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APNEA laboratorio di editing 2019/2020

COS’È APNEA

Apnea è un corso di formazione per lettori unico nel suo genere: una scuola di lettura tecnica e critica di lungo periodo, che fornisce gli strumenti per trasformare la passione di leggere in una competenza.

Apnea laboratorio di editing forma lettori forti. Per diventare un lettore forte non conta quanti sono i libri che leggi, ma quanto vale la tua capacità di leggerli: proprio come per la scrittura questa capacità s’impara, si educa, si perfeziona. Se vuoi specializzare il tuo occhio di lettore, se lavori in editoria, se vorresti fare il redattore, il giornalista culturale, l’editor, il critico o se hai semplicemente una passione per le storie: Apnea ti dà gli strumenti per leggere professionalmente.

Un laboratorio di editing lungo 6 mesi è a tutti gli effetti un apprendistato. La classe di allievi-editor lavorerà a un romanzo inedito seguendo passo-passo il lavoro che Francesca de Lena compie su ogni manoscritto che riceve. Si comincia con le prime impressioni e la scelta della direzione per il lavoro di (ri)struttura del testo e si finisce con il micro-editing: il perfezionamento frase per frase. Nel mezzo: lezioni su tutti gli elementi della narrazione (temi, visione, personaggi e conflitti, trama e montaggio, forma e stile), esercizi pratici, prove di editing, lezioni di ospiti esterni, incontri con l’autore del romanzo.

L’apnea è quel periodo di tempo in cui si rimane sott’acqua a guardarsi attorno e capire cosa si ha per le mani, prima di risalire in superficie. È un lavoro di maieutica, osservazione e manipolazione, che si pone l’obiettivo di scegliere tutti i “cosa” e i “come” di cui una storia ha bisogno.

COME FUNZIONA IL LABORATORIO

Gli incontri in classe saranno 20:

  • 13 lezioni di lettura e editing
  • 4 lezioni con ospiti speciali
  • 3 discussioni con l’autore del manoscritto selezionato

Ogni incontro durerà 2 ore, per un totale di 40 ore di laboratorio.
Tutto si svolgerà in una classe in diretta online, perché la buona scrittura e il buon editing non possono farsi fermare dalla geografia.

Saranno forniti gli strumenti per imparare ad argomentare (scritto e orale) le proprie analisi sui testi, per esercitarsi a pensare e scrivere le valutazioni, per scomporre i romanzi e svelarne i meccanismi narrativi (personaggi, conflitti, obiettivi) e formali (struttura, montaggio, stile), per porre domande, proporre soluzioni, e per guardare alle storie scritte dagli altri con rispetto e determinazione (sì, anche questo s’impara). S’imparerà a farsi avanti, consigliare, cancellare, appuntare, sostituire, annotare ai margini. Appassionarsi.

L’autore che sottoporrà il proprio manoscritto ad Apnea si confronterà con la classe e ri-scriverà il testo in accordo con i consigli degli allievi editor. L’autore selezionato per il laboratorio sarà annunciato entro il 31 agosto.

CALENDARIO DELLE LEZIONI

gli incontri di APNEA sono il giovedì dalle 18:00 alle 20:00 da ottobre 2019 a marzo 2020 (per diverse esigenze si troverà un accordo con la classe)

10 OTTOBRE lezione (aperta su prenotazione): leggere è un atto critico e creativo: passione, conoscenza, competenza

24 OTTOBRE lezione: cosa bisogna capire dalla lettura delle prime 20 pagine di un testo

31 OTTOBRE pausa per leggere il romanzo integrale

7 NOVEMBRE lezione: prima di cominciare, la riunione per scegliere la direzione da dare all’editing

14 NOVEMBRE lezione: riconoscere, tirare fuori e sviluppare i temi di un romanzo

21 NOVEMBRE lezione: riconoscere il cuore di un romanzo: ossessione, prospettiva e sottotraccia

28 NOVEMBRE lezione ospite Giulia Belloni Peressutti: dal nucleo al titolo e ritorno

5 DICEMBRE discussione con l’autore

12 DICEMBRE lezione: la costruzione dei personaggi: caratteri, conflitti, obiettivi

19 DICEMBRE pausa natalizia
26 DICEMBRE pausa natalizia
2 GENNAIO pausa natalizia

9 GENNAIO lezione: la costruzione delle relazioni e dei conflitti esterni

16 GENNAIO lezione: la composizione della trama, dall’incidente scatenante alla chiusura del sipario

23 GENNAIO lezione: il montaggio e la struttura 

30 GENNAIO lezione ospite Giulia Romano Zorgno: costruire un romanzo: quando il disegno della storia cattura l’attenzione del lettore

6 FEBBRAIO lezione: discussione con l’autore

13 FEBBRAIO che cosa s’intende per “forma” in letteratura

20 FEBBRAIO lezione ospite Matteo Marchesini: dare forma e stile a una visione del mondo

27 FEBBRAIO lezione: parlar verosimile e letterario, la costruzione dei dialoghi

5 MARZO lezione: che cosa s’intende per “stile” e “voce d’autore

12 MARZO lezione ospite Luca Briasco: pubblicare una voce d’autore

19 MARZO lezione: esempi di micro-editing

26 MARZO lezione: discussione con l’autore

CHI CONDUCE IL LABORATORIO

Francesca de Lena: agente letteraria, editor, scout, lettrice professionista
Ha co-fondato l’agenzia letteraria United Stories. Legge manoscritti per la The Italian Literary Agency. Ha fondato e dirige il sito letterario I libri degli altri. Conduce laboratori e workshop di scrittura e editing on line e dal vivo a Napoli, Roma, Formia. È giurata al Premio Brancati.

CHI SONO GLI INSEGNANTI OSPITI

Giulia Belloni Peressuti: scrittrice, editor, ufficio stampa e comunicazione
Diplomata al Master Holden in Tecniche della narrazione, dirige e lancia la collana Gli Intemperanti per Meridiano zero, la collana I Cosmetici per Sartorio, e la collana Gli Iconoclasti per Alet. Insegna scrittura creativa al Mi-Master di Milano, alla scuola Palomar di Rovigo, alla scuola Virginia Woolf e al Talent Gate di Padova, dove cura un progetto pilota di potenziamento artistico dei bambini prodigio. Giurata del premio Campiello Giovani da dieci anni. Editor e ufficio stampa e comunicazione per l’editore Kite. Pubblica i suoi libri illustrati in Italia, Francia, Corea e Canada. È consulente come libera professionista di scrittori, agenti letterari, editori, imprenditori e politici.

Giulia Romano Zorgno: editor
Giulia Romano Zorgno nasce a Vercelli negli anni ‘80. A Bologna si laurea in Scienze della Comunicazione, prosegue gli studi a Torino al Master Formativo in comunicazione, scrittura creativa e narrazione di Scuola Holden. Da sempre interessata al mondo editoriale e alle innovazioni legate al digitale, entra in Feltrinelli prima come Digital Editor del marchio Feltrinelli Zoom e oggi come Editor junior della Narrativa Italiana.

Matteo Marchesini: poeta, narratore, saggista e critico letterario
Ha pubblicato le satire di Bologna in corsivo. Una città fatta a pezzi (Pendragon 2010), il romanzo Atti mancati (Voland 2013, entrato nella dozzina dello Strega), la raccolta critica Da Pascoli a Busi (Quodlibet 2014), le poesie di Cronaca senza storia (Elliot 2016), i racconti di False coscienze. Tre parabole degli anni zero (Bompiani 2017), il saggio di critica letteraria Casa di carte (Il Saggiatore, 2019). Collabora con Il Foglio, il Sole24Ore, Radio Radicale e il sito Doppiozero.

Luca Briasco: editore, editor, agente letterario, traduttore e americanista
Ha co-fondato l’agenzia letteraria United Stories. Editore ed editor di narrativa straniera per minimum fax, è stato editor di narrativa straniera per Fanucci ed Einaudi Stile Libero. Ha scritto diversi saggi sulla letteratura degli Stati Uniti, con particolare attenzione al romanzo contemporaneo. Insieme a Mattia Carratello ha curato La letteratura americana dal 1900 a oggi. Dizionario per autori (Einaudi, 2011). Collabora da più di dieci anni alle pagine culturali del Manifesto. Ha tradotto una quarantina tra romanzi e raccolte di racconti, fra gli ultimi: Una vita come tante di Hanya Yanagihara, e Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen, Premio Pulitzer 2016. È il traduttore italiano di Stephen King.

CHI È L’AUTORE DEL ROMANZO SCELTO

L’autore selezionato per il laboratorio sarà annunciato entro il 31 agosto.

COSTI E ISCRIZIONI

Apnea costa 990,00 euro da dividere in tre tranche: 330,00 al momento dell’iscrizione, 330,00 a novembre e 330,00 a gennaio. Per chi si iscrive entro il 31 luglio c’è uno sconto di 100,00 euro.
Le iscrizioni chiudono il 19 ottobre.

INFO

ilibrideglialtri@gmail.com
francescadelena@gmail.com

L’estate di Ilda: una lista confusa

La farsa dei buoni propositi è di solito riservata ai mesi di settembre e gennaio, seguita nei mesi di ottobre e febbraio da quella dei buoni propositi mancati. E d’estate che si fa? Ci si dice che si ha più tempo, ci si può rilassare, non ci sono mete da raggiungere e impegni da perseguire, ma bisogna approfittare del lungo (?) tempo di inattività per fare quelle cose rimandate da una vita e che ora è davvero il momento di concedersi, perché i giorni non siano tutti uguali e perché ci si possa dire quando sarà il momento: “ho fatto anche questo”. Fatto cosa? Leggere libri, guardare serie tv. La nostra amata e incredibile vita spericolata, insomma, che non siamo nemmeno troppo sicuri di riuscire ad affrontare ma, ok, ci metteremo tutte le nostre forze. Buona estate!


L’estate di Luigi Loi

a casa quando è

Ho comprato A casa quando è buio di James Purdy (traduzione di Floriana Bossi, Racconti edizioni) e sono curioso. La curiosità nasce da motivi del tutto pericolosi, mettere le dita nella presa elettrica e aspettare che succeda qualcosa, bere quattro litri di birra in un quarto d’ora e aspettare che succeda qualcosa, dare corda a qualcuno mentre tirate via lo sgabello (e aspettare che succeda). Da quello che ho capito in questo libro c’è una postfazione di Giordano Tedoldi: questo è un bene, le prefazioni si leggono sempre meglio post, in coda al libro, ma tant’è. Da quello che ho capito, in questa raccolta c’è Jennie, una che trascorre le serate a bere birra in un locale perché con la birra il tempo si ammazza meglio che col vino: l’impressione malinconica sembra la stessa (ma non lo è, giuro). Da quello che ho capito c’è persino l’uomo in copertina, tristissimo, chiuso dentro una cabina telefonica. È chiaramente un fantasma perché non ci sono più cabine telefoniche, anzi, potrebbe essere il miglior erede di Bartleby lo scrivano, quello strano personaggio di Melville che resiste e aspetta che il mondo passi oltre, ma quello non passa. Hai voglia a dire “I would prefer not to” dentro una cabina telefonica. Con chi sta parlando? Oppure: non dialoga, ascolta soltanto il monologo di qualcun altro. Anzi: se aspettasse, come tutti, che succeda qualcosa?


