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Talismani – Ironico, amaro, illuminante Jonathan Swift

Di Andrea Bricchi

Se vi stabiliscono un dialogo fecondo di suggestioni, i classici, per chi li legge, si configurano come degli «equivalenti dell’universo, al pari degli antichi talismani» (Calvino). Così, portati sempre con sé, possono sortire effetti benefici e domare i demoni interiori. Alcuni meritano di essere spolverati, altri non hanno mai smesso di stare appesi al collo di qualcuno, ma tutti, se lucidati, risplendono di una bellezza più viva. Da dove nasce la loro magia?


Ingiustamente considerato per troppo tempo una mera lettura per ragazzi, I viaggi di Gulliver è in realtà tra i primi e migliori esempi di narrativa satirica e denuncia comportamenti, manie e pregiudizi che a distanza di tre secoli non possono ancora dirsi debellati.

Quel che colpisce di più è come Swift si stagli quale antesignano degli esponenti dell’Illuminismo maturo, e in particolare di coloro che, nei contes philosophiques, addolcivano la medicina amara della realtà con il miele della forma narrativa, con il pungente valore aggiunto di una sferzante ironia. Ironia che troviamo più o meno costantemente nell’opera in oggetto. Come quando, per via dell’ingratitudine di un sovrano guerrafondaio di Lilliput che Gulliver ha avuto la colpa di non lusingare, il protagonista è condannato alla “magnanima” sentenza di essere solo accecato e non giustiziato. O come quando si ritraggono gli assurdi cittadini-scienziati di Laputa come a tal punto persi dietro alle proprie elucubrazioni da non accorgersi di come le mogli mettano loro le corna davanti ai loro occhi.

Il punto di vista dell’autore irlandese, così come appare soprattutto nelle parti ambientate a Brobdingnag e nel paese degli Houyhnhnm e degli Yahoo, è quello di un moralista scettico, di un satiro che getta il seme del dubbio, sia pure con la dovuta prudenza richiesta dai tempi. Uno dei maggiori pregi dello scrittore è stato sicuramente non voler imporre a tutti i costi un’idea tramite la propria opera, o quantomeno di non cercare di farlo con arroganza (Swift, se vogliamo, fu un Voltaire senza spocchia), e di aver mostrato come, facendo uso con indubitabile maestria delle variazioni di statura dei personaggi o consimili effetti speciali, si possano favorire una coscienza e una comprensione maggiori delle società – non fittizie ma non per questo meno bizzarre – in cui viviamo.

Con I viaggi di Gulliver insomma si può godere dell’indubbio privilegio, confinante con il prodigio (è uno dei sortilegi che regala la grande letteratura), di poter esaminare le cose da una prospettiva nuova, originale, rivelatrice. Sono, quelli di Gulliver, viaggi fantastici intrisi di realtà. Amara, certo (e non a caso, al ritorno, il protagonista diverrà un misantropo recluso). Ma la presa di coscienza, per il lettore, è una base da cui si può ripartire.

Gattopardi editoriali #5. Una volta qui erano tutte collane

Pensiero più o meno diffuso vuole che l’editoria di un tempo fosse migliore di quella di oggi: libri più curati, maggior rispetto per gli scrittori, poco interesse per il profitto. Ma è davvero così o è solo la patina nostalgica di ciò che non abbiamo vissuto a farci sembrare tutto oro quel che in realtà è piombo (tipografico)? “Gattopardi editoriali” è la rubrica sull’editoria che cambia per restare (quasi) così com’è da sempre.

Tra i discorsi a cui i nostalgici dei tempi che furono sono più affezionati, un posto di rilievo lo occupa certamente quello sull’eccellenza delle storiche collane editoriali: asilo e rifugio di tutto il meglio che la narrativa potesse contemplare, dirette e guidate da intellettuali di indubbia e comprovata caratura.
Eppure, anche qui, a vedere le cose da un po’ più vicino, si notano alcune leggere increspature che, sulla distanza, producono un solco tra i programmi e le aspettative da un lato e i risultati e le richieste del mercato dall’altro: è il caso dei “Coralli” enaudiani e de “La Medusa degli Italiani” di Mondadori.

In una lettera di Italo Calvino a Lalla Romano del 15 gennaio 1957, si legge:

Cara Lalla,
[…] ho finito di leggere Tetto murato[…].
È un buon libro, e vorremmo pubblicarlo. Ma dove? Questi “Coralli” sono diventati una collana che ha il solo criterio della vendibilità e sono le istanze commerciali che decidono l’ammissione o meno di una firma italiana. Tobino è nome che ormai “vende” abbastanza […] Ora faremo un Cancogni, data la notorietà giornalistica. Con te ho provato già a perorare la causa, presentando il libro nel modo più allettante, ma i venditori non hanno nessuna tenerezza per le atmosfere intimistiche.

