Ultimi Articoli

Perché non voglio fare l’editor

di Modestina Cedola

Tra il 2020 e il 2021 ho seguito un corso base e un corso avanzato per editor, ho imparato molto e mi sono goduta il percorso ma finisco con un’unica ferma convinzione: io non voglio fare l’editor.

Per me leggere è sempre stata la possibilità di scoprire il mondo. Nascere e vivere in un piccolo paesino di una provincia pugliese ti regala moltissime esperienze meravigliose ma non di certo la capacità di guardare in maniera ampia alle cose. Se ho scoperto la complessità del mondo pur senza riuscire a decifrarlo e se ho capito la varietà umana imparando a non applicare il metro del giudizio del paese, lo devo ai libri.

Nasco in una famiglia di non lettori. Durante la mia infanzia in casa mia c’erano tre libri: uno di favole, con una copertina rossa, a cui i miei fratelli avevano strappato delle pagine, una vecchia edizione di Heidi scarabocchiata sempre dai miei fratelli e Un amore senza fine di Scott Spencer comprato, ma mai letto, da mia madre. Se da un lato non avere altri lettori in casa non mi ha dato punti di riferimento nel percorso di lettura, dall’altro mi ha permesso di poter essere completamente libera nelle mie scelte. Non esistendo libri che non fossero i miei, in casa non esistevano nemmeno libri proibiti. La mia educazione letteraria è stata il frutto disordinato del mio istinto: potevo scegliere di leggere un libro incuriosita dalla trama, attratta dalla copertina, su consiglio di conoscenti o visto in un qualsiasi programma tv.

Questo mio libero andare a volte mi ha portato a leggere dei libri in un tempo sbagliato: ricordo che ero appena adolescente quando comprai un libro di Proust esposto su una bancarella, senza capirci un accidenti e sviluppando il terrore dei classici. A scuola mai nessun professore mi ha assegnato dei libri aggiuntivi da leggere, o ha messo in atto strategie che incentivassero noi studenti alla lettura, tanto che solo in età adulta ho capito che c’era una relazione tra le lezioni di italiano e i romanzi che leggevo invece di studiare. Il modo in cui i libri si sono intrecciati alla mia vita mi ha portato a instaurare con loro un rapporto intimo ed estremamente privato. Nemmeno tra i miei amici la lettura aveva un posto di rilievo, per cui l’abitudine a parlare di libri è una cosa che ho sviluppato in tarda età e in tempi recenti grazie alla mia bolla social, e che in alcuni momenti mi mette ancora in difficoltà.

Non sto raccontando tutto questo perché penso che sia speciale ma per far capire il mio senso di inadeguatezza di fronte alla letteratura. Quando mi capita di parlare con altri lettori e lettrici resto affascinata dalla robustezza dei loro punti di vista, dal modo che hanno di collegare i libri tra loro, dalle citazioni che riescono a infilare con naturalezza nei loro discorsi, dalla capacità di setacciare struttura e linguaggio. È una fame, la mia, che non accenna a smorzarsi ma che aumenta col tempo.

La mia curiosità diventa particolarmente ghiotta quando si parla di libri. In questi anni ho cercato di imparare il più possibile: ho seguito corsi, letto articoli e recensioni, assistito a presentazioni e convegni. Ho un quaderno verde in cui segno disordinatamente gli appunti illuminanti in cui mi imbatto.

Sul mio quaderno verde il programma di APNEA lampeggiava già da un po’. Trovare un corso di formazione per lettori è una rarità ed era esattamente quello che faceva per me. Un’intera classe raccolta intorno a un manoscritto inedito. L’abbiamo letto, sottolineato, scomposto, amato, demolito e poi ricostruito. Per ogni cosa fatta ci veniva chiesto il perché (non è scontato, non è sempre facile da spiegare). Il confronto con gli altri era la mia parte preferita: riesce sempre a stupirmi quante cose diverse vedono le persone nella stessa lettura.

Apnea era riuscita a regalarmi una strana frenesia che ho deciso di assecondare proseguendo con la masterclass. Qui il percorso cambia decisamente rotta. Ci sei solo tu, lo scrittore e il suo testo. I ruoli sono più definiti. Di fronte hai una persona con un sogno e una forte passione che decide di mettersi in gioco e di affidarti una piccola parte di quel sogno. Qualcuno obietterà che essendoci due tutor è un po’ come giocare a salve, ma vi assicuro che la responsabilità io l’ho sentita tutta. Devi creare un rapporto con l’autore e tenerne le redini, programmare il lavoro da fare, stabilire modi e tempi, immergerti nel testo e tirarne fuori la migliore versione possibile. Ma qual è questa versione migliore possibile? Quella che desidera lo scrittore? Quella che l’editor intravede in potenza? Nessuna delle due, né una buona combinazione di entrambe, potrebbero essere delle risposte plausibili. Francesca vi risponderebbe che “il testo è la bibbia”. È dal testo che bisogna lasciarsi guidare, è pensando al testo che bisogna ragionare. Non è semplice, e ritrovarsi di fronte a un testo sporco è un momento destabilizzante, abituati -come lettori- ad avere confidenza con dei libri lavorati.

Fare editing è leggere e rileggere, smontare e rimontare, farsi molte domande, farle all’autore, metterlo di fronte alle incongruenze delle sue scelte. Non è solo conoscere bene la lingua italiana, gli elementi caratterizzanti di un testo e i grandi maestri. Non ci sono delle regole standard, è una sensibilità che si affina leggendo tanto, soprattutto leggendo i libri brutti. È riuscire a spezzettare il testo in parti minuscole senza perdere di vista l’intero. È cercare un proprio metodo di lavoro andando anche per tentativi. È non sostituirsi all’autore, ma cercare di guidarlo nella realizzazione della sua opera. È essere creativi e pratici allo stesso tempo. È avere uno sguardo alto sulle cose, una visione di un qualcosa in continuo divenire.

È questo sguardo, che mi ha affascinato durante il corso e che ho visto in Francesca, negli ospiti e in alcuni dei miei compagni, che ho capito di non avere. Attraverso i libri mi sono sempre lasciata guidare dallo sguardo altrui. Mi piace fare domande, capire il lavoro che c’è dietro ai libri e in generale ai lavori creativi. La mia è una curiosità volta alla scoperta, non alla creazione. Io, che devo avere il controllo su tutto, riesco ad affidarmi soltanto quando leggo. Nell’editing è l’editor a dettare la via e lo scrittore ad affidarsi.

Mi sono sentita grata per aver contribuito al processo creativo di un’altra persona, ma è una responsabilità che non sento di poter fare mia. È un sentire che, seppur difficile da razionalizzare, è arrivato all’improvviso durante il percorso con il mio autore, in maniera chiara ed equivocabile. Nonostante il mio impegno e gli sforzi per portare a termine il lavoro nel migliore dei modi, questa consapevolezza è diventata via via sempre più chiara. Non ho l’attitudine a creare mondi, ma ho quella che mi porta a esplorarli. Sono una lettrice. 

Scrivo per avvicinare i vivi, i morti e chi non è ancora nato

di Riccardo Capoferro

Non so dire con chiarezza perché scrivo. A un dato momento della mia vita – forse tardivo – voci, visi, chiaroscuri, scorci di luoghi immaginari hanno iniziato a mulinarmi in testa: un ronzio di mosche che si è via via ingrossato, fino a diventare, nel corso degli anni, un sonoro battito d’ali. Potrei provare a spiegare razionalmente, con uno sforzo di astrazione, i processi da cui tutto è scaturito, ma preferisco raccontare quel che ho vissuto. Dunque lo racconto. Quel turbinio di cose inesistenti, che spesso mi distraeva da cose più serie, si è rivelato presto bisognoso di cure, di un’attenzione vigile. Mi sono ritrovato, così, a inseguire l’aria, a prenderla tra le mani e modellarla. 

Non è un’arte che si impara dal niente: ha richiesto pazienza, e lunghe conversazioni con dei fantasmi. Ma è stata prodiga di piaceri: il piacere di sentire il linguaggio che si sveglia; di vedere pallide ombre del pensiero che allignano nel mondo sensibile e diventano visioni, emozioni, azioni; di coltivare piccoli viluppi di esseri e cose, e di aiutarli a prender corpo: un microcosmo che potrebbe essere il mio stesso cosmo. Scrivo, infatti, non solo per esplorare il mio linguaggio. Scrivo per pensare. Ma non con la logica, bensì con le storie: per annodare i capi della mia esperienza e sondare le mie sensazioni; per trarne la calce, il legno, i vetri, ma anche il calore, la luce e il sangue di ciò che immagino. 

Non posso negare, certo, che a muovermi sia stato anche il sogno – probabilmente empio – di infondere vita, di far sì che pur essendo una mia emanazione la storia che scrivo sia libera da me, che si avventuri in luoghi che non ho mai visto – una fattoria su una pianura lontana, il vagone di un treno locale, una biblioteca dall’altra parte della città –, che si incammini nello spazio e nel tempo. Non posso negare di aver sperimentato, attraverso la scrittura, non solo l’immersione nella mia coscienza e in ciò che la attraversa, ma anche il desiderio di offrire al mondo una cosa viva. 

È forte, in effetti, la tentazione di definire la mia dedizione alla scrittura e gli slanci di cui si nutre non attraverso la figura dell’aedo, del bardo, del cantastorie, o del censore dei costumi, ma attraverso quella del creatore di vita artificiale, il cui sogno non è forgiare un automa, ma, appunto, una creatura vivente, dotata di anima e di intelligenza, in grado di dire e mostrare cose che lui stesso non aveva compreso. Scrivo, quindi, affinché le mie parole dicano qualcosa che a me sfugge. 

A sua volta, però, la metafora della creatura potrebbe risultare fuorviante. Non scrivo, infatti, per descrivere una forma o un viso umano – un viso che potrebbe, ahimé, essere il mio – ma per tendermi oltre i limiti di ciò che sento, per far sì che l’organismo che sto plasmando riesca, chissà come, a trascendere il mio disegno. 

Scrivo per scoprire quel che sento e per sfuggire alla sua morsa. Ho sempre avvertito, del resto, un’ansia di fuga, vaga ma difficile da mitigare. Da bambino e poi da ragazzino disegnavo deserti, galeoni e razzi ai lati dei miei quaderni, e, poco più tardi, abbozzavo versi oscuri, che lasciavano intravedere altre realtà. 

Scrivo, dunque, anche per fuggire, per trovarmi in luoghi e tempi diversi dal mio; non solo per cavare dalla mia esperienza qualcosa di visibile e tangibile, ma anche per non cedere sotto il suo peso. Per accendere i miei sensi, proiettandoli verso ciò che non vedo, e levitare davanti alla mia scrivania: per disancorarmi, con la mia penna, il mio quaderno e la mia tastiera, da un suolo carico di polvere e cenere (la polvere, certo, si accumula, specialmente mentre sto scrivendo, e negli anni ho imparato a spazzare – e a fantasticare di aspirapolvere prodigiosi). 

Credo, quindi, che la mia scrittura trovi un impulso anche nella sua capacità di trasformarsi, che si nutra del mutare dell’esperienza e sia essa stessa esperienza di mutamento. La scrittura è movimento; è un cammino lento e deciso che assomiglia a un’ascensione in un mattino brumoso, o a una corsa su prati scoscesi, nel sole; o alla scelta meditata del tratto di roccia su cui avanzare, dal sasso su cui poggiare gli scarponi. È, almeno per me, una fuga dalla fissità, il tentativo di spaccare il corpo fossile che mi rinchiude, i meccanismi che mi costringono; è un balzo nel futuro o nel passato, in un universo simile a questo, che si lascia contemplare nel suo fulgore o nel suo orrore.

Se fuggo, però, non è per restar solo, ma per sentire tutti vicini: i vivi, i morti e i vivi e i morti del mondo a venire. So che non è vera vicinanza, che intorno ho solo simulacri, costruiti allacciando parole e scegliendo sinonimi; o sguardi immaginari, gli sguardi di qualcuno che non ho mai visto: scrivo, infatti, anche per creare una comunione con qualcun altro: perché il magma della sua esperienza possa adagiarsi nelle forme che ho costruito: o perché quelle stesse forme si adagino nella sua mente e si lascino avvolgere dai suoi pensieri, come un relitto che si copre di alghe. 

Scrivo, dunque, per avvicinare i vivi, i morti e chi non è ancora nato; per annodare non solo i capi della mia esperienza, ma anche i fili sparsi della realtà; per ricavare intrecci dal tempo che passa. 

A volte, però, mi assale il sospetto che le mie ore al telaio siano, a loro volta, perdita e spreco: che erodano il tempo della vita, e che cercando di dar forma a ciò che è perduto mi stia perdendo a mia volta; che nell’evocare creature inesistenti stia togliendo il tempo ai vivi che mi circondano, senza i quali non saprei cosa scrivere, né avrei voglia di farlo. 


Riccardo Capoferro (1975), insegna Letteratura inglese alla “Sapienza” di Roma. È autore di saggi sulle origini del romanzo moderno, sulla narrativa di Joseph Conrad, sulla cultura italiana del Novecento – in particolare su Calvino, Celati, Primo Levi e Hugo Pratt – e sui legami tra letteratura e fumetto. Il suo romanzo d’esordio, Oceanides, ha ottenuto la Menzione Speciale della Giuria alla XXXIII edizione del Premio Italo Calvino

I peggiori lettori al mondo (nl 04.09.21)

Anche a voi le immancabili polemiche social-culturali dell’estate vi scivolano addosso come l’acqua del mare in cui vi tuffate mentre gli altri si azzuffano? Quest’anno la mia estate non ha fatto eccezione se non per un piccolissimo dettaglio di cui farò qui pubblico manifesto: se mai un giorno dovesse esistere la classifica dei migliori lettori al mondo, vi prego, lasciatemi tra i peggiori.

Questa è la newsletter di ILDA, I Libri Degli Altri: bentornati dalle vacanze!

Succede una gran confusione attorno a una vignetta dell’illustratore Andrea Bozzo, la confusione diventa indignazione, l’indignazione scandalo al grido di VERGOGNA! 

Decido di dire la mia, mettendo in conto che non si può essere d’accordo con tutti; ma tant’è, non mi pare neanche un desiderio auspicabile: perché mai dovremmo andare tutti d’accordo? Nei dibattiti scaturiti dalle condivisioni al mio post m’imbatto in una specie di insulto di categoria che non mi era mai stato rivolto prima: “Stimati Amici Delle Lettere”. Felicissima per essere stata appoggiata lì, mi accorgo che non si tratta di una semplice offesa di quelle con cui ci si appella retoricamente a un mestiere (mangiare come un camionista). No: l’idea da cui è scaturita è che chi legge, chi legge tanto, chi legge per mestiere, dovrebbe essere una persona migliore. E se non lo è, allora i libri letti non sono serviti a nulla.

Arriva nei commenti una battuta a rincarare il concetto: “[…] su alcune persone, leggere tanto fa lo stesso effetto della permanente col ciclo: non prende”. La battuta fa ridere (a dimostrazione che si può far ridere di tutto, se si trova la forma giusta). E mi permette di ampliare il mio manifesto pubblico, aggiungendo luci lampeggianti e segnali acustici: NON SI LEGGE PER ESSERE/DIVENTARE MIGLIORI! (Migliori di chi? Migliori per chi?).

Leggete per studiare, per passare il tempo, per pensare, per vivere altre vite, per affrancarvi dalla vostra, per immergervi nella lingua, per incantarvi nelle storie, per scoprire chi è stato, per andare alla ricerca di voi stessi. Ma quando si tratterà del posto nella classifica dei lettori che migliorano grazie a quello che leggono scegliete sempre l’ultimo banco. O non avrete capito molto, di quello che fa la letteratura.

