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Non prenderla come una critica – Come ho inventato l’Italia di Fabrizio Corona

Fabrizio Corona è nato da una sintesi tra Emilio Fede e Costantino Vitagliano: ci dice che il problema del mondo non è estetico, ma economico, altrimenti, nessuno vorrebbe essere ricco a tutti i costi. Corona incarna tutti gli stereotipi del berlusconismo. A guardarlo da Milano Due appare giovanile, spregiudicato, sicuro di sé. Veste bene, è atletico, ha le belle donne, è ricco, ha pure una certa abbronzatura culturale, cioè è figlio di un giornalista, usa correttamente i congiuntivi, non è “saputo” né scolastico. Insomma, ha lo stretto necessario per piacere a quell’Italia che la legittimazione culturale non l’ha mai avuta.

Invece, dal palco del Primo Maggio appare trash, arrivista, megalomane. È un cafone arricchito da una ricchezza sospetta, sfrutta le donne, è un vizioso, è un parvenu. Insomma, è trasversale, ma è un prodotto datato. Un rotocalco quando ormai le edicole chiudono. Un format televisivo in mezzo ai servizi di streaming in abbonamento, che fa l’effetto straniante di quella battuta di Valerio Lundini: a che ora va in onda Suburra? E si potrebbe finire così con l’ultimo libro di Corona. Se non fosse che Come ho inventato l’Italia è inquadrabile in una categoria merceologica molto precisa:

Il personaggio televisivo che scrive […] funziona innanzitutto perché non lascia mai solo il libro che ha scritto – la sua semplice presenza mediatica regala all’opera una rete di relazioni e implicazioni e connessioni (quelle che il testo, di per sé, non possiede): il racconto non deve contare sui propri soli mezzi per sedurre chi legge, perché chi legge è già interessato in partenza a tutto ciò che circonda il racconto. Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante (pag. 356)

Una pratica editoriale molto diffusa, come si nota sempre dalla bibliografia di Simonetti: La confessione, Enzo Ghinazzi (Pupo n.d.r.); Da qui non se ne va nessuno, Alba Parietti; Neanche con un Morso all’orecchio, Flavio Insinna; Non smettere di trasmettere, Claudio Baglioni. Si potrebbe continuare all’infinito. E non ci sarebbe nulla di male. Quando gli editori smetteranno di pubblicare i libri di Joyce Carol Oates sarà perché non avranno più i soldi delle vendite di Claudio Baglioni e di Giulia De Lellis. Ma stavolta non si chiuderà in sociologia: per considerarlo un prodotto estetico a tutti gli effetti andranno annotati pregi e difetti di questo libro.

Il Diavolo all’acqua pazza

I libri di Fabrizio Corona in genere hanno degli incipit molto accattivanti. Anche Come ho inventato l’Italia non delude:

Innanzitutto, io sono Dio. Tu che leggi, alza la testa dalla pagina. Vicino a te c’è una finestra? Che piano è, il terzo? Il quinto? Bene: se io mi buttassi di sotto non mi succederebbe nulla. Tu non farlo, tu sei mortale.

La trovata prima diverte, poi annoia perché allungata su tutta la durata dell’opera. Più che un gioco letterario sembra diventare un’ammissione psicopatologica. Ma tant’è, se c’è Dio c’è pure la sua negazione logica: il Diavolo, e Corona ne possiede tutte le insegne.

Quando mi lasciai con Belén più che Dio ero Satana. Fuori tutte le notti, svegli venti ore su ventiquattro. Io a scopare in auto, sui sedili posteriori, senza nessun divisore in plexiglass o in vetro […] un pomeriggio scopavo Jelena Ristic là dietro, Cannuccia si ferma a una stazione di servizio, fa il pieno. Non aveva una lira in tasca ma non si azzardava a interrompermi per chiedermi i soldi. Scende a pulire il parabrezza, con una lentezza esasperante, per darmi il tempo. La macchina vibrava e ballava.

Ho deciso di aggiornare la figura di Robin Hood: rubare ai ricchi, per dare a me stesso. In loro non vedevo più persone, ma cumuli di soldi ambulanti. Robin Bad. Entrare nel sistema dalla porta principale, moltiplicarmi come un virus, farlo marcire dall’interno. Dopotutto, mio padre aveva combattuto Berlusconi e ne era uscito a pezzi. Ho fatto calare su Milano le tenebre […] una puzza di amante, un sentore di scappatella, e già pregustavo il bonifico da qualche decina di migliaia di euro per il servizio che avrei venduto.

Volete sapere con che espressione mi sono fatto portare via durante quel mio primo arresto, il 13 marzo 2007? Ero gasato, come uno sceneggiatore che capisce come dare una svolta alla trama. Non ci credete? Aspettate, chiamo Nina. “Nina, di che umore ero quando mi hanno arrestato?”, “Gonfio come un uovo di Pasqua. Perché sei un criminale.” Con la sua erre moscia, criminale suona ancora più divertente.

Oltre al compiacimento tipico del repertorio di un rapper alla Gué Pequeno, al lettore rimane poco: non le Bentley, non le ambientazioni e nemmeno le Gucci. C’è soltanto tanta voglia di scandalizzare. Ma è un pio desiderio che evidentemente nasce da un fraintendimento, visto che oggi in libreria tutto è permesso (siamo molto lontani dai processi per oscenità a Pier Vittorio Tondelli e Aldo Busi). L’unico habitat dove non è ancora tutto permesso è la televisione col suo pubblico perbenista: il capolavoro di Corona è di aver convinto i telespettatori che egli esiste.

Un finto G

Come ho inventato l’Italia è tecnicamente una biografia romanzata. Esibisce il vissuto dell’autore come caso sensazionalistico. E in effetti assieme al vissuto di Corona c’è la cronaca, anche spicciola, di un certo demi-monde con i suoi nomi passati di moda. C’è il racconto dell’ascesa di Lele Mora nei primi anni Duemila, l’incontro con la modella Nina Moric, lo scandalo Vallettopoli nel 2007, il carcere, etc. etc.

Quella di Corona è una vita a suo modo eccezionale, ma un’occasione letteraria sprecata. Per esempio gli episodi carcerari non hanno la crudezza e la solidità di Edward Bunker, né la struggente carica erotica di Jean Genet. I racconti della prigionia di Corona sono soltanto un repertorio di bravate:

Riesco a farmi portare in carcere una Kodak usa e getta. Con un taglierino, scavo due buchi, piano A e piano B: uno nel fascicolo degli atti processuali, un altro nella suola delle mie Nike Air. Alla fine scelgo la seconda opzione: portarla in giro nel mio stesso corpo, sotto il naso delle guardie, mi dà un brivido di onnipotenza.

All’epoca in carcere si poteva ancora bere birra. E io la bevetti tutta la notte, fino a stordirmi. Mi sveglio più cattivo di prima. Cattivo significa con un progetto cattivo. Altrimenti non sei cattivo, sei coglione.

I muri delle celle sono riempiti con i calendari di quelle stesse vallette con cui io ho riempito le pagine delle riviste. La più gettonata è Ana Laura Ribas, ma vanno forte anche Francesca Lodo e Loredana Lecciso. Quando non ci si svaga con la masturbazione ci si svaga giocando a calcio sul cemento. Cinque contro cinque, le porte disegnate con la vernice sul muro.

Più che problematizzare l’esperienza carceraria, l’autore sembra impegnato nel consueto personal branding. Non c’è rovesciamento, né eversione, ma solo il punto di vista di un uomo bianco, borghese e benestante. Una tipologia umana già ampiamente fotografata, anche da Gué Pequeno, in rima, con l’antonomasia: un finto g come Corona

Le pentole

Anche il padre dell’autore, come quello di Gué Pequeno (sempre lui), era un giornalista. La comunanza lessicale e tematica col rapper milanese si presterebbe a una lettura psicoanalitica. Ma non divaghiamo, perché è proprio dai frammenti che Corona dedica al padre Vittorio che riusciamo a intuire una crepa nella corazza del personaggio:

Prendo quindicimila euro in contanti, la mia Bentley, carico un operatore e Gabriele Parpiglia, che al tempo lavorava come giornalista per Star+Tv, settimanale Mondadori di cui era appena diventato direttore mio padre, malato di cancro, gonfiato dal cortisone, calvo per la chemio. In quei giorni papà mi aveva chiamato a casa sua. “Come ti sembro?” Appoggiata sulla testa, aveva una massa di capelli corvini, troppo lucidi. “Ti sta bene, papà,” gli ho detto, e poi ho finto di allacciarmi la scarpa perché mi veniva da piangere, mi ripetevo quel nome che ora suonava come una beffa: “Vittorio… Vittorio”.

