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La lista dell’arrivederci a settembre di ILDA


L’abbiamo già detto che siamo stanchi? Ce lo stiamo dicendo tutti da un po’, al lavoro, alle prime cene d’estate. Le vacanze sono dietro l’angolo, speriamo non ci sia anche un nuovo autunno d’isolamento. Nel dubbio salutiamoci, riposiamoci, rienergizziamoci, e facciamo caso alle storie belle, in tutte le loro forme. Qui il nostro contributo, con cui vi salutiamo e vi diamo appuntamento a un settembre luminoso e carico di novità.


Lista di Francesca de Lena

GUARDARE (film)

I Croods 2, di Kirk De Micco, Chris Sanders, Joel Crawford, DreamWorks

Finalmente al cinema e solo al cinema, il secondo film sulla famiglia di cavernicoli in grado di riportare la cinematografia d’animazione ai fasti di L’era glaciale. Mai semplice ripetersi eppure si muore dalle risate allo stesso livello di I croods 1 (acquistabile e noleggiabile su Amazon Prime: consigliato). Alle qualità del primo si aggiungono una costruzione visiva esorbitante, ipercolorata, psichedelica, visionaria e a tratti horror e un livello di lettura fortemente calato nell’attualità senza mai diventare pedagogico: donne forti che ce la fanno da sole, donne che litigano e fanno le stronze proprio come gli uomini, donne che alla fine salvano e baciano con gesto virile l’uomo di cui sono innamorate, uomini più o meno esplicitamente omosessuali e esserini che parlano la lingua scimmiopugnesca (dove il linguaggio è prendersi a botte) ma hanno l’aspetto decisamente fluido. Un inno all’antimachismo senza urlare contro il machismo.

GUARDARE (profilo instagram)

Ellen Sheidlin, artista e performer russa, su Instagram

Dallo stile “survirtualism” (surreale + digitale), l’artista e modella russa crea e interpreta foto, video e performance seducenti e leggermente disturbanti, mixando i toni (romantico, pop, onirico) e le forme (collage, video, sovrapposizioni) e avvalendosi di oggetti scenici che non rubano mai il ruolo di protagonista al suo volto e al suo corpo, ma restano estremamente evocativi e addirittura simbolicamente politici. Ellen Sheidlin crea opere d’arte come pubblicità e viceversa, senza mai oltrepassare il limite del messaggio e neanche quello della mera promozione commerciale. Un piacere da guardare e riguardare.

LEGGERE

COSE spiegate bene, A proposito di libri, a cura di Arianna Cavallo e Giacomo Papi, Il Post, Iperborea

Finalmente un libro di editoria che non parla alla gente dell’editoria. Chiaro, basilare ma non banale, diretto, colorato e ben impaginato. Consigliato a chi scrive e si intestardisce a non capire che scrivere è un mestiere e non lo si può fare se si è completamente digiuni di ciò che sta attorno allo scrivere. L’unica maniera per agire con consapevolezza, invece di gridare alle truffe e agli scandali, è informarsi. Da “che cos’è l’isbn” a “come si leggono le classifiche dei libri”, questo è un modo per cominciare.


Lista di Chiara M. Coscia

GUARDARE (serie tv)

Feel Good di Mae Martin e Joe Hampson, su Netflix.

Finita quest’anno dopo due stagioni, comedy-drama britannica scritta e interpretata da Mae Martin, nel ruolo di se stess*. Ci trovate dentro stralci di stand up, momenti di forte intensità emotiva, risate e lacrime, ma soprattutto personaggi complessi che si districano nelle difficoltà dell’universo delle relazioni umane. Ah! C’è anche Lisa Kudrow!

LEGGERE

Klara e il sole di Kazuo Ishiguro, traduzione di Susanna Basso, Einaudi.

Il racconto di un’amicizia fra la quattordicenne Josie e Klara, un robot umanoide del modello di Amico Artificiale. Come nella migliore tradizione speculativa, il Premio Nobel Ishiguro ci regala una storia dai toni struggenti e delicati, nonché una meditazione profondissima sull’animo umano.

GUARDARE (film) + ASCOLTARE (playlist)

Fear Street Part 1: 1994, di Leigh Janiak, su Netflix

Primo capitolo di una trilogia: se vi mancano quelle notti horror estive in cui, nel caldo e con le finestre spalancate, ci si godeva una sana dose di slasher, questo film fa per voi. Mette insieme la giusta nostalgia dell’epoca, giocando con i riferimenti con molta ironia. Territorio perfetto per i fan di Stranger Things e Scream.

Fear Street Part 1: 1994 – Playlist

C’è anche una colonna sonora tutta da (ri)scoprire, che vi riporterà indietro nel tempo evocando ricordi di tagli di capelli imbarazzanti, lip gloss appiccicosi e rabbia adolescenziale. Dal gusto decisamente estivo come ogni playlist che metta insieme Iron Maiden, Garbage e Pixies, ci sono alcune perle qui dentro che meritano di essere disseppellite. 


Lista di Patrizia Carrozza

LEGGERE

Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa di Francesca Mattei, Pidgin

Un libricino con una copertina strepitosa che raccoglie diciassette racconti, di cui sette già editi da riviste specializzate. Al lettore vengono date in pasto ossessioni, distorsioni, immagini di donne senza filtri, senza retorica e senza giudizio: storie che diversamente sarebbero raccontate con accondiscenza e paternalismi, vengono raccontate con uno stile scarno, un linguaggio secco, impietoso e mai banale. È come entrare nella fabbrica di cioccolato: non vi stupirete e tutto risulterà “al limite della normalità”.

GUARDARE (serie tv)

Six feet under di Alan Ball, su Sky

Da rivedere o da ripescare: di quelle serie gioiello che rimangono nella mente e nel cuore di chi le ha amate. Sarà per le vicende così vicine al vissuto di tutti noi, sarà per la qualità della scrittura di tutto l’arco narrativo, sarà per i personaggi, così diversi l’uno dall’altro e così verosimili da non lasciare mai indifferenti, nel bene e nel male. 6FU invecchia divinamente, consigliato per tutte le età: ha una voce per ogni fase della vita, e anche per dopo. 

ASCOLTARE (audiolibro)

L’incubo di Hill House di Shirley Jackson letto da Loredana Lipperini, Emons libri & audiolibri.

Da ascoltare intorno al falò (non da soli) per contrastare il senso di claustrofobia che permea il romanzo, considerato uno dei migliori romanzi del genere gotico e ghost story. Potete sempre dire che i brividi sono dovuti allo sbalzo termico.


Lista di Luca Mercadante

LEGGERE

Ricordami così di Bret Anthony Johnston, traduzione di Federica Aceto, Einaudi

Una settimana dopo aver letto l’ultima pagina pensando “Madonna questo è un Pulitzer” mentre ero in macchina ho fatto inversione e un controsenso per ritornare al parchetto dove avevo affidato Andrea alla nonna: avevo la certezza di averlo perso. Per uscire da questo libro non basta finirlo, ci vuole un esorcismo.

GUARDARE (film)

Too late di Dennis Hauck, su Amazon Prime

Produzione indipendente, girato in 35 mm. Tutti i topoi hard boiled portati all’estremo con un pizzico di country. Nel mio immaginario Too late è il Bagdad Café del noir: difficile girare un’altra pellicola dello stesso genere senza tenerlo da conto.

GUARDARE (opera teatrale)

Il contratto di Eduardo de Filippo, su RaiPlay

«Che stai facendo? Qui sta il fratello tuo, Geronta Sebezio! Tu non sei morto! Alzati!».

Per godere di un Eduardo dalle tinte più buie. Una commedia nera in tre atti che sconfina nel soprannaturale. C’è un cattivo che più cattivo non si può, ma è ancora una volta La Famiglia a uscirne sconfitta: malata, degenere e generatrice di mostri.


Lista di Federica Priola

LEGGERE

La canzone di Achilledi Madeline Miller, traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini. Marsilio

Uscito in Italia nel 2013 ma tornato alla ribalta nel 2021 grazie a TikTok, La canzone di Achille è il romanzo di esordio di Madeline Miller, laureata in lettere classiche, che ha impiegato 10 anni di studi per portare sulla carta un ritratto “contemporaneo” di Achille e Patroclo. Con una cura sorprendente, il romanzo racconta dell’animo sognante, forte e artistico di Achille, dell’amicizia prima e amore poi con Patroclo, degli intrighi di una corte greca, e ovviamente della Guerra di Troia, a cui Achille partecipa pur sapendo il proprio destino, perché tra la felicità terrena e la gloria dell’essere ricordato per sempre non c’è davvero scelta. Un romanzo avvincente, angosciante e pieno di passioni eterne.

GUARDARE (serie tv)

Rick and Morty di Dan Harmon e Justin Roiland per Adult Swim, su Netflix

Serie tv d’animazione per adulti. Rick, uno scienziato geniale ma sociopatico, dopo 20 anni di assenza torna nella vita della figlia Beth e della sua famiglia, coinvolgendo il nipote Morty in avventure sci-fi folli, al limite del reale, ma soprattutto esistenziali. Sí, perché Rick and Morty pur con espedienti narrativi assurdi, parla di dinamiche famigliari disastrose, depressione e alcolismo, cinismo e sogni infranti, con storyline sorprendenti come quella della donna divisa tra i doveri familiari e il richiamo delle meraviglie dell’universo. Ambientazioni, animazioni e trame fantastiche, capaci di far ridere fino alle lacrime, per nascondere il senso di vuoto che lasciano certe riflessioni profonde.

ASCOLTARE (album)

Let them eat chaosdi Kae Tempest

Secondo album del* poeta, performer e spoken word inglese, “Poeta della Nuova Generazione” per la Poetry Book Society e recentemente Leone d’Argento a Venezia. Sette persone vivono nella stessa strada, senza mai essersi incontrate, finché una tempesta alle 4:18 di mattina le fa scappare di casa e fa incrociare finalmente i loro destini. Guidati dalla voce forte e ritmata del* magnific* Kae Tempest, ci immergiamo nelle storie di ogni traccia, che creano un mosaico di mondi in questo concept album a metà tra un podcast e una performance teatrale.


Lista di Sarah Savioli 

LEGGERE

Nella quiete del tempo di Olga Tokarczuk, traduzione di Raffaella Belletti, Bompiani

Un romanzo nel quale l’autrice premio Nobel nel 2018 per I vagabondi piega il tempo e lo spazio alle esigenze narrative con maestria e delicatezza uniche. Nascita, vita e morte dei personaggi scorrono fondendosi nella storia di una comunità con la naturalezza di un respiro e allo stesso tempo con la potenza della propria struggente unicità.

ASCOLTARE (audiolibro)

Harry Potter letto da Francesco Pannofino, Audible

La dimostrazione che una lettura a voce alta fatta come si deve può conquistare anche chi non ha un buon rapporto con i libri e può far scoprire aspetti che erano sfuggiti anche a chi invece legge d’abitudine o ha già letto i testi. Credevo di conoscere benissimo la saga di Harry Potter e invece ascoltandola ho avuto la possibilità di viverla in un altro modo e rinnovarne incanto e magia.

GUARDARE (documentario)

Jim & Andy: the great beyond di Chris Smith, su Netflix

Jim Carrey e il suo incredibile viaggio per interpretare Andy Caufman in The man on the moon di Milos Forman. In un’intervista a Jim Carrey gli è stato chiesto se provasse orgoglio per come aveva interpretato Caufman. Ha risposto:  «Non parlo più di orgoglio ma di gratitudine: Andy mi ha regalato la libertà dallo showbusiness. Non me ne frega più niente di essere dimenticato e di quello che penserà la gente dopo la mia morte, vorrei solo lasciar dietro di me energie positive come la scia di un buon profumo».


Lista di Silvia Grossi

LEGGERE

Concrete rose di Angie Thomas, traduzione di Seba Pezzani, Rizzoli

La Thomas ci riporta nel ghetto, a Garden Hights, tra le gang perennemente in lotta per il controllo del territorio, i King Lords e i Garden Disciples, già al centro dello splendido The hate u give, di cui questo nuovo romanzo costituisce il prequel. Facciamo un salto indietro nel tempo e qui ritroviamo Maverick, che abbiamo conosciuto come il padre di Starr, nel pieno dei suoi diciassette anni. Ed è proprio Mav a raccontarci in presa diretta la sua adolescenza fatta di tanta vita di strada, amicizie pericolose e un futuro incerto in cui le scelte difficili arrivano presto e senza farsi annunciare e non ci si può permettere di sbagliare.

ASCOLTARE (podcast)

I ragazzi di Nisida, a cura di Donata Marrazzo

Si sente forte la voglia di fare uscire dalle mura del carcere minorile la propria voce, il racconto di sé, in questo podcast curato da Donata Marrazzo, giornalista del Sole24ore. Stupore, speranza, paura, fiducia, fratellanza, rabbia, malattia sono le sette parole a partire dalle quali i ragazzi detenuti ricuciono e rielaborano il percorso accidentato che hanno compiuto nelle loro giovani vite e lo fanno all’interno di un laboratorio di scrittura sotto la guida della loro insegnante Maria Franco. Ed è proprio in questo contesto che i ragazzi entrano in contatto, spesso per la prima volta, con il potere di trasformazione e la possibilità di cambiamento che può donare il saper trovare le parole.

GUARDARE (film)

Cruella, diretto da Craig Gillespie, con Emma Stone e Emma Thompson

Estella o Cruella? Che donna vuole diventare la talentuosa bambina che sognava di fare la stilista dalla personalità divisa esattamente in due, bianca e nera come i suoi capelli? La seguiamo nella sua ascesa a tempo di rock in una coloratissima Londra anni ’70 farsi largo nell’atelier della Baronessa, prima mentore, poi rivale e infine nemica, donna affermatasi con ogni mezzo in cui le ambizioni della ragazza si specchiano e si riflettono fino alle estreme conseguenze.  


Lista di Beatrice Galluzzi

GUARDARE (serie tv)

Il Metodo Kominsky di Chuck Lorre, su Netflix

Michael Douglas interpreta un attore fallito che ripiega sull’insegnamento, e mette in gioco il suo alter ego con ironia, guardando sé stesso come uomo entrato in una terza età che merita di essere celebrata. L’ultima stagione sembra non rispettare le aspettative a causa della mancanza dell’esilarante spalla, Alan Arkin, ma si risolleva dopo la seconda puntata e ci fa concludere con grandi risate e lacrimoni.

LEGGERE

La figlia unica di Guadalupe Nettel, traduzione di Federica Niola, La Nuova Frontiera.

Un triplo salto carpiato della scrittrice messicana che riesce ad affrontare ammirevolmente il tema della maternità attraverso lo sguardo acuminato della protagonista – che non vuole avere figli –, la sua migliore amica – che ne mette al mondo uno malato – e la bambinaia che ne se prende cura – che non può rimanere incinta. 

GUARDARE (film)

Midsommar, di Ari Aster, su Apple TV o Amazon Prime (a pagamento)

Un horror spietato e viscerale mascherato da festa di primavera scandinava. Non c’è niente che inquieti di più che avere la sensazione che qualcosa andrà storto oltre la più nefasta della previsioni. Una famiglia morta male in America e una ricoperta di fiori, dall’altra parte del mondo, che vive nel giardino dell’Eden e nasconde i risvolti più infidi delle credenze e dei riti ancestrali.


Lista di Ilaria Petrarca

LEGGERE

Queerfobia, a cura di Giorgio Ghibaudo e Gianluca Polastri, D Editore.

Racconti, poesie, immagini di odio quotidiano. Per denunciare non c’è migliore strumento che raccontare, e in questo volume la narrazione sfrutta ogni forma possibile per denunciare la discriminazione di genere. Alla raccolta hanno contribuito nomi più o meno conosciuti, una casa editrice, una rivista letteraria e un’associazione. L’arcobaleno di testimonianze che ne risulta – circa 400 pagine dalla grafica prepotente – rappresenta sia l’essenza stessa della queerness (non ho ancora trovato qualcuno che me ne sappia fornire una definizione, l’unica soddisfacente è “non-binario”), che la frammentarietà delle forme di odio rivolte contro di essa.

GUARDARE (film)

37 seconds, di Hikari, su Netflix

Yuma, una mangaka disabile, si emancipa e si realizza compiendo un viaggio attraverso la sessualità, il rapporto con sua madre e un passato nascosto. Nel film emerge il contrasto fra l’inabilità fisica e quella relazionale: la protagonista cerca di superare entrambe con la tecnologia e un sorriso stampato in faccia, che più che gentilezza trasmette tutta la sua fame di autoaffermazione.

ASCOLTARE (podcast)

RadioBullets, di autori vari.

Progetto giornalistico indipendente che parla di storie vere oltre l’Italia. Episodio estivo consigliato: Sirenomorfosi – diventare sirena in 6 pratiche pillole: prospettive sui cambiamenti di genere. 


Lista di Giuseppe D’Antonio

LEGGERE

Gli europei. Tre vite cosmopolite e la costruzione della cultura europea nel XIX secolo, di Orlando Figes, traduzione di Laura Serra e Giovanni Zucca, Mondadori

Orlando Figes, storico britannico, indaga la costruzione della cultura europea nell’Ottocento. attraverso un efficace espediente narrativo: la storia del triangolo amoroso tra la mezzosoprana Pauline Viardot, suo marito e impresario Louis Viardot, e l’amante Ivan Turgenev. Come scrive lo stesso Figes, «mi propongo di spiegare per quale motivo verso l’anno 1900 in tutto il Vecchio continente si leggevano gli stessi libri, si riproducevano gli stessi dipinti, si suonava in casa la stessa musica, si ascoltavano nelle sale pubbliche gli stessi concerti e si mettevano in scena in tutti i principali teatri le stesse opere». In pratica, quando e come le cose hanno cominciato a “diventare virali”.

GUARDARE (SERIE TV)

Omicidio a Easttown, regia Craig Zobel, sceneggiatura Brad Ingelsby, Sky

In tutta franchezza: sono anni che non reggo più “la serialità”. Datemi la migliore serie in assoluto di tutta la storia delle migliori serie in assoluto e ve la abbandono con piacere dopo i primi venti minuti. Faccio un’eccezione con questa perché la protagonista è una Kate Winslet acidissima, e io guarderei qualsiasi cosa con Kate Winslet (per di più acidissima). La trama: “Una detective di una piccola città della Pennsylvania indaga su un omicidio e nel frattempo cerca di evitare che la sua vita crolli”. Dice che alla fine c’è un colpo di scena. Lo spero, perché fino a ora (sono alla terza puntata) ci sono un bel po’ di svolte telefonatissime ma, Kate, you’re here, there’s nothing i fear.

ASCOLTARE (podcast)

Copertina, di Matteo B. Bianchi.

Se avete bisogno, di tanto in tanto, di qualche consiglio di lettura, questo è il podcast che fa per voi. Se poi avete piacere che questi consigli vi siano dati dai librai e libraie, questo è il podcast che fa per voi. Se, come me, siete incapaci di resistere alle doti affabulatorie di Matteo B. Bianchi, questo podcast non fa per voi ché altrimenti vi svenate a ogni puntata.


Lista di Primavera Contu

ASCOLTARE (podcast)

Rumore, di Alessio Taormina e Jiseon Moon

Interessantissime conversazioni su genere, linguaggio, sessualità, arte e temi sociali da una prospettiva analitica: un giusto mix di informalità e approccio colto (ma non pretenzioso né tantomeno accademico) e, soprattutto, uno sguardo che proviene dalla ricerca e non dall’attivismo.

LEGGERE

L’anima della festa, di Tea Hacic-Vlahovic, Fandango

Mia, giovane espatriata americana, racconta della Milano dei primi anni 2000: il mondo della moda, la vita notturna, la mancanza di soldi. Di questo memoir non mi interessa il messaggio pseudo pop-femminista di Tea Hachic, ma la costruzione del personaggio: una “cattiva ragazza”, una comedian, una performer che intravede il punk in un capo di Gucci. Uno sguardo che recupera i rottami e lo squallore inserendoli in una cornice sarcastica, mentre ci parla di sopravvivenza: agli uomini, alla metropoli ben poco iconica, alle droghe e ai disturbi alimentari.

GUARDARE (serie tv)

Master of None, di Aziz Ansari e Lena Waithe, su Netflix

La terza stagione di Master of None è arrivata e non ha nulla a che fare con la precedente. Anzi, non ha nulla a che fare con il personaggio di Dev. Quasi uno spin-off dedicato al personaggio di Denise (interpretata sempre da Lena Waithe, co-autrice di questi nuovi episodi), queste 5 puntate recuperano una dimensione lenta e intimistica che faceva parte di alcuni episodi della prima stagione.


La rivoluzione in televisione. “1971”: la serie di Kapadia che racconta un’epoca.

Immaginando una graduatoria di forme narrative ordinate per potenza d’impatto, la musica occuperebbe il primo posto. I livelli di coinvolgimento e riconoscimento che suscita sono estremamente corporei: i bassi si sintonizzano sui suoni interni, le terminazioni nervose si allertano, il ritmo ci muove, le endorfine esplodono. Con la musica siamo sensi e unità senza scissione. 