Francesca de Lena

costruttori fondamenta(le) – corso di scrittura e sperimentazione narrativa


Docente: Luca Mercadante

Tutor: Sarah Savioli e Patrizia Carrozza

Durata del corso: 50 ore

Modalità: in diretta online

Inizio: 27 ottobre 2021

Fine: 16 marzo 2022

Quando: Il mercoledì, dalle 19.00 alle 21.30 (Per diverse esigenze di orario si troverà un accordo con la classe)

Quota d’iscrizione: 750€ rateizzabili o 675,00€ in un’unica soluzione


CHE COS’È COSTRUTTORI


LA TECNICA E LA SPERIMENTAZIONE, DI PARI PASSO

Costruttori Fondamenta(le) è il corso di scrittura con tutoraggio che ILDA propone come primo ingresso nel mondo della narrativa:

uno spazio accogliente ma non paternalista, immaginato per allenare alla consapevolezza, all’autonomia e alla dimestichezza con le due anime della scrittura: la solitudine e la comunicazione.

Daremo libero sfogo all’immaginario emotivo, ma con l’obiettivo di incanalare la sperimentazione in un progetto concreto. In poche parole: inizieremo a scrivere sul serio.

Prendersi sul serio è il primo grande gesto della scrittura. Studiare i meccanismi drammaturgici permette di intraprendere il viaggio con padronanza di mezzi, e per questo concedersi il lusso di lasciarsi andare. Sperimentare il viaggio si può perché quando ce ne sarà bisogno si avranno gli strumenti per ritrovare la rotta.


IL CORAGGIO

Per raccontare ci vuole tecnica, ma è vero anche che qualsiasi tecnica che non sia preceduta da un lavoro di scavo nella nostra intimità renderà le nostre pagine fiacche e le nostre parole posticce.

La scrittura è il mezzo per raccontare una storia attraverso il denudamento del suo autore, portandolo alla più importante rivelazione per un aspirante scrittore: di cosa voglio parlare, cosa m’interessa veramente?

Scopriremo che l’unica vera differenza tra una poetica autentica e le pagine prodotte da mille altre professionalità che con pari capacità ed esperienza maneggiano le parole (gli editor, i copywriter, i ghostwriter, ecc) è il coraggio: quello di mettersi in gioco, di affrontare il proprio retaggio sociale e familiare, di toccare (e sfruttare) i propri nervi scoperti.


COSTRUIRE LE FONDAMENTA

Prima di avventurarsi nella costruzione della propria storia è indispensabile partire dal principio: scavare, gettare le basi, costruire le fondamenta. In narrativa questo significa:

  • acquisire tecniche e conoscenze drammaturgiche, aguzzando lo sguardo e la capacità di analisi sulle storie altrui, siano esse libri, film o qualsiasi tipo di forma finzionale
  • scavare dentro di sé alla ricerca del proprio sguardo, della propria visione del mondo, e imparare a plasmare questi elementi in una forma narrativa che riguardi (e interessi) il mondo di fuori, trovando così la propria voce
  • esercitarsi e sperimentarsi nella scrittura creativa, testando diversi approcci e formati, individuando i propri punti forti, le proprie lacune
  • educarsi e allenarsi al gesto creativo
  • confrontarsi costantemente, senza irrigidirsi in posizioni di difesa, ma senza timori reverenziali, con l’occhio esterno e professionale

COME FUNZIONA


Gli incontri in diretta nella classe virtuale saranno 20:

  • 17 lezioni di tecnica narrativa e pratica della scrittura
  • 3 incontri di scrittura e lettura con le tutor: sperimentazioni in classe e correzione dal vivo

Ogni incontro durerà 2 ore e mezza, per un totale di 50 ore di laboratorio in diretta online. Ci saranno poi le sperimentazioni da svolgere a casa che verranno lette e commentate dalle tutor. Inoltre la discussione di classe e con le tutor sarà costantemente attiva sul gruppo google Costruttori Fondamenta(le).


CALENDARIO DELLE LEZIONI


Gli incontri in diretta di COSTRUTTORI FONDAMENTA(LE) sono il mercoledì dalle 19:00 alle 21:30 da ottobre 2021 a marzo 2022. Per diverse esigenze di orario si troverà, se possibile, un accordo con la classe.


Lezione 1 GRATUITA E APERTA A TUTTI
mercoledì 6 ottobre

Presentazione del corso: cercare un quotidiano creativo tra emotività e razionalità

Lezione 2
27 ottobre

L’oggetto della scrittura: trovare la verità. Primi esperimenti e come allenare la creatività

Lezione 3
3 novembre

Ridiventare animali: andare alla radice dei pensieri primari. Talento letterario e talento narrativo

Lezione 4
10 novembre

Silenzio, il lettore ti ascolta! Il punto di vista e la voce narrante. Il narratore e il lettore implicito

Lezione 5
17 novembre

Autopsia di una pagina: scene azione, scene dialogo, scene sommario

Lezione 6
24 novembre

Mi vuoi sposare? La tensione nella scena: tendi l’arco, colpisci l’obiettivo

Lezione 7
1° dicembre

Giornata pratica di scrittura e lettura con le tutor

Lezione 8
15 dicembre

Il metodo dello scrittore: idea, plot, soggetto

Lezione 9
22 dicembre

Altro che eroe! L’anima della storia: il protagonista, anzi: i suoi demoni

Lezione 10
12 gennaio

Andare incontro all’ignoto: il protagonista come perno di tutti i meccanismi della storia.

Lezione 12
19 gennaio

Giornata pratica di scrittura e lettura con le tutor

Lezione 13
26 gennaio

Maledetta famiglia: come affrontare il nostro retaggio e come ammaestrare questa incredibile riserva di energia drammatica

Lezione 14
2 febbraio

Nato Cresciuto Pasciuto: i tre atti, la trama e i punti di svolta: impariamo a non fare di questi utili strumenti delle gabbie

Lezione 15
9 febbraio

Quando parte davvero la storia? Differenze tra mondo ordinario e mondo straordinario

Lezione 16
16 febbraio

Dove trovo le scene? I conflitti relazionali e interdipendenza tra plot interiore e plot esterno

Lezione 17
23 febbraio

Ce l’hai con me? I dialoghi e l’incomprensione come elemento qualificante

Lezione 18
2 marzo

Giornata pratica di scrittura e lettura con le tutor

Lezione 19
9 marzo

Scrivere dall’interno verso l’esterno: imporsi profondità

Lezione 20
16 marzo

La scrittura come mistero svelato: dall’idea generica alla premessa narrativa; poi soggetto e scaletta fino ad arrivare alla prima stesura


COSA SUCCEDE DOPO

Partecipare a Costruttori Fondamenta(le) è titolo preferenziale per accedere a Costruttori Ipotesi di Romanzo, corso immaginato per imparare la tecnica di sviluppo di una storia: dalla prima bozza alla stesura del soggetto e della scaletta. 10 lezioni per concretizzare prima il progetto collettivo di una storia, discusso e sviluppato da tutta la classe, poi un progetto individuale, che sarà la base da cui far partire la scrittura del proprio romanzo.


CHI CONDUCE IL CORSO


Luca Mercadante

Menzione speciale della Giuria della XXX edizione del Premio Italo Calvino per il romanzo Presunzione, Minimum Fax. È autore, con Luca Trapanese, di Nata per te. Storia di Alba raccontata tra noi, Einaudi. Suoi racconti sono apparsi su Cadillac, Inquieto D’Anzia, Colla, Granta Italia. È insegnante di scrittura e costruzione del romanzo.


CHI SONO LE TUTOR


Patrizia Carrozza

Editor. Formatasi con Francesca de Lena (frequentando il corso Apnea e la relativa Masterclass nel 2018/2019). Ha frequentato il laboratorio degli Scrittori Pigri di Barbara Fiorio (2019/2020) e ha continuato a costruirsi competenze frequentando corsi editoriali (con Michele Vaccari, Sara Rattaro, NN, Marcos Y Marcos, Belleville). Lettrice onnivora, ama scoprire piccole case editrici indipendenti di qualità.


Sarah Savioli

Scrittrice. Ha pubblicato Gli insospettabili e Il testimone chiave con Feltrinelli: primi romanzi di un ciclo che vede come protagonista l’anomala investigatrice Anna Melissari, da cui verrà tratta una serie tv. A settembre 2021 uscirà per Feltrinelli Kids Tutto cambia, libro illustrato per bambini. Appassionata di editing, ha seguito il corso Apnea e la Masterclass e prosegue nel suo percorso di formazione mentre lavora sui testi in maniera autonoma e con il collettivo di editor e9.


INFO E COSTO


TUTTI I COSTI COMPRENDONO LA TESSERA ANNUALE DI ASSOCIAZIONE A ILDA I LIBRI DEGLI ALTRI.


COSTRUTTORI FONDAMENTA(LE) costa:

750 euro divisi in 3 tranche: 300 all’iscrizione, 300 a gennaio, 150 entro il 16 febbraio

oppure

675,00 euro in un’unica soluzione


COSTRUTTORI IPOTESI DI ROMANZO costa:

430,00 euro divise in 2 tranche: 215 all’iscrizione, 215 entro il …

oppure

380,00 euro in un’unica soluzione


ISCRIZIONE SCONTATA PER ENTRAMBE LE CLASSI DI COSTRUTTORI:

1030,00 euro divise in 3 tranche: 400 all’iscrizione, 400 a gennaio, 230 entro il 2 marzo

oppure

950,00 euro in un’unica soluzione


Le iscrizioni chiudono il 26 ottobre 2021


Per domande e informazioni scrivici a: ilibrideglialtri@gmail.com

Oppure compila il form qui sotto.

La lista dell’arrivederci a settembre di ILDA


L’abbiamo già detto che siamo stanchi? Ce lo stiamo dicendo tutti da un po’, al lavoro, alle prime cene d’estate. Le vacanze sono dietro l’angolo, speriamo non ci sia anche un nuovo autunno d’isolamento. Nel dubbio salutiamoci, riposiamoci, rienergizziamoci, e facciamo caso alle storie belle, in tutte le loro forme. Qui il nostro contributo, con cui vi salutiamo e vi diamo appuntamento a un settembre luminoso e carico di novità.


Lista di Francesca de Lena

GUARDARE (film)

I Croods 2, di Kirk De Micco, Chris Sanders, Joel Crawford, DreamWorks

Finalmente al cinema e solo al cinema, il secondo film sulla famiglia di cavernicoli in grado di riportare la cinematografia d’animazione ai fasti di L’era glaciale. Mai semplice ripetersi eppure si muore dalle risate allo stesso livello di I croods 1 (acquistabile e noleggiabile su Amazon Prime: consigliato). Alle qualità del primo si aggiungono una costruzione visiva esorbitante, ipercolorata, psichedelica, visionaria e a tratti horror e un livello di lettura fortemente calato nell’attualità senza mai diventare pedagogico: donne forti che ce la fanno da sole, donne che litigano e fanno le stronze proprio come gli uomini, donne che alla fine salvano e baciano con gesto virile l’uomo di cui sono innamorate, uomini più o meno esplicitamente omosessuali e esserini che parlano la lingua scimmiopugnesca (dove il linguaggio è prendersi a botte) ma hanno l’aspetto decisamente fluido. Un inno all’antimachismo senza urlare contro il machismo.

GUARDARE (profilo instagram)

Ellen Sheidlin, artista e performer russa, su Instagram

Dallo stile “survirtualism” (surreale + digitale), l’artista e modella russa crea e interpreta foto, video e performance seducenti e leggermente disturbanti, mixando i toni (romantico, pop, onirico) e le forme (collage, video, sovrapposizioni) e avvalendosi di oggetti scenici che non rubano mai il ruolo di protagonista al suo volto e al suo corpo, ma restano estremamente evocativi e addirittura simbolicamente politici. Ellen Sheidlin crea opere d’arte come pubblicità e viceversa, senza mai oltrepassare il limite del messaggio e neanche quello della mera promozione commerciale. Un piacere da guardare e riguardare.

LEGGERE

COSE spiegate bene, A proposito di libri, a cura di Arianna Cavallo e Giacomo Papi, Il Post, Iperborea

Finalmente un libro di editoria che non parla alla gente dell’editoria. Chiaro, basilare ma non banale, diretto, colorato e ben impaginato. Consigliato a chi scrive e si intestardisce a non capire che scrivere è un mestiere e non lo si può fare se si è completamente digiuni di ciò che sta attorno allo scrivere. L’unica maniera per agire con consapevolezza, invece di gridare alle truffe e agli scandali, è informarsi. Da “che cos’è l’isbn” a “come si leggono le classifiche dei libri”, questo è un modo per cominciare.


Lista di Chiara M. Coscia

GUARDARE (serie tv)

Feel Good di Mae Martin e Joe Hampson, su Netflix.

Finita quest’anno dopo due stagioni, comedy-drama britannica scritta e interpretata da Mae Martin, nel ruolo di se stess*. Ci trovate dentro stralci di stand up, momenti di forte intensità emotiva, risate e lacrime, ma soprattutto personaggi complessi che si districano nelle difficoltà dell’universo delle relazioni umane. Ah! C’è anche Lisa Kudrow!

LEGGERE

Klara e il sole di Kazuo Ishiguro, traduzione di Susanna Basso, Einaudi.

Il racconto di un’amicizia fra la quattordicenne Josie e Klara, un robot umanoide del modello di Amico Artificiale. Come nella migliore tradizione speculativa, il Premio Nobel Ishiguro ci regala una storia dai toni struggenti e delicati, nonché una meditazione profondissima sull’animo umano.

GUARDARE (film) + ASCOLTARE (playlist)

Fear Street Part 1: 1994, di Leigh Janiak, su Netflix

Primo capitolo di una trilogia: se vi mancano quelle notti horror estive in cui, nel caldo e con le finestre spalancate, ci si godeva una sana dose di slasher, questo film fa per voi. Mette insieme la giusta nostalgia dell’epoca, giocando con i riferimenti con molta ironia. Territorio perfetto per i fan di Stranger Things e Scream.

Fear Street Part 1: 1994 – Playlist

C’è anche una colonna sonora tutta da (ri)scoprire, che vi riporterà indietro nel tempo evocando ricordi di tagli di capelli imbarazzanti, lip gloss appiccicosi e rabbia adolescenziale. Dal gusto decisamente estivo come ogni playlist che metta insieme Iron Maiden, Garbage e Pixies, ci sono alcune perle qui dentro che meritano di essere disseppellite. 


Lista di Patrizia Carrozza

LEGGERE

Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa di Francesca Mattei, Pidgin

Un libricino con una copertina strepitosa che raccoglie diciassette racconti, di cui sette già editi da riviste specializzate. Al lettore vengono date in pasto ossessioni, distorsioni, immagini di donne senza filtri, senza retorica e senza giudizio: storie che diversamente sarebbero raccontate con accondiscenza e paternalismi, vengono raccontate con uno stile scarno, un linguaggio secco, impietoso e mai banale. È come entrare nella fabbrica di cioccolato: non vi stupirete e tutto risulterà “al limite della normalità”.

GUARDARE (serie tv)

Six feet under di Alan Ball, su Sky

Da rivedere o da ripescare: di quelle serie gioiello che rimangono nella mente e nel cuore di chi le ha amate. Sarà per le vicende così vicine al vissuto di tutti noi, sarà per la qualità della scrittura di tutto l’arco narrativo, sarà per i personaggi, così diversi l’uno dall’altro e così verosimili da non lasciare mai indifferenti, nel bene e nel male. 6FU invecchia divinamente, consigliato per tutte le età: ha una voce per ogni fase della vita, e anche per dopo. 

ASCOLTARE (audiolibro)

L’incubo di Hill House di Shirley Jackson letto da Loredana Lipperini, Emons libri & audiolibri.