Come scritto da Simonetti «il ricordo commosso di uno o più genitori è una specifica costante di queste scritture alla ricerca disperata di genealogia e radici». Ma anche qui, più che radici, per Corona è una questione di esistere senza contesto, senza padri e senza debiti col passato, da vera divinità:

Così mi sono costruito un padre dalla schiena dritta, forte, moro, i ricci scolpiti, in giacca e cravatta. Distante, come tutto ciò che riusciamo ad ammirare. Si chiamava Vittorio, un nome che per me aveva il suono di una promessa.

Mi sono fabbricato una madre dalla frangia bionda e dagli occhi severi, di una tristezza antica, il naso greco, una madre che mi ama dolorosamente. Ma le ho dato un nome rassicurante: Gabriella. L’ho immaginata come una Madonna che salva suo figlio, un Cristo inchiodato alla croce del proprio narcisismo. Non ci credete? Ora la chiamo: “Pronto, mamma, da dove nasce il tuo attaccamento morboso nei miei confronti?” “Ma quando mai? Tu sei pazzo.”

I coperchi

Lo stile medio e composto, ma sincopato da frasi corte, spesso anche nominali, non salva un libro che alla lunga è banale per la sua immoralità così conformista. Questo nonostante la freschezza dialogica delle telefonate trascritte nel testo, veri e propri sipari in una narrazione costipata e fredda. Non turbano i continui dialoghi legati al denaro (“Quanto costa?”, “Cinquantamila“Che foto! Ma quanto vuoi?”, “Diecimila euro?” ‖ “Va bene, te le prendo ‖ Arrivato là, gli do 1500 euro per un’intervista scritta e per una video ‖ Estraggo la mazzetta dalla tasca interna della giacca, conto. “Questi sono diecimila,” dico ‖ “Quanto vuoi?”, “Cinquantamila”). Dialoghi monetari che esasperati e ripuliti dallo scenario meneghino sarebbero stati surreali, rabelaisiani. Si può prendere seriamente qualcuno che esclama «estraggo il portafoglio» come parlasse di una pistola? Evidentemente no. Il dolore esistenziale trasformato in spettacolo in questo libro non ha nulla di davvero originale. Corona sembra confermare un sospetto: ha già raggiunto il suo picco espressivo nel 2018, quando in tv disse a Giampiero Mughini «sei un pagliaccio, ti compro e ti metto nel giardino a scrivere libri».

La divertentissima parodia che non vedremo mai: “Utopia” di Gillian Flynn

Quando Utopia di Dennis Kelly fece la sua comparsa sugli schermi era il 2013. Era un tempo in cui Game of Thrones aveva già animato eserciti di fan che viaggiavano in Nord Europa solo per andare a visitare la barriera. Più indietro negli anni, nel 1979, Jean Francois Lyotard parlava di grands récits e petit récits, e non sapeva né poteva immaginare che la sua analisi della “condizione” postmoderna sarebbe stata applicata, in futuro, anche alle serie TV. Da me. 

Ecco, mi piace pensare che la fine di Game of Thrones abbia creato quel genere di spartiacque che Lyotard intercetta tra modernismo e postmodernismo, tra grandi narrazioni e grandi ideologie, e piccole narrazioni, destabilizzanti, parodiche, ripetitive e, tuttavia, fortemente innovative. Non è un giudizio di valore sulle serie pre e post GoT il mio (se ci fosse bisogno di specificarlo, sono un’amante della letteratura postmoderna), è solo una constatazione curiosa. 

Era il 2013, dicevo, e scegliere una serie da vedere era questione di poco, non c’era bisogno di ore di scrolling su Netflix, bastava che la persona giusta al momento giusto ti dicesse “Guarda questa!” e ti andava bene nove volte su dieci. Con Utopia fu così. Serie britannica fenomenale, arrivò all’improvviso in un panorama seriale completamente diverso da quello contemporaneo, si fissò nell’immaginario di noi fan come la serie di culto da cui non ci saremo mai più ripresi, e trovare altre persone che l’avessero vista significava, fino a pochi mesi fa, stabilire un’affinità elettiva. Nel 2014 la serie veniva troncata con una parvenza di finale, vagamente aperto, ma comunque funzionante, sulla promessa di un mondo che cambiava e che non avremmo visto sullo schermo. Qualche mese dopo la cancellazione, HBO annunciò l’intenzione di riportare la serie alla luce mettendola in mano a David Fincher e Gillian Flynn, appena reduce dal successo di Gone Girl, ma il progetto sfumò, per poi essere ripescato nel 2018 da Amazon Prime Video, che lo lascia in mano a Flynn. Ed è di questo progetto venuto alla luce nel novembre del 2020 che si parla qui. 

Oggi l’hanno vista in tanti, la serie originale, recuperandola, e se c’è un valore assoluto del reboot di Amazon che possiamo stabilire subito è di sicuro quello di aver fatto scoprire questa perla a chi ne ignorava l’esistenza.

Il reboot di una serie perfetta 

Perché rifare qualcosa di perfetto? Ce lo chiediamo sempre quando si tratta di reboot. La mia risposta è più o meno sempre una variazione sul tema della seguente affermazione: il reboot è una dichiarazione d’amore. La possibilità di prendere una storia e darle nuova forma, ricontestualizzarla, riscriverne le parti, o il tutto, mantenendo intatti gli elementi connotativi fondamentali, implica in primo luogo un grande amore per quella storia. Anche nei casi in cui la si stravolge – l’amore è talvolta distruttivo, e sempre rigenerativo. In questo caso, inoltre, c’è nel progetto di Amazon la promessa di un’espansione della storia oltre i confini di quella cancellazione. Una promessa che chissà se riusciremo a vedere mantenuta, date le dinamiche di produzione ballerine che spesso falciano serie validissime che però hanno la colpa di essere viste da pochi. 

Prima di decidere di scriverne, ho visto Utopia due volte. Di norma, la seconda visione di una serie aggiunge sempre qualcosa che alla prima innocente visione ci eravamo persi. In questo caso, però, non è così: questa serie è di sicuro un’ottima compagnia per un binge watching pomeridiano, ma a una seconda visione attenta saltano all’occhio certi pasticci di scrittura che forse, ho pensato con un vago senso di imbarazzo, avrei preferito non notare, restando nel tepore di un ricordo di intrattenimento gradevole. Si tratta di una serie coinvolgente e stimolante, che però ha il dramma di un potenziale parodico accennato che resta, imperdonabilmente, inespresso. 

Al centro della storia c’è un gruppo di fan di una graphic novel, Dystopia (il titolo del primo fumetto è una sorta di chiave di lettura dell’intera serie: la strada per l’utopia che passa dalla distopia) che sembra aver predetto al suo interno alcune delle catastrofi avvenute nel mondo. La cospirazione in cui questi fan credono si rivela reale. Il gruppo di novelli Goonies – Gillian Flynn ha affermato di essersi ispirata al film culto della mia generazione per questo gruppo di nerd – si ritrova a dover combattere contro questa mega organizzazione per “salvare l’umanità”. A complicare le cose arriva Jessica Hyde, la protagonista del fumetto che si rivela essere “vera”, che si unisce alla banda alla ricerca del padre, anche lui vittima del network. Intanto un virus misterioso ha cominciato a uccidere dei bambini, e la promessa di un vaccino diventa l’unica speranza di salvezza. 