Siamo corpi che sentono. 

L’immersività dell’esperienza musicale appartiene anche al cinema, alle serie TV, ai podcast: ovunque ci sia una colonna sonora che si intreccia con la narrazione si innesca una reazione emozionale. Altissimo punto di pregio artistico, infatti, è riuscire a mettere insieme la linea musicale e sonora di un prodotto visivo e farla dialogare con le scene. Potrebbe essere un discorso molto personale, intimo, ma in effetti lo sono anche la fotografia, la lingua, le ambientazioni, i costumi. Le storie sono fatte di scelte, e le scelte che caratterizzano questa storia partono proprio da lei, dalla musica.

1971: The Year That Music Changed Everything

Un punto di forza di 1971: The Year That Music Changed Everything, la docuserie Apple di Asif Kapadia, Danielle Peck e James Rogan, è che pure privata delle immagini sarebbe una gran serie da ascoltare, a mo’ di podcast, a tutto volume. Sembrerebbe un’affermazione sminuente ma non lo è. Se le immagini ci aiutano, infatti, a ricostruire una visione di quel passato, sono le voci narranti che si intrecciano con le canzoni a creare un coinvolgimento totale e a tratti ipnotico. Otto episodi per sei ore di viaggio in un’epoca attraverso l’ascolto delle voci che quell’epoca l’hanno vissuta, sperimentata, fatta. 

Asif Kapadia, affiancato da James Gay-Reese – con cui aveva già vinto l’Oscar nel 2015 con Amy– e dai registi Danielle Peck e James Rogan, esplora il momento in cui il ventesimo secolo cambia radicalmente, come dice David Bowie nell’ultimo episodio: “We were creating the 21st century in 1971”. Pop, rock ma soprattutto cultura di massa. Quello che vediamo in queste immagini d’epoca scolorite sono esplosioni di un immaginario ancora vivo e dotato di potenza inaudita, veicolate da un livello di creatività e di capacità di lettura del momento altissimi.

Tratta dal libro di David Hepworth, 1971. L’anno d’oro del rock, la serie riprende la ricerca dell’autore cambiando forma e struttura alla narrazione, spostandola dalla cronologia rigorosa del libro, diviso in capitoli legati ai mesi dell’anno (con tanto di consigli d’ascolto a fine capitolo per la gioia dei fan della decade) a un’esperienza di visione immersiva e totale, e rimaneggiandone il contenuto, più concentrato sulle vicende degli artisti e sull’universo musicale in senso stretto, spostando il focus in una struttura che si inarca ad accogliere la narrazione storica. 

Dal punto di vista creativo, la docuserie di Kapadia è un prodotto che spicca per arte e costruzione. Il montaggio è tutto nei documentari, è la regola numero uno, che in questo caso vale più del solito. A un lavoro di editing certosino ma mai rigido è affidato il filo conduttore che unisce tutti i filmati d’epoca, molti dei quali inediti, e le canzoni i cui testi compaiono sullo schermo, così da aggiungere anche la lettura all’esperienza di fruizione. Lo spettatore non viene condotto per mano e guidato nella visione, ma si ritrova a dover ricostruire i salti tra un argomento e l’altro. ppure non fa fatica, perché l’effetto che sortisce la narrazione è quello di circondarti da tutte le parti, investire tutti i sensi. 

Le voci che sentiamo in sottofondo alle immagini sono vecchie e nuove, voci che oggi non ci sono più e voci che da oggi ci raccontano l’allora. Niente interviste, niente ricostruzioni, nessuno seduto a tre quarti che parla inquadrato da una telecamera fissa di lato. In 1971 a parlare è la rivoluzione culturale di quegli anni, che a quanto pare, a differenza di quello che cantava Gil Scott-Heron, “has been televised”. 

La vediamo infatti, oggi, dai nostri schermi televisivi.

Gil Scott-Heron – “The Revolution Will Not Be Televised”

La narrazione di un’epoca: uno spaccato socioculturale

La sigla della serie si apre con tre immagini fondamentali dell’epoca: Nixon, lo sbarco sulla Luna e la guerra in Vietnam. Il Vietnam, in particolare, risuona in tutti gli episodi come base del malessere e innesco del potenziale contestativo di quegli anni. Non è una scelta casuale, nel cestone delle scelte possibili, quella di Kapadia, perché se c’è un elemento a cui si legano tutti i temi trattati è quello della rottura, dello scontro, del conflitto, della violenza reale e percepita. 

Gli anni ’60 erano finiti malissimo: il massacro della Kent State University, il disastro del concerto gratuito di Altamont e la fine del sogno hippy, lo scioglimento dei Beatles, Charles Manson, la paranoia che imperversava. Gli Stati Uniti, su cui la docuserie si concentra, sono stati luogo di un rapido e progressivo percorso di cambiamento socioculturale tuttora in atto, e quello che vediamo in 1971 è la narrazione delle voci che in parte si sono inserite e hanno raccontato, in parte hanno effettivamente innescato quel cambiamento in quel preciso momento storico. Gli autori si sono chiesti come rappresentare tutto questo uscendo dai confini del documentario musicale e muovendosi in un territorio più vasto. Centinaia di ore di girato e voci creano questo saggio cucito insieme la cui tesi è chiara forse solo alla fine, nella carrellata di immagini finali che sanciscono una verità: tutto quello che abbiamo visto in queste sei ore è quanto mai attuale. 

Kapadia ha affermato in diverse interviste come il team si sia trovato a fare un lavoro giornalistico, quasi investigativo, di ricostruzione, con l’obiettivo di rendere il momento senza eccesso di marcatori di direzione: siamo nel 1971, camminiamo per quelle strade, catturiamo le connessioni. È la giustapposizione di immagini e canzoni a conferire un senso organico alla narrazione.

E così i filmati di An American Family, documentario televisivo e antesignano del reality, dialogano con le voci di Carol King, Joni Mitchell ed Elton John nella rappresentazione della crisi della famiglia nucleare.  Il processo di Angela Davis si lega alla canzone di protesta di Gil Scott-Heron, la cui potenza interpretativa risuona attualissima. All’origine dell’hip-hop, infatti, ci sono pezzi come “No knock”, un brano che vediamo scorrere sullo schermo in cui si parla degli abusi nei confronti dei neri da parte della polizia, autorizzata dalla così detta no-knock warrant a fare irruzione nelle case senza bisogno di avviso – senza bussare – al solo “sospetto”. Lanciata da Nixon nel 1970 durante la campagna federale di “Guerra alle droghe”, perpetrata da Reagan negli anni ottanta, la no-knock warrant è una pratica fortemente associata alla militarizzazione della polizia, e le vittime innocenti di questa pratica non ne hanno mai giustificato l’applicazione. Sembra scritto l’anno scorso questo brano, sembra si stia parlando del caso di Breonna Taylor. E invece era il 1971. 

La costruzione del racconto di protesta

Gli episodi in cui vengono fuori le proteste antirazziste sono forse i più potenti, attualissimi. Al centro del quinto episodio c’è il caso dell’omicidio di George Jackson, un rivoluzionario e membro del Black Panther Party, ucciso nel carcere di San Quentin dalla polizia penitenziaria solo una settimana dopo essere riuscito a diffondere clandestinamente il suo testo, Con il sangue agli occhi. C’è un’intera sequenza al centro dell’episodio che parte dalla risposta della madre di Jackson alle accuse della violenza contenuta negli scritti del figlio: 

“Questa è la storia di questo Paese. Prendono la loro violenza e te la ritorcono contro. Ovunque nel mondo ci sono soldati americani. Quante persone sono state uccise in Vietnam, quanti neri vengono uccisi ogni giorno, un’intera nazione di nativi americani è stata spazzata via, e loro parlano di violenza?”

Georgia Bea Jackson

Gli occhi di questa donna composta e misurata che racconta una rabbia ferocissima – rabbia su cui ancora oggi, da tutte le parti del mondo, si fa una gran confusione, rabbia che viene ancora oggi condannata, tacciata di “far passare dalla parte del torto”, la sacrosanta rabbia negata a tutti gli oppressi della terra –  introducono la rivolta di Attica e l’attentato dei Weather Underground con Leonard Cohen in sottofondo che canta “Avalanche”, e tutta la tensione si addolcisce in un passaggio dallo schermo nero che si apre sulle immagini del funerale: una bandiera azzurra con la pantera sulla bara, il sermone, i volti sofferenti e composti delle persone, e Bob Dylan che ci conduce alla commozione con una ballata che è un po’ murder ballad un po’ canzone di protesta (d’altronde, cos’è la murder ballad se non una canzone di protesta?) e che fa da sottofondo alle immagini. 

Prison guards, they cursed him

As they watched him from above

But they were frightened of his power

They were scared of his love.

[…]

Sometimes I think this whole world

Is one big prison yard.

Some of us are prisoners

The rest of us are guards.

Lord, Lord,

They cut George Jackson down.

Lord, Lord,

They laid him in the ground.

Bob Dylan, “George Jackson” (traduzione)

Questo è solo uno spezzone di dieci minuti scarsi della serie, ma funziona tutta così. In parte un viaggio nella memoria, in parte analisi generazionale. 

Il funerale di George Jackson

Una docuserie rivolta a tutti

Poteva essere un lavoro di fandom di nicchia, perché certe narrazioni si muovono, più di altre, in direzione dell’audience. E se Cobain: Montage of Heck attrae un certo tipo di pubblico, interessato alla storia specifica e privatissima di Kurt Cobain, 1971 è una serie aperta a chiunque abbia interesse per la politica, la storia, la controcultura, i fenomeni underground, l’arte, il pop in genere, perché è un progetto ambizioso che si muove più nell’ambito dell’antropologia culturale che in quello del business musicale. Da John Lennon che canta la pace a George Harrison che ne critica l’eccesso di performatività, dai Rolling Stones in Francia (e il miracolo della scienza che è la salute di Keith Richards), al concerto per il Bangladesh, e poi le interviste ai soldati in Vietnam, tutti giovanissimi, tutti sperduti, l’esperimento di Stanford, il processo a OZ, la rivoluzione sessuale, Hunter Thompson e il sogno americano, il glam, lo showbiz, l’eroina, questo racconto di suoni e parole che si mescolano e incorniciano le immagini arriva in un’esperienza di fruizione talmente ricca e molteplice da essere forse anche troppo carica da ingoiare tutta insieme. È una serie che va diluita, non divorata. 

E magari anche rivista, riascoltata, discussa. Perché le narrazioni dei conflitti, oggi più che mai, ci aiutano a muoverci nella complessità del mondo. 

Fake

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione.


Questo è il quattordicesimo e ultimo racconto, scritto da Erika Nannini. Non è entrato inizialmente nella rosa dei selezionati, ma è stato recuperato da Francesca de Lena per l’estrema naturalezza dei dialoghi e la penna molto precisa dell’autrice. Il racconto ha richiesto un editing mirato a chiarire alcuni passaggi di snodo, salvaguardando il realismo dei dialoghi e senza snaturare l’originalità del testo. Particolare attenzione è stata prestata al ritmo della narrazione. Hanno curato il testo prima la corsista di Apnea Monica Laudonia poi le caporedattrici.


Attraverso dialoghi serrati che riproducono un parlato quotidiano elevato e con un linguaggio intriso dai tecnicismi dell’arte, l’autrice ci guida, mentre seguiamo il passeggero, in una riflessione estetica che si pone la domanda fondamentale: cos’è che fa di un lavoro un’opera d’arte?


di Erika Nannini


Superati i Ponti di Vara la strada cambia colore, una cenere bianca, opaca ricopre la terra e l’erba più bassa. La breccia stride sotto le gomme, incuneandosi nel battistrada. Il passeggero indica un magazzino sulla destra, il parcheggio antistante è deserto, l’autista decelera e ferma la macchina dove capita. 

«Avvicinati», chiede il passeggero.

«Dove?».

«Accosta davanti alla porta».

L’autista riaccende il motore e getta acqua sul cristallo, il passeggero si scompone, annaspa, emerge dal nido che si è scavato in fondo all’abitacolo e ferma il braccio dell’uomo intenzionato ad attivare le spazzole.

«No, che lo graffi!», grida.

«Cosa?», chiede l’autista alzando le mani.

«Il vetro, è marmo!».

L’acqua cola via disegnando un albero riverso sul parabrezza impolverato. L’autista scende a osservare da vicino la polvere di pietra. Si lecca l’indice per raccoglierne qualche granello, così da testarne la durezza tra i polpastrelli, poi gonfia le guance e soffia sul vetro. 

Al passeggero ricorda Dizzy Gillespie, sblocca il cellulare, seleziona Work in progress, ma poi digita: Ermanno, Eolo. Lo manderà all’assistente, il migliore, capace di reagire a una suggestione con una dozzina di possibilità per realizzarla. E in mezzo a quelle, nove volte su dieci, il passeggero riconosce il medium perfetto per la sua visione.

Gli occhiali a specchio riflettono un carrello elevatore che si avvicina portando un cassone. A pochi centimetri dalla macchina il mezzo si ferma e abbassa le forche posando il contenitore a terra. L’uomo alla guida, in tutto simile a un panettiere dopo una notte d’impasti, indossa una mascherina a valvole. Alza i pollici. Il passeggero abbassa il cristallo per metà e lo congeda annuendo.

Un secondo uomo spunta da dietro al mezzo e si avvicina al finestrino.

«Eccoti, hai fatto buon viaggio?», chiede  chinandosi in avanti e appoggiando la mano sinistra sul tettuccio della macchina.

«Bentrovato Giacomo, tutto bene».

«Ottimo», risponde l’uomo raddrizzandosi per osservare meglio l’autista che pulisce il vetro a suon di polmoni. «Guarda che sta per piovere», gli dice.

L’autista sorride, si accarezza la barba appuntita e rientra in macchina.

«Sono queste le pietre?», chiede il passeggero sporgendo il naso dalla fessura.

«Sì, queste».

I campioni allineati sul fondo del cassone sono numerati da uno a dieci.

«Ma è tutta onice?».

«Non sembra, vero?».

«Soprattutto il tre e il cinque».

«Sì, te li ho selezionati apposta, li trovo interessanti proprio per questo».

«Il quattro gronda sangue».

«È raro trovare una vena dal colore così intenso nell’onice».

«Quanto ne hai? Mi servono venticinque pezzi».

«Dipende dalla scala. Il modellino che ci hai mandato è uno a uno?».

«Se Ermanno non ha sbagliato dovete solo raddoppiarlo».

«Vuoi controllare il bozzetto?».

«Non farmi scendere, ho le scarpe di vernice», risponde il passeggero aggiustandosi gli occhiali a specchio.

«Te lo faccio portare».

«No, lascia, mi fido di Ermanno».

«Fai bene a fidarti, ha stoffa il ragazzo. Se c’è un problema sa come risolverlo, e la soluzione non è mai quella che ti saresti aspettato».

Giacomo gli indica le pietre:

«Mi sa che raddoppiare le dimensioni del bozzetto sarà un problema, non mi basta il materiale del campione numero quattro».

«Cosa proponi?».

«È un guaio se le sculture non sono uguali?».

«Mah, che vuoi, i collezionisti hanno questo malsano attaccamento all’idea del pezzo unico, alla fine lo preferiscono».

«Per venticinque pezzi devi scegliere almeno quattro campioni, altrimenti c’è sempre lo statuario, ma non è onice».

«No, infatti, voglio l’onice, in questo periodo il marmo mi annoia. Non importa se sono diversi, però fate attenzione quando scansionate il bozzetto, m’interessa la torsione data alla figura. Siate precisi».

«Come sempre», risponde Giacomo voltandosi di colpo per starnutire.

«Allora, segna: uno, quattro, otto e nove».

«Li uso in quest’ordine?», chiede Giacomo appuntando i numeri su uno scontrino che si ritrova in tasca.

«No: quattro, nove, uno e otto».

«Ok, andiamo a esaurimento del materiale e vediamo dove si arriva».

«Te lo perdi lo scontrino, ti mando un messaggio?», chiede il passeggero sbloccando il cellulare.

«Macché, entro in ufficio e lo copio. Dove recapito le sculture?».

«Mandale in galleria da Massimo, al solito», risponde abbandonando il telefono sul sedile accanto a sé.

«Ok, da De Carlo allora. Ermanno non le rivede prima?».

«Non questa volta».

«Le creste restano, lo sai».

«Mi piacciono le tacche che semina la fresa, in certi casi sono un rafforzativo. È l’opera che comanda».

«Quanto tempo abbiamo?».

«Inauguro il sedici».

«Se consegno il quattordici?».

«Yes. Per l’allestimento è sufficiente».

«Vuoi indicarmi un campione di riserva? Casomai avessimo problemi».

«Sceglilo tu, adesso scappo, devo visionare un pavimento per la casa nuova».

Giacomo fa un passo indietro, il passeggero ritira il naso, alza il finestrino e appoggia la schiena al sedile divaricando le cosce per meglio affondare nell’imbottitura. La macchina riparte a passo d’uomo, la polvere che aleggia a mezz’aria sbianca ogni cosa, ne cancella anche l’ombra. Superati i Ponti di Vara l’autista accelera. Il passeggero guarda dritto davanti a sé, tra il poggiatesta dei due sedili anteriori, concentrato sulla riga di mezzaria che divide le corsie, riflette sul campione quattro. Sblocca il telefono e scrive una nota: Massimo, prezzo diverso per le sculture della partita quattro?

Quando l’auto entra in autostrada, il passeggero prende le foto del pavimento che ha stampato in alta risoluzione su carta patinata. Lo mettono di buon umore come d’abitudine gli accade per le cose belle. Cerca di ricordare pavimenti migliori, non gliene viene in mente nessuno, forse quello della chiesa di San Pietro a Tuscania, ma è difficile paragonarli. Uno in pietra, l’altro in legno. Uno a mosaico, l’altro a intarsio. Le croci che compongono il motivo sono smussate ai bordi, levigate come un tronco consunto dal mare. Immagina le sale cinquecentesche del convento dal quale è stato strappato, vorrebbe dispiacersene, ma gli sembra ipocrita. Nella testa gli si affollano migliaia di sandali in cuoio che lo deformano calpestandolo, secoli di passi concentrati in un’immagine, una marcia imponente. Chiude gli occhi lasciando che l’usura si compia, indeciso se scrivere una nota, Ermanno, migliaia di sandali. La memorizza.

Il fatto che nessuno abbia comprato il pavimento prima di lui lo tormenta, è una spina che gli si è conficcata nel cervello nel momento esatto in cui lo ha scoperto, la prova provata dell’estinzione del buon gusto. «Non c’è più salvezza», dice, l’autista alza gli occhi sullo specchietto retrovisore, sembra voler capire se ce l’ha con lui, ma non glielo chiede. Il passeggero sprofonda di nuovo nel silenzio, il buon umore è passato, al telefono l’antiquario non l’ha convinto, la voce gli sembrava incerta, forse era stupito dalla richiesta di conservargli il materiale fino al giorno del loro appuntamento.

Il viale che conduce alla casa colonica è disseminato di abbeveratoi in pietra, fontanili, sculture e arredo da giardino in ferro battuto; lo scheletro di una serra in stile liberty occupa la piccola corte prospiciente. Quando l’autista parcheggia a ridosso di un tiglio in piena fioritura, esce sulla porta un uomo alto, corpulento, indossa una maglietta lisa color lavanda e i jeans. Calza ciabatte gialle da piscina. Resta lì, con le braccia incrociate al petto, in penombra. Il passeggero lo guarda appena un attimo prima di declassarlo da antiquario a rigattiere, non gli sembra necessariamente un problema, forse il pavimento è rimasto invenduto perché capitato nelle mani di un poveraccio.

Il passeggero scende, il rigattiere fa un paio di passi fuori dalla porta, si ferma ad aspettarlo lì, come se non volesse allontanarsi troppo dalla casa e dalla penombra. Il passeggero, con le mani nelle tasche dei pantaloni in fresco di lana, cammina adagio per non apparire impaziente, quando è a tiro gli porge la mano, il rigattiere la stringe. Ha le unghie lunghe, arrotondate e nere che lo fanno rabbrividire. Il rigattiere accenna un saluto asciutto e lo invita a entrare volgendogli le spalle per precederlo.

«La stavo aspettando, ha avuto difficoltà a trovarmi?», chiede senza voltarsi.

«No, nessuna», risponde il passeggero cercando di misurare a occhio la lunghezza di quelle unghie.

«Molto bene», dice entrando nel locale.

Il capannone è ingombro di tavoli e credenze da restaurare, c’è qualche cornice, un putto scrostato orfano della laccatura originaria, alcune tele in pessime condizioni appese ai muri. La parete di fondo è coperta da porte e assi antiche. Due grosse macchine per lavorare il legno ripartiscono lo spazio in tre settori. Il rigattiere supera la prima e si accosta alla seconda. Sul banco c’è un lacerto di pavimento ricomposto, un quadrato di cinquanta centimetri per cinquanta. Il passeggero incrocia le braccia al petto e si china sul legno, la stoffa della giacca si tende all’altezza delle scapole.

