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La festa

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ’20/’21 poi dalla nostra redazione, ne sono infine stati scelti 13 per la pubblicazione. Questo è il sesto, lo ha scritto Niccolò Amelii e ha richiesto poche correzioni, a cura della corsista di Apnea Fiore Suozzo e della redazione.


A una festa si mangia, si beve, si fuma e soprattutto si parla d’arte, di musica, di letteratura. Il racconto è un esercizio di stile nel quale la forma attraverso la narrazione riesce a farsi sostanza e a mettere in scena efficacemente un chiacchiericcio frammentario in cui il susseguirsi delle citazioni e lo sfoggio di cultura rivelano il disorientamento e la pochezza di chi vi si aggrappa.


di Niccolò Amelii

Quando arrivo è già tardi eppure il banchetto è ancora pieno di stuzzichini e sciroppini e salsine e il chiacchiericcio smodato e cicaleggiante come fossimo nel bel mezzo di un brunch agostano tra la spiaggia e il lido. Gruppetti misti qua e là, alcuni sparpagliati intorno a un tavolino tondo di mogano al centro della stanza, altri abbarbicati in veranda, altri ancora nel tinello, gente che gioca a carte tra divano e poltrona nel salotto contiguo scommettendo sigari e casse di champagne, dal balcone riecheggiano urla e vaniloqui spropositati. 

Vedo Elmo e Renato seduti sulla scala che fumano e farfugliano armoniosamente, solite camicette azzurro chiaro, seta e trasparenze, giacche appese chissà dove, appena mi scorgono accennano un saluto rapido di mento e sopracciglio, ricambio con la medesima nonchalance. Mi inoltro verso l’interno della casa per osservare e farmi osservare, a passo sicuro svolto angoli la cui collocazione topografica ho ripassato a mente prima di entrare e mi imbatto in amici, nemici e semplici conoscenze. Ci sono Tonio, Alessandro, Matilde, Elisa gigioneggia col giradischi e due vinili di Brubeck, ma in realtà altro che Take Five, a vibrare in sottofondo è una bossa nova light, poco sperimentale e molto soft, le cui note provengono dallo stereo ultimo modello che si erge nel salone attiguo, tra un ficus sempreverde e un Sironi quasi-metafisico. Armando mi ronza intorno e mi chiede se va tutto bene, scortandomi al tavolinetto dei drink, whisky Bushmills invecchiato dieci anni con tre cubetti di ghiaccio, per ora basta e avanza, due tartine al salmone, davvero ottime mi assicura e vorrei tanto poterlo smentire, me ne libero con difficoltà e salgo sul soppalco, facendomi strada a fatica tra Aurelie, Germani e Costanze, palpeggiamenti innocui (finora) e racconti di gite al lago (la prossima volta devi assolutamente venire, andare in barca al tramonto è troppo romantico!) o di viaggi in Grecia (un’isoletta disabitata, ci credi? Solo noi e il nostro accompagnatore spartano!).

Mi giunge finalmente alle orecchie la sua voce, fioco sentore di lettere vellutate, e invero non desideravo altro, eppure come sempre la trovo pensosa, seduta con le gambe allungate su una poltroncina imbottita rosa pesca mentre rimescola il cocktail fruttato e annacquato e la confusione intorno non sembra nemmeno sfiorarla, o semplicemente sta ad ascoltare inebetita i discorsi pomposi e pieni di esclamativi retorici della tal dei tali figlia del commendatore e nipotina della baronessa, a cui risponde con monosillabi poco accentati giusto per apparire viva e ancora falsamente interessata alla conversazione. 

Indossa un tubino nero plissettato (avrà riletto Ovidio nel pomeriggio? Forse Pessoa?), che pare essere stato confezionato dalle sarte della Bauhaus. Quando mi vede s’alza immediatamente, più per la gioia di poter troncare l’ennesimo ricordo d’infanzia della biondina che per la mia reale e tangibile presenza e mi viene incontro festosa e poi mi bacia due volte sulle guance e mi afferra la mano e mi dice era ora, finalmente!, pensavo non saresti più venuto e forse avresti fatto bene e adesso la parola sembra esserle tornata e non smette più, ma non potevi fare questo a Carlo, tiene molto a te, a proposito chissà dov’è, dobbiamo trovarlo, sarà così contento di vederti, qui per trequarti è una noia mortale, magari tra un’ora scappiamo giù in città, forse c’è ancora tempo per buttarci in ambienti meno soporiferi e io che le dico sì sì sì Sofia sì ti ascolto e sì dimmi tutto quello che vuoi e Carlo sì davvero Carlo dov’è, a discettare dall’alto del suo scranno in tre lingue contemporaneamente o a ungere i fedeli del sacro fuoco della sua penna, recitando versi mallarmeiani o descrivendo gli ultimi giri di giostra al Prater insieme al noto cronista mondano e mai avrei immaginato che fosse così simpatico e disponibile. Quelle joie de vivre! 

E invece no, Carlo fa avanti e dietro frenetico dalla cantina per rifornire i commensali di vino e salumi, lo intercettiamo con un pezzo di capocollo nella mano destra e una bottiglia di Borgogna nella sinistra e ci sorride come a dire non è colpa mia, questi mi svuoteranno la dispensa. Poi poggia la refurtiva sul primo tavolinetto utile e mi abbraccia, hallelujah vecchio mio! (vecchio?). Aspettavo solo te, come stai? È da parecchio che non ci vediamo, spero tu ti stia divertendo e tante altre smancerie, il resoconto della serata, chi c’è chi non c’è, chi se n’è andato, chi parla con chi, chi insulta chi, Magda ha vomitato mezz’ora dopo essere arrivata e si è fatta venire a prendere dal padre, i più cattivi dicono sia incinta, l’amante una sua vecchia conoscenza romana, ma io non presto ascolto a simili sciocchezze. 

Gli dico ridendo non sarebbe meglio Miles in sottofondo? Sì, dovrei avere da qualche parte il vinile di Sketches of Spain fa lui, ma sembra ignorare il mio consiglio spassionato. Con Sofia a fianco che si è fatta più reticente ora raggiungiamo la tavolata centrale, quella dei capi partito. 

Marco morsicchia il suo solito cigarillo alla vaniglia e guarda in alto, Tancredi pulisce gli occhialetti tondi in montatura di tartaruga con la tovaglia (se lo vedesse sua madre!), Crizia contempla con ostinazione Raimondo e sbuffa, sbattendo rapidamente le palpebre per attirare la sua attenzione, ma sta pensando sicuramente a Lorenzo. 

Mi riempio nuovamente il bicchiere e trovo posto a capotavola vicino a Leopoldo, Sofia è rimasta impelagata al buffet in un’altra conversazione tutta egoriferita con un cavaliere di Provenza a cui non ho avuto il coraggio di strapparla via, con sguardo tramortito mi ha sussurrato ti raggiungo dopo. Già so che non lo farà, a lei in fondo tutto questo non interessa, partecipa solamente per sentirsi parte di qualcosa, puro spirito di gregarismo. Carlo mi segue e si siede anche lui, caccia fuori due sigarette e me ne accende una, lo ringrazio con un cenno del viso, beve scotch e soda, siam banali entrambi. Voglio proprio sentire di che si parla e anche se in cuor mio so già benissimo qual è l’argomento di discussione mi godo la sensazione di stanchezza brilla che mi pervade, aizzo le orecchie e chiedo a Carlo un’altra sigaretta, sorridendo pacatamente ai presenti lì assiepati. Il Grande Romanzo Italiano dov’è? E come poteva essere altrimenti, non si parla d’altro quest’anno, nei bar e negli stadi, nei circoli e nelle balere, ai crocicchi delle strade, perfino nei ministeri mi hanno confessato in un’osteria di via Frattina. E ciascuno vuole dire la sua, tra prediche morali, comizi politici, ouverture estetiche e previsioni catastrofiche, la morte del romanzo e la morte della poesia e la morte della società e sorrido di nascosto (pare che Carlo mi spii) guardando Marco e Tancredi scaldarsi tanto, l’Italia non ha mai avuto il romanzo-saggio dimmi tu perché? Forse l’amato sentimentalismo dei petit bourgeois l’ha impedito? Oui oui

Qui il modernismo non è mai stato di moda né tra il pubblico né tra gli accademici e i critici sostengono ancora che Pirandello è decadente. Decadente? Con buona pace di D’annunzio e Fogazzaro, loro sì più decadenti della decadenza. 

Ma se la critica è cieca, che colpa ne abbiamo noi? Svevo è un autore europeo, mitteleuropeo e solo dopo triestino, meno talento di Joyce, sicuramente, ma forse persino anticipatore della tendenza psicologista? Che ne pensi? E li sento nominare Musil svariate volte, grande meraviglioso Musil, per carità! La Vienna di inizio Novecento che coacervo di genialità, alla fine dell’Impero la luce luminosa di un’arte impareggiabile, l’Impero e non la provincia! Forse hanno ragione, ma parlano pour parler e a stento conoscono Kraus, Hofmannsthal e Broch, mentre ignorano di certo Altenberg. Sì, ovviamente Klimt, Schiele e la secessione, poi Freud, Jung e la dodecafonica, vorrei tanto sapere quanto Schönberg circoli a casa loro, dato che i genitori sono rimasti al massimo a Brahms, con tutto il dovuto rispetto per l’esimio Brahms. E come si poteva scrivere un romanzo di duemila pagine sull’Anima e lo Spirito e la Scienza nei salotti foderati di via del Corso, tra un’anisetta e un miagolio del gatto? Allora fai il pieno dell’intrigo sordido, della scampagnata galeotta, dei detti popolari e dell’idioma un po’ sornione, dei tradimenti nel chiaroscuro della stanza e dei balli poco eleganti (in confronto a quelli parigini?) a cui si partecipa per mondanità e apparenza, tra comari e vecchi ufficiali. Goditi lo scambio d’identità e le intenzioni frustrate, la crisi di coscienza, il denaro scialacquato e il fucile che non spara mai. 

Racconti e affreschi agresti, amori e ménage, la sarta e la bottega, e mai l’Etereo o l’Empireo, e adesso dove lo recuperiamo più? E i laboratori linguistici, i flussi di coscienza e i monologhi interiori ininterrotti per settanta pagine? Figurati, you’re crazy, accontentati di una buona traduzione, difficile da trovare anche quella. E il sanatorio? Non c’è nessuno che abbia bisogno di una bella vacanza in alta montagna? Peccato che a Venezia sia morto un tedesco (o austriaco?) e non un autoctono. E la gita al faro? E Alexanderplatz? Anche il surrealismo l’abbiamo saltato a piè pari, ce la vedi Nadja a vagare per Milano, Torino, magari Firenze? A Palermo perché no?, suggerisce Elmo tra il serio e il faceto. La Kalsa come Montmartre. Ci arresteranno per esterofilia aggravata ridacchia Renato. 

Tutte queste domande mi hanno fatto venire di nuovo sete, altro giro di whisky, Carlo si è già alzato perché è ancora il padrone di casa e dunque le carinerie non si fanno mancare a nessuno. Nel frattempo, mentre sgranocchio noccioline da un barattolo lasciato incustodito sul davanzale e mi dirigo all’abbeveratoio, cerco con lo sguardo Sofia e la trovo stesa sul sofà con le gambe all’aria e la testa sul bracciolo, leggicchia un libro dalla copertina fucsia (Malaparte o Mailer o Sarraute?). Inginocchiata sul tappeto Carola si osserva le unghie e comunica senza emettere suoni. Sofia nota la mia fretta sbarazzina e con gli occhi a metà tra la pietà e la furia implora compassione, vorrebbe andar via. 

Ma io non voglio perdermi il secondo round, non è ancora tardissimo e poi domani è giorno di vacanza. Recupero il mio bicchiere e torno a sedere, Carlo questa volta mi ha anticipato, mi dice ora ne arrivano delle belle e mi allunga un’altra sigaretta, io accetto divertito. Crizia è lì che si è presa la scena, allungata sul tavolo ripete con insistenza che l’atto narrativo è atto politico e che il compito dello scrittore non può prescindere dalle dinamiche socioeconomiche che irretiscono e governano la società, vadano a farsi fottere l’art pour l’art, Nabokov e Maupassant. E la Morante è dieci volte meglio di Moravia, sia messo a verbale! Leopoldo scuote la testa con veemenza, Marco sogghigna, quasi soffoca. 

E il realismo magico è atto politico? E l’école du regard? Ma no, ma no, interviene Tancredi, non ci siamo proprio Crizia cara! La letteratura ha una sua politica intrinseca che sottostà e risponde unicamente a regole interne e specifiche, può certo sfiorare tangenzialmente il mondo e i suoi meccanismi, perversi o angelici che siano, ma sarà pur sempre una rielaborazione, una ricreazione puramente finzionale, una co-sa-to-tal-men-te-nu-o-va scandisce certosino, suda addirittura. 

Pasolini versus Calvino, siamo di nuovo a questo? C’è bisogno d’aria. Carlo mi parla con lo sguardo, vorrebbe certo che intervenissi, forse aspetta solo questo, ma la passività dell’ascolto mi è cosa gradita e non ho voglia di impegnarmi, non stasera, vorrei solo sapere dov’è Sofia adesso, se qualche marinaretto la importuna raccontandole di quella volta in cui, salpato da Livorno di fretta e furia, si è ritrovato con grande stupore a Bangkok mentre doveva arrivare solamente a Ceuta. La realtà sì, ma filtrata attraverso le maglie della sensibilità autoriale, sennò il talento a che serve? Comunismo letterario? Dreiser come Fitzgerald? Suvvia! Raccontare ogni cosa, fino ad arrivare al minimo dettaglio, al dettaglio del dettaglio con pura oggettività (da non confondere con la nuova oggettività di Grosz e Dix) e scordarsi dei protagonisti e persino del narratore o cedere a un espressionismo d’antan fatto di gnommeri e vie Merulane, Pasticciacci, Adalgise e dialetti regionali provinciali cittadini? Non mi toccare Gadda! Non ci provare! Insomma, fa Carlo ad un certo punto, quasi infastidito ora dalla fiumana di detti e contraddetti che ci piove addosso, chi lo scrive qui il prossimo grande romanzo italiano? E l’ultimo chi lo ha scritto? Lo pernacchia con riflessi prontissimi Leopoldo. Carlo lo ignora e prosegue con intensità maggiore, il pugno sul tavolo e il ciuffo ribelle che gli copre la fronte, il vero problema è che in Italia tutti vogliono scrivere e nessuno vuole leggere, né tantomeno studiare, viaggiare, conoscere, allora è naturale che ogni cosa vien fuori simile, didascalie, appendici, melodrammi, l’imitazione del romanzo americano prima, Steinbeck e Caldwell e Cain e Saroyan, il neorealismo e il populismo poi, il romanzo industriale (eccetto Volponi forse), il (neo)fantastico e la meccanica combinatoria, il postmoderno e il recupero dell’Ottocento, insomma arriviamo sempre secondi, chiosa infiacchito, secondi e noiosi. Poca inventiva, poca scaltrezza e troppe chiacchiere, forse troppe tavolate simili a questa aggiunge sorridendo Marco, tutti sembrano approvare, un brindisi a mezza altezza. Carlo tace e si prodiga in un inchino assai smart. 

Le sue parole solenni suggellano la serata e a poco a poco il chiacchiericcio si dissolve in isolette di frasi pronunciate a bassa frequenza. Voglio recuperare Sofia rapidamente e andare via, sono felice ma stanco e non è detto che la serata sia finita per noi, ma nel bailamme del salotto ancora troppo affollato qualcuno mi chiede cosa ne penso dell’ultima Biennale, un altro se de Kooning è meglio di Pollock, Marta mi domanda se vale la pena leggere i lirici greci (siamo seri? Non merita risposta). Infine la trovo, quasi dorme stravaccata su un chaise longue damascata in un angolo del soppalco. Le sussurro parole d’amore all’orecchio e lei forse non mi ascolta, fa finta di russare. Poi la scuoto ed è di nuovo in piedi, frizzante e farfallina, mi ha già perdonato per averla trascurata. In simbiosi ci lanciamo in una danza di saluti e baci e occhiolini, un valzer di pacche sulle spalle e ultime risate goliardiche, Carlo ci accompagna all’uscita, sembra triste. 

Dobbiamo vederci più spesso si raccomanda col volto serio, lo scrivo io il prossimo grande romanzo italiano gli dico abbracciandolo ma senza doppi sensi o manierismi d’alcuna sorta, sono sincero. 

Lui concede a Sofia una piroetta e la aiuta col soprabito. Mentre lo vediamo perdersi nuovamente nella calca ci avviamo silenziosi per il vialetto. Io guardo lei e lei guarda non so cosa, la macchina ci aspetta per guidarci nella notte. 


Niccolò Amelii è nato ad Atri nel novembre del 1995. È dottorando in Lingue, Letterature e Culture in contatto presso l’Università degli Studi ‘G. d’Annunzio’ di Chieti-Pescara. Collabora con Flanerí, La Balena Bianca e Limina. Ha fondato e gestisce il sito di cultura e critica Quaderni contemporanei, ha pubblicato articoli e racconti su diverse riviste online, tra cui Nazione Indiana, Altri Animali, Pastrengo, Antinomie, Dude Mag.


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Natale per sempre

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 13 per la pubblicazione.


Questo è il quinto, lo ha scritto Riccardo Romagnoli e ha richiesto un editing che lo aiutasse a chiarire certi non detti di troppo, a far emergere il nucleo conflittuale più intimo del protagonista e a rafforzare l’identità stilistica. L’editing è a cura di Francesca de Lena e della corsista di Apnea Letizia Merello, correzione della redazione. Bravo l’autore soprattutto nella costruzione dell’atmosfera.


La Vigilia di Natale, una città soffocata dalla neve, l’incontro fra un anziano e una giovane donna, entrambi soli, il primo da molto tempo.
Una favola nera carica di atmosfera, dove la solitudine può essere un animale che cerca e dona compagnia, ma anche una belva affamata che divora.


di Riccardo Romagnoli


Lenta cade lenta lenta. Neve larga e leggera. Bianca e bianchissima. Precipita e va. Vola e cade. Lenta lenta. Fitta. Continua. Dal cielo si stacca e porta giù il cielo, bianco esso e bianca lei. Uniforme e brillante accecante ipnotica, incantesimo periodico. Incessante. Sommerge e colma, riempie e non dà tregua.

