Ultimi Articoli

Bullezzumme – Prima e dopo l’editing

A seguito della nostra call per Apnea scuola di lettura e editing abbiamo ricevuto circa 60 romanzi. La redazione narrativa e Francesca de Lena li hanno letti e hanno scelto quello su cui lavorare per l’editing gratuito. Dopodiché hanno selezionato altri 5 romanzi, i cui primi capitoli pubblichiamo ora sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva


Questo è il secondo e lo ha scritto Francesco Cozzolino. L’autore ha presentato un romanzo maturo, molto lavorato dal punto di vista della parola. Lo scopo generale dell’editing per questo primo capitolo è stato quello di alleggerire alcuni passaggi e dosare, bilanciare l’utilizzo di termini arcaici o dialettali in modo che fossero al servizio della voce autoriale e non la soffocassero o la appesantissero.


La storia: la Città Vecchia è minacciata da una tempesta: Barbabuc si preannuncia disastrosa. La bananiera Sabrina dai Caraibi fa rotta verso il Vecchio Mondo. Sul ponte c’è il Capitano, che guida gli uomini con pugno di ferro; nella stiva, invece, un carico misterioso, che ogni notte tormenta l’equipaggio con bisbigli e sussurri: sono uomini la cui isola d’origine è sprofondata nell’Oceano. Quando il disastro sembra inevitabile, la tempesta inspiegabilmente vira. La città è salva, tuttavia Barbabuc si lancia in mare aperto e costringe la Sabrina a deviare la propria rotta e a puntare proprio verso la Città Vecchia, il primo porto sicuro. Un’altra sfida, ben più difficile, si presenta per la comunità della città: accogliere i superstiti.


Bullezzumme, 1° capitolo (originale con note di editing in chiaro)

di Francesco Cozzolino

Quando s’ha a che fare col mare poco è certo e nulla è scontato. La Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie era schierata sulla banchina. Un sole amariglio bruciava in fondo alle onde. L’orizzonte era sgombro, ma tutti sapevano che presto o tardi qualcosa sarebbe apparitoapparso.

A molte leghe di distanza, infatti, in un altrove ancora da chiarire, la chiglia della Sabrina era già in acqua. Avantitutta, le diciottomila tonnellate della bananiera solcavano i flutti con esasperante lentezza.

Azzimato e baffuto, il Capitano ciondolava sul ponte, indeciso se continuare col gin o inaugurare quella fumata che l’aveva blanditosolleticato per tutta la mattina.

Molto più sotto, l’equipaggio stava in ozio, appancacciato su sedili di fortuna nella panciatrippa d’acciaio della nave. Intorno, un mare noievolenoioso si stirava per nessuno sa quante leghe.

La calmeriacalma che lo circondava non era di suo gradimento, era un uomo di manovre, il Capitano. S’accese la paglia e sbuffò un fumo bianchissimo. Nessun vento lo raccolse e le volute rimasero a cincischiargli intorno al viso.

Tanto razionale quanto fumino, ogni volta che abbandonava la logica, il Capitano ci vedeva giusto. E risolveva grattacapi ed enigmi. Tranne quello del suo passato: laggiù c’era un guazzabuglio che nessuna libecciata avrebbe sbrogliato.

Isole perdute, notti senza tempo, forse una donna amata. Ad ogni buon conto, da quand’era Capitano mai e poi mai un naufragio.

Diradata la nebbia, si specchiò nella volta ialina. Era un cielo truffatore di cui non ci si poteva fidare. Il Capitano lo sapeva bene, ne aveva veduti di cieli così. Li aveva attraversati tutti per trovarci sempre lo stesso umore maccaioso e foriero di tempesta.

Poco prima aveva usato la bussola, la rotta era precisa e la Sabrina la rincorreva seguiva mansueta. Non c’era molto altro da fare, oziare vigili e ascoltare i pesci alati.

Avevano scapolato la punta dell’Isabela, passato il Canal e si erano lasciati alle spalle la Baia Limón. Per non insanire uscire di senno, la calmeria andava sfruttata. Sapendolo bene, il Capitano chiamò il Secondo, un pastracchione di quasi due metri, e tramarono la faccenda architettarono il furto.

Il Secondo scese abbasso, una volta in cambusa s’appiattì al muro e infilò la mano nel sacco del caffè. Una staffilata di mestolo lo fece ritrarre.
“È per il Capitano.”
Il Cuoco lo guardò dal basso all’alto con l’arma puntata L’ometto intinse il ramaiolo nei chicchi e rovesciò nella mano del Secondo una mestolata di pura arabica. Poi sibilò: “Non ti voglio più rivedere fino a cena.”
Il Secondo stronfiò e acciuffò il macinino.

Una volta sul ponte, principiò a girare l’arnese. Quando l’effluvio giunse alle froge narici del Capitano, il suo corpo ebbe un sussulto amoroso. Rammemorò il tango, i tramonti della pampa e il madore appiccicoso di Cuba. Tornò con la mente ai carillon, ai mosconi e agli organetti, alla colorata galera di Valparaíso.
Il caffè era godevole piacevole come un giorno di sbarco. Seduti a prua, i piedi sul cabestano, il Capitano e il suo Secondo sorbirono la bibita nella calma di vento, sotto una volta trapunta di nuvoli.
Fu allora che, in fondo al loro sguardo, sul filo sottile tra cielo e onde, apparve una Fatamorgana.
Ellissi e sferoidi danzavano all’orizzonte, erano donne lucenti e mostri marini. Erano dèi schernitori a caporiverso sulle acque.
Il Secondo si sentì atterrito e fece per indietreggiare. Il miraggio non turbò invece gli occhi del Capitano che ben conoscevano le stelle e le praterie azzurre.

Il suo petto non temeva lusinghe e per un visibilio di notti s’era gcullato in compagnia di simili chimere. Soltanto, gli strinse il cuore e glielo riempì d’un amorgrande.
L’oceano va ascoltato col cuore incline alla metafora. Per il Capitano il mare era tutto, forse perché era l’unico luogo grande abbastanza da contenere i suoi ingombranti ricordi, o probabilmente perché era il suo unico talento.
Ci sono innumerabili maniere per raccontare una storia di mare, ma una faccenda non deve mai mancare: le bugie.
Aveva barato col destino, s’era fatto infinocchiare dal mare che gli aveva preso l’anima. Forse per tutti i marinai va così, pensava. Nondimeno lui era contento.
In mare poteva fare ciò che in terra non gli era riuscito: far giustizia. Essere retto e forse, di tanto in tanto, persino felice.
Successe in quel momento: un colpo di dritta e il caffè spagliò traboccò dalla tazza. Il Capitano sentì alzarsi un vento di traverso.
Si drizzarono entrambi per controllare: il mare pareva immoto, un visibilio di nuvoli di cotone pascolava davanti a loro. Un’altra ventata colpì il Secondo che s’aggrappò a un tientibene, poi più nulla.
Secondo i calcoli del Capitano, quella sera si sarebbero lasciati a destra La Tortuga. Poi la notte sarebbe arrivata, e con lei l’Oceano. Più niente si sarebbe visto per molte leghe. Decisero che l’incidente fosse uno scherzo del mare e s’assopirono.
Dieci metri sotto i loro piedi si raccontava un’altra storia. Nel ventre acciaioso, a fianco dei quattro motori maleodoranti, c’erano loro: novantanove teste che ciondolavano. Stavano raggomitolati sugli strapuntini, le iridi di vetro scuro e le pance vuote.

A tremila leghe dalla bananiera, la situazione era di tutt’altra pasta. Bartolomeo Malaccorto calò per il vicolo con gli occhi puntati al mare. Il mare non c’era, ma tutti lo potevano intuire.
Ai piedi dei palazzi i tombini stornellavano e dall’alto di piazza Fontane Marose la sua testa chiomeggiava tra i passanti. Era già tarda mattina, ma la Città Vecchia pareva impigliata in un infinito risveglio.
Affacciata alla finestra, una strega armata di battipanni scudisciava un guanciale. Due gelosie più sotto, tre ragazzini caricavano le cerbottane, un uomo dormigliava sul gradone della chies e una conventicola di donne sbuccinava cicalava sull’imminente tempesta.

Sbuccinare significa spettegolare. Si può spettegolare di una tempesta imminente? No, quindi abbiamo lavorato su un verbo che seppur “desueto” mantenesse un significato più centrato.

“Sei ancora vivo.”
Simona lo squadrò a caporiverso, appesa coi piedi a un tiglio ramacciuto.
“Ho trovato un nido di grifoni al Mandraccio.”
“Non ci sono grifoni lì.”
“Ti dico che sono grifoni.”

Scese con un balzo e lo guardò in tralice. Aveva gli occhi calamarati, chissà cos’aveva combinato quella malanotte.
Scarpe inzaccherate e camiciona macchiosa, ripeté: “Sei ancora vivo.”
“Sono ancora vivo.”
“Quando muori?”
“Non è chiaro, ma t’avviserò.”
Simona aveva sei dieci anni ed era la regina del quartiere, una regina astuta e brindellona.

Simona, per linguaggio ed esperienze raccontate dopo, non può avere sei anni. Abbiamo suggerito all’autore di darle un’età diversa, coerente con modo in cui parla e ciò di cui racconta.

Conosceva come pochi i luoghi più rabbrividevoli dalla Città Vecchia e se la spassava a dar nomi alle cose e metter paura a tutti.
Di tanto in tanto Bartolomeo si concedeva lunghe passeggiate con lei: partivano dalla Porta di Sant’Andrea, inespugnata per mille anni, e sgambavano tra bassorilievi di guerrieri e santi specialisti in draghi. Passavano i castelli d’acqua e i bronzini, i ninfei diabolici tempestati di conchiglie, giravano tra i mascheroni delle fontane, ribattezzate da Simona le facce che buttano acqua, i trogoli e i barchili che tanto piacevano a Bartolomeo.

Era lungo quei vicoli, secondo la regina, che in certe precise notti, malombre e violinisti diabolici si riversavano annoiati a far baldoria.
C’erano i galeotti della Torre Grimaldina, i frati del Convento Scomparso, a volte si vedeva anche lo spettro di vico dei librai.
“Attraversano i portoni chiusi, o scendono cavalcioni alle grondaie.”
“Dici?”
“Certi piombano giù dalle gargolle.”
“E poi?”
“Fanno incantesimi, sono le luci dei vicoli che li attirano.”
“E che fanno?”
“Come, che fanno, testa di caffè, folleggiano.”
“E tu che ne sai?”
“Io sto con loro.”
Bartolomeo era tutto fuorché sicuro di quelle storie, ma Simona era molto seria a riguardo.
“Poi ci sono le Pietre Parlanti.”
“E dove sono?”
“Stanno un po’ ovunque.” Urlò mentre stava già filando via.

La ragazzetta lo riforniva di leggende della Città Vecchia, gli parlava dei templi sotterranei e dei boschi sacri oltre la Porta d’Occidente, si dilungava sui campanili invisibili dei vicoli e le ostie rubate alla Santa Maria delle Vigne e usate per fatture e sortilegi.
Era un mondo spaventevole che poco si conciliava con le sue idee raziocinanti: Bartolomeo Malaccorto era scienziato.
Le sue innumerabili imprese erano documentate in un faldone aperto sul tavolo del tinello.
Orfano di padre e madre, viveva nel lascito di zia Esmeralda: una soffitta in piazza del Serriglio nella quale aveva ricavato studio e dimora.
Le origini delle sue fatiche stavano nell’infanzia. A cinque anni inventò una teleferica per trasportare i giochi dalla cameretta dell’orfanotrofio al giardino.
A sette costruì una sveglia ad acqua e a dodici anni planò dalla torre degli Embriaci fino al Mandraccio con due ali congegnate con le pagine della Gazzetta del Sestiere.

Il pamphlet era anche l’unico mezzo d’informazione che dava eco alle sue peripezie.
Il suo disegno più ardimentoso, tuttavia, gli s’instillò nella zucca molti anni dopo, quando concepì il suo proponimento: conoscere la morte. E per farlo, doveva prima morire.
Ci aveva provato innumerabili volte, se alcuni erano stati miserevoli fallimenti, in un paio d’occasioni quasi gli riuscì. Purchessia, quell’attività lo teneva impegnato giorno e notte.
Non aveva altre passioni, non amava le persone, era indifferente al denaro, alla carne e alle verdure. Adorava il pesce e, a parte il suo consueto Asinello, raramente beveva.
Diffidava delle cornacchie, dei motori a scoppio e delle donne, eccezion fatta per Tilde.
Non si può dire che fosse socievole, era spesso pensieroso, chiuso nella sua zucca a fantasticare. Parlava con poche anime, non gli piaceva passar troppo tempo con la gente, che poi quelli gli chiedevano di dire e volevano sapere, e lui poco sapeva e poco aveva da dire. O meglio, non che non sapesse, ma non sapeva come dirlo. Insomma, s’ingarbugliava con le parole.
Non per questo si può dire che fosse arido. Gli piacevano l’elettricità e l’acqua, sia quella salata sia quella dolce.
Ammirava i gabbiani e aveva un debole per le fontane, specialmente quelle più intricate, più zampilli avevano e più gl’interessava guardarle. Ben tollerava anche i gatti, che parevano avere la sua stessa visione del mondo.
Spesso, nell’aria serotina, sedeva sull’angusto terrazzo a fantasticare. Sotto di lui, una distesa di panni stesi ad asciugare come paesi lontani. Per i vicoli brulicavano gabbamondo, ciurmatori e cameriere con le sporte del mercato che dondolavano come barchi.
Accendeva le due lucerne a olio e sognava di conquistare i propri sogni. Le onde che arrivavano smorzate gli ricordavano quanto illusorio fosse il suo proponimento, nondimeno in fondo al cuore, ch’era rimasto quello di un bambino d’orfanotrofio, serbava la fioca speranza di riuscire. A patto però di non cedere a distrazioni, di terra, di mare o dell’anima.


Bullezzumme,  capitolo (versione definitiva)

di Francesco Cozzolino

Quando s’ha a che fare col mare poco è certo e nulla è scontato. La Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie era schierata sulla banchina. Un sole amariglio bruciava in fondo alle onde. L’orizzonte era sgombro, ma tutti sapevano che presto o tardi qualcosa sarebbe apparso.

A molte leghe di distanza, infatti, in un altrove ancora da chiarire, la chiglia della Sabrina era già in acqua. Avantitutta, le diciottomila tonnellate della bananiera solcavano i flutti con esasperante lentezza.