«Eccolo», dice il rigattiere dopo qualche minuto, infrangendo il silenzio.

«Diceva che viene da un convento?» domanda il passeggero.

«Sì».

«Quale?».

«Era un convento, oggi non esiste più».

«Dove si trovava?».

«In provincia di Arezzo».

«A quando risale?».

«Il pavimento o il convento?».

«Ma il pavimento, of course».

«Fine cinque, inizio sei».

Il passeggero si raddrizza, davanti a lui c’è una piccola bifora appesa al muro, la colonnina e il capitello scolpito sostengono un doppio arco in pietra. Decide di provare a inserirla nel prezzo del pavimento, ma se non dovesse spuntarla la comprerà comunque.

«Si trovava nelle cellette dei frati», dice il rigattiere.

«Nelle cellette?».

«Sì, gli altri pavimenti del convento erano in cotto».

Il passeggero tocca una croce, l’accarezza, poi la solleva scardinandola dall’intarsio. Di tutte quante è la più chiara, priva di qualsiasi patina che il legno dovrebbe aver acquisito nel tempo. Avvicina la croce al viso, gli occhiali a specchio la riflettono ingigantita, la gira e il retro mostra un taglio fresco. Il passeggero rincula di un passo.

«È un pavimento con uno spessore molto alto», osserva il rigattiere.

«Cosa significa?».

«Che devo asportarne l’eccesso. Se supera i due centimetri e mezzo non c’è margine per montarlo in una casa moderna».

«Dov’è il resto?».

«Il resto?».

«Dove tiene il resto del pavimento?», insiste il passeggero.

«In casse, è stoccato in un altro magazzino. Lo tratto a mano a mano che mi viene richiesto».

«In che senso?».

«Taglio lo spessore a misura, lo pulisco. Poi va rifinito, il risultato cambia se lo vuole a cera o preferisce l’olio».

«Lo pulisce», ripete il passeggero.

«Certo, il pezzo che ha in mano è stato pulito e finito a olio».

Il passeggero lo guarda meglio, lo rigira sotto sopra ancora una volta. Fa un passo indietro.

«Sembrano essenze diverse», dice.

«Al tempo usavano quello che avevano».

«Lei dice?».

«Lo immagino», dice il rigattiere.

Il passeggero piega il capo sulla spalla sinistra, poi su quella destra, infine getta la testa indietro. Chiude gli occhi un attimo prima di raddrizzarsi.

«C’è il mio autista qui fuori, andiamo?».

«Dove?».

«Nell’altro magazzino, a vedere il resto del pavimento, le do un passaggio».

Il rigattiere non si scompone, apre una mano e la appoggia sul piano della macchina, accanto al lacerto del pavimento.

«Purtroppo aspetto un altro cliente, a minuti, doveva già essere qui».

«Sicuro».

«Posso mandarle delle immagini se mi lascia un indirizzo email».

«Le ho già ricevute, la ringrazio».

«Quanto gliene serve?».

«Lei quanto ne ha?».

«Dovrei controllare».

«Me ne servono settantacinque metri quadri».

«Ho bisogno di un preavviso di tre mesi, se decide».

«Tre mesi?».

«Per prepararlo. Come vede sono pezzi molto piccoli, una miriade».

«Ma se li volessi nello stato di fatto, senza toccarli, basterebbero tre giorni?», chiede il passeggero avvicinandosi alle assi accatastate sulla parete di fondo.

«Così come sono, dice? E lo spessore? Almeno lo spessore va ritoccato, sempre tre mesi servono», risponde il rigattiere alzando la voce.

«Belle queste assi, ci uscirebbe un pavimento fantastico. A che epoca risalgono?», dice il passeggero.

«Metà Ottocento. Ho fatto dei loft a Milano con quelle».

«Un loft è proprio la morte loro».

«Il risultato però è completamente diverso», dice il rigattiere.

«Ovvio».

«Lei quando vorrebbe montarlo?».

«Il pavimento? C’è tempo, non ho fretta».

«Ah, bene, avevo capito l’avesse».

Il passeggero ringrazia per il tempo concesso, porge la mano al rigattiere, si lascia accompagnare fuori e sale in macchina. Non dice nulla, appoggia la nuca al sedile e chiude le palpebre. Vorrebbe dormire per non pensarci troppo, però non gli riesce, gli monta dentro un sentimento rabbioso che lievita fino a opprimerlo. Questo coglione, pensa, invece di gonfiarsi d’orgoglio, spaccia il capolavoro della sua vita per un fake. Porta le dita alle tempie e le comprime uno, due, tre secondi. Vede ancora il rigattiere davanti a sé, vede le unghie, le ciabatte e gli nasce un sorriso che si allarga in una risata sommessa. Quando non riesce più a contenerla, attacca a ridere forte, per poco non si strozza. L’autista alza gli occhi sullo specchietto retrovisore, rallenta, inserisce l’indicatore di direzione. «Devo accostare?», chiede.

Il passeggero nega con un cenno risoluto mentre si ricompone, l’ilarità riemerge ancora un paio di volte, fino a spegnersi del tutto.

«No, no, grazie, non serve», dice asciugandosi le lacrime dalle guance.

«Ha comprato il pavimento?», chiede l’autista.

«Non esiste nessun pavimento, certo non del Cinquecento, lo fabbrica lui, il maledetto ritaglia legni vecchi e li spaccia per buoni. Non che fossero brutti e antichi ‒ lo sono per certo, almeno più antichi di me. A dirla tutta, il risultato è un portento», risponde tossendo per soffocare una nuova risata.

«E allora perché non l’ha preso?»

«Perché la menzogna non ha mercato. Che raggiri pure gli sciocchi… Comunque, possiede più assi marce che capelli in testa, c’è speranza che prima d’aver triturato l’ultima capisca il valore della sua opera e si decida a vendere quella, invece di un’impostura. Nel caso, tornerò a comprarlo».

L’autista dice «Ah», nient’altro. Il passeggero riguarda le immagini ricevute per e-mail, pensa ancora che il pavimento in quelle foto sia originale. Ma che l’idea possa essere venuta a quel robivecchi in ciabatte da piscina fatica a concederlo. Sa di averlo mancato. Se lo ripete, l’ho mancato. In fondo gli sembra la soluzione più sensata: venduto l’originale s’è industriato per riprodurlo. Si ricorda della bifora che ha lasciato lì. Un pezzo unico, ma di tornare indietro non se ne parla.

Infila le mani in tasca, le tira fuori, prende il cellulare e lo sblocca, scrive una nota: Ermanno, figura in ciabatte da piscina e sette centimetri di unghie.

L’autista mette la freccia a sinistra ed entra in autostrada: «Inizia a piovere», dice.


Erika Nannini è nata a Ravenna nel 1976 ed è bibliotecaria presso la biblioteca comunale “Don Giovanni Verità e Accademia degli Incamminati” di Modigliana (FC). Ha pubblicato racconti sul Corriere Fiorentino e nell’antologia Anatomè – dissezioni narrative edita da Edizioni Ensemble. Ha collaborato con Zest Letteratura Sostenibile. Curatrice della sezione Conchiglie, dedicata a libri e autori dimenticati di Morel, voci dall’isola.


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Denti

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione.


Questo è il tredicesimo, lo ha scritto Antonia De Sisto e, più che un editing, ha richiesto l’invio di un seconda stesura. Era infatti dall’inizio potenzialmente molto interessante, secondo Francesca de Lena, ma quasi completamente involuto. Hanno dato molti suggerimenti di sviluppo, in un procedimento maieutico, prima il corsista di Apnea Paolo Montagna, poi le nostre ottime caporedattrici. Correzione a cura della redazione. Brava l’autrice a riprendere il racconto in mano e, praticamente, riscriverlo tutto da sé.


Una guerra di posizione si consuma nel breve tempo di una seduta psicoanalitica nella trincea che si scava tra la poltrona dell’analista e il lettino in cui si sdraia una paziente. Al centro dello scontro ci sono i denti, elemento reale e figurativo che per la paziente vale tutto: barriera tra il dentro e il fuori, tra sé e gli altri, tra sanità e malattia.


di Antonia De Sisto


I piedi paralleli di fronte all’ascensore, il naso allineato alla fessura tra le due porte. Preme il tasto zero. Conta uno, due, tre. Entra.

Un rapido sguardo al riflesso nello specchio dell’ascensore. Sorride inarcando le estremità delle labbra verso l’alto. Due chiazze rosse le compaiono sulle guance. Con le dita allenta il collo della maglietta. Due respiri brevi e uno profondo. Sorride di nuovo, questa volta mostrando i denti. Si concentra sullo smalto bianco dei suoi incisivi perfetti. Le guance si schiariscono. Al terzo piano, seconda porta a partire da sinistra. Sulla porta, di poco al di sopra della sua testa, sporge un chiodo. Lo fissa. Uno, due, tre. Suona il campanello. Ancora: uno, due, tre. La porta si apre.


«Buongiorno».

«‘giorno».

Un corridoio da percorrere. Le mani lungo i fianchi. Nel tragitto si guarda le scarpe. Sono sette passi. Al lettino si siede, spalle alla poltrona di lei e aspetta che anche lei si sieda. Solo quando sente la poltrona cigolare sotto il suo peso, si stende. Un fazzoletto pulito tra le mani. Tre regole, promesse ripetute a sé stessa ogni seduta.

Uno. Non piangere in quella stanza. Due. Portare sempre un fazzoletto nuovo. Tre. Contare sessanta secondi prima di parlare. Un ticchettio di lancette amplifica il silenzio. Muove la testa quanto basta per avere una panoramica della stanza, ma non riesce a trovare l’orologio da cui proviene il rumore. Spiega il fazzoletto bianco, lo appoggia sullo stomaco, poi lo liscia per togliere quelle fastidiose pieghe.

«Qualcosa la turba?».

Non sempre riesce a finire di contare, viene interrotta e capita che debba cominciare da capo. La dottoressa si muove sulla sedia, accavalla le gambe. Forse non lo sa, o forse finge di non sapere che esiste una ripetizione da eseguire o forse si presta come da copione all’esibizione.

«Mi scusi?».

«C’è qualcosa che non va?».

Pochi gesti, uno scambio di battute: preliminari a una confessione spontanea che deve avvenire come se fosse richiesta.

«È che dove supponevo ci fosse qualcosa, non c’era nulla. Per una persona perfettamente inserita nella normalità, quale io mi ritengo, trovarmi faccia a faccia con quella mancanza nella presenza, fu scioccante. Nessun avvertimento. Non una crepa nel cielo che potesse preludere a quella che si creò poi nel mio cervello».

«Lasciando da parte la poesia».

«Quale poesia?».

«Andiamo, sa a cosa mi riferisco».

«Guardi che io sono così sempre».

«O forse si è solo abituata a crederlo».

«No, non credo proprio».

«…».

«Insomma, gliela faccio breve. Esco dal locale adibito alle attività di ufficio per raggiungere la cancellata che divide la vita dentro dalla vita fuori. È mia abitudine, in quanto persona decisamente normale, sostare al cancello per salutare il custode del confine con un breve cenno del capo. Magari pure un paio di paroline ben calibrate».

«Interessante».

«Come?».

«Continui, prego».

I preliminari con l’analista sono un girotondo di sottecchi. Con le mani bene in vista, avvicinarsi al contendente. Raggiunta la giusta distanza, l’incontro può cominciare.

«Mi diceva, poco fa, del confine».

«Ecco. Quel giorno, come un qualunque altro giorno normale, il custode riposava placidamente nella sua dimora: un gabbiotto disposto per una esatta metà nel mondo di dentro, per l’altra nel mondo di fuori. Il custode sedeva sullo sgabello, per una gamba dentro e per una gamba fuori. Un’improvvisa novità nella placida quotidianità della mia giornata: il custode di quel giorno era nuovo, o meglio, rinnovato, nel senso che era tornato dopo essersene andato».

«Le novità le danno l’impressione dell’assurdo?».

«Mi scusi?».

«Connota un evento nuovo, ma non insolito, con sfumature riconducibili all’assurdo».

«…».

«…».

«Continuo?».

«Certo».

«Rivedendolo sorrisi, serbavo un bel ricordo di questo custode, fiero del suo manto bianco e dall’occhio languido».

«Ne era attratta?».

«Prego?».

«Ne era attratta?».

«Dal custode?».

«Esatto».

«Beh, ecco, diciamo che è abbastanza avanti con gli anni».

«Ah».

«Non che questo sia un limite».

«No di certo».

Le prime finte, qualche colpo a vuoto sotto la cintura e finalmente un contatto. Sul lettino stringe forte il fazzoletto, sistema i piedi di modo che siano esattamente paralleli al muro. La dottoressa apre il taccuino, sfoglia le pagine in cerca di quella nuova. Un click, la penna è pronta.

«Continuo?».

«Risponda alla domanda».

«Quale?».

«Lo sa bene».

«Non ne ero assolutamente attratta».

«…».

«Continuo?».

«La prego».

«Mi sorrise di ricambio e io, glielo giuro, mi sentii mancare. Il buio, null’altro, in quella bocca mezza aperta per il sorriso di commiato. Non c’erano quadratini bianchi, come in tutte le bocche che ero stata abituata a vedere; soltanto nero, un nero di nulla».

«Si aspettava quello che si aspetta sempre?».

«Mi aspettavo quello che si aspettano tutti».

«La normalità?».

«Non mi aspetto certo che tutte le bocche si aprano a me allo stesso modo e mi mostrino la stessa quantità di bianco, geometricamente divisa da linee di nero. Di certo non ero preparata, quel pomeriggio di quel giorno come tutti i giorni, allo spalancarsi del nulla. Nemmeno un dente, non un canino o un molare, anche malandato. Solo gengive e molto nero. Aspetto?».

«Cosa?».

«Che lei finisca di scrivere».

«La preoccupa che io scriva?».

«Mi preoccupa che lei rimanga indietro nella scrittura».

«Sente il bisogno di aspettarmi?».

«Se così vogliamo dire».

«Interessante».

«Mi scusi?».

Si toccano e al primo tocco segue sempre un allontanamento. Il lettino si fa scomodo, i piedi ora sono intrecciati e per un istante dimentica il rigore geometrico dello spazio da occupare. La dottoressa segna i punti scoperti, rilegge la strategia di contatto.

«Prego, continui».

«Più di tutto mi sconvolse la naturalezza con cui mi sorrise. “Diamine” pensai “sa di essere senza denti?”. Non era tenuto a celarsi per sé, ma per l’altro. Per chi gli stava di fronte certo l’avrebbe dovuto fare».

«Lei non avrebbe sorriso?».

«No di certo».

«Sente sempre il bisogno di nascondere la propria intimità?».

«Che c’entra?».

«Percepisco un certo nervosismo».

«Si sbaglia».

«Mi pare che senta il bisogno di ribattere a tutto quello che le propongo. Da dove viene questo bisogno?».

«Dal fatto che non concordo».

«Va bene. Proceda».

«Guardi che non sono nervosa».

«Le credo».

«Bene».

«Cosa la turbava di quella bocca sdentata?».

La dottoressa si lascia andare allo schienale della poltrona, rilassa i muscoli della mano, ferma la penna tra le pagine del taccuino, dà una rapida occhiata all’orologio. 

«Mi turbava quella mancanza di cura verso sé e verso l’altro. Cosa porta a spalancare sul mondo il proprio buio? “Con che coraggio,” pensai, “questo si permette di farmi carico del suo nulla?”. Io non l’avrei fatto. Lei capisce, i denti sono tutto. Sono barriera tra il dentro e il fuori, sono strumenti adatti alla masticazione, coadiuvano la dizione. Su cosa sbatterà una lingua nel pronunciare la “t”? Chiaramente vengono a mancare le basi di comunità e comunicazione».

«Fuor di metafora, quindi?».

«Eh, la fa facile lei!».

«Non riesce a esprimersi se non per alterazioni letterarie?».

«Io mi esprimo sempre così».

«Antepone sempre la forma al contenuto?».

«Mi scusi, siamo qui forse a fare lezioni di poetica?».

«Vede, qui il punto non è individuare il suo modello espressivo, né valutarne la validità, quanto piuttosto cercare di capire perché lei, qui con me, sente il bisogno di mascherare le emozioni dietro un certo modo di parlare».

«Ma io mi esprimo sempre così».

«Appunto».

«Prego?».

«Il punto è proprio questo».

«Che mi esprimo sempre in modo letterario?».

«Che sente sempre il bisogno di esprimersi indirettamente».

«Ah».

«Riprenda pure».

«Ora non ricordo più».

«Mi stava dicendo di quanto imprescindibile ritiene nascondere la propria fragilità».

«Stavo dicendo questo?».

«Più o meno».

«Beh, ecco, riprendo allora. “Lei, signor mio, mi impedisce di riconoscerla come essere umano”. Furono queste le parole con cui mi congedai da quel sorriso monco. Mi scusi ma, io, questa mancanza, proprio non la posso sopportare».

«Mancanza di barriere?».

«Stavo per dire mancanza di attenzione».

«Per lei l’attenzione verso l’altro passa attraverso la costruzione di confini?».

«Non lo so se pensavo proprio questo».

«Ci pensi».

«Può darsi».

«Può darsi che l’abbia turbata tanto la spontaneità con cui il custode le ha mostrato una sua fragilità».

«È evidente che lei non coglie il punto».

«Mi aiuti, allora».

«Qui il problema è l’assurdo».

«Trova assurdo che a qualcuno possa capitare di manifestare la propria fragilità?».

«…».

«Si ricorda di quell’episodio che mi aveva raccontato? Quel pranzo in cui suo padre, se non sbaglio…».

«Non credo sia il caso di tirare in ballo mio padre!».

Poi spinge i gomiti sul lettino, vorrebbe forse alzarsi, cambiare la porzione di spazio da occupare per cambiare il corso degli eventi che non è più in suo controllo. Portare le ginocchia sullo stomaco, poggiarsi su un fianco, proteggere l’insorgere di quella nuova superficie, ma il processo non si può arrestare, lo si può solo accelerare.

«Come no! Lei, con la sua psicologia mi vuole costringere a parlare dei fatti miei per poi trovarci un riferimento nell’inconscio. Cos’ha lì, ha forse un’antologia dei simboli e dei significati? Una Smorfia per intellettuali? Dare un senso alle cose, ordinarle a posteriori, indicizzare i fatti quando già sono accaduti. Ma bene, io le vengo incontro: non temo peripezie freudiane, non nascondo traumi dento-infantili, né reprimo umori frustrati da quell’accaduto».

«Eppure lei ha esordito raccontandomi di come sia rimasta traumatizzata dalla bocca senza denti di un uomo molto più grande di lei. Davvero non trova ci possa essere un legame con l’episodio di suo padre?».

«Ma lei l’ha mai visto un uomo perdere un dente nel bel mezzo della più cieca quotidianità?».

«Me lo racconti di nuovo».

«A lei la storia, visto che ci tiene tanto. Era un pranzo, come sono i pranzi di tutti i giorni. Intorno al medesimo tavolo di marmo, seduti sulle medesime sedie nere. Di fronte alla medesima pasta al ragù. Io infilavo una forchettata dietro l’altra, con il capo chino sul sugo e vedevo solo i maccheroni macchiati. Insomma, a un certo punto ecco mio padre che si alza in piedi con una bottiglia di rosso, quello di tutti i pranzi. Ha la bottiglia nella sinistra, cerca il cavatappi sulla tavola, mentre sorride contento».

«Suo padre era solito bere?».

«Posso continuare?».

«Prego».

«Io alzo lo sguardo e noi tutti lo vediamo portarsi la destra, la mano senza il vino, alla bocca e smorzare il sorriso in una smorfia triste. Ci porge la mano destra a coppetta e come un bimbo ci fa: “guardate”. E quello che vediamo ci fa orrore. Mio padre rimane con questa mano a mezz’aria e la bocca socchiusa, quel tanto che basta per coprire il buco che il dente, ora nella sua mano, ha lasciato».

«Deve aver sofferto molto?».

«Mio padre?».

«Mi riferivo più a lei».

«Ma i miei denti erano perfetti».

«A lei non è mai capitato di avere male a un dente?».

«Assolutamente no».

«Ma a suo padre sì».

«…».

«Come l’ha fatta sentire assistere a suo padre messo a nudo nella sua fragilità?».

«Lei mi mette in bocca parole che non ho mai pronunciato!».

I colpi cadono esattamente dove devono cadere. La guardia è goffa, non c’è più una sequenza da ripetere. Lei ripercorre nella mente i passaggi, cerca quel passo laterale debole che ha scomposto la sequenza. Spiega e ripiega il fazzoletto tra le mani. Il ripetersi di gesti comuni la riporta sul lettino, stende le gambe, allinea di nuovo i piedi. Riprende il controllo dalle punte, mentre sente la superficie del centro del suo corpo completamente esposta.

