romanzo è, da sempre, la più difficile di tutte. E per questo la più utile. Qui è quando veniamo a contatto con la consapevolezza che per quanto possiamo essere dei bravi lettori, dei lettori critici, dei lettori tecnici, degli editor, cogliere davvero l’intenzione che tiene un romanzo in piedi è molto complesso e il rischio di confondersi, lasciarsi andare all’interpretazione, avvilupparsi è dietro l’angolo.

L’idea di controllo di un romanzo non è la meta che si era prefisso l’autore, non è il tema, non è una morale, non è un motto, non è un simbolo, non è una soluzione criptata, non è la parola né il significato ultimo. Allora che cos’è? Qual è l’idea dietro al romanzo “Il valore affettivo” su cui lavoriamo? Mentre cerchiamo la risposta accumuliamo tentativi. La lettura è un esercizio continuo, proprio come la scrittura.

  • Il senso di colpa non restituisce ciò che abbiamo perso.
  • Smettere di vivere per restare in vita.
  • “Vorrei che nella vita tutto fosse così certo e stabile, senza il pensiero che possa frantumarsi da un momento all’altro […]”
  • Alla ricerca dell’equilibrio perduto.
  • Accettare che tutte le cose si rompono facilmente e alcune non possono essere riparate.
  • Convivere con il fatto che la vita sfugga ad ogni piano e tentativo di controllo.
  • Si può essere padroni di ciò che si fa, non di ciò che si prova e di quello che accade.
  • Non cristallizzarsi nel passato perché si rischia di soccombere, meglio proiettarsi nel futuro.
  • Meglio cercare il cambiamento per riuscire a realizzarsi.
  • Non cercare di rivivere le situazioni passate perché non aiuta a superarle.
  • Bisogna superare il passato per avere delle speranze nel futuro.
  • Non è possibile ricostruire il passato perché c’è sempre qualcosa che sfugge al nostro controllo.
  • «Adesso non c’è più il dubbio ma un problema, e la cosa rassicurante dei problemi è che si può cominciare a risolverli.»
  • «Salvare le persone, sollevarle dalla disperazione, dalla malattia, rendergli la speranza di sopravvivere, placare ogni loro paura.»
  • «Estirpare il dolore nel modo più preciso possibile. Intervenire dove tutto sembra perduto.»
  • «Le persone vogliono vincere, e pur di vincere sono disposte a tutto.»
  • Il senso di colpa distrugge.
  • La vita è quella che è, ed è impossibile cercare di controllarla.
  • “Vedere la macchia che nessun altro vede, e lavarla via”.
  • “La vita è poco più che una momentanea casuale permanenza fra oggetti che dovranno a loro volta morire”.
  • Lasciare che il passato condizioni la nostra vita non  permette di apprezzare  il presente e guardare in modo costruttivo al futuro.

4+1: Anatomie di Tommaso Giagni

di Luigi Loi

4+1 è una madeleine fatta di libri: ogni scrittore sceglie i quattro che più rappresentano le connessioni tra corpo e narrazioni, più uno, il jolly: il libro legato alla sua personale visione del corpo come territorio di confine tra potere e autodeterminazione, tra significati politici e ridefinizioni. L’autore di oggi è Tommaso Giagni.

John Howard Griffin, Nero come me, 1960
Classico dimenticato (in Italia) della non-fiction, è il diario di uno psichiatra bianco che alla fine degli anni Cinquanta, con l’aiuto di un dermatologo, cambiò la pigmentazione della propria pelle e da nero attraversò il profondo sud razzista degli USA. Da nero conobbe la segregazione, le ipocrisie, la disuguaglianza. Cambiare il proprio corpo per non riconoscersi e poter assumere davvero una nuova prospettiva. Inchiesta di un’attualità drammatica, che sarebbe il caso di riportare in libreria.

Giovanni Boine, Il peccato, 1914
Altro testo un po’ nell’ombra della trascuratezza, Il peccato è modernissimo, pionieristico romanzo psicologico (in anticipo su Zeno, per dire) e contemporaneamente ricerca di corporeità, di un contatto fisico impedito da una barriera robusta come un convento. “Sentivi sotto il severo dell’abito la giovinezza del corpo”.