Felici le persone che camminano in corso Buenos Aires. È la vigilia di Natale. Luci accese e alberi colorati. Din don din din don don, suonano e cantano finti babbi Natale, uomini mascherati che saltano e ballano, pupazzi meccanici che fanno le riverenze e sorridono sempre, bianchi e rossi, eternamente lieti.

«Lo voglio, lo voglio», gridano i bambini che desiderano i regali. «Domani, domani», rispondono i genitori.

La neve scende e da un giorno intero scende viva e fresca. È ormai trenta o quaranta o cinquanta centimetri e le macchine rallentano fino a fermarsi del tutto bloccate. La gente avanza contro il vento e contro la neve alta che resiste. Va piano e pianissimo, a fatica procede e quasi non va: è difficile.

La vita si condensa e si ghiaccia, mentre la gioia esplode di bimbi e adulti che guardano in alto e dicono «Ancora» benché “ancora” significhi la città paralizzata e forse morta. Il metrò è chiuso. Bus e tram giacciono ingorgati in strade e rotaie. I lampioni si accendono e si spengono. «Manca l’energia elettrica», qualcuno dice, ma l’allegria non diminuisce e le vetrine rimandano a specchio volti contenti e beati. «È Natale! È Natale!».

Il signor De Olivares è in corso Buenos Aires davanti al bar Cin Cin. I suoi passi vanno e restano però. Non ce la fa. È vecchio. C’è troppa gente. C’è freddo. È triste. È Natale.

Din din din don don don, sente De Olivares alla sua sinistra e si spaventa, grasso e incerto, vacillante e perso, nel suo mantello nero di lana antica, sobbalza e guarda smarrito, non sa perché. È stanco e instabile. Il bastone scivola. Non ce la fa.

Ricorda le feste di quando era piccolo e allora i din don din don non gli facevano paura e c’erano tanti enormi regali che più belli non ce n’erano e la mamma lo baciava in fronte e gli diceva «Sei il mio bel bambino e non ti lascerò mai». Erano tempi felici. La mamma e il papà abitavano un castello sul mare. C’erano ospiti da ogni parte del mondo. De Olivares era amato e vezzeggiato e sorrideva e sognava una vita serena.

«Non c’è vita, non c’è gioia, non c’è niente», pensa a voce alta.

«Ahi, mi scusi», sente dire.

Una ragazza, di corsa, è caduta e gli è andata addosso, giù distesa nella neve.

«Scusi», ripete e si alza. «Le ho fatto male?». Piange.

«No. Non so», balbetta De Olivares e vede il pianto di lei e le lacrime congelate dal freddo e dal dolore.

«Che hai?», chiede. «Che piangi?».

«Niente. Nulla. È così».

«Non è così. Se si piange non si sta bene».

«Sì».

I fiocchi di neve le imbiancano le ciglia lunghe e i capelli raccolti e biondi.

«Vieni. Ti offro un caffè. Fermati», dice De Olivares che ha nuove energie che spingono la sua testa a sollevarsi e i suoi occhi a guardare intensi.

La prende per un braccio, con delicatezza estrema, ed entrano nel bar Driade in fondo al corso, vicino a Porta Venezia.

«Siediti che hai freddo. Tremi. Hai bisogno di qualcosa di caldo».

«Sì grazie. Mi chiamo Giulia».

«De Olivares».

Giulia beve. Piange. Si asciuga le lacrime. Beve. Si aggiusta i capelli. Si tocca le labbra. Si carezza le guance. Ha vent’anni, forse.

«Piangi alla tua età?», domanda De Olivares.

«Sto male».

Racconta che il fidanzato l’ha lasciata, proprio quel pomeriggio, e lei lo ama e sarebbero stati insieme per Natale. Non è andata a casa dai suoi che vivono in un paese in provincia di Salerno e che si sono arrabbiati e le hanno detto «Non sei nostra figlia se non vieni a Natale. Siamo la tua famiglia», ma non è andata perché aveva Paolo.

«Paolo?».

«Il mio fidanzato».

Hanno litigato. Tante parole e parolacce e insulti e lamenti. Se n’è andato. «È finita».

È la vigilia di Natale.

«Io lo amo. Non so stare. Oggi. Stanotte. Sola».

De Olivares ascolta. Seduto. Indossa un vestito scuro, elegante una volta, ora macchiato sui bordi e consumato, una camicia bianca, lisa al colletto, una cravatta nera.

«Cos’ha sotto la camicia? È un insetto?», chiede Giulia allarmata.

«Eh? Nulla, un capello».

De Olivares prova a distrarla, le racconta dei viaggi che ha fatto.

«Ho visitato i templi di Angkor, in Cambogia, e la foresta e le radici degli spong grandi come tentacoli di piovra».

«Davvero?».

De Olivares aveva visitato i grattacieli di New York e di San Francisco, di Dubai e Singapore e Hong Kong, le tombe reali del Sipan, in Perù, e le mummie incaiche conservate sulle Ande a seimila metri di altitudine, «Sono rimaste come appena morte», i deserti del Sahara e del Maranhão in Brasile con le dune che si muovono e si trasformano, i ghiacciai della Patagonia e le isole colorate del Cile, le montagne dipinte in Cina e le grotte millenarie e infinite di Jenolan in Australia.

«Lei conosce il mondo, De Olivares. È magnifico».

La neve scende là fuori e pare che sia onde e schiuma di mare che nasconde e protegge loro che sono in quel bar e che parlano e De Olivares fa gesti e trova parole precise e ha l’intelligenza infuocata, e Giulia ha dimenticato, chissà, l’amore finito e chiede ed è curiosa e si stupisce che un uomo grande, e forse direbbe “vecchio”, le piaccia.

«Stanotte cosa fa lei? Festeggia la vigilia? Ha figli, parenti, amici?».

Sente tenerezza e curiosità per De Olivares. Lui è una persona dolce e malinconica che ha bisogno di una parola buona. La aiuta a non pensare a Paolo e a ciò che è avvenuto.

«Non ho nessuno. Tutti morti e io lo sarò presto, penso».

Giulia, senza riflettere troppo: «Perché non lo passiamo insieme?», propone.

È contenta di questa scelta improvvisa e forse strana.

«Mi dia il suo indirizzo», dice. «Devo andare a casa per una doccia e poi arrivo».

De Olivares le dà l’indirizzo.

Giulia esce, saluta e va via.

La neve cade.

Il traffico è fermo.

Din din don don, piace a De Olivares che ordina in una grande salumeria la cena. Ci saranno tartufi e caviale russo, salmone scozzese e ostriche normanne, ravioli e cannelloni ripieni, brasati e cacciagione, champagne millesimato, mousse e bavaresi alla frutta.

«Mandatemi tutto a casa».

Pagando si accorge che ha speso gli ultimi soldi che aveva e non sa come farà poi.

«Non importa».

Prende via Melzo e si avvia verso casa, in una strada silenziosa con ampi giardini. Abita in una villa a un piano. Cadente. Le persiane rotte. Sulla facciata l’intonaco è staccato. È quello che gli è rimasto, delle ricchezze sue e della famiglia. Rovine, quasi. Si vergogna che Giulia venga nella sua casa abbandonata, ma, per una volta, non sarà solo e qualcuno lo ascolterà con gioia.

Entra.

Le termiti si fanno ad anello intorno a De Olivares che intanto si è messo su una poltrona. Lo circondano con i loro brusii. Sono milioni, piccole e nere. Si muovono all’unisono. Escono dagli angoli bui, da sotto i tappeti, dai mobili. De Olivares le osserva pensieroso. Loro lo capiscono. E lui capisce loro. Sono agitate e frenetiche. Appaiono e scompaiono a grandissima velocità. Si arrampicano sui muri e corrono, infastidite se la luce è troppo forte. Una di esse è tra le pieghe della camicia di De Olivares.

Le termiti si mettono all’opera e in poco tempo la casa è lucida. Si sente suonare alla porta. Sono i fattorini che portano il cibo ordinato. De Olivares apparecchia usando il corredo che gli aveva fatto sua mamma con merletti delle Fiandre. Ci sono le posate buone e i piatti di Sèvres, e i cristalli di Boemia. Se ci fossi tu, mamma, a vedermi adesso, pensa. A vedermi cenare con una bella ragazza. Ha dovuto vendere gli oggetti di famiglia, per vivere e sopravvivere. Quasi niente ha conservato, ma stasera vuole fare la sua figura con Giulia.

La tavola è pronta. De Olivares si fa una doccia e si profuma. Sono le 22.00.

In cucina sono accesi i fornelli e il forno. La neve scende. I rumori scompaiono nel silenzio. Le termiti sono entrate nel baule che è il loro nido preferito. È un baule senza fondo, collegato con la terra e con le fogne e le condutture di Milano. Le termiti vanno e vengono dal baule e per labirinti, cunicoli, fessure, anfratti, pozzi, giungono fino alla Serra da Capivara, in Brasile, da dove loro provengono e dove sono nate.

Sono le 22.30.

De Olivares è impaziente. Sono le 23.

Giulia non c’è. Succede. Un piccolo ritardo. Sono le 23.30.

Si sarà persa. O forse con la neve ha avuto difficoltà. Mezzanotte. L’una. Le due. Giulia non c’è. «Avrà avuto un incidente». Le tre.

De Olivares osserva le termiti che gli stanno vicine e puntano il cibo ben disposto sulle mense. «Mangiatelo voi. Io non ho fame». Con la testa china si siede sul divano. Le termiti si avventano sul cibo e in pochi minuti lo divorano. La neve cade lenta e dolce. La notte è calma. Persone in strada cantano. Din don din din don don. De Olivares si stringe le mani. Le termiti intonano uno zzzzzzzzzzzz armonico da ninna nanna e De Olivares presto si addormenta.

Le termiti corrono via sotto la città e cercano finché non la trovano in un albergo di via Sammartini, l’Eden si chiama, e ha una sola stella e grossi scarafaggi che lottano e le termiti mangiano d’un colpo. Sono arrivate seguendo il fiuto che hanno e si sono nascoste nella stanza 22 in un cono d’ombra che è nero come esse sono, e ascoltano.

«Abbracciami! Non potevo stare senza di te», sta dicendo Giulia che è nuda e sul letto.

«Sono qui, piccola. Non ci lasceremo mai più».

Paolo va in bagno. Lascia la porta socchiusa.

Le termiti escono, in massa, avvolgono Giulia e subito le entrano in bocca perché non possa gridare. In milioni la sollevano e di corsa si immettono in una condotta fognaria e in poco tempo sono di nuovo da De Olivares che intanto dorme mentre l’alba è appena oltre l’orizzonte e rischiara debolmente la neve che scende e ogni fiocco si adagia sul precedente e produce una coltre morbida e profonda, di quiete e di abbandono.

Qualche campana suona il Natale che è arrivato e, come fosse un richiamo, sveglia altre campane in Milano che rispondono, ovattate nella neve che non cessa e non se ne va.

Le termiti escono dal baule aperto e depongono Giulia sul letto come una bambola. Le sono entrate in corpo e nel cervello e la controllano nei nervi, nei muscoli e nei movimenti. Al di là delle pupille le termiti compaiono con le loro mandibole taglienti e sono sagome nere.

De Olivares apre gli occhi. Le termiti lo chiamano.

«Oh», dice.

La neve è alta più di un metro e non si può uscire.

De Olivares tocca il corpo di Giulia e dove tocca resta l’impronta delle dita.

«Oh», ripete.

Tocca e si diverte a vedere che il corpo di Giulia cambia posizione ed è lui che decide come disporlo.

«Bella».

Va in cantina e torna con una scatola. Toglie lo spago che la chiudeva. Ci sono gli addobbi natalizi che usava da bambino.

Prende le palle colorate e le attacca alle braccia e alle gambe di Giulia, ai fianchi avvolge stelle d’oro e d’argento, festoni piccoli e grandi. Sulla testa pone una magnifica punta rossa e gialla. Per completare il suo albero attacca le candeline che sono ancora quelle vere di cera. Le accende e Giulia si illumina.

Le termiti osservano e hanno riempito la stanza perché tutte hanno desiderio di vedere e di sapere. De Olivares pensa alla mamma e ai giochi che faceva, che erano magnifici di lusso e di meraviglia. Le termiti si allargano e si restringono in masse compatte con cui si spostano e che sembrano macchie di buio mobile. Ora ci sono e si vedono, ora non ci sono e sono un sogno.

Ormai il Natale è ovunque. La luce del mattino compare. La neve cade cade cade.


Riccardo Romagnoli è nato nel 1955 a Firenze e vive a Milano.
Ha esordito nel 2012 col romanzo Il diciottesimo compleanno (Transeuropa Edizioni). Suoi testi sono pubblicati presso Effe, Vicolo Cannery e la Nottola di Minerva. Nel 2014 ha pubblicato il racconto Il 39 di Via Marco Aurelio nella raccolta Milano d’autore, Morellini editore).
Nel 2015 ha pubblicato Post Coitum – Giornate fiorentine (Morellini editore): antologia di racconti con prefazione di Vanni Santoni.
È del 2018 e del 2021 (seconda edizione aumentata) la pubblicazione di Brasile (qualcosa del) (Morellini editore) che raccoglie racconti di viaggio.


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La prima cosa scritta #4

5 domande a partire da una fotografia: quella del primo testo scritto. Le prime parole delle quali scrittrici e scrittori hanno deciso di fare qualcosa, o quelle che hanno mostrato loro che scrivere era ciò che volevano davvero (e in cui davvero riuscivano). La svolta nella loro formazione, anche se in un momento iniziale, e nel loro percorso autoriale.

A cura di Francesca de Lena. Intervista di Francesca Ceci.
Risponde Alessandro Raveggi.

Cosa questa foto racconta del testo e cosa racconta di te?

La foto che ho fatto è della copia sgualcita, scolorita del mio primo libro di poesie, L’evoluzione del Capitano Moizo, uscito nel 2006. Non un vero e proprio manoscritto, ma il risultato stampato di tanti manoscritti persi oggi, e vergati tra Berlino, il Quartiere Latino, Piazza Santa Felicita a Firenze, manoscritti dei vent’anni, quelli nei taccuini sporchi di tabacco e vinaccio. Dentro questo libro c’è però di tutto, i primi veri amorazzi transnazionali (quelli che mi sono funzionati di più), una certa ossessione per l’enumerazione e la parola come teatralizzazione. C’è anche un impegno politico parodizzato (è una raccolta in primis anti-bellica, ma per fortuna non si prende sul serio nella retorica dei girotondi.) Ci sono poesie miste a prosa, miste a didascalie teatrali (mi sono dedicato al teatro quasi full time dal 2003 al 2008). Negli anni, ho all’apparenza abbandonato la poesia e il teatro, e scritto in prosa romanzi e saggi, ma sottotraccia quando scrivo penso sempre al verso, alla metrica, al ritmo, benché spesso cacofonico. E allo spazio che le parole si creano sulla scena del romanzo o di un saggio.

Chi eri e cosa facevi o cosa volevi fare (e fartene del tuo scrivere) quando l’hai scritto?

Un ex-beat affascinato dalla neoavanguardia, che aborriva la poesia ermetica. Con il tempo, sono cambiato, ho amato più Montale di Sanguineti, Zanzotto di Porta e Pagliarani. C’è molto Pagliarani, per me grande punto di riferimento. Volevo forse solo farmi spazio sulla pagina, non avevo ancora idea di un percorso, di una ricerca, benché il libro fosse molto strutturato per essere pensato da un ventenne. I sogni di gloria per fortuna sono andati persi con i taccuini di cui sopra, chissà in qualche convoglio delle ferrovie tedesche o in qualche camera da letto andalusa. 

Come e quando questa prima cosa scritta si è trasformata in una tua attitudine di vita o in un mestiere?

Fin da subito, da quei taccuini, sentivo che lo scrivere era l’imperativo categorico delle mie giornate. Certo, c’è la vita, l’amore, il lavoro, i figli. E poi c’è quella cosa lì, stranissima, dello scrivere. Non mi ha mai abbandonato, nei fallimenti e nei successi, nemmeno in quella versione di me ventenne. 

Quanto di questa prima cosa scritta è ancora parte del tuo modo di scrivere?

Come già detto, il gusto della teatralizzazione della parola scritta, un certo ibridismo, la volontà di proporre strutture complesse ma fruibili allo stesso tempo, giocando coi generi. E se vogliamo anche una certa attenzione ai punti di fuga delle vite che ti circondano e che possono proporre svolte inaspettate.

Cosa ne è stato di questa prima cosa scritta? È entrata in un libro? È rimasta in un cassetto? La scriveresti allo stesso modo? Se no, cosa non scriveresti più così?

Forse non scriverei più così, ma scriverei per le stesse ragioni, userei uno stile più asciutto, ma userei lo stesso multilinguismo, farei le stesse esperienze (benché oggi sia padre e abbia vissuto la scomparsa di mio padre, due esperienze che hanno segnato profondamente il mio modo di abitare la scrittura). Sarei l’amico saggio del mio Io scapestrato dei primi 2000, quindi anche più perverso e meno ingenuo. Avevo vent’anni, commettevo degli errori, scrivevo diari poetici e li pubblicavo, ma forse con un certo stile che già si intravedeva.

Alessandro Raveggi (1980). È scrittore e studioso. L’ultimo suo romanzo è Grande karma (Bompiani) presentato per la Selezione del Premio Strega 2021. Ha scritto, tra gli altri libri, la raccolta di racconti Il grande regno dell’emergenza (Liberaria, 2016). Dirige The FLR, la prima rivista letteraria italiana bilingue, e lavora presso l’Università Ca’ Foscari. I suoi testi sono stati pubblicati su riviste nazionali e internazionali come Revista Universidad, Poesia, The Kenyon Review, Il Tascabile, Esquire, Wired.

La muta

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 13 per la pubblicazione.


Questo è il quarto, lo ha scritto Gabriella Dal Lago e ha richiesto un editing che lo aiutasse a ritmarsi, compattarsi e perfezionare le relazioni tra i personaggi e il nucleo simbolico della storia, più rappresentativo e immediato senza trucchetti di suspense. L’editing è a cura della corsista di Apnea Susanna Bissoli con il supporto di Francesca de Lena, correzione della redazione. Molto brava l’autrice a far propri i suggerimenti ricevuti.