Da ascoltare intorno al falò (non da soli) per contrastare il senso di claustrofobia che permea il romanzo, considerato uno dei migliori romanzi del genere gotico e ghost story. Potete sempre dire che i brividi sono dovuti allo sbalzo termico.


Lista di Luca Mercadante

LEGGERE

Ricordami così di Bret Anthony Johnston, traduzione di Federica Aceto, Einaudi

Una settimana dopo aver letto l’ultima pagina pensando “Madonna questo è un Pulitzer” mentre ero in macchina ho fatto inversione e un controsenso per ritornare al parchetto dove avevo affidato Andrea alla nonna: avevo la certezza di averlo perso. Per uscire da questo libro non basta finirlo, ci vuole un esorcismo.

GUARDARE (film)

Too late di Dennis Hauck, su Amazon Prime

Produzione indipendente, girato in 35 mm. Tutti i topoi hard boiled portati all’estremo con un pizzico di country. Nel mio immaginario Too late è il Bagdad Café del noir: difficile girare un’altra pellicola dello stesso genere senza tenerlo da conto.

GUARDARE (opera teatrale)

Il contratto di Eduardo de Filippo, su RaiPlay

«Che stai facendo? Qui sta il fratello tuo, Geronta Sebezio! Tu non sei morto! Alzati!».

Per godere di un Eduardo dalle tinte più buie. Una commedia nera in tre atti che sconfina nel soprannaturale. C’è un cattivo che più cattivo non si può, ma è ancora una volta La Famiglia a uscirne sconfitta: malata, degenere e generatrice di mostri.


Lista di Federica Priola

LEGGERE

La canzone di Achilledi Madeline Miller, traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini. Marsilio

Uscito in Italia nel 2013 ma tornato alla ribalta nel 2021 grazie a TikTok, La canzone di Achille è il romanzo di esordio di Madeline Miller, laureata in lettere classiche, che ha impiegato 10 anni di studi per portare sulla carta un ritratto “contemporaneo” di Achille e Patroclo. Con una cura sorprendente, il romanzo racconta dell’animo sognante, forte e artistico di Achille, dell’amicizia prima e amore poi con Patroclo, degli intrighi di una corte greca, e ovviamente della Guerra di Troia, a cui Achille partecipa pur sapendo il proprio destino, perché tra la felicità terrena e la gloria dell’essere ricordato per sempre non c’è davvero scelta. Un romanzo avvincente, angosciante e pieno di passioni eterne.

GUARDARE (serie tv)

Rick and Morty di Dan Harmon e Justin Roiland per Adult Swim, su Netflix

Serie tv d’animazione per adulti. Rick, uno scienziato geniale ma sociopatico, dopo 20 anni di assenza torna nella vita della figlia Beth e della sua famiglia, coinvolgendo il nipote Morty in avventure sci-fi folli, al limite del reale, ma soprattutto esistenziali. Sí, perché Rick and Morty pur con espedienti narrativi assurdi, parla di dinamiche famigliari disastrose, depressione e alcolismo, cinismo e sogni infranti, con storyline sorprendenti come quella della donna divisa tra i doveri familiari e il richiamo delle meraviglie dell’universo. Ambientazioni, animazioni e trame fantastiche, capaci di far ridere fino alle lacrime, per nascondere il senso di vuoto che lasciano certe riflessioni profonde.

ASCOLTARE (album)

Let them eat chaosdi Kae Tempest

Secondo album del* poeta, performer e spoken word inglese, “Poeta della Nuova Generazione” per la Poetry Book Society e recentemente Leone d’Argento a Venezia. Sette persone vivono nella stessa strada, senza mai essersi incontrate, finché una tempesta alle 4:18 di mattina le fa scappare di casa e fa incrociare finalmente i loro destini. Guidati dalla voce forte e ritmata del* magnific* Kae Tempest, ci immergiamo nelle storie di ogni traccia, che creano un mosaico di mondi in questo concept album a metà tra un podcast e una performance teatrale.


Lista di Sarah Savioli 

LEGGERE

Nella quiete del tempo di Olga Tokarczuk, traduzione di Raffaella Belletti, Bompiani

Un romanzo nel quale l’autrice premio Nobel nel 2018 per I vagabondi piega il tempo e lo spazio alle esigenze narrative con maestria e delicatezza uniche. Nascita, vita e morte dei personaggi scorrono fondendosi nella storia di una comunità con la naturalezza di un respiro e allo stesso tempo con la potenza della propria struggente unicità.

ASCOLTARE (audiolibro)

Harry Potter letto da Francesco Pannofino, Audible

La dimostrazione che una lettura a voce alta fatta come si deve può conquistare anche chi non ha un buon rapporto con i libri e può far scoprire aspetti che erano sfuggiti anche a chi invece legge d’abitudine o ha già letto i testi. Credevo di conoscere benissimo la saga di Harry Potter e invece ascoltandola ho avuto la possibilità di viverla in un altro modo e rinnovarne incanto e magia.

GUARDARE (documentario)

Jim & Andy: the great beyond di Chris Smith, su Netflix

Jim Carrey e il suo incredibile viaggio per interpretare Andy Caufman in The man on the moon di Milos Forman. In un’intervista a Jim Carrey gli è stato chiesto se provasse orgoglio per come aveva interpretato Caufman. Ha risposto:  «Non parlo più di orgoglio ma di gratitudine: Andy mi ha regalato la libertà dallo showbusiness. Non me ne frega più niente di essere dimenticato e di quello che penserà la gente dopo la mia morte, vorrei solo lasciar dietro di me energie positive come la scia di un buon profumo».


Lista di Silvia Grossi

LEGGERE

Concrete rose di Angie Thomas, traduzione di Seba Pezzani, Rizzoli

La Thomas ci riporta nel ghetto, a Garden Hights, tra le gang perennemente in lotta per il controllo del territorio, i King Lords e i Garden Disciples, già al centro dello splendido The hate u give, di cui questo nuovo romanzo costituisce il prequel. Facciamo un salto indietro nel tempo e qui ritroviamo Maverick, che abbiamo conosciuto come il padre di Starr, nel pieno dei suoi diciassette anni. Ed è proprio Mav a raccontarci in presa diretta la sua adolescenza fatta di tanta vita di strada, amicizie pericolose e un futuro incerto in cui le scelte difficili arrivano presto e senza farsi annunciare e non ci si può permettere di sbagliare.

ASCOLTARE (podcast)

I ragazzi di Nisida, a cura di Donata Marrazzo

Si sente forte la voglia di fare uscire dalle mura del carcere minorile la propria voce, il racconto di sé, in questo podcast curato da Donata Marrazzo, giornalista del Sole24ore. Stupore, speranza, paura, fiducia, fratellanza, rabbia, malattia sono le sette parole a partire dalle quali i ragazzi detenuti ricuciono e rielaborano il percorso accidentato che hanno compiuto nelle loro giovani vite e lo fanno all’interno di un laboratorio di scrittura sotto la guida della loro insegnante Maria Franco. Ed è proprio in questo contesto che i ragazzi entrano in contatto, spesso per la prima volta, con il potere di trasformazione e la possibilità di cambiamento che può donare il saper trovare le parole.

GUARDARE (film)

Cruella, diretto da Craig Gillespie, con Emma Stone e Emma Thompson

Estella o Cruella? Che donna vuole diventare la talentuosa bambina che sognava di fare la stilista dalla personalità divisa esattamente in due, bianca e nera come i suoi capelli? La seguiamo nella sua ascesa a tempo di rock in una coloratissima Londra anni ’70 farsi largo nell’atelier della Baronessa, prima mentore, poi rivale e infine nemica, donna affermatasi con ogni mezzo in cui le ambizioni della ragazza si specchiano e si riflettono fino alle estreme conseguenze.  


Lista di Beatrice Galluzzi

GUARDARE (serie tv)

Il Metodo Kominsky di Chuck Lorre, su Netflix

Michael Douglas interpreta un attore fallito che ripiega sull’insegnamento, e mette in gioco il suo alter ego con ironia, guardando sé stesso come uomo entrato in una terza età che merita di essere celebrata. L’ultima stagione sembra non rispettare le aspettative a causa della mancanza dell’esilarante spalla, Alan Arkin, ma si risolleva dopo la seconda puntata e ci fa concludere con grandi risate e lacrimoni.

LEGGERE

La figlia unica di Guadalupe Nettel, traduzione di Federica Niola, La Nuova Frontiera.

Un triplo salto carpiato della scrittrice messicana che riesce ad affrontare ammirevolmente il tema della maternità attraverso lo sguardo acuminato della protagonista – che non vuole avere figli –, la sua migliore amica – che ne mette al mondo uno malato – e la bambinaia che ne se prende cura – che non può rimanere incinta. 

GUARDARE (film)

Midsommar, di Ari Aster, su Apple TV o Amazon Prime (a pagamento)

Un horror spietato e viscerale mascherato da festa di primavera scandinava. Non c’è niente che inquieti di più che avere la sensazione che qualcosa andrà storto oltre la più nefasta della previsioni. Una famiglia morta male in America e una ricoperta di fiori, dall’altra parte del mondo, che vive nel giardino dell’Eden e nasconde i risvolti più infidi delle credenze e dei riti ancestrali.


Lista di Ilaria Petrarca

LEGGERE

Queerfobia, a cura di Giorgio Ghibaudo e Gianluca Polastri, D Editore.

Racconti, poesie, immagini di odio quotidiano. Per denunciare non c’è migliore strumento che raccontare, e in questo volume la narrazione sfrutta ogni forma possibile per denunciare la discriminazione di genere. Alla raccolta hanno contribuito nomi più o meno conosciuti, una casa editrice, una rivista letteraria e un’associazione. L’arcobaleno di testimonianze che ne risulta – circa 400 pagine dalla grafica prepotente – rappresenta sia l’essenza stessa della queerness (non ho ancora trovato qualcuno che me ne sappia fornire una definizione, l’unica soddisfacente è “non-binario”), che la frammentarietà delle forme di odio rivolte contro di essa.

GUARDARE (film)

37 seconds, di Hikari, su Netflix

Yuma, una mangaka disabile, si emancipa e si realizza compiendo un viaggio attraverso la sessualità, il rapporto con sua madre e un passato nascosto. Nel film emerge il contrasto fra l’inabilità fisica e quella relazionale: la protagonista cerca di superare entrambe con la tecnologia e un sorriso stampato in faccia, che più che gentilezza trasmette tutta la sua fame di autoaffermazione.

ASCOLTARE (podcast)

RadioBullets, di autori vari.

Progetto giornalistico indipendente che parla di storie vere oltre l’Italia. Episodio estivo consigliato: Sirenomorfosi – diventare sirena in 6 pratiche pillole: prospettive sui cambiamenti di genere. 


Lista di Giuseppe D’Antonio

LEGGERE

Gli europei. Tre vite cosmopolite e la costruzione della cultura europea nel XIX secolo, di Orlando Figes, traduzione di Laura Serra e Giovanni Zucca, Mondadori

Orlando Figes, storico britannico, indaga la costruzione della cultura europea nell’Ottocento. attraverso un efficace espediente narrativo: la storia del triangolo amoroso tra la mezzosoprana Pauline Viardot, suo marito e impresario Louis Viardot, e l’amante Ivan Turgenev. Come scrive lo stesso Figes, «mi propongo di spiegare per quale motivo verso l’anno 1900 in tutto il Vecchio continente si leggevano gli stessi libri, si riproducevano gli stessi dipinti, si suonava in casa la stessa musica, si ascoltavano nelle sale pubbliche gli stessi concerti e si mettevano in scena in tutti i principali teatri le stesse opere». In pratica, quando e come le cose hanno cominciato a “diventare virali”.

GUARDARE (SERIE TV)

Omicidio a Easttown, regia Craig Zobel, sceneggiatura Brad Ingelsby, Sky

In tutta franchezza: sono anni che non reggo più “la serialità”. Datemi la migliore serie in assoluto di tutta la storia delle migliori serie in assoluto e ve la abbandono con piacere dopo i primi venti minuti. Faccio un’eccezione con questa perché la protagonista è una Kate Winslet acidissima, e io guarderei qualsiasi cosa con Kate Winslet (per di più acidissima). La trama: “Una detective di una piccola città della Pennsylvania indaga su un omicidio e nel frattempo cerca di evitare che la sua vita crolli”. Dice che alla fine c’è un colpo di scena. Lo spero, perché fino a ora (sono alla terza puntata) ci sono un bel po’ di svolte telefonatissime ma, Kate, you’re here, there’s nothing i fear.

ASCOLTARE (podcast)

Copertina, di Matteo B. Bianchi.

Se avete bisogno, di tanto in tanto, di qualche consiglio di lettura, questo è il podcast che fa per voi. Se poi avete piacere che questi consigli vi siano dati dai librai e libraie, questo è il podcast che fa per voi. Se, come me, siete incapaci di resistere alle doti affabulatorie di Matteo B. Bianchi, questo podcast non fa per voi ché altrimenti vi svenate a ogni puntata.


Lista di Primavera Contu

ASCOLTARE (podcast)

Rumore, di Alessio Taormina e Jiseon Moon

Interessantissime conversazioni su genere, linguaggio, sessualità, arte e temi sociali da una prospettiva analitica: un giusto mix di informalità e approccio colto (ma non pretenzioso né tantomeno accademico) e, soprattutto, uno sguardo che proviene dalla ricerca e non dall’attivismo.

LEGGERE

L’anima della festa, di Tea Hacic-Vlahovic, Fandango

Mia, giovane espatriata americana, racconta della Milano dei primi anni 2000: il mondo della moda, la vita notturna, la mancanza di soldi. Di questo memoir non mi interessa il messaggio pseudo pop-femminista di Tea Hachic, ma la costruzione del personaggio: una “cattiva ragazza”, una comedian, una performer che intravede il punk in un capo di Gucci. Uno sguardo che recupera i rottami e lo squallore inserendoli in una cornice sarcastica, mentre ci parla di sopravvivenza: agli uomini, alla metropoli ben poco iconica, alle droghe e ai disturbi alimentari.

GUARDARE (serie tv)

Master of None, di Aziz Ansari e Lena Waithe, su Netflix

La terza stagione di Master of None è arrivata e non ha nulla a che fare con la precedente. Anzi, non ha nulla a che fare con il personaggio di Dev. Quasi uno spin-off dedicato al personaggio di Denise (interpretata sempre da Lena Waithe, co-autrice di questi nuovi episodi), queste 5 puntate recuperano una dimensione lenta e intimistica che faceva parte di alcuni episodi della prima stagione.


La rivoluzione in televisione. “1971”: la serie di Kapadia che racconta un’epoca.

Immaginando una graduatoria di forme narrative ordinate per potenza d’impatto, la musica occuperebbe il primo posto. I livelli di coinvolgimento e riconoscimento che suscita sono estremamente corporei: i bassi si sintonizzano sui suoni interni, le terminazioni nervose si allertano, il ritmo ci muove, le endorfine esplodono. Con la musica siamo sensi e unità senza scissione. 

Siamo corpi che sentono. 

L’immersività dell’esperienza musicale appartiene anche al cinema, alle serie TV, ai podcast: ovunque ci sia una colonna sonora che si intreccia con la narrazione si innesca una reazione emozionale. Altissimo punto di pregio artistico, infatti, è riuscire a mettere insieme la linea musicale e sonora di un prodotto visivo e farla dialogare con le scene. Potrebbe essere un discorso molto personale, intimo, ma in effetti lo sono anche la fotografia, la lingua, le ambientazioni, i costumi. Le storie sono fatte di scelte, e le scelte che caratterizzano questa storia partono proprio da lei, dalla musica.