Fleur Jaeggy, I beati anni del castigo, 1989
La scoperta del corpo, come arma e come estensione di un sé che allo stesso modo è oggetto di rivelazione. In un’atmosfera che ha almeno la stessa definitezza di un personaggio in carne e ossa – per così dire –, è documento di un tempo lontano, storia di un’educazione sentimentale, romanzo magistrale per equilibrio tra precisione e levità.

Jeffrey Eugenides, Le vergini suicide, 1993
Negare il corpo e l’identità, attraverso una repressione sistematica e cieca, proseguendo senza curarsi del fallimento del metodo via via che la catastrofe prende forma. Un magnifico romanzo sulla società statunitense degli anni Settanta, un saggio sull’umanità dei sobborghi benestanti, un libro esemplare per chiunque si sia confrontato con la tenuta di una voce e di una struttura narrativa. Eugenides, in stato di grazia, mostra come tecnica non significhi freddezza e come sentimento non significhi sentimentalismo.

Cesare Pavese, La casa in collina, 1948 + Jean Genet, Diario del ladro, 1949
Se ragioniamo di identità, non mi è possibile scampare alla contraddizione tra l’uomo che si ritrae e quello che butta il corpo nel mondo. E per me tutto può concentrarsi in questi due romanzi, separati da pochi mesi soltanto. Il protagonista di Pavese guarda da un lato le cose succedere, aspetta dalla cresta di una collina che la Storia avvenga. E poi elabora, solo dopo e proprio perché si è data l’assenza. Genet incontra i margini d’Europa e la propria oscurità, racconta i bassifondi dalle altezze del lirismo, attraversa i confini mostrando i segni lasciati dalle scariche del cortocircuito.

Tommaso Giagni è nato a Roma. Ha partecipato a varie antologie, tra cui: Voi siete qui (minimum fax 2007), Il lavoro e i giorni (Ediesse 2008), Ogni maledetta domenica (minimum fax 2010). Per Einaudi ha pubblicato L’estraneo (2012) e Prima di perderti (2016).

immagine di copertina di shane rounce

Una vita intera a rincorrere un corpo: la figura del padre per Edoardo Albinati

di Marco Terracciano

Mi è difficile spiegare o anche semplicemente raccontare il modo di vita dell’uomo che era mio padre. Per far questo bisognerebbe penetrare nel suo carattere, capirlo, e io mio padre non l’ho mai capito.

Vita e morte di un ingegnere (Mondadori, 2012) è il racconto di uno scrittore, Edoardo Albinati, che dopo la morte del padre prova a capire cosa quest’uomo sfuggente, misterioso, inafferrabile ha significato per lui quando era in vita. L’ordine o il disordine eventuale, il figlio spera di trovarlo scrivendo un memoriale sotto forma di diario personale.
In un’intervista alla trasmissione La compagnia del libro di Saverio Simonelli, (TV2000, Marzo 2012), ad Albinati viene posta questa domanda: «Nel libro lei dice che di fronte al letto di morte di suo padre ha provato vergogna perché in quel momento stava prendendo come degli appunti mnemonici».
La domanda in effetti è implicita, Simonelli ci tiene a sottolineare: «è un passaggio molto intenso» ed è proprio questo eccesso di cortesia, quasi a tutelare l’imbarazzo dell’intervistato, che smaschera l’intenzione: “Ma che cosa le è venuto in mente? Ma le pare normale che lei si metta a prendere appunti mentali mentre suo padre sta morendo?”.
Vita e morte di un ingegnere è un libro che tematizza questa vergogna, tematizza i silenzi, le difficoltà di interazione tra i membri di una famiglia, tra un padre e il figlio. È un libro che fa della vergogna il nucleo emotivo e narrativo della storia, il sentimento nel cui cono d’ombra si mostrano e si nascondono i personaggi.
Albinati, nell’occasione, è una maschera di cera, la sua espressione racconta meglio di una quarta di copertina qual è il tono del libro: quello di chi attiva e disattiva autonomamente l’interruttore dello spettro emotivo.