L’estate di Chiara M. Coscia

coscia lista cop

L’estate è per me la stagione della campagna (mani nella terra, zappa e birre gelate alla fine del lavoro), delle letture lunghe, del caldo appiccicoso e dei ritorni notturni in auto con i finestrini abbassati e la voce roca di fumo, del desiderio di camino acceso quando senti l’odore delle fascine bruciate nell’aria di settembre. L’estate è un flirt che all’inizio ti scombussola e appassiona ma poi, alla lunga, ti stanca e vuoi scrollartela di dosso. Finché non arriva febbraio, e ci pensi di nuovo, e vorresti scriverle un messaggio, chiedendole scusa, torna presto, io sono qui, ti aspetto. Di questo parla la mia playlist estiva, in cui ho inserito anche dei consigli più o meno espliciti di visione.

Vi lascio il gioco della scoperta ma ci tengo a svelarvene tre: due film e una serie TV. Nessuno nuova uscita, ma si tratta di tre prodotti molto estivi per tre ragioni diverse:

  • Assassination Nation 2018, Sam Levinson (creatore di Euphoria, nuovissimo teen drama HBO, che è nella mia lista di cose da vedere al più presto). Perché se non l’avete ancora visto è arrivato il momento che vi diate una mossa. Humor, violenza, esposizione cruda ed esasperata (nonché conseguente aggressione) di sessismo, razzismo, male gaze, mascolinità tossica, omotransfobia e tutte quelle affascinanti componenti che minacciano la quiete della nostra cultura di massa. Perché Assassination Nation è ambientata in una di una cittadina “immaginaria” di nome Salem. E poi perché vi sfido a non innamorarvi di Hari Nef.
  • Super Dark Times: film debutto alla regia di Kevin Phillips, datato 2017. L’ho scelto (al di là di “Ahead” dei Wire) perché non è estate senza un bel teen movie, e questo non è il teen movie che vi aspettate. Una versione horror e dolorosa di Stand by me, viaggia su quei binari di nostalgia che tanto piacciono a quelli della mia età (vedi alla voce Stranger Things) senza mai scivolare nella tentazione del lieto fine.
  • The Americans: serie TV pluripremiata di Joe Weisberg, FX. Da vedere perché i grandi classici si recuperano d’estate, e lo dico anche a me, che sono ferma alla terza stagione. Lo so che è un po’ datata e che siamo ormai in cerca di altro (la ricerca della nuova grande serie TV sta diventando un po’ come quella del nuovo Grande Romanzo Americano), ma provateci a non farvi acchiappare dalla scena dell’inseguimento all’inizio del pilota con “Tusk” in sottofondo. Impossibile, dai!

L’estate di Giuseppe D’Antonio

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In giro ho già adocchiato un bel po’ di liste di libri da leggere per le ferie così lunghe che il mio pensiero è stato: grazie, ma preferisco vivere. Non potendo tra l’altro esimermi dallo stilarne una anche io (ho sempre trovato irresistibile aumentare il rumore di fondo) e non sapendo bene dove e come orientare le mie scelte, ho deciso quindi di farmi aiutare dai colori, e dato che, alla fine, sono una persona semplice ho optato per colori semplici: il bianco e il nero.

  • Il primo libro bianco è: Alberto Cadioli, Le diverse pagine. Il testo letterario tra scrittore, editore, lettore, Il Saggiatore 2012Un testo che parla di editoria tenendo fuori numeri, dati e percentuali, e si concentra sul ruolo dell’editore, il suo sviluppo storico, le modalità di lettura, cura e trasmissione dei testi, e che colloca l’editoria all’interno della storia della cultura del Novecento.
  • Il secondo libro bianco è: Lina Bolzoni,Una meravigliosa solitudine. L’arte di leggere nell’Europa moderna, Einaudi 2019Un testo che, in anni di profonde e veloci trasformazioni tecnologiche, vuole “ripercorrere i grandi miti che il Rinascimento ha costruito intorno alla lettura, guardare da vicino la rappresentazione di sé come lettori nei secoli in cui in Europa nasce il mondo moderno”.
  • Il primo libro nero è: Nina Edwards, Storia del buio, Il Saggiatore 2019Prendete un qualsiasi libro che abbia nel titolo “Storia di/del…” e io lo comprerò. E poi questo mi fa pendant in libreria con questo e quest’altro.
  • Il secondo libro nero è: Robert Eisler, Uomo diventa lupo. Un’interpretazione antropologica di sadismo, masochismo e licantropia, Adelphi 2019Uscito per la prima volta nel 1951, pubblicato in Italia nel 2011, ripubblicato quest’anno da Adelphi: 408 pagine, di cui una quarantina di testo e il restante di note bibliografiche: riuscite a immaginare qualcosa di più masochista?

L’estate di Marco Terracciano

omero

Ma davvero gli scrittori italiani devono passare per il racconto breve prima di scrivere un romanzo? Qualche mese fa Vanni Santoni, su L’Indiscreto, ha intervistato un numero cospicuo di critici e, tra le altre, ha posto una domanda che riassumo a parole mie: perché oggi l’editoria dà così poco spazio alla forma racconto? I critici hanno risposto più o meno così: l’Italia è sempre stato un paese di novellieri, peccato si sia persa l’abitudine. L’impressione è che sia stato demolito un campo di allenamento imprescindibile per la crescita dei giovani scrittori. Non essendoci più spazio per il racconto – al netto dei vari blog che non garantiscono comunque la creazione di una vera comunità di lettori – il salto al romanzo è troppo brusco e spesso anticipato. Il libro che mi piacerebbe leggere quest’estate, però, è stato scritto da un’autrice che ha fatto un altro percorso prima di arrivare al romanzo-romanzo. Omero è stato quigraziosa raccolta di otto storie mitiche sul «lembo di acqua che separa Messina e Reggio Calabria», è un libro per ragazzi e non è il primo di Nadia Terranova, anzi: Nadia Terranova nasce e cresce come scrittrice per ragazzi. Qui sta il punto. Mi ricollego a un passaggio di una bella recensione del suo Addio fantasmi su L’indice dei libri del mese:

Prima di rivolgersi al pubblico adulto Nadia Terranova ha scritto molto, e con passione, per i ragazzi. È per loro che ha messo a punto una scrittura limpida e piana come la voce dei migliori narratori orali.

Scrivere per i ragazzi è un esercizio eccezionale perché permette di avere a che fare con lettori che non si nascondono dietro allo scetticismo, al cerebralismo, al fanatismo per lo stile d’avanguardia. I ragazzi desiderano che vengano raccontate loro delle storie avvincenti, nient’altro. Rispondono con partecipazione alle sollecitazioni dell’autore, riconoscono e accettano i ruoli, rendono la relazione narrativa vitale e dinamica. Di quest’ultimo libro della Terranova ho letto appena l’anteprima (disponibile gratuitamente qui) e ci ho ritrovato la stessa naturalezza espressiva dei suoi romanzi per adulti. E se fosse proprio la letteratura per ragazzi l’orizzonte letterario che ci manca? 


L’estate di Francesca de Lena

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Accumulo anteprime tutto l’anno e di molte non arrivo a leggere neanche la fine. Se 1 volta su 10 ci arrivo succede che: compro il libro/mi dico “ben fatto ma non mi interessa”. Stavolta ne ho finite 3 su 3 in poco tempo e l’ho preso come un segno della necessità di non perdere il piacere di leggere per leggere e basta: senza studiare, capire, editare, scegliere. Ho dunque comprato Petali e altri racconti scomodi di Guadalupe Nettel, La nuova frontiera, traduzione di Federica Niola (voglio tornare a leggere solo racconti come facevo prima!, mi sono detta) e ho comprato Io, lei, Manhattan di Adam Gopnik, Guanda, traduzione di Isabella Blum (voglio tornare a leggere gli americani!). Non ho ancora preso e non so se prenderò Il cuore e la tenebra, Mondadori, nonostante mi sia sembrato ben fatto e ben scritto e non abbia mai letto niente di Giuseppe Culicchia (devo tornare a scoprire gli italiani che non conosco!).

Vorrei leggere un romanzo lungo: i romanzi lunghi sono il mio incubo perché per formazione mi pare sempre molto superflua tutta quella lunghezza e non riesco a perdonarla davvero neanche quando sono consapevole della giustezza della forma. Motivo per cui non ho mai finito Infinite Jest o Underworld o 2666. Vorrei provarci con Le benevole di Littell, che mi guarda dalla libreria fin dal 2006.
Vorrei poi riscoprire i giapponesi: ho avuto il periodo Kawabata e il periodo Mishima, ho letto qualche Murakami e Ogawa Yoko; quest’estate sono malinconica e cosa c’è di meglio per la malinconia della letteratura giapponese? (L’assolo di un trombettista: cercherò un concerto adatto).

Guardo più serie tv di quanti libri legga. All’inizio lo facevo con senso di colpa, ora meno: non c’è davvero più alcun motivo per distinguere i media, l’importante è sempre fare selezione. Ho visto ormai tutte le “grandi classiche” tranne I Soprano: vorrei vedere I Soprano. Delle altre posso dire che trovo davvero un capolavoro imperdibile solo The Wire e trovo memorabile per la ricostruzione di un mondo e i personaggi e la capacità di suscitare empatia (e la fantastica siglaDownton Abbey. Mad Men assai meno memorabile, ma ok; Breaking Bad per me è decisamente un no: lo spin-off Better Call Saul è superiore a occhi chiusi. La mia stella d’onore delle serie tv va ad Amazon Prime: non bastasse avere in catalogo Downton Abbey e Shameless, non bastasse aver trasmesso Goliath Fleabag (la seconda è quasi più bella della prima!) e aver prodotto MIODDIO Patriot, ora propone il progetto pazzo Too old to die young di Nicolas Winding Refne e la mia estate non passerà senza averla vista.


L’estate di Daniele Campanari

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Questa stagione è la migliore per recuperare la lettura di libri non letti, sondare il terreno tra le nuove uscite editoriali o tra i finalisti dei premi ambiziosi. Tutto purché sia fatto sotto l’ombrellone, all’ombra del tempo, tutt’al più su una terrazza con aperitivo allegato. Se l’estate è la stagione della lettura, è anche il momento in cui vengono rivelati i finalisti del Premio Strega. Sono loro, quelli del 2019, che ho scelto di recuperare. Il motivo? Non ne ho letto neanche uno, zero. Certo l’esperienza di lettura del passato mi porterebbe a scartare il libro di un autore già letto (Marco Missiroli); e conosco Antonio Scurati, quindi farei un’altra scelta. Le altre finaliste? Tutte donne: Benedetta Cibrario della quale non so nulla; Claudia Durastanti che, si dice in spiaggia, pare abbia scritto un buon libro; Nadia Terranova della quale si parlava bene già prima della cinquina. Donne battono uomini tre a zero, quindi. Fatto sta che i libri finalisti allo Strega non li ho letti, e credo che un lettore con velleità critiche debba leggere i libri che finiscono nella lista conclusiva di un premio importante. Importante ma anche torturato e odiato. Sarà l’effetto dell’estate? Forse. L’estate dà alla testa. E i finalisti dello Strega vengono nominati sempre d’estate. Ribaltare le stagioni non serve a niente. Servirebbe il mare, questo sì. E cinque libri da leggere all’ombra del tempo.