In crisi con il lavoro e la vita personale, una ragazza torna in provincia dai genitori per una pausa e scopre di essere stata rimpiazzata da uno strano animale da compagnia. Scrittura di ampio respiro, fatta di dialoghi ficcanti e una narrazione piena e ritmata, l’autrice affresca il ritratto di una famiglia in cambiamento, alla ricerca di nuovi equilibri.


di Gabriella Dal Lago


Tre cuori arancioni: è la risposta che mia madre manda sul gruppo “Famiglia” di whatsapp al mio Arrivo alle 17, venite a prendermi?. Il cellulare vibra di nuovo, ed è Ottavia che mi scrive Lolla, rispondi?. Appoggio la fronte al finestrino e mi concentro sul mare, sulle case basse color pastello con le finestre sprangate per l’inverno.

La risposta diretta alla mia domanda arriva mentre sto scendendo dal treno, Vengo io, scrive papà, e lo sfasamento temporale mi fa temere che lui abbia appena letto il messaggio. Ma non è così: intravedo la macchina, e lui che mi saluta. «Lascia, prendo io», dice, mentre mi toglie dalla schiena lo zaino in cui ho stipato i vestiti: se ora non avessi la percezione del mio corpo alto, magrissimo, adulto, se ora dimenticassi i capelli bianchi che hanno iniziato a spuntare, le rughe d’espressione intorno agli occhi, se potessi estrarre dalla scena solo il gesto di mio padre che sgancia le bretelle dello zaino dalle mie scapole e io che le faccio scivolare lungo le braccia, allora mi vedrei in questo stesso posto, con questo stesso zaino almeno quindici anni fa, di ritorno da un campeggio scout con le guance arrossate per il freddo preso e i calzoni corti.

«Be’, bentornata», mi dice. Mentre guida oscilla la testa come se stesse canticchiando tra sé e sé. Fuori le cose sono colorate dalla luce azzurra della costa d’inverno, assopite. Ho paura di aver dimenticato qualcosa di importantissimo a casa mia, a Milano, e quindi faccio la rassegna di tutto ciò che mi costringerebbe a tornare in città al più presto: ma non manca nulla, e quella via di fuga che si chiude, stranamente, non mi spaventa. 

Sul gruppo whatsapp di famiglia infuria la comunicazione di mia madre, frammentata e persistente: ogni emoticon è preceduta da un “a capo”, ogni messaggio comprende una frase minima. Giro lo schermo del telefono per non guardarlo – lo stesso gesto che faccio sul tavolo della cucina del mio trilocale senza balconi – cosa che fa arrabbiare mia madre,  quando mi chiama finiamo sempre a parlare di questo, «Perché non rispondi mai ai messaggi sul gruppo?», e la verità è che non ci sto dietro, lei e mio padre lo usano come se fosse la loro chat privata, si scrivono cose tipo Vai a prendere pane? o Ricorda cambio gomme, e non so se è un tentativo di includermi nella loro quotidianità o solo poca confidenza con il mezzo, fatto sta che per recuperare qualsiasi informazione utile o domanda rivolta a me devo scorrere una quantità infinita di messaggi spezzettati, un muro di testo spietato, inframmezzato da gif e immagini provenienti da catene, video da sei minuti di TED Talks motivazionali che mamma condivide consigliandomene la visione. Ho preso l’abitudine di cancellare periodicamente la chat, riazzerare le comunicazioni per trovarci un minimo di ordine. Solo così riesco a estrapolare qualche notizia: papà ha cambiato le gomme dell’auto, mio cugino aspetta un figlio, i miei hanno preso un animale di nome Frodo. A questa informazione ricordo di aver reagito con fastidio, Ma che ve ne fate di un animale mo’, e che mia madre ha risposto Nn ti impicciare, faccina che fa occhiolino + lucertola + cuore arancione.

La macchina si ferma, perché siamo arrivati a casa. Entriamo; mia madre è girata di schiena, ai fornelli, e ha i capelli che le arrivano ben sotto alle spalle. Mi stupisce, perché tra i vari imperativi morali che guidano la sua vita quello che regola la lunghezza dei capelli sembra il più saldo: all’avanzare dell’età deve corrispondere un accorciamento progressivo dei capelli. I miei, quando sciolgo le trecce, arrivano quasi alle ginocchia: ho ventinove anni.

«Ehi», le dico mentre mio padre chiude la porta di casa, e lei si gira e viene verso di me, mi abbraccia. «Lolla! Sono così felice che tu sia qui». La mia camera è ferma a quando avevo diciotto anni, con i biglietti dei concerti attaccati alle ante dell’armadio, le fotografie che mi ritraggono con amici che ho perso di vista; in una, io e Ottavia quindicenni in costume da bagno facciamo la linguaccia all’obiettivo. Nel mio bagno mamma ha messo gli asciugamani puliti; mi spoglio e mi butto in doccia e sotto il getto d’acqua sciolgo le trecce, mi insapono, lavo via la puzza del viaggio in Intercity, la soluzione più economica che ho trovato avendo deciso di partire all’ultimo. Uscita dalla doccia guardo la mia faccia allo specchio, il mascara sbavato sotto la linea degli occhi. Che merda, penso. Tampono i capelli e li asciugo senza pettinarli. Prima di andare al piano di sotto indosso un pigiama pesante; butto un occhio al cellulare, sullo schermo leggo il messaggio di Ottavia, Mi dici almeno se sei arrivata? No che non te lo dico, digito. Poi cancello, metto il cellulare in carica e scendo.

Mamma ha fatto l’arrosto con le patate, papà ha aperto un rosso che mi versa abbondantemente nel calice. Sono premurosi, come se fossero contenti del mio arrivo e contemporaneamente un po’ intimoriti. Non mi faccio vedere così spesso, in effetti. 

«E come fai con il lavoro?», mi ha chiesto al telefono mia madre la settimana scorsa, quando le ho detto che sarei tornata per un po’.

 «Non c’è problema, posso portarlo giù con me».

«E i tuoi amici?».

«Be’, immagino sopravviveranno».

«Anche Ottavia?». Mi ero morsa il labbro, «Soprattutto lei», avevo risposto. 

Ora, a tavola, sento il silenzio che ben conosco: quello in cui mia madre prende tempo per prepararsi all’interrogatorio, dispensando sorrisi e frasi di circostanza, «Hai visto che crosticina hanno fatto le patate? Il nuovo forno è stato un grande acquisto». Mi unisco ai convenevoli, lodo la morbidezza della carne e il retrogusto del vino, sono così brava che quando arriva il primo attacco di mia madre, «Ti fermi fino a Natale, sì? In fondo è il 10 dicembre, che senso avrebbe farti tutte quelle ore di treno per tornare a Milano se poi il 23 scendi di nuovo» io so benissimo cosa rispondere, so che la risposta perfetta a questa domanda è un’altra domanda, e precisamente «Ma Frodo? Non mi fate conoscere il nuovo arrivato?». Mia madre si illumina, «Ma certo! Vieni con me, è di là in sala».

Accanto alla poltrona di mio padre hanno montato una specie di recinto, «Solo per adesso che è ancora piccolo e c’è pericolo che faccia danni», dice mio padre. Mia madre mi precede, si avvicina al recinto e si inginocchia, e oltre la sua spalla vedo una piccolissima ciotola dell’acqua, «Buongiorno Frodo, guarda chi c’è», dice lei prendendo qualcosa in mano, poi si volta e mi porge il loro nuovo animale da compagnia, e io reprimo un urlo. Tra le sue mani non c’è un cane, ma una grossa lucertola che mi fissa con occhietti da rettile. «Ma che è ‘sta roba?», le dico io. Mio padre arriva con un piccolo guinzaglio in mano, imbraca il corpicino dell’animale e dice: «Lo porto a fare due passi prima che faccia troppo freddo».

Mentre mi lavo i denti passo in rassegna le varie opzioni. Numero uno: i miei genitori hanno deciso che un cane sarebbe stato un animale da compagnia troppo complicato da gestire, e hanno optato per un rettile. Con la mano libera dallo spazzolino cerco informazioni su internet, e leggo che i rettili hanno bisogno di un terrario e di altre robe del genere; scorro le immagini per capire di che tipo di rettile si tratti ma non riesco a riconoscerlo, soprattutto perché l’ho guardato davvero per troppi pochi secondi. Numero due: il fatto che Frodo fosse un rettile è un’informazione che ho perso nel flusso di messaggi giornalieri da cui vengo inondata. Questa opzione mi solleva, e allora apro la chat alla ricerca di un indizio che risolva il mistero. Ma i messaggi arrivano solo a qualche settimana prima, quelli precedenti sono stati già cancellati, e mi mordo un’unghia. Perciò rimane l’opzione numero tre da tenere in considerazione: i miei genitori sono impazziti. Da quant’è che non li vedo? Da carnevale? Perché non sono tornata in estate a controllarli? Ma soprattutto, quando è successo che sono diventati così vecchi? Non mi ero mai preoccupata di badare ai miei; semmai era il contrario. Anche ora, sono tornata per questo, no? Per farmi accudire. Per raccogliere i cocci di me stessa che vedo sparsi dappertutto, quando mi muovo, quando sto ferma: cocci che si staccano da me e si infrangono in pezzi ancora più piccoli ai miei piedi. Io ci cammino sopra e mi ferisco.

Mi metto a letto e sento le lenzuola stirate, il piumone infilato nel materasso: è il modo di mia madre di fare il letto, una sorta di bozzolo per accogliermi. Metto la sveglia sul cellulare, c’è un messaggio di Ottavia, mi scrive Domani ti chiamo. Non c’è punto interrogativo; sembra una minaccia. La ignoro, e lascio che le coperte mi stringano, mi proteggano, mi soffochino.

Mia madre fa colazione seduta davanti a me. Ha le guance arrossate dal freddo: è tornata da poco dalla passeggiata con Frodo. 

«Cosa vorresti mangiare oggi a pranzo?», chiede.

«Boh, fai tu», le dico, e accendo il computer. Nella casella mail trovo due file audio nuovi da sbobinare, un’ora circa ciascuno. Sbuffo.

«A cosa stai lavorando?».

«Niente di che. Trascrivo chiamate telefoniche di clienti di diverse aziende che si lamentano di cose varie al call center».

«Ah!», dice. «E perché?».

«Perché un’azienda che si occupa di tecnologia del linguaggio me le ha appaltate».

«Ed è interessante?».

«Ascoltare persone che trattano male il servizio clienti? Non molto, mamma», rispondo io. Il mio tono era particolarmente antipatico, quindi cerco di rimediare, «Però mi pagano bene», aggiungo.

Sono laureata in linguistica a pieni voti, ho lavorato per due anni a un progetto di ricerca dell’università affiancando la mia professoressa nello studio della linguistica diagnostica applicata a pazienti nello spettro autistico: trascrivere le lamentele sgarbate altrui non rientrava nella mia Top 5 dei sogni. «Ma va bene così», dico a voce alta. Non so bene chi sto rassicurando, me o lei: forse entrambe. Dal piano di sopra sento mio padre che apre l’acqua della doccia.

«E Ottavia sta bene?» chiede, versandosi una tazza di caffè. 

«Mh», dico io, tornando con gli occhi sullo schermo del pc.

«Ha finito la tesi di dottorato? Ho incontrato sua mamma al mercato che mi ha detto di sì».

«Allora se lo sai perché me lo chiedi?».

«Volevo solo… va tutto bene tra voi?».

Non ho voglia di rispondere.

«È dal primo anno di università che scendete sempre insieme a Natale, mi è sembrato strano che ti precipitassi qui…».

«Be’, se non volevi che venissi bastava dirlo».

«Lolla, ma che dici. Il punto è…».

«Il punto è che Ottavia a Natale non scende, sarà troppo impegnata a fare gli scatoloni per trasferirsi», dico io, chiudendo lo schermo del pc con un po’ troppa foga. 

«Trasferirsi?»

«Questo non te l’ha detto sua mamma al mercato? O vuoi solo sentirtelo dire da me?».

«Lolla, non so niente…».

«Otti torna qui, mamma. Finito il dottorato si trasferisce di nuovo nell’amata terra natìa per fare la professoressa di Fisica in qualche liceo scientifico del cazzo».

Mi alzo da tavola con la tazza del caffè e la butto nel lavandino della cucina, aprendo l’acqua. Mia madre si mette dietro di me, sullo stipite della porta che divide la sala da pranzo dal cucinino.

«Ma come mai?», mi dice.

«Perché vivere a Milano è una merda, e avevate ragione tutti voi a dirci che prima o poi saremmo tornate dove l’aria è pulita e nessuno va mai di fretta, quindi forse avresti potuto insistere un po’ di più invece di lagnarti e basta, avresti potuto dirmi che non avrei concluso un cazzo e tanto valeva non sforzarmi tanto», le dico senza voltarmi.

Mi sembra di soffocare; chiudo il rubinetto dell’acqua, e furiosamente vado verso il salotto, sorpassandola; nell’ingresso afferro la mia giacca e un paio di chiavi dal mobile del comò, «Vado a fare un giro», dico, e mentre mi chiudo la porta dietro sento mia madre che singhiozza e mio padre che chiede «Ma cosa succede?».

È stata Ottavia a convincermi ad andare a Milano. Facevamo il liceo linguistico insieme; la riviera adriatica d’estate sembrava il centro del mondo, ma d’inverno era solo una provincia come le altre. A molti quella vita piaceva: sceglievano il liceo linguistico o l’istituto alberghiero per inserirsi nella macchina del turismo, più o meno quello che avevo fatto io. Poi era arrivata Ottavia: con la sua pelle chiarissima e i capelli biondi tutti la scambiavano per una tedesca d’estate, e a me era subito sembrata la persona più interessante che avessi mai incontrato. Il papà di Ottavia gestiva un ristorante, sua madre veniva da Milano, e faceva la pianista; si era trasferita in riviera per la solita ragione, l’amore, e aveva aperto una scuola di musica. Otti faceva schifo nelle lingue, ma era bravissima nelle materie scientifiche: da grande avrebbe studiato Fisica all’università. E io? La prospettiva di rimanere mi sembrava stretta da quando uscivo con lei, che mi parlava della città, di Milano, di tutte le cose che avremmo potuto fare. I miei genitori immaginavano che sarei andata a studiare fuori, qualcosa come marketing o ingegneria gestionale, a Bologna magari: dopo la maturità avevo annunciato che mi sarei iscritta a Lettere alla Statale di Milano, e loro erano rimasti un po’ spiazzati. Mia madre era scoppiata a piangere. «Guarda che fa freddo a Milano, eh!», aveva detto mio padre, quando era stato chiaro che non avrei cambiato idea. Allora Ottavia, che era lì con noi, aveva detto: «Non si preoccupi per il freddo, ci sono i maglioni pesanti».

Avevamo trovato una doppia in una casa di studenti; e poi, quando ci eravamo laureate e avevamo iniziato a lavorare, io con l’assegno di ricerca di due anni, lei con il dottorato, ci eravamo spostate nel trilocale. Una stanza a testa, una cucina, un divano: il riscaldamento non funzionava tanto bene, ma entrambe sapevamo che per il freddo ci sarebbero sempre stati i maglioni pesanti.

E poi le cose avevano iniziato a fare schifo. L’assegno di ricerca che avevo ottenuto subito dopo la magistrale era finito, e il dottorato che sembrava essere nelle mie tasche non l’avevo vinto. La mia professoressa aveva dovuto rinunciare alla sua studentessa per giochi di potere nell’università, e io stupidamente non avevo mandato domande da nessun’altra parte perché ero convinta di essere dentro. Ottavia intanto stava finendo il suo dottorato; era dimagrita molto, dormiva poco. Non era soddisfatta; soprattutto, non vedeva un futuro nella ricerca. Gli affitti a Milano, poi, costavano troppo per anche solo pensare di andare a vivere da sola, mi aveva detto, figurarsi costruire una famiglia. Da sola? Una famiglia? E io chi ero per lei? L’unica famiglia a cui avevo sempre pensato era composta da noi due. Non che ci fosse mai stato nulla di romantico: a Otti piacevano i ragazzi, e ai ragazzi Otti piaceva un sacco. Anche io avevo avuto qualche storia, sempre con tizi del giro dell’accademia, con le loro stanze in affitto in appartamenti affollati. Ma quello che c’era tra me e Ottavia andava oltre; mi immaginavo che avremmo vissuto insieme per sempre. O forse, come mi aveva detto lei una sera, non riuscivo semplicemente a immaginare davvero una vita da adulta. Cosa avrei voluto fare da grande? Le trascrizioni delle chiamate telefoniche? Qualche supplenza in giro, un articolo ogni tanto, altre domande di dottorato? E poi?

Vaffanculo Ottavia, vaffanculo “e poi”, vaffanculo alle trascrizioni e alla famiglia e all’affitto. Non possiamo continuare a metterci strati di maglioni addosso, fino a quando non sentiamo più il freddo? Se tu te ne vai, io che resto a fare nel nostro trilocale? Che resto a fare in questa città di cui ci eravamo innamorate insieme, se tu hai smesso di amarla? Questo vorrei dirle ora che ho camminato al freddo e sono arrivata al molo e tira un’aria da neve, e allora infilo la mano in tasca per prendere il telefono e provare a ridire tutte queste cose in ordine: ma il telefono l’ho lasciato in casa, sul tavolo della cucina, e allora l’unica cosa che posso fare è tornare indietro.

Mio padre è seduto sulla panchina che sta accanto al portone di ingresso di casa, sta fumando uno dei suoi sigari sottili. 

«Ti fa male», gli dico, sedendomi vicino a lui. 

«Te fatti i fatti tuoi che campi cent’anni». Vero.

«L’hai fatta piangere», mi dice. 

«Be’, c’ha solo da farsi furba. Qui l’unica che dovrebbe piangere sono io», gli rispondo senza guardarlo in faccia.

«E allora perché non lo fai».

Neanche lui mi guarda. I timidi non si parlano guardandosi negli occhi.

«Come mai si è fatta crescere i capelli? Non è la sua regola sacra, che le signore anziane devono tenersi i capelli corti?».

Mio padre tossisce, si porta una mano nella tasca, tira fuori un fazzoletto e ci sputa dentro. 