Azzimato e baffuto, il Capitano ciondolava sul ponte, indeciso se continuare col gin o inaugurare quella fumata che l’aveva solleticato per tutta la mattina.

Molto più sotto, l’equipaggio stava in ozio, appancacciato su sedili di fortuna nella trippa d’acciaio della nave. Intorno, un mare noioso si stirava per nessuno sa quante leghe.

La calma che lo circondava non era di suo gradimento, era un uomo di manovre, il Capitano. S’accese la paglia e sbuffò un fumo bianchissimo. Nessun vento lo raccolse e le volute rimasero a cincischiargli intorno al viso.

Poco prima aveva usato la bussola, la rotta era precisa e la Sabrina la seguiva mansueta. Non c’era molto altro da fare, oziare vigili e ascoltare i pesci alati.

Avevano scapolato la punta dell’Isabela, passato il Canal e si erano lasciati alle spalle la Baia Limón. Per non uscire di senno, la calmeria andava sfruttata. Sapendolo bene, il Capitano chiamò il Secondo, un pastracchione di quasi due metri e architettarono il furto.

Il Secondo scese abbasso, una volta in cambusa s’appiattì al muro e infilò la mano nel sacco del caffè. Una staffilata di mestolo lo fece ritrarre.

“È per il Capitano.”

Il Cuoco lo guardò dal basso all’alto con l’arma puntata L’ometto intinse il ramaiolo nei chicchi e rovesciò nella mano del Secondo una mestolata di pura arabica. Poi sibilò: “Non ti voglio più rivedere fino a cena.”

Il Secondo stronfiò e acciuffò il macinino.

Una volta sul ponte, principiò a girare l’arnese. Quando l’effluvio giunse alle narici del Capitano, il suo corpo ebbe un sussulto amoroso. Rammemorò il tango, i tramonti della pampa e il madore appiccicoso di Cuba. Tornò con la mente ai carillon, ai mosconi e agli organetti, alla colorata galera di Valparaíso.

Il caffè era piacevole come un giorno di sbarco. Seduti a prua, i piedi sul cabestano, il Capitano e il suo Secondo sorbirono la bibita nella calma di vento, sotto una volta trapunta di nuvoli.

Fu allora che, in fondo al loro sguardo, sul filo sottile tra cielo e onde, apparve una Fatamorgana.

Ellissi e sferoidi danzavano all’orizzonte, erano donne lucenti e mostri marini. Erano dèi schernitori a caporiverso sulle acque.

Il Secondo si sentì atterrito e fece per indietreggiare. Il miraggio non turbò invece gli occhi del Capitano che ben conoscevano le stelle e le praterie azzurre.

Il suo petto non temeva lusinghe e s’era già cullato in compagnia di simili chimere.

Per il Capitano il mare era tutto, forse perché era l’unico luogo grande abbastanza da contenere i suoi ingombranti ricordi, o probabilmente perché era il suo unico talento.

In mare poteva fare ciò che in terra non gli era riuscito: far giustizia. Essere retto e forse, di tanto in tanto, persino felice.

Successe in quel momento: un colpo di dritta e il caffè traboccò dalla tazza. Il Capitano sentì alzarsi un vento di traverso.

Si drizzarono entrambi per controllare: il mare pareva immoto, un visibilio di nuvoli di cotone pascolava davanti a loro. Un’altra ventata colpì il Secondo che s’aggrappò a un tientibene, poi più nulla.

Secondo i calcoli del Capitano, quella sera si sarebbero lasciati a destra La Tortuga. Poi la notte sarebbe arrivata, e con lei l’Oceano. Più niente si sarebbe visto per molte leghe. Decisero che l’incidente fosse uno scherzo del mare e s’assopirono.

Dieci metri sotto i loro piedi si raccontava un’altra storia. Nel ventre acciaioso, a fianco dei quattro motori maleodoranti, c’erano loro: novantanove teste che ciondolavano. Stavano raggomitolati sugli strapuntini, le iridi di vetro scuro e le pance vuote.

A tremila leghe dalla bananiera, la situazione era di tutt’altra pasta. Bartolomeo Malaccorto calò per il vicolo con gli occhi puntati al mare.

Ai piedi dei palazzi i tombini stornellavano e dall’alto di piazza Fontane Marose la sua testa chiomeggiava tra i passanti. Era già tarda mattina, ma la Città Vecchia pareva impigliata in un infinito risveglio.

Affacciata alla finestra, una strega armata di battipanni scudisciava un guanciale. Due gelosie più sotto, tre ragazzini caricavano le cerbottane, un uomo dormiva sul gradone della chiesa e una conventicola di donne cicalava sull’imminente tempesta.

“Sei ancora vivo.”

Simona lo squadrò a caporiverso, appesa coi piedi a un tiglio ramacciuto.

Scese con un balzo e lo guardò in tralice.

Scarpe inzaccherate e camiciona macchiosa, ripeté: “Sei ancora vivo.”

“Sono ancora vivo.”

“Quando muori?”

“Non è chiaro, ma t’avviserò.”

Simona aveva dieci anni ed era la regina del quartiere, una regina astuta e brindellona.

Conosceva come pochi i luoghi più rabbrividevoli dalla Città Vecchia e se la spassava a dar nomi alle cose e metter paura a tutti.

Di tanto in tanto Bartolomeo si concedeva lunghe passeggiate con lei: partivano dalla Porta di Sant’Andrea, inespugnata per mille anni, e sgambavano tra bassorilievi di guerrieri e santi specialisti in draghi. Passavano i castelli d’acqua e i bronzini, i ninfei diabolici tempestati di conchiglie, giravano tra i mascheroni delle fontane, ribattezzate da Simona le facce che buttano acqua, i trogoli e i barchili che tanto piacevano a Bartolomeo.

Era lungo quei vicoli, secondo la regina, che in certe precise notti, malombre e violinisti diabolici si riversavano annoiati a far baldoria.

C’erano i galeotti della Torre Grimaldina, i frati del Convento Scomparso, a volte si vedeva anche lo spettro di vico dei librai.

“Attraversano i portoni chiusi, o scendono cavalcioni alle grondaie.”

“Dici?”

“Certi piombano giù dalle gargolle.”

“E poi?”

“Fanno incantesimi, sono le luci dei vicoli che li attirano.”

“E che fanno?”

“Come che fanno, testa di caffè? Folleggiano.”

“E tu che ne sai?”

“Io sto con loro.”

Bartolomeo era tutto fuorché sicuro di quelle storie, ma Simona era molto seria a riguardo.

La ragazzetta lo riforniva di leggende della Città Vecchia, gli parlava dei templi sotterranei e dei boschi sacri oltre la Porta d’Occidente.

Era un mondo spaventevole che poco si conciliava con le sue idee raziocinanti: Bartolomeo Malaccorto era scienziato.

Orfano di padre e madre, viveva nel lascito di zia Esmeralda: una soffitta in piazza del Serriglio nella quale aveva ricavato studio e dimora.

Le origini delle sue fatiche stavano nell’infanzia. A cinque anni inventò una teleferica per trasportare i giochi dalla cameretta dell’orfanotrofio al giardino.

A sette costruì una sveglia ad acqua e a dodici anni planò dalla torre degli Embriaci fino al Mandraccio con due ali congegnate con le pagine della Gazzetta del Sestiere. Il suo disegno più ardimentoso, tuttavia, gli s’instillò nella zucca molti anni dopo, quando concepì il suo proponimento: conoscere la morte. E per farlo, doveva prima morire.

Ci aveva provato innumerabili volte, se alcuni erano stati miserevoli fallimenti, in un paio d’occasioni quasi gli riuscì. Purchessia, quell’attività lo teneva impegnato giorno e notte.

Non aveva altre passioni, non amava le persone, era indifferente al denaro, alla carne e alle verdure. Adorava il pesce e, a parte il suo consueto Asinello, raramente beveva.

Diffidava delle cornacchie, dei motori a scoppio e delle donne, eccezion fatta per Tilde.

Non si può dire che fosse socievole, era spesso pensieroso, chiuso nella sua zucca a fantasticare. Parlava con poche anime, non gli piaceva passar troppo tempo con la gente, che poi quelli gli chiedevano di dire e volevano sapere, e lui poco sapeva e poco aveva da dire. O meglio, non che non sapesse, ma non sapeva come dirlo. Insomma, s’ingarbugliava con le parole.

Non per questo si può dire che fosse arido. Gli piacevano l’elettricità e l’acqua, sia quella salata sia quella dolce.

Ammirava i gabbiani e aveva un debole per le fontane, specialmente quelle più intricate, più zampilli avevano e più gl’interessava guardarle. Ben tollerava anche i gatti, che parevano avere la sua stessa visione del mondo.

Spesso, nell’aria serotina, sedeva sull’angusto terrazzo a fantasticare. Sotto di lui, una distesa di panni stesi ad asciugare come paesi lontani. Per i vicoli brulicavano gabbamondo, ciurmatori e cameriere con le sporte del mercato che dondolavano come barchi.

Accendeva le due lucerne a olio e sognava di conquistare i propri sogni. Le onde che arrivavano smorzate gli ricordavano quanto illusorio fosse il suo proponimento, nondimeno in fondo al cuore, ch’era rimasto quello di un bambino d’orfanotrofio, serbava la fioca speranza di riuscire. A patto però di non cedere a distrazioni, di terra, di mare o dell’anima.


Francesco Cozzolino è originario di Genova ma vive a Torino. Ha pubblicato il romanzo Il Blues della Maddalena (Golem 2019) e una serie di racconti inseriti in varie antologie.

Scrivo perché intanto fuori è l’alba

di Nicoletta Verna

Scrivo in primo luogo perché mi consente di tergiversare quando non so bene cosa dire.

(Fra me e mio fratello ci sono 15 anni, e quando io ero una bambina e lui un ragazzino non è che avevamo molto da dirci – lui poi aveva interessi stravaganti tipo la sua Citroën Diane, la Jolly-Colombani Basket e una ragazza carina e minuta, mora, che ogni tanto invitava a casa. 

Casa nostra era piccola, io e lui dormivamo nella stessa stanza e un pomeriggio c’era da noi questa ragazza, e io gli stavo fra i piedi.

“Perché [ehm] non esci un po’ a giocare?”

“Perché a giocare da sola mi annoio.”

Stavo seduta sul suo letto dondolando i piedi. Ero una bambina egocentrica, come tutti i bambini, e piuttosto invadente. La ragazza ci guardava scocciatissima.
“Ok. Perché non vai a leggere qualcosa?”

“Perché non so fare. Ho quattro anni.”
Prese il primo libro che trovò sulla scrivania, un manuale di elettrotecnica, e me lo aprì di fronte.

“Seguimi. Questa è la A, poi c’è la B, la C… Si chiama alfabeto. Ci sei?”

La ragazza sbuffò.

“Devi metterle insieme.”

“Come?”

“Le lettere si uniscono e formano le parole. È un concetto davvero molto semplice.”

Pigliò un foglio e fece quattro lettere. 

“Così poi si impara a scrivere. Vedi? Questa è una parola.”

“Cosa c’è scritto?”

“C’è scritto C-I-A-O. Vai.”

Mi spinse fuori dalla stanza e chiuse la porta. Li sentii parlottare fra loro, ridere, e mi assalì una certezza: là dentro stava succedendo qualcosa di eccezionale e io non ne facevo parte. Ogni bambino ricorda l’istante in cui la sua convinzione di essere al centro dell’universo si spezza. Per me fu quello, e mi prese una tristezza ignota, quasi un piccolo senso di panico. Allora guardai il manuale di elettrotecnica, e lo aprii).

Scrivo per molti diversi motivi: per piacere (sostantivo ma anche verbo), per necessità, per divertimento, per esprimere una mia idea del mondo o più spesso per mistificarla; scrivo per presunzione o per inadeguatezza, per dire qualcosa che a voce sfuggirebbe o sarebbe diverso (a volte più chiaro, altre più recondito). Scrivo per non sentirmi sola (mentre scrivo mi sento spesso stanca, frustrata, stizzita, completamente incapace eccetera, ma sola mai: sono in compagnia di me stessa, la me stessa che di solito ha altro da fare). Scrivo per poter dire “Che fatica, che tempo perso, che idiozia scrivere”. Per tradire e per nutrire i fatti, trasformandoli in storie. La roba più antica ed eccitante del mondo.

Sono tutte motivazioni vere (lo sono state in qualche momento della mia vita), ma la causa più profonda e radicale per cui scrivo, quella che sta alla base di tutto, credo alla fine sia un’altra, e devo di nuovo tergiversare.

(C’è una persona molto importante che sta male. Ha avuto un incidente grave e devo passare la notte con lei in ospedale e sono terrorizzata, penso che non ce la farò. Che questo pertiene alla gamma di questioni impossibili da sopportare: e invece devo sopportarla. Potrei bere o drogarmi, mi dico, ma l’effetto finirebbe quasi subito e poi avrei i postumi, invece qui devo essere lucida, lucida per quando serve ma anche assente, per sopravvivere. Potrei pensare ad altro, ma a me non riesce mai di pensare ad altro. Il pensiero è fluido, ondivago, torna subito dove non deve. Allora potrei scrivere. La scrittura è precisa e pretenziosa, totalizzante, semplice a suo modo. Pretende tutto di me, e il più delle volte lo ottiene. 

Accendo il computer e la storia da stendere arriva subito: c’è una valletta che si lascia cadere la spallina del vestito e mostra il seno per sollevare lo share del programma-spazzatura dove sta lavorando. Lo fa con vergogna, con disgusto verso sé stessa; lo fa perché non si ama e non si ama perché sa di essere invisibile agli occhi di sua madre. Sorride in questa sua vacua messa in scena, mentre offre il seno a milioni di sconosciuti, e c’è dentro tutta la desolazione e rassegnazione di certi tipi di dolore, i più opachi e irrimediabili (“irrimediabile” è la parola che continua a vorticarmi in testa e che continuo a scrivere, a ripetere, a rendere con sinonimi). Scrivo, e mentre scrivo so che nella vita di questa valletta non c’è niente, niente della mia, eppure c’è tutto di me. L’idea che per certe ferite non c’è semplicemente niente da fare. La certezza che si sopravvive solo per via di compromessi che un giorno ci sembreranno ridicoli. La certezza che si sopravvive, e vaffanculo. C’è tutto di me e non c’è niente, e intanto fuori è l’alba. La persona sul letto respira ancora, e io ho sopportato il terrore di quella notte).