L’estate di Giacomo Faramelli

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Quest’estate se riuscirò a farmi passare questa brutta kinghite acuta, magari leggendo Pet Sematary prima di vedere il film omonimo, dopo aver finito L’Ombra dello Scorpione e sognato di avere il tempo, la voglia, la tranquillità necessarie per leggere l’intera saga della Torre Nera, leggerò qualche libro (naaa, saranno un botto, come al solito), vedrò delle serie che mi faranno dire macheccazzo ridatemi il mio tempo, camminerò parecchio.
Tra i libri che leggerò assolutamente c’è La volontà del male, Dan Chaon, traduttrice Silvia Castoldi, NN editore, che lettori ben più illustri del sottoscritto hanno già elevato al rango di libro tra i più importanti dell’anno. Un thriller familiare, una storia di serial killer, sul ringhio sordo della malvagità umana e del potere che i ricordi hanno su ognuno di noi. Dio, è il libro perfetto per le mie domeniche al mare.
Segue di un’incollatura Ted Chiang, con la sua nuova raccolta di racconti di fantascienza Respiro, traduttore Christian Patore, edita in Italia da Frassinelli. Chiang è l’autore del bellissimo Storie della tua vita, raccolta da cui è tratto il racconto che ha ispirato The Arrival, il film di fantascienza più amato dai semiologi occidentali ma consigliato anche dai fessi come me. Un piccolo genio della fantascienza, capace di rilanciare il genere oltre i suoi stessi limiti, operazione che in altri ambiti è riuscita solo al piccolo gioiello di animazione 3d che è Love, Death Robots, antologia di Netflix, già rinnovata per un’altra, attesissima stagione.
Terzo gradino del podio per Come muoversi tra la folla, di Camille Bordas, traduzione di Giuseppe Costigliola, edito da SEM. La storia di Dory, undicenne alle prese con la sua famiglia anormale, l’adolescenza in arrivo e il suo mondo interiore, affrontati con uno sguardo malinconico e ferocemente ironico.
A settembre arriverà I testamenti, seguito de Il racconto dell’Ancella. La serie che ne è stata tratta, The Handmaid’s tale, rappresenta insieme a The Walking Dead il mio più grosso abbandono di una serie tv. A proposito di serie mi limiterò, da buon orfano di GoT, a navigazioni da un servizio di streaming all’altro in cerca di qualche suggestione. Proverò a vedere la seconda stagione di Dark se qualche università mi consentirà di seguire un corso di fisica teorica per comprendere la prima. Aspetto con religioso furore l’arrivo della quinta stagione di Peaky Blinders ma temo che il tempo ingrigirà di nuovo prima che arrivi l’atteso annuncio dalla BBC.
In tutto ciò cercherò di vivere, in modo irrimediabile e tutto storto, questa stagione troppo calda e troppo nuda. Quanto alla lista come al solito finirà che darò ascolto a Gert dal Pozzo, quando alla fine di decide per sé, ma pure per il sottoscritto, che nella vita e nelle sue cose: “Non si proceda secondo un piano.”.


L’estate di Primavera Contu

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L’idea di una to-do-list per l’estate è un ossimoro. Specie per me che non ho mai del tutto assimilato l’equazione ‘età adulta= le ferie sono una cosa seria’. Ero una bambina che viveva al mare tutto l’anno, sono diventata una studentessa fuori sede che non saltava un agosto sulla spiaggia, nonostante la conclamata attitudine (mai persa) da Mercoledì Addams. Sono adesso una freelancer dallo spostamento facile, se non necessario: qualcosa a cavallo tra una “nomade digitale” e una che si organizza da sé i tour, facendosi da manager, da frontwoman e da assistente di palco. Il concetto di vacanza esiste quando si migra da una città di mare a una (tante) d’arte? Leggere un libro sotto l’ombrellone è studio o riposo? Quando vado a teatro con amici sto lavorando o è una piacevole serata di svago? Non ho mai risolto nulla di tutto ciò: il vantaggio è non sentirmi mai in colpa per il binge-watching di una serie, lo svantaggio è l’assenza di una leggerezza che mi permetta di dire “intrattenimento”. Rischi del mestiere e di una vita che prova a fare della fluidità una bandiera, suppongo. Ma veniamo alla lista:

  • il regalo: giugno è il mese più dolce poiché finisce la scuola (sensazione che non mi abbandonerà mai), iniziano i Pride e arriva il mio compleanno, per il quale ho ricevuto in regalo da parte di un’amica il libro Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie, il terzo romanzo dell’autrice nigeriana, uscito nel 2013, anno in cui ha vinto il National Book Critics Circle Award. Da recuperare, perché è una storia di resistenza contemporanea, di razzismo e rapporto tra corpo e società. Perché è l’esempio di una voce che esprime una chiara visione del mondo. E perché non si vive solo di Dovremmo essere tutti femministi.
  • La scoperta: Intuizioni, di Alexandra Kleeman (2018). L’anteprima scaricata sul mio Kindle arrivava solo fino all’indice: praticamente uno scherzo. Ma ho letto l’inizio del primo dei 12 racconti di cui è composta la raccolta per puro caso, su dei fogli volanti fotocopiati e dimenticati chissà dove. L’effetto è stato quello di un episodio pilota con un cliffhanger efficace: perfetto per la canicola e la mia voglia di serialità.
  • Il ritorno: il Festival di Santarcangelo. Un’esperienza tra la performing art e la comunità attiva, tra esibizioni live e riflessione politica. Un festival che porta la creazione contemporanea internazionale sulla Riviera Romagnola, trasformando la cittadina in “uno spazio fluido in cui scompaiano i confini tra arte e socialità”. Una sorta di casa alla quale fare ritorno.

 

Scrittori maschi americani: 4 grandi protagoniste femminili + 1 libro senza personaggi donna

di Marta Ciccolari Micaldi (McMusa)
a cura di Chiara M. Coscia

Grandi donne raccontate da grandi uomini: 4 stupendi personaggi femminili + 1 romanzo che di donne non ne ha neanche una ma che le donne amano molto. Almeno alcune.

1. Clara in Lonesome Dove di Larry McMurtry (trad. Margherita Emo — Einaudi)

In una classica epopea western dove si narra l’impresa di due leggendari ex ranger (Gus e Call) alla guida di una mandria che deve attraversare mezza America per andare dal Texas al Montana, compare Clara. Prima nei pensieri e nei ricordi di uno dei due uomini, poi nel capitolo più lungo dell’intero romanzo (un libro di più di 600 pagine). Larry McMurtry, il più grande scrittore texano vivente, interrompe il lungo cammino della mandria per portarci a casa di una donna tenace, aggrappata alla vita come alle redini dei cavalli che alleva, ironica, indipendente e profonda alla maniera del West. È nelle sue mani che l’autore ripone il destino di tutti quegli uomini rudi, anche i meno probabili.

2. April in Revolutionary Road di Richard Yates (trad. Adriana dell’Orto — Minimum Fax)

Aveva realizzato un sogno. Lo aveva realizzato eppure desiderava di più. La storia di April Wheeler è la storia di un desiderio. Un desiderio che trova compimento nella più atroce delle rinunce ma anche nella più sincera delle affermazioni. Nel tratteggiare la conformità del sogno americano e la prigione di falsi modelli che questo rappresentava negli anni Cinquanta in un tipico sobborgo del Connecticut, Richard Yates è riuscito a trasferire nella sua protagonista femminile la tragedia di genere di un’intera epoca. La tragedia sì, perché oltre il conflitto relazionale, oltre la disillusione artistica, oltre il tormento personale, oltre tutto questo c’è un inestinguibile sacrificio di sangue.

3. Merry in Pastorale americana di Philip Roth (trad. Vincenzo Mantonavi — Einaudi)

Figlia dello Svedese, il primo ebreo ad aver superato le proprie origini e averle come trasfigurate in una perfetta americanità tanto atletica quanto morale, e Miss New Jersey, Merry Levov nasce già in un contesto da detonare. Sarà però la magistrale costruzione narrativa di Philip Roth a renderla effettivamente esplosiva: ideologicamente in opposizione ai genitori e ai modelli dell’America che questi incarnano, Merry farà prima esplodere una bomba in un atto terroristico e poi scomparirà nelle pieghe di un romanzo che la renderà grande sempre e solo in assenza, che la perseguiterà, la demonizzerà, la renderà un’eroina moderna attraverso la sofferenza degli altri.

4. Miriam in La versione di Barney di Mordecai Richler (trad. Matteo Codignola —Adelphi)

Destinataria di un amore ostinato, disperato e sconquassato nonché traditrice, a sua volta, di tutte le aspettative che tendiamo a riporre in una donna che è stata tradita, la protagonista femminile del romanzo più celebre di Mordecai Richler è formidabile. Lo è sin dalla prima volta che compare agli occhi di lui, lo è in ogni telefonata che lui le fa, lo è in ogni rifiuto che lei gli rifila e in ogni porta che gli apre. Certo, sembra di vedere Miriam sempre e solo dagli occhi di lui, ma siamo sicuri che una donna come lei permetterebbe una cosa del genere? In questa risposta sta la sua grandezza, nonché il miracolo di una scrittura che sa mettere in relazione i punti di vista con la più intelligente delle ironie.

Oltre il confine di Cormac McCarthy (trad. Rossella Bernascone/Andrea Carosso — Einaudi)

Noto per aver scritto romanzi esclusivamente maschili, se così possono essere definitivi libri in cui i personaggi femminili sono relegati a ruoli minori quando addirittura non del tutto assenti, Cormac McCarthy è senza dubbio uno tra gli autori più apprezzati dalle lettrici (è il mio preferito, in effetti). E lo è in virtù di un miracolo che riesce a pochissimi, forse solo a lui: scrivere storie in cui la specificità delle avventure vissute dagli uomini – in questo caso il piccolo Billy – viene trascesa in un discorso universale che, in quanto tale, non risparmia nessuno. Un discorso che riguarda i misteri, le pulsioni, il ruotare della vita: qualcosa di cui le donne conoscono l’esatta definizione.

Marta Ciccolari Micaldi è conosciuta anche come La McMusa perché nei panni di una musa postmoderna porta l’America in Italia e gli italiani in America. Come? Attraverso un blog, un podcast, corsi di letteratura americana in Italia e tour letterari negli States: i Book Riders

la foto di copertina è di clarke sanders su Unsplash

Camera di smontaggio: pezzi da “Maternità” di Sheila Heti

Negli ultimi tempi abbiamo assistito spesso alla discussione sul metodo che un lettore critico deve porsi rispetto a un testo. Il nostro punto di vista è che il metodo smonta-frasi senza contesto allo scopo di deriderle sia inopportuno, perché non ci piace deridere il lavoro degli altri, ma sia soprattutto fallace: quasi tutti i testi, soprattutto se romanzi, hanno in mezzo delle frasi brutte, insensate, sciatte o altro: fate la prova anche con i migliori classici e troverete abbastanza frasi da farvi dire “che?” e spingervi a scriverne una recensione sarcastica.

D’altro canto, siamo dell’idea che i testi “parlino” da sé, e che una serie di stralci messi in mostra, senza alcun accompagnamento critico, di analisi sull’autore, sul momento storico dell’uscita del romanzo, sui temi trattati, ecc, qualcosa da dire ce l’abbiano e siano in grado di significare almeno in parte la riuscita o la non riuscita di una scrittura. Questo è il nostro esperimento, la nostra camera di smontaggio.

 

MATERNITÀ

di Sheila Heti
traduzione di Martina Testa
Sellerio

 

DICHIARAZIONE DI POETICA O AUTO-INDULGENZA?

Avrei voluto avere il tempo di mettere insieme una visione del mondo, ma il tempo non c’era mai, e oltretutto chi ce l’aveva sembrava avercela avuta fin dalla più tenera età, non aveva cominciato a quarant’anni. L’unica cosa che si poteva cominciare a quarant’anni, lo sapevo, era la letteratura. Lì, se quando cominciavi avevi quarant’anni, si poteva dire che eri giovane. In tutto il resto io ero vecchia, le navi erano già salpate, avevano preso il largo, mentre io dovevo ancora arrivare alla spiaggia.