1971: The Year That Music Changed Everything

Un punto di forza di 1971: The Year That Music Changed Everything, la docuserie Apple di Asif Kapadia, Danielle Peck e James Rogan, è che pure privata delle immagini sarebbe una gran serie da ascoltare, a mo’ di podcast, a tutto volume. Sembrerebbe un’affermazione sminuente ma non lo è. Se le immagini ci aiutano, infatti, a ricostruire una visione di quel passato, sono le voci narranti che si intrecciano con le canzoni a creare un coinvolgimento totale e a tratti ipnotico. Otto episodi per sei ore di viaggio in un’epoca attraverso l’ascolto delle voci che quell’epoca l’hanno vissuta, sperimentata, fatta. 

Asif Kapadia, affiancato da James Gay-Reese – con cui aveva già vinto l’Oscar nel 2015 con Amy– e dai registi Danielle Peck e James Rogan, esplora il momento in cui il ventesimo secolo cambia radicalmente, come dice David Bowie nell’ultimo episodio: “We were creating the 21st century in 1971”. Pop, rock ma soprattutto cultura di massa. Quello che vediamo in queste immagini d’epoca scolorite sono esplosioni di un immaginario ancora vivo e dotato di potenza inaudita, veicolate da un livello di creatività e di capacità di lettura del momento altissimi.

Tratta dal libro di David Hepworth, 1971. L’anno d’oro del rock, la serie riprende la ricerca dell’autore cambiando forma e struttura alla narrazione, spostandola dalla cronologia rigorosa del libro, diviso in capitoli legati ai mesi dell’anno (con tanto di consigli d’ascolto a fine capitolo per la gioia dei fan della decade) a un’esperienza di visione immersiva e totale, e rimaneggiandone il contenuto, più concentrato sulle vicende degli artisti e sull’universo musicale in senso stretto, spostando il focus in una struttura che si inarca ad accogliere la narrazione storica. 

Dal punto di vista creativo, la docuserie di Kapadia è un prodotto che spicca per arte e costruzione. Il montaggio è tutto nei documentari, è la regola numero uno, che in questo caso vale più del solito. A un lavoro di editing certosino ma mai rigido è affidato il filo conduttore che unisce tutti i filmati d’epoca, molti dei quali inediti, e le canzoni i cui testi compaiono sullo schermo, così da aggiungere anche la lettura all’esperienza di fruizione. Lo spettatore non viene condotto per mano e guidato nella visione, ma si ritrova a dover ricostruire i salti tra un argomento e l’altro. ppure non fa fatica, perché l’effetto che sortisce la narrazione è quello di circondarti da tutte le parti, investire tutti i sensi. 

Le voci che sentiamo in sottofondo alle immagini sono vecchie e nuove, voci che oggi non ci sono più e voci che da oggi ci raccontano l’allora. Niente interviste, niente ricostruzioni, nessuno seduto a tre quarti che parla inquadrato da una telecamera fissa di lato. In 1971 a parlare è la rivoluzione culturale di quegli anni, che a quanto pare, a differenza di quello che cantava Gil Scott-Heron, “has been televised”. 

La vediamo infatti, oggi, dai nostri schermi televisivi.

Gil Scott-Heron – “The Revolution Will Not Be Televised”

La narrazione di un’epoca: uno spaccato socioculturale

La sigla della serie si apre con tre immagini fondamentali dell’epoca: Nixon, lo sbarco sulla Luna e la guerra in Vietnam. Il Vietnam, in particolare, risuona in tutti gli episodi come base del malessere e innesco del potenziale contestativo di quegli anni. Non è una scelta casuale, nel cestone delle scelte possibili, quella di Kapadia, perché se c’è un elemento a cui si legano tutti i temi trattati è quello della rottura, dello scontro, del conflitto, della violenza reale e percepita. 

Gli anni ’60 erano finiti malissimo: il massacro della Kent State University, il disastro del concerto gratuito di Altamont e la fine del sogno hippy, lo scioglimento dei Beatles, Charles Manson, la paranoia che imperversava. Gli Stati Uniti, su cui la docuserie si concentra, sono stati luogo di un rapido e progressivo percorso di cambiamento socioculturale tuttora in atto, e quello che vediamo in 1971 è la narrazione delle voci che in parte si sono inserite e hanno raccontato, in parte hanno effettivamente innescato quel cambiamento in quel preciso momento storico. Gli autori si sono chiesti come rappresentare tutto questo uscendo dai confini del documentario musicale e muovendosi in un territorio più vasto. Centinaia di ore di girato e voci creano questo saggio cucito insieme la cui tesi è chiara forse solo alla fine, nella carrellata di immagini finali che sanciscono una verità: tutto quello che abbiamo visto in queste sei ore è quanto mai attuale. 

Kapadia ha affermato in diverse interviste come il team si sia trovato a fare un lavoro giornalistico, quasi investigativo, di ricostruzione, con l’obiettivo di rendere il momento senza eccesso di marcatori di direzione: siamo nel 1971, camminiamo per quelle strade, catturiamo le connessioni. È la giustapposizione di immagini e canzoni a conferire un senso organico alla narrazione.

E così i filmati di An American Family, documentario televisivo e antesignano del reality, dialogano con le voci di Carol King, Joni Mitchell ed Elton John nella rappresentazione della crisi della famiglia nucleare.  Il processo di Angela Davis si lega alla canzone di protesta di Gil Scott-Heron, la cui potenza interpretativa risuona attualissima. All’origine dell’hip-hop, infatti, ci sono pezzi come “No knock”, un brano che vediamo scorrere sullo schermo in cui si parla degli abusi nei confronti dei neri da parte della polizia, autorizzata dalla così detta no-knock warrant a fare irruzione nelle case senza bisogno di avviso – senza bussare – al solo “sospetto”. Lanciata da Nixon nel 1970 durante la campagna federale di “Guerra alle droghe”, perpetrata da Reagan negli anni ottanta, la no-knock warrant è una pratica fortemente associata alla militarizzazione della polizia, e le vittime innocenti di questa pratica non ne hanno mai giustificato l’applicazione. Sembra scritto l’anno scorso questo brano, sembra si stia parlando del caso di Breonna Taylor. E invece era il 1971. 

La costruzione del racconto di protesta

Gli episodi in cui vengono fuori le proteste antirazziste sono forse i più potenti, attualissimi. Al centro del quinto episodio c’è il caso dell’omicidio di George Jackson, un rivoluzionario e membro del Black Panther Party, ucciso nel carcere di San Quentin dalla polizia penitenziaria solo una settimana dopo essere riuscito a diffondere clandestinamente il suo testo, Con il sangue agli occhi. C’è un’intera sequenza al centro dell’episodio che parte dalla risposta della madre di Jackson alle accuse della violenza contenuta negli scritti del figlio: 

“Questa è la storia di questo Paese. Prendono la loro violenza e te la ritorcono contro. Ovunque nel mondo ci sono soldati americani. Quante persone sono state uccise in Vietnam, quanti neri vengono uccisi ogni giorno, un’intera nazione di nativi americani è stata spazzata via, e loro parlano di violenza?”

Georgia Bea Jackson

Gli occhi di questa donna composta e misurata che racconta una rabbia ferocissima – rabbia su cui ancora oggi, da tutte le parti del mondo, si fa una gran confusione, rabbia che viene ancora oggi condannata, tacciata di “far passare dalla parte del torto”, la sacrosanta rabbia negata a tutti gli oppressi della terra –  introducono la rivolta di Attica e l’attentato dei Weather Underground con Leonard Cohen in sottofondo che canta “Avalanche”, e tutta la tensione si addolcisce in un passaggio dallo schermo nero che si apre sulle immagini del funerale: una bandiera azzurra con la pantera sulla bara, il sermone, i volti sofferenti e composti delle persone, e Bob Dylan che ci conduce alla commozione con una ballata che è un po’ murder ballad un po’ canzone di protesta (d’altronde, cos’è la murder ballad se non una canzone di protesta?) e che fa da sottofondo alle immagini. 

Prison guards, they cursed him

As they watched him from above

But they were frightened of his power

They were scared of his love.

[…]

Sometimes I think this whole world

Is one big prison yard.

Some of us are prisoners

The rest of us are guards.

Lord, Lord,

They cut George Jackson down.

Lord, Lord,

They laid him in the ground.

Bob Dylan, “George Jackson” (traduzione)

Questo è solo uno spezzone di dieci minuti scarsi della serie, ma funziona tutta così. In parte un viaggio nella memoria, in parte analisi generazionale. 

Il funerale di George Jackson

Una docuserie rivolta a tutti

Poteva essere un lavoro di fandom di nicchia, perché certe narrazioni si muovono, più di altre, in direzione dell’audience. E se Cobain: Montage of Heck attrae un certo tipo di pubblico, interessato alla storia specifica e privatissima di Kurt Cobain, 1971 è una serie aperta a chiunque abbia interesse per la politica, la storia, la controcultura, i fenomeni underground, l’arte, il pop in genere, perché è un progetto ambizioso che si muove più nell’ambito dell’antropologia culturale che in quello del business musicale. Da John Lennon che canta la pace a George Harrison che ne critica l’eccesso di performatività, dai Rolling Stones in Francia (e il miracolo della scienza che è la salute di Keith Richards), al concerto per il Bangladesh, e poi le interviste ai soldati in Vietnam, tutti giovanissimi, tutti sperduti, l’esperimento di Stanford, il processo a OZ, la rivoluzione sessuale, Hunter Thompson e il sogno americano, il glam, lo showbiz, l’eroina, questo racconto di suoni e parole che si mescolano e incorniciano le immagini arriva in un’esperienza di fruizione talmente ricca e molteplice da essere forse anche troppo carica da ingoiare tutta insieme. È una serie che va diluita, non divorata. 

E magari anche rivista, riascoltata, discussa. Perché le narrazioni dei conflitti, oggi più che mai, ci aiutano a muoverci nella complessità del mondo. 

Fake

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione.


Questo è il quattordicesimo e ultimo racconto, scritto da Erika Nannini. Non è entrato inizialmente nella rosa dei selezionati, ma è stato recuperato da Francesca de Lena per l’estrema naturalezza dei dialoghi e la penna molto precisa dell’autrice. Il racconto ha richiesto un editing mirato a chiarire alcuni passaggi di snodo, salvaguardando il realismo dei dialoghi e senza snaturare l’originalità del testo. Particolare attenzione è stata prestata al ritmo della narrazione. Hanno curato il testo prima la corsista di Apnea Monica Laudonia poi le caporedattrici.


Attraverso dialoghi serrati che riproducono un parlato quotidiano elevato e con un linguaggio intriso dai tecnicismi dell’arte, l’autrice ci guida, mentre seguiamo il passeggero, in una riflessione estetica che si pone la domanda fondamentale: cos’è che fa di un lavoro un’opera d’arte?


di Erika Nannini


Superati i Ponti di Vara la strada cambia colore, una cenere bianca, opaca ricopre la terra e l’erba più bassa. La breccia stride sotto le gomme, incuneandosi nel battistrada. Il passeggero indica un magazzino sulla destra, il parcheggio antistante è deserto, l’autista decelera e ferma la macchina dove capita. 

«Avvicinati», chiede il passeggero.

«Dove?».

«Accosta davanti alla porta».

L’autista riaccende il motore e getta acqua sul cristallo, il passeggero si scompone, annaspa, emerge dal nido che si è scavato in fondo all’abitacolo e ferma il braccio dell’uomo intenzionato ad attivare le spazzole.

«No, che lo graffi!», grida.

«Cosa?», chiede l’autista alzando le mani.

«Il vetro, è marmo!».

L’acqua cola via disegnando un albero riverso sul parabrezza impolverato. L’autista scende a osservare da vicino la polvere di pietra. Si lecca l’indice per raccoglierne qualche granello, così da testarne la durezza tra i polpastrelli, poi gonfia le guance e soffia sul vetro. 

Al passeggero ricorda Dizzy Gillespie, sblocca il cellulare, seleziona Work in progress, ma poi digita: Ermanno, Eolo. Lo manderà all’assistente, il migliore, capace di reagire a una suggestione con una dozzina di possibilità per realizzarla. E in mezzo a quelle, nove volte su dieci, il passeggero riconosce il medium perfetto per la sua visione.

Gli occhiali a specchio riflettono un carrello elevatore che si avvicina portando un cassone. A pochi centimetri dalla macchina il mezzo si ferma e abbassa le forche posando il contenitore a terra. L’uomo alla guida, in tutto simile a un panettiere dopo una notte d’impasti, indossa una mascherina a valvole. Alza i pollici. Il passeggero abbassa il cristallo per metà e lo congeda annuendo.

Un secondo uomo spunta da dietro al mezzo e si avvicina al finestrino.

«Eccoti, hai fatto buon viaggio?», chiede  chinandosi in avanti e appoggiando la mano sinistra sul tettuccio della macchina.

«Bentrovato Giacomo, tutto bene».

«Ottimo», risponde l’uomo raddrizzandosi per osservare meglio l’autista che pulisce il vetro a suon di polmoni. «Guarda che sta per piovere», gli dice.

L’autista sorride, si accarezza la barba appuntita e rientra in macchina.

«Sono queste le pietre?», chiede il passeggero sporgendo il naso dalla fessura.

«Sì, queste».

I campioni allineati sul fondo del cassone sono numerati da uno a dieci.

«Ma è tutta onice?».

«Non sembra, vero?».

«Soprattutto il tre e il cinque».

«Sì, te li ho selezionati apposta, li trovo interessanti proprio per questo».

«Il quattro gronda sangue».

«È raro trovare una vena dal colore così intenso nell’onice».

«Quanto ne hai? Mi servono venticinque pezzi».

«Dipende dalla scala. Il modellino che ci hai mandato è uno a uno?».

«Se Ermanno non ha sbagliato dovete solo raddoppiarlo».

«Vuoi controllare il bozzetto?».

«Non farmi scendere, ho le scarpe di vernice», risponde il passeggero aggiustandosi gli occhiali a specchio.

«Te lo faccio portare».

«No, lascia, mi fido di Ermanno».

«Fai bene a fidarti, ha stoffa il ragazzo. Se c’è un problema sa come risolverlo, e la soluzione non è mai quella che ti saresti aspettato».

Giacomo gli indica le pietre:

«Mi sa che raddoppiare le dimensioni del bozzetto sarà un problema, non mi basta il materiale del campione numero quattro».

«Cosa proponi?».

«È un guaio se le sculture non sono uguali?».

«Mah, che vuoi, i collezionisti hanno questo malsano attaccamento all’idea del pezzo unico, alla fine lo preferiscono».

«Per venticinque pezzi devi scegliere almeno quattro campioni, altrimenti c’è sempre lo statuario, ma non è onice».

«No, infatti, voglio l’onice, in questo periodo il marmo mi annoia. Non importa se sono diversi, però fate attenzione quando scansionate il bozzetto, m’interessa la torsione data alla figura. Siate precisi».

«Come sempre», risponde Giacomo voltandosi di colpo per starnutire.

«Allora, segna: uno, quattro, otto e nove».

«Li uso in quest’ordine?», chiede Giacomo appuntando i numeri su uno scontrino che si ritrova in tasca.

«No: quattro, nove, uno e otto».

«Ok, andiamo a esaurimento del materiale e vediamo dove si arriva».

«Te lo perdi lo scontrino, ti mando un messaggio?», chiede il passeggero sbloccando il cellulare.

«Macché, entro in ufficio e lo copio. Dove recapito le sculture?».

«Mandale in galleria da Massimo, al solito», risponde abbandonando il telefono sul sedile accanto a sé.

«Ok, da De Carlo allora. Ermanno non le rivede prima?».

«Non questa volta».

«Le creste restano, lo sai».