«Lolla, tu magari non ci pensi sai, perché sei giovane. E fai bene, per carità, neanche io alla tua età ci pensavo. Però guarda che tutto questo fa paura», dice lui, e mi sembra quasi che la sua voce si sia incrinata.

«Tutto questo cosa?»

«Oh be’», ridacchia, «diventare vecchi».

Ci penso un secondo. «Neanche diventare grandi è ‘sta grande festa, papà».

Lui allora mi mette una mano sulla coscia, e si volta verso di me. I nostri sguardi si incrociano, finalmente. «Allora, se avete paura quasi della stessa cosa, forse potreste aiutarvi ad averne un po’ di meno, no?».

In cucina mia mamma sta facendo i passatelli; in una pentola c’è il brodo, dappertutto il profumo di limone. Mi avvicino piano.

«Il tuo telefono squillava. Ottavia», dice senza alzare gli occhi. Poi aggiunge, «Scusa se ho sbirciato».

Scrollo le spalle, come a dire che non importa. «Posso aiutarti?».

«Versa un bicchiere di vino per te e per me, su».

Lo sorseggia mentre controlla il brodo, io mi siedo al tavolo che c’è lì nel cucinino. 

«Sai qual è la cosa che mi piace di più di avere un animale domestico?», mi dice lei. Io non rispondo.

«La cosa più bella è che lui dipende da me e che non arriverà mai il giorno in cui potrà rinfacciarmi qualcosa di sbagliato che ho fatto. Lo so che è egoista da dire, però è vero: tra me e Frodo ci sarà sempre solo un rapporto basato sull’adorazione reciproca. La mia, dovuta al fatto che mi fa sentire ancora utile; la sua, al fatto che lo nutro e gli faccio fare delle passeggiate sulla spiaggia. Tutto semplice, nessuna tragedia».

La lucertola si materializza in cucina: deve aver lasciato quel suo recinto nel soggiorno per arrivare fino a qui. Ora che la guardo meglio mi accorgo che è abbastanza grande: cerco di ricordare le immagini che ho visto su internet, ma continuo a non avere idea di che cosa sia. 

Lei guarda l’ora, poi mi dice: «Porti tu Frodo fuori prima di pranzo?», e va a prendere il guinzaglio che è appeso nell’ingresso. 

Il rettile mi guarda, ma è come se mi passasse attraverso. Con cautela avvicino un dito alla sua pelle, la percorro dalla testa fino alla coda: non è viscida come credevo. Mia madre aggancia la pettorina sotto la pancia, mi porge il guinzaglio, e io lo prendo. Mi sento un’idiota, ma cerco di non ridere.

Faccio per lasciare la cucina, con la lucertola che mi cammina di fianco, però poi mi fermo, perché non ce la faccio a non chiederlo. «Mamma», le dico, «Sì?», risponde.

«Ma tu lo sai che Frodo non è un cane, vero?».

Lei scoppia a ridere, così forte che diventa un po’ rossa in faccia. «Tesoro: sono diventata vecchia, mica rincoglionita».

Cammino con un rettile al guinzaglio. Prima di uscire ho preso il cellulare: con un occhio controllo Frodo, con l’altro leggo la pagina di Wikipedia sui rettili: “I rettili rappresentarono la prima classe di vertebrati svincolatasi dall’ambiente acquatico e quindi adattata alla vita in un ambiente strettamente terrestre.” Cerco ancora: “Sebbene alcune specie di rettili siano vivaci, agili, astute e intelligenti, nessuna può dirsi all’altezza dei mammiferi e degli uccelli.” Siamo arrivati alla passeggiata sul mare: punto una panchina e mi ci siedo, Frodo sale e si mette vicino a me. “Tutti i rettili senza eccezione crescono molto lentamente”, leggo ancora.

Poi il cellulare inizia a squillare: è Ottavia. Mi immagino che potrei fare finta che non stia succedendo niente, che la nostra crescita rettiliana sia così lenta da essere quasi impercettibile, e da non doversi mai trasformare in un argomento di discussione. Fare finta che saremo due lucertole vecchissime ma che dalla nostra pelle squamosa non si potrà mai capire quanto decrepite siamo, anche perché mi pare pure di ricordare che ‘sti animaletti qui la pelle la cambiano, tanto per confondere ancora di più le acque. Ma il punto è che non è così, che Ottavia non è un rettile ma è un mammifero e che mica sarebbe giusto fare finta, quindi schiaccio il pulsante verde e dico solo «Oi», e lei dall’altra parte, un po’ offesa, un po’ sollevata, «Puoi parlare?».

«Sì», le dico, «parliamo».


Gabriella Dal Lago vive a Torino e lavora con i libri, con le scuole, con l’arte contemporanea e con la scrittura. Ha una laurea magistrale in Letteratura, Filologia e Linguistica italiana, un diploma al biennio della Scuola Holden e ha frequentato Campo, corso per curatori. Collabora con Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e dieci04. Ha scritto racconti su lunario, inutile, Cadillac, Pastrengo. Legge per il Premio Calvino, scrive per L’Indice dei Libri del Mese. È co-fondatrice del collettivo curatoriale CampoBase.


LEGGI QUI TUTTA LA NARRATIVA CHE PUBBLICHIAMO

Riletture dell’American Dream tra “Nomadland”, “Furore” e “The Walking Dead”.

“L’avvenimento in sé e per sé è del tutto irrilevante. Una certa cosa può essere accaduta, ed essere una totale menzogna; un’altra cosa può non essere accaduta, ed essere più vera della verità.” scrive Tim O’Brien in “Come raccontare una storia di guerra”. E in effetti, la manomissione narrativa della realtà è necessaria al suo resoconto veritiero, anche quando si tratta di eventi reali. Ecco perché anche un’inchiesta giornalistica è, prima di tutto, un racconto. Maggiore sarà la sua evocatività, la sua ricchezza di dettagli, la vitalità narrativa, la letterarietà, maggiore sarà la sua risonanza. Sta anche qui il successo di Nomadland, un racconto d’inchiesta, di Jessica Bruder, in Italia pubblicato da Edizioni Clichy nella traduzione di Giada Diano. Lo sappiamo già da quel titolo, tradotto egregiamente, perché nonostante salti il riferimento alla sopravvivenza del titolo originale (che pure è rilevante), ci troviamo di fronte all’immediata assunzione della verità di un genere: Nomadland è un racconto d’inchiesta.

Il racconto di inchiesta

Il giornalismo d’inchiesta negli USA ha una lunga e rigogliosa storia, costruita su narrazioni immersive dai toni avvincenti. Dai reportage narrativi su manifestazioni più o meno locali (tra le scritture recenti penso subito alla fiera dell’Illinois raccontata da David Foster Wallace, o al comizio di Trump visto attraverso lo sguardo di Dave Eggers) alle lunghe inchieste socioeconomiche degli ultimi anni, come Factory Man, di Beth Macy, i momenti di gloria del genere corrispondono spesso ad altrettanti fasi di dislocazione della coscienza collettiva e crisi sociale. La scrittura svolge così il duplice compito di rivitalizzazione degli animi e formalizzazione in un testo e in una dimensione narrativa. Un’operazione potente e, se ben fatta, di grande fascino. Jessica Bruder si inserisce, con la sua opera, in questo filone, con un’ampia passione e conoscenza delle sottoculture e con una penna scorrevole, dal tratto ampio, né condiscendente, né tantomeno giudicante. Dopo aver scritto un articolo su Harper’s, “The end of Retirement”, Bruder è partita per un viaggio lungo tre anni in cui ha raccolto il materiale con cui ha dato forma a Nomadland. Questo libro è un lungo reportage e racconto di viaggio che mostra gli aspetti più cupi della differenza di classe e dell’economia negli Stati Uniti, dove ogni giorno ci sono persone che si trovano di fronte alla scelta di vivere o pagare un affitto. Alcune di queste sono nomadi del terzo millennio, le cui storie rivelatrici ci mostrano l’orrore di un sistema disumanizzante, ma anche la bellezza di una comunità umana e solidale. Osservatrice laterale e attenta, mai cinica e lontanissima da ogni tentativo di romanticizzazione, Bruder è il punto di vista interno che guida il nostro sguardo in questa storia. 

Il libro, nel raccontare un fenomeno socioeconomico contemporaneo, si inserisce in una tradizione di racconti migratori che hanno costituito e raccontato l’impianto ideologico di base degli Stati Uniti. Vagabondi, diseredati, reietti, marginali. la storia dei bianchi poveri che, pur non essendo marginalizzati di partenza, lo diventano perché hanno “perso” al gioco dello standard, è una storia che si muove, come altre storie di margine, sulla diaspora: dai puritani alla corsa verso Ovest, dalla Grande Migrazione successiva alla Dust Bowl e alla Grande Depressione, ai lavoratori stagionali.

Prima di lei tante e tanti hanno usato il giornalismo, “madre della letteratura” come lo definisce John Steinbeck, per raccontare le storie umane del proprio presente. Lo stesso Steinbeck – la cui opera non-fiction non è nota ai più quanto la sua grandezza letteraria, nonostante le due cose siano inesorabilmente connesse. 

Prendiamo Furore, ad esempio, non a caso opera richiamata all’interno dell’inchiesta di Bruder per le somiglianze dei presupposti di base: in seguito a una crisi economica, la povera gente è costretta a mettersi in viaggio. Al di là del contenuto, Furore ha una forma che resta impressa: mette insieme una storia, quella della famiglia Joad, e la Storia, nei capitoli dispari, documentaristici, in una struttura ricercata da Steinbeck per fare da cassa di risonanza alle tematiche sociali che vediamo accadere, così da argomentare la rabbia collettiva. Quegli inter-capitoli, così brucianti e vivi da leggere nel 2021, sono il commento di Steinbeck a un’esperienza vissuta in prima persona. Lui stesso conobbe i protagonisti delle tragiche vicende che racconta nelle pagine di Furore, e secondo un articolo comparso su Prologue, la rivista dei National Archives (USA), molte di queste vicende sono realmente accadute, ma solo la trasformazione in fiction ne ha consentito la circolazione ampia sotto forma di romanzo. “La vera storia di guerra si riconosce dalle domande che fai. Mettiamo che qualcuno racconti una storia, e alla fine tu chieda: «È successo davvero?» e se la risposta è importante, hai saputo quel che volevi sapere”, scrive Tim O’Brien.

Questioni di forma: personaggi, coralità, spazio.

In Nomadland i protagonisti sono un coro di voci che l’autrice accorda tra loro in risonanze e contro canti: Linda May, Swankie, Bob Wells parlano, gesticolano, si muovono nello spazio seguendo clima, ideali, lavoro, come la famiglia Joad si muoveva alla ricerca di una nuova casa, verso quella California immaginata che compare come una rigogliosa oasi superato il deserto. In entrambe le narrazioni, l’antagonista – il cattivo – non è una persona. Il villain è il sistema economico strutturante del paese – sebbene, potremmo obiettare, quel sistema sussista sulle azioni quotidiane individuali. Le banche di cui echeggiano le pagine di Steinbeck, le corporations, sono fatte di persone, eppure le azioni individuali formano e si conformano in un superorganismo che si autoalimenta, che perdura, lasciando indietro molti, moltissimi. 

La maggior parte.

In questi due racconti esiste una voce narrante, anche lei protagonista del viaggio, da spettatrice o partecipante, che inserisce le singole storie in un’opera corale che diventa man mano spaccato sociale e commento al contemporaneo. In Furore, Steinbeck dà corpo a quella voce narrante in una rapsodia che si muove nell’osservazione onnisciente dei personaggi e della Storia, in Nomadland, Bruder racconta in prima persona partecipante, ponendo le domande giuste, e mostrandoci le risposte. Ma sono soprattutto le scelte lessicali a portare avanti un discorso molto preciso, una lingua comune con una storia lontana, parole come tribù, nomadi, migranti, erranti, diaspora

“Mentre scrivo, sono sparpagliati in tutto il Paese.”, l’incipit del libro di Bruder. “Le strade pullulavano di gente assetata di lavoro, pronta a tutto per il lavoro” scrive Steinbeck. Somiglianze fortissime, ma c’è un punto di evidente divergenza tra le due opere che solo a uno sguardo superficiale possono sembrare l’una la versione contemporanea dell’altra: “La gente è il posto dove vive. E la gente non è più intera se l’ammucchi in una macchina e la mandi da sola chissà dove.” leggiamo in Furore. Ecco, il distinguo: i migranti di Steinbeck sognano la casa, sognano il ripristino di una condizione interrotta dalla Grande Depressione e dalla Dust Bowl. I nomadi di Nomadland riscrivono questa narrazione nella loro testa, nella loro vita, nella loro “scelta”. Ci dicono (e si dicono) che non vogliono giocare a un gioco truccato. Vogliono scendere dal treno dell’ideologia dominante, non ci vogliono stare: 

Stanno sopravvivendo all’America. Ma per loro – come per chiunque – sopravvivere non basta. […] Essere umani significa agognare qualcosa in più della mera sussistenza. Abbiamo bisogno di speranza, tanto quanto ne abbiamo di cibo e riparo. E c’è speranza sulla strada. È un effetto collaterale dello slancio in avanti. Un senso di possibilità, vasto quanto il Paese stesso. Una convinzione radicata nel profondo che qualcosa di meglio arriverà.

Sembra che il desiderio di frontiera non possa abbandonare l’immaginario collettivo americano, quella frontiera che, dopo giri immensi, ritorna dove è nata, nella wilderness, nel deserto, nella vastità dello spazio. Non solo: il sogno della società dell’abbondanza sembra passarsela male, al suo posto ritorna il sogno dell’individuo libero, indipendente, e l’incubo del crollo economico, un incubo che potremmo definire post-apocalittico, sembra essersi trasformato nel racconto innescante del manifest destiny che guidò le prime traversate (le scoperte dell’America, come le racconta meravigliosamente Neil Gaiman in American Gods.)

Lo scetticismo nella reale esistenza dell’American Dream fuori dal mito è cresciuto con la creazione stessa di quel mito, senza dimenticare che l’origine di quel sogno era la fuga da un altro mondo, un vecchio mondo. Il deserto di Steinbeck è un ostacolo al percorso, ma anche un’anticipazione del deserto umano che viene successivamente nel racconto, in Nomadland ritorna a funzionare invece come enorme land of opportunity, laddove il mondo nuovo dà una nuova possibilità alle persone di essere diverse, migliori, di prima. 

Da un lato quindi c’è sempre stata la ricerca disperata della casa, dall’altro però se è lo spostamento, il rinnovamento, l’idea fondativa, come può esserci stanziamento senza sporcare quell’idea pura? 

Identità americana: la strada e la casa.

Lo spirito identitario americano oscilla da sempre fra due spazi mentali opposti: l’idea della frontiera, dell’esplorazione, della scoperta, della corsa verso ovest, che è sempre solitaria e sempre guidata dallo spirito di avventura, e l’idea stanziale della comunità utopica, della city upon a hill faro di speranza, del villaggio sicuro e prospero, luogo del bene e della visibilità della propria predestinazione. Le contraddizioni irrisolte di un paese dove libertà, fallimento e successo sono sempre individuali, un paese socialmente disgregante, eppure ricco di un’umanità capace di costruire tribù e ripercorrere quel sogno originario di un’alternativa, rimbalzano in questa tensione. I margini di quest’identità si sono inspessiti, si allargano e invadono anche i luoghi del sogno – suburbia cambia volto, le facciate scrostate, le case che si svuotano, le città in cui la gentrification si mescola a macchia d’olio con la povertà – e Bruder cattura tutte le sfumature. Non assistiamo a una cartografia millimetrica del coefficiente di povertà individuale, bensì vediamo come l’umanità trova il suo modo di perseguire un’alternativa. Una sorta di equilibrio di specie, di “evoluzione” (passatemi un termine quanto mai problematico, qui nella sola accezione di passaggio di stato) da un sogno all’altro. Quello, più che mai originario, dell’indipendenza assoluta, dell’autosufficienza, che si riconfigura diventando mutualistica, per far fronte al sistema che si sgretola e alle cittadine aziendali si svuotano – e mai nome fu più iconico di Empire, la factory town che chiude i battenti e sfratta le persone: l’Impero, che ti assicura un sogno, una casa, certezze di familiarità, vicinato, utopia suburbana, sicurezza economica, all’improvviso ti lascia solo, ti caccia via. Si rivela in tutta la sua bugia. 

Di reazione alla perdita del capitale economico e di status di cittadini interni allo standard, si costituisce una comunità reticolare di voci che si intrecciano. Come diceva Ma Joad in Furore, “Quando stai male o magari hai bisogno o sei nei guai… va’ dalla povera gente. Soltanto loro ti danno una mano… soltanto loro”.

Nomadi e pionieri, eroi solitari della frontiera che lasciano indietro l’immaginario del self-made man per rileggerlo in self-made community nella frontiera, i protagonisti di questo racconto sono una sorta di ritorno all’immaginario originario degli USA, amplificato. Per sopravvivere all’America, la speranza resta quella originaria dell’America stessa: la ricerca della libertà, laddove “L’ultimo luogo libero d’America è un parcheggio.” (Bruder).

Le apocalissi non sono tutte uguali, ma la risposta sembra sempre la stessa 

Furore comincia con il racconto di una terra devastata dalla tempesta, con l’immagine delle case divelte dal trattore. Le case e le strade vuote di Empire, in Nomadland, vengono paragonate a Le colline hanno gli occhi, film horror ambientato nel deserto mutato dagli esperimenti nucleari. Prima ho usato un termine, post-apocalittico, e non a caso. La narrazione delle esperienze di migrazione successiva al crollo e alla tragedia come quella di Steinbeck e di Bruder ha un che di post-apocalittico, si inserisce in un certo senso nel genere, forse ancora più che nel racconto on the road

C’è un filo che collega Nomadland a una serie come The Walking Dead

Quel filo è l’America stessa. Quel lessico di cui parlavamo, la tribù, i nomadi, gli erranti, la diaspora, quell’immaginario western di cui sembra impossibile non vedere le tracce, sono idee che pervadono le narrazioni americane dalle origini alla serie di Frank Darabont. 

Non a caso, The Walking Dead, man mano che procede nelle stagioni successive alla prima, sembra articolare la narrazione post-apocalittica in una sorta di dimensione utopica e primordiale. Perché è questo il segreto del successo delle narrazioni post-apocalittiche. L’incubo di un disastro che faccia tabula rasa oscilla tra l’agghiacciante e il liberatorio. 