Se esiste un corpo, voglio toccarlo.

A un certo punto del libro Albinati ricorda il giorno in cui, da piccolo, insieme al fratello, scopre una pila di riviste pornografiche in camera dei genitori. Momento imbarazzante, c’è tanta sorpresa ma soprattutto una cosa lo colpisce in modo particolare:

In un certo senso, il giorno che scoprii le riviste scoprii anche che mio padre esisteva, era una persona in carne e ossa e non una figura virtuale costruita dalle nostre proiezioni.

È la prima volta che nel racconto si parla di corpo in termini di carne e ossa, è il pretesto per introdurre una delle scene più rappresentative di tutto il libro:

Non era un bell’uomo ma poteva dirsi di aspetto gradevole. […] Il corpo di mio padre era di strana consistenza e alquanto indefinibile. Mentre i tratti del suo volto, e soprattutto il naso segnato da una gobba, erano molto caratterizzati, non ho mai saputo di preciso quale fosse la sua taglia e solo poco tempo fa, provando alcuni suoi vestiti, ho avuto la conferma dell’inafferrabile conformazione fisica di mio padre.

La situazione è particolare: il figlio ritrova nella memoria tutto quello che ha sempre saputo di suo padre, e non è molto. Ritrova i gesti, i particolari del viso, una strana calvizie e poi qualcosa di indefinibile riguardo al corpo. Indossa così gli abiti del padre scomparso e, nonostante la sua fisicità più consistente rispetto a quella che un tempo li vestiva, Albinati ha l’impressione di ballarci dentro. Semplicemente non gli stanno. Com’è possibile, si chiede:

Ora io sono ben piantato e un po’ più alto di com’era lui: eppure mi infilavo le sue giacche e ci ballavo dentro. Cerco allora di ricordare, di immaginare il corpo che riempiva quelle giacche, le riempiva fino agli orli. Mi è difficile.

Le giacche larghe sono neutre, conformiste, sono la metonimia di una generazione di uomini fattivi e sfuggenti, «una razza al tempo stesso serissima e scanzonata, di pionieri del benessere e fumatori accaniti» come recita la quarta di copertina. Una vita intera a rincorrere un corpo, prima di tutto, perché è nel corpo che il figlio spera che si riveli suo padre, l’illusione pragmatista che le cose comprensibili hanno sempre una consistenza tattile, tangibile. Eppure in quei vestiti non c’è niente, e può sembrare scontato ma quel che cerca il figlio è anche solo un profilo, o meglio un calco del corpo del padre.
Albinati però a un certo punto fa esperienza di quel corpo invisibile. È un momento che cronologicamente avviene prima della scena dei vestiti, ma nel racconto non a caso è descritto subito dopo. Ciò che rende possibile l’avvicinamento prima soltanto agognato è il dramma del cancro.

Solo assistendolo malato ho percepito le forme di mio padre, il volume del suo torace, quella massa candida e lentigginosa, tenera, livida, che avevo visto mille volte al mare ma che non potrò ricordare se non nell’ultima immagine, non potrò ricordare altro che quella schiena bianca suturata di rosso, mentre mio padre tiene le braccia alzate affinché io gli sfili dalla testa la canottiera fradicia, e in quel gesto di martire la carne gli dondola sotto le braccia, si gonfia soffice alla base del collo dove c’è ancora un po’ di tono muscolare attirando tutto il mio sguardo. E io debbo vedere tutto questo finalmente e comprendere.

Eccolo, un piccolo bagliore di comprensione. Davanti al corpo fatto a brandelli dalla malattia, Albinati figlio comprende. Ha potuto finalmente toccare il corpo, accarezzare il corpo, sondarlo, esaminarlo, annusarlo, accompagnarlo nel disfacimento. Il cancro ha arrestato la corsa senza scopo apparente del padre, ma ne ha restituito un corpo martoriato, quasi inattendibile. Eppure la cosa spiazzante è che c’è qualcosa che la malattia ha invece «potenziato», un particolare del carattere (il lato che lui chiama «bizzarro» e che lo porta a ironizzare a volte in modo grottesco perfino in fin di vita) che nonostante il declino fisico è cresciuto fino ad apparire, agli occhi della moglie, disumano.