Scrivo esattamente per questo. Per lo stesso motivo che capii subito, a quattro anni, mentre imparavo a leggere e scrivere da sola, sul manuale di elettrotecnica di mio fratello che se la spassava con la sua ragazza: per trovare riparo da qualunque forma di rifiuto, emarginazione, solitudine, paura, piccola noia quotidiana. Per dire “torno subito” – e però, strano, non è mai fuga: è sempre esserci, però esserci in un modo confortevole, egoistico e consolatorio. 

Scrivo insomma perché è un rifugio. E, lo so, un concetto molto ovvio che non meritava tutte queste digressioni, ma alla fine scrivo pure per questo: dipanare il nodo di storie che soggiacciono a qualunque nozione banale, e solo così coglierne l’unicità, il cuore, la ragione. 


Nicoletta Verna (1976) è romagnola ma vive a Firenze, dove si occupa di comunicazione e web marketing nel settore editoriale. È autrice di saggi e volumi su media e cultura di massa e ha insegnato teorie e tecniche della comunicazione presso diversi atenei e istituti italiani. Ha scritto racconti pubblicati sulle riviste letterarie Pastrengo, Carie letterarie, Narrandom, Risme. Il suo romanzo d’esordio,  Il valore affettivo (Einaudi, 2021), è stato protagonista di una edizione di Apnea, il nostro corso di editing, e ha poi ottenuto la Menzione Speciale della Giuria alla XXXIII edizione del Premio Italo Calvino.

Il misfatto – Prima e dopo l’editing

A seguito della nostra call per Apnea scuola di lettura e editing abbiamo ricevuto circa 60 romanzi. La redazione narrativa e Francesca de Lena li hanno letti e hanno scelto quello su cui lavorare per l’editing gratuito. Dopodiché hanno selezionato altri 5 romanzi, i cui primi capitoli pubblichiamo ora sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva.


Questo è il primo e lo ha scritto Elisabetta Foresti. L’autrice ha presentato un testo maturo e che ha richiesto un editing leggerissimo. Abbiamo lavorato per rendere più chiari un paio di periodi, alleggerire qualche immagine e rendere più fluido il ritmo di alcuni passaggi.


La storia: Marco è in carcere per aver assassinato suo padre. O così pare. Ma è davvero così? Per questo è in carcere? E chi è Marco?
Tagliente, doloroso, senza pietà. Un testo dove nulla è certo, tutti vengono messi di continuo in discussione e ognuno è alla ricerca di una speranza di perdono.


Il misfatto, 1° capitolo (originale con note di editing in chiaro)

di Elisabetta Foresti

Le otto di sera, undici novembre, sabato.

L’ho ucciso io.
È stato semplice legarlo, inebetito com’era, piegargli indietro la testa e infilargli in bocca la carta igienica. Lui all’inizio non si è accorto di nulla, poi ha iniziato a scalciare, a dimenarsi, gemeva e tossiva e ha perfino tentato di alzarsi dal cesso – per fortuna lo avevo legato stretto. E ho continuato a pressargli la carta nella gola e a tenere le dita strette sulle narici, finché ha dilatato gli occhi e non si è mosso più. Ho aspettato diversi minuti, per stare tranquillo, e quando ho capito che era morto l’ho slegato, ho afferrato il suo corpo che si curvava come fosse un fantoccio e l’ho adagiato sul pavimento. Dopo l’ho scavalcato – il gabinetto è piccolo, l’ho sempre detto che è piccolo quel gabinetto, e rosa, oltretutto, le mattonelle sono rosa, le maioliche rosa, dappertutto è rosa, come può un uomo, un costruttore, uno tutto d’un pezzo decidere di fare un gabinetto rosa? – mi sono lavato le mani, rinfrescato il viso e l’ho scavalcato di nuovo. Ma prima di uscire mi sono girato, lo avevo steso su un fianco con le ginocchia piegate e ho guardato la testa incastrata tra cesso e bidè, gli occhi gonfi e tutta quella carta in bocca. Poi me ne sono andato.

Non è questa la verità.
Ma che ne sa lei?
L’avvocato Rendini ha fatto tre passi in direzione dell’armadio e l’ultimo, più pesante, verso la sedia, il busto chinato come a volersi sedere ma subito ripensandoci, subito sollevando le spalle. Si è voltato, e atterrando lo sguardo su di me, ha fatto schioccare le labbra.
Raccontami di quella mattina.
Ancora? Gliel’ho detto. Mi aveva telefonato la governante, una di quelle parlo-solo-inglese, mi ha detto che da un po’ dormiva sempre, dormiva sul divano, dormiva al telefono, dormiva a tavola, perfino davanti al pianoforte dormiva. Sono andato a casa sua, la governante mi ha aperto e sono entrato, l’ho chiamato ma non ha risposto, salone e sala da pranzo erano vuoti, cucina vuota, studio vuoto, in camera da letto non c’era, mi sono affacciato nel gabinetto e lo trovo addormentato sul water; il resto lo sa.
Peccato che la governante non fosse lì, si è fatto un giro della scrivania, l’avvocato, e ha aggrottato la fronte. Perché insisti a mentire?
Sto in galera, a chi vuole che freghi se—
Importa a me.
Non mi metterà in bocca cose che si è inventato lei.
E Rendini, stringendo gli occhi, Forse ti senti in colpa?
Ma vada a farsi fottere.
L’avvocato ha sollevato le sopracciglia. Non fa altro che sollevare le sopracciglia, aggrottare la fronte e schioccare le labbra a ogni mia contestazione – sono mesi che ammuffisco in prigione e di interrogatori ne avrò subiti una trentina.
Per quale ragione lo hai ucciso?
Devo andare al cesso.
Dopo, – il triplo mento ha tremolato – andrai al gabinetto dopo, rispondi ora.
Non ho niente da dire.
C’è molto da dire, dovresti ripensare meglio a quel giorno.
Ci sono, ho detto battendomi il palmo sulla fronte, Vuole far esumare la salma, infilargli in corpo quella sostanza e costringermi a cambiare versione.

Qui abbiamo chiesto all’autrice di riformulare il periodo in maniera più chiara in riferimento alle benzodiazepine.


L’avvocato ha sorriso. Ho altri modi.
Ah davvero? Be’, se lo scordi anch’io ho i miei sistemi, e se non mi lascia in pace, le faccio arieggiare l’intestino a forza di forellini in pancia.

L’una e quaranta del pomeriggio, dodici novembre, domenica.


Seduto al tavolino ancorato al pavimento, guardo il mio riflesso sul piano di acciaio lucido: capelli mossi che tra un po’ arrivano alle spalle, naso schiacciato e un colorito, intuisco, bianco cadavere. Non è un granché per darvi le coordinate facciali di me stesso.
Gli zigomi non li vedo ma li immagino sporgenti e gli occhi sospetto siano un incrocio tra il marrone dei campi appena arati e il verde palude. D’altra parte non ho uno specchio, nella cella, e a furia di non vedermi, inizio ad avere dei dubbi sul mio aspetto.
Ma chi se ne infischia, anche.
Ho ventisette anni, di questo sono più che sicuro, diciotto spesi a ingannare me stesso e gli altri nove spesi a ingannare il prossimo, e mi detesto abbastanza, all’incirca quanto si detesterebbe uno che ha passato ventisette anni ingannando il prossimo e ingannando sé stesso. E sì, sono un inguaribile bugiardo. Per necessità, però. Quel tipo di esigenza che nasce dalle circostanze, più che dalla volontà o dall’animo, sebbene le circostanze siano aggirabili, con un po’ di volontà e quanto all’animo non saprei dire.
Sono un maschio bianco sessualmente attivo quanto può essere sessualmente attivo un maschio bianco in prigione. In buona sostanza, mi faccio le seghe. Che è sempre meglio di infilarlo in un buco del muro, ammesso che un buco ci sia, o anche è meglio di farsi una doccia fredda – calda, qui dentro, sperateci di trovarla – e comunque è meglio di non fare nulla. Prima di essere rinchiuso ho svolto molti lavori diversi, che stare qui a raccontarveli tutti perderemmo uno sproposito di tempo, e quindi passo oltre (senza contare che disapprovo le perdite di tempo). Ah, e poi nessuno viene a farmi visita in carcere, perché non ho nessuno – mia madre è morta in un incidente d’auto che di anni ne avevo compiuti dieci.
E più o meno è tutto, per darvi un’idea del sottoscritto e della situazione. Anzi no. Ho mentito poco fa quando vi ho detto che sono un bugiardo, sarebbe più corretto dire che sono omertoso, e comunque, non sono omertoso su tutto e non con tutti, sono omertoso solamente su ciò che riguarda l’assassinio di mio padre, e sono omertoso soltanto con l’avvocato d’ufficio.
Ma con voi, no. Voi siete persone per bene, siete persone a posto. E perciò ci crederete che sto cercando di ricomporre i miei ricordi con l’intento di raccontarvi l’omicidio. Intento che fino a ieri non avrei condiviso, per come la vedo io sono fatti solo miei come ho ammazzato mio padre, se l’ho accoltellato o se l’ho buttato giù dal balcone, o qualche altra messinscena degna di nota.
Ho confessato che l’ho ucciso e tanto dovrebbe bastare.
Ma Rendini sostiene che l’ho ucciso con il Valium mio padre. Con il Valium ve lo immaginate? Prendereste un abbaglio a credere che sia vero, perché non lo è. E non mi interessa se marcirò in questa prigione, non ho nessuna intenzione di ammettere una cosa che non ho fatto. Perché non l’ho fatta, sia chiaro, o meglio l’ho fatta ma non in questo modo, non è così che ho ucciso mio padre. L’ho ucciso ma in un altro modo. E nemmeno voglio ammettere di non avere avuto un movente, una buona ragione per farlo fuori, almeno una, la avevo (tra parentesi, anche più di una), ma Rendini vuole chiudere il mio caso con l’etichetta del raptus improvviso, chiude il mio caso, lui, e raptus improvviso, lui, e. E dorme sonni dorati, lui, e tante grazie, io.
Sicché ho rifiutato. Ma sì. Ho rifiutato di agevolare il suo sonno, ho rifiutato di confermare la sua tesi – Valium e raptus improvviso – e ieri ho presentato la domandina al direttore del carcere.
E già. Adesso capirete tutto. Perché ho ottenuto una matita e un vecchio quaderno con la copertina color ocra, e ho deciso di mettere ogni cosa per iscritto. Mi assumo ogni responsabilità presente e futura di questo resoconto, di questo tratteggio della verità, una verità inessenziale eppure necessaria, una verità che mi preme riferirvi, una verità innaturale o anche naturale, seppure non ordinaria; a ben vedere dovremmo metterci d’accordo su cosa sia la verità, prima d’iniziare, o cosa s’intende per verità.
La verità non è durevole, la verità è instabile, la verità è dinamica, cambia a ogni istante la verità, perché non c’è una corrispondenza tra il mio mondo interiore e il vostro, e le spiegazioni difficilmente aiutano a chiarire, le spiegazioni evidenziano le opacità, perché noi e l’intero universo plasmiamo senza sosta nuove interpretazioni, e inversamente, esse plasmano noi. Questa è la sola verità: le cose sono per noi ciò che in fondo vogliamo che siano. Proprio come diceva Elisabetta.
Cosa c’entra Elisabetta, adesso.
Be’, in effetti c’entra.

Questa parte, per quanto interessante concettualmente, si inserisce in un flusso di pensiero che rotola libero e inceppa la lettura. Da questo la proposta di modifica con inserimento della frase formulata in alternativa “E la sola verità è che, come diceva Elisabetta, le cose sono per noi ciò che in fondo vogliamo che siano.”

Era la mia fidanzata, Elisabetta. Era. Perché mi ha lasciato. Anzi, in realtà sono io che l’ho indotta a lasciarmi, quel pomeriggio di gennaio prima del parricidio. Un pomeriggio che ha del surreale, a ripensarci, e non solo per il caldo inusitato, ma per la piega di quel finale, che a ben vedere, era tutto contenuto nell’inizio, in quella folle idea di condividere con lei il vagheggiamento dell’assassinio, prima ancora della strategia, che solo in seguito approntai per uccidere mio padre.
Ah Elisabetta, mi manchi.
Era una giornata splendida l’ultima volta che l’ho vista, una di quelle giornate assolate che non capitano spesso d’inverno.

L’alleggerimento di alcuni periodi è stato proposto al fine di prediligere il ritmo.


Ci eravamo dati appuntamento in centro e arrivammo in Piazza Augusto Imperatore nello stesso istante. Tipiche nostre, le coincidenze. O forse nemmeno le coincidenze, piuttosto è la simultaneità che avevamo in comune, Elisabetta e io, seppure di simultaneo avevamo ben poco, nel senso del muoverci all’unisono, dico. Però c’era in noi una certa comunanza nella percezione del tempo, questo sì, anche se ho grossi dubbi che lo intendessimo allo stesso modo, il tempo (di cosa io ritengo sia il tempo non voglio parlarne). Eppure una similitudine esisteva e credo consistesse in una forma di fuga dalla realtà che aveva origini diverse per ognuno di noi, ma che aveva, per entrambi, la medesima urgenza di affrancarsi dalle temporanee, quanto concrete incombenze.
Ripensandoci io giunsi in Piazza Augusto Imperatore qualche secondo prima di lei, volevo ripassare il discorso su mio padre, e potei guardarla mentre si avvicinava, avvolta da una bellezza che era insieme sofferenza scura e emozioni luminose.
La guardai pensando che era proprio in gran forma con i jeans attillati, il cappotto nero che le tirava sulla vita e i lunghi riccioli castani. Stranamente in forma, o comunque, più in forma di me, o più in forma di chiunque altro abbia mai visto. Pure di mio padre, che era un fanatico dello sport, del mangiare sano e di lunghi sonnellini ristoratori; mens sana in corpore sano ripeteva mentre mi buttava giù dal letto alle sei di mattina, di domenica e con qualunque clima, per un corroborante giro di corsa sul marciapiede intorno all’edificio – mente malata in corpo malato, altroché.
Ora che ci penso, non riesco a ricordare l’ultima volta che l’ho visto in forma, mio padre.