L’utopia e l’utilitarismo (apparente) di Kevin Christie

Nella trasposizione della serie da Regno Unito a Stati Uniti bisognava fare i conti non solo con un tempo diverso ma anche con una dimensione istituzionale diversa, per cui tutto ciò che nella serie originale si muoveva nella dimensione della sanità pubblica, in questo reboot diventa privato. Nel cast compare quindi John Cusack nei panni del Dr. Kevin Christie, CEO di una potente azienda farmaceutica/biotech che, tra le altre cose, produce vaccini. Il personaggio di Cusack si presenta immediatamente come una sorta di visionario dalle istanze etiche assolute, mosso da un motore utilitarista in direzione del bene comune universale, che però sembra comunque piegato al solito, trito e ritrito mantenimento dell’individualismo capitalista. “What have you done today to earn your place in this crowded world?” (“Cosa hai fatto oggi per guadagnarti il tuo posto in questo mondo affollato?”), la domanda che Christie rivolge costantemente all’interno e all’esterno. Una domanda che sembra solo un innocente suggerimento del dilemma etico finale (nell’utilizzo dell’aggettivo “affollato” come descrittore del mondo) ma che in realtà suggerisce un sistema di valori performativi e produttivi intrinseco. Il posto nel mondo, che sia affollato o meno, va guadagnato secondo Christie, e infatti la sua comunità di bambini trafugati dai paesi più poveri è immortalata da un’affermazione: noi creiamo bambini “utili”. L’utilità è il perno della sua etica, e quindi anche il progetto segreto su cui si muove la cospirazione è volto a un obiettivo che sembra quello del bene comune. In realtà, la questione viene chiarita da Christie stesso in un’affermazione inesistente nella serie inglese (spoiler alert da qui alla fine del paragrafo per chi non ha visto nessuna delle due serie). Christie non vuole ridurre la popolazione mondiale per evitare le guerre e le pandemie, lo vuole fare perché un’aumento ulteriore della popolazione comporterebbe una necessaria redistribuzione delle risorse: “Finché siamo un miliardo di persone possiamo continuare a fare schifo, comportandoci come ci pare e piace” dice. La disumana selezione della specie diventa una scelta dettata dalla sottintesa necessità gattopardesca di preservare il proprio privilegio.

Toh! Si parla di una cospirazione.

C’è un saggio famosissimo di Richard Hofstadter che è quasi obbligatorio da leggere per chiunque studi storia politica statunitense o anche solo per i curiosi di studi americani: “Lo stile paranoico nella politica americana” (n.d.A. testo originale in inglese). Hofstadter scrive riferendosi al maccartismo, ma quello che in effetti fa è ricostruire le radici della paranoia e del complotto non solo come strumenti strategici della politica americana, ma come elementi culturalmente affondati nella coscienza collettiva stessa statunitense. L’idea è che la paura, la paranoia, e la sensazione di essere manovrati da qualcosa di “più grande” abbiano origine nel millenarismo religioso statunitense, da quegli ammonimenti apocalittici che erano la base dei primi testi mai prodotti in America, i primi testi che l’hanno fatta “l’America”: i sermoni dei puritani. Ciò che è in gioco, dice Hofstadter, è sempre la lotta tra il bene e il male assoluti, che è un po’ quello che vediamo in questa serie. Il nostro gruppo di fanboy del fumetto agisce senza mettere in dubbio le proprie azioni. Se nella serie inglese il gruppo si smontava quasi subito, qui sembra essere coeso e forte nell’andare dritto e avanti tutta (salvo poi lasciarsi gli amici morti a terra senza quasi battere ciglio. Verrebbe da chiedersi quale versione dei Goonies abbia visto Flynn!). 

Dennis Kelly, come lo ha definito la stessa Flynn, “is a world class world builder”, è un maestro del worldbuilding, e l’impresa di ristabilirne la grandezza, in un’altra epoca, in un altro contesto culturale (UK Vs USA) e in un altro eso-contesto seriale non deve essere sembrata una passeggiata neanche nel 2018 alla stessa Flynn. 

Questo decisamente prima che arrivasse il 2020, e il mondo si trovasse immerso in una pandemia.  

La pandemia e la questione del disclaimer

Ecco, se Utopia originale arrivava quasi in anticipo sui tempi all’epoca, il reboot di Amazon è sicuramente in ritardo, e poco avrebbero potuto fare una scrittura meno farraginosa e una caratterizzazione dei personaggi più profonda per compensare al primo problema serio: la pandemia. 

La serie arriva sullo schermo anticipata da un disclaimer, uno di quegli avvisi che di solito ci aspettiamo di vedere prima di una “storia vera”, ad ammonirci che no, non si tratta di una trasposizione del reale. Il disclaimer qui ci avvisa che i fatti narrati non hanno nulla a che fare con il COVID 19. Perché quest’anno sarebbe potuto essere la trama di un episodio lungo di Black Mirror, uno all’altezza di “Odio Universale”(S04E06), sicuramente fatto meglio di quello a cui stiamo assistendo dai nostri black mirrors, dagli schermi dei nostri device, che con i suoi ospedali al collasso, i morti, le case farmaceutiche nella gara a chi ha il vaccino più lungo, i morti (l’ho già detto?), i politici imbarazzanti e inattrezzati, ci intrattiene dallo scorso Gennaio. Se ci spostiamo un attimo dal fatto che l’essere umano si abitua e normalizza tutto, ci rendiamo conto che la portata originaria della serie si sgonfia alla luce di un presente di cui la gigantesca proporzione emergenziale risulta ancora, talvolta, inafferrabile. Pessimo tempismo imprevedibile, quello della serie di Flynn, che infatti ha provato a riconfigurare alcuni elementi negli ultimi sei mesi di lavorazione, probabilmente contribuendo a pasticciare una trama che nella serie inglese risultava impeccabile. 

L’elemento sconvolgente si è perso e un pericolo si annida, quello che il disclaimer serve davvero a tentare di contenere: che una serie in cui un virus viene diffuso da una casa farmaceutica per via di un megacomplotto a monte venga interpretata troppo alla lettera, in un’epoca di forte ambiguità nei confronti dell’autorevolezza della scienza e di un crescente clima cospirazionista come la nostra. La conta dei morti sale giorno dopo giorno, l’economia è in frantumi, nonostante l’ossessione collettiva di non volerne riconfigurare i confini, la salute mentale della maggioranza della popolazione mondiale dovrà fare i conti con un trauma collettivo che, senza voler essere apocalittici, si propagherà sulle generazioni future, e il panico e la rabbia sono il nutrimento della disinformazione che, per lo meno negli USA, ha viaggiato su binari altamente istituzionalizzati. Anche le intelligenze più solide e razionali spesso si ritrovano a rischio del dubbio innescato dalle stravaganti teorie del complotto (una fra tutte, quella del virus ideato da Bill Gates in modo che possa innestare con il vaccino un microchip nell’umanità e monitorare ogni movimento. Eh). Esiste inoltre una reale pressione politica per accelerare l’approvazione di un vaccino, saltando i consueti test di sicurezza contro il parere degli esperti, e c’è una diffidenza generale sul fatto che un tale vaccino possa essere considerato attendibile. I negazionisti liquidano la pandemia come una bufala, rifiutandosi di prendere le precauzioni più semplici e rendendo molto più difficile tenerla sotto controllo. Insomma, qualcuno potrebbe obiettare che forse era il caso di pensarci un attimo prima di rilasciare una storia che ha il potenziale di alimentare un falò collettivo. Il contesto è importante, il contesto è tutto, ma è anche vero che le storie dovrebbero servire a metterci un po’ a disagio, perché delle storie innocue non ce ne facciamo nulla. Se la guardiamo da un altro punto di vista, proprio per questo momento storico, Utopia è un’opportunità mancata.

E qui interviene il problema della scrittura. Perché se Utopia aveva un potenziale era quello di rendere parodica la serie originale, di riscriverla con i toni metanarrativi che solo una riscrittura può arrivare a spingere oltre i confini della semplice riflessione, diventando ulteriore portatrice di senso, di “luce” (concedetemi la nota poetica). Come ad esempio accade in Daybreak, serie di cui abbiamo parlato l’anno scorso su queste pagine e di cui spero, presto, di vedere la seconda stagione. Raccontiamola pure questa cospirazione, ma abbiamo il coraggio di spingerci oltre, senza necessariamente nasconderla e soffocarla dietro improbabili intrichi di trama, anzi mostrandone gli aspetti deliranti smontati e rimontati, depotenziando il complottismo inserendolo in una narrazione ironica. 