«Mi piacciono le tacche che semina la fresa, in certi casi sono un rafforzativo. È l’opera che comanda».

«Quanto tempo abbiamo?».

«Inauguro il sedici».

«Se consegno il quattordici?».

«Yes. Per l’allestimento è sufficiente».

«Vuoi indicarmi un campione di riserva? Casomai avessimo problemi».

«Sceglilo tu, adesso scappo, devo visionare un pavimento per la casa nuova».

Giacomo fa un passo indietro, il passeggero ritira il naso, alza il finestrino e appoggia la schiena al sedile divaricando le cosce per meglio affondare nell’imbottitura. La macchina riparte a passo d’uomo, la polvere che aleggia a mezz’aria sbianca ogni cosa, ne cancella anche l’ombra. Superati i Ponti di Vara l’autista accelera. Il passeggero guarda dritto davanti a sé, tra il poggiatesta dei due sedili anteriori, concentrato sulla riga di mezzaria che divide le corsie, riflette sul campione quattro. Sblocca il telefono e scrive una nota: Massimo, prezzo diverso per le sculture della partita quattro?

Quando l’auto entra in autostrada, il passeggero prende le foto del pavimento che ha stampato in alta risoluzione su carta patinata. Lo mettono di buon umore come d’abitudine gli accade per le cose belle. Cerca di ricordare pavimenti migliori, non gliene viene in mente nessuno, forse quello della chiesa di San Pietro a Tuscania, ma è difficile paragonarli. Uno in pietra, l’altro in legno. Uno a mosaico, l’altro a intarsio. Le croci che compongono il motivo sono smussate ai bordi, levigate come un tronco consunto dal mare. Immagina le sale cinquecentesche del convento dal quale è stato strappato, vorrebbe dispiacersene, ma gli sembra ipocrita. Nella testa gli si affollano migliaia di sandali in cuoio che lo deformano calpestandolo, secoli di passi concentrati in un’immagine, una marcia imponente. Chiude gli occhi lasciando che l’usura si compia, indeciso se scrivere una nota, Ermanno, migliaia di sandali. La memorizza.

Il fatto che nessuno abbia comprato il pavimento prima di lui lo tormenta, è una spina che gli si è conficcata nel cervello nel momento esatto in cui lo ha scoperto, la prova provata dell’estinzione del buon gusto. «Non c’è più salvezza», dice, l’autista alza gli occhi sullo specchietto retrovisore, sembra voler capire se ce l’ha con lui, ma non glielo chiede. Il passeggero sprofonda di nuovo nel silenzio, il buon umore è passato, al telefono l’antiquario non l’ha convinto, la voce gli sembrava incerta, forse era stupito dalla richiesta di conservargli il materiale fino al giorno del loro appuntamento.

Il viale che conduce alla casa colonica è disseminato di abbeveratoi in pietra, fontanili, sculture e arredo da giardino in ferro battuto; lo scheletro di una serra in stile liberty occupa la piccola corte prospiciente. Quando l’autista parcheggia a ridosso di un tiglio in piena fioritura, esce sulla porta un uomo alto, corpulento, indossa una maglietta lisa color lavanda e i jeans. Calza ciabatte gialle da piscina. Resta lì, con le braccia incrociate al petto, in penombra. Il passeggero lo guarda appena un attimo prima di declassarlo da antiquario a rigattiere, non gli sembra necessariamente un problema, forse il pavimento è rimasto invenduto perché capitato nelle mani di un poveraccio.

Il passeggero scende, il rigattiere fa un paio di passi fuori dalla porta, si ferma ad aspettarlo lì, come se non volesse allontanarsi troppo dalla casa e dalla penombra. Il passeggero, con le mani nelle tasche dei pantaloni in fresco di lana, cammina adagio per non apparire impaziente, quando è a tiro gli porge la mano, il rigattiere la stringe. Ha le unghie lunghe, arrotondate e nere che lo fanno rabbrividire. Il rigattiere accenna un saluto asciutto e lo invita a entrare volgendogli le spalle per precederlo.

«La stavo aspettando, ha avuto difficoltà a trovarmi?», chiede senza voltarsi.

«No, nessuna», risponde il passeggero cercando di misurare a occhio la lunghezza di quelle unghie.

«Molto bene», dice entrando nel locale.

Il capannone è ingombro di tavoli e credenze da restaurare, c’è qualche cornice, un putto scrostato orfano della laccatura originaria, alcune tele in pessime condizioni appese ai muri. La parete di fondo è coperta da porte e assi antiche. Due grosse macchine per lavorare il legno ripartiscono lo spazio in tre settori. Il rigattiere supera la prima e si accosta alla seconda. Sul banco c’è un lacerto di pavimento ricomposto, un quadrato di cinquanta centimetri per cinquanta. Il passeggero incrocia le braccia al petto e si china sul legno, la stoffa della giacca si tende all’altezza delle scapole.

«Eccolo», dice il rigattiere dopo qualche minuto, infrangendo il silenzio.

«Diceva che viene da un convento?» domanda il passeggero.

«Sì».

«Quale?».

«Era un convento, oggi non esiste più».

«Dove si trovava?».

«In provincia di Arezzo».

«A quando risale?».

«Il pavimento o il convento?».

«Ma il pavimento, of course».

«Fine cinque, inizio sei».

Il passeggero si raddrizza, davanti a lui c’è una piccola bifora appesa al muro, la colonnina e il capitello scolpito sostengono un doppio arco in pietra. Decide di provare a inserirla nel prezzo del pavimento, ma se non dovesse spuntarla la comprerà comunque.

«Si trovava nelle cellette dei frati», dice il rigattiere.

«Nelle cellette?».

«Sì, gli altri pavimenti del convento erano in cotto».

Il passeggero tocca una croce, l’accarezza, poi la solleva scardinandola dall’intarsio. Di tutte quante è la più chiara, priva di qualsiasi patina che il legno dovrebbe aver acquisito nel tempo. Avvicina la croce al viso, gli occhiali a specchio la riflettono ingigantita, la gira e il retro mostra un taglio fresco. Il passeggero rincula di un passo.

«È un pavimento con uno spessore molto alto», osserva il rigattiere.

«Cosa significa?».

«Che devo asportarne l’eccesso. Se supera i due centimetri e mezzo non c’è margine per montarlo in una casa moderna».

«Dov’è il resto?».

«Il resto?».

«Dove tiene il resto del pavimento?», insiste il passeggero.

«In casse, è stoccato in un altro magazzino. Lo tratto a mano a mano che mi viene richiesto».

«In che senso?».

«Taglio lo spessore a misura, lo pulisco. Poi va rifinito, il risultato cambia se lo vuole a cera o preferisce l’olio».

«Lo pulisce», ripete il passeggero.

«Certo, il pezzo che ha in mano è stato pulito e finito a olio».

Il passeggero lo guarda meglio, lo rigira sotto sopra ancora una volta. Fa un passo indietro.

«Sembrano essenze diverse», dice.

«Al tempo usavano quello che avevano».

«Lei dice?».

«Lo immagino», dice il rigattiere.

Il passeggero piega il capo sulla spalla sinistra, poi su quella destra, infine getta la testa indietro. Chiude gli occhi un attimo prima di raddrizzarsi.

«C’è il mio autista qui fuori, andiamo?».

«Dove?».

«Nell’altro magazzino, a vedere il resto del pavimento, le do un passaggio».

Il rigattiere non si scompone, apre una mano e la appoggia sul piano della macchina, accanto al lacerto del pavimento.

«Purtroppo aspetto un altro cliente, a minuti, doveva già essere qui».

«Sicuro».

«Posso mandarle delle immagini se mi lascia un indirizzo email».

«Le ho già ricevute, la ringrazio».

«Quanto gliene serve?».

«Lei quanto ne ha?».

«Dovrei controllare».

«Me ne servono settantacinque metri quadri».

«Ho bisogno di un preavviso di tre mesi, se decide».

«Tre mesi?».

«Per prepararlo. Come vede sono pezzi molto piccoli, una miriade».

«Ma se li volessi nello stato di fatto, senza toccarli, basterebbero tre giorni?», chiede il passeggero avvicinandosi alle assi accatastate sulla parete di fondo.

«Così come sono, dice? E lo spessore? Almeno lo spessore va ritoccato, sempre tre mesi servono», risponde il rigattiere alzando la voce.

«Belle queste assi, ci uscirebbe un pavimento fantastico. A che epoca risalgono?», dice il passeggero.

«Metà Ottocento. Ho fatto dei loft a Milano con quelle».

«Un loft è proprio la morte loro».

«Il risultato però è completamente diverso», dice il rigattiere.

«Ovvio».

«Lei quando vorrebbe montarlo?».

«Il pavimento? C’è tempo, non ho fretta».

«Ah, bene, avevo capito l’avesse».

Il passeggero ringrazia per il tempo concesso, porge la mano al rigattiere, si lascia accompagnare fuori e sale in macchina. Non dice nulla, appoggia la nuca al sedile e chiude le palpebre. Vorrebbe dormire per non pensarci troppo, però non gli riesce, gli monta dentro un sentimento rabbioso che lievita fino a opprimerlo. Questo coglione, pensa, invece di gonfiarsi d’orgoglio, spaccia il capolavoro della sua vita per un fake. Porta le dita alle tempie e le comprime uno, due, tre secondi. Vede ancora il rigattiere davanti a sé, vede le unghie, le ciabatte e gli nasce un sorriso che si allarga in una risata sommessa. Quando non riesce più a contenerla, attacca a ridere forte, per poco non si strozza. L’autista alza gli occhi sullo specchietto retrovisore, rallenta, inserisce l’indicatore di direzione. «Devo accostare?», chiede.

Il passeggero nega con un cenno risoluto mentre si ricompone, l’ilarità riemerge ancora un paio di volte, fino a spegnersi del tutto.

«No, no, grazie, non serve», dice asciugandosi le lacrime dalle guance.

«Ha comprato il pavimento?», chiede l’autista.

«Non esiste nessun pavimento, certo non del Cinquecento, lo fabbrica lui, il maledetto ritaglia legni vecchi e li spaccia per buoni. Non che fossero brutti e antichi ‒ lo sono per certo, almeno più antichi di me. A dirla tutta, il risultato è un portento», risponde tossendo per soffocare una nuova risata.

«E allora perché non l’ha preso?»

«Perché la menzogna non ha mercato. Che raggiri pure gli sciocchi… Comunque, possiede più assi marce che capelli in testa, c’è speranza che prima d’aver triturato l’ultima capisca il valore della sua opera e si decida a vendere quella, invece di un’impostura. Nel caso, tornerò a comprarlo».

L’autista dice «Ah», nient’altro. Il passeggero riguarda le immagini ricevute per e-mail, pensa ancora che il pavimento in quelle foto sia originale. Ma che l’idea possa essere venuta a quel robivecchi in ciabatte da piscina fatica a concederlo. Sa di averlo mancato. Se lo ripete, l’ho mancato. In fondo gli sembra la soluzione più sensata: venduto l’originale s’è industriato per riprodurlo. Si ricorda della bifora che ha lasciato lì. Un pezzo unico, ma di tornare indietro non se ne parla.

Infila le mani in tasca, le tira fuori, prende il cellulare e lo sblocca, scrive una nota: Ermanno, figura in ciabatte da piscina e sette centimetri di unghie.

L’autista mette la freccia a sinistra ed entra in autostrada: «Inizia a piovere», dice.


Erika Nannini è nata a Ravenna nel 1976 ed è bibliotecaria presso la biblioteca comunale “Don Giovanni Verità e Accademia degli Incamminati” di Modigliana (FC). Ha pubblicato racconti sul Corriere Fiorentino e nell’antologia Anatomè – dissezioni narrative edita da Edizioni Ensemble. Ha collaborato con Zest Letteratura Sostenibile. Curatrice della sezione Conchiglie, dedicata a libri e autori dimenticati di Morel, voci dall’isola.


LEGGI QUI TUTTA LA NARRATIVA CHE PUBBLICHIAMO

Denti

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione.


Questo è il tredicesimo, lo ha scritto Antonia De Sisto e, più che un editing, ha richiesto l’invio di un seconda stesura. Era infatti dall’inizio potenzialmente molto interessante, secondo Francesca de Lena, ma quasi completamente involuto. Hanno dato molti suggerimenti di sviluppo, in un procedimento maieutico, prima il corsista di Apnea Paolo Montagna, poi le nostre ottime caporedattrici. Correzione a cura della redazione. Brava l’autrice a riprendere il racconto in mano e, praticamente, riscriverlo tutto da sé.


Una guerra di posizione si consuma nel breve tempo di una seduta psicoanalitica nella trincea che si scava tra la poltrona dell’analista e il lettino in cui si sdraia una paziente. Al centro dello scontro ci sono i denti, elemento reale e figurativo che per la paziente vale tutto: barriera tra il dentro e il fuori, tra sé e gli altri, tra sanità e malattia.


di Antonia De Sisto


I piedi paralleli di fronte all’ascensore, il naso allineato alla fessura tra le due porte. Preme il tasto zero. Conta uno, due, tre. Entra.

Un rapido sguardo al riflesso nello specchio dell’ascensore. Sorride inarcando le estremità delle labbra verso l’alto. Due chiazze rosse le compaiono sulle guance. Con le dita allenta il collo della maglietta. Due respiri brevi e uno profondo. Sorride di nuovo, questa volta mostrando i denti. Si concentra sullo smalto bianco dei suoi incisivi perfetti. Le guance si schiariscono. Al terzo piano, seconda porta a partire da sinistra. Sulla porta, di poco al di sopra della sua testa, sporge un chiodo. Lo fissa. Uno, due, tre. Suona il campanello. Ancora: uno, due, tre. La porta si apre.


«Buongiorno».

«‘giorno».

Un corridoio da percorrere. Le mani lungo i fianchi. Nel tragitto si guarda le scarpe. Sono sette passi. Al lettino si siede, spalle alla poltrona di lei e aspetta che anche lei si sieda. Solo quando sente la poltrona cigolare sotto il suo peso, si stende. Un fazzoletto pulito tra le mani. Tre regole, promesse ripetute a sé stessa ogni seduta.

Uno. Non piangere in quella stanza. Due. Portare sempre un fazzoletto nuovo. Tre. Contare sessanta secondi prima di parlare. Un ticchettio di lancette amplifica il silenzio. Muove la testa quanto basta per avere una panoramica della stanza, ma non riesce a trovare l’orologio da cui proviene il rumore. Spiega il fazzoletto bianco, lo appoggia sullo stomaco, poi lo liscia per togliere quelle fastidiose pieghe.

«Qualcosa la turba?».

Non sempre riesce a finire di contare, viene interrotta e capita che debba cominciare da capo. La dottoressa si muove sulla sedia, accavalla le gambe. Forse non lo sa, o forse finge di non sapere che esiste una ripetizione da eseguire o forse si presta come da copione all’esibizione.

«Mi scusi?».

«C’è qualcosa che non va?».

Pochi gesti, uno scambio di battute: preliminari a una confessione spontanea che deve avvenire come se fosse richiesta.

«È che dove supponevo ci fosse qualcosa, non c’era nulla. Per una persona perfettamente inserita nella normalità, quale io mi ritengo, trovarmi faccia a faccia con quella mancanza nella presenza, fu scioccante. Nessun avvertimento. Non una crepa nel cielo che potesse preludere a quella che si creò poi nel mio cervello».

«Lasciando da parte la poesia».

«Quale poesia?».

«Andiamo, sa a cosa mi riferisco».

«Guardi che io sono così sempre».

«O forse si è solo abituata a crederlo».

«No, non credo proprio».

«…».

«Insomma, gliela faccio breve. Esco dal locale adibito alle attività di ufficio per raggiungere la cancellata che divide la vita dentro dalla vita fuori. È mia abitudine, in quanto persona decisamente normale, sostare al cancello per salutare il custode del confine con un breve cenno del capo. Magari pure un paio di paroline ben calibrate».