Nella versione inviataci, il testo proseguiva ancora con una ventina di righe. La proposta di editing è stata quella di fermare qui il capitolo. Questa chiusura, con un palese stato confusionale e contraddittorio e al contempo il richiamo al padre, è molto più d’impatto e, a suo modo, chiude un cerchio.


Il misfatto, 1° capitolo (versione definitiva)

di Elisabetta Foresti

Le otto di sera, undici novembre, sabato.

L’ho ucciso io.
È stato semplice legarlo, inebetito com’era, piegargli indietro la testa e infilargli in bocca la carta igienica. Lui all’inizio non si è accorto di nulla, poi ha iniziato a scalciare, a dimenarsi, gemeva e tossiva e ha perfino tentato di alzarsi dal cesso – per fortuna lo avevo le gato stretto. E ho continuato a pressargli la carta nella gola e a tenere le dita strette sulle narici, finché ha dilatato gli occhi e non si è mosso più. Ho aspettato diversi minuti, per stare tranquillo e, quando ho capito che era morto, l’ho slegato, ho afferrato il suo corpo che si curvava come fosse un fantoccio e l’ho adagiato sul pavimento. Dopo l’ho scavalcato – il gabinetto è piccolo, l’ho sempre detto che è piccolo quel gabinetto, e rosa, oltretutto, le mattonelle sono rosa, le maioliche rosa, dappertutto è rosa, come può un uomo, un costruttore, uno tutto d’un pezzo decidere di fare un gabinetto rosa? – mi sono lavato le mani, rinfrescato il viso e l’ho scavalcato di nuovo. Ma prima di uscire mi sono girato, lo avevo steso su un fianco con le ginocchia piegate, ho guardato la testa incastrata tra cesso e bidè, gli occhi gonfi e tutta quella carta in bocca. Poi me ne sono andato.

Non è questa la verità.
Ma che ne sa lei?
L’avvocato Rendini ha fatto tre passi in direzione dell’armadio e l’ultimo, più pesante, verso la sedia, il busto chinato come a volersi sedere, ma subito ripensandoci, subito sollevando le spalle. Si è voltato, e atterrando lo sguardo su di me, ha fatto schioccare le labbra.
Raccontami di quella mattina.
Ancora? Gliel’ho detto. Mi aveva telefonato la governante, una di quelle parlo-solo-inglese, mi ha detto che da un po’ dormiva sempre, dormiva sul divano, dormiva al telefono, dormiva a tavola, perfino davanti al pianoforte dormiva. Sono andato a casa sua, la governante mi ha aperto e sono entrato, l’ho chiamato, ma non ha risposto, salone e sala da pranzo erano vuoti, cucina vuota, studio vuoto, in camera da letto non c’era, mi sono affacciato nel gabinetto e lo trovo addormentato sul water; il resto lo sa.
Peccato che la governante non fosse lì, si è fatto un giro della scrivania, l’avvocato, e ha aggrottato la fronte. Perché insisti a mentire?
Sto in galera, a chi vuole che freghi se —

Importa a me.
Non mi metterà in bocca cose che si è inventato lei.
E Rendini, stringendo gli occhi, forse ti senti in colpa?
Ma vada a farsi fottere.
L’avvocato ha sollevato le sopracciglia. Non fa altro che sollevare le sopracciglia, aggrottare la fronte e schioccare le labbra a ogni mia contestazione – sono mesi che ammuffisco in prigione e di interrogatori ne avrò subiti una trentina.
Per quale ragione lo hai ucciso?
Devo andare al cesso.
Dopo, – il triplo mento ha tremolato – andrai al gabinetto dopo, rispondi ora.
Non ho niente da dire.
C’è molto da dire, dovresti ripensare meglio a quel giorno.
Ci sono, ho battuto il palmo sulla fronte, vuole far esumare la salma, infilargli in corpo delle benzodiazepine e costringermi a cambiare versione.
L’avvocato ha sorriso. Ho altri modi.
Ah davvero? Be’, se lo scordi, anch’io ho i miei sistemi, e se non mi lascia in pace, le faccio arieggiare l’intestino a forza di buchi in pancia.

L’una e quaranta del pomeriggio, dodici novembre, domenica.

Seduto al tavolino ancorato al pavimento, guardo il mio riflesso sul piano di acciaio lucido: capelli mossi che tra un po’ arrivano alle spalle, naso schiacciato e un colorito, intuisco, bianco cadavere.
Gli zigomi non li vedo, ma li immagino sporgenti e gli occhi sospetto siano un incrocio tra il marrone dei campi appena arati e il verde palude. D’altra parte non ho uno specchio nella cella e, a furia di non vedermi, inizio ad avere dei dubbi sul mio aspetto.
Ma chi se ne infischia, anche.
Ho ventisette anni, di questo sono più che sicuro, diciotto spesi a ingannare me stesso, gli altri nove spesi a ingannare il prossimo, e mi detesto abbastanza, all’incirca quanto si detesterebbe uno che ha passato ventisette anni ingannando il prossimo e ingannando sé stesso. E sì, sono un inguaribile bugiardo. Per necessità, però. Quel tipo di esigenza che nasce dalle circostanze, più che dalla volontà o dall’animo, sebbene le circostanze siano aggirabili con un po’ di volontà e quanto all’animo non saprei dire.
Sono un maschio bianco sessualmente attivo quanto può essere sessualmente attivo un maschio bianco in prigione. In buona sostanza, mi faccio le seghe. Che è sempre meglio di infilarlo in un buco del muro, ammesso che un buco ci sia, o anche è meglio di farsi una doccia fredda – calda, qui dentro, sperateci di trovarla – e comunque è meglio di non fare nulla. Prima di essere rinchiuso ho svolto molti lavori diversi, che stare qui a raccontarveli tutti perderemmo uno sproposito di tempo, e quindi passo oltre (senza contare che disapprovo le perdite di tempo). Ah, e poi nessuno viene a farmi visita in carcere, perché non ho nessuno – mia madre è morta in un incidente d’auto che di anni ne avevo compiuti dieci.
E più o meno è tutto, per darvi un’idea del sottoscritto e della situazione. Anzi no. Ho mentito poco fa quando vi ho detto che sono un bugiardo, sarebbe più corretto dire che sono omertoso e, comunque, non sono omertoso su tutto e non con tutti, sono omertoso solamente su ciò che riguarda l’assassinio di mio padre e sono omertoso soltanto con l’avvocato d’ufficio.
Ma con voi no. Voi siete persone per bene, siete persone a posto. E perciò ci crederete che sto cercando di ricomporre i miei ricordi con l’intento di raccontarvi l’omicidio. Intento che fino a ieri non avrei condiviso, per come la vedo io, sono fatti solo miei come ho ammazzato mio padre, se l’ho accoltellato o se l’ho buttato giù dal balcone.
Ho confessato che l’ho ucciso e tanto dovrebbe bastare.
Ma Rendini sostiene che l’ho ucciso con il Valium, mio padre. Con il Valium, ve lo immaginate? Prendereste un abbaglio a credere che sia vero, perché non lo è. E non mi interessa se marcirò in questa prigione, non ho nessuna intenzione di ammettere una cosa che non ho fatto. Perché non l’ho fatta, o meglio l’ho fatta ma non in questo modo, non è così che ho ucciso mio padre. L’ho ucciso, ma in un altro modo. E nemmeno voglio ammettere di non avere avuto un movente: una buona ragione per farlo fuori, almeno una, la avevo, anche più di una, ma Rendini vuole chiudere il mio caso con l’etichetta del raptus improvviso. E dorme sonni dorati, lui, e tante grazie, io.
Sicché ho rifiutato di agevolare il suo sonno, ho rifiutato di confermare la sua tesi – Valium e raptus improvviso – e ieri ho presentato la domandina al direttore del carcere.
Eh già. Adesso capirete tutto. Perché ho ottenuto una matita e un vecchio quaderno con la copertina color ocra, e ho deciso di mettere ogni cosa per iscritto. Mi assumo ogni responsabilità presente e futura di questo resoconto, di questo tratteggio della verità, una verità inessenziale eppure necessaria, una verità che mi preme riferirvi, una verità innaturale o anche naturale, seppure non ordinaria; a ben vedere dovremmo metterci d’accordo su cosa sia la verità, prima d’iniziare, o cosa s’intende per verità.
E la sola verità è che, come diceva Elisabetta, le cose sono per noi ciò che in fondo vogliamo che siano.
Era la mia fidanzata, Elisabetta. Era. Perché mi ha lasciato. Anzi, in realtà sono io che l’ho indotta a lasciarmi quel pomeriggio di gennaio prima del parricidio. Un pomeriggio che ha del surreale, a ripensarci, e non solo per il caldo inusitato, ma per la piega di quel finale, che a ben vedere, era tutto contenuto nell’inizio, in quella folle idea di condividere con lei il vagheggiamento dell’assassinio, prima ancora della strategia, che solo in seguito approntai per uccidere mio padre.

Era una giornata splendida, ci eravamo dati appuntamento in centro e arrivammo in Piazza Augusto Imperatore nello stesso istante. Tipiche nostre, le coincidenze. O forse nemmeno le coincidenze, piuttosto è la simultaneità che avevamo in comune, Elisabetta e io, seppure di simultaneo avevamo ben poco, nel senso del muoverci all’unisono, dico. Però c’era in noi una certa comunanza nella percezione del tempo, questo sì, anche se ho grossi dubbi che lo intendessimo allo stesso modo, il tempo (di cosa io ritengo sia il tempo non voglio parlarne). Eppure, una similitudine esisteva e credo consistesse in una forma di fuga dalla realtà che aveva origini diverse per ognuno di noi, ma che aveva, per entrambi, la medesima urgenza di affrancarsi dalle temporanee, quanto concrete incombenze.
Ripensandoci io giunsi in Piazza Augusto Imperatore qualche secondo prima di lei, volevo ripassare il discorso su mio padre, e potei guardarla mentre si avvicinava, avvolta da una bellezza che era insieme sofferenza scura ed emozioni luminose.
La guardai pensando che era proprio in gran forma, più in forma di me, o più in forma di chiunque altro abbia mai visto. Anche di mio padre, che era un fanatico dello sport, del mangiare sano e dei lunghi sonni ristoratori; mens sana in corpore sano ripeteva mentre mi buttava giù dal letto alle sei di mattina, di domenica e con qualunque clima, per un corroborante giro di corsa sul marciapiede intorno all’edificio – mente malata in corpo malato, altroché.
Ma, ora che ci penso, non riesco a ricordare l’ultima volta in cui l’ho visto in forma mio padre.


Elisabetta Foresti è nata e vive a Roma. Nel dicembre 2018 si è qualificata prima nello Scouting night live dell’agenzia Oblique Studio, nel 2020 ha superato la prima tranche del concorso letterario 8×8 si sente la voce della stessa agenzia. Ha scritto diversi racconti, l’ultimo pubblicato sulla rivista letteraria Il Rifugio dell’Ircocervo. Nel 2017 ha preso parte ai corsi di scrittura della Scuola Omero di Roma e nel 2018-19 è stata ammessa al laboratorio annuale di Bottega di Narrazione di Giulio Mozzi.

Scrivo per spronare i pochi viventi di Montale a uscire dalle tenebre

di Mauro Maraschi

Da quando scrivo narrativa, e sono ormai vent’anni, il mio interesse principale è sempre stato quello di denunciare gli automatismi sociali e culturali. Sono consapevole che, come diceva Zamenhof, «una battaglia ideologica ne nasconde sempre una personale», e che in tal senso io non faccio eccezione. Combatto gli automatismi perché – in quanto individuo sociale – non li so cavalcare, non so trarne vantaggio, non sono mai riuscito ad adeguarmi. A un certo punto della mia esistenza ho cominciato ad avere la sensazione che la gente intorno a me non facesse niente per via di un’intenzione autentica, bensì selezionando delle opzioni da una gamma prestabilita. Con il passare degli anni tutto mi è sembrato sempre più retorico, stereotipato, predigerito – tutto mi è parso come una citazione di altro, e mai qualcosa in sé. Sempre più spesso durante una conversazione ho sentito il desiderio di trasformarla in una meta-conversazione, di ragionare sulla forma più che sul contenuto, o meglio, di correggere il tiro della forma per emanciparla dalle formule e farla coincidere il più possibile con il contenuto. 

Va da sé che nella vita di tutti i giorni una simile tendenza si rivela disabilitante, soprattutto in contesti che non richiedono un’indagine dei sottotesti, come alle poste o durante una cena con amici. In qualsiasi contesto ho il desiderio di chiedere all’interlocutore: «Ma tu, davvero, cosa ne pensi? Al di là di quello che hai letto, al di là dell’opinione dominante e delle minoranze ideologiche – tu, un’idea tua e soltanto tua, te la sei fatta?». Eppure non lo chiedo più da vent’anni, da quando ho cominciato a scrivere nella speranza di risolvere il mio problema nero su bianco e di alleggerirmi l’esistenza dalla sensazione appena descritta. Non ci sono mai riuscito. E in verità quello che scrivo è di certo una battaglia agli automatismi, ma non lo è in modo esplicito, non ancora.

Scrivo anche per autocompiacimento, e immagino che sia così per tutti. Chiunque scriva spera di sentirsi dire che è bravo, che padroneggia la lingua, che sa raggiungere profondità inesplorate del sentimento e dell’intelletto. Chiunque scriva spera di leggere recensioni encomiastiche, di far parte di un giro o di una giuria, di poter insegnare ad altri la propria arte. Chiunque scriva spera di potersi sentire speciale, unico, insostituibile. Per quanta umiltà possa dimostrare, e per quanto nobili possano essere i suoi temi, chi sostiene di scrivere per il bene dell’umanità mente innanzitutto a sé stesso. La letteratura non ha questo potere, non può redimere i popoli e nemmeno l’individuo. Dicono che vogliono risvegliare le coscienze e sensibilizzare le masse, e allora scrivono di temi sociali, di razzismo e di mille altre cose che quasi mai li riguardano in modo personale: scelgono un tema forte, che possa coinvolgere il numero maggiore di persone, e lo svolgono, quel tema, come a scuola. Non metto in dubbio che siano mossi da sincera commozione nei confronti di drammi universali o individuali, ma quello che vogliono più di ogni altra cosa non è rendere giustizia a quei drammi, bensì essere encomiati per averlo fatto così bene. Il bene però lo si fa in disparte, in silenzio; non lo si annuncia in un post, non lo si trasforma in una mostrina: nello stesso istante in cui rivendichi una tua buona azione la stai mortificando. Ecco perché secondo me si scrive innanzitutto per narcisismo. Anche perché nella maggior parte dei casi scrivere è un privilegio concesso a chi ha già delle sicurezze economiche (che di rado provengono dalla scrittura) ed è avvantaggiato da fattori relazionali, sociali e persino geografici. Ma un privilegiato cosa può insegnare alla massa? E soprattutto, gli interessa davvero farle del bene? 