«Torniamo al suo incontro con il custode. All’inizio della seduta accennava al fatto che il custode le avesse fatto carico di qualcosa, mostrandole la bocca».

«Ma certo, con la sua bocca senza denti mi ha costretto a guardarci dentro, a scrutare nel suo buio. Se non avesse perso i suoi denti, il cielo non si sarebbe crepato come invece ha fatto quel giorno».

«Un po’ come è successo quel giorno con suo padre».

«Cosa ha a che fare questo con mio padre?».

«Non ha forse detto che la cura per i propri denti è una forma di attenzione verso l’altro? Una barriera che nasconde all’altro qualcosa di sé. E cioè, non ha forse detto che è necessario, in qualche modo, celare le proprie fragilità?».

«A me pare che lei stia giocando con la Smorfia».

«…».

«Lei non capisce. La bocca di mio padre. La bocca vuota di mio padre. Mio padre che perde un pezzo dopo l’altro. Mio padre che giorno dopo giorno apre quella sua bocca sempre più buia e non fa niente per riempirla! Era mio padre, che si sgretolava davanti ai miei occhi».

«…».

«Io i denti li guardo sempre perché i denti sono lo specchio dell’amore che si ha verso sé stessi e verso gli altri. Io, se le persone sono felici, lo capisco guardandole in bocca, perché quando sono felici si prendono cura dei loro denti. E le persone felici non ti devono fare carico di nulla».

«Ritiene che suo padre fosse…».

«I miei denti sono perfetti».

«Quelli di suo padre non lo sono stati, però».

«I miei denti sono assolutamente perfetti!».

«Forse perché devono nascondere qualcosa».

«Non giri la frittata!».

«La mette a disagio pensare di non essere felice come crede?».

«…».

«Ne vuole un altro?».

«Mi scusi?».

«Un fazzoletto, lo vuole?».

«Ce l’ho, grazie».

«Il suo non sembra aver retto bene».

«…».

«Allora, perché è qui?».

«…».

«Va bene, per oggi può bastare».

Un’ultima occhiata alle lancette. È il momento di una tregua, l’interruzione tra un ripetersi del medesimo e l’altro, fino al momento in cui una crepa si insinua nella quotidianità, increspa la superficie e ne mostra una differenza. La dottoressa è la prima ad alzarsi. Apre la porta e saluta con cortesia.

Lei si siede sul lettino. Conta uno, due, tre. Si alza. Con gli occhi verso le punte delle scarpe, ripercorre il corridoio. Sono sette passi. Attenersi alla regola numero uno per sette passi. Ricambia con cortesia il saluto, non incrocia lo sguardo dell’analista. Attraversa il confine, la porta si richiude alle sue spalle. Uno, due, tre. I piedi allineati alle porte dell’ascensore. Preme il tasto zero. Conta uno, due, tre. Un rapido sguardo al riflesso nello specchio dell’ascensore.


Antonia De Sisto, (Benevento, 1991) nasce con un enigma: “chi sono io?”. Prova a scioglierlo studiando filosofia a Padova. Si laurea con una tesi su Bataille, grazie al quale scopre che io è sempre un altro. Dal 2015 si dedica a progetti di divulgazione filosofica con l’associazione Aurora Scuola Popolare di Filosofia. Quando si accorge che l’enigma non può essere sciolto, ma può essere raccontato, scopre la scuola di scrittura di Ivano Porpora. A finanziare la sua ricerca è il The Garda Village, dove dal 2016 lavora come receptionist.


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“Il grande libro della scrittura” di Marco Franzoso: un viaggio faticoso, come la scrittura

di Anna Coluccino

Appena terminata la lettura di questo poderoso manuale, mi si è palesata nella mente la battuta di Umberto Eco su Il Conte di Montecristo di Dumas: un libro di quasi mille pagine che poteva essere raccontato usando un quinto delle parole, ma, fosse stato così, non sarebbe stato lo stesso libro. 

Perché sì, è vero: il testo di Franzoso è ridondante, a tratti lo è in modo quasi snervante. Per svariate pagine, pare formulare in modi più o meno diversi sempre gli stessi concetti, ma è vero pure che il segreto dell’apprendimento profondo è la ripetizione, e se si è completamente a digiuno di nozioni e tecniche narratologiche, al termine della lettura de Il Grande Libro della Scrittura si avranno le idee molto chiare riguardo i passaggi necessari a portare la propria opera a una forma definitiva, a una stesura che possa essere letta e apprezzata. 

Ché questo, in fondo, dovrebbe essere l’obiettivo finale della scrittura: compiersi, comporre una storia e metterla al mondo in forme che le consentano di essere compresa, ricevibile, capace di riversarsi in menti diverse da quella che l’ha ideata e partorita, e lì rinascere in miriadi di altre forme, risuonando con le esperienze e i pensieri dei lettori. 

Un libro-viaggio per chi e perché

L’incipit è avvincente: quale libro porteresti su un’isola deserta? Dopo attenta riflessione l’autore risponde nel più sensato dei modi: un manuale di pesca. 

L’allegoria della scrittura come viaggio in solitaria, come mezzo di sopravvivenza, genera paralleli assai significativi, densi, nonché intuizioni che penetrano e rivelano un senso profondo dello scrivere, come pure le motivazioni psicologiche e filosofiche che sottendono l’urgenza del racconto. Perché è vero che leggiamo non per fuggire dal mondo ma per capirlo meglio, non per eludere i problemi della nostra vita ma per imparare ad affrontarli o anche solo per riconoscerli come tali. 

Tutto il libro è permeato dall’autentica esperienza dell’autore, e questo è uno dei suoi principali meriti. Avere la possibilità di passeggiare nella testa di uno scrittore che offre le risposte che, negli anni, ha individuato per soddisfare esigenze reali è un’esperienza che consente di ridefinire o raffinare le proprie teorie e le proprie pratiche, per affinità o per opposizione ma, comunque, nutrendosi del confronto con una riflessione autentica. Tanto le domande quanto le risposte che Franzoso intercetta e propone ai suoi lettori suonano vere, o potenzialmente tali; certamente utili per evitare di perder tempo dietro a domande sbagliate o mal formulate. Troppo spesso, infatti, ci si dimentica di porsi il quesito centrale per chiunque senta l’esigenza di raccontare storie: perché? 

Il perché ha subito un crollo di notorietà, un generale calo di considerazione e stima nel corso del novecento. Con la fine dell’assolutismo, la morte di dio e l’avanzare del metodo scientifico e del pensiero logico-razionale, è parso sempre più peregrino chiedersi il perché delle cose. È così perché è così. Scrivo perché scrivo, che domanda è? Dovremmo limitarci a studiare il cosa e il come dei fenomeni e lasciar perdere motivazioni e cause prime. Data per inaccessibile la Verità maiuscola, ignorare anche quelle minuscole, contestuali, relative. Tuttavia, l’abbandono della ricerca di un senso per le proprie azioni, per i propri bisogni e desideri, per la propria vita insomma, è in parte ciò che ci ha portato all’attuale sbandamento di specie. E gli autori che non si chiedono perché fanno quel che fanno, o non sono in grado di individuare un senso al loro gesto, a tratti ossessivo, figlio dell’impulso irrefrenabile a dar forma a un mondo, non me l’hanno mai raccontata giusta. La posa dell’artista che afferma di fare le cose perché non aveva nulla di meglio da fare, con nessuna vera intenzione o motivazione, mi pare sempre più farsesca: puzza di messa in scena. 

Un libro-viaggio come e verso dove

Franzoso sceglie di approfondire l’allegoria del viaggio richiamando implicitamente, tra gli altri, il celeberrimo Viaggio dell’eroe di Vogler e adottando una struttura metanarrativa. Suddivide quindi il suo stesso testo nei classici tre atti. E se il primo risulta riuscito, al netto di alcuni punti di disaccordo riguardo l’equilibrio che caratterizzerebbe la situazione iniziale di una qualunque storia –equilibrio che è spesso apparente e contiene, in nuce, le cause del successivo smottamento- è il secondo quello più farraginoso e ripetitivo, estremamente attento nel descrivere e declinare i diversi passaggi che danno vita a un romanzo, ma poco fiducioso delle capacità del lettore di tenere a mente e visualizzare i diversi momenti del processo. Il terzo torna a essere piuttosto scorrevole mano a mano che si avvia verso la conclusione. 

Sul piano etimologico, autori e autrici sono coloro che accrescono, che alimentano. Eppure, perché le cose evolvano nel migliore dei modi, a volte occorre recidere, sottrarre. Chi scrive non inventa niente, così come chi viaggia non si muove verso luoghi che non esistono, bensì procede e recede lungo percorsi più o meno battuti, ricorda e ricrea, scova e disvela. Non si tratta di un gesto puramente costruttivo. Esiste una pars destruens ed è una componente fondamentale del processo. Se non si è pronti a distruggere quanto si è costruito, almeno in parte, meglio non cominciare affatto. La scrittura è riscrittura, esattamente come viaggiare non riguarda solo l’andare ma anche il tornare. Se esiste una regola d’oro per l’arte narrativa, forse, è questa. Ed è inutile nascondere che può essere frustrante, non lo fa Franzoso e non dovrebbe farlo nessuno. Perciò è necessario abbandonare l’approccio mitologico del sacro fuoco che accompagna quasi sotto dettatura scrittori e scrittrici. La prima stesura di qualsiasi narrazione dev’essere monca e approssimativa, deve tracciare il percorso di massima, senza troppa attenzione allo stile e alla qualità del racconto: questo Franzoso lo sa bene e altrettanto bene lo racconta. Possiamo essere affascinati dal mistero, sedotti, ma l’amore necessita di affondi. E chi ama la scrittura, chi ritiene di essere chiamato a raccontare anche solo una storia nella vita, non può credere che lo studio e la conoscenza dei modi del racconto, come delle caratteristiche psicologiche e antropologiche dell’impulso umano alla narrazione, possano spoetizzare l’atto di scrivere, a meno di non promuovere una visione mistica, quella peculiare versione di spirito santo che si definisce “genio” che, come per una sorta di predestinazione calvinista, renderebbe tali gli scrittori per diritto di nascita, in virtù di un talento genetico, che non sarebbe possibile affinare e allenare come qualunque altra abilità. 

Approdi e ripartenze: un epilogo come premessa

Allo stesso genere di mitologia del Genio appartiene anche l’idea che l’Artista debba essere per forza di cose una persona che abita l’eterno dolore, che nutre la propria arte con la pura sofferenza e che, pertanto, sia un individuo legittimato a essere odioso, bizzoso, finanche violento e spregevole. Sopportare il suo temperamento oscuro è il prezzo che i comuni mortali devono pagare per godere dell’opera del Genio, che a sua volta pagherebbe il prezzo della fama e della devozione generale accettando di sentirsi sbranare gli organi da quell’inestinguibile angoscia che, più di ogni altro sentimento, nutrirebbe la sua arte. Questa visione romantico-decadente dell’artista è prettamente novecentesca e non ha nulla di vero: è una di quelle classiche profezie auto-avveranti che ci hanno spesso portato a feticizzare autori mediocri in virtù della loro biografia antieroica. 

Le scuole e i manuali di scrittura sono un utile strumento per abbattere il genere di mitologia di cui parlo: un’epistemologia masochistica che ci induce a pensare che solo ciò che fa male sia radicalmente vero. A uno sguardo appena appena svelato, focalizzato sul mestiere oltre che sul mistero della narrazione e della sua malìa, appare evidente come l’abito mentale appena descritto sia una variazione sul tema del pensiero magico, solo con funzione desolatoria anziché consolatoria. Scuole e manuali hanno il compito di palesare i meccanismi che creano e sorreggono l’illusione e, se di buona qualità, non distruggono l’incanto ma lo ricreano, lo rifondano su un terreno di verità che ha lo scopo di suscitare l’ammirazione e la meraviglia che si provano davanti a un’opera d’ingegno, potendo apprezzare a pieno la maestria di chi la realizza. Tutto questo emerge tra le righe de Il Grande Libro della Scrittura, ed è probabilmente il pregio principale del testo: esplicitare una filosofia dello scrivere prima ancora che un metodo, ché il metodo illustrato è un’ottima sintesi di quanto viene presentato nei più celebri manuali di scrittura, mentre la filosofia – la comprensione piena di quella che l’autore chiama “la posta in gioco”- è la migliore ragione possibile per decidere di avventurarsi per i sentieri che Franzoso traccia a favore di chiunque avverta l’irrefrenabile esigenza di mettersi in viaggio. 

Ciò che conta è essere consapevoli che non è di un viaggio di solo piacere che si parla, né tantomeno di una vacanza, è piuttosto un’avventura traboccante rischi, affatto comoda o rilassante, eppure di quelle per cui, alla fine, penseremo sia valsa la fatica. Quel che più conta perché una storia venga al mondo, ancor prima del talento, sono il coraggio e la caparbietà, quelle qualità che da sempre accompagnano gli imprudenti, gli sconsiderati, come sono quelli che, un giorno, decidono d’assecondare il bisogno di dar vita a una possibilità che prima non c’era, di dar forma a un piccolo universo parallelo che menta sperando di avverare.

Postilla: la grande assente, la narrativa speculativa

Al di là delle tecniche illustrate, che sono di certo utili per specificare, approfondire e ancorare la propria storia, guidandola verso il suo compimento, evitando paralisi e deragliamenti, un difetto macroscopico del testo è che si tratta di un metodo per larga parte poco applicabile a uno specifico genere narrativo; genere che Franzoso disprezza apertamente, definendolo “stucchevole”, e che io invece trovo tra le più altre espressioni dell’ingegno letterario: la narrativa speculativa. Fin dall’inizio della lettura mi sono più volte trovata a riflettere su quanto molte delle cose che venivano illustrate erano applicabili a molte tipologie di storie, tranne che a quelle più speculative. Persino la tecnica basilare del riassumere il proprio romanzo in venticinque parole appare difficilmente praticabile nel caso delle storie-mondo, là dove si rifondano i presupposti politici, sociologici, linguistici, scientifici e filosofici che fanno da sfondo alle vicende dei personaggi, rendendo di fatto risibile il tentativo di individuare la trama minuta che attraversa il testo. È il tema –più che altro- a dover essere chiaro e circoscritto, non tanto la storia in sé. Questo è, forse, l’unico insanabile conflitto di punti di vista tra me e l’autore: un’idea diametralmente opposta riguardo la natura della letteratura speculativa, che Franzoso afferma essere una sorta di girandola vacua di invenzioni, di trovate sensazionalistiche povere di autenticità, prive del necessario affondo intimistico, mentre io penso che la migliore letteratura speculativa riesca a travestire di futuro il presente, offrendo strumenti per la riflessione e l’analisi della realtà individuale e collettiva; strumenti che talvolta consentono di identificare con maggiore chiarezza ciò che pare auspicabile o meno. 

Se la letteratura è maestra di vita, la narrativa speculativa è la migliore delle mentori.

Tutto qui il mondo?

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione.


Questo è il dodicesimo, lo ha scritto Alessandro Busi e ha richiesto un editing che rendesse più esplicito il collegamento tra la prima e la seconda parte, introducendo il personaggio femminile. È stato lavorato dalla corsista di Apnea Paola Ascani prima e dalle caporedattrici poi. Correzione a cura della redazione, Francesca de Lena è intervenuta per eliminare il primo incipit, che appesantiva inutilmente.


Goffredo vive sentendo il peso della storia di suo nonno, omonimo eroe di guerra. Quando incontra Laura, astronoma e maga, grazie a lei scopre un nonno differente da come glielo avevano raccontato fino ad allora. Personaggi originali, immagini forti e una sensibilità autoriale che riesce a creare di un’atmosfera ricca di contrasti inaspettati.


di Alessandro Busi




 Il cielo è un tetto sopra le case
quindi alla fine non usciamo mai
[Zen Circus, Appesi alla Luna]


Goffredo Lai si chiama come suo nonno.

Suo nonno Goffredo Lai era stato un eroe della Guerra Grossa. Così raccontava spesso Angelo Lai – unigenito di Goffredo il nonno, padre di Goffredo il nipote – un po’ per creare al figlio un’epica familiare e un po’ per ricordarla a sé stesso, che quel padre eroe non l’aveva mai conosciuto se non nelle storie.

Goffredo il nonno era partito per la Guerra quando aveva ventidue anni, quando la fidanzata Fiamma era incinta di un paio di mesi. Molti pensarono: Fiamma non l’ha detto a Goffredo per tenersi la libertà di abortire, vista la guerra, la fame e la lettera. Nella lettera lo Stato italiano comunicava a Goffredo Lai che la sua maculopatia all’occhio sinistro – «Vedo come tutta una nebbia», aveva riferito alla visita di leva dei diciotto anni – non era più una condizione sufficiente per l’esenzione dalla prova dell’uniforme. Fiamma conosceva troppo bene il suo uomo per non sapere come avrebbe reagito alla notizia della gravidanza: si sarebbe fatto prestare la Glisenti del suo amico Lorenzo Montini – che se l’era imboscata dall’altra guerra – e si sarebbe sparato in una gamba. «Quanto saresti messo male, come esercito, per mandare a combattere uno mezzo cieco e anche mezzo zoppo?», avrebbe detto ridendo prima di premere il grilletto. Fiamma, che aveva frequentato i Giorni di preparazione alla cura caritatevole, sapeva che dentro le gambe scorrono le arterie femorali e che, se un proiettile ne rompe le pareti, a meno che non si abbia un laccio per fermare l’emorragia – nella maggior parte dei casi, anche se si ha un laccio per fermare l’emorragia –, la vita esce fuori dalle cosce fino a diventare una macchia di sangue secca. Siccome non voleva che il suo amore si tramutasse in una macchia di sangue secca, valutò che ci fossero meno probabilità di prendersi una pallottola al fronte piuttosto che di beccare un’arteria sparandosi da sé. Gli avrebbe confessato tutto tramite lettera, decise, e poi lo avrebbe accolto alla stazione dei treni con il figlio in braccio e da quel giorno avrebbero eretto la loro vita insieme. Non sapeva, però, che il destino del suo Goffredo era quello di diventare eroe, tanto che tre anni dopo la fine della Guerra ricevette una medaglia al valore.

Erano anni in cui lo Stato inviava medaglie al valore a tutte le famiglie dei caduti, ma ogni famiglia riusciva a convincersi che il proprio caro quella medaglia se l’era meritata per davvero. Così nacque l’epica di Goffredo l’eroe che partiva per la guerra senza esitazione, combatteva valoroso nonostante la vista zoppa, poi veniva catturato in un’imboscata e bastonato fino a spaccargli la cassa toracica e fargli collassare i polmoni.

Mentre moriva soffiava il nome della sua Fiamma che, a decine di migliaia di chilometri, sentiva il richiamo, si teneva la pancia e diceva fra le lacrime: «Lo chiameremo Angelo, perché questo bambino è il nostro laccio che unisce la terra con il cielo».

La storia delle ricostruzioni accademiche racconta di una brutta infezione intestinale che falcidiò l’intero battaglione di Goffredo prima ancora che potesse combattere. Qualcuno dei colonnelli, per farsi scudo con i generali irritati, parlò di avvelenamento per mano del nemico, ma nessuno ci credette. Questa versione dei fatti, però, serve giusto a qualche storico ossessivo. Di certo non serve a Fiamma, né ad Angelo e men che meno a Goffredo il nipote che, nei momenti di difficoltà, si è sempre fatto forza ricordandosi che il suo nome è inserito dentro una storia più grande, fatta di guerra, vista annebbiata, eroismo, ossa rotte, polmoni che smettono di funzionare, sangue e amore; una storia della quale deve essere all’altezza. Ma orgoglio e peso sono matrioske: quando si apre uno, ecco che compare l’altro.

Angelo Lai aveva imparato questa alternanza fin da bambino, con la madre che sapeva le cose giuste da fare e le ciglia sempre sull’orlo di lasciar andare le lacrime. «Angelo è emotivo», diceva sua moglie e madre di Goffredo, Vera Finzi, «Ma a me non dà fastidio». E non mentiva, anzi. Vera avrebbe dovuto dire che era stato proprio quel carattere mansueto ad averla conquistata. Gli altri erano così aggressivi, forti nei modi, imponenti nella personalità. Angelo la rispettava, le chiedeva il permesso prima di baciarla, non voleva che lei scendesse giù con la bocca – “vai più giù con la bocca”, citazione di un suo ex: storia molto breve, errore molto grande –; lui voleva solo che fosse felice.