INTUIZIONI ORIGINALI

La cosa da fare quando si è indecisi è aspettare. Ma per quanto tempo? La prossima settimana compio trentasette anni. Per certe decisioni il tempo stringe. Come facciamo a sapere come andrà a finire per noi, trentasettenni indecise? Da un lato, la gioia dell’avere figli. Dall’altro, le tribolazioni dell’averne. Da un lato, la libertà di non averne. Dall’altro il rimpianto di non averne mai avuti: ma in fondo cos’è che ci si perde? L’amore, il figlio e tutti quei sentimenti materni di cui le madri parlano in tono così allettante sono cose che si hanno, non cose che si fanno. È la parte del fare che sembra difficile. La parte dell’avere sembra meravigliosa. Ma i figli non si hanno, si fanno.

Oggi, fra me e me, ho definito così il concetto di sentimentale: il sentimento sull’idea di un sentimento. E mi è sembrato che le mie propensioni per la maternità fossero molto legate all’idea di un sentimento sulla maternità. E come la storia che mi ha raccontato mia cugina una volta che eravamo a casa sua per la cena dello Shabbat: quella della ragazza che cucinava il pollo come lo cucinava sua madre, che a sua volta lo cucinava come faceva sua madre, cioè legandogli sempre le zampe prima di metterlo in pentola. Quando la ragazza chiede alla madre perché lega le zampe al pollo, la madre risponde: perché mia madre faceva così. Quando la ragazza va a chiedere alla nonna perché faceva così, la nonna risponde: Perché mia madre faceva così. Quando la ragazza va a chiedere alla bisnonna perché era tanto importante legare le zampe del pollo, la nonna risponde: Perché altrimenti nella pentola che avevo non c’entrava. Ecco, penso che l’idea di avere figli per me sia un po’ così: un gesto un tempo necessario che adesso è diventato sentimentale.

Mi infastidisce lo spettacolo di tutto questo riprodursi, lo vedo come un voltare le spalle ai vivi: un segno di insufficiente amore per noialtri, noi miliardi di orfani che già viviamo sulla terra. Questa gente si volta a braccia aperte verso una nuova vita, sperando di creare una felicità più grande della propria, piuttosto che occuparsi di chi è già vivo. Non è giusto, non è gentile, quando quelli che hai intorno sono tutti neonati in lacrime, eppure ecco che le mie amiche si mettono a farne altri — a farne un altro ancora! un’altra nuova luce nel mondo.

Ci sarà sempre questo o quell’altro uomo, o sua madre o suo padre, o qualche ragazza o ragazzo che si metterà di traverso, sul sentiero luminoso della sua libertà, e si adotterà da solo come figlio di questa donna, costringendola a fargli da madre. Chi sarà stavolta a metterla incinta? Chi sbucherà all’improvviso, piazzandosi davanti a lei e dicendo con un sorriso: Ciao mamma? Il mondo è pieno di persone disperate, persone sole e mezzo distrutte, persone irrisolte e bisognose con le scarpe che puzzano e sono pieni di buchi persone che ti chiedono di dargli le vitamine giuste, o che hanno bisogno dei tuoi consigli a ogni passo, o che vogliono semplicemente parlare e bersi una cosa — e che ti convincono a trasformarti nella loro madre. È difficile riconoscere questo processo, ma prima che ce ne rendiamo conto, è già avvenuto.

INTUIZIONI TRITE

No infatti. Lo sapevo. Uno prova così tante sensazioni nel corso della giornata. È evidente che non sono quelle il timone — né l’oracolo — né la cosa che dovrebbe darti la rotta nella vita, né la mappa. Anche se la tentazione c’è sempre. Qual è, sennò, una base migliore su cui stabilire la rotta? I valori?

Le ho detto: Invidio le madri perché qualunque cosa succeda hanno sempre questa persona, una cosa tutta loro. Lei ha risposto: Ma non è così. Io un tempo ce le avevo delle cose. Adesso non ho più niente. Non ho il mio lavoro… e mia figlia è una persona a sé. Non è che mi appartiene. In quel momento ho capito che era vero: sua figlia era qualcosa di separato da lei, non la possedeva né le apparteneva.

Ma avere figli non porta a destinarsi la porzione più avara in fatto di spazio e di tempo? Avere un figlio risponde all’impulso di non dare nulla a sé stesse. Trasforma tale impulso in una virtù. Nutrirsi per ultime per abnegazione, sacrificarsi negli spazi più piccoli nella speranza di essere amate: queste sono tendenze totalmente femminili. Essere virtuosamente avare verso sé stesse nella speranza di essere amate: avere figli è un modo rapido per arrivarci.

INDUGI

È un buon punto di partenza?
no
È troppo ristretto?

Posso mettercela dentro comunque, l’anima del tempo?
no
Sono autorizzata a tradirti?

Allora sarà decisamente quello uno degli argomenti del libro. Magari non avrei dovuto dire che voglio spiegarlo a me stessa ma che voglio spiegarlo agli altri. Così va meglio?
no
Forse incarnarlo invece che spiegarlo?

Mi fa male la testa. Sono stanca morta. Non mi sarei dovuta fare quel sonnellino. Ma se non mi fossi fatta quel sonnellino adesso sarei di umore anche peggiore, no?
no

Io non voglio fare altro che starmene seduta tutto il giorno a fissare un cocomero. Cullarmelo fra le braccia. Cantargli delle canzoni, portarmelo in giro. Non voglio fare altro che addormentarmi e dormire per un milione di anni. O forse voglio avere un bambino — ma con qualcuno che lo vuole veramente — lo vuole, e vuole farlo con me. Oppure scoprire se voglio davvero un figlio stando con un altro uomo e vedere che succede.

EROTISMO E MATERNITÀ

Mi è tornato in mente che dopo aver cominciato a uscire con Miles mi ero ritrovata a passeggiare da sola lungo la spiaggia, a Los Angeles, euforica all’idea che un giorno avremmo potuto avere un figlio, e quanto mi arrapava pensare a Miles con un anello al dito, che lo rendeva mio marito agli occhi del mondo, e quanto trovavo erotico immaginare di portare dentro di me un figlio, per metà suo.

A volte mi sembra che sarebbe facilissimo avere un figlio da Miles: la sua carne dentro la mia, la sua pelle profumata, pulita, liscia; quel cervello, quel cuore, mescolati coi miei. Quando ho descritto tutto questo a Erica, lei ha risposto: Non stai parlando del desiderio di avere suo figlio dentro di te. Stai parlando del desiderio del suo cazzo. 

Ho capito che era vero: quando immagino di essere incinta, è più che altro la sensazione di avere una cosa incastrata dentro di me: qualcosa di grosso, di profondo, che mi dà piacere. Probabilmente non sarebbe così. Allora lo voglio davvero un figlio, o voglio soltanto una quantità maggiore di Miles? Un figlio non è una quantità maggiore di lui. Un figlio non è il tuo compagno. E quando il figlio cresce e comincia a fare sesso con altre persone, allora in particolare non è affatto tuo.

Ultimamente, ogni volta che facciamo sesso, immagino che Miles mi venga dentro, come se volesse fare un bambino, e l’idea che abbia questa voglia mi eccita — più di qualunque altra fantasia. In passato volevo che mi dominasse sessualmente, ma negli ultimi tempi non più. Se avessi un bambino, sarei dominata dalle esigenze del bambino. Non che essere dominata dalle esigenze di un neonato sia una mia fantasia sessuale. Ma immagino comunque che Miles mi venga dentro.

DIARIO (CHE NON È) LETTERATURA?

Sono una rovina per la mia stessa vita. Come faccio a smettere di essere una  rovina per la mia stessa vita? Non è giusto rovinare quel ben di dio che è la vita. Non è giusto starmene sempre seduta qui a piangere. Correre più veloce delle lacrime, batterle sul tempo: ecco l’unica cosa che uno può fare. Battere sul tempo le lacrime, ogni giorno, come un atleta. Battere sul tempo le lacrime come una persona che ha fede. Ok, batterò sul tempo le mie lacrime e vincerò.

La sensazione del pianto ce l’avevo dentro quando mi sono svegliata, ma non ieri sera, quando ero sola. e difficile stare in mezzo alle altre persone. DA soli si percepisce l’intero universo, e non si percepisce affatto la proprio personalità. Forse è la sensazione della mia personalità che mi fa venire da piangere. Senza personalità non possono esserci lacrime. Hai anche la stessa età di tua madre quando era infelice e piangeva costantemente pure lei. Potrebbe essere una fase biologica. O potrebbe essere colpa delle scelte che hai fatto. Ieri sera hai detto che se avessi fatto un errore ti saresti perdonata. Se hai fatto un errore, hai detto che ti saresti perdonata. Mi dispiace — ti perdono — scusa — ti perdono — ti perdono — ti perdono — ti perdono. Non eri sicura di aver fatto qualcosa di male ma hai detto che ti saresti perdonata, anche se non ne eri proprio sicura.

CORPO

Stanotte, in sogno, mi guardavo le tette allo specchio. Mi penzolavano dal torace, mi arrivavano all’ombelico. Piangevo di tristezza, al vederle crollate così. Strillavo, in lacrime: Oddio quanto mi sono scese le tette! Poi le guardavo meglio, e vedevo che in ciascuna erano piantati cinque chiodi, e che in realtà non erano tette ma zoccoli, e se arrivavano così in basso era perché ci potevo camminare.

Ci si può abituare a tutto nella vita, ma che una volta al mese ti esca del sangue dalla vagina non è la fine del mondo. Penso: Non è stupido che il mio corpo l’abbia fatto di nuovo? Possibile che non impari mai? Che non capisca l’antifona? No, risponde lui, possibile che tu non la capisci?

Miles una volta mi ha detto che quando ho il ciclo sanguino meno di qualunque altra donna con cui sia stato. Con le altre donne, ogni volta che facevano sesso durante il ciclo, si ritrovava il sangue fino a metà della pancia e metà delle cosce. Con me, al massimo una macchiolina. Chissà se vuol dire che ho l’utero molto piccolo, ho commentato, la volta che mi ha detto così. Lui ha scrollato le spalle e basta. Per lui non significava niente. Eppure per un’ora sono rimasta sospesa fra l’idea di essere una donna veramente raffinata, visto che sanguino molto meno delle altre, e l’idea di non essere veramente una donna.

SCRITTURA VS FIGLI: CON MOLTA ONESTÀ

L’arte è una cosa viva? Mentre uno la fa, intendo. Viva come qualunque altro essere che definiamo vivente?

altrettanto viva quando è stampata in un libro o appesa al muro?

Allora a una donna che fa libri l’universo può anche perdonare di non aver fatto gli essere viventi che chiamiamo bambini?

Quanto mi sento aggredita quando sento che una persona ha avuto tre figli, quattro, cinque, di più ancora… Mi sembra segno di avidità, prepotenza e maleducazione: un espandersi arrogante della propria individualità. Eppure forse non sono tanto diversa da quelle persone: anch’io mi espando per tante pagine, e sogno che le mie pagine si spandano per il mondo. Mia cugina, che ha la mia età ed è molto credente, ha sei figli. E io ho sei libri. Forse non c’è tutta questa differenza fra noi, solo una leggera differenza nelle cose in cui crediamo — nelle parti di noi che ci sentiamo chiamate a espandere.