Quello che si portano dietro tutti i sopravvissuti (ecco che ritorna la rilevanza del titolo originale di Nomadland) è un’idea di fallimento del sogno del benessere, della famiglia nucleare, della villetta con giardino. Ma questo sogno non è sempre stato solo questo, un mito assoluto? Resta, tra tutte le ricerche, quella ricerca della “libertà”, foss’anche in un parcheggio, che è diversa dalla libertà di spesa, di cui una casa rappresenta il sintomo, più che il simbolo. La libertà economica data dal lavoro, che è ancora vista come la libertà della casa, in Furore, la libertà dalla casa, dalle “quattro mura” dell’istanza imposta dalla società – lavoro, famiglia, mutuo, risparmi, debiti – in Nomadland.

La casa, in The Walking Dead, arriva tardi, dopo cinque stagioni trascorse in costante migrazione, e quella stessa casa diventa luogo di aggressioni, attacchi, è costantemente in pericolo, va costantemente difesa. A sopravvivere, nonostante tutto, è la famiglia, che non è biologica come la famiglia Joad, ma “logica”, come le famiglie costruitesi nel tempo in Nomadland. Un’affermazione definitiva della potenza della tribù e dei legami di parentela costruita, reticolare, di kinship, di cui parla anche Donna Haraway in Chtulucene

Nomadland è stato pubblicato nel 2017, oggi è più risonante che mai, e non solo per il film di Chloé Zhao candidato agli Oscar (tra l’altro, ottima trasposizione di non-fiction in fiction). La sua rilevanza è legata a quel senso di impermanenza che si è fatto strada nelle nostre vite nell’ultimo anno. La casa, dove stiamo, chiusi, dove releghiamo le nostre esistenze provando a contenere la minaccia del contatto-contagio, è passata da luogo di conforto e sicurezza a prigione. Guardare le strade e i paesaggi desertici, lo spazio, ma soprattutto guardare le comunità, ci pone domande profonde su cosa significhi essere umani, e se non è questo il compito della letteratura, non so davvero quale possa essere.

Le limacce

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 13 per la pubblicazione.


Questo è il terzo, lo ha scritto Emanuela D’amore e ha richiesto un editing che lo aiutasse a svelarsi, ampliarsi, strutturarsi e chiarirsi, concretizzando la lingua e tendendo le immagini evocative verso un obiettivo, così da valorizzarle. L’editing è a cura della corsista di Apnea Allegra Fornaro con il supporto di Francesca de Lena, correzione a cura della redazione. Molto brava l’autrice a far proprio ogni suggerimento ricevuto.


Una vedova e le sue due figlie gemelle in un microcosmo familiare tutt’altro che rassicurante. La prospettiva straniante della voce narrante ci offre l’affresco vivido di una donna che affronta il lutto scivolando nella paranoia, al punto di credere che la maternità sia stata la sua maledizione.


di Emanuela D’amore


La Sicilia è una terra calda, si impasta nelle mani tra le spine dei suoi fichi d’india, il sale e il giallo degli agrumi. Io ero una donna del Sud, ma lui mi ha portato più a Sud e ha detto che tanto era uguale. Mi ha riempito la pancia e sono nate due bambine. La mia casa è fatta di pietre bianche. Stendo panni tutti i giorni, i gatti ci ballano intorno. Questo paese odora di pomodori scaldati.

La casa che avevo “più su” era marrone come pelle scottata dal sole che a tratti viene via. Non stendevo panni. Non crescevo bambine. Cantavo e mangiavo ciliegie. Tante. Mia nonna, seduta sulla porta, mi pettinava i capelli. La sua faccia era una mela rigata. E io le davo retta. Dicevano che ero bella e so che lo sono ancora. Non ho più seni acerbi o ossa che premono contro i fianchi, ma le mie cosce sono più calde e accomodanti e il sorriso più ampio. Canto ancora, a volte, quando il sole batte, chiude tutte le strade e attorno non c’è nessuno.

Le bambine sono uguali. Hanno nomi, ma per me sono semplicemente le bambine.

Ridono per tutto il tempo, corrono e parlano tra loro. Fanno gesti strani, lo so che fanno cose strane. Non giocano e non hanno amici e si controllano l’ombelico di continuo, sedute a gambe incrociate nella polvere. Odorano di uova sode, mentre i bambini di solito sanno di latte e panna cotta. Ma sono le bambine, e io ci sono abituata.

Alle bambine non piacciono le storie.

Quando mi avvicino al loro letto, di notte, per rimboccare le coperte, mi cacciano via con sguardo ostile; hanno da parlare tra loro a mezza voce mentre si intrecciano i capelli. Solo a volte mi sorridono e mi dicono “Come è morto papà?” con occhi feroci da gabbiano. Alle bambine non piacciono i giocattoli. Per Natale ho cucito loro delle bambole di pezza e le ho lasciate sul comodino. Il giorno dopo, rassettando, non le ho più trovate.

«Dove sono le vostre bambole?»

«Non respiravano più. Sono morte. Le abbiamo sepolte in giardino.»

Spesso parlano insieme, come se pensassero insieme, come se per tutto il giorno decidessero cosa dire a un’unica voce, una voce incolore. Sono uguali le bambine: non un capello scomposto, un neo, un inciampo della pelle le distingue. Le bambine sono selvagge. Pettino di continuo i loro capelli, ma quelli riprendono ad annodarsi un attimo dopo, come per una magia.

A volte mi chiudono in bagno per un giorno intero. Mi aprono solo a sera. Non so cosa facciano durante tutta la giornata. Ho nascosto le chiavi di tutte le porte, ma loro riescono sempre a trovarle. La prima volta ho pensato fosse un gioco, una variante di nascondino. Ridevo dietro la porta. Le chiamavo. Cantavo, spostando la tendina e ripassando il nome delle nuvole. Aspettavo mi aprissero per correre a cercarle tra le stanze, sotto i letti, dentro gli armadi. Dopo mezz’ora ho iniziato a battere i pugni contro la porta. Poi a gridare.

L’acqua del lavandino non è buona. Sa di ruggine e calcare. Alla sete segue la fame.

Aprono senza dire niente. Spesso non me ne accorgo nemmeno. Capita che mi sia addormentata con la testa contro la porta o con un gomito sul bidet. Sento il rumore della chiave nella serratura o mi sveglia di notte il cigolio delle stelle, provo a ruotare la maniglia e la porta si spalanca. Le trovo a letto. Strette l’una all’altra, con quei capelli vivi. «Mamma, ti vogliamo bene», mi baciano e io mi ritrovo a piangere in un’altra stanza.

Ho imparato a prendere per il collo la notte e a strangolare i sogni.

Lo avevo seguito senza rimorsi. Trasformava le mie emicranie in pomeriggi di coccole e sussurri a letto. Estirpava i miei sensi di colpa passandomi una mano tra i capelli, li pettinava con le dita. Quando il mal di testa mi prendeva di notte, poggiavo la fronte contro la sua tempia, tra le coperte, e provavo a figurarmi la forma dei suoi sogni. Chiudevo gli occhi e dietro alle palpebre comparivano bestie che non avevo mai incontrato, città che non avevo visitato. Mi addormentava la cantilena di idiomi sconosciuti. Mi sono vista deforme in un suo incubo. Mi sono scorta lucente come una santa sul fondo del suo sonno.

Capitava che nelle notti di temporale scoppiassi a piangere se lui, per gioco, tra un risolino e un pizzicotto, mi chiamava tocca. Perché la vertigine dello strazio a volte veniva di nuovo a divorarmi. Quando la spossatezza mi bloccava a letto per giorni interi, si occupava lui della casa. Nella stanza, le mattine scurivano in fretta.

«Grandina, bisogna portare il bucato dentro», gli dicevo con i nervi percossi dal fragore violento della natura contro i vetri chiusi.

«Ma no, amore, fuori c’è il sole».

Si occupava lui delle bambine. Tra le sue braccia diventavano docili e affettuose. Li sentivo oltre la porta. I corpi delle bambine sembravano abitati dalle risa di qualcun altro, risate da uccello. Le immaginavo saltellare scalze nel corridoio con un’ilarità che non gli avevo mai riconosciuto. Forse avrei dovuto tenerle di più dentro di me. Sono nate premature. Non sono riuscita a trattenerle.

Lo spessore delle sue braccia. La geometria perfetta di ogni suo respiro. Mi misuravo con le sue mani, per scoprire quante sue dita era lunga una mia gamba. Mi scriveva parole indecenti con la punta della lingua lungo la nuca, per svegliarmi al mattino. Carezze cocenti e un rosario di risate, scorze di sole. Quando fumava le Chesterfield rosse gli si addormentava il piede. Il destro. Solo con quelle. Con tutte le altre marche di sigarette non succedeva. Gli levavo la ciabatta e gli succhiavo l’alluce. Non sentiva niente e rideva. Di quella risata gonfia e succosa che era uva. Di quella risata sua, un po’ acerba. Appena ho scoperto di essere incinta, ha buttato le sigarette. «Deve essere te in miniatura». Quando ha saputo che erano due, ha detto «E adesso che ne facciamo dell’originale?», pizzicandomi un fianco.

Se l’è portato via un dente cariato.

Era in fabbrica per il turno di notte. Il dente gli doleva da giorni e lui continuava a rimandare una visita dal dentista con quella smorfia del viso, con quel suo sorriso di lato e il gesto vago della mano. Uno spasmo di dolore, un sussulto improvviso, un movimento sbagliato e un macchinario gli ha tranciato la gamba. Quella destra. Non si distingueva il rosso dei pomodori delle conserve da quello del sangue. Un’unica poltiglia densa e schiumosa. È rimasto incastrato. Hanno dovuto aspettare l’ambulanza per tirarlo via. Gridava, mi hanno detto. Ha gridato per tutto il tempo.

Me l’hanno portato a casa spezzato. E muto. Non ha parlato per giorni. Poi mi ha preso la mano e mi ha detto «Tu mi devi aiutare o io mi lascio morire di fame e di sete». Ho rifiutato con l’egoismo del pianto. La barba prese a crescergli incolta, non voleva lo radessi. Per me era più bello. Gli occhi si cerchiarono di fiacchezza. Per me era più bello. Presto si sarebbe abituato a quella nuova condizione. Bisognava dargli tempo. L’avrebbe accettata, avremmo trovato il modo di conviverci, un modo nostro, fatto di premure e piccole attenzioni, di gesti e rituali complici. Avremmo ricominciato a ridere a una voce.

Me l’avevano portato a casa salvo. Poco importava se il resto della sua gamba lo aspettava in una scatola di metallo al cimitero, dove si parcheggiano gli arti amputati in attesa della ricongiunzione dei corpi nel giorno del giudizio. A un certo punto quello che restava della sua coscia ha iniziato a svuotarsi. Come una pianta grassa scavata dall’interno da un parassita, ha iniziato a collassare su sé stessa con un odore di aceto. La cancrena gli ha mangiato il moncherino sotto agli occhi e gli hanno dovuto amputare di nuovo quello che restava della gamba, stavolta fino all’inguine.

Poi hanno parlato di complicanze. Hanno parlato di infezioni.

Oggi è un nuovo giorno e Dio suona gli uccelli. Quando pettino i capelli alle bambine a volte mi taglio le dita. Hanno capelli spessi e affilati. Loro prendono i miei polpastrelli e li succhiano. Prima li succhiano, poi li mordono. Anche gli insetti scappano da casa mia. Appena nate, quando le allattavo al seno, mi morsicavano i capezzoli. Io tastavo incredula quelle gengive rosa candite, prive di denti, eppure l’areola del mio seno continuava a sanguinare.

Da bambina, nei pomeriggi dopo la pioggia, correvo a raccogliere limacce, le lumache grasse senza guscio. Escono con l’umidità, quando nell’aria sfrigola un odore di ruggine e le nuvole sono coricate sul vento. Me le facevo camminare sulle braccia, mi rilassava quella carezza viscida raso pelle. Con l’indice gli premevo le corna e quelle le ritiravano nel corpo di polpa collosa. Mi facevano ridere quei movimenti lenti e svagati. Vesciche molli che si lasciavano dietro uno scarabocchio lucente.

Un pomeriggio ne ho raccolte una ventina e le ho nascoste nel vasino della cacca sotto al letto. Le ho coperte con molto terriccio, per evitare che scappassero. Al ritorno da scuola non le ho più trovate. Il vasino non c’era. Le avevano buttate. Le avevano uccise. Sono corsa in bagno e mi sono chiusa dentro. Mi sono accovacciata sul fondo della vasca e ho aperto l’acqua. Il mio grembiule col fiocco tricolore ha preso a inzupparsi. Si è fatto pesante. Ho iniziato a piangere. Volevo annegare. Volevo morire, come le mie limacce. Quello è stato il primo dei miei cronici mal di testa, lancinante e affilato come un parto.

Poi le ho viste.

Erano due. Strisciavano sul bordo della vasca proprio di fianco a me. Le ho prese. Le ho infilate in bocca. Le ho protette. Un sapore metallico e burroso mi è scivolato lungo la gola.

Le donne del paese pensano che le bambine portino sfortuna, le guardano con sospetto, si tirano i figli al petto, quando passano. Solo l’arrotino le saluta. D’estate vende lupini. È l’unico che le chiama per nome. «I monozigoti sono una benedizione», dice. Nel suo paese li portano sul fercolo durante le processioni, ai piedi delle statue dei santi. La gente si sbraccia per toccarli. «Portano bene», dice. Gli fanno baciare i biglietti del lotto e il parroco se li porta dietro quando va a benedire le case.

A un tratto mi suona come un atto d’accusa. Mi irrigidisco. Invece lui sorride.

Suo figlio è morto bambino. Se ne avesse avuti due uguali, ora il fantasma di suo figlio si aggirerebbe con disinvoltura per casa, ironizza con amarezza, invece gli ha lasciato un cane spelacchiato, una moglie isterica e una bicicletta a cui avevano tolto da poco le rotelle. Regala spesso alle bambine un cartoccio di lupini. Lo ringrazio. Dice ridendo che forse lo fa più per egoismo, che per altro. Spera di ingraziarsi la sorte. Odora di pasta abrasiva e ha le mani squamose.

Le bambine raccolgono pietre a forma di nasi, conchiglie a forma di orecchie. Cercano stralci di corpo tra la sabbia e il fogliame scrupolosamente, per ore, in silenzio. Li misurano, tarano le proporzioni. Ho paura di svegliarmi e di trovare quel raccolto accanto a me nel letto, disposto come un corpo freddo tra le lenzuola matrimoniali.

Il medico, prima di andare via da casa mia, quando mio marito spirò: «Non si preoccupi, signora, diremo che si è trattato di morte naturale. Soffriva. Il dolore era lancinante. Sarebbe stata comunque solo questione di giorni. Era troppo debole. Si era lasciato andare.»

Confusione, mal di testa. Tuttora non capisco.

«Diremo che è si è trattato di morte naturale…»

Le bambine erano dietro la porta. Lo sguardo aguzzo.

«Come è morto papà?»

Quando le bambine ridono, la loro faccia si allarga, diventa sgraziata.

Torno dal mercato con sacchetti gonfi di susine e una stanchezza mediterranea. La stanchezza femmina del sole che scotta tra i banchetti del pesce e gli Apecar degli ambulanti. Voglio fare una crostata. Canto a mezza voce. Vorrei andare al mare. Portarci le bambine. Fargli respirare aria buona. Odore acido e salato sulla pelle. Sentire i pettegolezzi chiusi nelle conchiglie. La brezza che si infila tra la gola e i capelli e prolunga le sillabe. I fischi delle onde e il cielo appoggiato sopra. La pelle caramellata dal sole. Vorrei vederle correre contro l’azzurro sbeccato con quei corpicini teneri, morbidi di sudore, offerti all’estate. Stringermele al petto. Inglobarle. Riportarle dentro di me. Riempirmi nuovamente di loro con un gonfiore che mi fa più bella. Mi sorprendo a ripensare alle loro prime parole, pronunciate a una voce con grazia malferma.

Apro la porta di casa e sento odore di sugo. Odore acre di pelati. Aglio soffritto in olio buono. Basilico. È da quando è morto che non entra un pomodoro in casa mia. Mangiamo in bianco. Pesto. Vellutate. Salse e fondi chiari o besciamella. Entro in cucina e le trovo ai fornelli. Scalze, in punta dei piedi su uno sgabello. Aggiustano di sale, girano col mestolo. «Mamma, sei già tornata? Ti stavamo preparando una sorpresa, stiamo cucinando per te», quel sorriso ambiguo. I capelli che scintillano di bava di lumaca.

Le scuoto. “Cosa avete fatto? Come avete potuto?” Le scaglio a terra, forse contro il muro. Me lo hanno ucciso. Ho partorito le limacce.

Le bambine gridano. Si coprono la faccia. Scappano piangendo, con le guance graffiate. Mi manca l’aria. Mi gira la testa. Arriva la vertigine. C’è pomodoro dappertutto. È tutto sporco. Sangue? Forse le ho scottate. Gli ho fatto male. Mi calmo. Corro a chiamarle in giardino. Inciampo. Non ci sono. Mi formicola la gamba. Resto svuotata. Mi vado a chiudere in bagno da sola.

Mi sveglia il rumore della porta di casa che si apre. Corro ad accoglierle. Invece c’è l’arrotino.

«Ho bussato. La porta era aperta…»

Mentre smontava il carretto di lupini giù al molo, durante i fuochi per il santo patrono, le bambine gli hanno detto – gridando con le mani premute sulle orecchie per i botti – che in cucina c’era un guasto, un lavoro urgente da sistemare. «Hanno detto che era urgente. Ho pensato che non potevate cucinare e mangiare.»

«Erano al molo?», chiedo. Mi sento spossata e intontita. Ho come una febbre estiva nelle orecchie.

«Certo», risponde, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, stupendosi che non ci fossi anch’io. Tutto il paese sta onorando il patrono, tra alici fritte e santini impregnati di sale.

I pescatori lo portano in spalla fino al mare. Lo caricano su una lampara e lo lasciano alle onde. Benedice le acque, le rende feconde, le libera dalle insidie. Le donne che vogliono avere un bambino fanno il bagno vestite, col santo. L’acqua rende fertili pure loro, le penetra. Gli infermi immergono un pezzo di pane biscottato nel mare e lo mangiano. Il cielo è crepato da fuochi d’artificio.