Quando andarono a Roma per il Giubileo, prima di lanciare le cento Lire nella Fontana, Angelo bisbigliò: «Desidero il bene di mia madre che mi ha cresciuto da sola, di Vera che mi ama come sono, e di Goffredo che è il mio futuro». Si gettò alle spalle la moneta senza poter distinguere il proprio plof da quello delle altre centinaia di desideri che si tuffavano nello stesso momento.
«Ho sentito quello che hai detto», gli sussurrò Vera nell’orecchio. E gli fece l’occhiolino. Anche lui, tuttavia, aveva sviluppato il suo personale modo per farsi valere nelle relazioni. Con le lacrime ringraziava, chiedeva di non essere abbandonato, di ricordarsi quanto fosse buono, di vedere quanto era ferito, otteneva di essere accontentato. «Chiamiamolo come mio padre», piagnucolò alla moglie ancora sudata dal parto, «Ti prego».

Ci sono alcuni Stati che mandano ai neonati delle scatole con i primi calzini, la prima maglietta, i primi pantaloni, il taccuino su cui annotare i denti che perderanno. Sono oggetti neutri e che hanno a che fare solo con le cose pratiche della vita. Anche Goffredo ricevette la propria scatola di benvenuto al mondo, anzi due. La prima, quella del suo nome e dell’eroismo che portava con sé, ne conteneva un’altra: quella del suo vecchio, non meno importante, fatta di altruismo e lacrime. A queste si sarebbero aggiunte tutte le altre raccolte durante la sua vita dalle maestre, i colleghi, le ex fidanzate, il fornaio, la giovane maga che guardava in televisione quando era a casa in malattia e che sembrava sapere tutto di tutti e chissà cosa avrebbe detto di lui… Perché per Goffredo ogni incontro significava entrare in un microsistema predeterminato e calcolato con una formula standard: base per altezza per aspettative per coperchio chiuso in cima, un microsistema che non dava risultato neutro, mai. Con questo sistema di scatole Goffredo imparò a tenere alta la combattività del nonno sul campo da calcio ma senza dimenticare il fair play; a prendere buoni voti come disponeva sua madre; a dare a suo padre i numerosi abbracci che desiderava, a sentirne la barba umida sul collo. Goffredo si laureò in legge: «Lo diceva sempre la nonna, no? Bisogna dare giustizia ai giusti». Trovò lavoro nell’ufficio reclami dell’azienda municipalizzata, si fidanzò con Margherita Autieri e l’anno successivo la sposò, estraniandosi dalla cerimonia solo per qualche secondo e guardandosi orgoglioso da fuori: tutto era al posto giusto, tutti erano felici. Al prete, rispose che amava Margherita perché era responsabile. Lei disse che amava Goffredo perché era premuroso.

Durante la settimana bianca del terzo anniversario, Goffredo faticò a dormire, ma preferì non dirlo alla moglie, né lei gli chiese il perché delle occhiaie. Lui cercò qualche strategia di rilassamento su internet e, una volta a casa, iniziò un corso online di meditazione e yoga. Funzionò. Ogni mattina Goffredo si metteva a gambe incrociate in salotto e dedicava la prima mezz’ora della giornata da sveglio a visualizzare i contrappesi del suo sistema di scatole, nella speranza di non scontentare nessuna delle persone che gli volevano bene e a cui voleva bene: il suo sensibile padre, la dedita madre, la memorabile memoria del nonno, l’ormai anzianissima e sapiente nonna, la splendida moglie. «Tutto qui il mondo?», pensa Goffredo.
È seduto sul tappeto anche se dovrebbe stare in piedi, avere una gamba parallela al terreno e le braccia aperte; si morde la pelle indurita attorno all’unghia del pollice destro. Pensa alla propria vita come se fosse rinchiusa dentro all’archivio alfabetico dell’azienda. Gli basta estrarre un faldone per riconoscere gli estremi del richiedente, le lamentele che porta e la strategia di mediazione migliore da mettere in atto. «È questo che so fare».

Alla lettera y – yoga vinyasa, sincronizzazione del corpo con il respiro – Goffredo trova una cartella piena di istruzioni che non sa più capire. Il busto si disarticola, le braccia si sollevano asincrone rispetto all’ampliamento del petto, le gambe si incrociano come ai contorsionisti nei film da ridere. «Chi mi sono creduto di essere?» L’istruttore dentro lo schermo del computer stropiccia le labbra, scuote la testa, lo fissa, mentre tiene la posizione di urdhva mukha svanasana, il cane con la faccia all’insù: «È questo che ti ho insegnato?», domanda.

«Buongiorno», gli dice Margherita. Quando lei entra in sala, il video è già spento, il tappetino è sistemato, il caffè è da versare, i biscotti di riso e farina di mais – quattro – sono disposti su un piatto decorato con una coppia di galline ovaiole bianche e rosse. «Non fai colazione?», chiede lei. Lui le dà un bacio sulla cima della testa, ma stamattina non ha appetito, dice. Si chiude in bagno, si lava i denti, si cambia, si specchia: prova il sorriso più convincente che gli riesce.

«Buona giornata», gli dice Margherita. «Stasera tardo…», sussurra lui, mentre si sta chiudendo la porta d’ingresso alle spalle. Alla mattina, quando la tangenziale è bella intasata, Goffredo ci mette fra i diciotto e i ventidue minuti per arrivare al lavoro. Come è possibile che sua moglie non si sia mai chiesta perché, alla sera, di minuti ce ne metta a volte sedici, ma talvolta novantatré?


Laura Simone, con i Lai, non ha mai avuto nulla a che vedere.

Il ceppo familiare di Laura corse lungo le dominazioni normanne in Sicilia, salì fino alla Basilicata dove si stanziò e si allargò, fino al secolo delle fabbriche, quando il nonno di Laura fece quello che si vede nei documentari in bianco e nero: benedetto in fronte da un bacio di sua madre, salì su un treno e impiegò le sue mani per la Fabbrica di automobili. Verso la fine di un turno di lavoro uguale agli altri si distrasse e maciullò l’indice e il medio di destra. Dopo le grida e le sirene, tutto si risolse con due amputazioni, tanti punti di sutura, una piccola integrazione di invalidità in busta paga e la rassegnazione di non poter più fare la pistola con le dita al barista del dopolavoro quando gli correggeva il caffè prima che lo chiedesse. Nonostante ciò, il nonno di Laura si sposò e fece la sua parte nel concepire figli, tutti nati in casa e benedetti dalla nonna. Il terzo lo chiamarono Michele Simone e sarebbe diventato, dopo ventisette anni, il padre di Laura.

Laura nacque nella stanza sette del reparto di ostetricia dell’ospedale in un giorno nebbioso di novembre. Secondo i dottori, gli organi interni non avevano ultimato la formazione delle loro pareti perché la bambina era stata nella pancia di sua madre per troppo poco tempo, così dovette passare un paio di mesi chiusa dentro una scatola calda che aveva la pretesa di imitare un utero. Quell’utero di policarbonato, le cure dei medici, la stanza buia e il latte di sua madre tirato da un marchingegno e dato alla bambina da un’infermiera, fecero il loro dovere. Laura fu accarezzata dalle mezze dita del nonno e benedetta in fronte dalla bisnonna pochi giorni dopo l’inizio del nuovo anno; imparò a parlare cominciando con la parola «Atta»; corse, senza mai esagerare, durante le prove campestri; si imbufaliva con suo padre che sbagliava a comprarle gli assorbenti; studiò astronomia fino al dottorato specializzandosi nei differenti tipi di collasso delle stelle a bassa metallicità.

Solo la sua vita sentimentale non progrediva. Il problema era che Laura con le persone si annoiava. «Come è possibile che conosca frammenti del loro passato che non mi hanno raccontato?», chiese a una maga televisiva che contattò telefonicamente fuori onda.

«Fammi vedere, tesoro».

La maga mugugnò, si zittì, poi riprese.

«Ecco, molto bene», disse. «Tutto ruota attorno alla tua nascita prematura. Sembra che ci sia stato un errore di consegna, quindi lo Spirito Santo ha voluto ricompensarti regalandoti il potere di leggere le storie delle persone».

«Mi sta dicendo che è un dono?», chiese Laura. «Questo dipende da te…».

Laura diventò ospite fissa nella trasmissione della maga e scoprì quanto le persone bramino ficcanasare nella propria storia alla ricerca di particolari che ne cambino le implicazioni. “Come se il tempo si srotolasse in modo lineare”, sogghignava fra sé dopo le dirette, “come se una cosa ne causasse per forza un’altra”. Immersa nel nuovo ruolo, mise da parte l’astronomia, e poté viaggiare in luoghi esotici, togliersi qualche sfizio sul vestiario, comprarsi quei gioielli di perle che la maga le sconsigliava di comprare. Questa storia dei poteri durò per un paio di anni, ma presto anche la televisione diventò una confezione noiosa. «Te ne pentirai», la minacciò la maga, che si dimostrò solo una ciarlatana perché Laura non si pentì mai. Partecipò a un bando di ricerca, tornò a dedicarsi ai collassi delle stelle e – «Solo per un po’», si promise – ridusse all’osso le relazioni interpersonali.

Per questo, alle 16 e 33 di un mercoledì pomeriggio, quando sente il telefono che le vibra in tasca e vede un numero che non conosce, risponde, ma con la voce scocciata.

«Salve, sono Goffredo Lai. Cercavo la maga Laura».

Lei sbuffa.

«Mi sente?», chiede Goffredo.

«La sento. La maga Laura non esiste più».

Mentre sta per riattaccare, viene sommersa dal silenzio dell’altra persona: «Per cosa la cerca?».

«È lei?».

Silenzio di nuovo.

«Sono io. Non sa che ho smesso di esercitare?».

«Non lo sapevo, mi scusi».

Laura pensa che è proprio quello il problema delle relazioni, che sono un dovere dietro l’altro, poi dice: «Mi dica».

Quando si vedono la prima volta, Goffredo racconta a Laura la propria storia nei minimi dettagli, scatole comprese. Le dice che ha bisogno di capire.

«Che novità», sbuffa Laura nei pensieri.

«Come si fa», si lamenta Goffredo, «A essere all’altezza di un bel ricordo?».

Lei lo fissa per una quantità di secondi che supera il livello dell’imbarazzo. Gli mette le mani sulle tempie e disegna dei cerchi con i polpastrelli, ma per quel giorno non parla. Lui torna a casa pensieroso, «Mi devo fidare», si dice, e intanto imbastisce scuse plausibili da raccontare a Margherita per nascondere il ritardo. Non servono. Ci vogliono sette incontri prima che Laura gli chieda: «Sei sicuro?».

Lui annuisce: «Ti prego».

«E se cambiasse tutto?».

«Non ce la faccio più».

Laura chiude gli occhi e inquadra un bel ragazzo intorno ai ventidue anni che ci vedeva tutto annebbiato. Sente l’amore che provava quel ragazzo per la sua fidanzata e capisce che, anche se non erano sposati, una domenica pomeriggio fu lei a insistere per fare l’amore in mezzo al tarassaco e alla borragine perché sapeva che lui lo desiderava.

All’incontro successivo, Laura abbraccia Goffredo e riprende a parlare, ma di sé. Gli racconta della sua bisnonna che faceva la fattucchiera, ma solo di magia bianca, e degli astri che collassano. Gli spiega che alcuni diventano buchi neri, altri si tramutano in stelle di neutroni, altri ancora generano novae e supernovae ed è difficilissimo sapere prima cosa può accadere.

«Dipende dalla quantità di metalli che…».

«Non preoccuparti», la interrompe Goffredo, «non sai se mi piacerà quello che scoprirò, ho capito. Correrò il rischio».

Poi viene il giorno in cui Laura chiede a Goffredo di togliersi i vestiti fino a restare nudo.

Lui ubbidisce.

Anche lei si spoglia.

«Non guardare», dice. Si stende accanto a lui nel suo letto a due piazze con il copriletto blu. Gli prende la mano e gli racconta del viaggio in treno di Goffredo il nonno, delle sigarette che erano fatte di tabacco e fogli di giornale, degli stivali troppo larghi, del commilitone che, per non essere mandato a combattere, aveva proposto al maresciallo un pompino, ma si era preso tante botte e una pallottola in viso ed era stato scaricato in un fosso, con la mascella a penzoloni. Laura si avvicina e posa le labbra sulla fronte di Goffredo.

Suo nonno vedeva e non vedeva, capiva e non capiva. Se ci fossero stati i test psicologici, facile che sarebbe passato per ritardato, ma a nessuno importava, bastava che sapesse sparare dalla parte giusta, mica doveva capire il mondo. Quando il cuoco gli chiese di mettere il sale nell’acqua della polenta, Goffredo il nonno non decifrò la scritta sulla confezione, prese il barattolo di soda caustica e ne lasciò cadere una bella quantità, poi continuò a vantarsi con il nuovo amico delle imprese erotiche che (non) aveva fatto con la sua Fiamma. A fine giornata, il battaglione era sterminato. Morirono tutti sputando sangue e lamentandosi come cani sbranati. Goffredo il nonno fu gettato in una fossa comune una volta spogliato dell’uniforme e degli stivali. Con il fatto che non aveva avuto il tempo di combattere, i becchini avevano pensato che sarebbero stati buoni per una nuova recluta. Un generale prudente, però, non sapendo davvero di cosa diavolo fossero morti quei maledetti, diede ordine di bruciare vestiti, lenzuola, piatti, pentole e posate assieme ai corpi.

«Sì», ribadì, «anche se è tutto quasi nuovo di pacca».

Goffredo vede il corpo di suo nonno che si riempie di bolle nere e poi si scioglie, le labbra che si rimpiccioliscono fino a diventare linee di polvere, i capelli che si alzano nelle fiamme dimenticandosi che sono attaccati a un corpo morto. Abbandona la mano di Laura, stropiccia il blu del copriletto, piange come suo padre, più di suo padre, storce le labbra nel lamento, lascia che il muco del naso gli coli fino alla lingua.

«È per questo che ho faticato tanto? È questo il nome che porto?».

Laura tiene la bocca sugli occhi di Goffredo. Vede il suo mondo che collassa, risucchiato da un buco nero di senso; la storia smette di essere la parte nota del tempo e le scatole dei giorni si confondono: «Chi sono gli eroi? Dove sono il bene e il male? Cosa è giusto? Cosa è sbagliato? Chi cazzo devo essere?».

«È troppo», pensa Laura.

«Basta», dice, «Te l’avevo detto. Ti porto dell’acqua».

Fa per alzarsi, ma lui le mette un braccio sulle clavicole, la schiaccia accanto a sé. Lei scuote la testa, ma fa la cosa che sa fare: riprende a parlare.

La cenere si raffreddò con l’umidità della notte e fu assorbita dal terreno. La macchia marrone scuro di terra bruciata si ricoprì di corvi che, attirati dall’odore, ma delusi dal solo pulviscolo che era rimasto da beccare, se ne volarono via. Dopo quarantatré giorni, i generali firmarono l’armistizio.

Goffredo si pulisce la bocca con la manica. Rimane una scia luminescente sul polso.

«Mi dispiace», dice lei.

Fuori dalla finestra e nella luce che diminuisce, i palazzi tornano a costruirsi con tutte le loro scatole, uguali a sempre e nuove di pacca. Goffredo pensa: «Rieccolo il mondo». Inspira ed espira con cura, come fa ogni mattina fra le sette e le sette e mezzo, anche se non sono né le sette, né le sette e mezza. Allenta la presa con cui teneva Laura inchiodata al letto.

«Va meglio?», gli chiede lei.

«Credo di sì».

Laura sorride, anche se ha un canino scheggiato e di solito se ne vergogna.

«Grazie», dice lui.

Lei gli prende la mano e se la porta in grembo, distendendo il palmo accanto all’ombelico sporgente. Mentre entrambi puntano il naso al soffitto stellato di sticker fluorescenti, gli racconta la sua nascita prematura e l’utero di policarbonato.

Gli chiede: «La mia pancia, ti sembra una scatola?».

Lui apre gli occhi, la guarda e scuote la testa, si vergogna dell’erezione involontaria.

«Scusa», dice. E poi ridono assieme.


Alessandro Busi vive a Padova dove lavora come psicologo e psicoterapeuta. Ha pubblicato racconti su Tre Racconti, Tuffi, Settepagine, Risme, inutile, Altri Animali, Split, Clean, Fillide. Il suo romanzo Indietro non si torna uscirà nel 2021 per Pièdimosca edizioni


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Scrivo perché non ho bisogno che qualcuno scriva per me

di Emiliano Ereddia

Perché scrivo.

Una domanda così semplice (appena due parole) ma che nasconde in realtà tante risposte per quante sono le stratificazioni implicazioni connessioni tra la mia vita e il mondo, che sarei tentato di aggrapparmi al fatto che questa domanda in apparenza così lineare e facile in realtà non ha nemmeno bisogno del punto interrogativo per essere posta, e che la mancanza di quella speciale melodia interrogativa ascendente renderebbe essa stessa (domanda) risposta al quesito: scrivo perché scrivo, potrei dire. Ma sarebbe troppo semplice. E io non ho mai scritto percorrendo la strada della semplicità.

Occorre che faccia una premessa. Mi serve ad assicurare e salvaguardare il me di domani, la genuinità futura delle mie idee a venire. Se ieri, o l’altro ieri, o una settimana fa o un mese fa o un anno fa o qualche lustro addietro mi avessero chiesto perché scrivo, avrei dato delle risposte ben diverse da quelle di oggi [oggi quindici giugno duemilaventuno], per cui domani, queste risposte che sto per dare, di certo non varranno più; oppure di certo non c’è niente e varranno ma solo in parte; o varranno e completamente; o varranno e completamente ma con un senso del tutto distorto.

Stiamoci. Amen. Questa era la mia premessa. Andava fatta ed è stata fatta. Proseguiamo.

Scrivo, a pensarci bene, perché l’ho sempre fatto.

Creo storie da quando ho memoria. Le apette di plastica morbida che svolazzavano sopra la culla avevano facce e occhi e pensieri, e quei loro pensieri lineari e gommosi erano già le mie storie. Ma forse le apette stavano sopra la culla di mia sorella e io allora avevo già tredici anni. E quindi scrivo perché sono un imbroglione. E questa è una delle risposte possibili. Mentire. Si scrive per dire le bugie. Per creare storie false e false storie. È l’incubo dal quale stiamo tentando disperatamente di svegliarci. È la nostra storia. La nostra menzogna. Il nostro girone infernale. È il nostro personalissimo sedici giugno.

Creavo storie con mio fratello, eravamo molto piccoli e giocavamo a essere qualcuno. 

Si costruiva un banco da commercianti, si usavano prodotti vuoti o scaduti, si diventava farmacisti o venditori di bocce di profumi o di qualcos’altro e intessevamo insieme storie di vita quotidiana con piccoli colpi di scena. Era scrittura anche quella, certamente, ma non ho mai amato particolarmente le collaborazioni, per cui il mio impeto narrativo si è concentrato sulla tortura dei giocattoli per trovarmi con le mie sole due mani davanti agli occhi e abbandonare il quartetto di ossa e muscoli e pelle.

Più erano articolati, più li amavo. I pupazzetti miei preferiti erano le action figure dei G.I. Joe, avevano polsi e caviglie e gomiti snodabili e anche la testa e il collo lo erano, e allora potevo fare il puparo nel dettaglio, e se proprio sentivo necessario che qualcuno si grattasse il naso in mezzo alla battaglia, be’ io gli facevo grattare il naso, perché la battaglia in fondo era sempre la stessa e la morte pure, ma la grattata di naso o il dolore al ginocchio per la ferita no, quelle cose cambiavano a ogni missione, e quindi details make believability, diceva un mio maestro di drammaturgia, e dio è nei dettagli così come il diavolo, ma dio la fa chiaramente molto meno bene questa cosa dei dettagli, anche se in fondo il demonio non è altro che un sottoinsieme del divino.

Scrivo perché sono ateo. Non ho bisogno che qualcuno scriva per me. Ci penso io.