I libri non possono cambiare il mondo, non ci sono mai riusciti e mai ci riusciranno. Scrivere e leggere sono distrazioni dal pensiero assillante della morte, distrazioni peraltro nobilitanti. La lettura non ci rende persone migliori (di certo avere una cultura di base alimenta il senso civico, ma oltre una certa soglia ci rende soltanto più intolleranti verso l’ignoranza). L’ha detto anche Calasso: «Uno può leggere mille libri l’anno e rimanere comunque uno stronzo». Meno che mai la quantità è proporzionale alla crescita interiore, perché in molti leggono soltanto libri inutili, oppure leggono i libri migliori ma non li capiscono o li fraintendono o non sanno che farsene dei loro insegnamenti. Molto meglio leggere poco ma seguendo un proprio percorso e non arrancando dietro le ultime uscite pur di non essere esclusi dal dibattito collettivo delle bolle culturali. La lettura è una passione, non uno strumento di redenzione dei popoli, né di sé stessi. E così la scrittura, che per quanto alta rimane un prodotto di intrattenimento (può essere un intrattenimento altissimo, vertiginoso, ma proprio perché intrattiene persone coltissime è difficile che riesca a elevarle ancora più in alto: con maggiore probabilità le renderà soltanto più snob).

Scrivo anche perché non so parlare. Vivo subendo costanti soprusi da chiunque, sempre e comunque legati al piano comunicativo. Con la gente della massa sono troppo lento, troppo relativista: il tempo di spiegare le mie motivazioni e già in tre mi hanno superato nella fila alle poste. In mezzo al traffico non ho mai rimproverato nessuno, perché immagino sempre che abbiano tutti ragione: «di certo quello che è appena passato con il rosso non lo fa ogni giorno, è stato un caso, un giorno potrebbe succedere a me, non posso giudicare nessuno in base a un singolo errore»; oppure «Di certo la signora che è stata sgarbata al supermercato – con me, per pochi secondi – è una persona adorabile per la quasi totalità del resto della sua vita – con i suoi cari, per anni». Io in mezzo alla massa perdo sempre. Ma perdo anche nel dialogo con l’élite culturale: non me la sento di dire agli altri che danno troppo peso a ciò che fanno o dicono o pubblicano, non capisco nemmeno con quale faccia possano parlare con tanta convinzione di un prodotto culturale da loro concepito; trovo infantile la sacralità attribuita alla letteratura; la maggior parte delle volte davanti a una presentazione o a un’intervista mi chiedo: «Ma cosa sta dicendo?». Come si può affermare una verità individuale con quel sorrisetto lì? Come fanno? Io non ci riesco. Non c’è affermazione che non farei seguire da «in questo caso», «con queste eccezioni», «in questo contesto» e così via. È tutto talmente relativo che non riesco a scegliere le parole e le affermazioni. E così quando di rado tocca a me tenere le redini di una presentazione ecco che ai più appaio alienato o persino impreparato. Alla fine dell’ultima presentazione di Io cammino da solo, la selezione dei diari di Thoreau da me curata per Piano B, una persona del pubblico mi ha detto: «Sembrava che non sapessi nemmeno tu perché eri lì». E a conti fatti aveva ragione. Non so interpretare il ruolo dell’intellettuale in tempo reale, perché non credo che l’autore abbia l’obbligo della performance e mi sento ridicolo a dare al pubblico ciò che vuole, mi sento un animale ammaestrato.

E allora scrivo, in silenzio e in disparte (non potrebbe essere altrimenti), per autocompiacimento, perché non so parlare, e perché spero di dare conforto a quelli come me, se ancora esistono. I timidi. Che fine hanno fatto i timidi? Quelli veri, dico. Oggi i timidi scrivono libri sulla propria timidezza, fanno presentazioni in cui parlano della propria timidezza, si esibiscono su un palco e poi chiariscono che sono timidi. Ma non è vero. Un timido non lo sa nessuno che è timido. Dall’esterno può anche sembrare una persona normale ma poi lo riconosci perché si esprime di rado, non fa presentazioni, non si esibisce su un palco, e nessuno lo vede nemmeno essere timido, perché si è timidi in disparte, il timido esprime il massimo della propria timidezza sottraendosi al mondo, non andando nel mondo e facendone sfoggio per essere applaudito. 

Quando ero più giovane, quando ancora la letteratura mi emozionava in modo immediato, i libri mi hanno fatto sentire meno solo. Non che mi «rintanassi nei libri», come si dice: avevo molti amici, uscivo sempre, ridevo, amavo. Soltanto che poi tornavo a casa e qualsiasi cosa avessi fatto mi sembrava un’illusione, un sogno, una recita, perché di fatto la vita sociale è questo, una recita. Siamo noi stessi soltanto quando siamo soli. E allora io tornavo a casa e mi sentivo me stesso soltanto leggendo di Moscarda o di Verchovenskij o di Dupin. Con gli anni le mie letture si sono fatte più complesse, più ricercate, ma ho continuato a trovare conforto nello scoprire che da qualche parte, nel mondo reale o nella mente di qualche scrittore, erano esistiti individui ridicoli immersi in un profondo disagio esistenziale: un Chandos che non riesce più a comunicare, uno Squalificato che per sopportare la vita deve fare il buffone, un Rudolf che addebita alla sorella la propria incapacità di iniziare a scrivere un saggio su Mendelssohn. Per buona parte della mia vita leggere di questi personaggi è stato di conforto. Poi qualcosa si è rotto, si è forse esaurito il bacino cui attingere, e mi è rimasta quasi soltanto la saggistica.

Ora, se devo riassumere in poche parole i motivi per i quali scrivo posso riassumerli così: «Memore della solitudine provata negli anni della formazione, e di averla vissuta in disparte e mai su un palco, vorrei dare conforto a quell’ormai esigua minoranza di individui che non sa/non vuole esprimere la propria solitudine su un palco». Si tratta comunque di autocompiacimento, perché quando uno vuole dare conforto a chi vive una situazione da lui già vissuta non lo fa per gli altri ma per sé stesso, da un lato per sentirsi utile e dall’altro per illudersi di poter rivivere attraverso la vita altrui. Siamo anzi di fronte a un doppio autocompiacimento. Però posso testimoniare che l’ormai esigua minoranza di cui faccio parte (per capirci, quelli che non si esprimono mai sui temi caldi del momento, che non rivendicano i micro-diritti quotidiani, che non si esibiscono su un palco), questa ormai esigua minoranza non sa più che pesci pigliare, non sta bene nella società né sui social, ha spesso tanto da dire (o comunque non meno di chi parla e scrive in continuazione) ma soffre a tenersi tutto dentro e non potrebbe fare altrimenti. Il mio obiettivo a lungo termine è pertanto duplice: da un lato, insinuare dei dubbi in tutti coloro che vivono invece senza intoppi gli automatismi della quotidianità, suggerire loro che ciò che fanno non è poi così importante, che sono soltanto dei fili d’erba su un prato, che non sanno nemmeno perché hanno messo su famiglia, e che comunque la loro vita, che a loro pare normale e inevitabile, è in realtà una vita insulsa e insignificante e immeritevole d’essere vissuta; dall’altro, spronare i pochi viventi di Montale a uscire dalle tenebre come i mammiferi dopo l’estinzione dei dinosauri.


Mauro Maraschi è nato a Palermo nel 1978. Si occupa di traduzione e redazione per diverse case editrici. È stato editor della narrativa italiana per Hacca, per la quale ha anche curato l’antologia ESC, Quando tutto finisce (2012). Nel 2013 ha partecipato alla prima edizione di Pianissimo, Libri sulla strada, progetto di Filippo Nicosia. Due tra le sue ultime traduzioni sono Complex TV di Jason Mittell (minimum fax, 2017) e Masscult e Midcult di Dwight Macdonald (Piano B Edizioni, 2018).

camera di smontaggio

CHE COS’È, IN BREVE

Camera di smontaggio è un percorso di allenamento critico e creativo per lettori e visionari e in generale per chi ha una fervente passione per le storie ma desidera far crescere e allenare il proprio sguardo usando come attrezzi l’unica cosa che veramente conta: i testi da leggere, le scene da osservare.

Attraverso la lettura attenta e guidata di pagine di romanzi, racconti, episodi di serie TV, i partecipanti impareranno a riconoscere (e pretendere) subito una buona storia.


CHI CONDUCE IL CORSO

FRANCESCA DE LENA, EDITOR E AGENTE LETTERARIA

Ha co-fondato l’agenzia letteraria United Stories. Ha fondato il sito I libri degli altri in cui offre formazione e servizi editoriali e dirige la redazione della rivista letteraria e della newsletter ILDA. Conduce APNEA scuola di lettura e editing e molti altri laboratori e workshop di scrittura e editing on line e dal vivo. È una personal editor e una scout.


CHIARA M. COSCIA, AMERICANISTA E TRADUTTRICE

Scrive e si occupa di serie TV da una prospettiva culturale, ne esplora soprattutto le modalità di rappresentazione della contemporaneità e delle sue dinamiche sociali, identitarie e di potere. Per I libri degli altri scrive, cura il gruppo di lettura, visione e scrittura di ILDA, e ne gestisce gli incontri in diretta online.



CHE COS’È, SPIEGATO MEGLIO


Essere un lettore, un fruitore di film e serie TV, un ascoltatore di podcast e audiolibri viene spesso etichettato come un comportamento passivo, ma non lo è. È invece l’esatto contrario: un’abilità non solo attiva ma addirittura creativa.

La qualità della tua lettura/visione/ascolto non dipende dai libri che vengono pubblicati e che trovi in libreria, non è colpa delle scelte delle produzioni TV e audio, ma è una tua responsabilità: saper smontare, analizzare, comparare le storie di ogni formato vuol dire saperle scegliere, utilizzare il proprio bagaglio culturale, emotivo ed esperienziale, mettersi in gioco.

Essere in grado di individuare delle buone storie significa non accontentarsi (o lamentarsi) delle fantomatiche “imposizioni dall’alto” ma annusare, adocchiare, scovare bellezza. Questa capacità s’impara, si educa, si perfeziona con lo studio, l’esperienza, la messa alla prova della propria creatività.


Tutto prende il via dalla curiosità, dalla domanda: come funzionano le storie? 

Il laboratorio per lettori e visionari forti è immaginato per chi ha una passione per la narrativa, fiction e non, in ogni sua forma e attraverso qualsiasi media. È per chi si fa domande sulla progettazione, la scrittura e la costruzione di romanzi, film e serie TV, per chi è interessato all’uso della lingua e della sintassi, della fotografia e della camera da presa, e per chiunque voglia affinare il proprio occhio critico. 


COME FUNZIONA

  • 10 incontri in diretta da una classe virtuale
  • Ogni incontro durerà 2 ore e mezza , per un totale di 25 ore di laboratorio in diretta online
  • Gli incontri si svilupperanno in: analisi testi, analisi visioni, comparazioni, domande e discussione

Saranno forniti gli strumenti per imparare a riconoscere le scelte autoriali, le costruzioni di trame, personaggi, epifanie, scene, dettagli, per individuare i temi e le qualità letterarie/narrative delle storie, per analizzare le scelte sintattiche e stilistiche dei testi, per esercitare l’osservazione di atmosfere, scenografie, colori, corpi e rappresentazioni delle narrazioni visive.


CALENDARIO DELLE LEZIONI


Gli incontri sono di martedì dalle 18:30 alle 21:00


FEBBRAIO

08

Sentire le voci: leggere le persone verbali + il narratore nelle serie tv

22

Io, di nuovo io, ancora io: leggere l’autofiction + la prima persona narrante nelle serie tv


MARZO

8

Ascoltare il tempo: il ritmo del testo + le scene gancio e i cliffangher nelle serie tv

22

Sbarrare gli occhi: leggere e osservare le scene madri


APRILE

5

Conoscere è riconoscere: identificare archetipi, topoi e cliché + i tropi nelle serie tv

19

Chi parla? Cosa ha da dire? Leggere e ascoltare/guardare i dialoghi


MAGGIO

03

Contenitori che contano: leggere e riconoscere le diverse forme letterarie

17

Microcosmi fittissimi: non solo romanzi, leggere i racconti

31

Mondi da esplorare: costruire e animare un worldbuilding nei film e nelle serie tv


GIUGNO

14

La raccolta visiva: le serie tv antologiche


INFO E COSTI

Camera di smontaggio costa 350,00 euro pagabili in due tranche: 175,00 all’iscrizione e 175,00 ad aprile.

Le iscrizioni chiudono il 7 febbraio


Per domande e informazioni scrivici a: ilibrideglialtri@gmail.com

Oppure compila il form qui sotto.

Scrivere per adulti, scrivere per ragazzi: intervista a Veronica Galletta, Sarah Savioli, Barbara Fiorio.

di Beatrice Galluzzi

In un recente editoriale apparso nella newsletter di Ilda, Francesca de Lena rifletteva sul fatto che scrivere per ragazzi sia molto diverso rispetto a scrivere per adulti: i secondi, una volta finito un libro, lo posano, archiviandolo nella libreria, mentre i ragazzi, i bambini, tendono a leggerlo e rileggerlo più volte. Ci entrano, si accomodano, vivono in un’atmosfera che mano a mano diventa loro familiare. Ecco la grande responsabilità di scrivere per ragazzi: l’esigenza di creare una storia avvincente, un setting originale, personaggi per il quale fare il tifo. Un connubio che trionfa nei romanzi di avventura, quelli che molti di noi ricordano come formativi negli anni più cruciali. 

A questo proposito, la prima domanda è per Veronica Galletta, premio Campiello Opera prima 2020 con “Le isole di Norman” (ItaloSvevo, 2020), ora in libreria con “Nina sull’argine” (minimum fax, 2021).

Hai sempre dichiarato che il romanzo di avventura è stato fondamentale per il tuo bagaglio da scrittrice (bagaglio inteso come necessaire degli strumenti da utilizzare, ma anche raccoglitore di idee, di appunti, e valigia pronta per partire su due piedi). Puoi dirci che cosa porti sempre con te?