«Interessante».

«Come?».

«Continui, prego».

I preliminari con l’analista sono un girotondo di sottecchi. Con le mani bene in vista, avvicinarsi al contendente. Raggiunta la giusta distanza, l’incontro può cominciare.

«Mi diceva, poco fa, del confine».

«Ecco. Quel giorno, come un qualunque altro giorno normale, il custode riposava placidamente nella sua dimora: un gabbiotto disposto per una esatta metà nel mondo di dentro, per l’altra nel mondo di fuori. Il custode sedeva sullo sgabello, per una gamba dentro e per una gamba fuori. Un’improvvisa novità nella placida quotidianità della mia giornata: il custode di quel giorno era nuovo, o meglio, rinnovato, nel senso che era tornato dopo essersene andato».

«Le novità le danno l’impressione dell’assurdo?».

«Mi scusi?».

«Connota un evento nuovo, ma non insolito, con sfumature riconducibili all’assurdo».

«…».

«…».

«Continuo?».

«Certo».

«Rivedendolo sorrisi, serbavo un bel ricordo di questo custode, fiero del suo manto bianco e dall’occhio languido».

«Ne era attratta?».

«Prego?».

«Ne era attratta?».

«Dal custode?».

«Esatto».

«Beh, ecco, diciamo che è abbastanza avanti con gli anni».

«Ah».

«Non che questo sia un limite».

«No di certo».

Le prime finte, qualche colpo a vuoto sotto la cintura e finalmente un contatto. Sul lettino stringe forte il fazzoletto, sistema i piedi di modo che siano esattamente paralleli al muro. La dottoressa apre il taccuino, sfoglia le pagine in cerca di quella nuova. Un click, la penna è pronta.

«Continuo?».

«Risponda alla domanda».

«Quale?».

«Lo sa bene».

«Non ne ero assolutamente attratta».

«…».

«Continuo?».

«La prego».

«Mi sorrise di ricambio e io, glielo giuro, mi sentii mancare. Il buio, null’altro, in quella bocca mezza aperta per il sorriso di commiato. Non c’erano quadratini bianchi, come in tutte le bocche che ero stata abituata a vedere; soltanto nero, un nero di nulla».

«Si aspettava quello che si aspetta sempre?».

«Mi aspettavo quello che si aspettano tutti».

«La normalità?».

«Non mi aspetto certo che tutte le bocche si aprano a me allo stesso modo e mi mostrino la stessa quantità di bianco, geometricamente divisa da linee di nero. Di certo non ero preparata, quel pomeriggio di quel giorno come tutti i giorni, allo spalancarsi del nulla. Nemmeno un dente, non un canino o un molare, anche malandato. Solo gengive e molto nero. Aspetto?».

«Cosa?».

«Che lei finisca di scrivere».

«La preoccupa che io scriva?».

«Mi preoccupa che lei rimanga indietro nella scrittura».

«Sente il bisogno di aspettarmi?».

«Se così vogliamo dire».

«Interessante».

«Mi scusi?».

Si toccano e al primo tocco segue sempre un allontanamento. Il lettino si fa scomodo, i piedi ora sono intrecciati e per un istante dimentica il rigore geometrico dello spazio da occupare. La dottoressa segna i punti scoperti, rilegge la strategia di contatto.

«Prego, continui».

«Più di tutto mi sconvolse la naturalezza con cui mi sorrise. “Diamine” pensai “sa di essere senza denti?”. Non era tenuto a celarsi per sé, ma per l’altro. Per chi gli stava di fronte certo l’avrebbe dovuto fare».

«Lei non avrebbe sorriso?».

«No di certo».

«Sente sempre il bisogno di nascondere la propria intimità?».

«Che c’entra?».

«Percepisco un certo nervosismo».

«Si sbaglia».

«Mi pare che senta il bisogno di ribattere a tutto quello che le propongo. Da dove viene questo bisogno?».

«Dal fatto che non concordo».

«Va bene. Proceda».

«Guardi che non sono nervosa».

«Le credo».

«Bene».

«Cosa la turbava di quella bocca sdentata?».

La dottoressa si lascia andare allo schienale della poltrona, rilassa i muscoli della mano, ferma la penna tra le pagine del taccuino, dà una rapida occhiata all’orologio. 

«Mi turbava quella mancanza di cura verso sé e verso l’altro. Cosa porta a spalancare sul mondo il proprio buio? “Con che coraggio,” pensai, “questo si permette di farmi carico del suo nulla?”. Io non l’avrei fatto. Lei capisce, i denti sono tutto. Sono barriera tra il dentro e il fuori, sono strumenti adatti alla masticazione, coadiuvano la dizione. Su cosa sbatterà una lingua nel pronunciare la “t”? Chiaramente vengono a mancare le basi di comunità e comunicazione».

«Fuor di metafora, quindi?».

«Eh, la fa facile lei!».

«Non riesce a esprimersi se non per alterazioni letterarie?».

«Io mi esprimo sempre così».

«Antepone sempre la forma al contenuto?».

«Mi scusi, siamo qui forse a fare lezioni di poetica?».

«Vede, qui il punto non è individuare il suo modello espressivo, né valutarne la validità, quanto piuttosto cercare di capire perché lei, qui con me, sente il bisogno di mascherare le emozioni dietro un certo modo di parlare».

«Ma io mi esprimo sempre così».

«Appunto».

«Prego?».

«Il punto è proprio questo».

«Che mi esprimo sempre in modo letterario?».

«Che sente sempre il bisogno di esprimersi indirettamente».

«Ah».

«Riprenda pure».

«Ora non ricordo più».

«Mi stava dicendo di quanto imprescindibile ritiene nascondere la propria fragilità».

«Stavo dicendo questo?».

«Più o meno».

«Beh, ecco, riprendo allora. “Lei, signor mio, mi impedisce di riconoscerla come essere umano”. Furono queste le parole con cui mi congedai da quel sorriso monco. Mi scusi ma, io, questa mancanza, proprio non la posso sopportare».

«Mancanza di barriere?».

«Stavo per dire mancanza di attenzione».

«Per lei l’attenzione verso l’altro passa attraverso la costruzione di confini?».

«Non lo so se pensavo proprio questo».

«Ci pensi».

«Può darsi».

«Può darsi che l’abbia turbata tanto la spontaneità con cui il custode le ha mostrato una sua fragilità».

«È evidente che lei non coglie il punto».

«Mi aiuti, allora».

«Qui il problema è l’assurdo».

«Trova assurdo che a qualcuno possa capitare di manifestare la propria fragilità?».

«…».

«Si ricorda di quell’episodio che mi aveva raccontato? Quel pranzo in cui suo padre, se non sbaglio…».

«Non credo sia il caso di tirare in ballo mio padre!».

Poi spinge i gomiti sul lettino, vorrebbe forse alzarsi, cambiare la porzione di spazio da occupare per cambiare il corso degli eventi che non è più in suo controllo. Portare le ginocchia sullo stomaco, poggiarsi su un fianco, proteggere l’insorgere di quella nuova superficie, ma il processo non si può arrestare, lo si può solo accelerare.

«Come no! Lei, con la sua psicologia mi vuole costringere a parlare dei fatti miei per poi trovarci un riferimento nell’inconscio. Cos’ha lì, ha forse un’antologia dei simboli e dei significati? Una Smorfia per intellettuali? Dare un senso alle cose, ordinarle a posteriori, indicizzare i fatti quando già sono accaduti. Ma bene, io le vengo incontro: non temo peripezie freudiane, non nascondo traumi dento-infantili, né reprimo umori frustrati da quell’accaduto».

«Eppure lei ha esordito raccontandomi di come sia rimasta traumatizzata dalla bocca senza denti di un uomo molto più grande di lei. Davvero non trova ci possa essere un legame con l’episodio di suo padre?».

«Ma lei l’ha mai visto un uomo perdere un dente nel bel mezzo della più cieca quotidianità?».

«Me lo racconti di nuovo».

«A lei la storia, visto che ci tiene tanto. Era un pranzo, come sono i pranzi di tutti i giorni. Intorno al medesimo tavolo di marmo, seduti sulle medesime sedie nere. Di fronte alla medesima pasta al ragù. Io infilavo una forchettata dietro l’altra, con il capo chino sul sugo e vedevo solo i maccheroni macchiati. Insomma, a un certo punto ecco mio padre che si alza in piedi con una bottiglia di rosso, quello di tutti i pranzi. Ha la bottiglia nella sinistra, cerca il cavatappi sulla tavola, mentre sorride contento».

«Suo padre era solito bere?».

«Posso continuare?».

«Prego».

«Io alzo lo sguardo e noi tutti lo vediamo portarsi la destra, la mano senza il vino, alla bocca e smorzare il sorriso in una smorfia triste. Ci porge la mano destra a coppetta e come un bimbo ci fa: “guardate”. E quello che vediamo ci fa orrore. Mio padre rimane con questa mano a mezz’aria e la bocca socchiusa, quel tanto che basta per coprire il buco che il dente, ora nella sua mano, ha lasciato».

«Deve aver sofferto molto?».

«Mio padre?».

«Mi riferivo più a lei».

«Ma i miei denti erano perfetti».

«A lei non è mai capitato di avere male a un dente?».

«Assolutamente no».

«Ma a suo padre sì».

«…».

«Come l’ha fatta sentire assistere a suo padre messo a nudo nella sua fragilità?».

«Lei mi mette in bocca parole che non ho mai pronunciato!».

I colpi cadono esattamente dove devono cadere. La guardia è goffa, non c’è più una sequenza da ripetere. Lei ripercorre nella mente i passaggi, cerca quel passo laterale debole che ha scomposto la sequenza. Spiega e ripiega il fazzoletto tra le mani. Il ripetersi di gesti comuni la riporta sul lettino, stende le gambe, allinea di nuovo i piedi. Riprende il controllo dalle punte, mentre sente la superficie del centro del suo corpo completamente esposta.

«Torniamo al suo incontro con il custode. All’inizio della seduta accennava al fatto che il custode le avesse fatto carico di qualcosa, mostrandole la bocca».

«Ma certo, con la sua bocca senza denti mi ha costretto a guardarci dentro, a scrutare nel suo buio. Se non avesse perso i suoi denti, il cielo non si sarebbe crepato come invece ha fatto quel giorno».

«Un po’ come è successo quel giorno con suo padre».

«Cosa ha a che fare questo con mio padre?».

«Non ha forse detto che la cura per i propri denti è una forma di attenzione verso l’altro? Una barriera che nasconde all’altro qualcosa di sé. E cioè, non ha forse detto che è necessario, in qualche modo, celare le proprie fragilità?».

«A me pare che lei stia giocando con la Smorfia».

«…».

«Lei non capisce. La bocca di mio padre. La bocca vuota di mio padre. Mio padre che perde un pezzo dopo l’altro. Mio padre che giorno dopo giorno apre quella sua bocca sempre più buia e non fa niente per riempirla! Era mio padre, che si sgretolava davanti ai miei occhi».

«…».

«Io i denti li guardo sempre perché i denti sono lo specchio dell’amore che si ha verso sé stessi e verso gli altri. Io, se le persone sono felici, lo capisco guardandole in bocca, perché quando sono felici si prendono cura dei loro denti. E le persone felici non ti devono fare carico di nulla».

«Ritiene che suo padre fosse…».

«I miei denti sono perfetti».

«Quelli di suo padre non lo sono stati, però».

«I miei denti sono assolutamente perfetti!».

«Forse perché devono nascondere qualcosa».

«Non giri la frittata!».

«La mette a disagio pensare di non essere felice come crede?».

«…».

«Ne vuole un altro?».

«Mi scusi?».

«Un fazzoletto, lo vuole?».

«Ce l’ho, grazie».

«Il suo non sembra aver retto bene».

«…».

«Allora, perché è qui?».

«…».

«Va bene, per oggi può bastare».

Un’ultima occhiata alle lancette. È il momento di una tregua, l’interruzione tra un ripetersi del medesimo e l’altro, fino al momento in cui una crepa si insinua nella quotidianità, increspa la superficie e ne mostra una differenza. La dottoressa è la prima ad alzarsi. Apre la porta e saluta con cortesia.

Lei si siede sul lettino. Conta uno, due, tre. Si alza. Con gli occhi verso le punte delle scarpe, ripercorre il corridoio. Sono sette passi. Attenersi alla regola numero uno per sette passi. Ricambia con cortesia il saluto, non incrocia lo sguardo dell’analista. Attraversa il confine, la porta si richiude alle sue spalle. Uno, due, tre. I piedi allineati alle porte dell’ascensore. Preme il tasto zero. Conta uno, due, tre. Un rapido sguardo al riflesso nello specchio dell’ascensore.


Antonia De Sisto, (Benevento, 1991) nasce con un enigma: “chi sono io?”. Prova a scioglierlo studiando filosofia a Padova. Si laurea con una tesi su Bataille, grazie al quale scopre che io è sempre un altro. Dal 2015 si dedica a progetti di divulgazione filosofica con l’associazione Aurora Scuola Popolare di Filosofia. Quando si accorge che l’enigma non può essere sciolto, ma può essere raccontato, scopre la scuola di scrittura di Ivano Porpora. A finanziare la sua ricerca è il The Garda Village, dove dal 2016 lavora come receptionist.


LEGGI QUI TUTTA LA NARRATIVA CHE PUBBLICHIAMO

“Il grande libro della scrittura” di Marco Franzoso: un viaggio faticoso, come la scrittura

di Anna Coluccino

Appena terminata la lettura di questo poderoso manuale, mi si è palesata nella mente la battuta di Umberto Eco su Il Conte di Montecristo di Dumas: un libro di quasi mille pagine che poteva essere raccontato usando un quinto delle parole, ma, fosse stato così, non sarebbe stato lo stesso libro. 

Perché sì, è vero: il testo di Franzoso è ridondante, a tratti lo è in modo quasi snervante. Per svariate pagine, pare formulare in modi più o meno diversi sempre gli stessi concetti, ma è vero pure che il segreto dell’apprendimento profondo è la ripetizione, e se si è completamente a digiuno di nozioni e tecniche narratologiche, al termine della lettura de Il Grande Libro della Scrittura si avranno le idee molto chiare riguardo i passaggi necessari a portare la propria opera a una forma definitiva, a una stesura che possa essere letta e apprezzata. 

Ché questo, in fondo, dovrebbe essere l’obiettivo finale della scrittura: compiersi, comporre una storia e metterla al mondo in forme che le consentano di essere compresa, ricevibile, capace di riversarsi in menti diverse da quella che l’ha ideata e partorita, e lì rinascere in miriadi di altre forme, risuonando con le esperienze e i pensieri dei lettori. 

Un libro-viaggio per chi e perché

L’incipit è avvincente: quale libro porteresti su un’isola deserta? Dopo attenta riflessione l’autore risponde nel più sensato dei modi: un manuale di pesca. 

L’allegoria della scrittura come viaggio in solitaria, come mezzo di sopravvivenza, genera paralleli assai significativi, densi, nonché intuizioni che penetrano e rivelano un senso profondo dello scrivere, come pure le motivazioni psicologiche e filosofiche che sottendono l’urgenza del racconto. Perché è vero che leggiamo non per fuggire dal mondo ma per capirlo meglio, non per eludere i problemi della nostra vita ma per imparare ad affrontarli o anche solo per riconoscerli come tali. 