E non la faccio lunga né romantica, mio padre ha sempre scritto e me lo ricordo scrivente nel suo studio che aveva più o meno la faccia mia di oggi e tanti tic che la sconquassavano e l’anno scorso a settantatré anni ha pubblicato un saggio sul mediterraneo come crogiuolo mistico dei popoli e allora a ‘sto bambino gli hanno messo, lì buttato sul tappeto persiano, dei libri in mano che comunque lui era sempre lo stesso bambino che giocava ai pupazzetti e impersonava commercianti con il fratello e in poco tempo Richard Scarry è diventato Gianni Rodari che però si è trasformato in Edgar Allan Poe e poi sono spuntati gli artigli di Lovecraft e i paesaggi di Hemingway e Calvino e le Mille e una notte e l’Odissea e Barbablù e poi Verga Pirandello Bufalino che stava a Comiso che non è lontana da Vittoria (il posto in cui sono nato) e in una delle menzogne della mia notte privata mi ricordo di lui alto e pallido e occhialuto e poi la musica il cantautorato anni settanta e avevo tutti i numeri della rivista Cuore [e L’UOMO FA LA MACCHINA / LA MACCHINA FA LA MACCHINA / L’UOMO SI FA IN MACCHINA una vignetta strepitosa] e compravamo tonnellate di fumetti della Marvel perché la DC ci sembrava da sfigati-pettinati e c’erano il Punitore e Foolkiller e tutti gli X-Men prima che diventassero una grossa e ripetitiva puttanata cinematografica e poi c’era il Commodore-64 e l’Amiga e prima ancora c’era stato l’Inno-It e anche qui tonnellate di videogiochi pirata che ci arrivavano in pacchi enormi dalla Toscana e in questo caos buttato adesso sulla pagina come una manciata di dadi ho cominciato a scrivere canzoni e questo secondo me fa una grossa parte del perché scrivo, perché le canzoni sono forse le prime cose che ho scritto davvero su carta – a parte qualche disegno e breve narrazione a fumetti – e prima di scrivere le canzoni ho comprato un distorsore Boss giallo che aveva pure una sorta di simulatore di feedback ed ecco che la mia scrittura nasceva già distorta [non parlerò della musica perché sarebbe troppo lungo e complicato, ma a quel tempo ero un ragazzo che paolo conte nirvana alice in chains lucio dalla deep purple verba manent pantera led zeppelin battiato metallica soundgarden hunger strike the doors the beatles de gregori the dark side of the moon (sì, l’ho rubato io dalla radio e ce l’ho ancora) blind melon il metal il grunge l’hard rock il black metal i black sabbath il death metal i napalm death e il mio basso rosso yamaha con gli adesivi e le chitarre di legno e le corde di nylon e le chitarre folk e le corde squillanti e la voragine che ha inghiottito tutto questo e molto altro e a quel tempo le storie erano davvero dappertutto e bastava solo appizzare le orecchie e a quel tempo ero un ragazzo che giocava a ramino e fischiava alle donne e credulone e romantico e con due baffi da uomo se avessi potuto scegliere tra la vita e la morte avrei scelto di andarmene via dalla Sicilia come ho poi fatto con i miei fratelli e anche in questo tempo qui che viviamo secondo me le storie sono dappertutto e sono persino più numerose ma appizzare l’orecchio credo non sia più semplice come lo era una volta ––– ].

Scrivevo anche perché non ho mai saputo giocare a pallone. Avevo un paio di guanti Uhlsport, per dire. Avevo l’asma e stavo chiuso in casa e tutte ‘ste stronzate qua da piccolo pallido depressone e mi facevo i cazzi miei e sparavo con le pistole ad aria compressa e giocavo ai videogiochi e leggevo e prendevo i pupazzi e la carta da parati era tutta una storia anche lei fin sopra al tetto e ogni volta che si staccava dal muro rivoluzione.

Scrivo oggi perché in fondo l’ho sempre fatto. O almeno questa è la menzogna che io imbroglione racconto a tutti ma soprattutto a me.

Ma oggi [quindici giugno duemilaventuno] è diverso.

Oggi, da un po’ di tempo a questa parte, e sono passati ormai quasi venticinque anni, scrivo perché l’ho scelto per la vita.

E scrivo per mettere le parentesi quadre dove cazzo mi pare e piace, questo è chiaro.

Perché mi piacciono le parentesi quadre. E non posso mai usarle ma oggi sento di sì. E ho una nevrosi precisa e puntuale con i segni e le parole e i nomi e i cognomi e con la punteggiatura e la faccia delle persone e i pensieri nelle facce delle persone e i loro gesti, e anche se non sono esattamente un grafomane nella mia testa però dentro di essa si assommano parole su parole e sillabe e fonemi e grafemi e voci che pronunciano parole che certamente prima o poi mi porteranno a un esaurimento nervoso, o forse mi porteranno all’esaurimento della mia nevrosi, e cioè al momento in cui sarò liberato da queste parole che si affastellano nella mia testa oppure al momento in cui la mia testa non sarà più in grado di reggerle, e allora me ne starò muto e immoto e cieco come il cane Borges che aveva una mia amica all’università, che era appunto muto, immoto e cieco ai giardini Margherita con i sentieri che sapete già che si biforcano.

Avere una nevrosi si manifesta con una sveglia che suona ogni mattina e in cui c’è scritto SCRIVERE! e che anche se non ti alzi e scrivi la sveglia è lì a ricordarti che sarai meno depresso alla fine di quella giornata se avrai buttato giù il tuo cazzo di capoverso quotidiano.

Avere una nevrosi significa anche essere in qualsiasi luogo del mondo sapendo che i tuoi personaggi sono congelati fermi da qualche parte e tu ti fai la doccia e pensi a questi quattro poveracci fermi congelati con una MP5 puntata in faccia o mentre scopano o si fanno di qualcosa o semplicemente incastrati tra un capitolo e l’altro e quindi fondamentalmente in mezzo a un punto e a un numero e con le gambe a cavallo di quell’interruzione di pagina che è la striscia nera di Word (io lo uso in modalità focus per cui sono circondato da tutto un bel nero e questo nero sta anche tra una pagina e l’altra e come possiamo vedere uso le quadre solo quando cazzo mi pare e piace), e allora tutta questa roba dei congelamenti e degli incastri non ti passa di mente finché non ti butti sul mac a martellare la tastiera e il rapporto con il computer sarebbe tutto un altro capitolo che vi risparmio amorevolmente.

Mac maiuscolo, mac minuscolo. Focus italico –– i titoli delle canzoni italiche.

Scrivo per creare problemi che io stesso scrittore sono chiamato a risolvere.

La scrittura è un enigma a partire dalla sua stesura, non solo lungo il tracciato della storia. Questo mistero, e quello connesso alla creazione dell’arte, è uno dei motivi per cui scrivo.

L’adone mutilato è dentro al blocco di marmo. Anche la Venere di Milo, le sue braccia, tutto è dentro al blocco di marmo. Anche la testa della Nike di Samotracia è dentro al blocco di marmo. Questo è il mistero dell’arte. E io scrivo perché sono un artista. Un produttore di arte. E vado a cercare le mutilazioni dentro ai blocchi di pietra che nascondono figure intere. Chi non capisce l’arte è già morto. Io l’arte la faccio perché della morte ho timore. È la mia nevrosi. Devo scavare. E la nevrosi è il motivo più grosso per cui oggi [quindici giugno duemilaventuno] sono portato a scrivere quotidianamente.

La nevrosi e chiaramente le parentesi quadre quando cazzo mi pare e piace.

Si scrive per narcisismo, dicono. È vero.

Ma adesso lasciamo la parola a Bolaño e prendiamoci un respiro: «C’è una letteratura per quando ti annoi. Abbondante. C’è una letteratura per quando sei calmo. La letteratura migliore, credo. C’è anche una letteratura per quando sei triste. E c’è una letteratura per quando sei allegro. C’è una letteratura per quando sei avido di conoscenza. E c’è una letteratura per quando sei disperato». Il brano, che riporta la voce di un pazzo internato (leggetevi I detective selvaggi [italico, non italico], ne vale la pena, ma leggetevi un po’ tutto di tutto, perché ne vale la pena comunque, se pena dev’essere), il brano, dicevamo, si conclude più o meno affermando che i disperati della letteratura, scrittori e lettori, sono dei coglioni. Io direi che sono anche dei narcisisti.

Si scrive per amore (disperato) per la letteratura. E perché si è un po’ coglioni.

Burroughs Beckett Bukowski bussano alla tua porta di universitario diciannovenne in via del Borgo di San Pietro a Bologna (la parte vecchia, zio) e sei ancora più fottuto per la vita di quanto non lo fossi già in precedenza.

Siamo tutti dei narcisisti disperati e un po’ coglioni, va detto, ed è una scelta di vita. Anche l’uso del plurale per evitare l’autolesionismo completo è una scelta. Se non di vita, di campo. E anche l’uso delle quadre. Che è da narcisisti un po’ coglioni e un po’ disperati. Lo abbiamo detto. E anche l’uso della paratassi lo è.

In fondo.

L’uso. Della. Paratassi.

Molte B in questa fase B della vita.

Si scrive per mettere in fila le lettere dell’alfabeto e per dargli un ordine.

Si scrive perché mettendo in fila le lettere dell’alfabeto si creano parole che sommate ad altre parole diventano vere e proprie formule magiche perché le frasi dette o scritte fanno apparire cose dal nulla, cose che semplicemente prima della frase non c’erano e poi ci sono, sono lì davanti a noi che scriviamo e che leggiamo.

Si scrive per capire le cose, per studiarle, per ricostruire il mistero dell’esistenza, per comunicare agli altri attraverso un racconto anche lungo e complesso una visione del reale, per approfondire argomenti (uno scrittore studia molto, legge molto), per scherzo e per gioco, per scomporre quella stessa ripetitiva visione e stravolgerla e creare delle immagini che infrangano il continuum della quotidianità e aspirino a diventare visionarie, per scavare e non trovare nulla e tornare a scavare e non capirci nulla di quei cocci che hai trovato sotto strati e strati di civiltà sepolte, per essere al mondo e del mondo, perché tutti si odiano e si odiano tutti, per respirare quando non hai fiato, per ascoltare Xenakis e Luc Ferrari e Tim Hecker e Thomas Köner e Pauline Oliveros e Nick Cave & Warren Ellis e ficcarsi in quelle infinite playlist che hai edificato per perdertici dentro, per essere e sentirsi soli e rimanere soli un po’, e forse per non sentirsi chiedere perché scrivi, si scrive, perché a una domanda del genere io potrei rispondere solo a cominciare da un punto interrogativo.

– Perché scrivo? – direi. – Ma cazzo. Ma per tornare a casa dopo una vita passata sulle strade del mondo.

[Mi piacciono molto i dialoghi. Anche per questo scrivo].


Emiliano Ereddia ha pubblicato diversi racconti e il suo primo romanzo, Per me scomparso è il mondo, è uscito nel 2014 per Corrimano Edizioni. Ha firmato la sceneggiatura del film indipendente W Zappatore che nel 2011 ha vinto come miglior film al Brooklyn Film Festival. È creatore di Selfiesh, serie web premiata al Dublin Web Fest. È autore di programmi televisivi di ogni genere da oltre quindici anni. Il suo secondo romanzo, Le mosche, è in libreria per il Saggiatore.

Voglie

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione.


Questo è l’undicesimo, lo ha scritto Daniel Coffaro e ha richiesto poco più di una correzione di bozze, per chiarire al massimo la sintassi, più un ragionamento sul finale: troppo rassicurante e basato sull’anafora, è stato prima eliminato dalla corsista di Apnea Sara Cappai e poi recuperato solo in piccola parte da Francesca de Lena per dare chiusura. Alla compiutezza finale del testo hanno lavorato le redattrici.


Fotografia di una coppia apparentemente male assortita che in qualche modo prova a stare in piedi: due quarantenni single si trovano a cena per il loro primo appuntamento, legati dalla paura di restare soli. Un racconto amaro, che la schietta ironia riesce a trasformare in sorpresa e in una strana forma di dolcezza.


di Daniel Coffaro


Teresa ha un leggero strabismo convergente e il respiro di una che ieri ha mangiato aglio, due cose che mi fanno sentire a mio agio. Il suo accento siciliano me la fa sembrare antica, ma a vederla non le si darebbero venticinque anni. Di anni ne ha trentacinque, dice.

Ci siamo dati appuntamento alle 21.30 perché prima non poteva. Alla prenotazione ci ha pensato lei. Si è presentata puntuale, con le sue gambe a X e la sua voce alta, sguaiata. Siamo entrati nell’atmosfera formale di questo ristorante, lei ha salutato e il cameriere deve aver pensato a una rapina. Per intenderci: il sommelier che ci ha portato il vino ne ha versato un po’ sulla tovaglia. Teresa ha intinto un dito nella macchia e se l’è passato sul collo. Porta bene, ha detto.

Oltre alla presunta età e al fatto di essere single, non abbiamo molto altro in comune. Io spillo birre da dietro a un bancone, lei fa la segretaria in uno studio di commercialisti. Io fermerei l’auto alle strisce pedonali per far attraversare un sacchetto mosso dal vento, lei passerebbe con il rosso. Io direi sempre una parola in meno del necessario, lei manterrebbe la sua verbosità vibrante anche al cospetto di una valanga. Lei viene da Catania, io sono cresciuto a Torino, ma ora che siamo seduti a un tavolo, così vicini, le nostre differenze si accentuano. Di fatto sembriamo un’ecuadoregna e un lappone.

«Sai di cosa ho voglia? Di cozze in umido», mi dice.

Le cozze sembrano delle vagine, ma il pensiero di sentirla succhiare un chilo di cozze, collezionando un cumulo di gusci neri timbrati di rossetto, non mi attizza.

«E tu di cosa hai voglia?», mi chiede.

Di tornare a casa. Di togliermi questi pantaloni che da seduto non mi arrivano alle caviglie. Di guardare una serie tv thriller. Capiresti, Teresa?

«Ho voglia di carne».

Apro il menù sul foglio secondi di carne e punto il dito a caso. Filetto alla Rossini. Quarantadue euro: la prossima volta.

Il cameriere ci chiede se sappiamo già.

«Cozze alla marinara per me. A seguire tagliata di tonno con pesto di menta». È probabile che lo sappia già da stamattina. Io, invece, sono indeciso. Abulico, più che altro.

«Cosce di pollo con zabaione salato per me, grazie».

Il tizio mi dice che se ho piacere di assaggiare il pollo la prossima volta conviene prenotare in prima serata perché è un piatto molto richiesto e, purtroppo, per questa sera è esaurito.

“Esaurito”, sì. Credo che la vita in batteria sia la prima causa di stress nei polli.

«Allora prenderei il petto d’oca floreale».

«Signore, purtroppo…».

«La zuppa di germogli?».

«Una zuppa di germogli per il signore. Gradite altro?».

Il tizio si allontana a mento alto e culo stretto. Teresa mi dice che le dispiace tanto, ma può succedere che quando si fa tardi ci si debba accontentare. Mi sembra inconsapevole del significato sotterraneo contenuto nella sua affermazione, ma le propongo un brindisi: al nostro amico comune che ha raccolto due single di quasi quarant’anni arrivati tardi agli appuntamenti della vita e li ha fatti incontrare. Ci accontenteremo, Teresa?

Mi propone di conoscerci meglio e quindi mi chiede di che segno zodiacale io sia.

«Scorpione, credo».

«Ne ero sicura», commenta.

Alla radice del collo, Teresa ha un tatuaggio. Il simbolo dello zolfo alchemico; o del mercurio, magari del sale, non lo so. Dev’essere una tipa che colloca esoterismo, omeopatia e fisica quantistica sotto un’unica voce: “Le discipline invisibili che governano il mondo (e di come la mia sensibilità mi permetta di intuirle)”. Una tipa scientificamente superstiziosa. Le tavole ouija degli elementi, i tarocchi al ginseng e la luna nera supermassiccia. Una tipa timida, alla ricerca di qualcosa che possa servire a portarla dov’è già. Non a caso deve aver sgranocchiato una testa d’aglio prima dell’appuntamento, alcuni credono sia di buon auspicio. Se non altro, un ottimo rimedio nel caso in cui io mi fossi presentato con i canini lunghi e una sete bestiale.

Mi sembra rispettoso, a questo punto, rivelarle che non sono uno che crede in ciò che non si può vedere.

«Che cosa triste», dice lei. «Ascolta, te ne racconto una».

Vai Teresotta, segretaria gitana, stupiscimi.

«C’è questa mia amica che tiene in casa un grande dipinto, un ritratto della sua nonna defunta. L’estate scorsa voleva andare in vacanza, ma non sapeva come fare con il gatto, un Maine Coon, un felino grosso, addomesticato per un soffio, quello che può essere per i cani un cane lupo. Anche se aveva vissuto tutta la vita in casa, era pur sempre un animale dall’indole selvatica, per cui non sapeva se era una buona idea lasciarlo solo, non era abituato a stare…».

Arrivano le sue cozze erotiche e la mia zuppa insipida.

«Dicevo, non era abituato a stare senza compagnia tutto quel tempo. Insomma, io adoro i gatti e, poiché quell’anno non avevo vacanze in programma, mi sono offerta di passare a casa sua una volta al giorno per dargli da mangiare e fargli un po’ di coccole. Così lei è andata via tranquilla. Per ogni mattina, quelle due settimane, sono passata dal gatto. E fino a qui tutto bene…».

Teresa si è calata sulla bacinella di cozze, mastica e parla insieme. Ha una gran fame, mi sembra una tipa vorace, una che gratterebbe i muri con le dita per mangiarseli. La sola cosa che trovo interessante del suo racconto, finora, è che non avesse programmi per l’estate. E con questa, le cose di Teresa che mi mettono a mio agio diventano tre: dev’essere la mia anima gemella.

«Quando la mia amica è tornata, il gatto era contento di rivederla. Però, quella sera, è successa una cosa strana. Una cosa che si è ripetuta anche la sera successiva e quelle dopo ancora…».

Con il pretesto della marinatura, Teresa si sta ciucciando via lo smalto dalle unghie.

«A mezzanotte il gatto scala il mobile e punta il grande dipinto che raffigura la nonna. Gli viene il pelo alto e inizia a soffiare contro il quadro, miagolando con un tono grave, una voce aggressiva e di paura. L’ho visto io stessa, con i miei occhi. Che ne pensa uno scettico come te di questa cosa?».

Penso che per avere un Maine Coon e un dipinto della nonna in casa, questa tua amica dev’essere molto più che benestante. C’è gente che nasce predisposta, penso. Con un destino facile. Io ho quasi quarant’anni e lavoro in un pub, la cena di stasera mi costerà un quarto di stipendio. Il figlio del mio titolare ha dodici anni e guadagna ottocento euro al mese suonando il flauto traverso in Polonia.

«Allora, che ne dici?».

«Dico che i gatti sono animali misteriosi».

«Esatto!».

E gli esseri umani di più, Teresotta.

Questa donna è carina davvero, comincio a credere. Mentre mi alitava addosso la sua parabola mi è aumentata la voglia d’aglio. Un tipo di voglia che non ho mai avuto. Una scoperta. Il cameriere porta via i piatti vuoti e io sono tentato di chiedere se ci sia una specialità dello chef ad alto contenuto aglioso. Così, per togliermi via la voglia di baciare la bocca aromatica di Teresa a fine serata visto che lo farei per l’aglio, e non per lei: non mi sembrerebbe corretto.

«Hai le posate incrociate», mi dice, con un sorriso di provocazione.

«E quindi?».

«E quindi porta male. Permetti?».

Teresa sposta la forchetta addossata al coltello e la posiziona parallela a esso.

«Non ci credo che non conosci il galateo scaramantico. Le posate non vanno mai incrociate! E non si regalano i coltelli. Inoltre se ti cade una posata per terra vuol dire che presto qualcuno busserà alla tua porta: una femmina se a cadere è un cucchiaio, un maschio se è un coltello».

«E se fosse una forchetta?».

Teresa mi vede perplesso e mi dice che sono giochi, più che altro.

Le racconto che, in effetti, mia madre a Natale mi ha regalato un set di coltelli dal manico viola ed è da gennaio che non ci parliamo più. Ma forse il motivo è che li ha visti pochi giorni dopo al mercatino dell’usato e si è offesa. Non avevo spazio per un ceppo con dei coltelli, in cucina. Sai, le madri ci provano fino all’ultimo ad arredarti casa.

Arriva la tagliata di tonno per Teresa e il cameriere chiede se vogliamo un paio di posate e un piattino extra per dividerci la portata. Io credo che non sia necessario sottrarre cibo a questa creatura famelica, ma lei risponde: perché no? Forse trova imbarazzante essere l’unica a mangiare, o forse la convivialità meridionale glielo impone.

Il pesto di menta è servito a parte, in una scodellina con un cucchiaino. Odora di aglio. Ne metto un po’ sul pane. L’aglio è freschissimo, prima mi pizzica la lingua, poi me la anestetizza leggermente. Bene, Teresa, da ora giocheremo ad armi pari. Lei stende un po’ di pesto sul tonno, ma il cucchiaino le scivola dalle mani e le cade per terra. Le dico che, stando alle credenze del galateo scaramantico, busserà alla sua porta una bambina. Teresa ride e ha davvero un sorriso coinvolgente, seppur costellato da particelle di menta. Poi si fa seria. Mi dice che tempo fa ci ha provato ad avere un bambino, ma non ha funzionato.

«Mi dispiace».

«No figurati, sto meglio adesso. Sai cos’è che mi ha fatto soffrire più di tutto?».

«Non saprei».

«Le voglie. Già al terzo mese ho iniziato a desiderare cibi che per la mia condizione non era consigliabile consumare. Carni crude, per lo più. Carpacci, tartare, filetti al sangue, sushi. Ma anche cozze, vongole, ostriche. Non ho mai mangiato ostriche e comunque ne avevo voglia. E poi bevande fredde, gelide, non riuscivo più a bere neanche un bicchiere d’acqua se a temperatura ambiente. In alcuni giorni ho perfino desiderato masticare del ghiaccio. Ovviamente mi sono sempre trattenuta, ma il desiderio era lì. Il mio corpo, d’istinto, voleva rigettare quella gravidanza. E infine, per altre cause, ci è riuscito. Questa cosa che ho avuto i medici la chiamavano “propensione al picacismo”, che in generale vuol dire che ti viene voglia di ingerire sostanze non nutritive, ma si può anche usare per descrivere una donna incinta incline a mangiare cose dannose per il bambino».