Come si fa? Non lo so. Ma una serie così di sicuro l’avrei riletta attentamente, alla seconda visione, molto più volentieri. 

Gattopardi editoriali #7. Brutti, sporchi e cattivi

Pensiero più o meno diffuso vuole che l’editoria di un tempo fosse migliore di quella di oggi: libri più curati, maggior rispetto per gli scrittori, poco interesse per il profitto. Ma è davvero così o è solo la patina nostalgica di ciò che non abbiamo vissuto a farci sembrare tutto oro quel che in realtà è piombo (tipografico)? “Gattopardi editoriali” è la rubrica sull’editoria che cambia per restare (quasi) così com’è da sempre.

Tra le lamentele che ritornano spesso nei discorsi intorno ai libri, un posto d’onore spetta a quella sulla sovrabbondanza di “libri brutti”: le case editrici, si dice, non fanno che inondare il mercato di opere inutili, scadenti, culturalmente riprovevoli (i più ingenui si spingono a dire che si dovrebbero pubblicare “solo capolavori”).
Come abbiamo visto nella prima puntata dei “Gattopardi”, la lamentela ha radici antichissime e, praticamente, nasce insieme all’invenzione della stampa. Da allora, non ha mai smesso di essere feconda. Infatti, ancora (e già) nel Settecento e poi nellOttocento:

È una questione ancora aperta se l’invenzione della stampa abbia contribuito al progresso delle lettere e al perfezionamento della morale, più di quanto abbia loro nociuto. Non è questo il luogo per esaminare il problema, meno che mai per risolverlo: tutto quello che si può dire è che il numero dei libri è immenso, mentre quello dei buoni libri è piccolissimo.

— Louis Bollioud-Mermet (1709-1794), Sulla bibliomania, a cura di Pino di Branco, La vita felice 2008, p. 71.

È ancora Bettoni, alla fine degli anni venti [dell’Ottocento], in un dialogo «fra un tipografo, un libraio, un forastiere», a scrivere che «sarebbe a desiderarsi, che i signori tipografi editori avessero un po’ di tatto e di gusto, e fossero in somma iniziati alle buone lettere» per evitare di pubblicare libri che «restano a marcire nei magazzini, o servono ad alimentare le numerose famiglie dei topi».

—Alberto Cadioli, Le diverse pagine. Il testo letterario tra scrittore, editore, lettore, il Saggiatore 2020, versione ebook.

Libri (Quasi) Non Letti #6

Ci sono libri che leggiamo e rileggiamo, di cui citiamo passi a memoria, che ci hanno cambiato la vita o solo una giornata. E poi ci sono libri su cui abbiamo altri programmi, che ci fanno compagnia da anni, fedeli in attesa, quelli interrotti o dimenticati, altri che appaiono inaspettati e sembrano inseguirci o solo chiamarci, libri che in qualche modo fanno già parte di noi. Come il Lettore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, editori, scrittori, illustratori e librai raccontano i loro libri non letti.

Risponde Eva Ferri, editor E/O

  • Libri che puoi fare a meno di leggere.

Ho letto, negli anni e in autentica buona fede, diversi fra i grandissimi bestseller internazionali cosiddetti “commerciali”. Mi è sembrato di capire, a posteriori, e anche nei casi di libri che poi ho buttato perché non li avevo sopportati, le ragioni del loro successo. Credo di essermi inflitta piccoli traumi a sufficienza, quindi ora sono molto più cauta. Consiglio comunque di non essere mai troppo snob, negli anni ho anche trovato delle vere perle come Gail Honeyman sta benissimo.

  • Libri fatti per altri usi che la lettura.

Tutti i libri di cucina che venivano regalati di continuo a mia nonna, grande imbanditrice di cene americana. Lei, sembrerebbe, non li consultava spesso, erano troppi, e lei era troppo brava a cucinare. Ora riempiono una piccola libreria in cucina, sono un po’ unti, ma belli a guardarsi. Nemmeno io li apro mai, anche se probabilmente dovrei.

  • Libri che tutti hanno letto dunque è quasi come se li avessi letti anche tu.

Direi Persone normali di Sally Rooney, che però finalmente ho almeno comprato.

  • Libri che se tu avessi più vite da vivere certamente anche questi li leggeresti volentieri ma purtroppo i giorni che hai da vivere sono quelli che sono.

È scontato, ma: l’Ulisse di Joyce. L’ho studiato a pezzi all’università, ma non vale come lettura vera e propria. E il momento di una lettura vera e propria, a occhio e croce, non arriverà mai.

  • Libri che hai intenzione di leggere ma prima ne dovresti leggere degli altri.

Vorrei rileggere un po’ di filosofi moderni tipo Nietzsche e Adorno e Heidegger, ma non lo so, prima dovrei rileggere almeno la filosofia antica, e i manuali, e un po’ di appunti dell’università, e le introduzioni ai filosofi di Laterza, cioè praticamente dovrei laurearmi di nuovo.

  • Libri che da tanto tempo hai in programma di leggere.

A casa ne ho cinque scaffali pieni. Fra tutti: Una vita come tante di Yanagihara, Il Maestro e Margherita, alcuni classici giapponesi e cinesi.

  • Libri che da anni cercavi senza trovarli.

Al massimo sono loro che cercano me senza riuscire a trovarmi.

  • Libri che riguardano qualcosa di cui ti occupi in questo momento o Libri che vuoi avere per tenerli a portata di mano in ogni evenienza.

Molti libri di psicoanalisi o sulla psicoanalisi, come Il Libro Rosso di Jung, che troneggia sul tavolino del salotto, l’inarrivabile Tipi psicologici nella pessima traduzione nel quale l’ho conosciuto a 15 anni, o Anima di Hillman, e poi L’opera al nero di Marguerite Yourcenar, Cassandra e Medea di Christa Wolf, due capisaldi nella lettura del femminile, e anche le mie bibbie personali, cioè tutta l’opera di Elena Ferrante e i Dialoghi italiani di Giordano Bruno. E molti libri di poesia, Rilke, Yeats, Aleramo, Zeichen, Garcia Lorca.

  • Libri che ti mancano per affiancarli ad altri libri nel tuo scaffale.

Ho qualche serie da completare, in effetti, sono un po’ indisciplinata su certe cose.

  • Libri che ti ispirano una curiosità improvvisa, frenetica e non chiaramente giustificabile.

Qualunque libro con o sui lupi o con ghiaccio e neve in copertina.

  • Libri letti tanto tempo fa che sarebbe ora di rileggerli.

Accio Harry Potter!

Eva Ferri è nata a Roma nel 1988. Dopo aver studiato filosofia all’Università La Sapienza di Roma e Philosophy & public politics alla London School of Economics di Londra, ha seguito il corso quadriennale in Analisi Biografica a Orientamento Filosofico preso la scuola Philo di Milano formandosi come Analista Filosofo. A una solida formazione umanistica unisce dieci anni di esperienza editoriale e manageriale. Per le Edizioni E/O ha lavorato prima come editor per la narrativa italiana, poi per la narrativa straniera. È inoltre publisher di Europa Editions UK, il marchio con cui le Edizioni E/O operano nel mercato del Regno Unito, a capo del comparto editoriale e commerciale della casa editrice. Si interessa di psicanalisi, giovani voci femminili, letteratura giapponese e fantasy, riflessioni sul corpo, romanzi in grado di mescolare le carte e i generi per dire qualcosa di nuovo. Vive fra Roma e Londra.

Racconti!

Sei un lettore di racconti? Ne hai scritto uno? È proprio un racconto e non una suggestione, un frammento, una parte di romanzo? Qui a ILDA siamo grandi estimatori della forma racconto e saremmo molto felici se tu ci mandassi il tuo.

Francesca de Lena e la sua classe di Apnea corso di lettura e editing selezioneranno i migliori e, se il tuo sarà tra questi, ti ricontatteremo per pubblicarlo sulla nostra rivista. 