Sono convinta che mi andrebbe di vivere avventure, di respirare l’aria fresca del giorno, ma tutto ciò mi lascerebbe meno tempo per scrivere. Quando ero più giovane, scrivere mi sembrava più che abbastanza, mentre adesso mi sento una tossica, sento che mi sto perdendo il bello della vita. Non avere figli permette di scivolare nell’inedia, nell’indolenza del non far nulla se non stare di fronte a un computer a digitare parole. Mi sento una renitente alla leva rispetto all’esercito in cui tante mie amiche sono arruolate: me ne sto a ciondolare nel paese che loro stanno costruendo, imboscata dentro casa, che vigliacca.

Ricordo che quando avevo vent’anni ho visto una serie di scrittori su un palco per una tavola rotonda letteraria: erano maschie e femmine. Dicevano che ovviamente la scrittura per loro era importante, ma che i loro figli erano molto più importanti. Io sono rimasta delusa. Mi sembravano così poco seri. Non avrei mai voluto essere come loro: avere qualcosa, nella vita, di più importante della scrittura. Perché si erano fatti così del male?

Tropici: la “Manic Pixie Dream Girl” e lo sguardo maschile

I tropi narrativi sono quegli strumenti di cui si serve chi racconta una storia. Personaggi, ambientazioni, espedienti: come immagini stock, come munizioni immagazzinate in un arsenale, i tropes sono mezzi a disposizione di chi scrive, pronti sugli scaffali, strutture riconoscibili da riempire di contenuto. Qual è il confine tra tropi e cliché? Quali sono gli esempi di tropi ben dosati e quali i luoghi comuni da scardinare?

Tropo #2: Manic Pixie Dream Girl

La fatina in continuo movimento, il piccolo elfo frenetico, la ragazza dei sogni un po’ eccentrica (ma comunque aderente a dei canoni estetici ben precisi: pelle bianca, tratti occidentali, lineamenti delicati, corpo snello e aggraziato e grandi occhi espressivi), possibilmente adorabile ed energica, ma in fondo decisamente “broken”, fragile, da “aggiustare”. Il trionfo del male gaze, lo sguardo maschile, ma anche l’espressione di una scrittura che non prevede profondità né evoluzione del personaggio: una figura femminile al servizio dello sviluppo del protagonista, rigorosamente maschio (ed etero). La definizione del tropo compare per la prima volta sulla rivista di cultura pop The A.V. Club, in un pezzo firmato dal critico cinematografico Nathan Rabin:

«[…] spumeggiante e superficiale personaggio cinematografico che esiste solo nella febbrile immaginazione di sceneggiatori e registi, e ha lo scopo di insegnare a uomini pensierosi ad abbracciare la vita, le sue avventure e i suoi infiniti misteri». (Nathan Rabin, My Year Of Flops, Case File 1: Elizabethtown: The Bataan Death March of Whimsy, The A.V. Club, 25 gennaio 2007)

Rabin si riferiva, in particolare, al personaggio di Kirsten Dunst in Elizabethtown, un’assistente di volo dipinta come innamorata della vita, che fa capolino in quella di Drew -designer depresso e disilluso interpretato da Orlando Bloom-, riuscendo persino a fargli dimenticare i suoi propositi suicidi. La lista di personaggi ascrivibili a tale tipologia è lunga, spesso discussa, e comprende opere ben precedenti alla definizione stessa: si può parlare di una Manic Pixie Dream Girl ante-litteram nel caso di Audrey Hepburn in Vacanze Romane? Dante ci aveva già fornito un antenato del tropo in questione con la figura di Beatrice? L’iconica Amélie Poulain, la cui immagine sognante ha influenzato la rappresentazione romantica e romanzata della giovane donna europea (al netto di ogni cliché di matrice americana sul vecchio continente) per almeno un decennio, aveva forse una linea narrativa autonoma che non fosse al servizio di altri personaggi maschili? Clarisse McClellan, la vicina dalla “faccia luminosa come neve al chiaro di luna” che Guy Montag incontra nelle prime pagine di Fahrenheit 451, ha come unico scopo quello di insinuare il dubbio nella mente di quest’ultimo e costringerlo a ripensare la sua intera esistenza?

«“Dunque” cominciò la ragazza “ho diciassette anni e sono pazza. Mio zio dice che queste due cose vanno sempre insieme. Quando qualcuno ti chiede quanti anni hai, tu di’ sempre diciassette e che sei pazza. Non è forse una bell’ora questa, di notte, per fare due passi? Mi piace sentire l’odore delle cose, guardare come sono fatte, e alle volte resto alzata tutta la notte, a camminare e a vedere il sole che si leva”». (Ray Bradbury, Fahrenheit 451, 1953)

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Siamo dunque in presenza di una serie di caratteri riconoscibili ed etichettabili con lo stesso nome? Sì, se siamo d’accordo su un punto fondamentale: di tutti questi personaggi conosciamo solo gli elementi che riguardano, interessano e influenzano la vita del personaggio principale maschile.
Possiamo trovare tracce della Manic Pixie Dream Girl in ogni tipo di storia, dai fumetti ai video-games, dalle canzoni indie rock alle serie Tv (un capitolo a sé meriterebbe il personaggio di Jessica Day di New Girl, che porta il tropo – e lo stereotipo- all’estremo) ma si tratta di un tropo tipicamente cinematografico, se non altro per l’opportunità narrativa che il formato concede (articolata nei tre momenti: incontro sorprendente – protagonista che impara a vedere il mondo con occhi diversi – protagonista che torna alla vita con un nuovo approccio mentre la MPDG ci saluta in una nuvola di leziosità e mistero). Tra i film che maggiormente hanno contribuito a creare l’immaginario della giovane quirky problematica e completamente al servizio dell’evoluzione dell’ “eroe” è necessario citare il pur leggero e divertente Scott Pilgrim vs. the World, in cui Ramona Flowers (dall’immancabile look pop-punk e dal passato genericamente “turbolento”) si fa quasi eponimo della categoria, e La mia vita a Garden State, film del 2004 in cui a Sam, alias Natalie Portman, è affidato l’arduo compito di sorridere e salvare l’animo del giovane tormentato:

Sam: Come al solito sto parlando troppo, adesso ti lascio riempire il tuo modulo.
Andrew: Che stai ascoltando?
Sam: Gli Shins, li conosci?
Andrew: No.
Sam: Devi sentire questa canzone ti cambierà la vita, te lo giuro. Uh, scusa, devi finire di riempire il tuo modulo. Che seccatura, magari potresti sentirla mentre riempi il modulo.
Andrew: Sì sì, ce la faccio.
Sam: Sì? Ok.
Andrew: È bella, mi piace.

È possibile che in alcuni casi il tropo in questione venga utilizzato per sovvertire la narrazione e mostrare, più o meno esplicitamente, la natura stessa dello stereotipo; è ciò che accade in film come 500 giorni insieme, in cui il personaggio di Summer è visto attraverso gli occhi di Tom, occhi intrisi di cultura romantica, pronti a idealizzare l’oggetto del suo desiderio e tesi a proiettare la propria visione della donna perfetta su una ragazza -nonostante lei gli ripeta chiaramente quanto i propri desideri siano in contrasto con tale visione-, o in Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello), dove il personaggio di Clementine esplicita ciò che sta alla base del tropo:

«Troppi uomini pensano che io sia un’idea o che possa completarli o che possa riuscire a ridargli la vita. Ma io sono solo una ragazza incasinata che cerca la sua pace mentale; non farmi carico della tua». (Michel Gondry, Eternal Sunshine of the Spotless Mind, 2004)

Il trope della Manic Pixie Dream Girl, della cui diffusione Rabin stesso si è dichiarato responsabile e pentito in un articolo del 2014, si fonda su un’idea di femminilità stereotipata, gradevole e fragile, fintamente ribelle (quanto basta per incuriosire un occhio maschile abituato alla norma) ma in realtà profondamente rassicurante (quanto basta per essere considerata la donna dei sogni). Continuare a utilizzarlo senza decostruirlo, manipolarlo, ribaltarne la portata e ridefinirne la struttura equivale a portare avanti una scrittura povera, che non coglie la complessità delle relazioni e che perpetui una rappresentazione di personaggi -non solo di genere femminile- poco profondi e vicini al cliché.

Scrivere è avvicinarsi al recinto entro cui utilizzare le parole

di Enrico Macioci

Scrivo per scoprire chi sono. È sempre stato così, ma solo adesso inizio a rendermene conto. L’io è un mistero, e la scrittura uno degli strumenti che meglio riescono a sondarlo; perciò è insidiosa. Ho sempre avvertito un pericolo nell’atto di scrivere, un rischio quasi colpevole; ed ho infine capito che il rischio è di trovare me stesso. Suppongo valga per parecchi scrittori, ma siccome pochi fra noi sono disposti ad accettare ciò che potrebbero trovare se cercassero seriamente, la tentazione è prendere tempo.

Scrivere mi sembra uno dei modi più ingegnosi e originali per prendere tempo, e tuttavia non porta automaticamente a conoscersi; può anzi sortire l’effetto opposto. Parecchia narrativa è costruita e inautentica. Questa inautenticità può mascherarsi da cerebralismo o da leggerezza, ma il suono che produce è un fastidioso ronzio fasullo.
Si scrive a diversi livelli di “pressione interiore”, cioè di urgenza o necessità. Un autore attraversa varie fasi nel corso della vita. Più è presente a sé stesso, più ciò che scrive si avvicinerà alla sua verità. E se un autore trova la sua verità? Be’, immagino possa gettare la spugna.

Mi sovviene Rimbaud. Non esiste poeta che tramite la parola si sia strappato di dosso le maschere, le finzioni, le ipocrisie e gli autoinganni con la ferocia del ragazzo francese. Nessuno sconto. Scavare con le unghie sanguinanti il fondo del fondo del fondo. Durante la stesura della Stagione all’inferno urlava, imprecava, piangeva. L’intera sua opera incarna un esperimento; non è destinata alla pubblicazione ma a cambiare la vita. Rimbaud non vuole una mente più colta, vuole un’altra mente. Con gli Ultimi versi, la Saison e le Illuminazioni la ottiene, sganciandosi dalla realtà fittizia dell’ego e sporgendosi verso l’assoluto; si sente come “il moscerino inebriato al pisciatoio della locanda, innamorato della borraggine, e che un raggio dissolve.”

Dopo il dissolvimento, scrivere non si può più. C’è un recinto entro cui utilizzare le parole; Rimbaud lo ha scavalcato e, a 19 anni, ha giustamente taciuto. Parlo a lungo di Rimbaud perché, con la sua eccezione, ci mostra a mio avviso una plausibile regola. Scriviamo per avvicinarci a quel recinto. Scriviamo per spingerci un poco oltre, sempre un poco oltre (e al contempo dentro) l’esistenza ordinaria. Scriviamo per indagare il mistero che ci assedia e ci abita, ma poiché di rado tocchiamo il ruvido legno del recinto proseguiamo a scrivere. Un libro, due, cinque, dieci, venti. Proviamo a ritagliarci uno spazio e ad ampliare lo spazio in cui ci muoviamo. È un processo sia interno sia esterno: ri-definire la realtà che mi circonda per comprendere meglio la realtà che mi abita, e viceversa.

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foto di laura patrick

Su un piano più tecnico, fin da ragazzino ho scritto cose eterogenee. Ho una buona capacità mimetica ma l’ho sempre considerata un difetto, il sintomo della mancanza di una mia voce. Oggi capisco che la mia voce è nella trasformazione, e che la strada è già la mèta perché dopo la mèta non c’è più strada. Ho pubblicato finora una raccolta di racconti dallo stile secco ed economo, un romanzo-fiume dallo stile debordante, un memoir lirico e un horror metafisico. Nel mio pc giace un buon numero di romanzi inediti; ciascuno di essi segna una fase ben distinta del viaggio. Poiché non sono Rimbaud, poiché non ho il suo genio né il suo ardimento – la sua capacità di lasciarsi andare verso ciò che chiama “ignoto” – ho bisogno di più strada da percorrere.

