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coaching – scrivere un romanzo


Le iscrizioni sono sempre aperte.

Il coaching comincerà a settembre 2022.


CHE COS’È


Un anno dedicato alla scrittura del tuo romanzo. Un anno per prenderti finalmente sul serio. Si lavora in un piccolo gruppo: un laboratorio composto da cinque scrittori (max) e un coach, scrittore anche lui. 14 impegnativi mesi durante i quali sarai seguito nell’ideazione di un arco di trasformazione dei personaggi, nella stesura della trama e nella scrittura (e riscrittura) delle varie parti che comporranno la tua storia.

L’obiettivo che ci proponiamo è quello di arrivare a una prima stesura completa e compiuta del testo e per raggiungerlo c’è un solo metodo che secondo noi funziona dalla notte dei tempi: la maieutica. Vogliamo parlare con te, leggere con te quello che hai scritto, consigliarti, aggiustare il tiro, intervenire di più e meglio nei punti difficili, quando ti senti perso, quando non riconosci più la tua capacità e noi invece possiamo ancora, perché abbiamo conservato uno sguardo esterno, oggettivo, positivo. Perché abbiamo esperienza e sappiamo come fare. Ci piace tenere la rotta, accompagnarti fianco a fianco, far crescere la tua scrittura, scorgere maggiore consapevolezza, lasciarti andare quando sarai pronto.


COME FUNZIONA


Nelle prime settimane compiremo il percorso che porta dall’idea fumosa a una concreta premessa narrativa e poi a un chiaro soggetto grazie al quale cominciare a discutere della tua storia e a testarne l’efficacia già prima di metterla nero su bianco. Dopo la fase iniziale riservata all’architettura, gli incontri saranno dedicati all’accompagnamento nella stesura del testo e all’analisi di quanto prodotto.

Gli incontri saranno tutti on-line, come sono sempre stati i nostri corsi già prima dell’emergenza sanitaria. La struttura delle lezioni è nata digitale, non si è adattata in corsa. Sfruttiamo la tecnologia per essere sempre al tuo fianco anche a mille leghe di distanza, ma senza invadere il tuo quotidiano creativo. Avrai il tuo tempo, il tuo spazio per scrivere nella tua personalissima maniera. Nella classe di coaching Scrivere un romanzo non c’è spazio per allievi e aspiranti, ma solo per scrittori.


IN CONCRETO


1 incontro iniziale con Francesca de Lena, per valutare le sinossi di partenza dei romanzi partecipanti e discutere insieme di cosa non funziona e di cosa valorizzare e approfondire

22 lezioni di 3 ore ciascuna, per un totale di 66 ore di coaching con Luca Mercadante

La lettura progressiva del tuo materiale e il supporto costante di Luca Mercadante

1 incontro finale con Francesca de Lena per discutere della potenzialità editoriale di ogni progetto


CON CHI LAVORERAI


Luca Mercadante
Menzione speciale della Giuria della XXX edizione del Premio Italo Calvino per il romanzo Presunzione, MinimumFax. È autore, con Luca Trapanese, di Nata per te. Storia di Alba raccontata tra noi, Einaudi. Insegna scrittura creativa, qui per ILDA tiene il corsi Costruttori Fondamenta(le), Costruttori Ipotesi di Romanzo e il coaching. La stanza dentro gli scrittori è la sua idea di scrittura.


Francesca de Lena
Editor e agente letteraria della United Stories. Ha fondato e dirige I libri degli altri. È una scout. Insegna in Apnea e Masterclass.


DICE CHI LO HA FREQUENTATO


RAFFAELLA ARENA

Iscrivermi al corso Costruttori è stata la cosa migliore che potessi fare per la mia scrittura. Negli anni, ho frequentato molti corsi e scuole di scrittura e ho quindi avuto parecchi maestri. Quando mi sono resa conto che tutte le mie ultime scritture si aggiravano attorno allo stesso argomento, ho colto il suggerimento di qualcuno di quei maestri di provare a scriverci un romanzo.

Ho scelto Costruttori perché avevo già ascoltato Luca Mercadante in un’altra occasione e il suo modo di fare lezione mi aveva colpito. Luca è un maestro generoso, “all’antica”. Possiede la capacità di immedesimarsi nelle storie che raccontano gli altri e di entrare in risonanza con chi le sta immaginando e provando a metterle su carta. Crede nel tuo progetto e ti fa sentire quanto sia importante prenderlo sul serio. Chi scrive sotto la sua supervisione ha la possibilità di discutere ad alta voce, con una persona esperta, a riguardo del mondo che sta costruendo fra le sue pagine. E di ramificare la propria fantasia. Solo chi scrive sa quanto possa essere frustrante andare avanti in solitudine, senza sapere se quello che si sta inventando sta andando verso una direzione proficua.

Senza la maieutica di Luca Mercadante non avrei costruito la struttura del mio romanzo, non avrei capito cosa muove il mio personaggio, non lo avrei mai messo alle strette in maniera stringente per farlo crescere, non avrei dato il giusto peso alla scaletta e, probabilmente, non avrei superato lo scoglio della pagina bianca. Se non mi fossi iscritta al corso Costruttori il mio romanzo sarebbe rimasto una risma di fogli acerbi dentro un cassetto.  


STEFANO GALARDINI

La classe di coaching dei costruttori è come un piccolo accampamento in mezzo al bosco, dove potersi incontrare e discutere insieme e confrontarsi con una guida, esperta dei sentieri di una storia.Da un piccolo fuoco, appena un’idea, con tanto lavoro e tanti ottimi spunti e consigli, si impara a trasformare quella scintilla in un fuoco vero, scena dopo scena, atto dopo atto, fino a diventare quella prima stesura che è il primo traguardo di ogni scrittore. Per me partecipare ai costruttori è stato questo: un luogo “nostro” dove incontrarsi, confrontarsi e imparare a lavorare con una direzione, per raggiungere quel traguardo. Un laboratorio di scrittura dove le regole e la creatività sono trattate con pari dignità, così come è giusto che sia. In breve, il posto ideale dove un’idea ha spazio e nutrimento per crescere e diventare storia e da lì, romanzo.


FLAVIA FLORINDI

Costruttori è come fare tante vasche in piscina: all’inizio ci si butta dentro a capofitto, senza stile o quasi; poi subentra la consapevolezza fisica e mentale di ciò che si sta facendo, e magari la paura e la stanchezza; ma dopo ancora c’è lo stupore di essere ancora a galla, la gioia di vedere il proprio stile più fluido e il desiderio di andare
avanti, di sfidarsi ancora e ancora. Costruttori è stato questo per me, e tanta parte va sicuramente al coach: Luca è maieutico, entra in sintonia senza però fare l’amicone, interviene mai a gamba tesa, rispetta moltissimo il lavoro e l’opinione altrui. E magari questo non è facile riscontrarlo in uno scrittore ormai ‘abilitato’ (ho partecipato a diversi corsi e seminari e un po’ di gente l’ho incontrata). Ci vuole però tanta volontà: Costruttori è certo una delle esperienze che mi ha cambiata in profondità, ma per scrivere bisogna fare tante vasche.


DANIELA TALLINI

Ho conosciuto Luca Mercadante per libro interposto (Galeotto fu il libro e chi lo scrisse…): leggevo avidamente le notizie dal premio Calvino e il suo romanzo mi incuriosiva per la trama e l’ambientazione, in luoghi tanto vicini ai miei.
Poi un giorno ho notato il suo nome su una locandina: avrebbe tenuto un corso di scrittura creativa per principianti, Catrame, nella mia sonnolenta cittadina: chi l’avrebbe detto, ho pensato, ora o mai più. Mi sono presentata un po’ vergognosa nella libreria, ed è iniziata l’avventura nel mondo straordinario. Ancora non si è fermata, e forse non si fermerà mai. Oggi sono quasi alla fine del secondo corso con Luca, Costruttori, e quasi alla fine della prima faticosa stesura del mio lavoro, che forse un giorno sarà un romanzo. Un anno denso di combattimenti, di alti e di bassi, di confronto con i compagni di viaggio ma anche di solitudini necessarie. La meta finale è ancora distante e nebulosa, ma il death point è stato superato… sono felice pienamente del percorso finalmente intrapreso, e grata a Luca per averlo seguito con pazienza, competenza, energia, passione.


Mi chiamo Roberto Frazzetta, vivo a Cerveteri, scrivo per passione da qualche tempo e negli ultimi anni ho iniziato a frequentare corsi di scrittura creativa per saperne di più e confrontarmi con altri. Ho conosciuto I Libri Degli Altri proprio seguendo uno dei miei scrittori preferiti (Piergiorgio Pulixi) che per ILDA ha tenuto con altri noti autori un corso di scrittura. Ho scoperto molte cose che da scrittore che navigava a vista non tenevo in considerazione e mi si è aperto un mondo di nozioni, curiosità e nuove prospettive di come poter costruire la struttura di un romanzo solido. Luca Mercadante e Francesca de Lena mi sono piaciuti a pelle, ed è divertente questa espressione se si pensa all’inevitabile distanza dell’online: eppure ho rivalutato la mia idea sui corsi a distanza, l’ho trovata un’esperienza pratica e soddisfacente. Ho sottoposto a Francesca uno dei miei ultimi lavori e lei mi ha aiutato a metterlo più a fuoco (processo non indolore) e a mettere in discussione la storia. Poi l’opportunità di far parte di una classe di coaching letterario e la sola idea di avere un sostegno per un anno, una guida che legge ogni frase, parola per parola ed è disposto a far parte della storia che vuoi scrivere, mi ha conquistato. Non ho mai fatto esperienze simili e posso dire che mi sta piacendo e sta dando i suoi frutti. Il coaching è tenuto da Luca Mercandante e con me ci sono altri quattro scrittori esordienti. Si è instaurato subito un clima di complicità e sostegno e Luca ci sta seguendo passo passo, aiutandoci a scoprire le potenzialità della storia e mettendola continuamente in crisi per testare la solidità: un alleato veramente prezioso e competente. Il mio modo di scrivere e concepire un romanzo è nettamente cambiato e migliorato, e questo percorso mi ha dato l’opportunità di farmi delle domande sul perché scrivere quel tipo di storia piuttosto che un’altra e come mettermi in discussione. È qualcosa che mi sento di consigliare a chi ama scrivere e vuole migliorare sia nella forma che nella sostanza e per chi nella scrittura cerca anche una parte di sé.

Consigliatissimo e penso che terminata questa edizione sarò un ri-frequentante.


PER ISCRIVERSI


Scrivi a ilibrideglialtri@gmail.com con oggetto: candidatura coaching

Presentati raccontandoci chi sei e perché vuoi fare questo percorso

Invia in allegato:

L’dea, il progetto, la sinossi o la scaletta del romanzo che hai in mente e sulla cui costruzione vuoi lavorare: scegli il tipo di presentazione che preferisci, formulandola nella maniera più chiara possibile.

Dalle 5 alle 10 cartelle (1 cartella = 1800 battute spazi inclusi) di materiale già scritto: anche incompiuto, non consequenziale, frammentato. Purché sia inerente a ciò che vuoi raccontare.


Le iscrizioni sono sempre aperte, il coaching comincerà a settembre 2022


CALENDARIO


Gli incontri del coaching Scrivere un romanzo sono il lunedì dalle 18:00 alle 21:00 da settembre 2022 a settembre 2023 (per diverse esigenze si troverà un accordo con la classe)


Primo trimestre

1. Incontro iniziale e valutativo con l’editor

2. L’idea, il protagonista e i suoi conflitti

3. La struttura, l’arco di trasformazione

4. La scaletta. Assegnazione I Atto

5. Consegna I Atto

6. Editing I Atto e assegnazione riscrittura


Secondo trimestre

7. Consegna riscrittura I Atto

8. Editing I Atto definitivo

9. Lezione assegnazione prima parte II Atto

10. Consegna prima parte II Atto

11. Editing prima parte II Atto e assegnazione riscrittura


Terzo trimestre

12. Consegna riscrittura prima parte II Atto e assegnazione seconda parte II Atto

13. Consegna seconda parte II Atto

14. Editing II Atto e assegnazione riscrittura

15. Consegna riscrittura II Atto

16. Editing II Atto definitivo

17. Assegnazione III Atto


Quarto trimestre

18. Consegna III Atto

19. Editing III Atto e assegnazione riscrittura

20. Consegna riscrittura III Atto

21. Editing III atto definitivo

22. Raccontare un romanzo

23. Lezione conclusiva, soggetto, pitch

24. Incontro finale con l’editor per discutere delle potenzialità editoriali dei progetti


INFO E COSTI


Il coaching Scrivere un romanzo costa 480,00 euro per ogni trimestre.

Primo trimestre: settembre/novembre 2022

Secondo trimestre: dicembre 2022/febbraio 2023

Terzo trimestre: marzo/maggio 2023

Quarto trimestre: giugno/settembre (pausa ad agosto) 2023

Per informazioni e iscrizioni scrivi a: ilibrideglialtri@gmail.com

L’intimità degli spazi violati

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ‘21/‘22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista. Questo è il decimo, lo ha scritto Stefano Ficagna, e attraverso l’editing la redazione ha suggerito all’autore interventi di microediting sul lessico e sul sistema di immagini, soprattutto sul finale, rendendolo più incisivo e coerente con il tono del racconto.


Una ragazza si trasferisce in un appartamento in condivisione, allettata dall’affitto basso e dalla vicinanza al posto di lavoro. La convivenza funziona, anche se la coinquilina si vede di rado e sembra soffrire di un disturbo da accumulo ossessivo-compulsivo. Nell’arco di due anni passati sotto lo stesso tetto il loro rapporto verrà scandito dalla progressiva assenza di contatti e dalla diminuzione dello spazio comune, processi che arriveranno ad assumere proporzioni insospettabili.


L’intimità degli spazi violati

di Stefano Ficagna


All’inizio non ci faccio troppo caso. Mi infastidisce quando i miei spazi vengono violati. Evito di litigare per qualche centimetro rubato all’interno della dispensa, ma sento irrigidirsi i muscoli del collo vedendo tutte quelle confezioni di pasta accatastate. La mia coinquilina avrà trovato un’offerta irrinunciabile al supermercato, oppure ha intenzione di fare una festa e non mi ha detto niente.

Abitiamo insieme da tre mesi, durante i quali ci siamo parlate lo stretto necessario. Non so neanche da quanto ci stia lei, in questo bilocale periferico, ma ha un modo di abitare lo spazio che la fa apparire come la padrona piuttosto che una semplice affittuaria. Anche se coi gesti e le parole si è mostrata sempre gentile, quell’aura dispotica me l’ha fatta temere sin dal principio.

Ho l’impressione che mi tolleri come un contrattempo momentaneo, una delle tante che è passata e che passerà, ma qui l’affitto è basso e sono relativamente vicina a dove lavoro. Non ho alcuna intenzione di andarmene tanto presto.
Quando rientro a casa, il sabato notte, tutto è silenzioso. Non c’è stata nessuna festa, la pasta resta a occupare spazio nella dispensa.

Sei mesi sono tanti. Ci sono persone di cui ho scoperto la vita nell’arco di una sola serata, logorroici mezzi sbronzi che chissà perché pensavano fossi una che sa ascoltare. È passato l’inverno, si è fatta primavera, io della mia coinquilina conosco il nome e poco altro. Nessuno viene a trovarla, la sera esce di rado. Non ho idea se lavori, studi o cosa faccia per vivere, ma le bollette le paga sempre lei (la mia metà la prende in contanti) e nessuno ci ha ancora staccato le utenze.

I nostri spazi comuni sono il corridoio, che divide la mia camera dalla sua, e la cucina, grande a malapena per farci stare un tavolo e due sedie. Mangiamo a orari diversi, ci laviamo a orari diversi, anche le nostre vesciche sembrano regolate su ritmi divergenti. Abbiamo degli accordi, quelli sì: lasciare pulita la doccia, non intasare di capelli il lavandino, non abbandonare piatti e pentole nel lavello, pulizie una settimana a testa. Sono una persona metodica, mi sono adattata in fretta e lei non ha avuto niente da ridire. Lo sgarro della dispensa non è rientrato, ma si è stabilizzato su quella dimensione di pochi centimetri, giusto lo spazio di schernire il mio bisogno di simmetria.

Poi un giorno trovo venti confezioni di dentifricio che sporgono dalla mia parte. Il fastidio aumenta. Quel gesto testimonia un’invasione volontaria, un’azione a cui deve corrispondere una reazione. Vado di fronte alla sua porta ma invece di bussare mi fermo a guardarla. Da dentro non arrivano rumori, il silenzio è così intenso che romperlo mi intimorisce. Mi dico che potrebbe essere uscita e non faccio niente.

Torno alla dispensa e schiaccio un po’ più in là la pasta, il dentifricio e quelle poche scatolette che rappresentano gran parte della sua dieta. Il suo scomparto nel freezer è quasi vuoto, nel frigorifero stipa giusto qualche foglia d’insalata e della frutta di stagione. Non sembra avere gusti sofisticati. Se dovesse allargarsi ancora, mi dico, infilerò a forza un tacchino intero nel frigorifero per dimostrarle che anche io posso approfittare della mia libertà.


Arrivate al settimo mese raggiungiamo il picco della nostra intimità. Una mattina trovo una fetta di torta sul tavolo e un bigliettino col mio nome. Non c’è scritto perché, forse è il suo compleanno o chissà, magari si è laureata. Lascio un bigliettino con scritto grazie, dopo averci pensato su aggiungo un punto esclamativo. Vorrei ringraziarla anche di persona, la sera dopo la sento che rientra in camera e mi decido a bussare. Mentre attraverso il corridoio vedo che l’anta della dispensa è aperta, cerco di chiuderla ma qualcosa fa da ostacolo.