Italo Calvino, I libri degli altri. Lettere 1947-1981, Einaudi, Torino 1991, p. 203.

Tetto murato fu poi comunque pubblicato nei Coralli, nel 1957.

[La mondadoriana “Medusa degli Italiani”]si poneva come alternativa e mezzo per ovviare a quella povertà di firme nell’ambito della narrativa italiana. […] Di fatto, la ricerca della novità di valore non fu sempre così proficua […] ragioni editoriali legate alla volontà di rispettare le scadenze delle uscite in libreria (un libro ogni uno/due mesi) costrinse una benevola tolleranza nei confronti di una non perfetta confezione dei testi (revisioni affrettate, ma anche acquisto di titoli non del tutto convincenti), fatto che creò precedenti con cui ci si trovò nella necessità di fare i conti nel caso di decisioni più dubbie, rischiando di livellare il prestigio della collana verso valori piuttosto bassi.

— Annalisa Gimmi (a cura di), Il mestiere di leggere. La narrativa italiana nei pareri di lettura della Mondadori (1950-1971), il Saggiatore/Fondazione Mondadori 2002, p. 36.

Su “La Medusa degli Italiani”, per approfondire, c’è un saggio di Laura Gnani dal titolo «La Medusa degli Italiani» Mondadori: le ragioni del fallimento di una collana disponibile qui.

La scrittura è un fantoccio appeso sopra la mia testa

di Beatrice Galluzzi

L’ossessione per le parole è nata assieme alla smania del non poterle usare. Tra i banchi di scuola, costretta a un silenzio riverente, incapace nell’osservanza delle regole più elementari, quelle dello stare ferma e zitta. Nella perenne distrazione dai discorsi di cui intravedevo il significato, e che fluivano dalle labbra di maestre pazienti e volitive. Così come si conviene, dovevo stare attenta e partecipare, interloquire, rispondere. 

E invece, scrivevo. 

Più nozioni venivano messe in cattedra più il pensiero si dispiegava in diramazioni che non potevo fare a meno di imboccare, senza mai scegliere la strada che mi portava indietro, ma accelerando il passo.

Come forma, la mia scrittura è cominciata in rima. Reduce da pomeriggi passati ad annusare l’enciclopedia dei Quindici, alternando filastrocche a detti popolari, costruivo poesie inzeppandole di parolacce, per poi leggerle ai miei compagni e divertirmi con loro. E ogni volta, venivo ripresa. Parla troppo, dicevano gli insegnanti, Beatrice parla sempre. Avevano ragione, ma se non avessi scritto sarebbe andata anche peggio. Sicuramente non avrei saputo che cosa farne, di tutte quelle oscenità, e mi sarei messa a gridarle in mezzo all’aula, sormontata dalla mia incapacità di saper gestire la frustrazione.

Le immagini che mi circondano mi hanno sempre fatto girare la testa come se fossi su una giostra di calci in culo. Sedili cigolanti, vuoti, sorretti da catene rugginose, senza nessuno a bilanciarli con il proprio peso; e un pupazzo in cima all’asta, pendulo e svuotato, nell’attesa vana che qualcuno lo possa strappare al suo cappio. Un fantoccio perennemente eretto sopra la mia testa, questa è per me la scrittura, un’illusione che mi limito a sfiorare con le mani, spingendomi più lontano possibile con la poca forza che mi rimane. Un’allucinazione triste e seducente, che mi tiene ancorata al suo miraggio.  

Ho sempre scritto anche senza penna. Scrivo raccontando. Faccio mie le versioni più astruse delle storie inverosimili, immagazzinate intorno a me come se avessi una telecamere azionata dietro agli occhi.

Chi mi conosce lo sa: tutto è sotto la mia lente distorta, niente è al riparo dalla mia memoria. Scrivo per paura di dimenticare istantanee perfette, quelle che celano una qualche forma di desolazione. Lo vedo ovunque, il disfacimento, le cose e le persone che si sfaldano cambiando pelle. Se incontro un uomo ricoperto di terra e sudore, chino ad allacciarsi gli scarponi, con gli occhi assuefatti alla fatica, la sua storia si dispiega in me senza forzature, e mi trasporta nel posto reale da cui egli proviene, e dentro al quale mi riparo per non cedere allo strazio della sua figura incastonata nel tempo. Quell’uomo diventa l’eroe deforme di infinite possibilità di scelta, e suoi occhi tornano limpidi, oppure si fissano, per non esserlo mai più.

Colleziono volti, espressioni, scorci, li archivio in uno spazio dedicato, senza mai prendere appunti. Sono solo le parole chiave a rimanermi impresse per riportarmi al momento che mi deciderò a raccontare. Penso a “sconfitta” e vedo quell’uomo cedere alla stanchezza e accasciarsi, penso a “resurrezione” e lo vedo lanciare le scarpe.