Mia madre si lamenterà sempre più spesso, e alla fine si dispererà credendo di scoprire che mio padre non era affatto l’uomo che lei aveva conosciuto e amato, e saranno delle scene strazianti quando mia madre capirà che l’atteggiamento di mio padre non è una posa, non è affatto un atteggiamento ma piuttosto è la più riposta e intima e fedele immagine della sua interiorità. E allora fingerà di non averlo mai saputo, di aver sempre creduto che sotto quella scorza vi fosse un altro uomo. Sarà uno strazio quando lei penserà che mio padre non è più lui per il semplice fatto che si comporta esattamente come si è sempre comportato. La sua ironia, che in vita era considerata l’amabile difesa di un timido, nei pressi della morte verrà considerata da mia madre la prova di un animo sconsolatamente arido. […] Mia madre sperava che la morte portasse a galla i tesori sepolti nell’anima di mio padre, senza capire che il tesoro era appunto quell’acqua limpida.

La ricerca del figlio è, per l’Albinati scrittore, sintetizzabile nella ricerca del corpo; la comprensione, però, arriva a partire dall’assenza, non dalla presenza: mio padre, oggi, nel suo letto di morte, non è il suo corpo, ma le sue fughe, la sua impalpabilità, l’ironia che non è strategia, sentimento che nasconde, ma l’indole profonda che rivela.

Se questo è il corpo, che finisca in cenere.

Verso la fine del libro c’è la descrizione meticolosa degli istanti che precedono la morte del padre:

Allora succede, è proprio vero che si muore, pensavo, e questa, questa davanti a me è la morte, tra poco mio padre non ci sarà più, sarà freddo e morto per sempre, e in un certo senso ero curioso, lucidamente curioso di vedere e provare e toccare con la mano la morte, un fascino strano e ardente mi pervadeva fin nel profondo, dopo tante cose appena accennate e appena abbozzate, tante mezze verità, speranze confuse, dopo una vita di chiacchiere e cose discutibili per l’eternità, dopo una lunga e tormentosa attesa stava succedendo ciò che non era mai successo, l’arrivo della morte, la fuga della vita.

È difficile restituire l’enormità che in quelle poche pagine travolge chi legge, l’enormità di vita e di morte, di caos e formidabile lucidità, la smisurata distanza tra due uomini.
C’è tanto altro in quelle righe ma la distanza è la cosa che impatta con più forza, perché è una distanza spaventosa, e lo si capisce dal controllo quasi disumano della descrizione, la paura muta e imperturbabile e la disperazione più fitta che si possa leggere. Un uomo guarda gli ultimi istanti di vita di suo padre e non cerca la catarsi! È una maledizione che è stata tramandata di padre in figlio, è la maledizione, la trincea dei sentimenti, la prigione dell’afasia emotiva. Il più chiaro residuo di identità comune è la cosa che rende di fatto impossibile la comprensione reciproca.

Sono pagine terribili proprio per quest’assenza inspiegabile di catarsi, né personale né artistica: Albinati guarda, ricorda, descrive, e il momento della morte è costantemente rimandato (così è stato nella stanza d’ospedale e così dev’essere restituito in forma discorsiva), non ci sono lacrime, non c’è immedesimazione, non c’è climax e quando la morte arriva, nel modo tremendo in cui arriva, al rigo successivo già si parla d’altro. E non è un “altro” lasciato al caso. L’argomento che destituisce la catarsi è l’annullamento definitivo del corpo del padre, la cremazione.
Sulla cremazione termina il libro, ma la scena conclusiva è l’apparizione di due enormi arcobaleni dopo il funerale, uno dentro l’altro: a sorpresa Albinati tenta una sintesi, e questa sintesi è la sconfitta del corpo come chiave di lettura del mondo e dell’uomo.