Dentro ci sono almeno venti confezioni di preparato per torte. La nostra ritrovata intimità si trasforma in silenziosa indignazione.

Passa un anno, con gli amici non faccio altro che lamentarmi di lei. Loro alzano gli occhi al cielo, sbuffano e mi chiedono perché non me ne vado e basta. Le mie invettive al bar sono l’unica reazione a quello che succede in casa.

Quelle che sembravano stranezze si trasformano gradualmente in un piano volto a escludermi da ogni superficie comune. La dispensa si riempie di ogni genere alimentare a lunga conservazione, cui si aggiungono shampoo, bagnoschiuma e igienizzanti. Il freezer scoppia di surgelati. Rimane a mia disposizione il frigorifero, ma ogni giorno lo apro con il timore di trovarlo pieno di spazzolini o di qualunque altra diavoleria la mia coinquilina voglia far scorta.

Il processo di occupazione è stato veloce, la mia reazione no. Un pomeriggio ero pronta ad affrontarla, ma ho desistito. Sono rimasta fuori dalla sua porta per più di un minuto, in attesa di un segno della sua presenza, poi ho cominciato a sentire una specie di cigolio provenire dall’interno. Appoggiando l’orecchio ho distinto meglio il suono: una specie di lamento, simile a quello di un animale che piange. Avrei voluto bussare, ma non sono brava a consolare gli sconosciuti.

Da un po’ di tempo trovo le bollette sul tavolo, il giorno dopo lei ci trova sotto la mia parte: così facciamo per l’affitto e per qualunque altra questione economica.    

Continuo a lamentarmi con gli amici, loro continuano a suggerirmi di andarmene. A loro non dico mai che nonostante tutto lì ci sto bene, ho la mia intimità, è come abitare da sola ma in un appartamento più grande di quello che potrei permettermi se me ne andassi. Posso pagarmi un account premium di Netflix, il wi-fi, esco molte più sere a settimana, tutto ciò che devo sacrificare è un po’ di spazio per le mie cose di tutti i giorni. A conti fatti è un ottimo compromesso.

Ogni tanto guardo il cielo e mi chiedo a quale catastrofe la mia coinquilina si stia preparando, per stipare tutta quella roba.

Dopo un anno e mezzo conosco un ragazzo. Si fa chiamare Chucky, come la bambola assassina di un vecchio film, un nomignolo ridicolo che stona coi suoi modi rilassati. Usciamo insieme qualche volta, ci piacciamo, comincio a passare la notte da lui. Facciamo un sesso rumoroso e noncurante, le pareti sono sottili e i suoi vicini conoscono i dettagli della nostra vita intima quanto noi. Ogni tanto incrocio sulle scale uomini che mi osservano e fanno sorrisini complici a cui non rispondo mai.

La mia vita si inserisce nella sua, ci incastriamo gradualmente. Non pensavo sarebbe mai successo, e non con tanta naturalezza. Vorrei condividere anche i miei spazi, ma tentenno. Quando mi decido dobbiamo dribblare i pacchi di carta igienica nel corridoio. Non mi fa domande, ma lo sento trattenuto e il sesso non è lo stesso di sempre. Più veloce, più disinteressato. È come se si sentisse osservato, qui, a casa mia, dove l’unica presenza è un’assenza.

Passano altri mesi, la parola “relazione” smette di farci paura. La situazione nel mio appartamento, invece, diventa sempre più preoccupante. Ogni giorno devo togliere qualche scatola dalla doccia per potermi lavare, confezioni sigillate con scritto su ogni lato “fragile”. Io e la mia coinquilina continuiamo a evitarci, a far finta che sia tutto normale.

Io e Chucky cominciamo a parlare sempre più spesso di convivenza, anche se lui ha un contratto a termine che non sa se gli rinnoveranno. Il suo appartamento lo escludiamo, abbiamo bisogno di intimità, e mi sono stancata degli sguardi allusivi o giudicanti dei vicini.

Quando troviamo una buona soluzione fatico a trovare il modo giusto per dirlo alla mia coinquilina: fra le nostre stanze ormai c’è una distanza invalicabile. Le lascio un biglietto, spiegando la situazione e comunicandole la data in cui me ne andrò. Al rientro, la sera, trovo la porta della mia camera sbarrata da un muro di confezioni di assorbenti.

Me ne vado a due anni esatti dal mio arrivo. Non ricevo biglietti di addio, né faccio qualcosa per incrociarla nei pochi spazi rimasti liberi dalle scorte accatastate ovunque. Alcune delle mie cose le abbandono nella camera, è più facile disfarsene che portarle fuori di lì. Gli oggetti di cui sento il bisogno sono sempre meno, l’asimmetria non mi provoca più disagio.

Il monolocale in cui andiamo a vivere io e Chucky non ha spazi privati. Il bagno è un’oasi in cui fare a meno della presenza l’una dell’altro, le mie docce durano un’eternità. Litighiamo più spesso, il sesso serve a riappacificarci: sono convinta della mia scelta, ma ogni tanto torno col pensiero a quella strana forma di libertà, limitata solo dagli oggetti che si accumulavano, forme di vita inerti a cui non dovevo rendere conto di niente e che chiedevano in cambio solo un po’ di spazio in più, sempre di più.

La convivenza non è il paradiso che credevo, ma ci farò l’abitudine.

Finché.
Un giorno esco per andare a lavorare, arrivo al secondo piano e vedo una montagna di carta igienica in corridoio. Penso a un trasloco, poi vedo un cane in giardino che spruzza di pipì un monolite di confezioni di pasta. La padrona ha la fronte aggrottata e la bocca aperta, come se si fosse bloccata nell’atto di esprimere una domanda.

In strada gli incroci sono pieni di provviste, beni di prima necessità spuntano dagli interstizi fra un edificio e l’altro. Nessuno tocca niente, neanche i senzatetto. Quando arrivo a lavoro la porta d’entrata sembra bloccata, mi faccio spazio a furia di spinte facendo crollare un muro di scatolette di tonno. Le scrivanie sono ingombre di lattine e scatole, faccio fatica a intravedere i miei colleghi dietro quelle barricate. Il mio principale mi saluta come se niente fosse, appoggiando dei fogli da catalogare su una pila traballante di saponi.

Comincio a lavorare, facendo respiri lenti e profondi per calmarmi. Mi dico che non c’è niente di cui preoccuparsi se nessuno pensa che ce ne sia motivo. Guardo persone che conosco da anni fare spallucce alle difficoltà di movimento come ho fatto io negli ultimi due anni, non dicono niente e io non faccio domande.

A metà mattinata la nausea mi assale. Cerco di resistere, ma dopo qualche minuto sono costretta a correre in bagno: una catasta di pannolini crolla al mio ingresso, ci faccio appena caso mentre mi inginocchio per vomitare. Dalla bocca mi esce solo bile, è come se avessi qualcosa nello stomaco che non riesco a espellere. Quando finisco faccio per prendere un fazzolettino dalla tasca per asciugarmi, ma trovo solamente la confezione di un medicinale che non conosco, cerco nell’altra tasca e ne trovo una anche lì. Mi chiedo come ci siano finite, ma ho paura di rispondermi.

Torno alla mia postazione, la testa mi gira e rischio di far cadere qualcosa a ogni passo. Non faccio in tempo a sedermi che sento un rantolo provenire dalla scrivania vicino alla mia, scavo un pertugio fra i saponi e vedo una segretaria con le dita conficcate in gola. Rimesta per qualche secondo, lo sguardo assente, poi estrae dalla bocca un termometro lucido di bava e sangue. Resto a fissarla finché non si volta verso di me, incredula, con gli occhi che sembrano sporgere un po’ di più a ogni secondo. Ricompongo la barriera poco prima di sentire un rumore come di popcorn che scoppiettano.

Serro le palpebre, il mondo continua a girare. Le oscillazioni seguono il ritmo di una melodia, una specie di ninna nanna. Sembra che il suono si propaghi direttamente dal mio timpano. La testa inizia a farmi male, a ogni nota il dolore aumenta, come se qualcosa si facesse strada a forza nel mio cranio, nella mia mente, qualcosa di superfluo che cerca uno spazio nel mondo.

Premo una mano sulla pancia, ancora scossa dalla nausea. Il mio corpo è l’ultima frontiera.


Stefano Ficagna è nato a Novara nel 1979. Lavora come operaio metalmeccanico in una fabbrica di bottoni; legge, suona, guarda film e serie tv, recita e scrive. Suoi racconti sono apparsi su riviste, uno sul disco Tl; Dl della band romana Vonneumann, uno ha vinto il concorso Romanzo Brevissimo indetto dalla casa editrice WoM Edizioni. Collabora col sito Read And Play e gestisce il blog Tremila Battute.

La mosca

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ‘21/‘22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista. Questo è il nono, lo ha scritto Federico Piacentini. L’allieva editor Alessandra Tamascelli, sotto la supervisione della redazione, ha lavorato con l’autore in un’ottica di microediting, per alleggerire qualche passaggio, mettere maggiormente a fuoco i sentimenti, le azioni e le sensazioni del protagonista, centrali in questo racconto.


Un uomo è in balia di visite specialistiche per un acufene. L’ultimo esame che deve eseguire è una risonanza magnetica. Ma lui sente una mosca ed è esattamente quello che mostrano le immagini. Dopo esser stato valutato da un neurochirurgo si sottopone al delicato intervento di rimozione del corpo estraneo. Al risveglio prova un senso di vuoto, stranezza e distorsione ma quando chiede di poter vedere la mosca estratta, il professore ride, spiegandogli di aver rimosso una massa cerebrale di cui il ronzio era solo una conseguenza. Il compagno di stanza però non è dello stesso avviso.


La mosca

Di Federico Piacentini

«È come una mosca, una mosca che non esce mai dal mio cervello».

Il medico mi guarda, perplesso. Afferra un arnese sul tavolo di metallo. Zoppica, spinge la mano destra sul bastone e si avvicina ondulante, poi si siede accanto a me. Vorrei chiedergli che cosa gli è successo.

Taccio mentre mi infila un piccolo imbuto nell’orecchio e ci appoggia sopra l’occhio. Posso sentire il suo respiro sul mio collo.

«Qui è tutto a posto».

Guardo le targhe dietro di lui, sono molte, gialle, oro, argento, in cornici striminzite. Otorinolaringoiatra. Ho sempre sorriso a sentire quel nome. Adesso no. Sono due mesi che sento un ronzio.

«Ha eseguito un esame audiometrico?».

Glielo porgo. Lui sospira e lo sfoglia.

«Il suo esame audiometrico è normale. E spesso nell’acufene questa non è una novità».

Lo guardo, mi guarda.

«Acufene?».

«Acufene». Aspetto. Continua. «Il manifestarsi di un suono improvviso di varia lunghezza d’onda e di varia intensità. Spesso gli acufeni sono sovrastati dal rumore del quotidiano ma, di base, sono sempre lì, ad aspettarci, appena si ripresenta il silenzio. A volte sono percepibili anche durante il giorno e possono interferire col sonno e le attività quotidiane del paziente».

«Possibile che una mosca possa fare tutto questo?».

«Cosa?».

«Niente».

«L’unico esame che rimane da fare è una risonanza magnetica cerebrale, per escludere altre cause organiche».

«Un tumore?».

«Non siamo così drastici».

Tamburello sul tavolo con le dita, ronzio nella testa, nelle orecchie. Organiche, ragiono sulla parola. Le cause psichiche sono state scartate da altri specialisti e, per una volta, me ne rammarico. Possibile che questa mosca sia in realtà una massa biologica destruente e mostruosa, altresì detta tumore?

Tiro fuori il portafoglio. Non voglio fare la risonanza, non voglio saperne di infilarmi in tubi meccanici solo per scoprire che ho una mosca nel cervello.

«E come faccio ad accedervi? Alla risonanza magnetica, intendo».

Maledetta indecisione. Il medico afferra una penna e inizia a scrivere su un foglio rosso. Poi me lo porge.

«Con questa ricetta può prenotare».

Annuisco. Apro il portafoglio ed estraggo una banconota. Il medico afferra un astuccio di pelle che trabocca di banconote come una bocca di pellicano piena dei pasti precedenti. Noncurante della situazione gastrica dell’astuccio, ci sbatte la banconota e lo chiude con forza.

Mi alzo e con la ricetta in mano mi avvio verso la porta, mi fermo.

«Ci sarà una cura?».

La mosca vola.

«Sono fiducioso».

Esco in strada e il brusio del traffico mi colpisce. La mosca permane ma sembra attenuata. Quasi il rumore di una Vespa lontana che viaggia in seconda con il gas a metà. Eppure lo psicologo me lo ha detto, le allucinazioni uditive, come quelle visive, sono spesso frutto di enormi fonti di stress. Non mi sento stressato, direi più esausto. Un lungo elenco di specialisti a cui mi sono rivolto: medico di base, neurologo, psicologo, otorinolaringoiatra. Il prossimo sarà il radiologo che leggerà la mia risonanza magnetica.

Mi muovo lentamente dentro quella che sembra una bara di metallo. I suoni forti fanno scomparire la mosca, ma mi inquietano, rendendomi le mani umide. Non posso fare altro che aspettare e chiudere gli occhi, se li apro, vedo il soffitto a una spanna dalla mia faccia.

La voce distaccata di un operatore alto e smilzo, che mi aveva fatto accomodare, mi rassicura che l’esame presto sarà finito. Non si sbaglia. Quando mi rimetto in piedi sento la testa girare leggermente, sono pressoché nudo, tranne per un lungo camice che mi copre fino a metà coscia. L’alto e smilzo avanza verso di me e mi porge i vestiti.

«Quando avrà finito, il dottore vorrebbe parlarle un attimo».

Non lo interpreto come un buon segno, come invece avevo fatto della scomparsa della mosca durante la risonanza. Mi sento un idiota in vestaglia, che ha appena passato una mezz’ora infernale per un ronzio che forse ha solo immaginato. Ma in quel momento esatto il rumore riparte nella mia testa. Ormai vestito mi avvicino alla scrivania dove il dottore sta osservando le immagini. Davanti allo schermo i lineamenti sono messi in contrasto dalla luce bianca.

«Salve, quale sarebbe il suo problema?».

Racconto della mosca e dei controlli a cui mi sono sottoposto che mi hanno fatto arrivare fino a lui. Mi guarda, sposta gli occhiali indietro con la punta del dito indice, poi torna a osservare le immagini sullo schermo e di nuovo sposta lo sguardo su di me.

«Una mosca ha detto?».

Il medico davanti a me osserva le lastre lucide sul diafanoscopio. Strano oggetto. Fa vedere il mondo alla rovescia. Basta prendere semplici pezzi neri di celluloide e portarli davanti alla luce elettrica perché rivelino segreti inconfutabili. Il medico è un neurochirurgo, un professore di fama mondiale, almeno così mi hanno detto. Non si è accontentato di osservare le immagini sullo schermo, ha voluto toccarle, sentirle, renderle analogiche. Si gratta la barba, mentre le guarda e riguarda. Le sposta, le soppesa, mugola.

Dopo un tempo interminabile prende il telefono e compone un numero.

«Annulli il mio appuntamento delle sedici per favore».

Bussano alla porta, che si spalanca facendo passare un altro medico, più giovane. Il camice svolazza mentre a lunghi passi raggiunge il diafanoscopio. Parlottano. Ogni tanto il nuovo medico si gira per guardarmi, sorride, è nervoso.

«Da quanto tempo soffre di questi disturbi?».

 «È un tumore?», domando.

I due medici sono crucciati, il professore si avvicina e si siede davanti a me, i suoi occhi nei miei.

«Le dobbiamo delle scuse. Non le abbiamo spiegato la situazione perché non è molto semplice».
A quel punto anche l’altro medico si avvicina e prende la parola.

«Quel che vuole dire il professore è che una circostanza del genere non ci era mai successa».

Si guarda la punta delle scarpe e fa un cenno all’altro come a dirgli di andare avanti.

«Nella mia vita di medico me ne sono capitate tante ma mai come questa. Non è un tumore, né qualsiasi altra cosa maligna o benigna. Lei ha una mosca nel cervello».
«Una mosca?».

«Proprio così, una mosca», conferma il medico giovane, che dopo un’occhiata rapida al professore si alza, mi prende per una spalla e mi accompagna davanti al diafanoscopio. Mi sembra che il ronzio stia aumentando, quasi mi scoppia la testa e non sono più in grado di seguire il fiume di parole del medico che diventa un brusio inconfondibile. Ma non ho bisogno di ascoltare. Bastano gli occhi, che non riescono a staccarsi dalla punta dell’indice del dottore sulla celluloide, dove, inequivocabilmente, vedo una mosca scura in campo bianco.

«Quindi non ha allergie, vero?».

«No».

«Farmaci ne prende?».

«Nemmeno».

L’infermiere monta una flebo sull’asta, vedo il liquido che scende nel tubicino di plastica e mi arriva al braccio.

«È la prima volta che si opera?».

«Sì».