D’un tratto mi sento in imbarazzo per la cucina sporca, per il sugo che imbratta piano cottura, mobili e pareti. Ma mi guardo attorno e del pomodoro non c’è traccia. C’è solo una pentola con dell’acqua rovesciata sui fornelli ormai spenti e qualche piatto rotto. Ho mal di testa. Una patina viscida e burrosa sulla lingua.

Mi chiede del guasto. Lo guardo come se non riuscissi a metterlo bene a fuoco. Le sue parole mi arrivano da lontano. Non riesco a capire bene cosa dice, ma lo vedo muovere le labbra. Ha un tono affabile. Un pacchetto di Chesterfield rosse che sbuca dalla tasca posteriore dei pantaloni. È un attimo e mi sento le sue mani tra le cosce. È da una vita che un uomo non mi tocca. Premo il mio ventre contro il suo pube duro. Lo accolgo. L’empatia della carne.


Emanuela D’Amore, 1986, laureata in Archeologia e Storia dell’Arte, ha lavorato nel settore dei beni culturali in Italia e all’Estero, è abilitata all’insegnamento della Storia dell’Arte e specializzata nelle attività di sostegno didattico per gli alunni con disabilità.
Ha frequentato la scuola di scrittura Lalineascritta, suoi racconti sono stati pubblicati su Cattedrale, Toilet, SalernoLetteratura e nell’antologia Per un pugno di storie, Giulio Perrone Editore. Ha vinto una borsa di studio per un corso della scuola Belleville, che attualmente sta frequentando.


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Liberaci dal padre: le famiglie religiose nei memoir

di Beatrice Galluzzi

Quando si parla di memoir americani, si assegna a Mary Karr, con il suo Il club dei bugiardi (Edizioni E/O, 2017), il merito di aver lanciato la rinascita del genere, e non vi è dubbio che le giovani memorialiste Patricia Lockwood e Tara Westover godano della sua onda di propagazione.

Ma in loro cʼè una matrice comune, al di là di unʼinfanzia non convenzionale e sciagurata: sono entrambe cresciute in famiglie estremamente religiose e la loro formazione è passata da credenze retrive e svianti che si sono trovate a contestare riadattando la percezione stessa della realtà.

La Lockwood in Priestdaddy – Mio papà il sacerdote (Mondadori, 2020) immola suo padre a icona cattolica permeata da controsensi ironici ed esagerazioni. Un prete a cui vengono assegnate chiese in paesi destinati allo spopolamento o ingombri di rifiuti tossici. Nei suoi innumerevoli trasferimenti, orbitando nella periferia americana più decadente, Patricia impara a fare in fretta i bagagli e adattarsi al retro di vecchie canoniche. A diciannove anni, scappa con il suo fidanzato, e ci racconta il suo distacco dalla fede – ma non dalla sua famiglia – con una satira feconda, che a volte scade nella forzatura: incarica sé stessa di alleggerire una figura altrimenti insostenibile, quella di un genitore sacerdote che quando è arrabbiato gira per casa in biancheria intima trasparente, e che per calmarsi lucida pistole. Lo stesso uomo che si è convertito al cattolicesimo dopo aver guardato il film Lʼesorcista per settantadue volte, mentre era in un sottomarino nucleare.

Fa tutto sorridere, in quello che racconta Patricia, soprattutto perché restituisce ai membri della sua famiglia tratti caricaturali. I dialoghi sono scambi di battute; i test psicologici, le opinioni antiprogressiste sulla parità di genere vengono contestualizzati in un teatrino dellʼassurdo – il padre scimmiotta le femministe facendo il verso delle mucche; i personaggi sono deprivati di fini ignobili, eppure i cattivi intenti affiorano dappertutto, facendo scricchiolare uno strato di ghiaccio troppo sottile e crepando la superficie nel momento in cui Patricia ammette di aver subito uno stupro.

Ci scrive una poesia, Rape joke, che diventa in poco tempo virale. Quando Priestdaddy lo viene a sapere la stringe a sé non per consolazione, ma per pregare che venga assolta dal suo peccato; la madre invece la porta dal ginecologo antiabortista che impone a tutte le sue figlie: «Forse fu allora che nacque in me il sospetto: qualcosa non va nel modo in cui questa gente ha organizzato il mondo, a prescindere dalle loro intenzioni».

Qualche riga dopo lʼautrice rilancia una discolpa sarcastica:

«A essere onesta, dato che non possiamo comprendere fino in fondo la mente e le motivazioni degli altri, è possibile che in realtà avesse scelto quel ginecologo perché gli altri medici del suo ambulatorio si chiamavano dottor Pipì e dottor Tette (ndr: nel testo originale the other doctors in his practice were named Dr. WeeWee and Dr. Bosom), una simmetria alla quale non sarebbe stata in grado di opporsi».

Poi, di nuovo, assecondando un alternarsi schizofrenico di traumi, gioia, tentativi di suicidio e battute:

«Un trucchetto che uso spesso, quando sono sopraffatta dalla vergogna e dal rimorso, o da un senso di rottura irreparabile, è pensare a un verso che amo in modo particolare, e a una poesia che è arrivata come un fulmine, e ricordare che non lʼavrei mai scritta se qualcosa nella mia vita fosse andato in modo diverso. Non così. Non con quelle parole».

Ed è qui che emerge la dissonanza cognitiva che Patricia ha in comune con tutti i figli bistrattati: lei è autrice di poesie e di questo stesso memoir grazie a quello che ha subìto e non a causa delle persone che lo hanno inflitto. La persuasione consolatoria che la sofferenza non sia vana o gratuita finché forgia talenti come il suo.

La stessa amena compensazione che troviamo in Tara Westover, ma con un risvolto più serio e drammatizzato. Lʼeducazione (Feltrinelli, 2018) è un testo che descrive una quotidianità di una famiglia di mormoni anarchici survivalisti talmente estrema da essere sì ridicola, ma in nessun caso divertente: permane solo lo sdegno che si prova da spettatori passivi di deprivazioni culturali e abusi. La Westover assolve i responsabili ancor prima di cominciare, in una nota che forse è lʼunica cosa che stona in un testo altrimenti scevro da discernimenti:

«Questo non è un libro sui mormoni né su nessun altro credo religioso. È la storia di diverse persone, alcune credenti altre no, alcune buone, altre meno. Ciò non significa che per lʼautrice ci sia alcun collegamento, positivo o negativo, tra le due cose».

Col cavolo, Tara, ci viene da dire una volta cominciata la lettura. Non solo il collegamento tra le due cose cʼè – e la storia è basata essenzialmente su questo – ma Lʼeducazione è un libro sui mormoni talmente universale da potersi estendere a ogni credo religioso usato come alibi da persone psicotiche e violente.

Tara cresce in una fattoria diroccata ai piedi di una montagna che la sua famiglia chiama la Principessa indiana e che, in pratica, è lʼunico spicchio di Idaho, e del pianeta, che conosce.

«La collina è un manto di grano selvatico. Se le conifere e lʼartemisia sono solisti, il campo di grano è un corpo di ballo: ciascun gambo segue gli altri in slanci improvvisi, come milioni di ballerine che si piegano una dopo lʼaltra quando le forti raffiche investono le loro teste dorate. La forma di questo solco dura solo un istante, e allora si ha lʼimpressione di poter vedere il vento.»

Eppure, nonostante la leziosità smossa dai ricordi, è tuttʼaltro che il luogo protetto della sua infanzia. Il padre si guadagna da vivere smembrando rottami e il paesaggio che lʼautrice descrive nella sua interezza è una radura disseminata di rifiuti in cui lei corre con i suoi fratelli. Nessuno di loro va a scuola, tutti lavorano nella discarica fin da piccoli, costretti a guidare macchinari trincianti a causa dei quali, molto spesso, riportano gravi ferite. La madre fa lʼerborista in casa e, sempre in casa, fa partorire le donne e cura le ferite con gli unguenti. Nessuno può andare in ospedale, non cʼè la possibilità di studiare – e quando uno dei figli esplicita lʼintenzione di istruirsi, il padre lo fa alzare ancora prima e faticare di più – né è contemplato alcun tipo di contatto esterno.

Il capofamiglia vive nella perenne ansietà che arrivi lʼApocalisse; ogni sua azione è votata solo ed esclusivamente a non farsi trovare impreparato: nasconde taniche di benzina, accumula provviste di cibo e armi da fuoco. Le paranoie si affastellano una sopra lʼaltra come la sua montagna di rifiuti, di cui raggiunge la vetta quando viene a sapere di un assedio militare contro la famiglia Weaver, fondamentalisti religiosi non lontano da casa loro – quella che Tara, anni dopo, scopre essere la famosa vicenda di Ruby Ridge.

«Cominciò verso la fine della stagione dellʼinscatolamento, quella stagione che gli altri bambini probabilmente chiamavano “estate”. La mia famiglia passava sempre i mesi caldi a inscatolare scorte di frutta perché il papà diceva che ne avremmo avuto bisogno per i Giorni dellʼAbominio. Una sera, quando rientrò dalla discarica, sembrava inquieto. Durante la cena misurò a grandi passi la cucina e quasi non toccò cibo. Dovevamo avere tutto pronto, disse. Cʼera poco tempo.»

È così che cresce Tara: di notte tormentata dalle immagini degli incidenti capitati ai fratelli sotto i macchinari, sbalzati fuori da auto guidate dal padre, le loro ossa esposte, la pelle ustionata, i crani rotti; di giorno schiacciata dal lavoro alla discarica e da quello di assistente erborista e ostetrica della madre. Fino a quando scopre il Coro del Tabernacolo Mormone, allʼinterno del quale il padre, per un periodo, le permette di esibirsi. Lʼunica qualità che a Tara sembra di avere, il canto, è un modo per imparare che cʼè unʼaltra educazione oltre a quella religiosa e rurale, anche se tutto la riconduce al punto di partenza:

«Il papà non smetteva di sorridere. Non cʼera praticamente nessuno, in chiesa, a cui non avesse dato dellʼinfedele – perché era andato da un dottore o aveva mandato i figli alla scuola pubblica –, ma quel giorno sembrò dimenticarsi del socialismo californiano e degli Illuminati. Mi rimase accanto, con una mano sulla spalla, a ricevere garbatamente complimenti.»

E se cʼè dellʼironia, nelle vicissitudini delle due autrici, è che Tara Westover si scopre brava a cantare quanto Patricia Lockood si rivela negata:

«Ecco la grande tragedia della mia vita. Se avessi saputo cantare non sarei qui, vivrei in un appartamento a Vienna mangiando pasticcini con le dita e bevendo acqua di colonia di proposito. Se fossi riuscita a emettere quel suono celestiale non avrei avuto bisogno della carta. Invece non sapevo cantare, ed eccomi qui.»

Ma hanno una nota discorde, queste due figlie sbagliate, che fanno risuonare inconsapevolmente. In Tara si propaga dal momento in cui si impunta nel voler ricevere unʼistruzione e pretende un certificato di nascita – molto difficile da ottenere, dato che la madre non si ricorda la data esatta; Patricia, invece, è conscia della sua insofferenza fin dalle manifestazioni antiabortiste in cui la trascinano i genitori da piccola. Seppur su strade parallele arrivano entrambe è unʼirreparabile rottura con la tradizione che le ha generate: estirpano da sole le proprie radici, rischiando di rimanere menomate, e lo fanno senza mettere in conto la possibilità di tornare indietro.

Nella loro fuga non cʼè niente di eroico: è spinta dalla mera necessità di assecondare il sopravvento di un dubbio insopprimibile. Tara e Patricia scappano in due momenti e in due luoghi distinti di unʼAmerica destinata a sfaldarsi e ricomporsi in forme mutate, ma leggendo le loro memorie intrise di poesia e fallimento si immaginano correre lʼuna verso lʼaltra per poi incontrarsi nel bel mezzo di quegli stessi paesaggi devastati.

Veri e propri casi editoriali, queste due scrittrici eretiche sono state fin troppo rispettose con i padri che le hanno sacrificate. Tara, che nella sua intervista per Feltrinelli parla più di quanto sia stato difficile perdere la metà della sua famiglia che sopravvivere alla violenza ed educarsi da sola; Patricia, che nel retro della copertina del libro abbraccia suo padre in una posa allegra, come a dire che, in fondo, non ha fatto niente di male a parte credere in Dio e non in lei.

Perché questo è il grande scotto che pagano in quanto figlie di una fede totalitaria: per quanto abbiano avuto il coraggio di distaccarsi da un Creatore e da un padre che sono la stessa cosa, in loro permarranno lʼobbligo di riconoscenza e il senso di colpa di tutti i sopravvissuti.

masterclass – scrittori in editing

CHE COS’È

Scrittori in editing è la masterclass che mette in contatto coloro che vogliono approfondire la formazione del mestiere dell’editor e coloro per cui la scrittura non è più solo un’esplorazione ma un primo passo compiuto, sotto forma di romanzo o raccolta di racconti. Si tratta di un lavoro di coaching e editing a testi inediti, supervisionato da due professioniste.


COSA SI FA

Si lavora per coppie: a ogni scrittore viene assegnato un editor con il quale confrontarsi e lavorare al proprio testo. Editor e scrittore si terranno in contatto via mail, videoconferenza, chat e lavoro sul testo con la modalità “revisione” di Word.
Saranno guidati nel percorso di coaching e editing dalle rispettive tutor: Francesca de Lena per gli editor, Barbara Fiorio per gli scrittori.
Il percorso è segnato da lezioni in diretta online, telefonate individuali e supporti scritti e video che risponderanno alle domande, scioglieranno dubbi, indirizzeranno verso proposte e soluzioni.


DURATA

Dal 27 aprile alle prime settimane di ottobre 2021 (senza incontri online ad agosto).
Potreste dover riscrivere intere parti del vostro romanzo; potreste dover conciliare questo percorso con il vostro normale lavoro e la vostra vita privata; potreste aver bisogno di maggiore tempo e respiro perché non ne avete esperienza; potreste sentire la necessità di metabolizzare le indicazioni e confrontarvi con le tutor, prima di intervenire sul testo. Per questo abbiamo preferito scegliere un periodo medio che includesse il riposo estivo.


COSA FANNO LE TUTOR

Leggono, analizzano e inquadrano le sinossi, le scalette e le prime 15 cartelle dei testi proposti. Dopodiché dirigono il lavoro. Una volta formati i gruppi, guidano le classi lungo tutto il percorso di coaching e editing intervenendo con:

  • 4 incontri in diretta online con la propria classe
  • 2 incontri in diretta online con l’altra classe
  • 3 interventi video o scritti di approfondimento e risposta alle domande ricevute
  • 2 colloqui telefonici individuali (di max 45 minuti) con i partecipanti della propria classe
  • 1 colloquio telefonico individuale (di max 45 minuti) con i partecipanti dell’altra classe
  • 1 diretta online finale per ogni singola coppia con entrambe le tutor

A COSA SERVE

Serve agli scrittori alle prime armi per avere una reale e completa esperienza di editing e revisione sul proprio testo inedito, in modo che sia pronto per essere proposto al mondo editoriale, e per avere una scheda di lettura finale, con indicazioni utili riguardo ai premi letterari più adatti a cui proporsi o, laddove possibile, alle agenzie letterarie e alle case editrici.

Serve a chi si è formato come editor ma manca di esperienza per confrontarsi sulla direzione da dare al lavoro, chiarire i dubbi e le incertezze di approccio, di metodo e di merito, costruirsi una personale “cassetta degli attrezzi” e mettersi alla prova nel gestire un editing in autonomia ma potendo contare sul supporto di chi è del mestiere.


PERCHÉ PARTECIPARE SE SONO UNO SCRITTORE

Perché hai scritto un romanzo o una raccolta di racconti ma senti il bisogno di lavorarci ancora, prima di inviarlo ad agenti o editori.
Perché non hai mai avuto un’esperienza di editing prima e desideri averla in uno spazio protetto, con la presenza di qualcuno di cui ti fidi a cui poter chiedere supporto quando lo senti necessario.
Perché avresti una squadra per te: non solo l’editor con cui lavorare sul tuo testo, ma anche una scrittrice e una editor professioniste a cui rivolgerti in caso di incertezze su specifici passaggi e altri autori, che contemporaneamente faranno lo stesso percorso, con cui poter condividere i problemi da affrontare.
Perché non conosci l’ambiente editoriale e non sapresti a chi rivolgerti per scegliere un editor con cui lavorare al tuo inedito: preferisci affidarti alla selezione di Francesca de Lena e Barbara Fiorio.
Perché pagare un editor professionista ti costerebbe decisamente molto di più.


PERCHÉ PARTECIPARE SE SONO UN EDITOR

Perché stabilire un rapporto diretto singolo e autonomo con un autore è molto importante per la crescita professionale e la masterclass ti permette di fare questa esperienza senza rinunciare a una guida e a un supporto lungo il percorso.
Perché ti saranno fornite delle tappe operative definite: indicazioni, video e promemoria su cosa fare, in che ordine e come farlo: dall’approccio con l’autore, ai primi elementi da analizzare nel testo, a come orientarsi per definire il target, il genere e la potenzialità editoriale del testo a cui lavori.
Perché poi sarai tu con le tue domande a cucirti il percorso addosso: se hai dubbi sulla scelta delle priorità riceverai risposte su quelle, se sei in difficoltà nella comunicazione con l’autore verrai supportato in tal senso, se non sei certo delle soluzioni che intendi proporre è lì che focalizzeremo il confronto.
Perché la squadra ti permetterà di condividere il tuo lavoro: non solo con le tutor, ma con i colleghi che staranno affrontando un percorso parallelo e insieme ai quali esprimere dubbi e sviluppare ragionamenti.
Perché oltre alle risposte-guida che segneranno il tuo percorso, sarai partecipe anche dei problemi e delle relative soluzioni indicate per il percorso degli altri. Ti formerai così un bagaglio di esperienza che andrà al di là del tuo singolo lavoro sul testo.
Perché partecipare sarà come fare l’apprendista prima di mettere su bottega per conto tuo.