Porto sempre con me lo stupore, l’eccitazione, quel tipo di sentimento che sta nello stomaco in alto, e ti fa dire: oddio ora che succede? E allora inevitabilmente torno ai romanzi che ho letto da bambina. L’isola del Tesoro: io sono Jim che scopre il male. I viaggi di Gulliver: la paura che provavo davanti a questi mondi diversi, quando il protagonista si sveglia legato dai lillipuziani. O le Fiabe italiane, specie quelle siciliane, con quella malinconia da grand guignol che emanano (tutte te le sei mangiate…). Ma anche certi libri da adulti che ho letto troppo presto, e che mi hanno lasciato un’angoscia profonda. Moby Dick, la sofferenza di Achab, il mal di mare. E Don Chisciotte, per il quale ho provato una pena profonda: perché nessuno lo aiuta?, mi chiedevo leggendo: perché nessuno gli dice che i mulini a vento non esistono? Non ne ha amici? Del resto, se, come dice Michele Mari, è l’infanzia il momento in cui ci si struttura anche per la scrittura, dentro questi libri c’è tutto il mio mondo, che ritrovo in quello che scrivo, anche senza volerlo. Che poi è la cosa meravigliosa della scrittura, almeno per me. Che ti supera, travalica le tue intenzioni, ciò che pensi di fare. Ecco, quel travalicamento per me è dovuto a quello che ho letto da bambina.

So che sei molto incuriosita dalla letteratura per l’infanzia e continui a leggerla tutt’ora, anche se scrivi per adulti. Per te, da scrittrice, ha senso questa distinzione? 

Scrivo per adulti, è vero, anche se studio e provo anche cose diverse, che magari prima o poi troveranno una forma compiuta. Ho un figlio che ora ha 10 anni, che è il mio test per le storie che invento. Non ha mai voluto che io gli leggessi libri, ma sempre che gli inventassi storie. Io gli sono stata dietro, anche perché a leggere a voce alta mi stanco moltissimo, perdo concentrazione. E allora sono nate le storie a puntate, e i tormentoni. Con alcuni di questi ho costruito storie per iscritto, partendo da due dati: le sue paure (la paura della morte, per dirne una) e i suoi desideri (la libertà, vivere da solo). Se e quando troveranno uno sbocco editoriale, vorrei che fossero scritti per tutti, che possano essere letti a qualunque età. C’è una purezza speciale in certa scrittura per bambini, anche contemporanea, che non può essere trascurata dal mondo adulto. Anzi. Andrebbe insegnata agli adulti. La questione comunque per me resta sempre linguistica. Mi piace la letteratura che non rinunci mai alla lingua, che sia per adulti o per ragazzi. E riuscire a trovare una lingua alta e al contempo efficace, dritta ma poetica, è la cosa più complessa.

Sarah, tu sei appena uscita con un libro per ragazzi, “Tutto cambia” (Feltrinelli Kids, 2021), che parla di una bambina a cui il mondo cambia sotto agli occhi e che trova soluzioni per adattarsi, incuriosita e nient’affatto spaventata dai mutamenti. Prima di questo libro hai pubblicato due romanzi gialli, “Gli insospettabili” (Feltrinelli, 2020) e “Il testimone chiave” (Feltrinelli, 2021). Che cosa è cambiato, in te, spingendoti a rivolgerti a un pubblico di ragazzi?  

A dire la verità, credo di non essere cambiata e, in seguito al cambiamento, aver scritto questa storia per bambini, ma di aver scritto questa storia ed essere cambiata di conseguenza.

L’avventura di Martina è nata come risposta al disperato bisogno di comunicare con mio figlio e ho utilizzato la forma scritta perché è l’unica con la quale riesco a esprimere davvero quello che provo.

Eravamo nella fase dura del lockdown, lui mi chiedeva  spiegazioni in continuazione, ma io riuscivo solo a rotolare fra incertezze e paure.

Alla fine ho fatto quello che avevo già fatto per salvarmi la vita in altre occasioni: parlare molto meno, lasciare che invece emergesse tutto quello che doveva farlo grazie alla scrittura e che lo facesse con tutta la dirompenza necessaria. Così, una notte,  in pigiama e vestaglia e con il suono delle sirene fuori che tagliava il silenzio irreale urbano di quel periodo, ho lasciato che le dita andassero sulla tastiera senza concedermi scampo, rinunciando a tutti i limiti e le difese che mi ero messa addosso e che comunque non servivano a nulla.

Alla mattina, c’era la storia di Martina: si era alzata e i suoi capelli rossi e ricci erano divenuti neri e lisci, scopriva che il mondo cambia in continuazione, cambiamo in continuazione anche noi e che l’unica strada è andare avanti con quello che si ha e che si costruisce passo dopo passo. Le grandi spiegazioni alle volte semplicemente non ci sono, anche se le vorremmo non ci sono particolari e rassicuranti logiche e giustizie. L’unica opportunità che abbiamo è continuare a vivere cercando di essere la versione migliore delle persone che siamo. Martina, così come sanno fare i bambini, era andata dritta alla sostanza e, al di là delle mie banali scuse da adulta fragile che credeva di cercare spiegazioni per suo figlio, quella sostanza la sbatteva dritta in faccia a me.

Dopo la mia notte di scrittura, quando mio figlio si è svegliato, mi è venuto in braccio e gli ho letto la storia mentre mangiava un biscotto. Finita la lettura, ci siamo sorrisi, ci siamo abbracciati e divisi il biscotto. E da allora, per lui e soprattutto per me, tutto cambia e, al di là del fatto che questo ci piaccia o no e sia facile  da accettare o meno, è normale che sia così.

Tutto cambia, anch’io da quel momento in poi sono cambiata.

E, alla fine, con la storia di Martina più che rivolgermi a un pubblico  di bambini, mi sono rivolta alla parte bambina di me, a quella di ognuno di noi.

Dal punto di vista tecnico, della scrittura, che cosa vuol dire scrivere per bambini quando si è abituati a scrivere per adulti? Cambia l’atteggiamento mentale? Come si passa da a uno stile all’altro? E, nel tuo caso, sono nate prima le illustrazioni o la storia?

Penso che scrivere per i bambini sia un’opera di sincerità, estremo coraggio e la presa di coscienza che quella che, con la spocchia tipica di noi adulti, pensavamo semplicità è invece la cruda e scuoiata sostanza reale delle cose.  Se si vuole davvero comunicare con l’infanzia bisogna scordarsi ogni corazza messa su negli anni, ogni impalcatura a sostegno delle proprie certezze più o meno patetiche e polverizzare qualsiasi piedistallo sul quale ci siamo convinti di stare.

Si deve avere la tempra di sedersi nudi per terra a fare il gioco della forma delle nuvole che passano, a guardare le formiche e a vivere il presente senza rifugiarci nel passato o nel futuro, cosa che da grandi facciamo quando sentiamo di non avere la forza per affrontare ciò che ci sta di fronte. Tutto questo è massacrante perché anche emotivamente devi esporti senza pelle in campo aperto e, a livello tecnico di scrittura, non puoi utilizzare trucchetti, trovare scuse, impastare le pagine di fuochi d’artificio e virtuosismi gratificanti.

Devi fare i conti con il fatto che, se vuoi comunicare davvero e aprire un dialogo con i lettori, esattamente come capita anche con i lettori adulti, la questione è che loro sono molto più importanti di te, delle tue esigenze, del tuo ego e di ogni autoreferenzialità, ma che se quei lettori sono bambini, dovrai andare oltre senza avere nulla per ripararti.

Anche per questo, per la densità del viaggio autoriale vissuta nello scrivere per bambini, quando ho visto per la prima volta le illustrazioni ho pianto per ore per la gioia e la commozione di vedere resa con tanta vivida dolcezza tutta la storia di “Tutto cambia”.

Non so se capiti sempre in questa sequenza temporale, ma in questo caso la storia è nata nella sua interezza in un momento preciso e solo successivamente è stata assegnata a qualcuno che la illustrasse. Ed è impossibile essere più fortunati di quanto lo sia stata io nell’incontro con Kalina Muhova, un’illustratrice straordinaria che ha dato vera vita e una forma meravigliosa alla fantasia che avevo racchiuso in parole.

Barbara, oltre che di romanzi, tra cui “Qualcosa di vero” (Feltrinelli, 2015) e “Vittoria” (Feltrinelli, 2018), sei autrice del saggio ironico “C’era una svolta” (Morellini, 2019), in cui hai analizzato le fiabe classiche. Ma se “Le fiabe sono spietate, come la vita e come i bambini”, perché alcune, negli anni, sono state censurate? 

Credo che la natura stessa delle fiabe sia quella di essere cambiate di racconto in racconto, di epoca in epoca, di contesto in contesto. Sono la prima forma di narrativa e venivano raccontate ovunque. Nascono per svelare il mondo ai più piccoli, per raccontare che ci sono il bene e il male, la giustizia e l’ingiustizia, e che, alla fine, vincono i buoni. Nascono per insegnare qualcosa che può cambiare ogni volta.

Nei secoli sono state tramandate oralmente finché qualcuno non si è preso la briga di raccoglierle in opere meravigliose di cui dobbiamo essere grati. Grazie a Basile, a Perrault, ai Grimm, a Calvino. Però non va dimenticato che per ogni fiaba classica, di quelle che appunto vengono dalla tradizione popolare, esistono centinaia di versioni. Per dirne una: pare che la matrigna di Biancaneve in realtà fosse la madre, e non è nel nostro secolo che l’hanno trasformata in matrigna per rendere più accettabile il tentativo di far fuori una settenne.

Andersen, invece, le inventava, ma anche lui non è stato risparmiato dalle modifiche (nei film animati, per esempio, la Sirenetta resta viva e il principe di cui è innamorata sposa lei. Se lo sapesse Andersen secondo me non la prenderebbe benissimo).

A parte la necessità comprensibile di cambiare una storia se cambia il linguaggio con cui è raccontata – un conto è la nonna o il papà che te la leggono nel lettone la sera, un conto è vederla proiettata su uno schermo gigante e vedere sorellastre che si tagliano pezzi di piede o sirenette che muoiono al tramonto mentre il loro principe sposa un’altra, ne converrete, può essere un po’ forte – credo che più passa il tempo più i bambini vengano protetti, secondo me in modo eccessivo (ma non sono madre, non posso capire, lo dico già io così nessuno deve scomodarsi). 

In questi decenni tutto sembra iper-controllato, edulcorato, censurato, politicamente ricorretto. Come se i bambini non fossero in grado di capire la differenza tra realtà e finzione. Noi, da bambini, la capivamo. E nessuno ci edulcorava nulla. Facevamo scorta di anticorpi su tutti i livelli, mentre ora si vive nel terrore di traumatizzarli, ‘sti giovanissimi. E sì, certo che li si traumatizza, se non li si abitua fin da piccoli a cadere dalla bicicletta senza farne una tragedia, a mangiare un biscotto anche se è caduto per terra o a sapere che le colombe bianche amiche di Cenerentola strappano gli occhi alle sorellastre o che Biancaneve uccide la matrigna al ricevimento di nozze costringendola a ballare con delle scarpe arroventate.

Il tuo nuovo romanzo, “La banda degli Dei” (Rizzoli, 2021), parla di un gruppo di adolescenti che, quando si ritrovano nel loro Olimpo, diventano Atena, Marte, Dioniso, Artemide, Apollo, Venere e Mercurio. È un libro classificato nella letteratura per ragazzi ma adatto anche agli adulti. Ti chiederei di esplorare il limite tra queste due forme di letteratura, e se un limite non sempre c’è.

Io, quel limite, ho sempre faticato a vederlo. Credo che riguardi più le regole editoriali che i lettori. Quando ero ragazza io c’erano i libri di avventura, quelli ambientati in mondi fantastici, quelli che riguardavano ragazzine o ragazzini che affrontavano e risolvevano problemi e si ritrovavano a crescere, a diventare grandi. Forse era implicito che fossero libri per ragazzi, non me lo ricordo, io so che nessuno mi diceva cosa fosse più adatto o meno adatto a me, e questo mi ha dato una grande libertà nel leggere tutto ciò che mi capitava davanti e mi sembrava interessante. E non è che tutti i protagonisti dei romanzi che leggevo – e ne leggevo davvero tanti – fossero necessariamente miei coetanei. Di certo non lo erano Sandokan, la Perla di Labuan, il Corsaro Nero, tanto per citare Salgari.

Forse sono le tematiche, a creare dei distinguo. Ci sono tematiche che possono affascinare o riguardare lettori più giovani e altre che invece non li coinvolgono più di tanto. Poi penso al Diario di Anne Frank e, be’, lo consideriamo narrativa per ragazzi perché è scritto da una ragazzina? Forse sì, eh. E siamo ormai troppo grandi per goderci Alice nel paese delle meraviglie, La storia infinita o La principessa sposa? Magari sì, di nuovo. O magari solo alcuni di noi sono ormai troppo “grandi” per godersi quelle storie. Io, per fortuna, no.

Fingerei se ti dicessi che vedo il limite: non sono capace di riconoscerlo. Quando ho scritto La banda degli Dei non sapevo di scrivere un libro per ragazzi. Io stavo scrivendo una storia che mi piaceva da matti, una storia corale con sette ragazzini protagonisti e i loro genitori intorno, una storia che riguardava i loro problemi – di ragazzini e genitori – e il loro modo di affrontarli e risolverli. Mi sono divertita a fargli raccontare i miti classici, immaginando il loro punto di vista, mi sono emozionata quando soffrivano, quando non capivano, quando reagivano.
Poi mi hanno detto che poteva essere un romanzo per ragazzi. Che per me significa un romanzo per un pubblico schietto, diretto, che non te la manda a dire e che non ha indulgenza: se una storia non gli piace la molla, si annoia, sbadiglia, e serve a ben poco essersi rotta la testa sulla scrittura e sulla scelta delle parole se poi i personaggi e la trama non acciuffano quei lettori esigenti e non li convincono che il tempo passato con loro è meglio di quello davanti a un videogioco o a Tik Tok o a fare qualsiasi altra cosa divertente facciano oggi i ragazzi. 

Quindi, e concludo, sono felice di non vederlo proprio, quel limite.

Moda e fantascienza: l’immaginario di Rick Owens

di Claudia Vanti

Alla vista dell’immagine iniziale della sfilata p/e 2022 di Rick Owens al Palais di Tokyo di Parigi (il 28 settembre scorso) chi scrive ha momentaneamente pensato che si trattasse di un fotogramma sottratto a scene inedite dell’ultimo Dune diretto da Denis Villeneuve.