Tra poco mi apriranno il cervello ed estrarranno la mosca. Sono mesi che la sento. Mi ha spinto da medici, mi ha fatto spendere soldi, sono diventato quasi pazzo. Dopo il nervosismo e la follia, rimane solo la paura. Quando il medico mi spiegava i rischi dell’operazione ho creduto, quasi, di non intervenire. Non è un tumore. Non è una turba psichica. Niente di pericoloso, solo una piccola insignificante mosca che sta nel mio cervello. Ma non posso vivere così, schiavo di un rumore sordo, incessante. L’infermiere spinge la barella nella sala operatoria, vedo grandi luci proiettare fasci luminosi su un tavolo nero al centro della stanza. Operatori mascherati, con guanti e camice aspettano il mio arrivo. Tra questi credo di riconoscere il professore e il medico giovane. Mi fanno montare sul letto nero e mi serrano la bocca con una mascherina.

«È pronto?».

Torno a concentrarmi sul ronzio, quasi che mi sia ritrovato in una sala operatoria in cui mi stanno per aprire il cranio senza motivo.

«Sì», sono pronto.

Apro gli occhi provando un senso di vuoto, come se cadessi in un baratro infinito, buio. Cerco di sollevarmi. Nel letto accanto al mio c’è un vecchio.

«Ho sete», dico.

Nella mente ritrovo pezzi di ricordi: la mascherina, il neurochirurgo, il medico giovane, la risonanza magnetica. Il vecchio mi porge un bicchiere mezzo pieno.

«Per chi, come te, si è sottoposto all’intervento ci dovrebbero essere infermiere carine sempre pronte a soddisfare ogni bisogno».

Bevo, ma l’acqua mi va di traverso, inizio a tossire proprio mentre entra nella stanza il professore, accompagnato da un’infermiera.

«Non deve bere, ancora!», esclama mentre si lancia a togliermi il bicchiere di mano. «L’intervento è riuscito ma il cervello ha ancora bisogno di adattarsi alla nuova forma prima di riprendere i normali circuiti neuronali. In poche parole, rischia di affogare anche con due sorsi di acqua».

Il vecchio lo guarda, poi si rivolge a me: «Non si deve dare retta ai bugiardi».

Il professore lo osserva, fa un cenno all’infermiera che pone tra le labbra dell’anziano una compressa e gli porge dell’acqua. Quello la ingoia, mi guarda e ricade nel letto.

«Demenza senile. Brutta bestia», dice il professore. «Ma veniamo a noi, abbiamo rimosso il problema, ci vorrà solo un po’ di tempo per rimettersi».

«La posso vedere?».

Il medico lancia un’occhiata all’infermiera che adesso tiene le mani composte davanti al grembiule e non reagisce allo sguardo complice del dottore.

«Non si possono vedere le masse che rimuoviamo dal cervello, vengono mandate in anatomia patologica per essere analizzate. Nel suo caso mi sento di poter escludere, grazie alla mia esperienza, una patologia maligna».

In quel momento entra nella stanza anche il medico giovane, si china su di me e mi spara una luce negli occhi: «I riflessi pupillari sono perfetti, buon segno».

Mi tocco le orecchie come se un riflesso ancestrale mi avesse percorso i muscoli, la mosca non c’è più. Non sento ronzii, il mio senso di smarrimento non era altro che la perdita di qualcosa di noto, a cui ci si attacca come a una gruccia.

«La mosca è stata tolta?».

«È ora di riposare. L’ideazione fantastica, dopo interventi del genere, è una cosa normale».

Mi alzo nel letto scosso dal terrore: l’otorinolaringoiatra, il radiologo che mi guarda con i riflessi di luce fredda sul viso, il neurochirurgo, l’indice che si posa sulla celluloide. La mosca.

«Voglio vedere la mosca che mi è stata tolta! Non la sento più, me l’avete tolta?».

Il professore risponde: «Stia tranquillo, l’acufene era solo un segno della massa cerebrale. Comprimendo il nervo acustico le sembrava di sentire una mosca, giochi strani del nostro organismo».

«Non è possibile, mi ricordo che mi avete mostrato la mosca, si vedeva bene! Non c’erano masse! Non avete trovato la mosca? Non la sento più!».

«Deve solo riposare adesso, vedrà che tutto si sistemerà». Il professore fa un cenno al medico giovane che annuisce in silenzio ed esce dalla stanza insieme all’infermiera.

Mentre il professore compila un foglio, il medico giovane rientra nella camera con un quadrato di celluloide, lo stesso osservato nel suo studio. Me lo pone davanti così che la luce della finestra possa rendere le immagini nitide.

«Questa è la massa». Fa un cerchio con la mano.

Fisso attentamente le immagini, tocco la lastra: «Qui non c’è la mosca!»

I due medici si mettono a ridere. «Una mosca nel cervello!», continuano a ridere mentre escono.

Il vecchio, appena i due non sono più a portata di orecchio, si gira verso di me e sputa la compressa che l’infermiera gli aveva messo in bocca.

«La mosca, ce l’avevo anche io. Credono di farmi fesso, ma io ricordo».

Da sotto il guanciale sfila un pezzo di celluloide sgualcita e me lo passa. Lo alzo davanti alla finestra. Nei contrasti chiaro-scuro rivedo una piccola mosca nera su fondo bianco, l’immagine che l’indice del giovane medico mi aveva indicato nello studio del professore.

Mi pare che un ronzio basso riprenda a crescere nella mia testa.


Federico Piacentini è Laureato in Medicina e Chirurgia. Da anni scrive racconti ma, solo dopo aver seguito un corso di scrittura creativa, ha iniziato a diffonderli. Suoi racconti sono stati pubblicati su riviste come RivistaBlam!, ILDA e Quaerere. Ha, inoltre, vinto il premio letterario “Jucunde Docet”. Sta lavorando al suo primo romanzo.

Mai così lontano

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ‘21/‘22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista. Questo è l’ottavo, lo ha scritto Giovanni Marco Maggio, e con l’editing l’allieva editor Sara Caroli e la redazione hanno suggerito all’autore di portare il racconto al tempo presente per renderlo più drammatico, di mettere meglio a fuoco il tema del racconto anche nel sistema di immagini utilizzate e rivedere il finale. Gli spunti forniti hanno portato l’autore a rilavorare in proprio il racconto, ripensandolo, per esempio introducendo il personaggio della barista.


Questo è il racconto di una sera in cui sembra inevitabile prendere una decisione drastica. È una storia di televisioni accese e ritorni alle origini, con una protagonista che ha tagliato i ponti con il passato e combatte con il presente. Sullo sfondo c’è una metropoli che inghiotte e la solita provincia tentacolare in cui vige l’imperativo categorico della fuga.


Mai così lontano

di Giovanni Marco Maggio

Gli dice che non ne può più di sentirlo. È girata verso il lavandino, traboccante di piatti da lavare, indossa dei guanti gialli in lattice, e pensa che non ne può davvero più. Tiene le maniche del cardigan arrotolate all’altezza dei gomiti, i capelli raccolti in uno chignon basso e le prudono le ascelle sudate per lo sbalzo termico tra l’esterno, dove fanno due gradi, e l’interno in cui, a causa dell’impianto centralizzato acceso al massimo, i gradi sono ventiquattro. Lui le chiede di cosa sta parlando e alza gli occhi dal tavolo della cucina. Devi sempre bere, devi bere ogni giorno, gli fa lei, e scuote la testa. Si chiede se può più esistere una sera in cui lui non tocchi bicchiere. Riesci a sentirlo, le risponde lui, è il suono della felicità, tararì tararà, eccolo qua, ti caccio pure le rime. Ridacchia e prende il tappo in sughero, lo reinserisce di forza giù per il collo della bottiglia, lo spinge dentro con il palmo della mano. Stappa di nuovo e fa schioccare la lingua sul palato per imitarne il suono, poi manda giù l’ultima sorsata. Lei apre il rubinetto e si gratta il naso strofinandolo sul bicipite. Non ti piace, le fa lui, a me tantissimo. Lo scroscio dell’acqua fa sì che le parole di lui suonino distanti. Gli risponde che non lo sopporta più quel cazzo di rumore, anzi che non sopporta più lui, e lo prega di andarsene, di lasciarla in pace. Lui scoppia a ridere, le chiede di stare zitta, per favore fai silenzio. Di scatto prende il sughero e glielo lancia addosso. Devi stare zitta, alza la voce, mi scrivi a stampatello cosa non ti è chiaro di quello che dico. Il tappo va a sbattere contro le piastrelle bianche e verdi, rimbalza sul tagliere in legno sistemato dietro al rubinetto, finisce per terra. Il tagliere cade dentro al lavandino, scheggia la base di un calice ancora da lavare, un’unghia di vetro schizza per aria. Lei chiude l’acqua e ricostruisce quello che è successo: mi ha tirato un tappo, bisbiglia tra sé e sé senza voltarsi, ha cercato di colpirmi con un tappo e non mi ha preso, non è capace nemmeno di concludere questo.

Finisce di lavare i piatti e richiude l’acqua, si sfila i guanti, li lascia sul bordo del lavandino a gocciolare e cammina in direzione della televisione. Il telegiornale delle ventuno trasmette notizie di stabilimenti industriali tossici e persone ammalate e aggressioni razziste in anonime città di provincia. La cronista riferisce che l’ultimo aggredito ha diciannove anni ed è rimasto vivo per miracolo. Si tratta del terzo caso in pochi mesi in zona, aggiunge in chiusura, poco prima di passare la linea allo studio. Il conduttore fa un rapido commento sull’accaduto e parte subito un servizio sui nomi più usati per i cani: per i maschi, il più amato è ancora l’intramontabile, questo l’aggettivo usato dal giornalista, Jack. Sta per spegnere, ha la nausea, ma si sofferma a sentire quali sono i nomi femminili più comuni. Da bambina aveva uno yorkshire, tenta di ricordare come si chiamasse. Le avevano dato lo stesso nome di quel cane mandato a disintegrarsi nello spazio, riflette, forse Laila, una cosa del genere. Il servizio dura meno di un minuto e mezzo e, quando finisce, lascia addosso una sensazione di stridore amaro. Afferra il telecomando e con una palombella lo fa finire accanto a lui, che intanto si è spostato sul divano. Guarda quello che ti pare, gli dice, e abbandona la stanza.

Dopo qualche tentativo fallito, accende la luce della camera da letto e si affaccia alla finestra. Condividono il cortile interno con altri tre palazzi e, mentre fuma, resta a guardare le auto degli inquilini parcheggiate negli spazi assegnati. Getta la cenere giù e pensa che sarebbe un privilegio avere il posto auto incluso nell’affitto ma che i parcheggi, d’altronde, non bastano per tutti, ed è normale che sia così. Fa un calcolo a mente: quattro palazzi, cinque piani, tre appartamenti per piano, di media in ogni appartamento quante persone ci vivranno, facciamo tre, più o meno centottanta persone in totale. Non saranno troppe, è impossibile, e chi le ha mai viste? Si domanda quanta gente possa riuscire a vivere nella stessa città senza pestarsi i piedi. Osserva un vicino rientrare con le chiavi di casa in mano, circumnavigare l’aiuola curata al centro del cortile, e riflette che vince chi riesce ad accontentarsi, quella sì che è una grande qualità quando si è adulti, accontentarsi di quello che capita, pur di vivere senza parcheggio in una metropoli, pure di evitare di peggio. Si domanda da quanto tempo appartiene anche lei a questa categoria, qual è stato il momento esatto in cui è entrata a farne parte. C’era stato un frangente in cui le era sembrato che le cose potessero andare diversamente, che insieme e solo insieme fossero destinati a qualcosa, che non doveva per forza essere grande, ma doveva essere qualcosa, e invece non era niente. Dice a sé stessa che, almeno sul passato, si riesce a esercitare qualche tipo di controllo, che lo si può sempre inventare a posteriori e poi tapparsi il naso, ma poi c’è il futuro, il regno delle infinite possibilità illusorie, è quello il vero problema, si è quasi tentati di crederci sinceramente, lei lo ha fatto.                                         

Fa precipitare il mozzicone di sotto e, guardandolo vorticare per aria, avverte una fitta partire dalla zona lombare, espandersi fino a coprire l’intera colonna vertebrale in lunghezza, elettrizzarle il collo. È una spinta, un impeto a seguirlo, a cui risponde sollevandosi sulla punta dei piedi e sporgendosi ancora di più verso il vuoto per seguirne la traiettoria. Ha metà busto fuori e la gamba destra sollevata per darsi slancio. Si tiene in equilibrio facendo leva sui gomiti e in quella posizione, per qualche secondo, rimane ferma. L’aria di fine novembre entra, ed è quasi impercettibile. Il vento le sfiora i capelli e le solletica le dita dei piedi, lei piega l’alluce per sentire lo scrocchio delle minuscole ossa, chiude la finestra e torna dentro. È buio fuori, l’uomo del cortile è già a casa, lei ha perso di vista il mozzicone, non è riuscita vedere dove è atterrato.

Torna in cucina, lui sonnecchia a bocca aperta sul divano. Russa piano, brevissime apnee gli tagliano il respiro. Ogni tanto muove le dita della mano, ma sono piccoli sussulti involontari, è in preda ai sogni agitati dell’alcool. Lei si piega per raccogliere il tappo rimasto per terra e lo lascia sulla mensola. Pensa che potrebbe prenderlo e ficcarglielo in bocca, strozzarlo e infilarlo giù per la sua gola, poi farglielo inghiottire e guardarlo soffocare. Non ti piace questo rumore, direbbe di fronte ai suoi occhi che implorano pietà, a me tantissimo.                            

Per qualche minuto ancora finge di guardare la televisione, poi la sua attenzione viene catturata dall’appendiabiti tra l’ingresso e il corridoio. Fissa il cappotto cammello che ha ricevuto in regalo anni prima, la sciarpa che sbuca da una tasca. Nell’altra ha il portafoglio, un pacchetto di fazzoletti di carta e le chiavi di casa. Si muove a piccoli passi verso l’ingresso e indossa il cappotto sopra al maglione colorato. Biascica qualcosa verso di lui, ma sente di non avere pieno possesso delle proprie parole. Non sa se siano delle scuse o delle accuse, se gli sta dicendo a dopo o addio.

Saltella giù dalle scale con le mani in fondo alle tasche, gioca con il mazzo di chiavi, preme l’interruttore rosso che spalanca il portone, esce e svolta subito a sinistra. A testa bassa percorre il viale contornato da alberi striminziti, spogli ma già addobbati con le luminarie natalizie. Le luci della stazione ora sono il suo faro, e cammina in quella direzione. Due macchine sono ferme a bordo strada con le quattro frecce intermittenti, rallentano il traffico e aspettano, di fronte a portoni sbarrati e divieti di sosta non autorizzati, che qualcuno scenda giù. Passa di fronte al libanese all’angolo, dietro alle vetrine d’esposizione riconosce una teglia di knafeh appena sfornato, attorno al tavolo due uomini con una birra in mano le fischiano e la invitano a entrare. Si stringe nelle spalle e cammina più veloce, scansa una pozzanghera, fa un saltino sul marciapiede bagnato, si gira per accertarsi che nessuno la stia seguendo, attraversa l’incrocio. Improvvisamente sente il peso di tutto ciò che le è mancato in questi anni e il freddo che le punge il naso sembra prometterle una nuova opportunità. È sempre d’inverno, pensa, che le cose della sua vita sono accadute: con il freddo e al buio, in città sconosciute e con persone che avrebbero successivamente composto l’elenco delle sue delusioni, seduta sui sedili posteriori di macchine che vanno avanti con gli abbaglianti accesi nella nebbia e in notti passate a parlare lingue straniere e a illudersi che il tempo si potesse fermare di fronte alla quinta Leffe bevuta in un pub vuoto e in chiusura sulla provinciale, mentre fuori impazzano le sirene delle ambulanze e della polizia, ma si avverte la sensazione di essere al riparo dai pericoli almeno per una volta e si tenta di ritardare l’alba con le parole.                                                    

Sul tabellone ci sono gli orari degli ultimi treni in partenza, lei controlla il binario e affretta il passo. Il treno è già in attesa con le porte spalancate e i vagoni illuminati. Si siede rivolta verso il senso di marcia ché, ha letto da qualche parte su internet, in questo modo si vede meglio la vita che viene e non si rimugina su quella che va. Cambia idea, le interessa di più concedersi ancora qualche istante per vederla scorrere tutta, la vita che va, e osservare impotente ciò che sta per lasciarsi alle spalle. Convincersi di non avere più scelta la rassicura. Allunga le gambe, ripensa alle volte in cui è salita su questo treno, la stessa tratta avanti e indietro, e da quanto tempo non lo fa. Si schiacciava in un angolo e dormiva con la testa poggiata sullo zaino prima di arrivare a lezione, accanto a lei gli altri pendolari. Per i primi due anni era stato così, e della città aveva conosciuto solo la stazione, la sede della facoltà di Lettere e la via dove vivevano i due compagni di corso con cui aveva fatto amicizia e con cui mangiava sughi pronti tra una lezione e l’altra. Non era cambiato molto finché non aveva conosciuto lui durante una serata a tema revival anni Ottanta. Era stata la solita storia, lui più grande di qualche anno, a lei quella relazione era sembrata la via d’uscita proposta da uno che conosce come funziona il mondo e vuole condividerne il segreto con te, e ci si era tuffata per intero.