Tutto il libro è permeato dall’autentica esperienza dell’autore, e questo è uno dei suoi principali meriti. Avere la possibilità di passeggiare nella testa di uno scrittore che offre le risposte che, negli anni, ha individuato per soddisfare esigenze reali è un’esperienza che consente di ridefinire o raffinare le proprie teorie e le proprie pratiche, per affinità o per opposizione ma, comunque, nutrendosi del confronto con una riflessione autentica. Tanto le domande quanto le risposte che Franzoso intercetta e propone ai suoi lettori suonano vere, o potenzialmente tali; certamente utili per evitare di perder tempo dietro a domande sbagliate o mal formulate. Troppo spesso, infatti, ci si dimentica di porsi il quesito centrale per chiunque senta l’esigenza di raccontare storie: perché? 

Il perché ha subito un crollo di notorietà, un generale calo di considerazione e stima nel corso del novecento. Con la fine dell’assolutismo, la morte di dio e l’avanzare del metodo scientifico e del pensiero logico-razionale, è parso sempre più peregrino chiedersi il perché delle cose. È così perché è così. Scrivo perché scrivo, che domanda è? Dovremmo limitarci a studiare il cosa e il come dei fenomeni e lasciar perdere motivazioni e cause prime. Data per inaccessibile la Verità maiuscola, ignorare anche quelle minuscole, contestuali, relative. Tuttavia, l’abbandono della ricerca di un senso per le proprie azioni, per i propri bisogni e desideri, per la propria vita insomma, è in parte ciò che ci ha portato all’attuale sbandamento di specie. E gli autori che non si chiedono perché fanno quel che fanno, o non sono in grado di individuare un senso al loro gesto, a tratti ossessivo, figlio dell’impulso irrefrenabile a dar forma a un mondo, non me l’hanno mai raccontata giusta. La posa dell’artista che afferma di fare le cose perché non aveva nulla di meglio da fare, con nessuna vera intenzione o motivazione, mi pare sempre più farsesca: puzza di messa in scena. 

Un libro-viaggio come e verso dove

Franzoso sceglie di approfondire l’allegoria del viaggio richiamando implicitamente, tra gli altri, il celeberrimo Viaggio dell’eroe di Vogler e adottando una struttura metanarrativa. Suddivide quindi il suo stesso testo nei classici tre atti. E se il primo risulta riuscito, al netto di alcuni punti di disaccordo riguardo l’equilibrio che caratterizzerebbe la situazione iniziale di una qualunque storia –equilibrio che è spesso apparente e contiene, in nuce, le cause del successivo smottamento- è il secondo quello più farraginoso e ripetitivo, estremamente attento nel descrivere e declinare i diversi passaggi che danno vita a un romanzo, ma poco fiducioso delle capacità del lettore di tenere a mente e visualizzare i diversi momenti del processo. Il terzo torna a essere piuttosto scorrevole mano a mano che si avvia verso la conclusione. 

Sul piano etimologico, autori e autrici sono coloro che accrescono, che alimentano. Eppure, perché le cose evolvano nel migliore dei modi, a volte occorre recidere, sottrarre. Chi scrive non inventa niente, così come chi viaggia non si muove verso luoghi che non esistono, bensì procede e recede lungo percorsi più o meno battuti, ricorda e ricrea, scova e disvela. Non si tratta di un gesto puramente costruttivo. Esiste una pars destruens ed è una componente fondamentale del processo. Se non si è pronti a distruggere quanto si è costruito, almeno in parte, meglio non cominciare affatto. La scrittura è riscrittura, esattamente come viaggiare non riguarda solo l’andare ma anche il tornare. Se esiste una regola d’oro per l’arte narrativa, forse, è questa. Ed è inutile nascondere che può essere frustrante, non lo fa Franzoso e non dovrebbe farlo nessuno. Perciò è necessario abbandonare l’approccio mitologico del sacro fuoco che accompagna quasi sotto dettatura scrittori e scrittrici. La prima stesura di qualsiasi narrazione dev’essere monca e approssimativa, deve tracciare il percorso di massima, senza troppa attenzione allo stile e alla qualità del racconto: questo Franzoso lo sa bene e altrettanto bene lo racconta. Possiamo essere affascinati dal mistero, sedotti, ma l’amore necessita di affondi. E chi ama la scrittura, chi ritiene di essere chiamato a raccontare anche solo una storia nella vita, non può credere che lo studio e la conoscenza dei modi del racconto, come delle caratteristiche psicologiche e antropologiche dell’impulso umano alla narrazione, possano spoetizzare l’atto di scrivere, a meno di non promuovere una visione mistica, quella peculiare versione di spirito santo che si definisce “genio” che, come per una sorta di predestinazione calvinista, renderebbe tali gli scrittori per diritto di nascita, in virtù di un talento genetico, che non sarebbe possibile affinare e allenare come qualunque altra abilità. 

Approdi e ripartenze: un epilogo come premessa

Allo stesso genere di mitologia del Genio appartiene anche l’idea che l’Artista debba essere per forza di cose una persona che abita l’eterno dolore, che nutre la propria arte con la pura sofferenza e che, pertanto, sia un individuo legittimato a essere odioso, bizzoso, finanche violento e spregevole. Sopportare il suo temperamento oscuro è il prezzo che i comuni mortali devono pagare per godere dell’opera del Genio, che a sua volta pagherebbe il prezzo della fama e della devozione generale accettando di sentirsi sbranare gli organi da quell’inestinguibile angoscia che, più di ogni altro sentimento, nutrirebbe la sua arte. Questa visione romantico-decadente dell’artista è prettamente novecentesca e non ha nulla di vero: è una di quelle classiche profezie auto-avveranti che ci hanno spesso portato a feticizzare autori mediocri in virtù della loro biografia antieroica. 

Le scuole e i manuali di scrittura sono un utile strumento per abbattere il genere di mitologia di cui parlo: un’epistemologia masochistica che ci induce a pensare che solo ciò che fa male sia radicalmente vero. A uno sguardo appena appena svelato, focalizzato sul mestiere oltre che sul mistero della narrazione e della sua malìa, appare evidente come l’abito mentale appena descritto sia una variazione sul tema del pensiero magico, solo con funzione desolatoria anziché consolatoria. Scuole e manuali hanno il compito di palesare i meccanismi che creano e sorreggono l’illusione e, se di buona qualità, non distruggono l’incanto ma lo ricreano, lo rifondano su un terreno di verità che ha lo scopo di suscitare l’ammirazione e la meraviglia che si provano davanti a un’opera d’ingegno, potendo apprezzare a pieno la maestria di chi la realizza. Tutto questo emerge tra le righe de Il Grande Libro della Scrittura, ed è probabilmente il pregio principale del testo: esplicitare una filosofia dello scrivere prima ancora che un metodo, ché il metodo illustrato è un’ottima sintesi di quanto viene presentato nei più celebri manuali di scrittura, mentre la filosofia – la comprensione piena di quella che l’autore chiama “la posta in gioco”- è la migliore ragione possibile per decidere di avventurarsi per i sentieri che Franzoso traccia a favore di chiunque avverta l’irrefrenabile esigenza di mettersi in viaggio. 

Ciò che conta è essere consapevoli che non è di un viaggio di solo piacere che si parla, né tantomeno di una vacanza, è piuttosto un’avventura traboccante rischi, affatto comoda o rilassante, eppure di quelle per cui, alla fine, penseremo sia valsa la fatica. Quel che più conta perché una storia venga al mondo, ancor prima del talento, sono il coraggio e la caparbietà, quelle qualità che da sempre accompagnano gli imprudenti, gli sconsiderati, come sono quelli che, un giorno, decidono d’assecondare il bisogno di dar vita a una possibilità che prima non c’era, di dar forma a un piccolo universo parallelo che menta sperando di avverare.

Postilla: la grande assente, la narrativa speculativa

Al di là delle tecniche illustrate, che sono di certo utili per specificare, approfondire e ancorare la propria storia, guidandola verso il suo compimento, evitando paralisi e deragliamenti, un difetto macroscopico del testo è che si tratta di un metodo per larga parte poco applicabile a uno specifico genere narrativo; genere che Franzoso disprezza apertamente, definendolo “stucchevole”, e che io invece trovo tra le più altre espressioni dell’ingegno letterario: la narrativa speculativa. Fin dall’inizio della lettura mi sono più volte trovata a riflettere su quanto molte delle cose che venivano illustrate erano applicabili a molte tipologie di storie, tranne che a quelle più speculative. Persino la tecnica basilare del riassumere il proprio romanzo in venticinque parole appare difficilmente praticabile nel caso delle storie-mondo, là dove si rifondano i presupposti politici, sociologici, linguistici, scientifici e filosofici che fanno da sfondo alle vicende dei personaggi, rendendo di fatto risibile il tentativo di individuare la trama minuta che attraversa il testo. È il tema –più che altro- a dover essere chiaro e circoscritto, non tanto la storia in sé. Questo è, forse, l’unico insanabile conflitto di punti di vista tra me e l’autore: un’idea diametralmente opposta riguardo la natura della letteratura speculativa, che Franzoso afferma essere una sorta di girandola vacua di invenzioni, di trovate sensazionalistiche povere di autenticità, prive del necessario affondo intimistico, mentre io penso che la migliore letteratura speculativa riesca a travestire di futuro il presente, offrendo strumenti per la riflessione e l’analisi della realtà individuale e collettiva; strumenti che talvolta consentono di identificare con maggiore chiarezza ciò che pare auspicabile o meno. 

Se la letteratura è maestra di vita, la narrativa speculativa è la migliore delle mentori.

Tutto qui il mondo?

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione.


Questo è il dodicesimo, lo ha scritto Alessandro Busi e ha richiesto un editing che rendesse più esplicito il collegamento tra la prima e la seconda parte, introducendo il personaggio femminile. È stato lavorato dalla corsista di Apnea Paola Ascani prima e dalle caporedattrici poi. Correzione a cura della redazione, Francesca de Lena è intervenuta per eliminare il primo incipit, che appesantiva inutilmente.


Goffredo vive sentendo il peso della storia di suo nonno, omonimo eroe di guerra. Quando incontra Laura, astronoma e maga, grazie a lei scopre un nonno differente da come glielo avevano raccontato fino ad allora. Personaggi originali, immagini forti e una sensibilità autoriale che riesce a creare di un’atmosfera ricca di contrasti inaspettati.


di Alessandro Busi




 Il cielo è un tetto sopra le case
quindi alla fine non usciamo mai
[Zen Circus, Appesi alla Luna]


Goffredo Lai si chiama come suo nonno.

Suo nonno Goffredo Lai era stato un eroe della Guerra Grossa. Così raccontava spesso Angelo Lai – unigenito di Goffredo il nonno, padre di Goffredo il nipote – un po’ per creare al figlio un’epica familiare e un po’ per ricordarla a sé stesso, che quel padre eroe non l’aveva mai conosciuto se non nelle storie.

Goffredo il nonno era partito per la Guerra quando aveva ventidue anni, quando la fidanzata Fiamma era incinta di un paio di mesi. Molti pensarono: Fiamma non l’ha detto a Goffredo per tenersi la libertà di abortire, vista la guerra, la fame e la lettera. Nella lettera lo Stato italiano comunicava a Goffredo Lai che la sua maculopatia all’occhio sinistro – «Vedo come tutta una nebbia», aveva riferito alla visita di leva dei diciotto anni – non era più una condizione sufficiente per l’esenzione dalla prova dell’uniforme. Fiamma conosceva troppo bene il suo uomo per non sapere come avrebbe reagito alla notizia della gravidanza: si sarebbe fatto prestare la Glisenti del suo amico Lorenzo Montini – che se l’era imboscata dall’altra guerra – e si sarebbe sparato in una gamba. «Quanto saresti messo male, come esercito, per mandare a combattere uno mezzo cieco e anche mezzo zoppo?», avrebbe detto ridendo prima di premere il grilletto. Fiamma, che aveva frequentato i Giorni di preparazione alla cura caritatevole, sapeva che dentro le gambe scorrono le arterie femorali e che, se un proiettile ne rompe le pareti, a meno che non si abbia un laccio per fermare l’emorragia – nella maggior parte dei casi, anche se si ha un laccio per fermare l’emorragia –, la vita esce fuori dalle cosce fino a diventare una macchia di sangue secca. Siccome non voleva che il suo amore si tramutasse in una macchia di sangue secca, valutò che ci fossero meno probabilità di prendersi una pallottola al fronte piuttosto che di beccare un’arteria sparandosi da sé. Gli avrebbe confessato tutto tramite lettera, decise, e poi lo avrebbe accolto alla stazione dei treni con il figlio in braccio e da quel giorno avrebbero eretto la loro vita insieme. Non sapeva, però, che il destino del suo Goffredo era quello di diventare eroe, tanto che tre anni dopo la fine della Guerra ricevette una medaglia al valore.

Erano anni in cui lo Stato inviava medaglie al valore a tutte le famiglie dei caduti, ma ogni famiglia riusciva a convincersi che il proprio caro quella medaglia se l’era meritata per davvero. Così nacque l’epica di Goffredo l’eroe che partiva per la guerra senza esitazione, combatteva valoroso nonostante la vista zoppa, poi veniva catturato in un’imboscata e bastonato fino a spaccargli la cassa toracica e fargli collassare i polmoni.

Mentre moriva soffiava il nome della sua Fiamma che, a decine di migliaia di chilometri, sentiva il richiamo, si teneva la pancia e diceva fra le lacrime: «Lo chiameremo Angelo, perché questo bambino è il nostro laccio che unisce la terra con il cielo».

La storia delle ricostruzioni accademiche racconta di una brutta infezione intestinale che falcidiò l’intero battaglione di Goffredo prima ancora che potesse combattere. Qualcuno dei colonnelli, per farsi scudo con i generali irritati, parlò di avvelenamento per mano del nemico, ma nessuno ci credette. Questa versione dei fatti, però, serve giusto a qualche storico ossessivo. Di certo non serve a Fiamma, né ad Angelo e men che meno a Goffredo il nipote che, nei momenti di difficoltà, si è sempre fatto forza ricordandosi che il suo nome è inserito dentro una storia più grande, fatta di guerra, vista annebbiata, eroismo, ossa rotte, polmoni che smettono di funzionare, sangue e amore; una storia della quale deve essere all’altezza. Ma orgoglio e peso sono matrioske: quando si apre uno, ecco che compare l’altro.

Angelo Lai aveva imparato questa alternanza fin da bambino, con la madre che sapeva le cose giuste da fare e le ciglia sempre sull’orlo di lasciar andare le lacrime. «Angelo è emotivo», diceva sua moglie e madre di Goffredo, Vera Finzi, «Ma a me non dà fastidio». E non mentiva, anzi. Vera avrebbe dovuto dire che era stato proprio quel carattere mansueto ad averla conquistata. Gli altri erano così aggressivi, forti nei modi, imponenti nella personalità. Angelo la rispettava, le chiedeva il permesso prima di baciarla, non voleva che lei scendesse giù con la bocca – “vai più giù con la bocca”, citazione di un suo ex: storia molto breve, errore molto grande –; lui voleva solo che fosse felice.

Quando andarono a Roma per il Giubileo, prima di lanciare le cento Lire nella Fontana, Angelo bisbigliò: «Desidero il bene di mia madre che mi ha cresciuto da sola, di Vera che mi ama come sono, e di Goffredo che è il mio futuro». Si gettò alle spalle la moneta senza poter distinguere il proprio plof da quello delle altre centinaia di desideri che si tuffavano nello stesso momento.
«Ho sentito quello che hai detto», gli sussurrò Vera nell’orecchio. E gli fece l’occhiolino. Anche lui, tuttavia, aveva sviluppato il suo personale modo per farsi valere nelle relazioni. Con le lacrime ringraziava, chiedeva di non essere abbandonato, di ricordarsi quanto fosse buono, di vedere quanto era ferito, otteneva di essere accontentato. «Chiamiamolo come mio padre», piagnucolò alla moglie ancora sudata dal parto, «Ti prego».