“Picacismo”. Sì, mi ricordo. C’era un tipo francese, uno showman televisivo, famoso per le sue performance. Mangiava di tutto: metallo, vetro, gomma, biciclette, padelle, televisori.

«A cosa pensi?».

«Teresa, te lo ricordi il Signor Mangiatutto?».

«Chi?».

«Un tizio francese che andava in tv e mangiava di tutto. Una volta si è mangiato un aeroplano».

«Un aeroplano?».

«Sì, un piccolo monomotore a due posti. Ci ha messo due anni, ma se l’è mangiato tutto».

«Ed è morto?».

«Sì. Trent’anni dopo, di cause naturali».

«Non ci credo».

«Ci crederai. Lo puoi vedere su Youtube».

Negli occhi strabici di Teresa convergono una propensione a ridere e una voglia di prendermi a schiaffi. Conosco bene la sensazione, provo qualcosa di simile nei confronti della mia vita.

Se ci fossimo incontrati qualche anno fa, io e Teresa, non ci saremmo scambiati uno sguardo. Ma oggi una cosa ci accomuna, ed è la paura. Nella sua tasca c’è un telefono in cui è installata un’app di incontri. Nella mia c’è il bisogno incatenato di dirle che io e lei non avremo mai nulla da spartire. Ma i nostri pensieri divergenti si attraversano in un punto, in una filosofia del tutto nuova per entrambi: l’idea che forse sia meglio male accompagnarsi che non restare soli. E in questo luogo preciso, mentre muore il desiderio, può nascere l’amore.

Teresa mi chiede se voglio il dolce e ammetto che se spendo ancora un euro non avrò di che nutrirmi nei prossimi giorni.

«Te lo offro io».

«No, grazie, mi laverebbe via il gusto che ho in bocca».

Chiediamo il conto, paghiamo metà a testa e usciamo. Passeggiamo un po’ nel parco, poi ci sediamo su una panchina, sotto la pioggia di luce calda di un lampione.

Teresa si avvicina: «Allora… ti va di darmi un bacio?».

«No, in questo momento no».

«A cosa stai pensando?».

«Che si dica dell’aglio che abbia un’anima».

«Senti… adesso cosa vuoi fare?».

«Pensavo di andare a casa, mettermi qualcosa di comodo, guardare una serie tv thriller. Ti va di venire con me? Ho due gatti. Non sono Maine Coon, ma…».

Teresa sorride e mi dice sì con la testa. Non sa se la bacerò, se faremo del sesso o se invece guarderemo davvero qualcosa in tv, e non lo so neanche io. Di cosa ho voglia? Siamo fatti l’uno per l’altra? Può darsi che ci accontenteremo o che non ci vedremo mai più. Forse l’unica cosa che resterà di questo appuntamento sarà l’immagine di un gatto che soffia contro un quadro. O di una donna incinta che cerca nel freezer qualcosa da masticare: una vita alternativa.


Daniel Coffaro è nato in un paese tra le montagne di Torino, nel 1988. Ha studiato fotografia e ha un master in storytelling. Collabora con agenzie digitali per progetti di narrazione crossmediale. È autore e produttore di opere audiovisive, alcune delle quali sono state selezionate alla Mostra del Cinema di Venezia e al Sundance Film Festival. Dal 2020, i suoi racconti sono ospitati dalle riviste letterarie: “Bomarscé”, “Crack”, “inutile”, “Narrandom” e “retabloid”; ha ottenuto un riconoscimento al Premio InediTO ed è stato finalista di 8×8 si sente la voce. È appassionato di hiking e di buona cucina.


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Halston di Ryan Murphy: raccontare il mito della moda attraverso la fiction

di Claudia Vanti

Al contrario di quanto si crede, i rapporti fra moda e piccolo o grande schermo non sono mai stati facilissimi. Il cinema nel corso di molti decenni ha contribuito a creare delle mode e ha dato popolarità a tanti stilisti attraverso la creazione dei costumi di film iconici, come quelli di Givenchy per Audrey Hepburn. Ma negli anni del pieno splendore di Hollywood si trattava di un rapporto a senso unico: il cinema era il grande artefice del mito e dell’immaginario collettivo e la moda era resa da esso ancora più seducente. 

Gli anni della nuova Hollywood e della Nouvelle Vague hanno però causato una cesura, il cinema ha smesso di alimentare la ricerca della bellezza assoluta e irraggiungibile e, anzi, già da qualche tempo propone modelli più accessibili: immagini di star e celebrities “della porta accanto”, mentre l’esibizione della perfezione estetica può essere ritenuta inappropriata ai tempi. Dalla fine degli anni ‘90 il glamour è divenuto territorio esclusivo della moda, attraverso eventi e sfilate spettacolo che al pari di vere e proprie performance interpretano al meglio i nuovi codici di una bellezza sicuramente non più legata soltanto a canoni tradizionali, ma leggermente crudele e inaccessibile nell’espressione di un linguaggio estetico per addetti ai lavori o per pochi appassionati. 

Su un altro versante la democratizzazione dell’immaginario di Hollywood è coincisa con il grande successo del piccolo schermo, con il proliferare dei canali televisivi e degli show trasmessi fin dalla prima mattina, ma la moda non ha trovato nella tv un habitat favorevole. La necessità, soprattutto con  l’irrompere anche in Europa delle televisioni commerciali, di produrre programmi generalisti e graditi a un vasto pubblico che si immagina poco selettivo, ha privilegiato un immaginario estetico poco sofisticato e i costumisti raffinatissimi che per esempio la TV italiana ha messo in luce nei grandi show del sabato sera degli anni ‘60 sono spariti in favore di un mainstream dozzinale e di una sessualizzazione immediata del corpo femminile. Un palcoscenico un po’ troppo semplicistico, al di là delle valutazioni di contenuto, per una moda che progressivamente è andata concettualizzandosi, con brand e stilisti alla ricerca di proposte sempre più mediate e stratificate per distinguersi dai diretti concorrenti.

Qualcosa è cambiato, e molto in profondità, però, con l’affermazione delle  serie TV: show dai costumi estremamente ricercati, period drama (un genere che ha avuto enorme successo nella Golden Age delle serie  e che come tanta moda odierna pesca nell’infinito bacino della nostalgia) e show che attraverso uno stile definito e riconoscibile anche per quanto riguarda i costumi (o meglio gli abiti,  visti i frequenti scambi con maison e griffe del panorama moda internazionale) hanno creato una consuetudine di scambio fra creativi del mondo moda e showrunner che hanno trovato ispirazione spesso proprio nelle tendenze e nelle ultime collezioni del pret à porter.

Già 10 anni fa, dopo la sfilata di una collezione di Prada con silhouette e tessuti che rimandavano in qualche modo ha un atmosfera di inizio anni ‘60, Vogue America uscì con il titolo di Mad Men Fashion, riconoscendo nell’allora popolarissimo show di AMC una fonte evidente di ispirazione; allo stesso modo Marc Jacobs, qualche tempo dopo, riconobbe che una sua collezione per Louis Vuitton non era altro che una lunga appassionata citazione del mondo di Downton Abbey

In senso opposto può essere quasi superfluo ricordare nella costruzione dei personaggi di Sex and the City il contributo essenziale di tutti i capi e le griffe selezionati da Patricia Field per la creazione di look che probabilmente hanno segnato l’immaginario di una generazione. Con l’avvicinarsi a tempi più recenti è indiscutibile come dietro a parte del successo di Killing Eve ci sia anche l’elaborazione di uno stile assolutamente personale – a metà fra il lusso e le piccole griffe di stilisti emergenti –  per la protagonista Villanelle, e la definizione, con stili più tradizionali ma ugualmente connotativi, di tutti i personaggi femminili.

È ovvio a questo punto come le estetiche elaborate dal sistema moda siano un argomento potenzialmente interessante che si presta allo sviluppo di narrazioni dedicate, anche per un certo alone di straordinarietà e di spettacolarità di cui i meccanismi, i processi creativi e le vite stesse di molti protagonisti di questo settore sono circondati. Si tratta sicuramente di un mondo che affascina, anche in virtù di quelle che si potrebbero bonariamente definire punte di colore, rappresentazioni di ritualità e piccoli isterismi quotidiani che decontestualizzati risultano appunto soltanto tali ma alimentano le variabili dello storytelling.

La vita eufemisticamente definibile complicata di molti creatori di moda, da Yves Saint Laurent ad Alexander McQueen –  entrambi divenuti oggetto di biopic o docufilm – è un plot  potenzialmente perfetto  per una versione pop e scintillante della fiction biografica tanto amata dalla TV generalista. In più si ha spesso a disposizione un percorso di ascesa e caduta già assimilabile, di fatto, a una sceneggiatura. 

Quando poco più di un anno fa è stato reso noto da Netflix che Ryan Murphy, uno degli showrunner di punta del canale e del mondo seriale in genere, era al lavoro su un biopic dedicato alla figura dello stilista americano Halston la notizia forse non ha avuto particolare risalto al di fuori del pubblico degli addetti ai lavori, ma all’interno di questo microcosmo si è generato da subito l’hype di un grande evento. 

Una vita da rockstar, quella di Roy Halston Frowick, che ha avuto il suo culmine verso la fine degli anni ‘70, quando la moda americana scontava ancora un forte pregiudizio in termini di creatività e qualità, e quando ancora non era esploso – negli anni ’80 – il fenomeno del pret à porter e di stilisti iconici come Giorgio Armani o Gianni Versace. 
Halston, lo stilista dell’Indiana – definizione che ne collocava l’origine in quel Midwest che è praticamente l’antitesi del glamour -, comincia la sua carriera nel modo più classico di uno storytelling pensato per lo schermo: decorando i capelli e modificando i vestiti della madre e della sorella. Da qui, in una esemplare realizzazione dell’American dream, comincia un percorso che conduce al primo negozio di cappelli a Chicago e poi al reparto modisteria di Bergdorf Goodman, a New York, trampolino di lancio verso il successo attraverso un cappellino indossato da Jacqueline Kennedy alla cerimonia di insediamento alla presidenza di JFK. Questa è l’occasione che nel giro di pochi anni porterà Halston a cimentarsi con una linea di pret-à-porter assolutamente innovativa, con linee pulite e semplici esaltate da tessuti scivolosi e morbidi: una moda che rielaborava il mood folk di fine anni ‘60 in una versione rarefatta, essenziale ed elegantissima, che in un certo senso ha anticipato il minimalismo degli anni ‘90.

Halston era anche un uomo bellissimo, l’icona perfetta per un mondo di fascino esibito, di divertimento continuo, che trovava nell’esplosione della disco music il proprio territorio di elezione, e per l’atmosfera di liberazione sessuale che, ancora di più dopo I moti di Stonewall e la legalizzazione dell’industria del porno nei primi anni ‘70, ebbe una sua sintesi nelle nottate dello Studio 54, in un’ultima fiammata prima del dilagare dell’AIDS. 
Il mondo di Halston era perennemente in bilico fra un’espressione creativa di grandissimo livello condivisa con collaboratori di talento, come l’illustratore John Eula e la designer di Tiffany Elsa Peretti, e il palcoscenico notturno sul quale ritrovarsi con Andy Warhol, Liza Minnelli, Margaret Trudeau, Bianca Jagger… celebrities e socialities che oggi sarebbero influencer da milioni di follower. 

Questa scalata al successo, dalle origini provinciali alle “Mille luci di New York” è raccontata nella miniserie ideata da Murphy nei primi tre episodi su un totale di cinque, prima dell’inevitabile caduta, con un percorso ascensionale che ha il suo apice nel terzo episodio, quello centrale. Ognuno dei cinque episodi è dedicato a una fase precisa della vita di Halston, quasi a racchiudere in capitoli chiusi le tappe di un percorso evidentemente segnato: nascita, ascesa, successo, caduta e, naturalmente, fine. The Rise and Fall of a Fashion Rockstar.

E la caduta in questo caso è stata veramente rovinosa, oltre che paradigmatica di un’epoca: difficoltà finanziarie dovute a sottovalutazioni e incapacità gestionali, abuso di alcol e droga e infine la morte per AIDS nel 1990 hanno chiuso la parabola di un creatore geniale il cui lavoro è stato letteralmente saccheggiato nei decenni successivi, a partire dagli “omaggi” di Tom Ford, una vera e propria dichiarazione d’amore incondizionato a un idolo, ma anche un répéchage estremamente funzionale al rilancio di Gucci attorno alla metà degli anni ‘90. 

Ma a parte il contesto, le vicende personali e gli esempi più o meno riusciti di interazione fra schermo e moda che prodotto, è questo Halston di Ryan Murphy? La miniserie prodotta da Netflix può essere annoverata fra i cosiddetti prestige drama ormai in via di estinzione o si tratta semplicemente di un biopic ben confezionato e un po’ superficiale, lanciato come test nella prima incursione di Netflix nel mondo della moda con la realizzazione di una capsule collection dedicata di capi a marchio Halston e ispirati ad alcuni pezzi storici visti nello show? Prima di tutto è necessario chiarire che questo non è un prodotto con finalità filologiche e accuratezza che possano soddisfare gli addetti ai lavori. In questo, come in altri casi, una descrizione delle dinamiche del mondo della moda che risulti sia efficace dal punto di vista narrativo che rispettosa dell’amor proprio di chi è coinvolto direttamente in questi meccanismi e trova che non sia mai adeguatamente rappresentato l’impegno e il lavoro complesso che stanno dietro alla realizzazione di abiti e collezioni di moda è probabilmente impossibile da tradurre in chiave narrativa.
Quasi inevitabilmente un plot che si svolga in un ambito professionale affine alla moda (atelier o editoria) – sembra destinato a procedere per semplificazioni che assumono un carattere quasi macchiettistico 
Why Is It So Hard To Make a Good Fashion Film?, ha scritto Rachel Tashjian in una recensione su GQ che è stata massimamente commentata e condivisa dalla platea degli addetti ai lavori e appassionati di moda. Tashjian imputa a Halston lo scivolamento nella banalità come è accaduto per molti altri film prima di questo. Ma in che senso?

Il casting, per esempio è ottimo: Ewan McGregor è un Halston particolarmente emozionante, fragile e irritante come l’originale e (quasi) altrettanto bello, mentre Rebecca Dayan ci restituisce un’idea realistica della classe di Elsa Peretti. E non vanno dimenticati Bill Pullman, Kelly Bishop e i cameo di lusso come quello di Vera Farmiga. L’immagine, le scenografie e i costumi (di Jeriana San Juan) sono curatissimi, da far morire d’invidia Tom Ford sia come stilista che come regista, e d’altronde Murphy ha più volte dimostrato di padroneggiare molto bene l’iconografia del glamour spingendosi a sane incursioni nel mondo camp

Nel già citato articolo per GQ, però, Tashjian afferma che “Halston, non sorprende, fallisce dove falliscono tanti film e show sulla moda: come un brutto look da tappeto rosso, è semplicemente troppo ovvio”. Questo significa che ne resta soltanto una rappresentazione di superficie, senza lasciare intravedere nulla del processo creativo dietro alla realizzazione degli abiti (cosa che avviene, per esempio, e con urgenza, in Phantom Thread, nel quale la moda non è la protagonista ma lo è la natura ossessiva e tormentata dello stilista, e gli abiti sono addirittura brutti, antiquati rispetto all’epoca raccontata) e senza raccontare nulla di come, per lo meno nel caso di Halston (ma potrebbe valere anche per Saint Laurent o altri), gli abiti abbiano cambiato il modo di rappresentarsi di molte donne e di comunicare qualcosa di sé. E così la storia del geniale creatore Halston, ma potrebbe essere chiunque altro, rimane confinata a una parabola di ascesa e declino generica con bei vestiti di contorno.

Molti predecessori, anche illustri, come Robert Altman con il suo Pret à porter del 1994, non sono andati oltre la superficie, trasformando quello che poteva essere un grande racconto satirico e corrosivo in una raccolta di figurine caricaturali e noiose. Forse la lezione che se ricava è che i film e gli show più riusciti e più profondi nel raccontare la moda sono quelli nei quali si inciampa quasi per caso nei vestiti, ma il cui focus è altrove, e solo così se ne riesce a rivelare qualche dettaglio evocativo e a non svelarne del tutto il mistero.
Del resto anche Ryan Murphy c’era riuscito, con The assassination of Gianni Versace, ma il protagonista era l’assassino.

Chiunque io sia

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 13 per la pubblicazione.


Questo è il decimo, lo ha scritto Luca Dore e ha richiesto un editing che sciogliesse nodi troppo criptici e allusivi in modo da chiarire al lettore lo sviluppo degli eventi e rendere più visibili le azioni e i movimenti. Ci ha lavorato il corsista di Apnea Edoardo Baldi prima e la redazione poi.


Un piccolo truffatore, dopo essere stato picchiato per un regolamento di conti, si finge qualcuno che non è con una famiglia di scout che se ne prende cura in modo fiducioso. Tornato a casa troverà ad attenderlo chi è stato raggirato da lui qualche tempo prima. Cinismo e compassione per un racconto dall’ironia tagliente e non scontata.


di Luca Dore


Poni il tuo onore nel meritare fiducia

Entri per un tramezzino. E non stai pensando a fottere nessuno. Poi il vecchio dice: «La birra la più poco che costa è qui.» Questo lo condanna. Questo, e le pantofole in sughero a forma di nuraghe, in un cesto tuttauneuro. Mi levo la giacca e perlustro il locale: «Quanti coperti fa il sabato sera?» Lui stringe gli occhi e passa lo straccio sul bancone, segue le mie briciole cadere sulle mattonelle. Dopo un’eternità risponde: «Eh, certe volte anche venti.» Io faccio una risata di testa, con le mani giunte, «Se lei ci piazza uno di questi, comincia a viaggiare sui settanta coperti al sabato», mi avvicino e stringo la bocca per sussurrare, «e cento la domenica. Le partite migliori sono tutte la domenica.» «Eh, mio figlio pure me l’ha detto…» «Vede? Vede che mi dà ragione? Faccio così, io glielo mostro e lei decide.» Sul mio quaderno c’è un solo obiettivo per il fine-settimana: ingresso nel privé di Madame Falena. Piazzare un decoder prima dello svincolo per Santa Teresa è già un terzo del biglietto vip, un ottimo inizio. Dal retro compare pure il ragazzino, maglia di viscosa gialloverde e calzoncini di raso. «Eccolo qua, il calciatore», avvito e inserisco la presa scart sul televisore e poi nel vecchio lettore dvd trovato al mercatino dell’usato. Come ottenere un decoder perfetto: rimuovete il pannello posteriore, sradicate il piatto per il disco e riempite con polistirolo abbondante. Reinserite il piatto per il disco, una bella passata di lucido nero e le scritte adesive al posto giusto. «Già pronto per l’uso, come vi dicevo. Piuttosto… ecco, un po’ mi vergogno», scendo dallo sgabello e mi appoggio al bancone, «Io ho l’esclusiva per il nord Sardegna, posso farvi ogni anno uno sconto personalizzato sul pacchetto sport, ma purtroppo non ho nessun potere sulle batterie del telecomando.»

Al bambino e al suo pallone dico: «In Italia c’è una lobby delle batterie. Ormai è venerdì sera, quindi il negozio specializzato è chiuso. Lunedì mattina la prima cosa da fare è comprare queste che vi ho segnato: Vuppiù alcaline», batto sul cartoncino, «è la solita vigliaccata all’olandese.» L’uomo strizza ancora gli occhi, forse il tic che ha fatto innamorare sua moglie. Vuole firmare con una penna squadrata vinta a qualche lotteria per zotici, ma io gli allungo la mia Sailor stilografica che gli sguscia tra le dita sporche di carciofi. Dopo il suo scarabocchio e la mia ricevuta che vale esattamente quanto il suo straccio, finisco la birra ed esco. Infilo nel mio nuovo portafoglio in pelle di bufalo i cento euro dell’installazione standard realizzata da Sasselli Gianni global representative. Le cosce di amianto di Madame Falena, bocca di strega, cuore di Sardegna, braccia di contadino, sono sempre più vicine, stanotte non mi faranno problemi: supererò il suo giardino incantato, bunker di lussuria di una costa che si crede ancora Smeralda. Il vecchio e suo figlio metteranno fuori una lavagna con la partita del giorno, spargeranno la voce per tutto il paese, ma sarà troppo tardi quando si accorgeranno della difficile reperibilità delle alcaline V+, sempre ammesso che le abbiano brevettate. Intanto il video di presentazione continuerà a girare in un loop costante come è possibile fare solo con dei vecchi dvd. E questa gente arricchitasi con i panini al formaggio agli autotrasportatori con il loro bisogno di pisciare e fumare, mi maledirà.