Abbassa il finestrino per cambiare aria, una signora le si siede accanto e fa partire un video a tutto volume, con l’audio in giapponese, di un pinguino adulto che rincorre un cucciolo di pinguino, scivola durante l’inseguimento e rotola in acqua. La donna ride sguaiata e commenta tra sé e sé divertita, come se dentro a quel vagone non ci fosse nessun altro. Per quarantasette minuti lei si guarda indietro. Il treno lascia la stazione e, tra i palazzi e i negozietti di alimentari, vede scorrere i fotogrammi dei loro incontri al binario. Ti immagini, le aveva detto lui dopo qualche mese, se accorciassimo del tutto le distanze, potresti venire a stare da me. Lei aveva sorriso e aveva pensato che sarebbero stati una di quelle coppie che alla fine riescono a fare funzionare le cose in qualche modo, nonostante tutto, anche se le dispiaceva rinunciare alla precarietà di quegli abbracci in stazione.                                             

Ora osserva il paesaggio industriale, ed è come la mattina dopo una burrasca, potrebbe giurare che sia tutto in bianco e nero, che il treno proceda al rallentatore. Pensa che questo momento e questa sensazione siano un cliché, che finalmente anche lei sta vivendo un cliché. L’uomo che ha di fronte si alza e si piazza di fronte alle porte d’uscita. Lei ascolta gli annunci provenienti dagli altoparlanti delle stazioni e, a ogni fermata, legge il nome del paesino sul cartellone, aspetta il fischio del controllore e, ancora, la frase ripetuta, treno in partenza dal binario uno, e sorride.

Alla sua fermata è l’unica a scendere. Si volta indietro un’ultima volta, verso i passeggeri rimasti, e poi lascia la carrozza di seconda classe. Attraversa la sala d’aspetto anonima e deserta, percorre il viale, passa di fronte al cimitero cittadino. I cancelli sono chiusi e, anche se sa benissimo da dove entrare, decide di non farlo. Sbircia tra le sbarre e strizza gli occhi per mettere a fuoco la sfilza di lapidi giù in fondo dove, da adolescenti, si nascondevano a fumare. Supera la vecchia scuola elementare intitolata a un patriota sconosciuto. Da anni l’edificio è in stato d’abbandono e, al suo posto, dopo vane promesse, non è stato costruito nient’altro, dovevano farci un supermercato, o un enorme centro estetico con spa annessa. Le strade sono spettrali, identiche a come le ricordava, avvolte in quella densità surreale che, già da bambina, non le bastava e la faceva sentire in trappola. Si ferma a leggere i nomi sul citofono sotto al palazzo dov’è cresciuta. Riconosce il cognome dell’uomo che ha sempre vissuto al piano di sopra, quello della moglie è stato cancellato con una striscia di bianchetto. Dove c’erano i cognomi dei suoi genitori, adesso ci sono quelli di tre persone diverse. Non sa più dove vivano i suoi, è stata lei a dire basta, a non volerli più vedere, sono passati tre anni. Ogni tanto si sentono per telefono, loro chiamano per parlare di morti e ricorrenze, auguri e fatti viva ogni tanto, non hanno mai capito le ragioni della sua scelta e subiscono il fatto compiuto, lei ricambia le buone feste e le condoglianze e suppone che non siano andati lontano, che si siano spostati di pochi chilometri, per vivere in aperta campagna o per andare a stare in una casa più piccola, ora che sono anziani e di duecento metri quadri non se ne fanno niente.           Arriva in piazza che è da poco passata mezzanotte. Rimane seduta sui gradini della chiesa a non fare niente se non a seguire con le pupille le lancette dell’orologio della torre e ad ascoltarne il ticchettio. Per quindici minuti, tutto il tempo che trascorre lì piantata, non fa altro e non vede passare un’anima. Batte i piedi a terra, si accende una sigaretta. La mattina in cui se ne andò le tremavano le gambe: era domenica e aveva attraversato la piazza in diagonale e di corsa, con il sudore nervoso che le scendeva giù per le tempie, e lì, per caso, aveva visto per l’ultima volta suo padre. Si erano salutati come se nulla fosse, e per lui nulla era, le aveva chiesto se sarebbe tornata a casa per pranzo e l’aveva chiamata con il nomignolo che aveva da piccola, lei aveva annuito e lo aveva salutato con la mano, aveva detto ci vediamo dopo.

Le basta girare dietro la piazza e percorrere tre viuzze insignificanti lastricate di bolognini in porfido per sbucare su uno stradone buio che conduce fuori città. Passeggia sul ciglio della strada per mezz’ora, tenendosi a meno di un palmo dal guard-rail che ogni tanto lambisce con l’indice. Calpesta i fiori morti a bordo strada, non incrocia quasi nessuno, solo i fari di una macchina che, dal lato opposto della carreggiata, non si accorge nemmeno di lei e tira dritto. Tocca due volte il telefono, la schermata di blocco la informa che non ci sono chiamate, che non ci sono messaggi, che non c’è nessuna nuova notifica. Lo spegne e lo rimette in tasca. Spinge la porta d’ingresso del bar e si trova di fronte un locale rimesso a nuovo: non conosce chi lo gestisce oggi, di clienti ce ne sono pochi, la disposizione dei tavoli è diversa. Il televisore in alto all’angolo riproduce un video reggaeton senza suono, il simbolo sbarrato del volume viene rimpallato su e giù sul lato destro dello schermo, mentre le casse diffondono l’ultimo singolo di un gruppo rock americano. Chiede alla ragazza dietro al bancone se fa in tempo a bere una birra, lei le risponde che stanno chiudendo ma può ordinarne una in bottiglia. Prende una rossa, si accarezza il labbro inferiore e si annusa le dita screpolate, sanno di ferro e tabacco. Beve dal bicchiere. Tre uomini sulla cinquantina le fanno dei gesti che ignora, uno cerca di avvicinarsi, lei si volta dall’altra parte, l’uomo torna al suo posto, gli amici lo sfottono. Le è capitato decine di volte, si chiede quante volte ancora capiterà.         C’era stata anche la faccenda dell’ex, pensa mentre beve, che lo aveva lasciato poco prima del matrimonio ma che lui continuava a vedere una volta ogni tanto. Se avessi qualcosa da nascondere non te lo direi nemmeno che ci vediamo, la rassicurava, siamo rimasti in ottimi rapporti, poi si stirava la maglietta con le mani e andava a farsi una doccia. Pure su quella storia aveva sorvolato, aveva fatto finta di niente, convinta che essere adulti significasse soprattutto farsi da parte quando è necessario. Rimane seduta per venti minuti, scambia qualche battuta cortese, salda il conto alla cassa, esce fuori. Si ripara dal gelo sotto la tettoia in legno e nel buio, in lontananza, vede luccicare i colori dell’outlet a pochi chilometri da lì. Sta con le mani in tasca, dentro non è rimasto più nessuno, i tre uomini sono andati via senza importunarla di nuovo. La barista esce poco dopo, spegne le luci e chiude a chiave.

Adesso stanno percorrendo il tratto della provinciale che precede l’ingresso al paese, la ragazza le ha offerto un passaggio che lei ha accettato. È seduta davanti, sul sedile del passeggero, rincantucciata per occupare meno spazio possibile. La conducente avrà circa la sua età e le sta raccontando che quello è il primo lavoro dopo un anno e mezzo da disoccupata. Un uomo sta mettendo benzina alla stazione di servizio, è in piedi davanti alla macchina e regge in mano la pistola, guarda la strada da dietro il tettuccio. Gli ultimi mesi sono stati un inferno per me, siamo fortunate anche solo ad avere uno stipendio e una famiglia e qualcuno che ci vuole bene, dice la ragazza mentre si accende una sigaretta e ne porge una a lei, di cos’altro abbiamo bisogno se ci pensi bene. Fa di sì, già, hai proprio ragione, e accetta da fumare. Aspirano assieme, e a vicenda si sorridono, e sono entrambe in imbarazzo. Una persona che ha appena conosciuto sta guidando con una sigaretta tra l’indice e il medio della mano sinistra e la destra ben ancorata al cambio, lo sguardo sulla strada che hanno di fronte. Sente che potrebbe lasciarsi andare, avverte sulla faccia il vento che passa dal finestrino leggermente abbassato e che le mozza il fiato. Una cappa di fumo avvolge l’abitacolo, cerca una posizione comoda, si gira ancora verso la ragazza. Pensa che, in vite come le loro, si schiva un proiettile solo per prenderne in pieno petto un altro.

Fa l’ultimo tiro, non sa dove buttare la cicca, la rimette in tasca avvolgendola in un fazzoletto di carta. Ora si trovano sulla strada che va verso la stazione e riaccende il cellulare, lui le ha mandato un messaggio che si chiude con tre punti interrogativi: si può sapere dove sei. Visualizza ma, per il momento, non ha intenzione di rispondere. Inspira, ha la faccia anestetizzata dal freddo, guarda ancora la barista e guarda ancora fuori: c’è un cartello di benvenuto che recita il nome del paese e quello delle due città polacche e lituane gemellate sotto, ci sono i giardini pubblici, le rotonde, i primi condomini. Tortura il fazzoletto con le mani, la macchina rallenta per accostare. Espira, scende e ringrazia, dà la buonanotte alla ragazza. Sa che non la vedrà mai più. In punta di piedi rientra in stazione e, con le mani in tasca, procede verso la griglia con il quadro orario appesa al muro. La sfiora con l’indice, cerca il primo treno in partenza, indugia sull’orario segnalato. Sblocca ancora il cellulare: mancano poco più di due ore. Si lascia scivolare verso il pavimento sporco, si siede con la schiena poggiata al muro, le ginocchia al petto e  rilegge vecchi messaggi.


Giovanni Marco Maggio è nato a Marsala nel 1993. Vive e lavora a Roma. Alcuni dei suoi racconti sono apparsi su Risme, micorrize, Fantastico!, Pastrengo e Atomi di Oblique Studio.

Black out

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ‘21/‘22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista. Questo è il settimo, lo ha scritto Rosaria Ciano, e ha richiesto un intervento di editing da parte delle allieve editor Arianna Nozza e Alessia Vecchi e della redazione che aiutasse l’autrice a far muovere i personaggi in modo coerente rispetto ai dialoghi e ai pensieri in un crescendo per aumentare la tensione, ridurre e alternare i flashback in modo funzionale al racconto.


La storia: Marianna è fuggita da Lorenzo e si è rifatta una vita in un paese lontano insieme a suo figlio, Danilo. Una sera rientrando dal lavoro si ritrova Lorenzo davanti a casa. Ripiomba nell’incubo da cui credeva di essere fuggita, non riesce a impedirgli di entrare in casa. I ricordi e la paura l’assalgono, ma presto lasciano il posto alla volontà di non cedere e di non vanificare i sacrifici affrontati.


Black out

di Rosaria Ciano      

Per strada, illuminata solo dalla luce fioca dei lampioni, non c’era nessuno. D’inverno era sempre così. La strada non aveva negozi, solo villette, alcune sfitte, altre aggregate e riconvertite in casa di cura. Aveva scelto quel quartiere perché aveva bisogno di tranquillità, anzi: solitudine.

Era stata una giornata dura e desiderava solo arrivare a casa per immergersi nell’acqua profumata di un bagno caldo. Avrebbe approfittato dell’assenza di Danilo, ospite quella sera di un compagno di scuola. Il pensiero di suo figlio le strappò un sorriso.

Accelerò il passo. Aveva fretta di arrivare, buttare all’aria i vestiti e immergersi in vasca e stare a mollo tutto il tempo che voleva, come ultimamente non le era capitato di poter fare.

Passò accanto a un ospizio, il profumo del ragù le ricordò che aveva mangiato solo un po’ di frutta a mezzogiorno e bevuto un caffè di troppo. Affrettò ancora il passo. Era quasi a casa, altre due villette, il tratto di terreno incolto e sarebbe arrivata.

All’improvviso la strada già poco illuminata piombò nel buio.

Marianna si bloccò. Una serie di allarmi iniziò a suonare all’unisono. Si guardò intorno. Solo buio. Cercò di orientarsi, ma non vedeva nulla. Aspettò che gli occhi si abituassero all’oscurità: in lontananza iniziava a vedere piccole luci di candele accendersi nelle case. Fece qualche altro passo. Una sagoma nera le si parò davanti. Le luci si riaccesero. Sobbalzò: era solo uno dei tanti alberi di cui era disseminato il marciapiede.

Il blackout era stato breve, forse dovuto a qualche guasto o, più probabilmente al maltempo che si stava preannunciando. Accelerò il passo, attraversò il tratto di strada deserta, un pezzo di terra incolta, segnato dai vecchi pilastri di una costruzione mai portata a termine, e arrivò al cancello di casa. Aprì, attraversò il vialetto, armeggiò come sempre con la serratura difettosa ed entrò. Accese le luci dell’ingresso che, dopo nemmeno un secondo, si spensero. “Ci mancava il blackout! Fanculo”. Si voltò e, attraverso la porta ancora aperta, vide la strada illuminata e le case di fronte con le luci accese. Uscì sul portico. Goccioloni iniziavano a cadere. Neanche le villette accanto avevano problemi di corrente, era solo la sua a essere al buio. Ferma sull’uscio si domandò a chi chiedere aiuto a quell’ora. Fece per rientrare in casa, quando una mano le si posò sulle spalle. Si girò di scatto e si ritrovò a fissare il volto di suo marito.

«È saltata la corrente», esordì lui entrando in casa senza attendere risposta. Si diresse verso il contatore. Si aiutava con la luce del telefonino. «È il salvavita», spiegò alzando la levetta.

La luce illuminò l’atrio. Marianna non vi badò. Ferma sull’uscio era impegnata a escogitare una scusa per non entrare in casa.

«Che fai qui?».

«Ho bisogno di parlarti».

«Mi sono trasferita da poco… La casa è sottosopra», tentennò. «Andiamo al bar? Ce n’è uno qua dietro», propose, fingendo una noncuranza che sapeva di non avere, pur di non restare da sola con lui.

«Non credo sia possibile», rispose lui guardando fuori. Una saetta illuminò il cielo, mentre l’acqua prese a cadere con violenza.

Marianna fu costretta a ripararsi in casa. Chiuse la porta alle spalle e fece un cenno con la mano verso una stanza, dove un divano di seconda mano, una poltrona e una cristalliera cercavano di dare un po’ di calore alla casa ancora semivuota. Accese l’interruttore della luce ed entrò. Lorenzo la seguì. Lui si sedette sulla punta del divano, non sembrava a suo agio e a lei questo fece piacere, ma non lasciò che nessuna emozione trasparisse.

«Non so da dove cominciare. No, ti prego», esclamò tendendo la mano destra, sollevata, verso di lei per smorzare sul nascere qualsiasi replica, «lo so che ho sbagliato. Hai fatto bene ad andare via. Ma dov’è?» chiese, come se solo in quel momento avesse realizzato che Danilo non era lì con loro.

«È da un compagno di scuola, tra poco lo accompagneranno», rispose calma Marianna. Ci teneva a fargli credere che non sarebbe rimasta sola per tutta la sera, che presto sarebbe arrivata gente.

«Mi fa piacere vederlo», disse lui sorridendo.

«Non so se è il caso, non ti aspetta. Forse dovrei prepararlo, magari è meglio se ritorni un’altra volta».

Lorenzo nemmeno ascoltò la sua risposta. «Mi siete mancati», stava dicendo.

Il corpo di Marianna iniziò a formicolare e la mente scivolò nel passato.

«Ti sono mancato?», le aveva sussurrato all’orecchio. Il fiato caldo sul collo, una mano che l’aveva spinta dentro e aveva chiuso la porta.

Aveva iniziato involontariamente a tremare, si era morsa il labbro per non rispondere, temendo di balbettare.

Lorenzo con una mano l’aveva tenuta ferma per il collo e spinta contro il muro, mentre con l’altra le aveva tappato la bocca impedendole di urlare. Come se lei avesse potuto avere la forza di farlo.

Negli occhi una luce perfida, quella che aveva quando gli venivano le crisi. Aveva avvicinato le labbra alle sue, lei istintivamente aveva ritratto la testa, ma non era riuscita a spostarla indietro: la mano che le stringeva la nuca glielo impediva.

Le aveva leccato le labbra, lei le aveva serrate, e la lingua di lui era salita alla guancia fino a fermarsi sul lobo dell’orecchio destro che aveva iniziato succhiare. «Lo so che hai una voglia matta. Lo so che ti piace». Lei non aveva risposto: l’odore di alcool che emanava la disgustava, non era riuscita a reprimere una smorfia di fastidio e il pugno allo stomaco era arrivato all’improvviso, lasciandola senza respiro. Si era piegata in due cercando di non cadere. Questa volta no, questa volta no, si ripeteva nella mente ricordando i giorni all’ospedale.

Non lo aveva denunciato. Era caduta dal tavolo della cucina su cui stupidamente era salita per pulire i mobili alti. Si era sporta un po’ troppo. Che imprudenza.

La mattina dopo, mentre Danilo era a scuola, la collera l’aveva assalita così forte da farle sentire l’urgenza di fracassare qualcosa. Aveva preso una bottiglia e l’aveva scagliata a terra. Una scheggia di vetro era rimbalzata e aveva rischiato di finirle negli occhi. Aveva un figlio: non poteva offrirgli solo la sua delusione. A volte si sorprendeva a guardarlo, chiedendosi che tipo di uomo sarebbe diventato e quanto potesse aver inciso su di lui quell’atmosfera. Sarebbe dovuta andar via al primo schiaffo.      

«Non è il solito modo di dire», le stava dicendo Lorenzo. «Lo so, non ho diritto di parlare, e tu hai tutte le ragioni per non volermi qui. Non sono venuto per litigare, e nemmeno per riportarti a casa. So che sei scappata per colpa mia».

«Cosa vuoi?».

«Sono venuto a chiederti scusa, a te e a Danilo. Era un brutto periodo. Avevo perso il lavoro… Mi spiace…».

Quante volte glielo aveva già sentito dire?

«Danilo. Come sta?».