Esagerazione? Autosuggestione dettata dall’enorme quantità di reazioni e commenti al film appena uscito?

L’ambientazione – l’indirizzo preferito di Rick Owens per la maggior parte delle sue sfilate –  ha scalinate e colonne imponenti, e statue di gusto modernista che fanno pensare a un palazzo imperiale o a delle vestigia di qualche civiltà sull’orlo della distruzione, o comunque a un luogo pronto a ospitare riunioni intergalattiche dall’esito incerto. O a fare da sfondo all’arrivo della casa Atreides su Arrakis/Dune, come gli edifici brutalisti e i soffitti altissimi che nel film dichiarano a gran voce la grandezza (del regime) e l’arroganza della nobiltà dominante. “Grandeur”, per dirla eufemisticamente.

La regia della sfilata pensata per la diffusione via diretta streaming ha avuto, in più, il pregio di trasformare un pallido sole parigino di inizio autunno in un riflesso desolato e accecante degno di temperature ben più alte, e con le quali gli occhiali-visiera a specchio indossati da molte modelle sembravano addirittura necessari: la fortuna aiuta i fiduciosi e l’allestimento all’aperto infatti non ha risentito delle perturbazioni atmosferiche presenti sul resto d’Europa. 

La sensazione di assistere alla ripresa di un panorama assolato e poco ospitale ci rimandava all’immaginario di Dune, impressione rafforzata alla prima uscita, con Michèle Lamy, collaboratrice e compagna di vita di Rick Owens come modella d’eccezione.

Lamy indossava un abito in pelle nera costruito con tagli diagonali e indossato “sotto sopra” – senza tenere conto della posizione di maniche e scollo – a determinare sporgenze paragonabili a quelle dei rottami delle opere dell’artista John Chamberlain, e un lungo drappo di rete svolazzante come mantello; e poi gli stivali, anzi, dei gambali altissimi in pelle nera con una zeppa molto alta sul davanti e tacchi in plexiglass: un’immagine da musa, per la quale l’avanzare degli anni non fa che esaltare una mappatura di rughe e tatuaggi che disegnano il volto di un idolo primitivo neo pagano o post-atomico – il che forse è la stessa cosa – in ogni caso potente, o meglio, degno di un’alta carica sacerdotale di un oscuro culto religioso.

Qualcuno sta pensando “Bene Gesserit” (l’ordine sacerdotale dell’universo di Frank Herbert)? O eventualmente a una Sayyadina – sempre all’interno dello stesso universo -, una sacerdotessa incaricata di perpetuare i riti tribali e religiosi dei Fremen.

Il resto della sfilata di Rick Owens si è letteralmente dipanato lungo il filo di mohair di abiti ragnatela, con oblò posizionati in modo da indossare i capi variandone la forma, fra abiti-scultura dalla silhouette allungata e imponente, micro giacche, cappotti vestaglia dalle spalle enormi e giacconi in pelle, ispirati, per questa stagione, dal concept Modulor di Le Corbusier.

L’immaginario di Rick Owens si nutre da sempre di suggestioni spesso definite – senza troppa fantasia – apocalittiche, e da qui discendono delle figure con look energici e protettivi, eroi ed eroine loro malgrado in un mondo spesso ostile.

Ma per capire meglio questo immaginario è necessario spendere qualche parola anche su Michèle Lamy, personaggio chiave di avanguardie e sottoculture fra la Francia e gli Stati Uniti da diversi decenni. Originaria della regione del Giura, ha un passato da avvocato difensore e allieva del filosofo Gilles Deleuze, esperienze nel Maggio ‘68 e poi Los Angeles, prima come spogliarellista poi come animatrice e proprietaria di club nei quali la controcultura californiana si mischiava con le sue fascinazioni per le culture tribali, il Nordafrica berbero e la moda dei creatori giapponesi degli anni ‘80.

E proprio a Los Angeles l’incontro con Rick Owens ha dato vita alla collaborazione umana e artistica che è alla base della visione estetica del marchio: da questo sodalizio è scaturita una moda che interagisce con tutti i linguaggi artistici contemporanei – musica, design, fotografia e scultura – certamente influenzata dalla scuola giapponese di stilisti come Kawakubo, Miyake e Yamamoto, soprattutto nello sviluppo delle forme che si aprono in volumi inediti, ma che nel contrasto tra elementi arcaici e contemporanei trova una suggestiva atemporalità e anche uno sganciamento da un luogo preciso.

I riferimenti stratificati ad atmosfere tanto sacrali quanto post-industriali, a nomadismo tribale e medioevo claustrale e l’attrazione per le sottoculture, per la fluidità di genere, per l’oscurità e il decadente ma anche per l’energia sprigionata dai corpi si traducono in abiti che Sarah Mower di Vogue.com definisce “adatti a vestire guardiani della soglia”, con una non casuale citazione di Ursula Le Guin.

Gli abiti presentati erano indossate da modelle che camminavano in una nuvola di ghiaccio secco attorno alla fontana-piscina appositamente svuotata del Palais de Tokyo, in uno show che era il seguito di quello di febbraio 2021 (autunno-inverno 2021-22) ambientato davanti a casa dei due designer, su una spiaggia di un umidissimo, nebbiosissimo e piovoso Lido di Venezia. Come su Caladan, il pianeta d’origine degli Atreides, quasi interamente coperto d’acqua e battuto da forti venti e precipitazioni.

Casualità, zeitgeist, capacità di annusare l’aria e riadattare le proprie ossessioni estetiche, ma anche un prepotente ritorno nell’immaginario di massa della fantascienza epica e del fantasy dopo due decenni circa di predominanza di vampiri e zombies sul versante fantastico del mondo dell’intrattenimento.

I fili che collegano l’immaginario visivo di massa al mondo della moda sono ingarbugliati ma costanti, e si diramano in direzioni imprevedibili collegando costumi e naturale tendenza della moda di alta gamma a riprendere forme, stili, dettagli da un bagaglio storico che è anche il naturale bacino di riferimento per i costumisti impegnati a rielaborare le stesse forme per i set.

I costumisti però dedicano ben più di uno sguardo alla moda e ai suoi creatori, perché anche l’entertainment ha bisogno di un uno sguardo che sia sintesi dello spirito del tempo come solo la moda può dare.

E come le tute dei Fremen, già dai tempi di David Lynch ispirate e ispiratrici da e di giacche, corsetti e giubbotti in pelle ad alto tasso di protezione contro le avversità reali o metaforiche di vari tipi di mondi.

Contemporaneamente all’uscita nei cinema di Dune è stata diffusa sulla piattaforma Apple TV+ Foundation, serie ambiziosa e ispirata all’omonimo ciclo di romanzi di Isaac Asimov, con una scelta di calendario probabilmente non casuale a rimarcare il rinnovato interesse verso plot epici e costruzioni di mondi alieni o alternativi a quello reale.

Il progetto di Apple TV+ è mastodontico per una piattaforma di streaming, pensato per una diffusione a un grande pubblico o per aumentare il prestigio della piattaforma stessa.

La sfida è di portata ampia, visto che adattare l’universo di Asimov, pensato come un susseguirsi di eventi che caratterizzano centinaia se non migliaia di anni, non è assolutamente un compito facile: una narrazione pensata per un pubblico vasto, per di più con episodi a rilascio settimanale, ha bisogno di personaggi di riferimento e continuativi a cui affezionarsi, attorno alle quali costruire dialoghi e interazioni per possibili trame collaterali… tutto ciò che, insomma, manca alla scrittura del ciclo letterario ma che Apple ha pensato di aggirare con l’enorme potenza visiva di scenografie e fondi in CGI degni di mega produzioni cinematografiche.

Lo studio dei costumi, e in generale dei look dei protagonisti, non ha più niente a vedere con l’ingenua rappresentazione di un mondo futuribile che negli anni ‘60, un’epoca di ottimismo e spinta verso il progresso, veniva associato a forme semplicissime, unisex e aderenti: le stesse forme sposate con entusiasmo da creatori come André Courrèges o Rudy Gerneich (visionario stilista americano ideatore, da pioniere sull’uso dei tessuti stretch qual era, delle divise della base spaziale lunare di Space 1999).

Che la moda rifletta, o nei casi migliori catalizzi, gli umori del tempo, facendone emergere aspetti apparentemente marginali ma pronti ad esplodere è ormai cosa acquisita, e il percorso che ci separa dagli ottimistici anni ‘60 a oggi ci ha indirizzato verso una rimeditazione del passato e delle sue forme di bellezza esteriore nelle quali la sovrabbondanza di costruzioni sartoriali e decorazioni trova nuovo risalto in una mescolanza con altri stili, e si adatta ai volti e ai corpi attuali, con tutte le loro peculiarità e mescolanze. 

Esattamente 12 anni fa andava in scena Plato’s Atlantis, l’ultimo show concepito dal fondatore del marchio, con una diretta streaming che pur funestata da crash di server per numero eccessivo di accessi ha segnato un’epoca e mostrato una visione nostalgico-futurista di un mondo alieno e lontano nel tempo.  

Oggi la stessa aspirazione sartoriale la troviamo nell’ultimo direttore artistico di Givenchy, Matthew Williams, un designer che sta portando lo streetwear dei suoi esordi verso un elegante minimalismo sartoriale fatto di giacche aderenti con vita a bustino, spalle importanti e dettagli corazza.

Protezione, è questa la chiave. 

Del resto l’epoca che stiamo attraversando mostra un certo bisogno di protezione, in molti sensi, e ambienti dissestati, aridi, sconvolti dalle inondazioni o soffocati da un’atmosfera irrespirabile.

Se la giovane matematica Gaal Dornick sul suo pianeta d’origine – il retrogrado mondo d’acqua Synnax, indossa i leggeri tessuti impermeabili tipici del pret-à-porter giapponese d’avanguardia  e un broccato empowering sul pianeta sede del potere Imperiale, Salvor, la guardiana di Terminus, pianeta arido  e inospitale ai confini della galassia, si affida anch’essa ai giubbotti imbottiti, impunturati e rinforzati da applicazioni protettive nello stile dei capi in pelle che Rick Owens ha reso famosi all’inizio degli anni 2000: la fantascienza di oggi si è necessariamente rivestita, abbandonando l’innocenza e la fiducia che negli anni ‘60 vedeva gli uomini immaginati nello spazio coperti dì solo jersey aderente. 

A questo ritorno della fantascienza epica si affianca già da qualche anno un rinnovato interesse per il fantasy più classico: Game of Thrones, l’ultimo intrattenimento globale e condiviso da milioni di persone che oltre a seguirlo ne hanno analizzato ogni più remota sfumatura per otto anni, ha riacceso un filone e pur posizionandosi visivamente in un contesto che si potrebbe definire Medievale con influenze dall’Impero Romano d’Oriente, ha contribuito a ridefinire un immaginario di decorazioni e costumi lontano dai canoni favolistici fino ad allora messi in pratica a favore di una manifattura raffinata – a volte addirittura impercettibile – che ha molto in comune con la sapienza artigianale dell’alta moda contemporanea.

I titoli in uscita nel filone fantasy sono diversi è già molto attesi, e se i costumi variamente colorati di The wheel of Time di Amazon Prime lasciano supporre una realizzazione che possa catturare anche il pubblico teen, il primo trailer di The House of the Dragons, spin off di GoT prodotto sempre da HBO, ci lascia intravedere lo stile Imperiale di casa Targaryen con tessuti e soprattutto gioielli degni delle collezioni Art et Métier di Chanel dedicate alla manifattura artigianale dei propri fornitori.

Qualche anno fa si è fantasticato sulla possibilità  di tradurre in serie tv un ciclo fantasy articolato e complesso come quello che Marion Zimmer Bradley ha descritto nella saga di Darkover, si è parlato di un’opzione proprio di HBO e poi di un interessamento di Amazon Prime, ma attualmente sembra un’ipotesi remota, sicuramente a causa della complessità di un ciclo che si è articolato in circa 40 romanzi e della maggiore sicurezza economica che possono fornire spin-off o plot già collaudati come The Lord of the Rings, programmata per il  2022.

Chi conosce il ciclo o ne ha letto almeno qualche romanzo sa che la genesi di questo mondo alternativo sul pianeta Cotman IV – comunemente ribattezzato Darkover – scaturisce dalla più classica delle missioni spaziali di esplorazione, ma si evolve poi, per l’incontro con una civiltà autoctona, in un fantasy che mischia i consueti rimandi medievali alla tecnologia della fantascienza più classica.

Se mai verrà realizzato si tratterà di un altro scenario con rimandi ibridi anche a livello visivo e che sono sintetizzati da una visione post naturalista, di reminiscenza tanto primordiale quanto aliena, portatrice di un’estetica radicale come quella di Rick Owens citata all’inizio e che fa da filo conduttore di questa strana epoca sospesa fra il bisogno di protezione e la voglia di sconfinare in territori sconosciuti e lontanissimi. 

Perché non voglio fare l’editor

di Modestina Cedola

Tra il 2020 e il 2021 ho seguito un corso base e un corso avanzato per editor, ho imparato molto e mi sono goduta il percorso ma finisco con un’unica ferma convinzione: io non voglio fare l’editor.

Per me leggere è sempre stata la possibilità di scoprire il mondo. Nascere e vivere in un piccolo paesino di una provincia pugliese ti regala moltissime esperienze meravigliose ma non di certo la capacità di guardare in maniera ampia alle cose. Se ho scoperto la complessità del mondo pur senza riuscire a decifrarlo e se ho capito la varietà umana imparando a non applicare il metro del giudizio del paese, lo devo ai libri.

Nasco in una famiglia di non lettori. Durante la mia infanzia in casa mia c’erano tre libri: uno di favole, con una copertina rossa, a cui i miei fratelli avevano strappato delle pagine, una vecchia edizione di Heidi scarabocchiata sempre dai miei fratelli e Un amore senza fine di Scott Spencer comprato, ma mai letto, da mia madre. Se da un lato non avere altri lettori in casa non mi ha dato punti di riferimento nel percorso di lettura, dall’altro mi ha permesso di poter essere completamente libera nelle mie scelte. Non esistendo libri che non fossero i miei, in casa non esistevano nemmeno libri proibiti. La mia educazione letteraria è stata il frutto disordinato del mio istinto: potevo scegliere di leggere un libro incuriosita dalla trama, attratta dalla copertina, su consiglio di conoscenti o visto in un qualsiasi programma tv.