Ho sempre considerato le parole avvolte in una sacralità che bisogna stare attenti a non violare; le frasi scritte sono immutabili, e quindi devono essere ponderate, e al massimo della loro forma. Un periodo ben costruito è carico della bellezza spiazzante della Pietà: è una madre che piange la morte del proprio figlio in una posa di abbandono, dove il dolore diventa compiuto, plastico, permeandosi nelle emozioni di chi assiste e che ne diventa il messaggero inglorioso. 

Che la mia vita ruotasse attorno alla scrittura l’ho scoperto solo durante il periodo dell’università, quando mi sono avvicinata alla linguistica. Venivo da una scuola superiore per segretarie, in un istituto di periferia, dove eravamo abituate a scrivere solo lettere aziendali. La noia, in quegli anni, avrebbe potuto annientarmi, e invece è stato lo spazio vuoto da abitare, e nel quale mi sarei trovata a mio agio, più avanti. Passando dalla scrittura tutto diventa sopportabile, questo scoprii, e la linguistica è stato il mio modo per vivisezionare questa mia ossessione, analizzarla come si fa con il proprio passato quando ci si siede sul lettino dell’analista. Quando mi sono resa conto di studiare in mezzo a futuri giornalisti, ne ho preso le distanze, perché le redazioni dei quotidiani mi mettevano paura. Sarebbe stato troppo doloroso, per me, descrivere le cose con un’oggettività doverosa, sotto pressione, cercando di arrivare in fretta alla notizia di cronaca e metterla giù in una forma collaudata, quanto più possibile vicina alla realtà dei fatti. 

E allora, una volta laureata ho intrapreso la strada più incoerente, decidendo di lavorare prima con le barche a vela, poi nella creazione di gioielli, e infine con gli arredamenti: facendo del restyling di vecchi oggetti il mio riscatto nel plasmare il passato e stravolgerlo a mio piacimento, ascoltandone gli echi, ancor più se sotterrati sotto strati di polvere e dimenticanza. 

D’altra parte è dai tavoli rotti, dalle bambole smembrate, dalle vecchie taniche di benzina, dai personaggi che rovistano negli avanzi della loro vita, che trovo il carburante per poter cominciare una storia e portarla a compimento. 

E a quest’idea mi sono rassegnata con profondo sollievo, perché io sono la prima a mettere insieme i propri rottami per poi esibirli in piazza senza pudore. Essere cresciuta a Ostia mi ha permesso di mettere a frutto la mia incontrollata passione per le visioni marginali, i paesaggi desolanti, le pose stanche, tutte atmosfere in cui non solo mi sentivo a mio agio ma che mi hanno resa spettatrice inconsapevole di un periodo, a cavallo tra gli anni ‘80 e ’90, in cui alcune linee di progresso andavano a velocità diversa da chi le osservava. Io sono rimasta indietro, fissa da una parte a osservare le comitive aggressive di adolescenti, dall’altra la follia colorita che avevo la fortuna di vivere in casa. Una fortuna, certo, essere la discendente di un genitore bipolare, e di una casta di personalità difficili e spostate. Non potrei vederla altrimenti, questa attitudine a entrare in contatto con la follia, perché mi ha resa partecipe di episodi memorabili, paurosi e unici, regalandomi infiniti spunti narrativi, che ho traslato nelle mie storie rendendole grottesche.

Della famiglia parlo sempre — anche quando affronto argomenti che non la riguardano — e faccio muovere i protagonisti in ambienti sordidi e dimenticati: quelli a cui sono più legata. Mi sembrerebbe impossibile raccontare storie che non sono le mie, o farlo senza un minimo di alleggerimento, tentando cioè di spazzare via ogni residuo di una malinconia che altrimenti non lascerebbe spazio ad altro. 

Non abbiamo letto niente, abbiamo letto tutto

GIACOMO FARAMELLI

Ce l’ho (quasi) fatta! Ho finito cinque su sei dei libri che mi ero imposto di leggere in agosto. Non dirò chi manca ma prometto che recupererò as soon as possible. E in più ho letto Sangue e Limonata (Einaudi editore, traduzione di Luca Briasco), i racconti di gioventù di Hap & Leonard, l’inossidabile coppia di improvvisati detective di Joe Lansdale. I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead, che dopo la magnifica avventura de La ferrovia Sotterranea mi ha lasciato un po’ freddo. Ho avuto tempo e spazio per l’ultima raccolta di Stephen King, Se scorre il sangue, che nei quattro racconti alterna classici temi kinghiani e almeno un poderoso racconto sulla scittura: Ratto. Ho chiuso in bellezza con Ohio di Stephen Markley, (Einaudi editore, trad. di Cristiana Mennella) romanzo di cui sento di dover parlare a lungo, un racconto molto doloroso che getta uno sguardo lucido e impietoso sui millennials della infinita provincia americana. 
Buoni propositi per l’autunno? No, grazie. Come ebbe a dire Q, non Qanon eh, ma Q, il protagonista dell’ominimo romanzo del collettivo Luther Blissett: “Non si proceda secondo un piano”.