Ci sono del resto scrittori che nascono già fatti, per così dire, e che pure continuano a camminare. Antonio Moresco esordisce tardi – a 46 anni; ma ogni sua opera ha la medesima voce e la medesima forma, benché muti la lunghezza. Nelle mille pagine de Gli increati o nelle cento de La lucina, Moresco è sempre ostinatamente sé stesso, ed è frattale: una parte ricalca il tutto. Basta leggere due righe e si capisce subito che siamo innanzi a Moresco. Anche Stephen King fu subito King, sin dall’esordio fulminante di Carrie. Anche Coetzee fu subito Coetzee, e Simenon fu subito Simenon; eccetera eccetera. Poi esaminiamo Melville: Typee, Moby Dick, Pierre, L’uomo di fiducia, Benito Cereno, Bartleby lo scrivano, Billy Budd. È sempre lui, ma non è sempre lo stesso lui. Richard Ford muta in misura abbastanza sconcertante passando dalla saga sociologica di Frank Bascombe all’intimismo di Incendi o di Rock Springs. Dostoevskij parte dalla fatua malinconia delle Notti bianche e termina con la lava dei Fratelli Karamazov – un altro mondo, proprio nel senso della direzione spirituale. Invece il Tolstoj dei Cosacchi non dista poi molto dal Tolstoj del tardo capolavoro Chadzi Murat. Il Joyce dei Dubliners e quello del Finnegans Wake sono due estranei, Proust è già tutto nel celebre incipit della Recherce.

Con ciò non sostengo che Tolstoj e Proust siano ripetitivi, o che il Dostoevskij della prima fase e il Joyce giovanile “immaturi”; si tratta in ogni caso di grandi scrittori. Affermo piuttosto (o azzardo) che per alcuni scoprirsi o compiersi risulta più rapido e naturale che per altri. Mi si potrebbe dunque chiedere: perché essi non tacciono come tacque Rimbaud? Posto che ci aggiriamo in un luogo oscuro e privo di regole fisse (certuni tacciono: Rulfo, Henry Roth, in un certo senso Salinger), le risposte “oggettive” che mi vengono in mente sono due: a) perché solo un ragazzo possiede la radicalità necessaria a un taglio così drastico e b) perché la forma/romanzo è meno drammatica e profonda della forma/poesia.

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foto di annie spratt

Io, che nel mio piccolo ho praticato entrambe le forme, posso testimoniarlo sulla mia pelle. La poesia è una folgorazione, il romanzo una costruzione; la poesia è la freccia che trafigge, il romanzo l’arco che si carica e si tende per scoccare una freccia che colpirà chissà dove e chissà chi; la poesia estrae lo spirito dalla materia, il romanzo accumula la materia intorno allo spirito. Chiamo a soccorso, in proposito, un testimone ben più importante di me: William Faulkner. Il premio Nobel americano, che esordì in qualità di (mediocre) poeta, sosteneva: chi non sa scrivere poesie si dà al racconto e chi non sa scrivere racconti si dà al romanzo. Forse non sbagliava.

Il romanzo è di gran lunga il genere più faticoso, ma appanna il nucleo da cui prende spunto, lo opacizza avvolgendolo in una serie potenzialmente infinita di strati, cosicché la luce pulsa meno forte e la si può persino fissare, almeno un po’; il romanzo si dirama, devia, esita, zigzaga, negozia. Il romanziere proroga (o inganna?) ciò che il poeta rivela. Se la poesia è un fuoco, il romanzo è la radura che sorge attorno al fuoco; al romanziere la scelta di quanto, e quando, e in che maniera avvicinarsi alle fiamme. È possibile che io abbia abbandonato la poesia in favore della prosa perché la poesia andava troppo veloce, e non tutti siamo disposti a tollerare la velocità; è possibile d’altronde che vi stia propinando una marea di stupidaggini. A mia discolpa posso solo assicurarvi che queste stupidaggini le penso sul serio.

foto di copertina di fabien bazanegue

«Non seguire i consigli di questo libro». Critica all’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori di Giulio Mozzi

di Marco Terracciano

L’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori di Giulio Mozzi sembra uno scherzo della tipografia, ma è uno dei manuali di scrittura più intelligenti che abbia mai letto. Non ne ho letti molti. Se faccio mente locale ne conto cinque, sei al massimo. Uno di questi è un altro manuale che Giulio Mozzi scrisse nel 2009, (non) Un corso di scrittura e narrazione, disponibile gratis qui. In compenso ho letto molti testi di critica letteraria che, implicitamente, offrivano preziosi consigli su come scrivere e, più spesso, su come non scrivere. Questa cosa del dare consigli su come non scrivere ha molto a che fare con l’Oracolo, che è una raccolta di massime, di aforismi, di espressioni proverbiali rivisitate lunga quattrocento pagine non numerate. Sulla pagina di destra trovate la massima – molto breve – su quella di sinistra la sua spiegazione.

Leggendo si capisce che Giulio Mozzi fa da tanti anni un lavoro di scouting letterario, che è in sostanza una persona che riceve centinaia di dattiloscritti scritti coi piedi. Lo si capisce perché la sua preoccupazione più grande – una vera preoccupazione da maestro di settore – è consigliare sconsigliando: “smettila di scrivere così, segui i miei consigli”.
Prendo una massima a caso:

I tuoi personaggi devono mangiare, dormire, pisciare, andare di corpo. Danne loro il tempo e il modo.

Come la interpreto? Mozzi si sta rivolgendo a un aspirante scrittore che ha immaginato una storia in cui i personaggi si muovono in modo troppo poco realistico, meglio: in modo troppo poco coerente con la costruzione del relativo mondo narrativo. Salti temporali improbabili, limiti spaziali inesatti, personalità stereotipate. Il tono di questa massima è lo stesso di tutte le massime dell’Oracolo, ossia un tono correttivo. Il che rende le cose ancora più interessanti perché, posto che l’esperienza di Mozzi sia abbastanza estesa da generalizzare, attraverso le sue parole è possibile tracciare il profilo dell’aspirante scrittore di oggi.
Ho capito, infatti, che l’aspirante scrittore di oggi è una persona che:

  • non ha ben chiaro cosa vuole raccontare, ma vuole farlo credere;
  • ha un’idea di stile ampollosa e barocca;
  • vuole pubblicare per una questione di prestigio, non per comunicare qualcosa a qualcuno;
  • crede che la storia si sviluppi in modo autonomo e auto evidente;
  • scrive per sé e non per il lettore.

Il fatto che mi sia reso conto, a un certo punto della lettura, della possibilità di tracciare un profilo così specifico di ciò che secondo Mozzi non dovrebbe essere uno scrittore, mi ha permesso di ‘uscire’ dal manuale. Ho ripreso fiato e spezzato un incantesimo prodigioso che, per una buona mezz’ora, mi aveva portato a credere a un’idea folle: che esiste, cioè, un solo modo di intendere la letteratura. L’Oracolo di Giulio Mozzi è scritto in un modo così persuasivo da annichilire qualsiasi forma di contro pensiero. La letteratura, la scrittura, le storie, tutto funziona esattamente come dice lui. È una raccolta di massime, certo, ma ha una coesione interna, una forma così scintillante da indurti a contemplarla incantato. Forse uno degli espedienti retorici più efficaci è proprio la trovata di inserire, di tanto in tanto, oracoli di questo tipo:

Non leggere nessun manuale di scrittura creativa.

Non seguire i consigli di questo libro.

 

Ma dietro tutte le grandi narrazioni che si impongono a prima lettura come esaustive e totalizzanti c’è un’intelligenza creativa che guarda dal buco della serratura. Quindi un punto di vista, una prospettiva. Ho cercato di afferrarlo questo punto di vista attraverso un approccio che si servisse di una delle sue massime per pensare e strutturare la recensione. Qui di seguito vi spiego come e perché.

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Piccola relazione autoriflessiva

La massima di cui mi sono servito è questa:

Dividi il tuo testo in tante scene, in ciascuna delle quali avviene qualcosa. Metti a ogni scena un titolo, dal quale si capisca esattamente che cosa avviene. Cancella tutte le scene alle quali non riesci a dare un titolo.

Un’indicazione che mi è sembrata così convincente da spingermi a dare titoli significativi a tutte (quasi tutte!) le pagine del manuale. Sono andato avanti per un po’, e man mano che procedevo mi rendevo conto che molti di essi si somigliavano, che quelli che avevo trovato erano sottotitoli, non titoli. Così ho cercato di capire quali fossero i nuclei tematici che li animavano. Riducendo tutto all’osso sono venuti alla luce quattro categorie che ho rappresentato sotto forma di hashtag: #mondo, #tensione, #stile, #etica. Quattro concetti per enucleare i movimenti portanti del libro: ogni massima rientrava, in questo modo, in uno dei quattro hashtag senza altri sforzi interpretativi.
Per spiegarmi meglio li discuterò singolarmente, ma senza escludere la loro permeabilità.

1. #mondo

Una delle fissazioni dell’aspirante scrittore di oggi è quella di voler scrivere prima di aver immaginato. Secondo Mozzi, il processo della scrittura viene sempre dopo quello dell’immaginazione. Non si può raccontare un personaggio se prima non lo si è immaginato in tutti i suoi dettagli significativi; non si può descrivere una casa se non se ne conoscono l’ubicazione, la metratura, il numero di stanze, lo stile dell’arredamento; non si può collocare una storia nel tempo senza averne prima misurato le ore e i minuti. L’idea di fondo è espressa con questa massima, ed è inequivocabile:

Le narrazioni non imitano il mondo: lo inventano.

Lo scrittore ideale deve rimboccarsi le maniche e dare forma al proprio mondo, inventarne le leggi che lo regolano, esplorarne i confini e mapparlo con perseveranza. È in queste operazioni che sta il senso della letteratura, la scrittura è uno strumento che va gestito ed è più orpello che scandaglio. Così l’Oracolo sentenzia:

Quando, in quale negozio, a quale prezzo, in compagnia di chi eccetera, è stata acquistata la camicia che il tuo personaggio indossa?

Considera gli effetti del passare del tempo.

Gli alberi non esistono: esistono i pini, i frassini, le querce, i pioppi, le betulle, i lecci, i noci, gli abeti, i ciliegi, i tassi eccetera.

2. #tensione

La prima massima che ho intitolato con questo hashtag è:

Assegna a ciascun personaggio un ostacolo che non è in grado di superare. Almeno in apparenza.

Perché tensione? Un’altra grande fissazione dell’aspirante scrittore di oggi è quella di dire la storia senza raccontarla. Dire la storia significa fare un elenco di situazioni, raccontarla, invece, è mettere le situazioni in relazione. Non solo. Mettere le situazioni in relazione in modo da consentirne l’interpretazione e la risignificazione da parte di terzi. In altre parole, considerare il lettore, trattarlo come un estraneo di cui bisogna guadagnarsi la fiducia. Come si guadagna la fiducia? Suscitando interesse, creando le condizioni per stabilire un rapporto di desiderio reciproco. Sembra il prontuario della relazione amorosa, e in parte lo è perché autore-testo-lettore è un triangolo degno di Uomini e Donne.