Prima della pubblicazione entrerai in contatto con un allievo editor del corso e insieme perfezionerete il testo fino a farlo sbrilluccicare (o, se vuoi, fino a farlo tenebrare).

Lo scopo? Scouting. Se il tuo è davvero un buon racconto magari ne avrai altri, o avrai altro da farci leggere. E si sa che da cosa può nascere cosa 🙂

info

Invia il tuo racconto entro il 3 gennaio 2021 completo di titolo e accompagnato da una sinossi di max 800 battute spazi inclusi nello stesso file del racconto, prima del racconto.

Lunghezza: min 7 max 12 cartelle (1 cartella= 1800 battute spazi inclusi)

Genere: no storico, no fantasy, tutto il resto sì

Formato file: word

Invia a ilibrideglialtri@gmail.com con oggetto racconto editing ILDA

Il romanzo storico e dintorni

di Stefano Trucco

L’abbraccio tra storico e fantascienza

Cominciamo con una considerazione molto ovvia, e cioè lo stretto rapporto strutturale che il romanzo storico ha con la fantascienza (e in misura minore con il fantasy), che infatti spesso si presenta come ‘storia futura’. In entrambi i generi lo sfondo predomina sul primo piano, il contesto sui personaggi.

Se prendo una storia standard – un amore difficile, un omicidio, un viaggio, una infanzia, etc. – e la calo in un tempo diverso dal presente, passato o futuro che sia, il peso dell’attenzione si sposta dai protagonisti allo sfondo, perché in caso contrario sarebbe bastato restarcene a casa nostra nel 2020 (cioè, no: meglio 2019) e concentrare i riflettori sui personaggi.

Avremmo comunque dovuto fare attenzione al contesto, dato che non si vive su un’isola deserta senza contatti né bisogni, ma è chiaro che in una storia dell’oggi possiamo dare molto per scontate alcune cose, mentre non è così se vogliamo raccontare una storia del 1520 o del 2520.

Stabilito il punto dello sfondo è chiaro che fantascienza e romanzo storico prendono strade diverse: nella prima lo sfondo bisogna immaginarselo da sé e dev’essere completo e coerente, così che i personaggi possano muovercisi in maniera naturale, come se ci fossero nati e vissuti e trovassero tutto normale, e così che il lettore non sia in ogni occasione interrotto da qualche impossibilità o contraddizione.

Nel secondo lo sfondo invece è dato: va quindi ricostruito e presentato nella maniera migliore possibile. Nota bene: poiché la storia si deve basare solo sul ‘vero’ non ci sono i limiti di credibilità che legano la narrativa, in cui tutto deve essere almeno plausibile. Accadimenti del tutto assurdi vengono accettati se esistono dei documenti a confermarli, mentre si considerano poco credibili se inventati. Chi avrebbe mai potuto immaginare la Rivoluzione Francese? Che la verità sia ‘stranger than fiction’ non è solo una canzone dei Bad Religion.

L’abbraccio tra i due generi è certificato dalla frequenza con cui la fantascienza si basa sulla storia passata: una delle più famose saghe del genere, il Ciclo della Fondazione di Isaac Asimov, è esplicitamente basato sul Decline and Fall of the Roman Empire di Edward Gibbon.

Scrivere lo storico come?

Cosa serve sapere per scrivere un romanzo storico? Come ci si documenta? È abbastanza ovvio: si deve leggere, e tanto. Il romanzo storico può essere il più avventuroso e romantico possibile ma è un genere per secchioni. Bisogna leggere tanto e in dettaglio, anche libri noiosi, e se non ce la si sente meglio lasciar perdere.

Il problema non sono i grandi eventi – su cui c’è moltissima documentazione, o la vita quotidiana, su cui ce n’è molto meno, almeno per i secoli più lontani, ma con un po’ di applicazione le fonti si trovano – ma le mentalità.

C’è tutto un genere storico, battezzato (come sempre) dai francesi: l’histoire des mentalités, che se ne occupa. Bisogna decidere fra essenza e esistenza, cioè fra il dire

“Uomini e donne in fondo sono sempre gli stessi: quali che siano le circostanze del loro tempo, e i nostri genitori, amici, colleghi, conoscenti e anche gli sconosciuti che passano per strada, sono sempre gli stessi, nella Roma di Giovenale come nella Cina di Ts’ao Hsueh-ch’n, nella Londra di Dickens come nella Spagna di Cervantes e pure nella preistoria…”

oppure dire

“Il passato è una terra straniera, tutto è diverso, non solo la lingua, i cibi, le usanze ma proprio la gente, che non solo sa cose diverse e pensa diversamente da noi ma addirittura vede proprio le cose diversamente, un mondo dove i fantasmi appaiono a mezzogiorno e il mare è dello stesso colore del vino…’.

Questa è una scelta fondamentale da fare e non è una scelta narrativa ma filosofica. Due possibili opzioni: primo, in ogni epoca storica il corpo umano è rimasto sostanzialmente identico, non c’è stata un’evoluzione ulteriore, si nasce, vive e muore ancora allo stesso modo e quindi una base comune alla varie epoche c’è; secondo, la mente umana è vasta e contiene moltitudini e quindi sì, in tempi lontani si pensava e si vedevano le cose molto diversamente e sì, perciò possiamo farlo anche noi e immaginarci in un passato lontano ma la cosa richiede un bel po’ di lavoro.

Romanzo storico o storia romanzata

Andiamo alla pratica e distinguiamo fra romanzo storico e storia romanzata.

Nel primo caso, il più comune, accanto ai fatti e ai personaggi storici fedelmente ricostruiti e rappresentati, si muovono personaggi inventati. In più, anche ai personaggi storici vengono attribuiti dialoghi e azioni non attestati dalle fonti. L’obiettivo è comunque quello di rimanere fedeli a quanto si sa del personaggio per cui li si rende più o meno credibili, ma appunto storia e finzione si mescolano liberamente.

La storia romanzata invece non si permette personaggi o dialoghi inventati. Ogni cosa deve essere rigorosamente documentata. La libertà del romanziere sta nel montaggio, nella scelta dei temi e dei punti di vista, nella speculazione su cosa i personaggi storici possano aver pensato (e come fai a smentire dei pensieri inespressi?). Tra le piccole libertà che si prendono gli storici, quelli più divulgativi ma non solo, c’è quando per raccontarti Roma nel III secolo immaginano un provinciale che vi arriva per la prima volta e descrive stupito le meraviglie della metropoli.

Un esempio recente di storia romanzata di successo è rappresentata dai romanzi di Antonio Scurati su Benito Mussolini, M. Il Figlio del Secolo (2018, vincitore del Premio Strega) e M. L’Uomo della Provvidenza (2020). Scurati si basa su una ricca documentazione: non solo libri di storia ma giornali d’epoca, diari, lettere, memorie, discorsi, rapporti di polizia, telefonate intercettate, etc., e infatti ogni capitolo è chiuso da una breve selezione di documenti. Talvolta si limita a mettere in scena, con dettagli aggiuntivi più o meno utili, come le scene in esterni che i registi aggiungono ai testi teatrali portati al cinema, i documenti scritti: un esempio è il verbale di una riunione del Gran Consiglio.

Il modello di Scurati, notoriamente ossessionato dal Premio Strega, sembrano essere i romanzi di Maria Bellonci, la fondatrice del premio: testi come Lucrezia Borgia e I segreti dei Gonzaga sono molto vicini a essere storia vera e propria ma sono sottilmente decorati di uno stile squisito e una sensibilità psicologica da romanzo di Henry James. Scurati, del canto suo, sembra ispirarsi di più alle fantasie storiche di James Ellroy, quello di American Tabloid.

Del resto anche la storia dispone di tutta una serie di stili diversi, alcuni più semplici e altri più complessi, una biografia o il racconto di una guerra rispetto a una storia economica o demografica, un tono più divulgativo o uno più accademico –anche se alla fin fine la storia, anzi la storiografia potrebbero semplicemente essere una forma narrativa il cui tratto distintivo dev’essere che gli eventi narrati sono davvero avvenuti e che si distingue dal giornalismo perché gli eventi sono più lontani nel tempo.