«Bene», rispose lapidaria, contenta che il figlio non fosse lì quella sera. La sua presenza la rendeva debole: quante notti aveva passato in bianco vedendolo crescere senza padre.

«Lui non c’entrava però. Non dovevi portarmelo via….».

Il ricordo di Danilo avvinghiato a lei che gridava contro il padre le strinse il cuore.

«Devi ammettere che, io, davanti a lui, non ho mai alzato una mano».          

Da quella volta, era vero, lui non l’aveva più picchiata davanti al bambino. Aspettava che fosse fuori casa.

Lo fissò torva, lui sembrò non accorgersene.

«Non hai una foto?» le stava chiedendo. «Sarà un giovanotto ormai… Non vederlo crescere, non potergli stare accanto, mi è pesato».

 «Tra poco sarà qui e vedrai tu stesso quant’è cresciuto», gli rispose, cercando di guadagnare tempo. Non aveva intenzione di scappare di nuovo e oltretutto non poteva. Aveva un lavoro sicuro. Danilo andava bene a scuola, aveva un giro di amicizie, una fidanzatina… e lei non voleva dover fuggire di nuovo.

Un odio feroce l’assalì. Marianna si mosse sulla poltrona. Non voleva ascoltarlo, non le interessavano le sue giustificazioni.

 «Come hai fatto a trovarmi?».

«Un investigatore, ma non temere. Non sono qui a pretendere nulla da te», le rispose con voce rassicurante.

Represse a fatica una risata amara. «Allora vattene, perché ciò che voglio è che tu stia lontano da me e da Danilo».

Un sospiro uscì dalle labbra di Lorenzo.

«Vedi io, io ho capito i miei errori…».   

Non gli lasciò terminare la frase.

«Come facevi a sapere dove era il contatore della luce?».

«In genere è nell’ingresso e così ho pensato che anche questa… Ma cosa ti viene in mente! Non sono qui per farti male», le disse guardandola negli occhi. «Ti chiedo solo di ascoltarmi e poi andrò via, se vuoi».

«Ma io non voglio ascoltarti! Non voglio più avere niente a che fare con te».

«Non puoi, abbiamo un figlio. Danilo è anche figlio mio», obiettò lui indurendo la voce.

Ecco il tasto dolente. Ne aveva discusso a lungo con l’assistente sociale e l’avvocato del Centro Antiviolenza a cui si era rivolta quando si era trasferita e loro le avevano ribadito quello che temeva: se non riusciva a dimostrare che Lorenzo non era un buon padre (e come poteva? Lei non lo aveva mai denunciato!), lui aveva tutti i diritti di vedere e frequentare suo figlio.  

Gocce di pioggia urtarono i vetri facendola sobbalzare.

Si ricordò allora di un altro rumore: zampette che raschiavano. Un paio di sere prima aveva acceso la luce, un movimento veloce aveva catturato la sua attenzione. Si era alzata dal letto precipitandosi in quella direzione. Aveva trovato un pezzo di battiscopa a terra, e dietro un buco.

Lo aveva comprato quella mattina. Era ancora nella borsa. Il topicida.

Fissò Lorenzo, simulando un’attenzione alle sue parole che era lontana dall’avere, poi starnutì.

«Scusa, vado a prendere un fazzoletto», disse portandosi la mano davanti al naso. Si alzò: aveva lasciato la borsa nell’ingresso. Prese la bottiglietta, la nascose sotto il maglione e si recò in cucina fingendo di soffiarsi il naso. Aprì lo sportellino sotto il lavello, buttò il fazzoletto di carta nella spazzatura e nascose il veleno nel mobiletto; poi, con calma, ritornò nel salotto col pacchetto di fazzoletti in mano.

«Stavi parlando di Danilo», gli ricordò accomodandosi e poi gli chiese se volesse qualcosa da bere. «Ho una bottiglia di vino in frigo. Così inganniamo l’attesa», propose conciliante.

«Ho smesso. Non bevo più».

«Davvero?».

«Sto frequentando un gruppo di Alcolisti Anonimi. Sono qui per questo».    

«Allora un tè, che dici, ti va? O una tisana: limone e zenzero. Ho bisogno di qualcosa di caldo. Non vorrei essermi presa il raffreddore», disse e simulò un nuovo starnuto.

Lorenzo annuì e Marianna si alzò diretta in cucina. Aprì l’armadietto sotto il lavello.

«Posso aiutarti?», la voce di Lorenzo alle sue spalle la bloccò.

«Sì», rispose lei. «Prendi il vassoio che sta nella cristalliera, dietro ai bicchieri da champagne. Attento a non romperli», rispose distrattamente. Il vassoio non era lì, ma aveva bisogno di qualche minuto. L’acqua era già calda. Mentre lui armeggiava nell’altra stanza, prese la bottiglietta, svitò il tappo e ne versò il contenuto in uno delle due tazze. Le aveva scelte di colore diverso per non rischiare di sbagliarsi. Si accorse che la mano le tremava, mentre Lorenzo dall’altra stanza le urlò: «Non c’è, dietro i bicchieri da spumante».

«Prova a vedere sotto», rispose cercando di dare una parvenza di normalità al suo tono di voce.

Lui ritornò col vassoio sorridendo.

Benedisse i topi. E la campagna che circondava la villetta. E la scelta della villetta. Gli sorrise mentre posava le due tazze colme di tisana sul vassoio. E la zuccheriera. E i cucchiaini. E i tovaglioli di carta. Stava riacquistando coraggio.

Sedettero di nuovo ai loro posti. Fuori il temporale andava calmandosi.

«La pioggia sta cessando», constatò Marianna. «Dicevi di Danilo…», riprese il discorso cercando di restare calma e mostrarsi interessata. Si aiutò prendendo la sua tazza verde e portandosela alla bocca.

Lorenzo guardò fuori dalla finestra, poi allungò la mano e prese la tazza rossa.

La sollevò.

Marianna trattenne il fiato. Lui l’avvicinò alle labbra, ma non bevve. Lorenzo posò la tazza sul vassoio. Iniziò a grattarsi la tempia sinistra come faceva sempre quando era a disagio.

Marianna lo guardò. Si sforzò di portare l’attenzione alle parole che lui stava pronunciando.

«… non sono scuse», stava dicendo.

“Come no, brutto bastardo”.

«… so che non c’è niente che io possa fare per farmi perdonare…».

“Sì veramente una cosa c’è: crepare!”, continuò a rimuginare Marianna mentre il suo volto fingeva interesse e attenzione. Ma non vedeva lui. Vedeva il suo volto nello specchio, tumefatto, l’occhio semichiuso circondato da un alone violetto, il trucco che non riusciva a mascherarlo, gli occhiali da sole che non bastavano a coprirlo.

Aveva telefonato in ufficio, dicendo che non si sentiva bene. La freddezza dall’altro capo del filo le aveva fatto capire che il suo responsabile stava esaurendo la pazienza.

Inaffidabile, l’avevano chiamata, e lei aveva sentito di averli delusi: non sapeva fare altro. Deludeva tutti.

«Mamma, hai l’alito che puzza come quello di papà», le aveva detto Danilo, dopo un mese che lei aveva iniziato a bere, con il terrore nella voce quando lei si era avvicinata per dargli la buonanotte.  Aveva glissato e gli aveva allontanato dalla fronte i capelli che gli cadevano sugli occhi.

«Dobbiamo tagliarti la frangetta, tesoro. È troppo lunga». Lo aveva baciato ed era andata via. Aveva trascorso la notte piangendo. Aveva capito che doveva andarsene e portare con sé Danilo.

Portò di nuovo la tazza alle labbra e bevve. Sperò lui la imitasse.

Lorenzo finalmente bevve un sorso.

«Sto frequentando un gruppo di aiuto per uomini che hanno problemi come… come il mio». Lorenzo ripose la tazza, aggiunse un cucchiaino di zucchero e continuò: «Quando mi hai lasciato ero arrabbiato. Ho giurato di fartela pagare. Ma poi con il passare dei giorni mi sono reso conto che stavo sprofondando». Tacque. Un altro sorso di tisana.

Marianna non riusciva a staccare gli occhi dalla tazza.

«Una mattina mi sono risvegliato nel mio vomito», continuò a raccontare. «Ho capito che o affondavo o mi rialzavo. Ho deciso di rialzarmi. E ho trovato questo gruppo». Bevve di nuovo. Sembrava voler trovare la forza di parlare nella tazza che stava stringendo.

Marianna lo guardò col cuore sospeso.

«Ho conosciuto una donna. Non ridere ti prego. Le voglio bene e vorrei… voglio sposarla. Ti ho cercata, ecco, perché… voglio il divorzio. Credo che anche per te sarebbe la cosa migliore, no?», concluse.

Lorenzo riportò la tazza alle labbra e la vuotò.

Marianna lo fissò con gli occhi sbarrati.

Si era innamorato.

Si era innamorato?

Un bolo di emozioni si impadronì di lei. Invidia. Gelosia. Rabbia. Trattenne il fiato, immersa nella tristezza che aveva marchiato i suoi ultimi anni, nella solitudine che si era imposta, per non correre il rischio di fidarsi ancora di un uomo.

Cercò nuovamente di concentrarsi su quello che le stava dicendo, ma la sua mente rigettava il senso delle sue parole, si limitava a registrare singoli suoni, rifiutandosi di abbandonare del tutto la compassione di sé che, come un liquido che si colora, lentamente stava tramutandosi in odio puro.

 «È la terapeuta», aggiunse.

Ma Marianna non lo ascoltava più.

Si era innamorato!

Si fece pallido.

«Oddio, mi… mi sento male», quasi urlò Lorenzo portandosi le mani alla pancia.

Marianna si alzò e mosse un passo nella sua direzione. “Deve vomitare subito”, pensò. Ma rimase ferma, in piedi di fronte a lui, a fissarlo contorcersi per il dolore.

Doveva dirgli quello che aveva fatto, doveva farlo vomitare immediatamente. Non era venuto a farle del male. Doveva soccorrerlo. Doveva. Subito.

Lo guardò allungare una mano verso di lei. «Aiutami… sto… male…».

Sposarmi. Le voglio bene. Terapeuta. Aiuto.

Lorenzo smise di parlare e di muoversi. Rimase immobile.

Per lui era tutto tanto semplice. Perdonami-e-concedimi-il-divorzio. In un batter d’occhio, liberi tutti e due. Magari le avrebbe detto persino «lo faccio per te». Certo.

 “E io? E la mia vita, le cicatrici per sempre? Il mio dolore? Che te ne fai del mio dolore?”


Rosaria Ciano è laureata in psicologia e ha lavorato presso un Centro di Salute Mentale. Attualmente in pensione, ama leggere e le è venuta la curiosità di comprendere il lavoro che si cela dietro un romanzo. Ha frequentato alcune scuole di scrittura: uno stage tenuto dalla scuola Omero, La linea scritta, alcuni corsi della scuola Holden e una delle edizioni di Apnea. Ha pubblicato un racconto su Il Roma e ha vinto il concorso Racconti Campani.

apnea – corso di lettura e editing

CHE COS’È


Apnea è un corso di formazione per lettori unico nel suo genere: una scuola di lettura creativa, tecnica e critica di lungo periodo, che fornisce gli strumenti per trasformare la passione di leggere in una competenza.

Per diventare un lettore forte non conta quanti sono i libri che leggi, ma quanto vale la tua capacità di leggerli: proprio come per la scrittura questa capacità s’impara, si educa, si perfeziona. Se vuoi specializzare il tuo occhio di lettore, se lavori in editoria, se vorresti fare il redattore, il giornalista culturale, l’editor, lo scout, l’agente letterario, il critico o se hai semplicemente una passione per le storie: Apnea ti dà gli strumenti per leggere professionalmente.

Un laboratorio di editing lungo 6 mesi è a tutti gli effetti un apprendistato. La classe di allievi editor lavorerà a un romanzo inedito seguendo passo-passo il lavoro che Francesca de Lena compie su ogni manoscritto che riceve in veste di coach, editor e/o agente letteraria. Si comincia con le prime impressioni e la scelta della direzione per il lavoro di (ri)strutturazione del testo e si finisce con il micro-editing: il perfezionamento frase per frase. Nel mezzo: lezioni su tutti gli elementi della narrazione (temi, visione e voce, personaggi e conflitti, trama e montaggio, forma e stile), esercizi pratici, prove di editing, lezioni di ospiti esterni, incontri con l’autore del romanzo.


COME FUNZIONA


Gli incontri nella classe virtuale saranno 22:

  • 15 lezioni di lettura e editing
  • 4 discussioni con l’autore del manoscritto selezionato
  • 3 lezioni sulle altre professioni dell’editoria

Ogni incontro durerà 2 ore, per un totale di 44 ore di laboratorio in diretta online. Ci sarà poi il lavoro da svolgere a casa e la discussione di classe sarà costantemente attiva sul gruppo google APNEA 7.

Saranno forniti gli strumenti per imparare ad argomentare (scritto e orale) le proprie analisi sui testi, per esercitarsi a pensare e scrivere le valutazioni, per scomporre i romanzi e svelarne i meccanismi narrativi (personaggi, conflitti, obiettivi) e formali (struttura, montaggio, stile), per porre domande, proporre soluzioni, e per guardare alle storie scritte dagli altri con rispetto e determinazione (sì, anche questo s’impara). S’imparerà a farsi avanti, consigliare, cancellare, appuntare, sostituire, annotare ai margini. Appassionarsi.

L’autore che sottoporrà il proprio manoscritto ad Apnea si confronterà con la classe e ri-scriverà il testo in accordo con i consigli degli allievi editor. Due autori delle scorse edizioni di Apnea hanno ottenuto la menzione speciale al Premio Italo Calvino per esordienti e pubblicato i loro romanzi con Minimum Fax e Einaudi.

Durante il percorso la classe di Apnea diverrà anche una costola della redazione di I libri degli altri: selezionerà e editerà i racconti che verranno pubblicati sulla rivista. Ogni allievo editor lavorerà all’editing di un racconto, che infine verrà pubblicato con la firma dell’editor accanto a quella dell’autore. (Qui i racconti pubblicati con l’editing dei corsisti delle scorse edizioni).


DUNQUE CHE COSA SI FA


  • molta teoria: narratologia, principi di scrittura, drammaturgia e sceneggiatura
  • molta analisi testuale e critica: su romanzi e racconti della letteratura di qualità, per smontarne i meccanismi e riconoscerne i meriti; su testi inediti per capirne errori, difetti e potenzialità
  • moltissima pratica:
    • il lavoro collettivo sul romanzo inedito scelto
    • il lavoro singolo su un racconto inedito, dalla selezione alla forma definitiva da pubblicare su ILDA
    • esercizi settimanali di lettura e editing, per imparare l’arte di smontare, analizzare, proporre
    • 5 test scritti + 2 orali per scandire la propria crescita durante il percorso

L’apnea è quel periodo di tempo in cui si rimane sott’acqua a guardarsi attorno e capire cosa si ha per le mani, prima di risalire in superficie. È un lavoro di maieutica, osservazione e manipolazione, che si pone l’obiettivo di scegliere tutti i “cosa” e i “come” di cui una storia ha bisogno.


CALENDARIO DELLE LEZIONI


gli incontri di APNEA sono il giovedì dalle 18:00 alle 20:00 (ma il più delle volte si sfora, preparatevi) da ottobre 2022 ad aprile 2023. Per diverse esigenze si troverà, se possibile, un accordo con la classe.


OTTOBRE

13 lezione 1: cosa bisogna capire dalla lettura delle prime 30 pagine di un testo

20 pausa per leggere il romanzo integrale

27 lezione 2: prima di cominciare, la riunione per scegliere la direzione da dare all’editing / consegna scritta: breve giudizio


NOVEMBRE

3 lezione 3: riconoscere, tirare fuori e sviluppare i temi di un romanzo

10 lezione 4: riconoscere il cuore di un romanzo: ossessione, prospettiva e sottotraccia

17 prima discussione con l’autore / consegna scritta: scheda di lettura per Francesca

24 lezione 5: l’analisi e la costruzione dei personaggi: caratteri, conflitti, obiettivi, macchie e altre necessità


DICEMBRE

lezione 6: l’analisi e la costruzione delle relazioni e dei conflitti esterni: costellazioni e meteoriti

15 lezione 7: l’analisi e la composizione della trama, dall’incidente scatenante alla chiusura del sipario: la storia c’è?

22 seconda discussione con l’autore / consegna scritta: scheda di lettura per l’autore + test orale: relazione all’autore

29 pausa natalizia


GENNAIO

5  pausa natalizia

12 primo incontro editoria: leggere come un direttore editoriale, con Daniela Guglielmino (Bollati Boringhieri)

19  lezione 8: che cosa s’intende per “forma” di un testo

26 lezione 9: al lavoro! scegliere e direzionare i racconti ricevuti


FEBBRAIO

2 lezione 10: il montaggio e la struttura: architettare un romanzo

9 terza discussione con l’autore / consegna scritta: prova macroediting

16 secondo incontro editoria: leggere come un ufficio stampa, con Francesca Fiorletta (ufficio stampa Feltrinelli, Rai Libri)

23 lezione 11: al lavoro! editare i racconti ricevuti


MARZO

2 lezione 12: parlar verosimile e letterario: l’analisi e la costruzione dei dialoghi

9 lezione 13: che cosa sono e come si riconoscono una voce e uno stile letterario

16 lezione 14: entrare nel testo, fare micro-editing: indicazioni e esempi

23 terzo incontro editoria: leggere come un critico letterario, con Matteo Marchesini (Il Foglio, Il Sole 24 ore, Radio Radicale, Doppiozero)

30 lezione 15: entrare nel testo, fare micro-editing / consegna scritta: prova microediting


APRILE

6 ultima discussione con l’autore / test orale: discussione singola con l’autore


CHI CONDUCE LA SCUOLA


Francesca de Lena: agente letteraria, editor, scout

Ha co-fondato l’agenzia letteraria United Stories. Ha fondato e dirige il sito letterario I libri degli altri. Conduce laboratori e workshop di lettura e editing on line e dal vivo a Napoli, Roma, Formia. È una personal editor e una scout.