PER ENTRARE

La Masterclass mette in contatto in automatico gli scrittori che hanno frequentato il laboratorio degli Scrittori Pigri di Barbara Fiorio e gli editor che si sono formati in Apnea scuola di editing di Francesca de Lena. Scrittori Pigri e editor Apnea entrano quindi alla sola richiesta di iscrizione.

Gli scrittori esterni che desiderano iscriversi invieranno il proprio romanzo o la propria raccolta di racconti che saranno valutati dalle tutor e dovranno passare la selezione.

Gli editor esterni che desiderano iscriversi invieranno una scheda di lettura su un racconto inedito che gli sarà fornito insieme ad alcune domande a cui rispondere. La scheda e le risposte saranno valutate dalle tutor e dovranno passare la selezione.


ISTRUZIONI PER ISCRIVERSI

Se sei uno scrittore scrivi a scrittoriinediting@gmail.com e:

  • Scrivi nell’oggetto: iscrizione SCRITTORE masterclass
  • Nel corpo della mail presentati in 15 righe raccontandoci perché vuoi fare questo percorso
  • Invia in allegato:
    • il testo del tuo romanzo o della tua raccolta di racconti in formato word (max 200 cartelle*)
    • la sinossi del romanzo oppure la presentazione della raccolta e del filo rosso che unisce i racconti (in entrambi i casi: min 900 e max 1800 battute spazi inclusi)
    • la scaletta della trama del romanzo in forma di elenco puntato (un punto per ogni evento dell’intreccio) di max 2 cartelle oppure una brevissima sinossi di ogni racconto della raccolta (max 300 battute spazi inclusi a racconto)

*le cartelle non sono le pagine: ogni cartella misura 1800 battute spazi inclusi

Se sei un editor scrivi a scrittoriinediting@gmail.com e:

  • Scrivi nell’oggetto: iscrizione EDITOR masterclass
  • Nel corpo della mail presentati in 15 righe raccontandoci perché vuoi fare questo percorso
  • Se sei esterno, richiedi il racconto e le domande necessarie per passare la selezione, a cui dovrai rispondere entro la data che ti sarà indicata.

Le iscrizioni sono aperte fino al 19 aprile 2021.

Agli scrittori e agli editor esterni verrà comunicato entro il 23 aprile se la loro richiesta di iscrizione è stata accettata.


COSTI

Per gli scrittori: 600 euro
Per gli editor: 300 euro + caparra
Caparra*: 150 euro

*la caparra ha un valore risarcitorio in caso di inadempimento da parte dell’iscritto: se un editor decide di lasciare la Masterclass prima della conclusione prevista, la caparra verrà trattenuta a titolo di risarcimento. In caso contrario, verrà interamente restituita. L’unico caso in cui è previsto un termine anticipato del percorso formativo è se il lavoro al romanzo – da parte dell’autore e da parte dell’editor, e in comune accordo – viene terminato prima del tempo. Anche in tal caso la caparra verrà interamente restituita.


CALENDARIO

Gli incontri in diretta online si tengono dalle 18:00 alle 20:00, salvo diversi accordi con i gruppi.

Le tutor indicheranno le date entro cui le diverse tappe del lavoro dovranno essere concluse: scaletta, primo atto, prima metà del secondo atto, seconda metà del secondo atto, terzo atto.

In grassetto il programma degli scrittori
in corsivo il programma degli editor
in tondo uguale per tutti


APRILE

Martedì 27 incontro in diretta online degli scrittori con la propria tutor
Giovedì 29 incontro in diretta online degli editor con la propria tutor


MAGGIO

Martedì 4 incontro in diretta online degli editor con la tutor dell’altra classe
Giovedì 6 incontro in diretta online degli scrittori con la tutor dell’altra classe

Martedì 25 incontro in diretta online degli scrittori con la propria tutor
Giovedì 27 incontro in diretta online degli editor con la propria tutor


GIUGNO

Giovedì 10 si inviano le domande alle tutor
Lunedì 14 si riceve il video o il testo di risposte

Martedì 22 incontro in diretta online degli scrittori con la propria tutor
Giovedì 24 incontro in diretta online degli editor con la propria tutor


LUGLIO

Giovedì 1 incontro in diretta online degli scrittori con la tutor dell’altra classe
Martedì 6 incontro in diretta online degli editor con la tutor dell’altra classe

Giovedì 15 si inviano le domande alle tutor
Lunedì 19 si riceve il video o il testo di risposte


AGOSTO

Lunedì 9 si invia un report alle proprie tutor


SETTEMBRE

Giovedì 2 si inviano le domande alle tutor
Lunedì 6 si riceve il video o il testo di risposte

Martedì 14 incontro in diretta online degli scrittori con la propria tutor
Giovedì 16 incontro in diretta online degli editor con la propria tutor

Giovedì 30 consegna alle tutor da parte degli editor della scheda di lettura del romanzo su cui hanno lavorato completa di suggerimenti su premi letterari ai quali presentarlo e, solo se possibile, su case editrici e/o agenzie letterarie adatte a quel testo.


OTTOBRE

Prima e seconda settimana di ottobre: appuntamenti in diretta online della singola coppia con entrambe le tutor per la chiusura del percorso.


DOMANDE E RISPOSTE PER RISOLVERE I PRIMI DUBBI (OSSIA LE FAQ)

Di quante battute considero una cartella?
1800 battute spazi inclusi.

Come deve essere la sinossi del romanzo?
Deve riassumere la trama, compreso il finale, senza osservazioni personali e senza frasi a effetto come se la si dovesse promuovere: è la sintesi della storia rivolta agli addetti ai lavori, non a potenziali lettori. Deve essere di min 900 e max 1800 battute.

Come deve essere la scaletta della trama del romanzo?
Deve essere un elenco strutturato per punti. A ogni punto corrisponde un evento della trama. Per evento della trama si considerano solo le reali azioni dei personaggi e gli avvenimenti esterni (terremoto, licenziamento, gravidanza, presa in ostaggio di una persona cara, ecc), non eventuali lezioni imparate/considerazioni/sviluppi psico-emotivi/pensieri o sentimenti provati. Deve essere di max 2 cartelle.

Come si terranno le dirette e come ci scambieremo le osservazioni e le domande?
Le dirette si terranno su piattaforme di videoconferenze. Per accedervi, le tutor invieranno un link a cui collegarsi.

Scambi e confronti di gruppo tra le classi e le tutor avverranno via email con possibili risposte video di cui verranno inviati i link. Il lavoro tra autore e editor avverrà via email o con altri mezzi che riterranno più adatti.

Chi e come si decide l’abbinamento di editor e autori?
Gli editor riceveranno le sinossi dei romanzi scelti dalle tutor e potranno esprimere la loro preferenza. La scelta finale resterà in capo alle tutor.

Oltre all’editor che mi viene assegnato, anche le tutor leggeranno tutto il mio romanzo e mi diranno cosa ne pensano?
No. Loro leggeranno le sinossi, le scalette e le prime 15 cartelle del testo al momento della selezione, poi seguiranno i vostri lavori, daranno approfondimenti generali e risponderanno alle vostre domande su dubbi specifici, leggendo alcuni passaggi selezionati su vostra richiesta. Se dovessero leggere interamente il vostro romanzo e consegnarvi una scheda di lettura, i costi di questa masterclass sarebbero molto più alti.

E se non mi trovo con l’autore o l’editor che mi viene assegnato?
Per gli scrittori è un rischio che correrete sempre, se pubblicherete e quindi vi troverete a lavorare con un editore. Per gli editor altrettanto: sia che lavoriate in una casa editrice sia che lavoriate come indipendenti vi troverete a occuparvi di testi di autori con cui potreste non sviluppare un’immediata sintonia. Il percorso che tutti farete qui serve anche a questo: dovrete saper perseguire un obiettivo comune che è il lavoro ottimale sul romanzo. Alla fine del percorso vi chiederemo comunque di dare una valutazione al lavoro fatto con il vostro editor o autore.

Una volta che avrò il romanzo o la mia raccolta pronti mi metterete in contatto con editori o agenti letterari?
No, non è quello il nostro lavoro né l’obiettivo di questa masterclass. Però ogni editor consegnerà al proprio autore (previa approvazione delle tutor) una scheda di lettura con una breve sinossi aggiornata e l’analisi del romanzo indicando i punti di forza e di debolezza. Vi suggerirà poi i premi letterari a cui presentarlo e, laddove possibile, gli editori e le agenzie letterarie che potrebbero essere più adatte a riceverlo.

INFO

Per qualsiasi informazione scrivici! ilibrideglialtri@gmail.com

Croste

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ’20/’21 poi dalla nostra redazione, ne sono infine stati scelti 13 per la pubblicazione. Questo è il secondo, lo ha scritto Alberto Cogo e ha richiesto poche correzioni, a cura della corsista di Apnea Cristina Troncia e della redazione.


Un padre si avventura nel bosco con il figlio per cercare Jack, il cane smarrito. Il lettore si ritrova immerso in una natura inospitale, che alimenta paure e cura ferite, punisce e ripara. La scrittura dell’autore, con pennellate decise ed essenziali e dialoghi bruschi, riflette l’inclemenza della natura.


di Alberto Cogo


La bambina lo puntò da una feritoia tra i capelli che le scendevano dalla fronte al petto. La mano correva avanti e indietro sopra il gomito, come la zampa di un gatto su un gomitolo di lana.

«Il braccio è mio e ci faccio quel che voglio», disse.

«Se non la smetti ti toglierai tutta la crosta», ribatté il fratello.

«Non m’importa».

«Continuerà a sanguinare».

«Lo so». 

«E se lo sai, perché non smetti?».

«Perché voglio vedere quanto sangue c’ho», balbettò lei.

Con le unghie sbrecciate grattava la crosta sul gomito, una piccola isola vulcanica spuntata sulla pelle dopo uno scivolone dal muretto a secco dietro la stalla. La collina ingialliva sotto il sole di maggio e l’erba e i capelli della bimba avevano preso lo stesso colore. Qualche guscio di neve ancora resisteva sulle vette più a nord, alle spalle del baito.

«Ti comporti troppo da stupida per essere mia sorella», la provocò il ragazzo.

«Forse non lo sono», rispose secca lei.

Il sangue aveva ripreso a scorrere in un rivolo nero inchiostro. Scendeva pastoso come una lingua di lava verso il polso, coprendo al suo passaggio piccoli nei e segni lasciati da ferite più antiche. Il fratello strappò da terra una spiga di forasacco e se la infilò nella fessura tra gli incisivi. 

«È vero. Non sei mia sorella», mentì masticando lo stelo.

«Dici una bugia!».

«E perché dovrei? Tanto per me è uguale».

La bimba smise di grattarsi e portò le mani alla bocca, tingendosi le labbra di sangue. 

«Meglio, non voglio essere tua sorella!».

«Non è questa la cosa importante», rispose sputandole la spiga tra gli zoccoli.

La ragazzina si leccò le labbra. Il sapore ferroso del sangue le grattò la lingua.

«E cosa c’è di tanto importante?».

«Che, siccome non siamo fratelli, papà è papà di uno solo di noi».

Il ragazzo allargò le braccia per caricare il colpo finale, come un gheppio spalanca le ali prima di picchiare su un topolino rimasto troppo lontano dalla tana.

«E non sei tu», aggiunse.

Il labbro superiore della bambina prese a vibrare. Strinse gli occhi per impedire alle lacrime di cadere. In fondo, pensava, se non cadono nessuno può dire che piango. Tornò a grattare con forza il poco che rimaneva della crosta.

«Vado a raccogliere qualche fungo. Vieni?», aggiunse il ragazzo voltandosi verso il bosco di abeti.

Per tutta risposta la bambina si inginocchiò sul pascolo. Il fratello fece due passi e le fu accanto.

«Dai vieni. Questa notte hai sentito quanta pioggia ha fatto? Troveremo qualcosa di sicuro».

«Resto qui», rispose a testa bassa, con le punte dei capelli che toccavano l’erba.

«Se vieni con me torniamo fratelli».

«Voglio Jack!», esclamò continuando a guardare per terra.

Il ragazzo alzò la fronte al cielo. Niente nuvole. Solo azzurro e azzurro che andava a morire verso valle, nel grigio che saliva dalla pianura. 

«È vivo sai? L’altra sera l’ho sentito abbaiare dal bosco», aggiunse la bambina.

«E perché tu di notte non dormi?».

«Perché mi manca».

Il fratello tirò su il muco dal naso e lo sputò voltando la testa di lato.

«Anche a me», disse.

«Tornerà, vero?».

«Non lo so. Forse».

La prese da sotto le braccia e la sollevò. La bambina tenne le gambe raccolte, restando in ginocchio nel vuoto.

«Dai, andiamo», le disse il fratello.

La piccola liberò i piedi e toccò terra.

«Credo di sapere dove trovarne di grossi come il cappello del babbo», aggiunse il ragazzo.

La lasciò camminare davanti a sé per tutto il pascolo e le si fece accanto solo una volta nel bosco. All’ombra delle piante, pensò il ragazzo, forse non l’avrebbe visto piangere. C’era vento tra gli alberi e rumore di piccoli animali sopra i rami e tra le radici. Sulle loro teste un falco, con i suoi fischi acuti a spezzarsi sui ghiaioni delle Gemelle.

«Alzati, dobbiamo andare».

Il ragazzo aprì gli occhi verso la bassa finestra. Fuori non c’era che buio.

«Dove papà?», farfuglio con la voce annodata dal sonno.

«Vèstiti. Ma gli scarponi mettili sulla porta. Tua sorella non si deve svegliare».

Le parole di suo padre riempivano la stanza che sapeva da legna e coperte rimaste a lungo negli armadi. Parole appesantite, come la pioggia dei giorni dei morti, quella che non smette e che ti bagna uno strato per volta, fino alle ossa. Scesero dabbasso. Accanto all’uscio era appoggiato il fucile da caccia. L’uomo lo raccolse e fece cenno al ragazzo di seguirlo. Alla spalla destra caricò la corda lunga della stalla. A metà del pascolo si fermò per togliere qualcosa dalla tasca.

«Tieni. Mangia. C’è da camminare».

Porse al ragazzo un pezzo di pane di segale con del formaggio maturo. Il figlio lo addentò senza smettere di tenere il passo del padre. Dopo mezz’ora nel bosco l’uomo prese su dritto per la Pecorara. Il ragazzo la conosceva, ma non lo diede a vedere. Conosceva tutto della sua montagna, però lì ci andava poco. Il sentiero, largo giusto per una persona alla volta, si arrampicava tosto per i ghiaioni delle Gemelle. In certi passaggi, quando ci si trovava ad aggirare a valle qualche croda, c’era da essere attenti, se no si finiva un centinaio di metri più sotto con le ossa rotte. Eppure non evitava la Pecorara per paura, ma per sua sorella, che spesso lo seguiva di nascosto. Non voleva saperla tra quelle pietre con ai piedi gli zoccoli troppo grandi che erano stati di mamma e che lei non toglieva mai dal giorno successivo all’incidente. 

«Hai visto un orso, papà?».

«No, però c’è. Stiamo attenti».


Una battuta di caccia? Ma papà se la concedeva solo a gennaio, quando il freddo, quello vero, alleggeriva i lavori in stalla. E poi andava sempre da solo a seguire le orme delle lepri bianche sulla neve. Il cuore iniziò a prendergli a calci il petto. Guardò la canna del fucile, nera come il temporale, spuntare dalla spalla di suo padre.

Superati i ghiaioni salirono verso la valle stretta tra le cime Gemelle. Scorsero l’ombra di un camoscio arrampicarsi sul pendio a ovest. L’alba non doveva essere lontana. Attraversarono il valico, che per secoli aveva visto nient’altro che bracconieri, passatori e sigarette, e arrivarono ai Muschi. Non era altro che un piccolo altipiano ovale, coperto dall’ultimo bosco così in alto. Una selva chiusa tra le pareti verticali delle Gemelle che d’inverno se ne stava quasi sempre in ombra e che teneva con sé la neve per buona parte dell’estate. L’altipiano terminava in una parete verticale. I selvatici non ci sostavano a lungo, in quella trappola a forma di imbuto. Le donne, un tempo, lo chiamavano il Grembo del Diavolo e quando ci andavano gli uomini per cacciare o passare la frontiera, loro restavano sveglie a pregare.

L’uomo si fermò all’ingresso del bosco. C’erano impronte su quel manto bianco quasi perenne. Di tante cose, nessuna umana. Si inginocchiò e mise un palmo sopra quella più fresca. Conteneva tutta la mano. Bestemmiò.

«È l’orso, papà?».

L’uomo si tolse la corda dalla spalla e la diede al figlio. 

«Portala tu e stammi vicino», disse controllando le cartucce della doppietta, «Non stiamo cercando l’orso, ma non è detto che non ci si incontri».

Camminavano sulla neve ghiacciata e i loro passi erano boati in quel catino di pietra. Il ragazzo aveva il busto piegato per il peso della corda coricata sul collo, come il giogo di un bue.

A metà dell’altipiano l’uomo si fermò, tendendo un braccio in direzione del figlio.

«Eccolo!».

Il ragazzo si mise in ascolto.

«Cosa papà?».

«Fa’ silenzio».

Tacque e, come suo padre, attese. A star fermi si gelava. Faceva sempre freddo ai Muschi, di quello che puzza e ammala e che c’è in certe cantine dove non entra mai luce. Lo sentì. Pareva il vagito di un bimbo. Forse un agnello o un piccolo di capriolo rimasto solo. Poi fu di nuovo il silenzio. L’uomo riprese il cammino guardando a terra. Cosa ci vedesse in quegli aghi di pino e in quei segni sulla neve, il figlio non lo capiva. Già tanto se lui si accorgeva di una pisciata di cervo sul manto bianco. L’abbaio arrivò dopo un minuto. Come costretto, come lontano, sebbene davanti a loro non vi fosse altro che l’altipiano corto e buio.

«Jack…», sussurrò il ragazzo.

Suo padre annuì e allungò il passo seguendo un sentiero invisibile tracciato tra le piante. All’ingresso di una radura spalancò le braccia.

«Non muoverti».

L’uomo si inginocchiò sulla neve e sporse il petto in avanti.

«Cos’è babbo?».

«È un bus. El bus dele strie».

Appena sotto la linea della neve c’era un cerchio nero, largo quanto un pozzo. Oltre il cerchio il vuoto.

«Jack è là sotto?».