(Qui vorrei aprire un discorso che mi sta a cuore, cioè il fatto che la storiografia non è più considerata parte della letteratura vera e propria come lo era al tempo di Guicciardini, Gibbon, Michelet e Mommsen, uno stato di cose che disapprovo.)

Un punto cruciale nella stesura è dato dal feedback che esiste nelle fonti fra immaginazione e documentazione. I romanzi e le poesie e i drammi e i poemi epici del passato sono spesso la fonte principale, a volte l’unica, degli storici che vogliono ricostruire il passato più o meno distante. Gli storici però vi applicano rigorosi criteri ermeneutici che non sono gli stessi dei narratori.

L’Iliade e l’Odissea, una satira di Marziale, un fabliaux medievale, un dialogo rinascimentale, una commedia di Shakespeare,  un romanzo satirico di Voltaire, un romanzo realistico di Zola, un’epica modernista di Joyce funzionano in maniera molto diversa come documenti di vita vissuta anche se ci possono dire sempre molto sulla mentalità di un epoca.

Vero che a partire da una certa data si accumula una ricca dote di altri documenti, atti notarili e registri e sentenze e lettere e fogli di notizie che forniscono spunti e un’utile controprova alle narrazioni strettamente immaginarie, ma c’è sempre la tentazione di narrare il passato per mezzo delle sue categorie narrative oppure, al contrario, di andare deliberatamente contro queste categorie per mostrarne la falsità. Nel primo caso il problema è che si prende alla lettera lo storytelling di un’epoca su se stessa, con tutti i suoi conflitti e costrutti mentali; nel secondo si pretende che noi ne sappiamo più degli antichi su quelle che erano in definitiva le loro vite.

Poi c’ è l’uso dei personaggi storici. In alcuni casi questi sono i protagonisti indiscussi, per esempio nei romanzi storici di Hillary Mantel su Thomas Cromwell, il ministro di Enrico VIII, oppure in quelli di Gore Vidal sulla storia americana, come Lincoln o Burr. L’uso di personaggi inventati è inesistente o molto ridotto, ma in compenso i dialoghi sono liberamente inventati. In certi casi si rinuncia ai personaggi storici per accontentarsi di personaggi inventati, gente comune in tempi lontani.

Poi ci sono esempi molto famosi del genere, fra i più famosi di sempre, in cui gli autori usano personaggi storici sostanzialmente sconosciuti ai lettori: il cardinale Federigo Borromeo o il cancelliere Ferrer nei Promessi Sposi sono reali ma li conosciamo solo perché ce ne parla Manzoni; lo stesso si può dire di Bernardo Gui e degli altri ecclesiastici importanti che attraversano Il Nome della Rosa di Umberto Eco, personaggi fondamentali nel loro tempo ma ignoti al nostro.

Più frequente, direi standard, è la frequentazione allo stesso livello di personaggi storici e inventati, questi ultimi nelle vesti di testimoni diretti, di vittime e, nei casi più estremi, di veri protagonisti della storia, che dietro le quinte ispirano o suggeriscono le decisioni storiche o le opere immortali di leader e artisti.

La sospensione dell’incredulità nel romanzo storico

La rappresentazione più o meno realistica e più o meno tendenziosa dei personaggi storici è legata a quello che secondo me è il terzo e vero problema dei romanzi storici, e che coinvolge gli autori, i lettori e pure i personaggi: cioè il fatto che sappiamo come va a finire.

Noi sappiamo che alla fine la Germania perderà la guerra. Lo sanno gli autori e lo sanno i lettori. Il compito dell’autore diventa far sì che i lettori vivano vicende che, seppur a grandi linee, conoscono già, immersi nella stessa nebbia in cui le vivono i personaggi, e che almeno per la durata del romanzo il lettore accetti di far finta di non sapere che la Germania è destinata a perdere la guerra. Generalmente la suspension of disbelief non è considerata una necessità fondamentale del romanzo storico ed è invece uno dei generi che ne ha più bisogno.

Il vero problema però è far sì che siano i personaggi a non sapere come va a finire. Sono loro che devono essere protetti dal senno di poi di autori e lettori.

Quante volte vediamo il protagonista, alter ego dell’autore e con cui il lettore si deve identificare, capire immediatamente l’importanza di un evento appena avvenuto, a volte secondario, o la grandezza di un’opera arte che nessun altro riconosce? Lui sa, gli altri no, e dato che noi siamo invitati a identificarci con lui possiamo vantarci della nostra superiore ma decisamente gratuita preveggenza. Con il risultato che la visione della storia ne esce falsata, o meglio, più giustamente, si finisce per assecondare una visione della storia deterministica in cui tutto è andato come doveva andare.

È un grande storico moderno, Luciano Canfora, a ricordarci che la storia andrebbe sempre scritta come se tutto avesse potuto andare diversamente: figuriamoci la narrativa. E qui si aprirebbe tutto il tema dell’ucronia: un genere di narrativa sempre più popolare in cui si immagina che la storia sia andata diversamente – non quindi una rilettura degli eventi, ma una vera e propria riscrittura. Per esempio, che alla fine la Germania quella guerra l’abbia vinta davvero.

Talismani – Welcome to the Jungle. Lontano dalle scimmie nude con Mowgli&Co.

Se vi stabiliscono un dialogo fecondo di suggestioni, i classici, per chi li legge, si configurano come degli «equivalenti dell’universo, al pari degli antichi talismani» (Calvino). Così, portati sempre con sé, possono sortire effetti benefici e domare i demoni interiori. Alcuni meritano di essere spolverati, altri non hanno mai smesso di stare appesi al collo di qualcuno, ma tutti, se lucidati, risplendono di una bellezza più viva. Da dove nasce la loro magia?


Con l’eccezione forse solo degli ultimi due, un po’ sottotono, i sette racconti che compongono Il libro della giungla, e più in particolare la poetica storia di Mowgli, fanno della fortunata raccolta pubblicata da Rudyard Kipling nel 1894 uno dei libri più piacevoli e affascinanti fra i classici per l’infanzia.

Maestro nel maneggiare la parola, lo scrittore britannico nato a Bombay, nonostante tutto (cioè nonostante risenta di una certa mentalità colonialista – lui che parlò del «fardello dell’uomo bianco») trasmette limpidi messaggi di accettazione del diverso, ci fa amare ancor più il mondo animale e riesce addirittura nell’impresa di farci immedesimare con una foca bianca, Kotick, alla ricerca di una favolosa isola dove non arrivi l’uomo, o con una mangusta, Rikki-tikki-tavi, che ha il compito di uccidere i serpenti che infestano il giardino della famiglia che la ospita.

In un quadro esotico in cui l’animale è perennemente metafora dell’uomo nelle sue molteplici declinazioni, Kipling, promuovendo una riflessione sull’importanza e le dinamiche della convivenza civile e sul carattere determinante del singolo, ci rende cari gli insegnamenti del saggio Baloo, ci avvolge con la calda voce della protettiva Bagheera, ci fa simpatizzare con il pur inquietante Kaa, ci fa rispettare e sentire affetto per la comunità dei lupi, ci fa ridere delle scimmie vanitose e sciocche e ci fa temere il pericolo incombente del terribile Shere Khan.

Ma, quel che è meglio, fa annusare la libertà mentre si seguono per qualche tratto le orme del cucciolo d’uomo Mowgli che, come ha scritto sapientemente Piero Dorfles, «non può convivere con la banalità e le superstizioni degli umani, fa sognare una vita senza regole, senza scuola, senza le convenzioni e le costrizioni alle quali ci costringe la convivenza con i nostri simili».

Che liberazione infatti quando, spazientito dal capo-cacciatore del villaggio che avanza diritti e che protesta per la condotta da lui tenuta, il ragazzo prorompe: «Per il toro che m’ha riscattato, – disse Mowgli, che cercava di staccare la pelle delle spalle, – devo proprio star qui a cianciare con un vecchio scimmione tutto il giorno? Qui, Akela, quest’uomo mi annoia». Si noti, fra l’altro, il lato cruento della scena, dal momento che, da solo, il ragazzino sta scuoiando alla meno peggio una tigre, il che stride apparentemente con un’idea più disneyana di un’opera il cui destinatario principale sono i più giovani.  Non è questo che uno dei vari dettagli sorprendenti di cui l’autore premio Nobel nel 1907 dissemina il testo.