CHI SONO GLI OSPITI DEI MESTIERI DELL’EDITORIA


Francesca Fiorletta: ufficio stampa Feltrinelli e Rai Libri

Classe 1985, vive a Roma dove lavora come ufficio stampa free lance. Ex redattrice di riviste e blog letterari (fra cui Nazione indiana), ha curato la promozione di festival e eventi culturali (CaLibro, Gita al faro, Procida racconta, Festival delle emozioni), case editrici (Neo. Edizioni, LiberAria, Nutrimenti, Tic. Edizioni, Salerno Editrice, L’orma editore), singoli autori e libri (tra i quali finalisti al Premio Strega, come “Il libro delle case” di Andrea Bajani). Attualmente lavora per Feltrinelli Editore e Rai Libri.


Daniela Guglielmino: direttrice narrativa italiana di Bollati Boringhieri

Lavora da molti anni nell’editoria. È stata managing editor presso la Rizzoli New York e oggi è editor di narrativa, italiana e straniera, alla Bollati Boringhieri. Negli anni ha tradotto moltissimo, dal Common Reader di Virginia Woolf, al Murder Mistery Orient di Christopher Bollen.


Matteo Marchesini: critico letterario e scrittore

Matteo Marchesini (1979) è critico letterario, narratore e saggista. Tra gli altri, ha pubblicato: il romanzo Atti mancati (Voland 2013, entrato nella dozzina dello Strega), la raccolta critica Da Pascoli a Busi (Quodlibet 2014), i racconti di False coscienze. Tre parabole degli anni zero (Bompiani 2017), il saggio Casa di carte. La letteratura italiana dal boom ai social (il Saggiatore, 2019), il saggio Scienza di niente. Poeti, narratori e filosofi moderni (Elliot, 2020). Collabora con Il Foglio, il Sole24Ore, Radio Radicale e il sito Doppiozero.


CHI È L’AUTORE DEL ROMANZO SCELTO


L’autore selezionato per la scuola sarà annunciato entro il 18 settembre. Se vuoi candidarti hai tempo fino al 30 giugno 2022. Info qui.

Autori delle scorse edizioni sono stati Luca Mercadante (Presunzione, minimum fax; Nata per te, Einaudi Stile Libero) e Nicoletta Verna (Il valore affettivo, Einaudi Stile Libero), entrambi Menzioni Speciali della Giuria del Premio Italo Calvino. Gli autori Armando Festa e Beatrice Galluzzi sono in lettura presso i maggiori editori nazionali.


INFO E COSTO


Il costo di APNEA si divide in 3 tranche: 430 all’iscrizione, 430 entro novembre 2022, 380 entro gennaio 2023. Chi si iscrive entro il 17 luglio ottiene uno sconto di 100,00 euro sulla prima tranche (330,00 invece di 430,00).

Le iscrizioni chiudono il 6 ottobre 2022

INFO

Per qualsiasi informazione scrivici a ilibrideglialtri@gmail.com oppure compila il form qui sotto


DICONO GLI ALLIEVI EDITOR


Vuoi sapere cosa ne pensano alcuni corsisti delle scorse edizioni? LEGGI QUI


Scrivo per avvicinarmi al male

Perché scrivo?

di Francesca Violi.

Per rispondere alla domanda perché scrivo, credo di dover partire da: perché scrivo quello che scrivo? Cioè: perché scrivo storie venate di angoscia e violenza? Di recente, durante la presentazione del mio nuovo romanzo, mi è capitato di accennare con entusiasmo al meraviglioso “Ninna nanna”, di Leila Slimani, in cui una tata uccide i bambini che le sono stati affidati. Gelo in sala. Una signora, poi, mi ha chiesto, accorata (e, mi è parso, anche un po’ dispiaciuta per me): Ma perché ti interessano queste cose? Non è la prima volta che mi fanno una domanda del genere. Forse perché sono una donna, per di più una mamma, per di più bionda, e posso dare l’impressione di una persona “solare” (mi hanno detto), e rassicurante, alcuni si stupiscono che le storie che amo leggere e scrivere siano il contrario di rassicuranti e solari. Alla signora ho risposto più o meno che forse scrivere del male è un modo di avvicinarmi al male che c’è in noi umani, di esplorarlo, senza restarne danneggiata come succederebbe se lo facessi nella vita vera. E che è anche un modo di esorcizzare la paura del male – io infatti sono paurosissima. Ma non è tutto qui. 

Dice Walter Siti: perché la letteratura? Per la stessa ragione per cui si sogna. Cioè: proprio come i sogni ci permettono di entrare in contatto con quel che si agita nel profondo, la letteratura avrebbe il potere di permettere alla collettività di entrare in contatto con quello che, in modo inconsapevole o in modo volontario, ha represso o rimosso. E sebbene scrivere, a differenza di sognare, sia un processo cosciente e consapevole, anche per l’autore stesso la scrittura dovrebbe essere l’occasione di stare in ascolto di parole che ancora non conosce

Le considerazioni di Siti, su scrittura e sogno, mi hanno colpito al cuore, perché risuonano in modo quasi letterale con la mia esperienza. 

Scrivo proprio come faccio brutti sogni. È il mio modo per maneggiare le cose che mi colpiscono, che mi turbano, che mi angosciano, e di cui non so che fare. Il cane della mia vicina sparisce e dopo due settimane viene ritrovato affogato nel fiume che passa dietro casa nostra, con un blocco di cemento legato al collo. Chi è stato, perché l’ha fatto? Non si sa. Che senso ha che accada una cosa del genere? Il mio modo per venire a capo del fatto – di digerirlo, metabolizzarlo- è scriverne. O, per essere più precisa: trasformarlo in storia di finzione, perché è questo che scrivo, quasi esclusivamente (non ho mai avuto la tentazione della scrittura diaristica o autobiografica, ad esempio). 

Dunque, storie come brutti sogni. Non brutte storie, però, spero. Perché c’è una cosa che tutti sappiamo, sui sogni degli altri: ci annoiano a morte. 

Costruire una storia che funzioni, e che non sia disperatamente priva di interesse come il sogno che il collega logorroico davanti alla macchinetta del caffè insiste a raccontarci, è un processo che richiede consapevolezza, elaborazione, sforzo prolungato. Ciò non toglie, come dicevo sopra citando Siti, che ci sia nella scrittura (come in qualunque processo immaginativo e creativo) un elemento di scoperta: per me questa sensazione di scoperta è anche un piacere formidabile, soprattutto quando mi avventuro in una storia concepita da poco, che sto appena cominciando a esplorare. Un piacere che già da solo sarebbe una buona ragione per cui scrivere. 

Un altro piacere: la gioia infantile e l’autocompiacimento megalomane dei creatori di mondi. Mondi di finzione, ma pur sempre mondi. Rubo le parole che Chuck Lorre fa pronunciare a Sandy Kominsky (impersonato da Michael Douglas) nella serie “Il metodo Kominsky”. Sandy sta spiegando ai suoi giovani allievi in cosa consista davvero il lavoro dell’attore, ma secondo me il monologo si applica altrettanto – se non meglio-  al lavoro dell’autore. Dice Sandy: –Quando recita, l’attore fa Dio.- L’autore quando scrive, dico io, fa Dio. -Cosa fa Dio, infatti? Dio crea. Dio dice: “Ecco un mondo!” E bam! Quel mondo esiste. Dice: “Ecco la vita!” E bam di nuovo, accade la vita.  Dio dice: “Ecco la morte!” E bum, torna l’oscurità.”  

Un mondo che non esisteva, io l’ho creato, e adesso chiunque sappia leggere ci può entrare. 

Il che mi porta a un’altra ragione per cui scrivo, che ha a che fare con l’altro estremo del processo della scrittura, cioè: chi legge. Dicevo che per me scrivere coincide con scrivere storie di finzione. E qual è il primo obiettivo di una buona storia di finzione? Far sì che il lettore si dimentichi (o meglio, finga di dimenticarsi) che sta leggendo una storia di finzione. Una volontaria sospensione dell’incredulità. Sottolineo il volontaria: questo è un incantesimo che si fa in due, autore e lettore insieme. Se io fossi il personaggio di una storia il mio difetto fatale sarebbe lo scetticismo. Uno scettico non crede a niente, o non crede abbastanza; forse per questo la sospensione dell’incredulità mi appare come un oggetto tanto prezioso e desiderabile, e provo una profonda gratitudine verso quei lettori con cui l’incantesimo è riuscito. Naturalmente qualunque lode alle mie opere mi delizia, e sarò lusingata se mi confiderete che un mio romanzo vi ha fatto riflettere, o che ne avete apprezzato lo stile, i temi, il sistema simbolico. Ma: volete intortarmi? Ditemi che leggendo un mio romanzo avete sofferto e sperato coi miei personaggi, che avete avuto paura, che avete mancato la fermata del metrò, e sarò vostra. 

Ditemi, leggendo il romanzo che ho ambientato in un asilo nel bosco: “fortuna che mio figlio era a casa malato, in questi giorni, e non all’asilo!” (Non te l’ho mai confessato, Lavinia, ma conservo gelosamente quella email).

Venghino, siore e siori, venghino. Benvenuti nel mio mondo. Lasciate la vostra incredulità in guardaroba. E bam.

Dandoti il braccio

di Elisabetta Giromini

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ’21/’22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista. Questo è il sesto, lo ha scritto Elisabetta Giromini e ha richiesto un intervento di editing da parte delle allieve editor Serena Grassia e Tiziana Nonni e della redazione volto ad assicurare la coerenza interna al racconto in termini di riferimenti (appartenenti tutti a un solo “universo”) e, soprattutto, un punto di arrivo che imprimesse una direzione al racconto e un senso alle informazioni disseminate lungo la storia.


La storia: un uomo passeggia a Milano in un pomeriggio d’estate. Sta andando a un appuntamento. I suoi passi sono ogni giorno uguali, stringe una busta vuota di plastica azzurra nella mano, si orienta nel percorso di suoni di quella città che non è la sua ma nella quale vive da sempre.


Milano si svegliò dalla forzata controra con un odore di gas di scarico, la calura estiva impediva di uscire prima delle cinque. Il cigolio di un portone metallico sovrastò per un momento i rumori del traffico. L’illusione di frescura del cortile in ombra si infranse quando l’afa gli batté contro. L’uomo uscì in strada, accompagnò la porta che si richiuse gentile. Un odore dolciastro di mango prossimo al marcio si sollevava dall’emporietto esotico lungo il marciapiede. Alle strisce pedonali uno stridere di freni, una macchina inchiodò. Lui attraversò composto, la busta di spessa plastica azzurra che teneva stretta in una mano oscillava al ritmo del suo passo, strusciando i pantaloni. Clacson lo incitarono a sbrigarsi, ma non accolse l’invito e mantenne la sua andatura pacata, diritta. Appena fu sul marciapiede opposto, i motori ripartirono e il traffico ricominciò il suo flusso. 

La strada era sempre la stessa e lui l’aveva percorsa migliaia di volte. Camminava tra le vetrine dei negozi e le macchine parcheggiate, rasente al muro. Nel pomeriggio c’era stato un temporale estivo, l’acqua si era gettata severa dal cielo sulla città. Grosse gocce insistenti avevano martellato le strade e i palazzi, la gente e le macchine se ne erano rimaste zitte, rintanate, come in pausa. Finita la pioggia però, il formicolare frenetico della città aveva ripreso intonso.

Nonostante ora il vento soffiasse a folate lunghe e si udissero fischi di rondini in lontananza, niente placava quel moto incessante. Alcuni uomini fuori da un bar parlottavano tra loro, uno tossiva, a intermittenza. Una tosse di luglio, di quelle secche di uomini consumati dalle intemperie. Per qualche istante l’odore di fumo di sigaretta, amaro e polvere, gli entrò dalle narici. All’incrocio il semaforo emise un lungo suono a intervalli, a significare luce rossa. Le auto e le moto, gli autobus, continuavano a correre sullo stradone urbano finché il suono divenne più veloce e squillante, e l’uomo attraversò.  

Prestava l’orecchio a un motivetto western, qualcuno subito dietro di lui fischiettava con passo andante una melodia che lo riportava ai cow boy dell’infanzia e a quei film visti e rivisti finché la testa non cadeva sul tavolo della cucina. “Vieni a dormire”, sentiva chiamare dall’altra stanza. Il motivetto andò a scemare, entrò nel parco del santuario toccando il fresco dell’inferriata all’ingresso. Dietro alle prime file di siepi, voci allegre di bambini e qualche pianto, rallentò il passo. Le madri a consolare salmodianti i singhiozzi, o a incitare vivaci le impese dei piccoli. Il vento turbinò tra le fronde degli alberi e i cinguettii degli uccelli si fecero più ostinati. Passò davanti a due donne anziane che chiacchieravano sedute a una panchina, riuscì a sentirne appena il borbottio per il tanto soffiare di vento e tutto quel petulante pigolare. Avrebbe voluto stare ad ascoltarle, fermarsi addirittura per carpire il discorso, il dialetto. Forse venivano dallo stesso paese di sua moglie, giù in Calabria. Continuò per il vialetto alberato. Lo scroscio era crescente e si fermò un istante, poi andò verso la fontanella, quella con la testa a draghetto, strofinò con le dita la testolina che sormontava una bocca spalancata a V da cui usciva l’acqua, “le vedovelle di Milano, se ne stanno da sole”. Il fiotto scendeva deciso e consistente fino alla piccola pozza a terra che era una ressa di rimbalzi e zampilli. L’uomo si chinò a bere, bagnandosi il mento. L’incontro del getto con la risacca produceva minuti tonfi, gorgheggi. Acqua che sbrodola acqua. Un cagnetto abbaiò acuto, due volte. 

Si sedette a un banco a circa metà della navata. La chiesa del santuario era ampia, all’ora dei vespri una donna intonava la preghiera. «Cuore di Gesù». E la platea rispondeva scoordinata ma composta. «Cuore di Gesù». Sua moglie si vergognava della sua voce, si concedeva di cantare soltanto in chiesa e la sentiva ancora nell’orecchio sommarsi alle altre. Rispondeva alla preghiera, sapeva tutte le parole, non c’era tanto da farsi domande. Il riverbero continuo delle voci lo faceva sentire meno rigido nei confini della sua stessa pelle, di quella città che non era casa sua, ma in cui viveva da sempre. In certi momenti alcune si distinguevano più gravi o più acute, ed era un ulteriore richiamo alla comunione, un piccolo risveglio per poi riperdersi nell’intonazione monocorde. Sentì un uomo seduto davanti accelerare le parole, neanche questo poteva impedire alle preghiere di continuare nella loro cantilena sonnolenta. Era una quiete morbida in cui riposare, affidarsi a “Dio che è Padre e artefice di tutte le cose”. Era avvolto in una crema di suono, dolce come il conforto di mani familiari che abbracciano, nutrono, al fresco di quelle mura vecchie otto secoli.

I suoi piedi pigiavano morbidi sull’asfalto e cercava di seguirne l’andatura col respiro, o era l’andatura a seguire il respiro, tranquillo dopo la messa. Il rombo di una moto lo distrasse. Alla fermata del tram le persone stavano sparse ad aspettare, qualcuno urtò la busta vuota che ancora teneva in mano, la sentì schiacciarsi contro la coscia, accartocciarsi, un bimbo passò dicendo qualcosa in una lingua asiatica.

Quando era arrivato a Milano cinquant’anni prima si sentivano dialetti diversi, adesso tante lingue diverse, tanti odori nuovi e speziati.

A quell’incrocio s’intersecavano più binari, come tutta quella gente che arrivava da ogni parte del mondo, i motori di macchine e moto si alternavano, e il loro passaggio sulle vie di ferro dei tram creava un’onda sonora, come uno scavalcamento, un tu-tum attutito ogni volta che le ruote calpestavano la striscia metallica. Il vecchio tram si avvicinò e fu un frinire di grilli, si nascondevano negli angoli di quella vecchia macchina degli inizi del Novecento. Un gridolino acuto era il segnale di apertura seguito dal gracchiare delle porte. Di nuovo grilli e striduli fischietti. Non prese il tram, aspettò che ripartisse.

Una macchina stava ferma vicino alla fermata col finestrino abbassato, suoni di radio, musica hip hop a tutto volume, i bassi colpivano i timpani e vibravano nella cassa toracica.

Era vivo, il suo corpo rispondeva ai suoni, agli spostamenti d’aria, ai movimenti dei corpi vicini. Alcuni colpi di clacson come in un botta e risposta lo risvegliarono dal torpore, riprese il cammino. Aveva appuntamento alle diciotto e trenta, come ogni martedì. Sfiorò l’orologio da polso, mancavano ancora dieci minuti, il tempo di un caffè al bar accanto all’ingresso. Si avvicinò al bancone liscio e fresco al tatto, la tv era sintonizzata su un programma preserale. 

«Caffè macchiato?».

«Sì grazie».

«Prego», la erre che si nascondeva in una elle sorda, erano cinesi quasi tutti i bar là attorno. 