Questo mio libero andare a volte mi ha portato a leggere dei libri in un tempo sbagliato: ricordo che ero appena adolescente quando comprai un libro di Proust esposto su una bancarella, senza capirci un accidenti e sviluppando il terrore dei classici. A scuola mai nessun professore mi ha assegnato dei libri aggiuntivi da leggere, o ha messo in atto strategie che incentivassero noi studenti alla lettura, tanto che solo in età adulta ho capito che c’era una relazione tra le lezioni di italiano e i romanzi che leggevo invece di studiare. Il modo in cui i libri si sono intrecciati alla mia vita mi ha portato a instaurare con loro un rapporto intimo ed estremamente privato. Nemmeno tra i miei amici la lettura aveva un posto di rilievo, per cui l’abitudine a parlare di libri è una cosa che ho sviluppato in tarda età e in tempi recenti grazie alla mia bolla social, e che in alcuni momenti mi mette ancora in difficoltà.

Non sto raccontando tutto questo perché penso che sia speciale ma per far capire il mio senso di inadeguatezza di fronte alla letteratura. Quando mi capita di parlare con altri lettori e lettrici resto affascinata dalla robustezza dei loro punti di vista, dal modo che hanno di collegare i libri tra loro, dalle citazioni che riescono a infilare con naturalezza nei loro discorsi, dalla capacità di setacciare struttura e linguaggio. È una fame, la mia, che non accenna a smorzarsi ma che aumenta col tempo.

La mia curiosità diventa particolarmente ghiotta quando si parla di libri. In questi anni ho cercato di imparare il più possibile: ho seguito corsi, letto articoli e recensioni, assistito a presentazioni e convegni. Ho un quaderno verde in cui segno disordinatamente gli appunti illuminanti in cui mi imbatto.

Sul mio quaderno verde il programma di APNEA lampeggiava già da un po’. Trovare un corso di formazione per lettori è una rarità ed era esattamente quello che faceva per me. Un’intera classe raccolta intorno a un manoscritto inedito. L’abbiamo letto, sottolineato, scomposto, amato, demolito e poi ricostruito. Per ogni cosa fatta ci veniva chiesto il perché (non è scontato, non è sempre facile da spiegare). Il confronto con gli altri era la mia parte preferita: riesce sempre a stupirmi quante cose diverse vedono le persone nella stessa lettura.

Apnea era riuscita a regalarmi una strana frenesia che ho deciso di assecondare proseguendo con la masterclass. Qui il percorso cambia decisamente rotta. Ci sei solo tu, lo scrittore e il suo testo. I ruoli sono più definiti. Di fronte hai una persona con un sogno e una forte passione che decide di mettersi in gioco e di affidarti una piccola parte di quel sogno. Qualcuno obietterà che essendoci due tutor è un po’ come giocare a salve, ma vi assicuro che la responsabilità io l’ho sentita tutta. Devi creare un rapporto con l’autore e tenerne le redini, programmare il lavoro da fare, stabilire modi e tempi, immergerti nel testo e tirarne fuori la migliore versione possibile. Ma qual è questa versione migliore possibile? Quella che desidera lo scrittore? Quella che l’editor intravede in potenza? Nessuna delle due, né una buona combinazione di entrambe, potrebbero essere delle risposte plausibili. Francesca vi risponderebbe che “il testo è la bibbia”. È dal testo che bisogna lasciarsi guidare, è pensando al testo che bisogna ragionare. Non è semplice, e ritrovarsi di fronte a un testo sporco è un momento destabilizzante, abituati -come lettori- ad avere confidenza con dei libri lavorati.

Fare editing è leggere e rileggere, smontare e rimontare, farsi molte domande, farle all’autore, metterlo di fronte alle incongruenze delle sue scelte. Non è solo conoscere bene la lingua italiana, gli elementi caratterizzanti di un testo e i grandi maestri. Non ci sono delle regole standard, è una sensibilità che si affina leggendo tanto, soprattutto leggendo i libri brutti. È riuscire a spezzettare il testo in parti minuscole senza perdere di vista l’intero. È cercare un proprio metodo di lavoro andando anche per tentativi. È non sostituirsi all’autore, ma cercare di guidarlo nella realizzazione della sua opera. È essere creativi e pratici allo stesso tempo. È avere uno sguardo alto sulle cose, una visione di un qualcosa in continuo divenire.

È questo sguardo, che mi ha affascinato durante il corso e che ho visto in Francesca, negli ospiti e in alcuni dei miei compagni, che ho capito di non avere. Attraverso i libri mi sono sempre lasciata guidare dallo sguardo altrui. Mi piace fare domande, capire il lavoro che c’è dietro ai libri e in generale ai lavori creativi. La mia è una curiosità volta alla scoperta, non alla creazione. Io, che devo avere il controllo su tutto, riesco ad affidarmi soltanto quando leggo. Nell’editing è l’editor a dettare la via e lo scrittore ad affidarsi.

Mi sono sentita grata per aver contribuito al processo creativo di un’altra persona, ma è una responsabilità che non sento di poter fare mia. È un sentire che, seppur difficile da razionalizzare, è arrivato all’improvviso durante il percorso con il mio autore, in maniera chiara ed equivocabile. Nonostante il mio impegno e gli sforzi per portare a termine il lavoro nel migliore dei modi, questa consapevolezza è diventata via via sempre più chiara. Non ho l’attitudine a creare mondi, ma ho quella che mi porta a esplorarli. Sono una lettrice. 

Scrivo per avvicinare i vivi, i morti e chi non è ancora nato

di Riccardo Capoferro

Non so dire con chiarezza perché scrivo. A un dato momento della mia vita – forse tardivo – voci, visi, chiaroscuri, scorci di luoghi immaginari hanno iniziato a mulinarmi in testa: un ronzio di mosche che si è via via ingrossato, fino a diventare, nel corso degli anni, un sonoro battito d’ali. Potrei provare a spiegare razionalmente, con uno sforzo di astrazione, i processi da cui tutto è scaturito, ma preferisco raccontare quel che ho vissuto. Dunque lo racconto. Quel turbinio di cose inesistenti, che spesso mi distraeva da cose più serie, si è rivelato presto bisognoso di cure, di un’attenzione vigile. Mi sono ritrovato, così, a inseguire l’aria, a prenderla tra le mani e modellarla. 

Non è un’arte che si impara dal niente: ha richiesto pazienza, e lunghe conversazioni con dei fantasmi. Ma è stata prodiga di piaceri: il piacere di sentire il linguaggio che si sveglia; di vedere pallide ombre del pensiero che allignano nel mondo sensibile e diventano visioni, emozioni, azioni; di coltivare piccoli viluppi di esseri e cose, e di aiutarli a prender corpo: un microcosmo che potrebbe essere il mio stesso cosmo. Scrivo, infatti, non solo per esplorare il mio linguaggio. Scrivo per pensare. Ma non con la logica, bensì con le storie: per annodare i capi della mia esperienza e sondare le mie sensazioni; per trarne la calce, il legno, i vetri, ma anche il calore, la luce e il sangue di ciò che immagino. 

Non posso negare, certo, che a muovermi sia stato anche il sogno – probabilmente empio – di infondere vita, di far sì che pur essendo una mia emanazione la storia che scrivo sia libera da me, che si avventuri in luoghi che non ho mai visto – una fattoria su una pianura lontana, il vagone di un treno locale, una biblioteca dall’altra parte della città –, che si incammini nello spazio e nel tempo. Non posso negare di aver sperimentato, attraverso la scrittura, non solo l’immersione nella mia coscienza e in ciò che la attraversa, ma anche il desiderio di offrire al mondo una cosa viva. 

È forte, in effetti, la tentazione di definire la mia dedizione alla scrittura e gli slanci di cui si nutre non attraverso la figura dell’aedo, del bardo, del cantastorie, o del censore dei costumi, ma attraverso quella del creatore di vita artificiale, il cui sogno non è forgiare un automa, ma, appunto, una creatura vivente, dotata di anima e di intelligenza, in grado di dire e mostrare cose che lui stesso non aveva compreso. Scrivo, quindi, affinché le mie parole dicano qualcosa che a me sfugge. 

A sua volta, però, la metafora della creatura potrebbe risultare fuorviante. Non scrivo, infatti, per descrivere una forma o un viso umano – un viso che potrebbe, ahimé, essere il mio – ma per tendermi oltre i limiti di ciò che sento, per far sì che l’organismo che sto plasmando riesca, chissà come, a trascendere il mio disegno. 

Scrivo per scoprire quel che sento e per sfuggire alla sua morsa. Ho sempre avvertito, del resto, un’ansia di fuga, vaga ma difficile da mitigare. Da bambino e poi da ragazzino disegnavo deserti, galeoni e razzi ai lati dei miei quaderni, e, poco più tardi, abbozzavo versi oscuri, che lasciavano intravedere altre realtà. 

Scrivo, dunque, anche per fuggire, per trovarmi in luoghi e tempi diversi dal mio; non solo per cavare dalla mia esperienza qualcosa di visibile e tangibile, ma anche per non cedere sotto il suo peso. Per accendere i miei sensi, proiettandoli verso ciò che non vedo, e levitare davanti alla mia scrivania: per disancorarmi, con la mia penna, il mio quaderno e la mia tastiera, da un suolo carico di polvere e cenere (la polvere, certo, si accumula, specialmente mentre sto scrivendo, e negli anni ho imparato a spazzare – e a fantasticare di aspirapolvere prodigiosi). 

Credo, quindi, che la mia scrittura trovi un impulso anche nella sua capacità di trasformarsi, che si nutra del mutare dell’esperienza e sia essa stessa esperienza di mutamento. La scrittura è movimento; è un cammino lento e deciso che assomiglia a un’ascensione in un mattino brumoso, o a una corsa su prati scoscesi, nel sole; o alla scelta meditata del tratto di roccia su cui avanzare, dal sasso su cui poggiare gli scarponi. È, almeno per me, una fuga dalla fissità, il tentativo di spaccare il corpo fossile che mi rinchiude, i meccanismi che mi costringono; è un balzo nel futuro o nel passato, in un universo simile a questo, che si lascia contemplare nel suo fulgore o nel suo orrore.

Se fuggo, però, non è per restar solo, ma per sentire tutti vicini: i vivi, i morti e i vivi e i morti del mondo a venire. So che non è vera vicinanza, che intorno ho solo simulacri, costruiti allacciando parole e scegliendo sinonimi; o sguardi immaginari, gli sguardi di qualcuno che non ho mai visto: scrivo, infatti, anche per creare una comunione con qualcun altro: perché il magma della sua esperienza possa adagiarsi nelle forme che ho costruito: o perché quelle stesse forme si adagino nella sua mente e si lascino avvolgere dai suoi pensieri, come un relitto che si copre di alghe. 

Scrivo, dunque, per avvicinare i vivi, i morti e chi non è ancora nato; per annodare non solo i capi della mia esperienza, ma anche i fili sparsi della realtà; per ricavare intrecci dal tempo che passa. 

A volte, però, mi assale il sospetto che le mie ore al telaio siano, a loro volta, perdita e spreco: che erodano il tempo della vita, e che cercando di dar forma a ciò che è perduto mi stia perdendo a mia volta; che nell’evocare creature inesistenti stia togliendo il tempo ai vivi che mi circondano, senza i quali non saprei cosa scrivere, né avrei voglia di farlo. 


Riccardo Capoferro (1975), insegna Letteratura inglese alla “Sapienza” di Roma. È autore di saggi sulle origini del romanzo moderno, sulla narrativa di Joseph Conrad, sulla cultura italiana del Novecento – in particolare su Calvino, Celati, Primo Levi e Hugo Pratt – e sui legami tra letteratura e fumetto. Il suo romanzo d’esordio, Oceanides, ha ottenuto la Menzione Speciale della Giuria alla XXXIII edizione del Premio Italo Calvino

I peggiori lettori al mondo (nl 04.09.21)

Anche a voi le immancabili polemiche social-culturali dell’estate vi scivolano addosso come l’acqua del mare in cui vi tuffate mentre gli altri si azzuffano? Quest’anno la mia estate non ha fatto eccezione se non per un piccolissimo dettaglio di cui farò qui pubblico manifesto: se mai un giorno dovesse esistere la classifica dei migliori lettori al mondo, vi prego, lasciatemi tra i peggiori.

Questa è la newsletter di ILDA, I Libri Degli Altri: bentornati dalle vacanze!

Succede una gran confusione attorno a una vignetta dell’illustratore Andrea Bozzo, la confusione diventa indignazione, l’indignazione scandalo al grido di VERGOGNA! 

Decido di dire la mia, mettendo in conto che non si può essere d’accordo con tutti; ma tant’è, non mi pare neanche un desiderio auspicabile: perché mai dovremmo andare tutti d’accordo? Nei dibattiti scaturiti dalle condivisioni al mio post m’imbatto in una specie di insulto di categoria che non mi era mai stato rivolto prima: “Stimati Amici Delle Lettere”. Felicissima per essere stata appoggiata lì, mi accorgo che non si tratta di una semplice offesa di quelle con cui ci si appella retoricamente a un mestiere (mangiare come un camionista). No: l’idea da cui è scaturita è che chi legge, chi legge tanto, chi legge per mestiere, dovrebbe essere una persona migliore. E se non lo è, allora i libri letti non sono serviti a nulla.

Arriva nei commenti una battuta a rincarare il concetto: “[…] su alcune persone, leggere tanto fa lo stesso effetto della permanente col ciclo: non prende”. La battuta fa ridere (a dimostrazione che si può far ridere di tutto, se si trova la forma giusta). E mi permette di ampliare il mio manifesto pubblico, aggiungendo luci lampeggianti e segnali acustici: NON SI LEGGE PER ESSERE/DIVENTARE MIGLIORI! (Migliori di chi? Migliori per chi?).

Leggete per studiare, per passare il tempo, per pensare, per vivere altre vite, per affrancarvi dalla vostra, per immergervi nella lingua, per incantarvi nelle storie, per scoprire chi è stato, per andare alla ricerca di voi stessi. Ma quando si tratterà del posto nella classifica dei lettori che migliorano grazie a quello che leggono scegliete sempre l’ultimo banco. O non avrete capito molto, di quello che fa la letteratura.

Francesca de Lena