Quello che però Mozzi sembra dirci è che questo tipo di rapporto ha più a che fare col corteggiamento selvaggio che col desiderio di stare insieme per tutta la vita: un buon autore dovrebbe leggere l’Histoire de ma vie di Casanova piuttosto che David Copperfield.
Creare tensione è il principio su cui si basa la rigenerazione millenaria del patto narrativo, l’abilità retorica che ha reso l’uomo un animale affamato di storie. Una iena, non uno scoiattolo. Nella prospettiva di Mozzi, tutto ciò si ottiene sottraendo informazioni. Così l’Oracolo sentenzia:

Prova a nascondere al lettore un’informazione. Una sola. Quella che dà la chiave a tutto.

Deludi le aspettative scontate. Però ricordati di suscitarle.

Dove sta per accadere qualcosa, inserisci una divagazione.

La tua storia non deve piacere, deve illudere.

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3. #stile

A proposito di sottrazione, l’Oracolo è costellato di massime di questo tipo:

Togli una parola a ogni frase del tuo testo.

Togli dal romanzo tutti gli aggettivi; poi, senza guardare il testo di partenza, rimetticeli. Fa’ lo stesso con la punteggiatura, con gli avverbi eccetera.

Riassumi il tuo romanzo in due cartelle. Poi in una. Poi in mezza. Poi in un quarto. Poi in una sola frase. Se la storia conserva il suo interesse, probabilmente è una buona storia.

Rileggi ogni frase che hai scritto, e domandati: si può dire la stessa cosa con meno parole? Si può dire la stessa cosa in modo più evidente? Si può dire la stessa cosa con più precisione?

«Togli una parola», «togli gli aggettivi», «riassumi in una frase», «si può dire con meno parole» ecc. Mozzi ha una missione, è evidente, ed è quella di convincere l’aspirante scrittore dell’inutilità e dell’ingenuità dello stile fine a sé stesso. Non si scrive per scrivere bene, ma per mettere le parole al servizio della propria storia.
Qui emerge chiaramente la permeabilità delle categorie, perché chi riduce la propria lingua ha l’obiettivo implicito di far emergere il mondo, ma ridurre sottraendo elementi è anche un modo per creare vuoti di significato, disseminare assenze per suscitare nel lettore il desiderio di saperne di più. La tensione nasce sempre dal dislivello tra chi ne sa di più e chi ne sa di meno (pensate al principio fisico dei vasi comunicanti, o alla definizione di tensione elettrica come risultato di una differenza di potenziale).

4. #etica

Nel trentaduesimo volume della Storia d’Italia di Indro Montanelli – intitolato Gli anni della Destra e dedicato alle vicende politiche della prima Italia post-unitaria – c’è una riflessione sulla natura della lingua italiana. Nel 1861 diverse inchieste confermarono che gli italiani erano in gran parte analfabeti e «appunto perché non sapevano leggere, erano rimasti sordi agli appelli di Mazzini, e il Risorgimento era rimasto l’isolata iniziativa di una piccola élite». Cosa si tentò di fare per risolvere questa situazione? Per prima cosa, trovare una lingua comune tra élite e popolo, un italiano medio largamente accessibile. Bisognava costruire un modo nuovo di pensare, riconfigurare lo spirito di un popolo che aveva decine di tradizioni linguistiche diverse. Il risultato, secondo Montanelli, fu un disastro dal punto di vista etico:

La diatriba era destinata a continuare ben oltre l’Unità, ma provocava intanto questa nefasta conseguenza: che gli italiani sempre più si abituavano a preoccuparsi meno di cosa dicevano che di come lo dicevano. Questo assillo dello “stile” fine a se stesso, del bell’eloquio per il bell’eloquio, ci ha regalato una lunga dinastia d’inutili calligrafi e retori.

È un dibattito ancora molto aperto, centrale anche in uno dei testi di critica letteraria più importanti della nostra tradizione: la Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis. L’Oracolo, implicitamente, ne dà un contributo operativo. La sua attenzione correttiva conferma questo collegamento tra etica e stile: l’ampollosità delle narrazioni è la conseguenza di un vuoto etico. Quella dell’aspirante scrittore è, nella prospettiva di Mozzi, una strategia di compensazione:

Pensi davvero di saperla abbastanza lunga per raccontare questa storia?

Oppure:

Domandati se la tua storia è utile alla vita. Se non sai risponderti, rinuncia.

E ancora:

Non puntare al massimo: punta al massimo delle tue possibilità.

Non pensare alla Letteratura.

Concludo: non fidatevi di quello che dice la prefazione, l’Oracolo manuale per scrittrici e scrittori di Giulio Mozzi, se aperto a caso, non risolverà i vostri problemi di scrittura. Vi metterà in crisi, ma lo farà in modo creativo e contro intuitivo, e questo è il meglio che possiate aspettarvi da un manuale di scrittura creativa.

La fine non è mai certa: serie tv senza finali o dai finali memorabili

di Chiara M. Coscia

Nell’universo della serialità televisiva, viviamo in un tempo di inizi. Iniziano serie nuove, miniserie, formati sperimentali, tutto comincia e vive in un continuum che spesso non si articola più nell’anno in anno ma nell’adesso e poi chissà quando. Le stagioni si susseguono senza necessariamente essere posizionate in un rapporto di continuità regolarmente scandita. Le serie continuano, continuano, continuano, e accade, spesso, che non “finiscano”, per diminuito interesse del pubblico e rientro del network, ma che vengano piuttosto tagliate in corso d’opera, monche senza la concessione di dignità di un “finale”. Questa sospensione è probabilmente la forma più diffusa di fine a cui vanno incontro la maggior parte delle serie TV, per esempio Sense 8, sospesa per via dell’enorme costo di produzione, e che solo grazie al suo successo tra i fan più accaniti ha ottenuto un episodio conclusivo. A questa interruzione in corso d’opera si affianca una forma di wrap-up affrettato e non programmato, che lascia sufficiente margine di apertura per possibili ripescaggi (vedi alla voce Twin Peaks), ma che dà comunque un minimo senso di chiusura, quanto meno alla stagione in corso.

A intervenire nella “vita” di una storia televisiva sono talmente tanti fattori che ben poco hanno a che fare con la storia in sé, che può succedere che una serie venga portata avanti pressoché all’infinito (Grey’s Anatomy) perché al network non converrebbe affatto concluderla, e quindi anche la sua scrittura cambia in funzione di questa riproducibilità ininterrotta. Oppure può anche succedere, fenomeno molto comune in epoca Netflix, che una storia con un finale perfetto (penso a tante possibili mini serie che sarebbero state ottime così, tipo The end of the f***g world, o Thirteen reasons why) venga poi rinnovata per via del suo successo, correndo il rischio narrativo di impoverire la struttura generale della storia. Insomma, sono relativamente poche le serie a cui è concessa una degna conclusione.

Tuttavia, il finale di serie programmato e pianificato come tale a volte arriva, e in questo maggio 2019, è argomento caldo, perché a finire è stata una delle serie più grandi (in dimensioni diverse, e da qualsiasi lato la si guardi) di tutti i tempi. Comincio facendo ammenda: Game of Thrones è finita da poco, troppo poco perché io personalmente riesca a osservarla con totale obiettività ed essere certa che i miei pensieri a riguardo siano proprio tutti miei. Ecco perché, nel mio scorso articolo, ho scelto di parlare di personaggi secondari, due dei quali già defunti al momento della stesura, e uno in procinto di. Sul finale di serie di Benioff e Weiss l’unica cosa che mi sento di dire ora è che avrei voluto di più. Più episodi, più minuti, più stagioni (gli ultimi tre episodi potevano tranquillamente bastare per un’intera Season 9), e soprattutto più Daenerys. Ma, come giustamente scrive uno dei pochi maschi bianchi che ancora considero mio maestro, Stephen King, non vorremo mai che le cose belle finiscano, eppure lo fanno.

È chiaro che i finali sono un terreno complicato, uno dei rischi più banali è arrivarci troppo in fretta, o troppo tardi, o giocarne con l’apertura/chiusura in maniera sciatta e poco attenta. Si cerca una completezza, dal finale, ma che non sia eccessivamente retorica, una chiusura che lasci spazio all’immaginazione dell’eternità della storia, che va avanti anche senza di noi. Vogliamo qualcosa che ci renda soddisfatti, ci emozioni e ci commuova. Ecco quindi una lista più o meno argomentata di quei finali di serie drama che salgono sul podio dei Best of, quelle serie che un finale, degno di questo nome, lo hanno avuto, con tanto di appropriata sottolineatura musicale.

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Breaking Bad – “Guess I got what I deserved”

C’è poco da dire ancora sul finale di una delle serie più magistralmente scritte di sempre. Quello di Breaking Bad è il finale “perfetto”, non in termini assoluti ovviamente, ma relativi allo spettatore. Una conclusione intensa, coerente e soddisfacente per tutti i fan della serie, che è cominciata da ben due episodi prima del finale, per darci tutto il tempo di gestire il lutto. Il climax, infatti, arriva con l’episodio “Ozymandias”, l’indimenticabile e dolorosissima morte di Hank, il confronto con Jesse, la fuga con la piccola Holly. Heisemberg esce di scena, in un certo senso vittorioso, e resta Walter White, che fa quello che sappiamo avrebbe fatto dal primissimo episodio della serie: morire. Un finale, certo, non del tutto inaspettato ma comunque sorprendente, emozionante e splendidamente elaborato.

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The Wire – “Keep the devil way down in the hole”

A Baltimora, tutto sommato, non è cambiato nulla. Nel finale riecheggiano le stesse domande senza risposta su cui si sono mossi tutti i personaggi che hanno provato a cambiare le cose nella città, domande sulla natura del potere, della giustizia, e di ciò che le persone sono capaci di fare quando occupano delle posizioni molto precise. Ma il tessuto urbano è un animale che vive di vita propria.
Il finale amaro di The Wire arriva a mettere insieme tutti i fili del sistema urbano di interrelazioni che si sostengono e si autoalimentano l’una con l’altra (la politica, la criminalità, la polizia, la stampa) tutto finalizzato al mantenimento dello status quo. La carrellata finale sui personaggi che abbiamo seguito in cinque stagioni ci rincuora o ci rammarica, a seconda del caso. La città, tuttavia, protagonista assoluta dello show, non ne esce affatto vincente.

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Mad Men – “It’s the real thing what the world wants today”

Tra le cose per cui abbiamo amato MadMen c’è di sicuro il fatto che ci ha raccontato delle storie sullo sfondo della Storia. Abbiamo visto i nostri protagonisti scalciare contro le trasformazioni epocali di quei decenni, trascinandosi dietro la rappresentazione degli Anni Cinquanta, con i suoi ruoli incapsulati e le dinamiche asfissianti. Quel senso di casa, di nostalgia, di riconoscimento per un immaginario, più che per un reale passato, una raffigurazione attraverso gli oggetti, i consumi, le ambientazioni in relazione dialettica e narrativa, più che reale, con il presente, si è man mano sgretolato insieme alla capacità di Dick Whitman di stare dentro Don Draper.
Lo sapevamo dal primo istante del primo episodio, da quella iconica sigla d’apertura, che Don Draper, però, sarebbe atterrato sul morbido. Dopo averne osservato una devastante e progressiva caduta come essere umano, per tutta la serie, alla fine a restare in piedi è il creativo, il suo talento, la sua unica imprescindibile dote, the real thing.