Al tavolo poco distante uomini giocavano a carte. “Perdigiorno”, gli risuonava in testa la parola preferita di sua moglie quando sbirciava dalla vetrina d’ingresso al rientro da messa. Erano in quattro, ognuno con un bicchiere diverso, dialetti diversi. In quella città ormai tutti erano milanesi, anche i calabresi e i pugliesi e i siciliani, anche i cinesi.

Suonò al citofono della dottoressa Mari, si conoscevano da almeno vent’anni. Spesso non si parlavano neanche, era la segretaria a mettergli in mano le ricette che gli servivano.

«Buonasera!». La sua voce arrivava da dietro.

«Buonasera», si girò obliquo.

Si sentì stringere la mano e ricambiò incerto.

«La segretaria non c’è oggi, vuole accomodarsi?».

«Grazie».

«Si sieda prego, mi dica Mario, come sta?».

Il suo volto era proteso verso il basso, sembrava cercare il pavimento mentre parlava.

«Fa molto caldo, si cura di bere acqua?»

«L’acqua, dottoressa, a me non mi va proprio giù»

«Deve idratarsi Mario, è importante con queste temperature. Mangia per bene?»

«Ma che vuole che le dica, da quando mia moglie non c’è più».

«Mario, deve reagire…».

«Sua figlia è venuta a trovarla questa settimana?».

«No, sta impegnata. Sa, fa la professoressa con gli immigrati».

«Lo so, lo so».

«Posso avere le mie ricette?».

«Sì certo. Mario, c’è un circolo frequentato dagli anziani del quartiere…».

«No, dottoressa. Io non ce n’ho bisogno di stare con quei perdigiorno».

«E allora vada a trovare sua figlia».

«Sta tanto impegnata».

«Provi a chiamarla».

«Era mia moglie che la chiamava, che la cercava. Io non sono capace di fare queste cose. Sono pronte queste ricette?».

«Eccole. Abbia cura di sé, Mario».

Pinzò con le dita i sottili fogli di carta e li infilò nella busta di plastica azzurra. Si alzò e le gambe erano appesantite. La dottoressa lo accompagnò all’uscita, gli aprì la porta. Scese la rampa di scale che separava lo studio dall’androne tenendosi al corrimano.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Era di nuovo in strada. Già non prestava più attenzione ai rumori fuori. Ascoltava il suo respiro per distrarsi da quello che gli premeva dall’interno dell’orecchio, da tutto il corpo. Un circuito scandito dalla pompa del cuore. Un flusso che correva lungo tubature di tessuti, tonache, che circondavano una cavità, un lume, così si chiamava, gliel’aveva spiegato sua moglie che per tutta la vita aveva fatto l’infermiera. Luce e sangue giravano dentro al corpo e passavano ogni volta dal via. Tu-tum. Era acqua e fluiva a cercare percorsi sconosciuti e sempre nuovi. La sua strada verso il mare. Le sue mani si avvicinarono al portone di ferro, una trovò la serratura, l’altra infilò la chiave. Cigolare di giunture. Dal cortile si avviò verso il suo palazzo. Salì le scale, i piedi erano tonfi sul piatto dei gradini. Clac, sganciò il primo pezzo, clac il secondo, poi girò l’elastico attorno al bastone. Tastò le chiavi per trovare quella giusta. Sparì veloce in casa.


Elisabetta Giromini è freelance in progetti internazionali di ricerca, un mestiere che si adatta al suo spirito nomade. Ha viaggiato in oltre sessanta Paesi, in alcuni si è fermata a vivere per un po’, ma da tre anni è quasi stabile a Milano. Nel 2020 ha creato il blog in-giro.com e nel 2021 ha frequentato la Bottega di Narrazione di Giulio Mozzi portando a termine la scrittura del suo primo romanzo, Centomila tulipani.

Dicono gli autori dei romanzi di Apnea


Se vuoi candidarti come autore della prossima edizione di Apnea trovi le istruzioni qui.


Se vuoi partecipare come editor alla prossima edizione di Apnea il programma con tutte le informazioni è qui.


Armando Festa, Mi chiamo Marcello Mastroianni

Ho partecipato al corso di lettura ed editing Apnea non come studente ma come scrittore che ha proposto un testo su cui lavorare. Fin dal primo videoincontro è stato come se io e tutti i personaggi di finzione che avevo creato (e che pensavo di conoscere bene in quanto loro autore, ma che poi ho scoperto di non conoscere manco per niente) fossimo andati a una seduta collettiva di psicanalisi per recuperare il nostro rapporto e ricostruirlo su basi migliori. Sdraiati su tanti lettini immaginari, davanti a Francesca e alle sue allieve che ci ascoltavano e ci indirizzavano, io e i miei personaggi abbiamo cominciato ad intessere un dialogo e solo in quel momento mi sono accorto che non li avevo mai capiti veramente, che non bastava essere quello che impugnava la penna per poter dire di comprendere le loro motivazioni. Adesso tra di noi va molto meglio e posso dire che siamo entrati in intimità. E che finalmente posso raccontare la loro storia: quella che loro vogliono che sia raccontata.


Beatrice Galluzzi, Anatomia di una punizione

Quando ho candidato il mio romanzo per Apnea, lo avevo riscritto abbastanza volte da essere arrivata quasi a odiarlo – come si odia qualcosa che ci tormenta di notte ma di cui al risveglio si dimentica il motivo. La maggior parte delle scene che avevo strutturato, così come i personaggi, mi sembravano irrinunciabili. Eppure, tutto insieme non funzionava. L’idea di lavorare non solo con una editor ma anche con i suoi allievi – molti occhi estranei, molti occhi imparziali – invece di spaventarmi mi ha dato lo slancio per non buttare tutto all’aria. Avevo bisogno di fare un passo indietro e uno verso l’alto; di uno sguardo professionale, in qualche modo spietato, ma che mi facesse ritrovare la fiducia in ciò che avevo scritto. Ho trovato molto di più. Ho trovato Francesca.


Giacomo Faramelli, L’ultimo tempo dei boschi

Prima di inviare la mia storia ad Apnea per me la scrittura era una faccenda composta soltanto da ispirazione e nessuna tecnica narrativa.

Un fatto di irruenza, zero pianificazione e ragionamento, non farti le domande che si farebbe un lettore: scrivi! 

Ironico, per uno che passa il tempo leggendo. 

In Apnea ho trovato una casa per la mia storia ma soprattutto un’officina per la messa a punto della mia scrittura. 

Un luogo in cui sviluppare uno sguardo lucido, assimilare le tecniche narrative, domandare a me stesso cosa stessi cercando di dire e come.

Un compito e un percorso impegnativi, ma che grazie a Francesca de Lena e alle corsiste si è rivelato tra i più appaganti e stimolanti della mia esperienza nella repubblica delle lettere, capace di formarmi e regalarmi, letteralmente, nuove competenze e consapevolezza. 


Nicoletta Verna, Il valore affettivo (Einaudi)

Ti butti in Apnea con un misto di entusiasmo e sgomento. Mentre cerchi di arrivare in fondo aumentano entrambi.

Sgomento: è difficile e il più delle volte ti sembra di non farcela. Gli allievi editor sono bravi e agguerriti, stanno imparando e vogliono imparare bene. Sono spietati perché tengono quanto te, forse più di te, al tuo romanzo: lì dentro c’è il loro lavoro esattamente come c’è il tuo, e lo accolgono e lo ascoltano finché non ha più misteri a parte l’unico che conta, la tua voce. Cominciano a scoprire cose, ad esempio quando bluffi, quando trovi scuse per non dire quello che davvero c’è da dire in quella pagina, in quella riga. Capisci questo e intanto sei già a metà vasca, e sei sfinita, ma sai che si deve andare avanti, e prosegui.  

Entusiasmo: realizzi quasi subito che in poche altre occasioni ti capiterà di imparare così tanto, e così bene. Sulla scrittura, sì, ma poi sulla tecnica, sul dialogo, sul lavoro, sull’ascolto. Sull’importanza di affidarsi a un altro senza però mai perdere il controllo. Sul non innamorarti del tuo romanzo ma, questo sì, diventare buoni amici. Su tutta l’umiltà e la presunzione che serve a scrivere, e poi a riscrivere.

Quando l’aria finisce torni a galla. Respiri e vedi che quello che avevi scritto è diventato un’altra cosa. E, che strano: deriva da un enorme lavoro di squadra, eppure è quanto di più intimo, personale, privato tu abbia mai concepito. 

[E poi Francesca è grandissima]


Ciao Aprile 2022: lista di letture, visioni e ascolti

Il mese di Primavera Contu

Aprile è stato un mese molto americano (ma sto cercando di smettere). 

Fa eccezione solo Atti di sottomissione, di Megan Nolan, autrice irlandese tradotta da Tiziana Lo Porto: un memoir non lineare zeppo di sesso, desiderio e “tante cose sbagliate”. Nel raccontare esperienze al limite della violenza, irragionevoli e irresponsabili l’autrice non è mai apologetica né tantomeno vittimista.  

Ho iniziato anche Tutto sull’amore, di Bell Hooks, tradotto da Lucia Cornalba, un saggio in tredici capitoli che si leggono come dei racconti, delle memorie, delle profonde considerazioni sul rapporto tra etica, amore, lavoro, desiderio.. “Lo spazio occupato da ciò che manca è anche lo spazio del possibile”.

Atlanta, la serie creata da Donald Glover, è arrivata alla terza stagione (uscirà in Italia a giugno) e si conferma una delle produzioni migliori che abbia mai visto. Capolavoro di ironia sottile, eccelle nel far sentire lo spettatore a disagio mentre ride, e nell’investirlə con i dilemmi affatto banali che vivono i protagonisti. Questa stagione arriva a giocare con i generi dell’horror e della distopia, sempre con il tema principale del razzismo (e ci si sposta anche un po’ in Europa).

A chi vuole stare davvero male con un coming of age crudo e semi-distopico, consiglio Gully, scritto da Marcus J. Guillory e diretto da Nabil Elderkin.

Infine, una serie da ascoltare (in inglese), prodotta da Radiotopia, sfornatrice seriale di podcast bellissimi: il “sogno” americano da una prospettiva ghanese.


Il mese di Chiara M. Coscia

Un mese per lo più di visioni (i libri prima o poi ricomincerò a finirli): 

The Dropout: su Disney +, miniserie sulla megatruffa Theranos, azienda che qualche anno fa è stata all’apice dell’innovazione nel campo delle analisi del sangue. Se vi hanno detto che è come Inventing Anna non credeteci. The Dropout non è per i deboli di cuore.

Roar: serie antologica su Apple TV+. Storie di donne sotto forma di fiabe contemporanee surreali. Nessun episodio è di per sé imperdibile ma l’atmosfera dell’intera serie è nuova e colpisce. 

Yellowjackets: ho recuperato su Sky questa prima stagione di qualche mese fa, un po’ Lost, un po’ Il signore delle Mosche. Non l’ho ancora finita, ma per il momento a trattenermi è soprattutto la meravigliosa e insopportabile personaggia di Misty (Cristina Ricci sa ancora essere magnetica). 

Leave no trace: film di qualche anno fa che è una versione più drammatica e meno romantica di Capitan Fantastic

L’uomo che venne dalla terra, film che non avevo mai sentito nominare, dall’estetica praticamente nulla, tutto scrittura e dialogo, ambientato in una sola stanza. Soggetto affascinante (siamo nel campo della fantascienza psicologica) e scrittura precisissima. 


Il mese di Beatrice Galluzzi

Periodo dedicato alla ricerca di materiale che riguarda le sette religiose e sataniche,  tanto per stare allegri.

Come serie tv ho trovato davvero originale On becoming a god, di Robert Funke e Matt Lutsky, che affronta il tema delle organizzazioni settarie in ambito lavorativo. Vale la pena guardarla anche solo per l’interpretazione sopra le righe di Kirsten Dunst.

Ho letto Le ragazze, di Emma Clime, e mi aspettavo qualcosa di più accattivante sulla eco del caso Manson, anche se la scrittura dell’autrice ha picchi virtuosi.

Il libro di Camila Raznovich, Lo rifarei!, l’ho ascoltato. Parla della sua vita nella grande famiglia di Osho, in cui è cresciuta. E di come in questo ci sia del buono – ma da sua stessa ammissione, prima di sapere la verità su Wild, Wild, Country.


Il mese di Luca Mercadante

Supernatural serie tv disponibile su Prime Video, perché la saga dei due fratelli Winchester, cacciatori di demoni, non sarà la migliore serie mai prodotta, non la migliore fotografia o interpretazione e, diciamolo, la sceneggiatura delle puntate è ripetitiva. Ma se siete come me, alla costante ricerca di storie veloci con vampiri, licantropi e altre creature della notte, Sam e Dean vi stanno aspettando nella loro Chevrolet Impala nera del ’67 per farvi fare un giro lungo 15 stagioni per 21 episodi.

La fine dei Vandalismi, di Tom Drury, traduttore Gianni Pannofino, NN. A volte ho l’impressione di leggere troppo, di guardare troppi film e troppe serie, di andare troppo a teatro e, sì, di pensare troppo alla costruzione di storie mie e altrui, tanto da perdere la naturalezza nella lettura. Non so se è un male, ma di sicuro questo romanzo è l’antidoto.

And I Love Her, dei The Beatles, versione originale e quella di Kurt Cobain e Creep, dei Radiohead: i due brani che mio figlio ha messo in lizza come canzoni per la sorella in arrivo e, visto che da poco ha scoperto gli Iron Maiden, spero non ne aggiunga altre.


Il mese di Francesca de Lena

Sono in fissa con l’arte contemporanea, di cui ora vorrei sapere tutto e subito. Intanto leggo con mio figlio Come si fa una galleria d’arte, cartonato illustrato a cura di Franco Cosimo Panini, e viaggiamo tra kunsthalle e musei, performance e happening, artisti, curatori, critici e installatori. Siamo andati a vedere Crazy, la follia nell’arte contemporanea, mostra al Chiostro del Bramante di Roma a cura di Danilo Eccher, esposta fino a gennaio 2023. Non tutto alla stessa altezza, ovviamente, ma meravigliosa l’entrata Passi, di Alfredo Pirri e la sala da the Love Trap del progetto Fallen Fruit/David Burns e Austin Young. Nel cuore portiamo l’installazione Starless di Massimo Bartolini, perché siamo napoletani: dateci delle luminarie sante o pagane e ci avrete. 

Leggere possedere vendere bruciare libro di Antonio Franchini, Marsilio. Colmo di aneddoti para-editoriali e di qualche verità bella e dolorosa, come quella sulla scrittura come “atto necessario che non porta a niente, se non a sciogliere un’oppressione”.

Studio Battaglia, adattamento italiano in 8 episodi di una serie tv inglese, produzione Palomar e Rai, disponibile su RaiPlay. Una sorpresa, devo dire, ben scritta e ben recitata (bellissima e in parte Barbora Bobuľová con un corpo che, fosse stata un’attrice hollywodiana, sarebbe probabilmente tirato e smagrito, mentre qui è naturalissimo, riconoscibile, familiare). Buoni gli intrecci tra i personaggi e le linee narrative verticali che toccano l’attualità episodio per episodio. Peccato che dalla metà in poi il fulcro divenga il solito tradimento di uomini/mariti che fanno soffrire le donne, anche quelle in gamba, in carriera e con tutte le carte in regola per imparare a tradire loro, una buona volta.  

La Regina e Margherita

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ’21/’22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva. Questo è il quinto, lo ha scritto Monica Mariani. Era sostanzialmente pronto: ha richiesto un intervento di micro editing da parte dell’allieva editor Annalisa Maniscalco e della redazione volto esclusivamente a rendere i periodi più fluidi, rimuovere qualche intercalare e qualche sottolineatura superflua che non aggiungevano molto al colore già acceso della voce narrante.


La storia: un aneddoto familiare, un segreto mai davvero disvelato, viene ricostruito in un flusso deduttivo, un’indagine della memoria. La voce narrante si interroga sul confine tra fantasia e realtà dei racconti di sua nonna, e se sul serio avesse incontrato, in gioventù, nientemeno che il Duce in persona.


La Regina e Margherita

di Monica Mariani

Se aprite il vocabolario alla voce “integerrima” ci troverete la foto di mia nonna. O almeno questo è ciò che lei volle ostinatamente darci a intendere lungo il secolo che le toccò di vivere. Perché a ben guardare c’è sempre una crepa e, se è vero che da lì entra la luce, certo è che alcune fenditure rimangono a lungo invisibili, tanto sono piccole e ben dissimulate.

Regina, classe 1911, cinquanta chili di una lega speciale di ghisa e acciaio, non era persona incline ai compromessi. Le cose si facevano a modo suo e basta. Perfino per ripiegare la riversa del lenzuolo sul cuscino c’era una maniera giusta e una sbagliata. Quella giusta, era la sua. Scampata a un terremoto, sopravvissuta al tetano e a tutti i flagelli terzani e spagnoli che il nuovo secolo aveva portato con sé, era rimasta fin dai sedici anni orfana di madre. Si era accollata il governo della grande casa e di uno stuolo di servi ladruncoli che suo padre, indaffarato commerciante del ramo bestiame, faticava a licenziare. Si occupò con scrupolo e ruvido affetto anche dei sei fratelli, tutti più piccoli di lei, che sua madre le aveva raccomandato in articulo mortis. Fu all’altezza del compito, i più piccini la chiamavano ormai mamma quando le fu comunicato che presto avrebbe potuto allentare la presa: una matrigna di un paio d’anni appena più vecchia di lei stava per prendere il suo posto. Suo padre – il mio bisnonno Enzo – infatti, risposandosi, aveva creduto di trovare consolazione nel mettersi nel letto Filomena, una contadina fresca, rossa e ignorante come un fiasco di Montepulciano, ma aveva fatto i conti senza l’oste, anzi l’ostessa. Ove mai avesse contato sul fatto che la baracca l’avrebbe comunque mandata avanti sua figlia, con il piglio militare e il rigore contabile che l’avevano resa il terrore dei fornitori e delle lavannare, gli risultò presto chiaro che si era sbagliato, e di parecchio.