Ma andiamo al cuore della frase appena riportata di un Mowgli insolitamente spazientito. Vale davvero la pena perder tempo con quegli animali dei nostri simili? Si può essere allo stesso tempo uomini e lupi, ovvero schiavi ed espressione della libertà naturale? Possiamo rinnegare completamente le nostre origini? Le regole delle società umane non saranno risibili, se paragonate alle leggi della giungla? Affine alla favola per la presenza degli animali parlanti, questo libro per tutte le età non contiene, in fin dei conti, una vera morale, bensì solletica il lettore con queste e altre domande implicite e più o meno retoriche.

Se si limitasse a questo, tuttavia, la raccolta non sarebbe la lettura godibile che è. Perché The Jungle Book è prima di tutto una successione di avventure trascinanti e uno spensierato inno alla natura, fra i cui chiari e scuri è bello perdersi, proprio come in una giungla, ma senza gli innumerevoli pericoli che questa nasconde.

Un “writers’ writer”: intervista a Raul Montanari

Raul Montanari ha pubblicato sedici romanzi e ha appena finito di scrivere il diciassettesimo. Ha pubblicato tre raccolte di racconti, una di poesie con Aldo Nove e Tiziano Scarpa, una di testi teatrali e il saggio Il Cristo zen. Vive a Milano, dove tiene dal ‘99 corsi di scrittura creativa. Camilleri lo definì “un noirista mistico”. Ha detto in un’intervista: Il libro è come il sogno. Il sogno prende pezzi di realtà e li dispone in un modo sorprendente e nuovo.

Murakami racconta, nel suo Il mestiere dello scrittore, di aver deciso, o forse meglio ‘sentito’ che sarebbe diventato scrittore durante una partita di baseball. Raccontaci quando hai deciso che saresti diventato scrittore.

Sai che non è facile rispondere a questa domanda? In realtà, come capita a molti, ci sono stati diversi momenti nella mia vita in cui ho avuto questo desiderio; poi succedevano altre cose, arrivavano altri pensieri e occupazioni, e poi di nuovo il miraggio della scrittura. Ho capito che la macchina era partita solo quando ho firmato il primo contratto per un romanzo, più di trent’anni fa; e il bello è che mi sbagliavo perché pubblicare un libro, di per sé, non significa nulla, ma per fortuna poi sono arrivati il secondo e i successivi.

È più divertente però tornare alla prima volta in cui ho immagino di poter diventare uno scrittore: credo sia stato in terza media. Su un’antologia scolastica ho trovato un racconto di Poe, La maschera della morte rossa. Era il mio primo Poe (neanche il migliore, direi oggi) e ricordo di avere letto e riletto quel racconto, di averlo scomposto e analizzato, per quanto potevo, cercando di capire perché mi piaceva così tanto.

È stata la prima cosa “da scrittore” che ho fatto, e curiosamente è stata anche la prima cosa da futuro maestro di scrittura, nel senso che non mi stavo accontentando delle emozioni ma mi ponevo il problema tecnico di come crearle.

Tutti pensano agli scrittori esordienti, cui servono mentori, e c’è sicuramente uno scrittore che ti riconosce come tale. Ma forse anche agli scrittori famosi serve qualcuno cui ispirarsi. Escludendo Kafka, Poe e Busi, c’è qualcuno che ti guida quando le acque sono scure?

Be’, diversi autori italiani pensano di dovermi qualcosa e questa è una delle gioie della mia vita. Non ho mai venduto uno sfracello di copie, giusto quante bastavano perché i miei editori fossero contenti; sono piuttosto un writers’ writer, nel senso in cui si dice che uno è un musicians’ musician: un musicista amato dagli altri musicisti.

Per rispondere alla domanda ti dirò che quando sto per scrivere qualcosa di nuovo cerco, di volta in volta, di accompagnarmi con la lettura di un autore in sintonia, soprattutto di stile, con il mio progetto. Mi è capitato con diversi scrittori: per esempio John Barth, Dürrenmatt, Graham Greene, Moravia.

Abbiamo parlato di mentori nella scrittura, ma tu sei anche un insegnante di scrittura creativa. Hai un mentore anche per l’insegnamento?

Come insegnante vero e proprio si può citare solo Giuseppe Pontiggia, anche se curiosamente non ci siamo mai incontrati di persona. Senz’altro Busi, che mi teneva al telefono vere e proprie lezioni di scrittura fra il ’91 e il ’93.

Poi ho imparato tantissimo dalle riflessioni di alcuni grandi autori sulla propria opera, in particolare dai Taccuini di Henry James, un testo addirittura stupefacente sotto questo aspetto. Peccato che da anni sia pressoché introvabile.

Olivia Laing ha parlato diffusamente, nel suo bellissimo Viaggio a Echo spring, del rapporto di alcuni scrittori con l’acqua (e l’alcol). Carver, Cheever, Hemingway hanno avuto questo rapporto particolare con l’acqua e in particolare con la pesca. È evidente che c’è un rapporto tra questa attività e quella dello scrivere. Anche tu sei un pescatore. Secondo te cosa lega queste due cose?

Possiamo aggiungere Cognetti (altro mio ex allievo! Ma aveva seguito solo alcune lezioni estemporanee) che ha scritto un saggio molto bello intitolato A pesca nelle pozze più profonde. Ma altri ancora, come Chesterton.

Sai, la pesca può sembrare un’attività frivola, e molti appare addirittura una forma di maltrattamento degli animali, ma in realtà è un’immersione mozzafiato non tanto nella natura, quanto in noi stessi. L’acqua, il liquido amniotico, il seme che scorre… e poi i pesci sono le creature che Alice incontra al di là dello specchio, vivono in questo mondo misterioso e rovesciato rispetto al nostro. La pesca dà sensazioni così intense che a volte può fare perfino paura. Se è vero che il lettore legge sempre se stesso, anche il pescatore pesca se stesso.

Parliamo un attimo della gestione del tempo. Patricia Highsmith racconta, nel suo Come si scrive un giallo: Molte volte al mattino, dopo aver aperto la posta, mi concedo qualche minuto di angoscia e di protesta soffocata; poi dedico l’ora seguente (…) ad affrontare i guai. Quando sono certa di aver fatto del mio meglio (…) mi alzo dalla scrivania e fingo di non essere io, di non avere problemi, che l’ora precedente non sia mai realmente esistita, perché devo riuscire a pensarmi vergine e priva di preoccupazioni di qualsiasi tipo per mettermi a lavoro. È molto bello questo sdoppiamento della personalità. E visto che sei uno scrittore, che insegni e che ti impegni anche molto a correggere i compiti dei tuoi allievi, raccontaci come gestisci il tuo tempo. Anche tu fai finta di non essere te stesso?

Hai citato un passaggio indimenticabile di un libro straordinario di una delle più grandi scrittrici del Novecento: più di così! È senz’altro vero che la scrittura è un’attività che si basa su un’astrazione dalla vita reale, nel senso che consiste nell’immaginare un mondo che è sì fatto di pezzi di realtà, ma non è quella realtà lì – le pareti della tua stanza, il telegiornale di oggi, il cane che abbaia in cortile. Questo fra l’altro crea molti problemi nei rapporti con chi ti sta vicino: spesso mi domando come faccia uno a scrivere vivendo in famiglia, e non a caso io una famiglia non l’ho mai avuta.

Quanto alla gestione del tempo, una cosa che ho notato fin da quando ho cominciato è questa: se uno vuole scrivere il tempo lo trova. Sembra una banalità, invece è un prodigio che si ripete ogni volta. Quando non scrivi, ogni giorno arrivi a sera con la sensazione di aver fatto un sacco di cose e ti domandi come sarebbe stato possibile infilarci in mezzo anche tre o quattro ore di lavoro a un romanzo. Ma in realtà, quando il momento di scrivere il romanzo arriva, è come se la giornata si dilatasse e queste ore di scrittura si insinuano, sgomitano, si fanno largo. Il loro spazio se lo creano da sole.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi scrittori?