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I Soprano – “Oh, the movie never ends, it goes on and on and on”

Qualche giorno fa ho letto un commento che mi ha divertita moltissimo sul finale de I Soprano che faceva più meno così: “Ho una cosa da dire sul finale de I Soprano, ed è”. Questa battuta secondo me racchiude perfettamente il senso di frustrazione che molti hanno provato sullo schermo nero – dieci secondi di schermo nero, una scelta narrativa precisissima che per molti è stata scambiata da un’interruzione di segnale – che si chiude su Tony Soprano. Eppure siamo di fronte a un miracolo di scrittura televisiva. Ebbene sì, sono del partito del sì. Per me quei cinque minuti finali sono i cinque minuti più intensi di tutta la serie.

Ricordo pochi momenti così nitidamente come Tony che sposta lo sguardo dal menù alla porta, le persone nel locale, la tensione che si somma a ogni ingresso, l’uomo con la giacca con cui avviene lo scambio di sguardi su cui tanto è stato scritto e ipotizzato, e soprattuto quello stacco, quei dieci secondi di nero, subito dopo quel “Don’t stop”. Credo che nessuno di noi avesse mai pensato di potersi emozionare su “Don’t Stop Believin’” dei Journey, eppure adesso è pelle d’oca ogni volta che parte l’attacco. Il finale de I Soprano è l’essenza assoluta del finale aperto, si interrompe così, bruscamente, mentre in cuor nostro gli imploriamo “Don’t stop”. Moltissime teorie si sono sommate, Wikipedia dedica un intera sezione alle più accreditate. La mia personale lettura è che non importa cosa succede e cosa sarebbe successo.

In un momento di fisica quantistica in cui, in quei dieci secondi, sono tutti contemporaneamente vivi e morti per sempre, quella che abbiamo visto è semplicemente una storia su cui a un certo punto si è spenta la luce. Non è Tony Soprano ad essere finito, non è il personaggio a concludersi, né la sua storia, bensì il nostro sguardo, il nostro viaggio, la nostra esperienza di spettatori. A riempire quei minuti c’è un’angoscia che si costruisce inquadratura dopo inquadratura, a volerci ricordare che la storia che stiamo guardando non è soltanto una storia di criminalità quanto prima di tutto la vita di un uomo afflitto da un vuoto esistenziale, abituato a vivere in costante stato d’allerta. E così siamo noi spettatori, alla fine, in allerta, imbevuti di una duplice tensione: cosa è appena capitato a Tony, e cosa sta capitando a noi.

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Lost – (che è Lost, e ha la sua musica strappacuore)

Il finale che più ha fatto parlare di sé, quello da cui molti di noi ancora non si sono ripresi. Un momento di tristezza acuta nei confronti di una storia che ha messo su una complessità e molteplicità di livelli narrativi da rivelarsi impossibile da chiudere. E infatti Lost è lost, un universo dal peso epistemologico infinito, un cronotopo senza possibilità di disinnesco in cui l’unica cosa che davvero, infine, ci risulta intellegibile sono le vite dei personaggi che abbiamo amato per sei stagioni.
Le domande che abbiamo, quel vuoto ancora pieno di dubbi, sono le domande di Jack a Christian alla fine. Dove siamo? Dove andiamo? Perché? Quando Christian dice a Jack che siamo lì per “ricordare e farcene una ragione”, possiamo solo piangere e ridere contemporaneamente, in questa sospensione nell’impossibilità di rassegnarci (come Jack) che la nostra fede nei personaggi ha vinto sul nostro desiderio di conoscenza, e che solo così possiamo andare avanti e abbandonarci all’abbraccio del saluto a questi volti che amiamo.

Il Grand Tour dell’editoria. “Risvolti di copertina: viaggio in 14 case editrici italiane”

Risvolti di copertina di Cristina Taglietti (Bari, Laterza 2019) è esattamente ciò che dice di essere nel didascalico sottotitolo: un viaggio in 14 case editrici italiane.
Il libro attraversa non solo l’Italia geografica – si va dalla Sicilia di Sellerio alla Roma di e/o e L’orma; dalla Firenze di Giunti alla Bologna del Mulino e di Zanichelli; dalla Torino di Einaudi alla Milano di Bao, il Castoro, NN, La nave di Teseo, Feltrinelli, Mondadori, GeMS – ma attraversa anche un panorama editoriale radicalmente cambiato negli ultimi anni tra fusioni, smembramenti, chiusure e nuove nascite, e si sofferma su case editrice “significative per la storia che hanno alle spalle, per l’identità che incarnano, per il modello imprenditoriale che hanno sposato, per la personalità di chi le guida o per il cambiamento che hanno saputo rappresentare”.

Tra case editrici indipendenti e grandi gruppi editoriali, nuovissime e storiche, di narrativa, saggistica o scolastica Taglietti – in questo primo volume di altri che arriveranno – chiacchiera con e si fa raccontare da editori, direttori di collana o amministratori delegati cosa voglia dire “fare i libri” oggi, soprattutto da parte di chi nel mondo digitale ci è (editorialmente) nato e chi vi si è dovuto adattare (con differenti soluzioni: e/o che chiude i ponti con Amazon; Giunti che decide invece di diventare distributore del Kindle).

Alla lettura viene fuori una editoria che nelle ovvie diversità di struttura e grandezza – dal piccolo appartamento romano, alla villa di campagna fiorentina, al palazzone in vetro milanese; dagli economici “Pacchetti” di L’orma editore, da chiudere, affrancare e spedire, al monstrum giuntiano delle opere facsimilari di Leonardo da Vinci i cui prezzi di copertina arrivano anche a 45-50mila euro – presenta altresì curiose e a volte inaspettate contiguità (per quanto ovviamente il campione non possa essere rappresentativo) tra case editrici molto diverse fra loro, come per esempio la tendenza a esternalizzare il lavoro in misura minore rispetto a qualche anno fa, concentrandolo il più possibile all’interno della casa editrice (nelle piccole si passa da un minimo di cinque a un massimo di quindici dipendenti – della cui contrattualizzazione si conosce solo quella di BAO Publishing: tutti a tempo indeterminato), sì da avere maggiormente sotto controllo tutta la filiera della produzione. Contraltare a questa “chiusura” è il concetto espresso da più parti di apertura e trasparenza sul luogo di lavoro: se in alcuni casi gli uffici sono veri e propri open space (Feltrinelli, Mondadori), in altri ci sono pareti di vetro a dividere gli ambienti (La nave di Teseo) o molto più semplicemente si lasciano aperte le porte affinché le idee e le proposte circolino più liberamente (il che, indubbiamente, va in contraddizione con un lavoro che la vulgata vorrebbe fatto di silenzi e concentrazione).

Nelle sue esplorazioni, Taglietti non lascia da parte dati, fatti storici e racconti arricchendo la narrazione di curiosità. Il rischio che un libro eterogeneo come questo corre è di suscitare un interesse altalenante nel lettore, più orientato magari, per indole e simpatia, ad alcune realtà editoriali piuttosto che ad altre.
Risvolti di copertine evita il problema grazie a uno sguardo attento su ciò che sta dietro alla sigla editoriale, concentrando l’attenzione sul “fare editoriale”, sulla cura del libro a prescindere dalle sue diverse declinazioni commerciali. Inoltre, riesce a unire il gusto per l’aneddoto (i centomila volumi che Renata Gorgani si ritrovò inaspettatamente in cortile dopo aver acquistato il Castoro) alla notazione di colore (la fugace apparizione del signor Ajello, novantenne lettore selleriano che occupa una stanza all’ingresso della sede, tratteggia un moderno ma ben più partecipativo Bartleby), alla registrazione precisa dei dati (numero dipendenti, copie stampate, organigrammi) a curiosità varie (L’orma stava per chiamarmi Portbou, nome della cittadina in cui si suicidò Walter Benjamin).

È possibile che alcuni troveranno nel testo anche cocenti delusioni, come per esempio scoprire che le leggendarie riunioni del mercoledì dell’Einaudi sono state abolite nel 2004 e vivono ormai solo nei ricordi di chi vi ha preso parte e nelle personali e nostalgiche mitologie di chi avrebbe voluto prendervi parte. (Tra l’altro, sarà forse sintomatico di questi tempi iperdigitalizzati e connessi, ma sembra che “le riunioni” non siano molto ben viste o tenute di conto. Escludendo e/o – dove fanno “moltissime riunioni” –, il Mulino – ogni martedì – e la Feltrinelli, si va poi da quella settimanale “che spesso salta”, L’orma, al considerarle “diseducative”, La nave di Teseo).

Risvolti di copertine è un libro che individua il suo ipotetico lettore in chi, a vario titolo, nutre una più o meno sana passione o un semplice interesse per il mondo editoriale: chi già lavora in editoria può scoprire curiosità fino ad allora sconosciute; chi vorrebbe lavorare in editoria può capire “cos’è” lavorare in casa editrice; chi vuole scrivere può invece scoprire quali sono i modi migliori per presentare un manoscritto (si va dal classico invio per email – ma Sellerio ha un occhio di riguardo per il plico cartaceo – a nuove e moderne modalità come nel caso di Eugenia Dubini di NN contattata da Alessio Forgione su Instagram).
Tra collane storiche, appartamenti mansardati, corse in scooter, arredamenti in comodato d’uso (lèggere per credere), rivoluzioni più o meno indolori, successi e fallimenti, Taglietti lascia a fine lettura il lettore a rigirarsi in mano un testo utile e godibile.
Non resta che aspettare gli altri.

Perché Apnea? Il laboratorio di editing che esiste perché non c’era

Il nuovo programma di Apnea laboratorio di editing è quasi pronto (qui quello appena concluso) e come sempre la sua costruzione scandisce i giorni che mancano all’estate. Di solito li trascorro tra innocui mal di testa e incroci di date, scelta dei temi, mail e accordi con gli specialissimi ospiti esterni che arricchiscono il percorso fin dalla prima edizione. Stavolta sono una vera e propria compagnia che pian piano mi tira fuori da un inverno lungo e impegnativo segnato da una brutta esperienza e una noiosa convalescenza.

L’umore e la stanchezza mi portano a ricordare come ho cominciato a fare quello che faccio: come ho superato il disfattismo apocalittico di chi, dopo aver finto di credere in me per molti anni, ha sentenziato che non c’era spazio nel mondo editoriale per una formazione atipica come la mia (non universitaria, non stagistica) e come sono invece approdata a smentire le nefaste previsioni aprendo un’agenzia letteraria insieme a due maestri d’armi del campo e conquistando un ruolo riconosciuto e visibile.

L’ho fatto perché sono passata da qui: da Apnea laboratorio di editing. Mi sono detta, cioè, che invece di inviare curriculum e presentarmi come l’ultima delle risorse per brevi partecipazioni a corsi altrui avrei progettato il percorso che porta dalla lettura per piacere alla lettura professionale così come lo vedevo io, così come l’ho intrapreso io. È piaciuto a tanti: ai corsisti che in questi primi tre anni hanno deciso di frequentarlo e ai professionisti che hanno partecipato, ne hanno letto, o hanno scelto di consigliarlo. Ne sono felicissima e grata.

L’editing s’impara facendolo. Quando ho capito che avrei voluto fare questo mestiere, ho cercato ovunque qualcuno che mi aprisse le porte del proprio metodo: mi facesse vedere come si lavora a una storia. Non l’ho trovato. Solo sbrigativi workshop di un fine settimana o corsi multidisciplinari sui “mestieri dell’editoria”. Quello che cercavo io era invece vedere un romanzo crescere dalla prima stesura fino alla dignità di presentazione alle case editrici e insieme imparare a riconoscere la forza e la debolezza che ci sono in ogni storia. Se Apnea esiste e ha questa forma qui è perché, quando avrei voluto frequentarlo io, non c’era.