Regina era il tipo che spediva al fiume le donne e il bucato con un pastorello dietro, a fare la spia. Poteva infatti succedere ogni tanto che certi tovagliati di fiandra, che – «perdonate, signo’» – si supponeva fossero stati portati via dalla corrente, ricomparissero per magia, mesi dopo, nel corredo nuziale di qualche lavandaia. Poteva succedere. Ad altre, appunto, ma non a lei.

Far marciare la casa come una caserma era però un peso che Regina era disposta ad accollarsi solo a patto di non doverlo dividere con nessuno, tantomeno con l’analfabeta Filomena, le cui doti si riconducevano in sostanza tutte all’ambito delle beatitudini bovine: dalla mansueta fissità degli occhi rotondi, alla masticazione rumorosa, fino a quei fianchi larghi da fattrice che – la sensale aveva assicurato a Enzo – rappresentavano la miglior garanzia contro l’eventualità di rimanere ancora una volta vedovo al primo sgravarsi, ché di parti andati male, in quella casa, ne risuonava ancora l’eco troppo amara.

Dunque il mio bisnonno pagò caro lo scotto di non aver dato il giusto credito a una legge antica delle favole: principesse e matrigne non vanno d’accordo, mai. Figurarsi una Regina di nome e di fatto, come mia nonna era. Ben presto si sposò, per fare dispetto a suo padre, convolando a frettolose nozze con un impiegato comunale proveniente dalle remote lande di un’altra regione, un forestiero a tutti gli effetti, che fece il ratto della Marsicana e se la portò in riva all’Adriatico.

Come ogni donna che prende una decisione sull’onda di una ripicca, nonna se ne pentì presto e non lo ammise mai.

Si trovò immersa, lei montanara, nel clima più aperto e permissivo che le tiepide brezze e il festoso viavai dei luoghi di mare sembrano favorire. Si abbronzò per la prima volta, le si alleggerirono gli abiti, si abbassarono le scollature e si alzarono i tacchi a rocchetto. Tutto ciò, lungi dal rappresentare la fioritura che le spettava come giovane sposa finalmente sollevata da responsabilità, fu invece l’anticamera del purgatorio. Perché mio nonno era geloso, geloso marcio, un Barbablù con gli occhi color dopobarba. Occhi che l’avevano conquistata, ma che sapevano diventare gelidi. E che, al minimo accenno di “grilli per la testa”, guidavano i suoi ceffoni con precisione chirurgica là dove rimaneva impressa una cinquina rubizza che bruciava all’orgoglio e scavava distanze.

In pratica, il marito la serrò dentro casa per tutto il tempo che durò il loro matrimonio. Il senso del dovere non permise a Regina altra scelta che reprimere ogni anelito di ribellione, nonostante rimpiangesse tutto della vecchia vita, in particolare la pur contenuta libertà che suo padre, spesso assente per affari, le aveva concesso. Dunque, nonostante il daffare non le mancasse (aveva dato luce a tre figli in due anni), continuò a scrivere a casa, a interessarsi delle sorti dei fratelli che per lei erano come figli, e a cercare di influenzare positivamente, sebbene da lontano, l’andamento morale e materiale delle loro vite.

Quando il bisnonno Enzo morì all’improvviso e affiorò l’amara verità sullo stato dei suoi pochi averi e dei suoi molti debiti, risultò chiaro che la nonna, andandosene con l’impiegatuccio che Enzo aveva snobbato con tanto disprezzo, si era almeno assicurata un tetto sulla testa e un piatto a tavola.

Altrettanto non poteva dirsi ora dei suoi fratelli, dato che il Tribunale, su impulso dei creditori, aveva disposto la messa all’asta del palazzetto avito. I sei fratelli, la matrigna e i due fratellastri poco più che in fasce sarebbero finiti in mezzo a una strada.

Così Regina fece quello che ai tempi molti italiani facevano, pur con scarse speranze di successo: spedì una supplica al cavalier Benito Mussolini. Una supplica strana, coerente con il suo temperamento sanguigno, il cui senso nemmeno troppo recondito era: «Non ti vergogni? Dici agli italiani che devono dare i figli alla patria, quelli ti danno retta e poi quando ci restano secchi, in guerra o per le malattie, cosa fanno gli orfani? Rimangono con le pezze al sedere o provvedi tu?».

Probabilmente fu uno sfogo impulsivo, di quelli che fai e non ci pensi più. Almeno fino al giorno in cui ti trovi un carabiniere in piedi sulla soglia di casa. Incurante dei due marmocchi che si nascondevano dietro alle sottane di quella bella mamma e di una pupattola che gli attaccava il moccio alle strisce rosse dei pantaloni, il giovane ufficiale mise sotto il naso di Regina un foglio vistato dalla censura, recante decine di sottolineature, un foglio che lei riconobbe all’istante.

«L’avete scritta voi, questa lettera, signora?».

Ora, bisogna fare mente locale. C’era una dittatura, le libertà civili erano soppresse, il Parlamento esautorato. Gli oppositori venivano pestati e mio nonno, impiegato comunale, rifiutava con fermezza di tesserarsi al partito fascista: vedersi arrivare un carabiniere a casa che sventola una lettera di severe reprimende al Duce non era quel che si dice un esordio promettente. Tanto più che di quella lettera, mio nonno non era stato messo al corrente. Come molte della sua generazione, nonna adottava una collaudata strategia femminile di autodifesa: prima di dire qualunque cosa a tuo marito, conta fino a dieci e poi rinuncia.

E anche in seguito se ne seppe ben poco perché le cronache familiari hanno un comportamento carsico: come rami di un corso d’acqua che si inabissano, percorrono lunghi tratti sotterranei, riemergono, si biforcano. Monconi, frammenti, trame si accavallano e si separano di nuovo: tante storie che sono una sola. E come il delta di un fiume cambia aspetto a seconda delle stagioni e delle nebbie, così – a causa dell’alternanza di demenza senile e sprazzi di lucidità – si ebbero negli ultimi anni di vita della nonna, due versioni differenti della vicenda.

Secondo una lettura più rispettosa del buon nome della famiglia, la cosa morì lì, limitandosi le autorità a una mera azione dimostrativa contro il marito di Regina, al fine di render chiara la necessità di tenere a freno l’irruenta consorte ed evitare altre alzate d’ingegno. Il nonno in pratica se la cavò con una notte in guardina. Il comandante della Tenenza in persona si spese presso il Commissario del Fascio per garantire la sostanziale innocuità dell’impiegato comunale, incensurato e senza amicizie sovversive conosciute, scongiurando così che fosse messo formalmente messo agli arresti o, peggio, informalmente interrogato negli scantinati.

Ciò non arginò tuttavia i contraccolpi sul lavoro. L’indulgente benevolenza fino ad allora espressa nei suoi confronti dovette di colpo apparire ai suoi solerti superiori una debolezza decadente, poco conforme allo spirito pugnace dell’Impero. Il nonno venne demansionato e destinato alle Ispezioni del Dazio. In pratica andava su e giù, tutti i giorni, estate e inverno, dalle banchine del porto ai frigo-macelli per controllare eventuali frodi alimentari. L’escursione termica divenne una compagna di vita. Si prese una filza di polmoniti una più cattiva dell’altra e, afflitto da cardiopatia congenita, di lì a pochi anni ne andò ancor giovane, lasciando mia nonna in preda a sentimenti ambivalenti: temeva che avrebbe pianto il suo stipendio più a lungo di quanto avrebbe rimpianto lui. E così fu.

Stando ad alcune letture maliziose, tuttavia, quella ricomposizione indolore fu solo la parte affiorante del relitto, ciò che si poté vedere dalla riva. I tesori di verità, i segreti, continuarono a giacere sul fondo, e il loro restarsene nascosti protesse il buon nome di una vedova senza mezzi, una madre sola, bisognosa della sua reputazione come di un lasciapassare. Un salvacondotto che le consentì di ottenere credito nei negozi e dilazioni nelle banche, e permise a lei e ai tre orfani di condurre con dignità una vita povera ma non disperata, a testa alta, circondati dal rispetto e dalla considerazione della loro piccola comunità.

Come erano nate, le voci di un seguito diverso dell’episodio della lettera si spensero e vennero sfumate alcune evidenze, come il fatto che l’esproprio del palazzetto del fu Vincenzo non avvenne mai e che l’intera controversia ereditaria cessò di colpo: i creditori ritirarono misteriosamente tutte le richieste avanzate, rinunciando a ogni pretesa. I miei prozii, cioè i fratelli di Regina, e la matrigna vissero là a lungo, indisturbati, fino alla morte. Tutti stranamente abbottonati sulla curiosa piega che aveva preso la faccenda.

Mia nonna, che si era sempre attenuta alla versione ufficiale della storia, superati i novanta prese a ripetere sempre gli stessi aneddoti, arricchendoli ogni volta di nuovi particolari. L’episodio della lettera al Duce era la sua piece de resistence, e non si stancava mai di aggiungere dettagli che spesso si rivelavano bizzarri o incongruenti. Una sera, mentre guardavamo alla tv un documentario sulla figura di Margherita Sarfatti, l’amante ebrea del Duce, mia nonna si lasciò sfuggire una frase, rimbeccando lo speaker che dipingeva la donna come una raffinata intellettuale, elegante e aristocratica.

«Raffinata un corno: si mangiava le unghie!»

Ricordo bene l’incalzante interrogatorio a cui la sottoposi. Come poteva mia nonna essere a conoscenza di qualcosa di tanto intimo, sapere che la Sarfatti si mangiava le unghie?
Lei si nascose dietro le solite comode paratie dei vecchi, quel fingersi svaniti solo quando conviene, ma io le stetti dietro finché non mi fu elargito un osso, la mezza verità su cui troppo spesso ci avventiamo, l’abile danza delle dita del mago che distrae il pubblico dal trucco che intanto sta avvenendo altrove, lontano dagli sguardi.

Così, a furia di pressarla, scoprii che in realtà il carabiniere quel giorno andò sì a casa sua con la famosa lettera, ma ci andò con un compito e un messaggio ben preciso. Sua Eccellenza il Cavaliere, colpito dal temperamento e dalla buona penna, voleva incontrarne l’autrice. Comprendendo la sua situazione, le sue esigenze di moglie e di madre, si rimetteva alla sua discrezione, e la pregava di voler fissare un incontro a palazzo Venezia, per discutere dell’incresciosa questione ereditaria a cui di certo avrebbero trovato una soluzione soddisfacente per tutti.

Forse fu quel soddisfacente per tutti a mandare mio nonno fuori di senno, completamente. Gli bastava davvero molto meno della visione di un donnaiolo impenitente che sfiorava con le labbra la mano di sua moglie, per vedere rosso come i tori. Se poi quel Casanova, incidentalmente, era anche un fascista, anzi “il” fascista, apriti cielo. La notte in guardina ci fu, dunque, per motivazioni non politiche, ma di mero buon senso: se non gli toglievano la moglie dalle mani, stavolta la ammazzava davvero. Preferirono portare mio nonno dentro a schiarirsi le idee, prima di vederlo rovinarsi la vita e non solo la sua.

In ogni caso, le botte che Regina prese furono sufficienti a toglierle ogni velleità: Roma e il Duce, fu perentorio mio nonno, li avrebbe visti solo nei cinegiornali dell’Istituto Luce. La questione era chiusa e non se ne doveva più fare menzione. Nonna si sottomise, altra scelta non aveva, le donne di un tempo ubbidivano ai mariti.

Stordita da quelle rivelazioni, che mi presentavano i nonni nell’inedita veste di gente che sa quando opporre un fermo no ai capricci dei potenti, rimossi l’ovvio: tutto questo non spiegava affatto la questione delle unghie della Contessa. Il prestigiatore aveva fatto la sua magia, e io mi ero distratta.     

Poco tempo dopo, a cento anni precisi, mia nonna morì e non pensai più a quella storia. Al suo funerale eravamo in pochi, essendo Regina sopravvissuta a chiunque avesse amato: marito, figli, fratelli. Solo Gioconda, la sorellastra di secondo letto, le era rimasta ma, essendo nota a tutti la ruggine che le separava, non ci stupimmo di non vederla né in chiesa né al cimitero.

Un paio di anni dopo, in occasione di una rimpatriata familiare, il pungolo tornò a farsi sentire. Avevo raggiunto ormai l’età in cui si è avidi di passato, le storie che ci accompagnano lungo le generazioni sono preziose e si prende atto che chi potrebbe illuminarci su volti e voci ci ha già lasciato. Sappiamo finalmente le domande, ma non c’è più nessuno a rispondere, né a rimproverarci la stoltezza giovane dei tempi andati, quando in parecchi avrebbero voluto regalarci i loro ricordi, ma noi non interessavano: quando preferivamo vivere il presente e immaginare il futuro e, nel farlo, accumulare memorie nostre.

In quella circostanza cercai di indagare le ragioni dell’animosità radicata e pervicace che intercorreva tra Regina e Gioconda. Ero curiosa di sapere cosa poteva aver generato un risentimento tanto acceso da tenere separate due vecchie longeve e solitarie, che avevano così poco da guadagnare nel detestarsi, e così tanto da guadagnare nel perdonarsi, potendo ormai reciprocamente contare solo su loro stesse per tener viva la memoria di ciò che era stato.

A fatica, facendomi strada tra le lacune di una mente affaticata dal tempo e irrigidita dal rancore, scoprii che quel che la sorellastra Gioconda rimproverava a mia nonna era di non essere accorsa, ormai quasi ottant’anni prima, al capezzale del fratellino Enrico, ghermito dal morbo fatale della difterite. Il piccolo agonizzava, era ormai dato per spacciato tanto che già vi era stata la visita del prete e l’unzione con il viatico. Poco conta che il piccolo, di ragguardevole tempra, alla fine si fece beffe dell’uno e dell’altro e non morì affatto, anzi crebbe bello, sano e anche un po’ mascalzone. Fece in tempo a mettere nei pasticci una fantesca e a scappare in Venezuela promettendo mari e monti. E forse avrebbe anche mantenuto se, dopo un discreto avvio nel settore petroli, non fosse finito sotto un camion che trasportava polli. Questa lunga parentesi di vita tuttavia non fu considerata un’attenuante, le ferree leggi del sud non tollerano certe offese: dai moribondi si va, è un imperativo, e pazienza se poi non muoiono più o lo fanno con deplorevole ritardo.

L’affronto fu attribuito da tutti all’uggia (vera) di mia nonna per la matrigna, insofferenza che doveva per forza tradursi in invidia (falsa) per i due fratelli di secondo letto. La cosa poteva avere un senso solo per chi non la conosceva bene. Mia nonna parlava sempre dei suoi fratellastri con tenerezza, e sapevo che nel frangente che li aveva visti prematuramente orfani e senza mezzi si era preoccupata delle loro sorti non meno che di quelle dei suoi fratelli germani.

C’era dunque qualcosa che non tornava. Regina non sarebbe mai mancata al capezzale di un fratellino morente nemmeno per obbedire a un marito dispotico.

A meno che…     

Con qualche difficoltà riuscii a risalire all’anno degli eventi: 1935, meno di un anno dalla morte del bisnonno Enzo.

Frugai nei bauli che avevo conservato e scovai un paio di telegrammi dai toni mesti: poche righe contratte in cui mia nonna comunicava a suo marito la situazione del fratello, stazionaria ma di ormai certo esito. E un altro in cui accennava alle veglie di preghiera, alle offerte alla Madonna, invocata incessantemente per la salvezza di quell’ anima innocente. Erano le uniche tracce, i soli documenti che testimoniassero un’assenza da casa, per tutto il periodo prebellico.

C’era poco posto per le ipotesi: mia nonna aveva voluto condividere con suo marito quelle succinte cronache per evocare il clima sofferto della casa paterna. La descriveva immersa nell’incombente tragedia, soffocata dalla cappa di lutto imminente, un ristagno di dolore in cui risuonavano solo i singhiozzi, lo sgranare ovattato dei rosari, il sussurro degli avemariagratiaplena.

Tutto tornava, tranne per un particolare: mia nonna in quella casa non c’era mai arrivata.

Prova ne sia che l’ossuta Gioconda l’aveva odiata tutta la vita e proprio per non essersi palesata in quel momento di dolore. L’assenza fu confermata da altre testimonianze. Dunque mia nonna aveva mentito e l’aveva fatto in grande stile, con tanto di fabbricazione di prove false. Cosa poteva averla indotta? La ragione mi suggeriva una cosa sola, ossia che lei a Roma da Mussolini c’era poi andata davvero, usando come scusa l’unico possibile argomento che si potesse opporre a un marito intrattabile, ossia l’imminente dipartita del piccolo Enrico.

Una mattina del 1935, Regina aveva preso il treno ma, invece di scendere alla stazioncina del paese sulle falde dei monti, dominato dall’austero convento benedettino dove c’era la fila per deporre ai piedi dell’Immacolata un ex voto per l’anima di suo fratello, si diede un pizzico sul cuore e tirò dritto. Chissà se fu un impulso o se lo premeditò.


Monica Mariani è una sceneggiatrice e autrice televisiva. Vive e lavora a Verona.