«Credo di sì. Fa’ tre giri di corda attorno a quell’albero», aggiunse.

Il ragazzo obbedì e poi porse le cime al padre.

«Tieni il fucile. Se si avvicina l’orso, spara».

Il giovane prese l’arma, tenendola dritta davanti a sé. Pesava e le braccia del ragazzo iniziarono a tremare. L’uomo allungò le mani e riprese il fucile allontanandosi dal bus.

«No papà…».

«Posso perdere un buon cane, ma non un figlio. Un figlio non me lo darà più nessuno. Andiamocene».

«No, papà».

L’uomo si avvicinò, fino a entrare nella nuvola bianca del respiro del ragazzo.

«No cosa?».

«Scendo io e tu tieni il fucile per l’orso».

«Non puoi».

«Sai che mi arrampico bene e poi c’è la corda e in cima alla corda ci sei tu».

L’uomo fece un giro su stesso osservando il bosco che li cingeva.

«Va bene. Ma se vedo che si fa difficile, ti tiro su e ce ne andiamo».

Il ragazzo annuì. Il padre fece passare di mestiere la corda tra le gambe e sotto le ascelle del figlio. Quando fu ben salda, se la girò a sua volta attorno al braccio e al busto. 

«Tieni la pila», disse allungandogli la vecchia torcia militare, «Non fidarti degli appigli, sarà tutto ghiaccio».

Il padre cedeva corda pochi centimetri alla volta e il giovane cominciò la discesa tenendosi lontano dalla parete con la punta degli scarponi. La luce fragile della valle venne inghiottita dal buio. Quando toccò terra sentì scricchiolare sotto le suole degli scarponi, quasi fosse atterrato su un tappeto di ramoscelli. Accese la torcia. Ai suoi piedi un po’ di neve, qualche foglia e ossa ingiallite dal tempo. Toraci, mandibole, crani forse di volpi o caprioli. Animali caduti in quel buco e mai più risaliti. Il giovane si tolse la corda di dosso e guardò verso l’alto, come se si aspettasse una grazia da quell’occhio di luce sulla superficie del bosco.

«Tutto bene?», chiese il padre senza ottenere risposta.

«Tutto bene?», ripeté alzando la voce.

«Sì», rispose il ragazzo.

Un rumore lo costrinse ad alzare la torcia. Il fascio di luce graffiò le pareti della grotta, per fermarsi in un antro, forse l’ingresso di una seconda cavità. In fondo brillavano due occhi.

«Jack…», disse a mezza voce.

Gli occhi rimasero al loro posto.

«Dai Jack, vieni qui».

Il ragazzo fece due passi e dall’antro uscì un ringhio. 

L’animale doveva essere stato bianco un tempo. Forse un segugio, come suggeriva la dimensione delle orecchie che scendevano molli a lambire il garrese. Sul petto la fame aveva scavato la carne portando alla luce le costole. Non era Jack.

«L’hai trovato?».

«No, papà».

«Come no? Non è là sotto?».

«C’è un cane. Ma non è Jack».

L’uomo alzò lo sguardo alle cime degli alberi ai margini della radura. E poi ancora più in alto, verso le Gemelle. Bestemmiò.

«Va bene. Sali adesso».

«No».

«Cosa?».

«No papà». 

«Muoviti!», ordinò il padre alzando la voce.

Il ragazzo guardò di nuovo in direzione dell’antro. Gli occhi del cane si erano abbassati di un braccio: doveva essersi accucciato.

«Non lo lascio qui».

«Can da l’ostia, sali!».

«Mi dispiace papà, non lo lascio».

«Cristo di un Dio. Vieni su, adesso!».

Il ragazzo cavò dalla tasca lo scartoffio del panino al formaggio, con la metà tenuta per il ritorno. Fece un passo avanti. Il cane rispose al movimento con un secondo ringhio. Il giovane staccò un piccolo pezzo di pane e lo lanciò a un metro dall’animale. Il segugio si rialzò sulle zampe, roteò il capo in una direzione e poi nell’altra, allungò il collo e afferrò il boccone. 

«Che stai facendo?».

«Lo catturo», rispose il ragazzo sottovoce.

«Ti morderà!».

Staccò un pezzo di formaggio e lo lanciò a metà dello spazio che lo separava dal cane. L’animale fece due passi e lo addentò. Masticava lentamente, come un vecchio privo di denti o un bambino che ancora non ha imparato a memoria quel gesto di sopravvivenza. Il giovane fece un cappio con la corda che si era sfilato. Divise in due quel che restava del suo pasto e lo appoggiò davanti alla punta degli scarponi. Il segugio rimase immobile. Dagli angoli rugosi della bocca scendevano fili di bava fino a toccare le ossa sul fondo della grotta.

«Vieni», disse il ragazzo a mezza voce, «lo so che hai fame».

Il cane si accucciò e prese a strisciare ventre a terra. 

«Bravo, vieni qui».

L’animale raggiunse i suoi piedi e cominciò a mangiare. Quando ebbe finito, il giovane aprì la mano dove teneva l’ultimo pezzetto di pane e formaggio. Il cane si mise seduto. Il ragazzo sollevò ancora un poco il braccio, fino a quando l’animale non alzò le zampe anteriori, appoggiandole sul petto del giovane. Mangiava dal suo palmo senza mordere neppure un dito. Con la mano libera, il ragazzo fece scivolare il cappio sul torace del cane. Quando fu certo di averlo legato per bene, fece un saltello indietro e urlò rivolto alla bocca del bus.

«Tirami su papà! Mi morde, mi morde!».

L’uomo tese la corda e con un colpo di braccio sollevò il corpo di un paio di metri. 

«Bravo papà», disse il giovane dal fondo della grotta, «ora fa piano».

«Questa me la paghi», rispose l’uomo, continuando a recuperare la fune, «Appena arrivi in cima la paghi».

«Avevi ragione papà, voleva mordermi», aggiunse il ragazzo mentre osservava il cane salire verso la superficie. 

Quando la sagoma bianca emerse dal bus, il padre sgranò gli occhi.

«Che scherzo è?».

«Scusa papà, ma dovevamo liberarlo. Adesso scioglilo e gettami la corda».

L’uomo afferrò il cane per il collo, slegò il cappio e scagliò l’animale a un paio di metri dal buco. Quello rotolò sulla neve e rimase disteso un minuto buono prima di alzarsi e prendere, barcollando, la via del bosco. L’uomo lanciò la corda dentro la grotta.

«Sai legarti?».

«Sì, papà, so come fare».

Il ragazzo prese la cima e la fece passare tra le braccia e le gambe, imitando a memoria i gesti del padre. Quando fu pronto strattonò la fune due volte.

«Ci sono», disse.

Il padre appoggiò lo scarpone sul bordo del buco e piegò il busto all’indietro. Il ragazzo cominciò la risalita.

«Tutto bene?», chiese l’uomo.

«Sì, papà». 

Man mano che si avvicinava alla superficie, riacquistava la vista. Ora poteva vedere la parete del bus costellata da muschi e stallatiti di ghiaccio simili a denti affilati che il tempo, al posto di consumare, moltiplicava e allungava. A qualche metro dalla fine dell’antro la corda si fermò.

«Cosa succede papà?».


L’uomo non s’era accorto di nulla. Non un ramo spezzato, non il rumore delle zampe sulla neve. Eppure l’animale doveva pesare almeno tre volte lui. Solo quello strano odore selvatico lo aveva portato a voltarsi quel tanto per vederlo. L’orso era fermo a pochi passi dal bus, nel mezzo della radura. Immobile, come non fosse mai stato altrove. 

L’uomo cercò con lo sguardo il fucile. Ai suoi piedi non c’era. Ricordò di averlo ancora a tracolla, sotto la fune assicurata al corpo e tesa per il peso del figlio attaccato all’altro capo. Il fucile o la corda. Il grande orso o il suo piccolo uomo. Rifletté, freddo come il giorno in cui era nato nel baito, con due metri di neve fuori e le mani di suo padre che lo tenevano saldo e ancora appeso al cordone ombelicale. Scelse la corda.

«Papà!», gridò il ragazzo.

L’animale si mosse disegnando un cerchio attorno al buco. Si voltò e fece un secondo giro, calpestando le sue stesse impronte. Si sollevò sulle zampe posteriori e ruggì. L’uomo abbassò le palpebre attendendo il colpo degli artigli dall’alto.

Le riaprì al suono di un latrato acuto. Il cane era ricomparso e se ne stava tra lui e l’orso. I canini in direzione della belva, il collo proteso in avanti. L’orso si rimise a quattro zampe, emise un ruglio più forte e gli si lanciò contro. Il mezzo segugio schivò l’assalto e prese a girare intorno al nemico. Scansò un secondo attacco e poi un terzo. Fece due passi indietro e si infilò nel bosco. L’orso lo seguì al trotto, scomparendo tra gli alberi.

L’uomo riprese a tirare la corda con tutta la forza che aveva, fino a quando il volto del ragazzo comparve pallido oltre l’orlo del buco.

«Muoviti, andiamocene», disse tagliando i nodi della fune con il coltello da caccia.

«Era l’orso?».

«Sì. Se n’è andato, ma può sempre ripensarci».

«E il cane?».

L’uomo rispose girandogli le spalle.

«È scomparso nel bosco».

Corsero tra gli alberi spalla a spalla. Il padre teneva in mano il fucile. Il figlio teneva gli occhi fissi sulla neve alla ricerca delle tracce del cane. Ma c’erano solo impronte enormi a precederli, con le punte degli artigli impresse nel ghiaccio. Quando oltrepassarono gli ultimi alberi il ragazzo si voltò. 

«Papà, è dietro di noi!».

L’uomo si girò puntando il fucile. Il cane era una ventina di metri più indietro. Procedeva lento, come portasse sul dorso il peso di tutti i rami del bosco.

«Aspettiamolo!».

Il padre colpì il figlio in volto con la mano aperta.

«Muoviti! Vuoi fare la fine del topo?».

Cominciarono a scendere il ghiaione a lunghi passi. Il ragazzo ogni tanto si guardava indietro. Il cane c’era ancora ma la distanza tra loro cresceva. 

Girarono attorno all’ultima croda e videro finalmente il bosco di abeti, l’ultimo pezzo di terra selvatica prima dei pascoli e del baito. Il ragazzo si girò un’ultima volta. Il mezzo segugio era scomparso.

«Che fai?». 

Il giovane s’era accucciato a terra, con le braccia avvinghiate alle ginocchia, come un masso tra i massi.

«Alzati!».

L’uomo tentò di sollevarlo, ma il figlio si opponeva con tutto il suo peso. Gli diede una seconda sberla.

«Alzati!».

Il ragazzo non rispose, tenendo la posizione. Dal bordo della bocca prese a scendere una linea di sangue. L’uomo inspirò a lungo e volse gli occhi al sentiero alle loro spalle, ma c’erano solo pietre da dov’erano venuti e sopra le pietre le Gemelle.

«Torniamo indietro fino all’ultima croda. Se non c’è, ce ne andiamo dritti a casa».

Il ragazzo si alzò. 

«Restami alle spalle», disse il padre. «Se troviamo l’orso non ti voglio tra lui e il fucile».

Girarono intorno alla croda. Il sentiero era deserto.

«Bene, si va a casa».

«Aspetta papà! Ascolta».

Un piccolo sibilo, simile al guaito di un cucciolo, saliva fino al sentiero da valle. I due si sporsero in giù. Sulla pietraia sotto di loro c’era il segugio. Disteso sui sassi pareva soltanto un’altra roccia. Dietro di lui, a una ventina di metri, avanzava l’orso. L’uomo scese usando il fucile come un bastone fino a quando si trovò sulla linea tra il cane e la belva. Caricò l’arma e la puntò. L’orso si fermò, alzandosi sulle zampe posteriori. L’uomo cominciò ad andargli incontro, sempre con il fucile ben teso davanti. La belva prese a indietreggiare, scivolò un paio di volte sui pietroni, si voltò e cominciò a correre in ritirata verso le Gemelle.

L’uomo si piegò sul cane. Ansimava e la pelle si gonfiava, a ogni respiro, tra costola e costola. Da vicino il manto bianco era più folto di quanto sembrasse a prima vista. Le orecchie erano da segugio, ma gli occhi quelli di un buon pastore, pieni come gli occhi di Jack. Avvicinò una mano al muso e il cane, a fatica, gli passò la lingua tra le dita, le stesse con cui aveva colpito suo figlio.

«Vieni, ma fa piano che cadi di sotto», disse il padre. «È troppo debole per camminare. Te la senti di difenderci se torna l’orso?», aggiunse porgendogli il fucile. Il ragazzo fece di sì con il capo e prese l’arma.

«Bene, andiamo». L’uomo sollevò il cane e lo tenne tra le braccia fino al pascolo davanti casa.

La bimba li aspettava sull’uscio. Suo fratello, suo padre e un segugio bianco con gli occhi da pastore.

«Ha mangiato e ora dorme in fienile. Il veterinario dice che ce la fa di sicuro. Ha meno di un anno».

Fratello e sorella continuarono a fissare il padre fin quando non si tolse la giacca e si sedette a tavola, versandosi del minestrone.

«Posso andare a vederlo?», chiese il ragazzo.

«Sì, ma fai piano, deve riposare».

Il giovane si alzò e uscì camminando veloce il giusto per non far vedere che aveva voglia di correre. Quando il ragazzo scomparve dietro la porta, la bimba disse a mezza voce:

«Ma non possiamo tenerlo, non è nostro».

«Hai ragione», rispose il padre, «Non è nostro. Ma io e tuo fratello adesso siamo suoi e lui rimarrà con noi fin quando lo vorrà».

«Posso andare a vederlo?».

«Certo, ma non lo devi svegliare».

Sulla porta di casa la bimba si voltò, le spalle appena rivolte all’ingiù, come tenesse nei pugni delle pietre di fiume che trascinavano le braccia verso il basso. Punteggiava ogni frase chiudendo gli occhi e pareva sorridesse anche parlando. Con quell’amore per gli animali e per Jack che lui non aveva mai capito fino in fondo, convinto fosse un dovere di maschio tener separate bestie e persone. Eccola sua moglie, nei gesti e nelle consuetudini della figlia. Con la stessa grazia, il medesimo timbro di voce sebbene acerba come una mora di luglio. La riconobbe e comprese, senza rendersene conto, che non se n’era mai andata del tutto quando era uscita di strada al tornante verso il paese quella mattina di ghiaccio. Che se era vero che la carne non sarebbe tornata, seppellita nel punto più alto del pascolo, era altrettanto certo che quel luogo e la sua famiglia avrebbero continuato a parlare per lei, con le spalle appena rivolte all’ingiù verso quella terra che aveva tanto amato.

«Sono sua anch’io?», chiese la figlia.

«Sì, anche tu», rispose il padre sorridendo.

La piccola uscì nell’aria di maggio e si toccò il gomito. 

La crosta era scomparsa, la pelle guarita.


Alberto Cogo per mestiere da vent’anni riporta fatti, in passato dietro a una videocamera, oggi davanti a una tastiera. Per passione cammina nei boschi in compagnia di un cane da pastore e scrive racconti. Vive in provincia di Verona.


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La prima cosa scritta #3

5 domande a partire da una fotografia: quella del primo testo scritto. Le prime parole delle quali scrittrici e scrittori hanno deciso di fare qualcosa, o quelle che hanno mostrato loro che scrivere era ciò che volevano davvero (e in cui davvero riuscivano). La svolta nella loro formazione, anche se in un momento iniziale, e nel loro percorso autoriale.

A cura di Francesca de Lena. Intervista di Francesca Ceci.
Risponde Gianni Montieri.

Cosa questa foto racconta del testo e cosa racconta di te?

Questa foto diventa un movimento teso al recupero di qualcosa di molto prezioso. Ed è esattamente quello che rappresenta per me la prima cosa scritta e dopo tutte le altre. Le poesie le scrivo sempre tutte quante a mano, ognuna due o tre volte sullo stesso taccuino, prima di ricopiarle in word. Ogni poesia ha almeno un paio di editing fatti con penna prima di essere trasferita sul foglio elettronico. La prima cosa scritta però deve essere stata una canzone modificata. Modificavo i testi delle canzoni, le cambiavo e le adattavo alle mie giornate, ho cominciato così.

Chi eri e cosa facevi o cosa volevi fare (e fartene del tuo scrivere) quando l’hai scritto?

Ero solo un ragazzo che si divertiva con le parole degli altri, non pensavo di fare lo scrittore, ma le parole mi piacevano. Questa passione un po’ è rimasta, viene fuori quando scrivo recensioni, per esempio. Oppure se scrivo un pezzo di sport, capita che io ci metta dentro un film, una poesia, un brano di un romanzo, una canzone.

Come e quando questa prima cosa scritta si è trasformata in una tua attitudine di vita o in un mestiere?

Credo d’aver capito di voler scrivere seriamente (se così si può dire) quando mi sono trasferito a Milano da Giugliano, avevo 23 anni. È come se quella città, con i suoi viali, i suoi poeti, i suoi tram, mi avesse messo la penna in mano per davvero. Le devo quasi tutto.

Quanto di questa prima cosa scritta è ancora parte del tuo modo di scrivere?

Non la prima cosa scritta, ma la necessità di non sprecare nulla di quello che si scrive, credo che venga da allora. Una storia che ho raccontato qualche volta viene dal titolo che ho dato al mio secondo libro “Avremo cura”. Anni prima avevo scritto su un taccuino una poesia che aveva quel titolo. Il testo non funzionava, ci sono ritornato più volte, eliminando una volta un verso, la volta dopo l’altro. A un certo punto mi sono reso conto d’aver salvato solo il titolo, eppure il senso di quella poesia non riuscita si era trasferito nella complessità di un intero libro. Sono contento di cosa ho salvato e di cosa ho scartato.

Cosa ne è stato di questa prima cosa scritta? È entrata in un libro? È rimasta in un cassetto? La scriveresti allo stesso modo? Se no, cosa non scriveresti più così?

Ti dirò, io i testi delle canzoni li cambio ancora, questo è rimasto, credo che mi aiuti nello scrivere nel senso che fornisca una certa elasticità nella ricerca delle parole e poi nella loro successiva, spesso necessaria sostituzione.

Gianni Montieri. È nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo e nella rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici, L’ultimo uomo e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.