Sii leale

Cara ragazza che agiti il bargiglio a ogni respiro, che dedichi un pezzo al padre morto, uno alla madre in lacrime, uno al tuo paese, Nuova Gorollè, e infine uno anche al sottoscritto, il caro signor Barone, sperando di trovare in lui lavoro e amore, due caselline dell’oroscopo che fanno clic in un colpo solo (certo, come no!), sappi che la tua vista per me è solo un castigo che troverà consolazione appena uscirò da questa merda e salirò fino allo zenit della mia settimana. «Prima di proporti qualcosa», parlo con lei, ma guardo sua madre, «vorrei capire qual è la tua predisposizione a viaggiare, a muoverti per l’Italia, fare dei provini.» Quella fa sì sì con la testa e col bargiglio, tira su dalla cannuccia. Mi impongo di ficcare gli occhi nella scollatura, per non fargliela sprecare. «Questo è un lavoro durissimo, pieno di gente pronta ad approfittarne.» La madre si tampona il naso con un fazzoletto, poi lo apre e ci sputa dentro un nocciolo di oliva. «Vincenzo Barone vuole essere leale con voi fino in fondo. Sì, insomma, cosa ne pensa la mamma?» Ma la giovane Giuseppa Severa R. non la lascia parlare, «Sono pronta!» i brillantini le si dispongono sul mento in modo casuale. Sospiro e sollevo la cartella di pelle nera. «Vi prego di leggere tutto con attenzione…  puoi firmare solo se sei convinta al cento per cento.» La donna accende una sigaretta elettronica al gusto di rabarbaro. Dovrò darci dentro con il Mangiaodori per levarlo dalla giacca. «È più felice o più spaventata per sua figlia?» «L’importante è che sia contenta lei. Io, da vedova, non le posso dare tanto.» Oh, sì, è una bella commedia. Ha tutta l’aria di quelle che versano il vino sul calzone dell’uomo per toccargli il pacco.

«Un’ultima firma, le due fototessere le tengo io, e questi… vi ringrazio», infilo in una bustina nera i due pezzi da cinquanta ricevuti, un altro terzo del biglietto vip, «… servono per il sito web professionale. Come nome d’arte pensavo a Shara, ti piace Shara? Per adesso il cognome lo teniamo nascosto. Magari poi su Wikipedia ci dilunghiamo.» Ultimo ostacolo alla fuga dal locale è un bis tutto gorgheggi e voci da posseduta. Applaudo, con la gamba sinistra della madre che ormai mi stropiccia il calzone. Prima che mi inondi di vermut le ringrazio e saluto; sul tavolo un cartoncino con un numero verde e i miei recapiti; lascio che mi bacino. Il rabarbaro evapora del tutto solo al portone cremisi del privé. Fuori è uno dei tanti capannoni pieni di arnesi, dentro è la sala del trono di Madame Falena, gran cerimoniere dell’orgia, mantide vendicativa. Il cassiere affastella le buste nere, anonime, gonfie di denaro, l’unghia del mignolo fatta apposta per strappare il biglietto d’ingresso lungo la linea tratteggiata. Rabbocco la busta con quello che avevo messo da parte e gliela allungo. «È già stato dei nostri? Sa come funziona?». Io, chiunque io sia, sorrido.


Renditi utile e aiuta gli altri, sii amico di tutti, sii cortese

Quando Madame Falena, stanca di cavalcare e mungere e strigliare i suoi armenti, sbatte fuori con le cinghie di spine la sua ciurma viziosa e anonima, è quasi giorno. Il cassiere svuota la moka nelle tazze e ci congeda. Fuori dal reame non c’è niente di buono, solo il parabrezza incendiato dal primo sole di luglio. Il contenuto dei tumbler viaggia ancora tra la gola e l’uretra, e nemmeno il caffè amaro sembra placare questa specie di lingua del diavolo che avvolge la mandibola. Esofagite da reflusso. O qualcosa di simile. Dopo una colazione acida esco dal bar della superstrada. Sul piazzale c’è una Stilo nera, due gambe nude e abbronzate. Sembra proprio che una femmina stia cercando di scoprire cosa fa muovere le macchine e cosa le fa improvvisamente fermare. Quando le passo vicino lei dice: «Non ci voleva, non ci voleva.» Dovrei lasciarla a bollire nel suo brodo; devo piazzare altri due decoder e tornare a casa, anzi devo piazzare altri due decoder se voglio tornare a casa. Invece chiedo: «Ci sono problemi?» «Penso proprio di sì», i capelli incollati su una guancia. Per un attimo sospetto che possa esistere una potenziale rivale di Madame Falena, una Biancaneve nel reame che insidia il trono alla splendida regina cattiva. Mi avvicino alla sua macchina e mi levo la giacca, lei mi allunga uno straccio e aspetta che faccia qualcosa, che mi infili corpo e anima nel suo carburatore annerito. «Che scherzo le ha combinato?» «Nulla. Stavo andando spedita e poi… tra tra.» Lei, capelli e dita ovunque, il filo delle chiappe sotto i calzoncini strappati. Lei capace di sovrastare con quell’invitante odore di pelle sudata la puzza di benzina cotta. «Guardi, qua ci vuole il carro attrezzi. Bisogna che chiami l’Aci», mi pulisco nello straccio e chiudo il cofano. «Eh, sì, buonanotte. L’ho fatto un’ora fa. Figurati…» è infastidita dalla mia soluzione, «solo che ho un appuntamento, e così sta andando tutto a puttane.»

Trattengo il respiro, mentre lei poggia il cellulare sull’orecchio e resta in attesa. «Se mi dici dove devi andare, ti accompagno io.» «Dovrei tornare a Cagliari, in tempo per il matrimonio della mia amica», le sue guance riprendono colore «… sennò quella mi ammazza proprio.» Io lascio che mi trafigga: «Andavo là anche io», perché no? Anche le città sono piene di imbecilli disposti a darti dei soldi in cambio di monnezza. «Forza, hai molti bagagli?» «Solo questa ventiquattrore», e la solleva all’altezza dei miei occhi. «E per la macchina che si fa?» «Arriva mio fratello, massimo un’ora. Si è messo d’accordo con l’Aci. Fanculo.» Mi presento con il biglietto da visita di Aldo Sant’Ercole, grafico e impaginatore freelance. «Al Corriere della sera, in passato. Adesso lavoro molto sul settore quotidiani della metro.» Lei fa il master, «perché, lo sai, che solo col bachelor in Europa manco ti guardano in faccia. Ecco, ecco… svolta alla prossima. Ovviamente, ti prego», mi tiene per le spalle, «sali a farti un drink. Io faccio velocissima, promesso. Una doccia, mi infilo il vestito e siamo fuori. La chiesa è a un paio di isolati, ma coi tacchi…» Non respira nemmeno tra una frase e l’altra, che tutto sembri più veloce, più vicino alla conclusione. Seguo lei e la sua valigetta nella scala del residence dalle porte celesti.

Sul divano una divisa da poliziotto chiusa nel cellofan. Premo il Campari ghiacciato contro le tempie, mentre lei fa scorrere l’acqua. La porta del bagno è difettosa, e così già dal corridoio posso vedere la spugna che corre sulle sue gambe, sul suo culo bianco. Come fossero di un altro, osservo i miei piedi avanzare in territorio minato; calpesto gli slip, la canottiera appallottolata, sempre più vicino alle piastrelle del bagno. Provo a urlare: «Sono reperibile, devo proprio andare», ma l’incavo del gomito di un uomo mi stringe sul collo.


Ama e rispetta la natura

Un sabba di mosche attorno al lago di sangue su cui siedo mi tiene compagnia. E non smetto di gocciolare. Dalla nuca. Dalle ginocchia. Succede quando ti trascinano dentro un sacco per lasciarti sotto un ginepro, il più bello del bosco. I polsi dove passa la canapa sono scavati. Col bastone ci sono andati pesante, ma non a sufficienza per la mia testa. Cerco di alzarmi, ma non ho nemmeno un po’ di energia residua e riprendo a dormire. Mi pento di essermi svegliato appena scopro il dolore di aprire gli occhi e trovarmi circondato di bianco, la polvere dei vetri che spande bianco ovunque, bianca la divisa della ragazza che viene a svuotare il catetere. I bit bit delle macchine rimangono nell’aria minuti interi; le chiacchiere dei visitatori fanno eco nella mia stanza e nel corridoio. Tutto rimbomba e abbaglia. A fare ombra ci pensa un uomo coi baffi rossi, una divisa da forestale e su scritto Alfredo, in fucsia. «Per qualche giorno puoi rimanere a casa mia quando esci da qui. Ho spazio; oh, niente di extralusso! Non è che ci abbiamo un hotel.» Raschio la gola fino a sentire il gusto del sangue per dire: «Gra – zie.» «Non ti sforzare. Stattene buono buono.» Il primo momento di lucidità arriva sul sedile di Alfredo, enne giorni dopo. Gli sento dire: «Mia moglie ti ha già preparato la stanza. Ai bambini ci penso io a non fargli fare troppo casino.» Sostiene che posso andare via appena recupero un po’ di memoria, appena mi ricordo chi sono e cosa è successo. Appena lo decido, insomma.


Sappi obbedire

Francesco e Chiara sono gentili, addirittura servizievoli. Alla bambina non scoccia imboccarmi con lo yogurt delle cinque, unico momento di contatto con il signore della camera degli ospiti. Il fratello mi riempie di disegni e ci tiene a spiegarmi statuti e gerarchie del movimento scout di cui fanno parte. Chiara dice che a settembre passerà nel reparto, che tanto era stufa delle coccinelle e che ha già imparato tutti gli articoli della legge. Nulla di quello che sento ha senso. Ed è di nuovo sera ed è mattina. Quando riesco a collegare le frasi, a pisciare e tenere le posate da solo sono ammesso a cenare con loro, nel tavolo grande. Per l’occasione Alfredo tira fuori un bottiglione di vino vecchio che seppellisce per un momento il desiderio di buttarmi dalla finestra della stanza. Chiara si mette sulla sedia e, tenendo il conto con le dita recita: «Poni il tuo onore nel meritare fiducia, sii leale, renditi utile, sappi obbedire…» Alfredo propone un brindisi e Francesco vuole a tutti i costi assaggiarlo. Ne butta giù mezza fiala, si mette a barcollare in mezzo alla sala e soffiare in faccia a tutti il suo alito da ubriaco navigato. Gli adulti ridono. Io vengo risparmiato dal suo soffio; per me ha invece una domanda: «Come mai eri tutto legato a Campumortu, dove ti ha trovato babbo?» Caterina scatta in piedi e gli dà un manrovescio, «Maleducato.» Spariscono tutti, poi Alfredo torna giù, si scusa, apre una dispensa che nemmeno avevo notato e tira fuori una fiaschetta. «Questa l’ho fatta a Natale scorso. Un goccio non ti fa male», la versa in due bicchierini con le foglie disegnate: «Se lo sa il dottore che ti sto curando con l’acquavite, mi ammazza.» La gusta con le labbra e poi mi lancia un’occhiata. «E tu? Niente di nuovo?» chiede. Muovo la testa, a parte un divano rosso e una divisa da sbirro dentro il cellofan, non mi è ancora ritornata la memoria di quel giorno. Poi il discreto samaritano Alfredo fa parlare l’acquavite al posto suo: «Ajò, ma davvero non ti ricordi come ti chiami? Non è che ci stai coglionando a tutti?». La testa mi cade sulla spalla sinistra. Fuori c’è una guerra appena dichiarata fra due bande di grilli.


Sorridi e canta

Nella tenuta Burrai arriva agosto, e ogni giovedì si va in paese ad ascoltare il karaoke in piazza, il venerdì a Oristano per il mercatino. Con noi viene anche mamma Caterina, con le sue canotte gialle, le gambe lisce scoperte. «Mamma, hai ripreso a uscire?» le chiede Francesco, senza ottenere risposta. Nel fine settimana si va a messa in una pineta. Io marco sempre visita: mi lamento di una certa intolleranza allo iodio che mi fa sanguinare e resto solo per qualche ora, a fissare la cassaforte. La combinazione è la data di matrimonio, ogni domenica la apro e guardo il contenuto. Ma non riesco ad affondare il colpo. Come potrei, ora che sono il più richiesto schiacciatore di pinoli, l’incorruttibile arbitro di palla avvelenata, l’unico spettatore dei loro siparietti senza finale? Una domenica portano Cristo nella villa, e non posso più esimermi dalla liturgia. Apparecchiano un altare sul banco da lavoro e lo piazzano in veranda. Al prete danno tutti del tu. Il gran mogol degli scout mi regala un bastone di ferula con degli inni scolpiti. Cantano con chitarra e ukulele, battono le mani, si comunicano, a turno tutti mi stanno vicino per almeno un minuto durante la giornata, così possono raccontarlo ai genitori. Chiara e Francesco gestiscono i turni per il contatto con il loro giocattolo vivente. La bambina ogni tanto mi annusa i capelli o mi tiene la mano e fa in modo che gli altri lo notino. Proprio una delle tante domeniche ukulele, in principio la terra Dio creò, mentre tutti vanno via e si danno appuntamento al mare e mi salutano, arriva una macchina bassa, nera, lunga come non ne avevo mai viste prima. Scende un uomo e parla con Alfredo; poi insieme vengono verso la veranda, dove Caterina mi sta spalmando degli unguenti sulle spalle. È un momento che adoro, e anche lei, così abile con le mani, così attenta a non sfiorarmi i capelli coi suoi seni di madre, così felice di procurarmi piacere. La faccia da faina che sta insieme ad Alfredo puzza di sbirro da venti metri. E Caterina smette di frizionare, parla di una certa commissione urgente in paese. Contro ogni forma di sacra ospitalità, al nuovo arrivato non viene offerto niente. Anzi, i padroni di casa salgono sul Range Rover e mi lasciano solo. Con la faina.

Erano già d’accordo, lo capisco in ritardo, come ogni cosa in questo periodo. Il bidone di nafta è troppo lontano e troppo pesante, c’è giusto una vanga poggiata sul muro, ma non credo di avere ancora una buona tensione muscolare, né il tempo per farlo a pezzi e far sparire l’auto. Quello apre un bloc notes: «Alla fine ci siamo arrivati!» Deglutisco e mi gratto il braccio dentro il gesso con l’uncinetto che Caterina ha riservato per me. «È questa la sua macchina, no?» tira fuori una foto della Lancia; appena tornato a Sassari avrei cambiato la targa, ma tutto è precipitato. Con un pennarello hanno scritto nome, cognome e ultimo domicilio conosciuto. «Questo è il lato venuto meglio. Dall’altra parte è così»; nella seconda foto, la carrozzeria bruciata e accartocciata. «Non era la prima volta che lo facevano, lo sa?» Impugno il ferro, e mi gratto fino a sanguinare. «Di chi stiamo parlando?» «Cercavano un’auto da imbottire. Un’auto pulita. Dovevano imbarcarsi verso la Tunisia», si accende una sigaretta artigianale ammosciata sulla punta, «Mi può dire come ci sono riusciti? Hanno trovato un bravo ragazzo, la ragazza le ha fatto annusare il formaggio, e lei è finito dritto in trappola, è così?» Guardo fisso contro la quercia che Alfredo chiama Pizzente, come suo nonno. La quercia diventa un divano rosso, la divisa da poliziotto chiusa nel cellofan, lei si leva i mini-jeans strappati, la maglietta, calze, slip nel corridoio, va sotto la doccia, sembra mi chiami, col dito, con le mani, con la lingua, mi chiama… io avanzo nel corridoio, qualcuno dice Ciao bello, e il collo mi si chiude. «Non ricordo nulla.» «Hm… Non era il primo pollo, abbiamo trovato una mazzetta di biglietti da visita. Guardi qua, faceva un sacco di cose il tizio: giornalista, installatore… E delle carte di credito con i nomi cancellati. Lui aveva una divisa da poliziotto, rubata da una lavanderia» la faina si alza «Ma adesso è finita» dice fissando anche lui la quercia. «Sono stati arrestati?». «Per l’esattezza sono stati carbonizzati.» Rido. E lui stringe la bocca, indignato. Rido mentre firmo con difficoltà dei fogli. La mano del tizio è una carcassa di lucertola ghiacciata. La macchina lunga e nera e il Range Rover di Alfredo si incontrano sul cancello: un movimento da commedia perfetto.


Sii laborioso ed economo

«Sicuro che vuoi già andare?» Caterina tiene sollevato un lembo della gonna, lo attorciglia come uno straccio, ed entra in casa. Francesco piange a scossoni, Chiara invece preferisce fare un vortice sulla ghiaia, così le lacrime scappano via. È troppo, non vedo l’ora di sconciare la vostra buona azione formato gigante, che vi concederà tutti i lussi di un’area vip del Paradiso. Le vostre preghiere aperitivo; i gridolini da idioti per ogni girino salvato, per ogni ape fotografata, per ogni cazzo di fiore sbocciato. Caterina torna e mi abbraccia, mi avvolge, mi piange addosso. Devo tenere il finestrino abbassato per fare ciao ciao con la mano finché non siamo fuori dal cancello. E non saprò mai quale fazione di grilli ha avuto la meglio. Alfredo fa il pieno al rifornitore, saluta tutti, e a tutti dice che sì, ho deciso di tornare a Sassari. E che mi darà qualche indirizzo utile. Tipo: «Ho un amico che ha una concessionaria dalle tue parti, ti fa il colloquio e poi vedrai che ti prova.» Dal cassettino mi offre una gomma, «Ti abbiamo messo tutto in una valigia. Occhio a non sbatterla, che c’è pure roba preziosa. Basta che non te la bevi tutta a scoppio.» A costo di slogarmi la mandibola dico: «Alfredo, voi avete fatto troppo per me. Veramente troppo. Come posso io…» E lui, anziché incassarsi il complimento e tacere: «Te la dico una cosa? Tu hai fatto tanto per noi. Prima di te, con mia moglie ci stavamo lasciando», fermi in coda per un tamponamento lui tira fuori l’ultima pugnalata, «Tu sei stato mandato.» Dici cose esilaranti, Alfredo di merda. Ci salva un reggaeton. Lui accosta e risponde al telefono. Cambia colore, dice cazz. Poi al tizio che gli urla nell’orecchio risponde: «Io fra un’ora e mezza sono lì.» «Fammi scendere qui», gli dico, «prendo il treno.» «Ma stai scherzando? I miei colleghi sono già sul posto. Tutto sotto controllo, a parte che un ettaro buono è già bruciato.» I misteriosi piromani, loro sì che sono stati mandati dal tuo Dio, Alfredo: mi salvano dall’umiliazione di doverti invitare in casa, di spiegarti la cartina, la stampante artigianale e il plastificatore, il frigo vuoto. Tengo la valigia in piedi tra le gambe, e Alfredo dal finestrino mi mette in mano qualcosa. «Di più adesso non potevamo.» Accende e sparisce nella prima rotatoria. Io piego in tre il pezzo da cinquecento e lo metto in tasca. Insieme a quelli che ho prelevato dal cestino delle offerte e dalle buste per i volontari, posso ripartire da un capitale netto di circa ottocento euro. Non sono riuscito ad abbracciarti, Alfredo del cazzo.


Sii puro di pensieri, parole e azioni

Gli uomini di Madame Falena mi aspettavano dentro casa da giorni. Riconosco subito il guercio e il druido, quello che durante gli incontri versa l’acqua nel pentolone. Dicono che non dovevo fotterli, che gli devo dei soldi. Veri, stavolta. Mi legano, ancora; mi schiaffeggiano con un guanto di ferro; raccolgono la banconota e trovano anche quelle infilate nelle scarpe. Si accontentano. Alla fine, le damigelle di quel frocio infame infieriscono con il bastone del gran mogol. Ma sulla mia testa corazzata di sangue pesto, unico ricordo di mio padre, ogni randellata è un fiore di zucchero. Spariscono. I vicini chiamano la polizia, che si trova davanti solo un uomo nudo a brandelli. E una stampante artigianale, un plastificatore. E un vaso di Pandora più grande di loro. Avrai un bel calo di zuccheri, caro Alfredo, a riconoscermi sul giornale. E da stupido idiota quale sei, so che verrai a trovarmi al parlatorio. Sull’intonaco accanto al letto della cella ho inciso una scritta: sorridi e canta anche nelle difficoltà. Il pusher che dorme sopra di me stanotte l’ha cancellata con il suo vomito acido. «Tanto era una stronzata», ha detto.


Luca Dore è nato nel marzo del 1977 a Sassari, dove tuttora vive e lavora. Suoi racconti sono comparsi negli ultimi dieci anni su A few words, Carie, Esescifi, Writers magazine e diverse antologie italiane. Scrive canzoni in un duo chiamato Palazzo Rosa. Nell’aprile del 2021 è arrivato in libreria il suo primo romanzo, Bravo Charlie, per la Maxottantotto edizioni.


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