Ci sono alcuni Stati che mandano ai neonati delle scatole con i primi calzini, la prima maglietta, i primi pantaloni, il taccuino su cui annotare i denti che perderanno. Sono oggetti neutri e che hanno a che fare solo con le cose pratiche della vita. Anche Goffredo ricevette la propria scatola di benvenuto al mondo, anzi due. La prima, quella del suo nome e dell’eroismo che portava con sé, ne conteneva un’altra: quella del suo vecchio, non meno importante, fatta di altruismo e lacrime. A queste si sarebbero aggiunte tutte le altre raccolte durante la sua vita dalle maestre, i colleghi, le ex fidanzate, il fornaio, la giovane maga che guardava in televisione quando era a casa in malattia e che sembrava sapere tutto di tutti e chissà cosa avrebbe detto di lui… Perché per Goffredo ogni incontro significava entrare in un microsistema predeterminato e calcolato con una formula standard: base per altezza per aspettative per coperchio chiuso in cima, un microsistema che non dava risultato neutro, mai. Con questo sistema di scatole Goffredo imparò a tenere alta la combattività del nonno sul campo da calcio ma senza dimenticare il fair play; a prendere buoni voti come disponeva sua madre; a dare a suo padre i numerosi abbracci che desiderava, a sentirne la barba umida sul collo. Goffredo si laureò in legge: «Lo diceva sempre la nonna, no? Bisogna dare giustizia ai giusti». Trovò lavoro nell’ufficio reclami dell’azienda municipalizzata, si fidanzò con Margherita Autieri e l’anno successivo la sposò, estraniandosi dalla cerimonia solo per qualche secondo e guardandosi orgoglioso da fuori: tutto era al posto giusto, tutti erano felici. Al prete, rispose che amava Margherita perché era responsabile. Lei disse che amava Goffredo perché era premuroso.

Durante la settimana bianca del terzo anniversario, Goffredo faticò a dormire, ma preferì non dirlo alla moglie, né lei gli chiese il perché delle occhiaie. Lui cercò qualche strategia di rilassamento su internet e, una volta a casa, iniziò un corso online di meditazione e yoga. Funzionò. Ogni mattina Goffredo si metteva a gambe incrociate in salotto e dedicava la prima mezz’ora della giornata da sveglio a visualizzare i contrappesi del suo sistema di scatole, nella speranza di non scontentare nessuna delle persone che gli volevano bene e a cui voleva bene: il suo sensibile padre, la dedita madre, la memorabile memoria del nonno, l’ormai anzianissima e sapiente nonna, la splendida moglie. «Tutto qui il mondo?», pensa Goffredo.
È seduto sul tappeto anche se dovrebbe stare in piedi, avere una gamba parallela al terreno e le braccia aperte; si morde la pelle indurita attorno all’unghia del pollice destro. Pensa alla propria vita come se fosse rinchiusa dentro all’archivio alfabetico dell’azienda. Gli basta estrarre un faldone per riconoscere gli estremi del richiedente, le lamentele che porta e la strategia di mediazione migliore da mettere in atto. «È questo che so fare».

Alla lettera y – yoga vinyasa, sincronizzazione del corpo con il respiro – Goffredo trova una cartella piena di istruzioni che non sa più capire. Il busto si disarticola, le braccia si sollevano asincrone rispetto all’ampliamento del petto, le gambe si incrociano come ai contorsionisti nei film da ridere. «Chi mi sono creduto di essere?» L’istruttore dentro lo schermo del computer stropiccia le labbra, scuote la testa, lo fissa, mentre tiene la posizione di urdhva mukha svanasana, il cane con la faccia all’insù: «È questo che ti ho insegnato?», domanda.

«Buongiorno», gli dice Margherita. Quando lei entra in sala, il video è già spento, il tappetino è sistemato, il caffè è da versare, i biscotti di riso e farina di mais – quattro – sono disposti su un piatto decorato con una coppia di galline ovaiole bianche e rosse. «Non fai colazione?», chiede lei. Lui le dà un bacio sulla cima della testa, ma stamattina non ha appetito, dice. Si chiude in bagno, si lava i denti, si cambia, si specchia: prova il sorriso più convincente che gli riesce.

«Buona giornata», gli dice Margherita. «Stasera tardo…», sussurra lui, mentre si sta chiudendo la porta d’ingresso alle spalle. Alla mattina, quando la tangenziale è bella intasata, Goffredo ci mette fra i diciotto e i ventidue minuti per arrivare al lavoro. Come è possibile che sua moglie non si sia mai chiesta perché, alla sera, di minuti ce ne metta a volte sedici, ma talvolta novantatré?


Laura Simone, con i Lai, non ha mai avuto nulla a che vedere.

Il ceppo familiare di Laura corse lungo le dominazioni normanne in Sicilia, salì fino alla Basilicata dove si stanziò e si allargò, fino al secolo delle fabbriche, quando il nonno di Laura fece quello che si vede nei documentari in bianco e nero: benedetto in fronte da un bacio di sua madre, salì su un treno e impiegò le sue mani per la Fabbrica di automobili. Verso la fine di un turno di lavoro uguale agli altri si distrasse e maciullò l’indice e il medio di destra. Dopo le grida e le sirene, tutto si risolse con due amputazioni, tanti punti di sutura, una piccola integrazione di invalidità in busta paga e la rassegnazione di non poter più fare la pistola con le dita al barista del dopolavoro quando gli correggeva il caffè prima che lo chiedesse. Nonostante ciò, il nonno di Laura si sposò e fece la sua parte nel concepire figli, tutti nati in casa e benedetti dalla nonna. Il terzo lo chiamarono Michele Simone e sarebbe diventato, dopo ventisette anni, il padre di Laura.

Laura nacque nella stanza sette del reparto di ostetricia dell’ospedale in un giorno nebbioso di novembre. Secondo i dottori, gli organi interni non avevano ultimato la formazione delle loro pareti perché la bambina era stata nella pancia di sua madre per troppo poco tempo, così dovette passare un paio di mesi chiusa dentro una scatola calda che aveva la pretesa di imitare un utero. Quell’utero di policarbonato, le cure dei medici, la stanza buia e il latte di sua madre tirato da un marchingegno e dato alla bambina da un’infermiera, fecero il loro dovere. Laura fu accarezzata dalle mezze dita del nonno e benedetta in fronte dalla bisnonna pochi giorni dopo l’inizio del nuovo anno; imparò a parlare cominciando con la parola «Atta»; corse, senza mai esagerare, durante le prove campestri; si imbufaliva con suo padre che sbagliava a comprarle gli assorbenti; studiò astronomia fino al dottorato specializzandosi nei differenti tipi di collasso delle stelle a bassa metallicità.

Solo la sua vita sentimentale non progrediva. Il problema era che Laura con le persone si annoiava. «Come è possibile che conosca frammenti del loro passato che non mi hanno raccontato?», chiese a una maga televisiva che contattò telefonicamente fuori onda.

«Fammi vedere, tesoro».

La maga mugugnò, si zittì, poi riprese.

«Ecco, molto bene», disse. «Tutto ruota attorno alla tua nascita prematura. Sembra che ci sia stato un errore di consegna, quindi lo Spirito Santo ha voluto ricompensarti regalandoti il potere di leggere le storie delle persone».

«Mi sta dicendo che è un dono?», chiese Laura. «Questo dipende da te…».

Laura diventò ospite fissa nella trasmissione della maga e scoprì quanto le persone bramino ficcanasare nella propria storia alla ricerca di particolari che ne cambino le implicazioni. “Come se il tempo si srotolasse in modo lineare”, sogghignava fra sé dopo le dirette, “come se una cosa ne causasse per forza un’altra”. Immersa nel nuovo ruolo, mise da parte l’astronomia, e poté viaggiare in luoghi esotici, togliersi qualche sfizio sul vestiario, comprarsi quei gioielli di perle che la maga le sconsigliava di comprare. Questa storia dei poteri durò per un paio di anni, ma presto anche la televisione diventò una confezione noiosa. «Te ne pentirai», la minacciò la maga, che si dimostrò solo una ciarlatana perché Laura non si pentì mai. Partecipò a un bando di ricerca, tornò a dedicarsi ai collassi delle stelle e – «Solo per un po’», si promise – ridusse all’osso le relazioni interpersonali.

Per questo, alle 16 e 33 di un mercoledì pomeriggio, quando sente il telefono che le vibra in tasca e vede un numero che non conosce, risponde, ma con la voce scocciata.

«Salve, sono Goffredo Lai. Cercavo la maga Laura».

Lei sbuffa.

«Mi sente?», chiede Goffredo.

«La sento. La maga Laura non esiste più».

Mentre sta per riattaccare, viene sommersa dal silenzio dell’altra persona: «Per cosa la cerca?».

«È lei?».

Silenzio di nuovo.

«Sono io. Non sa che ho smesso di esercitare?».

«Non lo sapevo, mi scusi».

Laura pensa che è proprio quello il problema delle relazioni, che sono un dovere dietro l’altro, poi dice: «Mi dica».

Quando si vedono la prima volta, Goffredo racconta a Laura la propria storia nei minimi dettagli, scatole comprese. Le dice che ha bisogno di capire.

«Che novità», sbuffa Laura nei pensieri.

«Come si fa», si lamenta Goffredo, «A essere all’altezza di un bel ricordo?».

Lei lo fissa per una quantità di secondi che supera il livello dell’imbarazzo. Gli mette le mani sulle tempie e disegna dei cerchi con i polpastrelli, ma per quel giorno non parla. Lui torna a casa pensieroso, «Mi devo fidare», si dice, e intanto imbastisce scuse plausibili da raccontare a Margherita per nascondere il ritardo. Non servono. Ci vogliono sette incontri prima che Laura gli chieda: «Sei sicuro?».

Lui annuisce: «Ti prego».

«E se cambiasse tutto?».

«Non ce la faccio più».

Laura chiude gli occhi e inquadra un bel ragazzo intorno ai ventidue anni che ci vedeva tutto annebbiato. Sente l’amore che provava quel ragazzo per la sua fidanzata e capisce che, anche se non erano sposati, una domenica pomeriggio fu lei a insistere per fare l’amore in mezzo al tarassaco e alla borragine perché sapeva che lui lo desiderava.

All’incontro successivo, Laura abbraccia Goffredo e riprende a parlare, ma di sé. Gli racconta della sua bisnonna che faceva la fattucchiera, ma solo di magia bianca, e degli astri che collassano. Gli spiega che alcuni diventano buchi neri, altri si tramutano in stelle di neutroni, altri ancora generano novae e supernovae ed è difficilissimo sapere prima cosa può accadere.

«Dipende dalla quantità di metalli che…».

«Non preoccuparti», la interrompe Goffredo, «non sai se mi piacerà quello che scoprirò, ho capito. Correrò il rischio».

Poi viene il giorno in cui Laura chiede a Goffredo di togliersi i vestiti fino a restare nudo.

Lui ubbidisce.

Anche lei si spoglia.

«Non guardare», dice. Si stende accanto a lui nel suo letto a due piazze con il copriletto blu. Gli prende la mano e gli racconta del viaggio in treno di Goffredo il nonno, delle sigarette che erano fatte di tabacco e fogli di giornale, degli stivali troppo larghi, del commilitone che, per non essere mandato a combattere, aveva proposto al maresciallo un pompino, ma si era preso tante botte e una pallottola in viso ed era stato scaricato in un fosso, con la mascella a penzoloni. Laura si avvicina e posa le labbra sulla fronte di Goffredo.

Suo nonno vedeva e non vedeva, capiva e non capiva. Se ci fossero stati i test psicologici, facile che sarebbe passato per ritardato, ma a nessuno importava, bastava che sapesse sparare dalla parte giusta, mica doveva capire il mondo. Quando il cuoco gli chiese di mettere il sale nell’acqua della polenta, Goffredo il nonno non decifrò la scritta sulla confezione, prese il barattolo di soda caustica e ne lasciò cadere una bella quantità, poi continuò a vantarsi con il nuovo amico delle imprese erotiche che (non) aveva fatto con la sua Fiamma. A fine giornata, il battaglione era sterminato. Morirono tutti sputando sangue e lamentandosi come cani sbranati. Goffredo il nonno fu gettato in una fossa comune una volta spogliato dell’uniforme e degli stivali. Con il fatto che non aveva avuto il tempo di combattere, i becchini avevano pensato che sarebbero stati buoni per una nuova recluta. Un generale prudente, però, non sapendo davvero di cosa diavolo fossero morti quei maledetti, diede ordine di bruciare vestiti, lenzuola, piatti, pentole e posate assieme ai corpi.

«Sì», ribadì, «anche se è tutto quasi nuovo di pacca».

Goffredo vede il corpo di suo nonno che si riempie di bolle nere e poi si scioglie, le labbra che si rimpiccioliscono fino a diventare linee di polvere, i capelli che si alzano nelle fiamme dimenticandosi che sono attaccati a un corpo morto. Abbandona la mano di Laura, stropiccia il blu del copriletto, piange come suo padre, più di suo padre, storce le labbra nel lamento, lascia che il muco del naso gli coli fino alla lingua.

«È per questo che ho faticato tanto? È questo il nome che porto?».

Laura tiene la bocca sugli occhi di Goffredo. Vede il suo mondo che collassa, risucchiato da un buco nero di senso; la storia smette di essere la parte nota del tempo e le scatole dei giorni si confondono: «Chi sono gli eroi? Dove sono il bene e il male? Cosa è giusto? Cosa è sbagliato? Chi cazzo devo essere?».

«È troppo», pensa Laura.

«Basta», dice, «Te l’avevo detto. Ti porto dell’acqua».

Fa per alzarsi, ma lui le mette un braccio sulle clavicole, la schiaccia accanto a sé. Lei scuote la testa, ma fa la cosa che sa fare: riprende a parlare.

La cenere si raffreddò con l’umidità della notte e fu assorbita dal terreno. La macchia marrone scuro di terra bruciata si ricoprì di corvi che, attirati dall’odore, ma delusi dal solo pulviscolo che era rimasto da beccare, se ne volarono via. Dopo quarantatré giorni, i generali firmarono l’armistizio.

Goffredo si pulisce la bocca con la manica. Rimane una scia luminescente sul polso.

«Mi dispiace», dice lei.

Fuori dalla finestra e nella luce che diminuisce, i palazzi tornano a costruirsi con tutte le loro scatole, uguali a sempre e nuove di pacca. Goffredo pensa: «Rieccolo il mondo». Inspira ed espira con cura, come fa ogni mattina fra le sette e le sette e mezzo, anche se non sono né le sette, né le sette e mezza. Allenta la presa con cui teneva Laura inchiodata al letto.

«Va meglio?», gli chiede lei.

«Credo di sì».

Laura sorride, anche se ha un canino scheggiato e di solito se ne vergogna.

«Grazie», dice lui.

Lei gli prende la mano e se la porta in grembo, distendendo il palmo accanto all’ombelico sporgente. Mentre entrambi puntano il naso al soffitto stellato di sticker fluorescenti, gli racconta la sua nascita prematura e l’utero di policarbonato.

Gli chiede: «La mia pancia, ti sembra una scatola?».

Lui apre gli occhi, la guarda e scuote la testa, si vergogna dell’erezione involontaria.

«Scusa», dice. E poi ridono assieme.


Alessandro Busi vive a Padova dove lavora come psicologo e psicoterapeuta. Ha pubblicato racconti su Tre Racconti, Tuffi, Settepagine, Risme, inutile, Altri Animali, Split, Clean, Fillide. Il suo romanzo Indietro non si torna uscirà nel 2021 per Pièdimosca edizioni


LEGGI QUI TUTTA LA NARRATIVA CHE PUBBLICHIAMO