Alcuni sono fra i migliori amici che abbia mai avuto, con altri ho rapporti cordiali, basati su stima e anche simpatia personale. È vero però che un po’ di invidia professionale c’è sempre. Per esempio, se sei amico di uno scrittore e lui di colpo ottiene un grande successo è difficile che il vostro rapporto non subisca qualche conseguenza. Il successo, e il potere che ne deriva, tende a creare un problema sia a chi ce l’ha sia a chi non ce l’ha, alza una barriera fra le persone e rischia di svuotare di autenticità i rapporti. Non è sempre così, ma spesso sì.

Poi c’è tutto un esercito di scrittori che considero persone spregevoli, esattamente come posso disprezzare o detestare chi fa qualsiasi altro mestiere nella vita, impiegati o calciatori o informatici, quando la loro qualità umana è scadente… ma che questi siano scrittori la considero un’aggravante. Tutto nasce da una scoperta che ho fatto all’università, in particolare a Lettere Classiche (io ho due titoli accademici ma questo è stato il più importante, di gran lunga): vedevo alcuni docenti, parlo di professori e di assistenti, che a lezione mi guidavano lungo percorsi meravigliosi di bellezza, di profondità, di conoscenza, e che fuori dall’aula si trasformavano, sotto i miei occhi sbalorditi, in creature viscide e schifose. Sparlavano l’uno alle spalle dell’altro, avevano atteggiamenti meschini, approfittavano del loro ruolo per portarsi a letto qualche povera studentessa. Lì ho scoperto, appunto, che non è detto che la cultura nobiliti sempre. Ci sono persone che sembrano impermeabili alla forza della bellezza, del pensiero, della parola, perfino quando si tratta dei loro pensieri e delle loro parole.

Una domanda alla Marzullo: di interviste ne hai fatte centinaia, c’è qualcosa che nessuno ti ha mai domandato e che invece avresti sempre voluto dire?

Mah, per esempio nessuno mi ha mai domandato se quando scrivo sono felice. La risposta è no. Io sto molto male mentre scrivo, proprio per la combinazione fra i due stati emotivi di cui abbiamo parlato sopra: un’immersione eccessiva in me stesso, anche in regioni della coscienza che mi spaventano, e un senso di sovraeccitazione e straniamento dalla vita reale.

Devo dirti però che conosco autori che nell’atto dello scrivere provano invece sensazioni di pienezza e di gioia, quindi queste sono reazioni individuali. Per esempio ricordo che durante un viaggio in treno, quasi vent’anni fa, Tiziano Scarpa tirò fuori il computer, cominciò a digitare, e sorrideva. “Cosa fai?” gli chiesi. “”Sto scrivendo quel racconto che ci ha commissionato la rivista, quello che tu hai già finito prima di partire.” “E perché sorridi?” “Perché mi piace scriverlo.” Non dimenticherò mai quel sorriso.

Racconti che Strane cose domani è nato da un evento strano e imprevisto realmente accaduto. Come ti comporti nei confronti del rapporto realtà/finzione? Quali sono le qualità che un elemento del reale deve avere per entrare a far parte della finzione di un tuo romanzo?
Deve interessarmi. Cioè devo avere l’impressione che abbia un potenziale narrativo, il che è una cosa diversa dal piacermi.

Per capirci: immagina che incontri per caso una persona che trovo sgradevole, ma di una sgradevolezza appunto interessante. Perché rappresenta un tipo umano molto marcato, poniamo, oppure perché si incastra alla perfezione in un disegno di trama che avevo già in mente. Ecco, non avrei nessun piacere a stare in compagnia di questa persona nella realtà; ma nelle pagine potrà diventare un personaggio.

In generale la regola, come sai, è che quello che chiamo potenziale narrativo sia un potenziale conflittuale. Guardo un paesaggio e penso: che conflitti possono nascere qui? Chi sarà nemico di chi? Oppure spio un amico, un vicino di casa, e mi domando: che battaglia sta combattendo questa persona? Contro cosa, contro chi? 

Cosa stai leggendo adesso?

Pacific Palisades, un bellissimo racconto in versi di Dario Voltolini. Voltolini è proprio uno degli amici scrittori di cui parlavo sopra. È importante però precisare che sono tutte amicizie nate anzitutto dalla stima. L’affetto può venire dopo, con la conoscenza personale, ma prima ci dev’essere l’ammirazione per le pagine.

È un immenso conforto incontrare una donna o un uomo che ti hanno regalato qualcosa di importante con la loro scrittura e scoprire che sono anche persone adorabili. Dario è nella mia top ten di tutti i tempi, sotto questo aspetto.

Grazie.

A te e a voi!

Consulenza sull’idea

CHE COS’È

Consideriamo tu abbia in testa l’idea di una storia da un bel po’ di tempo, così tanto che l’hai rigirata ben bene e indagata da tutti i lati, la mattina ti svegli e pensi ai personaggi, il pomeriggio ti vengono in mente scene e nuovi dettagli, la sera ti innervosisci o ti esalti a costruire e modificare l’incipit, battagli contro il foglio bianco, a volte niente ti convince, a volte tutto ti sembra perfetto ma non osi credere che sia davvero così.

Prima di andare avanti, prima di lavorare ore e giorni e mesi alla stesura completa del romanzo avresti bisogno di condividere i dubbi, di chiarirti il percorso migliore, di sapere se ne vale davvero la pena, se è il caso di continuare in questa direzione o invece ti stai portando dietro una o più falle belle grosse, di cui non ti accorgi, e che potrebbero  determinare un problema in fase creativa e di stesura.

Io leggo il materiale che hai prodotto (max 30 cartelle), lo studio, faccio valutazioni narrative e editoriali, ti contatto per una consulenza online di un’ora durante la quale ci confronteremo e potrai pormi tutte le domande che credi.

PRENOTA LA CONSULENZA

  • Scrivi una mail con oggetto “consulenza idea” racchiudendo il progetto in una sinossi ben fatta e raccontando di te in poche righe: chi sei, cosa fai, perché e da quando hai in mente questa storia.
  • Allega alla mail qualsiasi materiale scritto tu abbia prodotto fin qui: un incipit? Un primo capitolo? Un primo racconto? Una scaletta della trama? Una mappa concettuale? Un plot? Delle note sui personaggi? Tutto va bene, l’importante è che tu condivida il nucleo attorno al quale stai lavorando.

Il totale del materiale inviato non deve superare le 30 cartelle (1 cartella = 1800 battute spazi inclusi).

Per prenotare o ricevere informazioni sui costi e i tempi di attesa scrivi a ilibrideglialtri@gmail.com

CHI SONO

foto profilo Francesca de Lena

Francesca de Lena
editor e agente letteraria della United Stories. Leggo e valuto per la The Italian Literary Agency. Ho fondato e dirigo I libri degli altri.

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CHE COS’È

Molte agenzie di servizi editoriali e letterarie propongono la “valutazione del manoscritto”. Si tratta di un documento di qualche pagina in cui viene scritta un’analisi complessiva del manoscritto letto, evidenziandone i problemi, i pregi e le potenzialità.

Io ho scritto molte di queste valutazioni per le agenzie con cui collaboravo. Pur ritenendole uno strumento molto utile all’autore, credo che ancora più utile – utile davvero – non sia fornire un’analisi statica, unilaterale e immodificabile, ma costruire un confronto in cui l’analisi compiuta non venga sacrificata, e però non venga sacrificata neanche la dialettica tra autore e lettore professionale.

La consulenza in diretta dà la possibilità di mettere in piedi un discorso a due voci, in cui ogni problema, ostacolo o quesito non si ferma allo stato della dichiarazione, ma si arricchisce, si collega al resto, scova nuovi punti da affrontare, trova risposte condivise. Il giudizio resta integro e serio, positivo o negativo come deve, ma non si ferma al soliloquio.

La consulenza dura un’ora e viene accompagnata da un elenco riassuntivo delle questioni trattate, così che successivamente l’autore abbia sempre un promemoria a cui tornare e da cui ripartire per un’eventuale revisione.

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Francesca de Lena
editor e agente letteraria della United Stories. Leggo e valuto per la The Italian Literary Agency. Ho fondato e dirigo I libri degli altri.