FRANCESCA DE LENA

Fino al 15 agosto è andato tutto male, come non mi sarei aspettata, e ho fatto solo due cose, molto lontane da ciò che faccio normalmente e che mi piace:

ho letto Storia terribile delle bambine di Marsala (Zolfo editore): true crime costruito con una tensione altissima sia narrativa (montaggio informazioni, pieni e vuoti, accapo e finali di capitolo, costruzione dei personaggi progressiva e non scontata) che stilistica (voce esterna a dovuta distanza dalle vicende ma senza perdere umanità, lingua che ricorda il Pontiggia delle Vite di uomini non illustri, ricostruzione del contesto in punta di piedi) e uno sguardo che non è tenero e non giustifica ma comprende cosa è successo, non è giudicante né moralista eppure lascia passare un orrore dal quale qui e lì bisogna prendere una pausa.

ho visto L’amore nello spettro, docu-fiction Netflix che mostra i desideri e le difficoltà di relazione delle persone nello spettro autistico: un’educazione, direi un galateo all’amore e all’approccio con il prossimo che può valere per tutti noi.

Dopo il 15 agosto ho ripreso la vita in mano e mi sono fiondata sul lavoro: tra poco comincerà la nuova edizione di Apnea scuola di lettura e editing e il manoscritto inedito a cui lavoreremo sarà un memoir. Eccomi quindi immersa nelle letture a tema sia saggistiche (Storie dell’io, di Ivan Tassi) che narrative: Il corpo non dimentica di Violetta Bellocchio, inaspettatamente molto bello, La più amata di Teresa Ciabatti, di cui non avevo mai letto bene per cui non avevo grosse aspettative e che invece non è terribile come si diceva (ma non è neanche memorabile), Il club dei bugiardi di Mary Karr (la regina e teorica dei memoir di cui si dice benissimo e che però io ho trovato troppo indugiante).

Propositi d’autunno: imparare, imparare, imparare, dunque anche leggere cose che si discostano dalle solite o che mi mostrano il mio habitat da un’angolazione diversa. Già acquistati per questo:

Per fortissimo amore: Il cielo è dei violenti di Flannery ‘O Connor, un gioiello.


VALENTINA GROTTA

Per fortuna la letteratura è una religione laica e politeista. Possiamo scegliere il nostro dio del momento, chiedergli delle cose, adorarlo e sostituirlo. Quest’estate, nonostante i buoni propositi elencati a luglio, il mio dio è stato Cesar Aira. Il suo I Fantasmi non ha capitoli, non ha interruzioni, non si va quasi mai a capo. Quando torni indietro di qualche frase è solo per ripeterla nella mente, a occhi chiusi. Una preghiera.

Per la prima volta nella mia vita adulta ho trascorso le vacanze al lago invece che al mare ed era previsto si camminasse molto (anche questa previsione puntualmente disattesa): mi sono quindi sentita in dovere di leggere Camminare può cambiarci la vita di Shane O’Mara, una disamina centratissima e documentatissima sul rapporto tra i movimenti del corpo e quelli della mente. Molto pertinente soprattutto il capitolo in cui si analizza il rapporto tra camminata e scrittura.

Tradito De Lillo e il suo Underworld (troppo ingombrante da portare avanti e indietro dalla montagna), ho riletto invece come promesso alcune parti del Grande Gatsby. Come previsto, nel 2010 non ci avevo capito niente.


MAURO MARASCHI

Quando, a luglio, ho fornito la lista delle cose che avrei voluto leggere dubitavo che l’avrei fatto, perché erano tutte letture che richiedevano tempo e continuità, cose che al momento non ho. E così non ho letto o riletto nessun classico imprescindibile, non ho letto Filosofia zoologica e altri naturalia di Jean-Baptiste Lamarck (anche se me lo sono portato ovunque, ogni giorno, per due mesi), non ho intrapreso uno studio dell’opera e della biografia di Tommaso Labranca. Ho dato priorità agli esseri umani.

Però ho apprezzato molto La vita involontaria di Brianna Carafa (1924-1978), pubblicato da Einaudi nel 1971, finalista al Premio Strega di quell’anno e adesso riproposto da Cliquot. Non è un capolavoro, ma ne ha molte delle coordinate: una prosa cesellata, intelligente ed esteticamente coerente, un impianto saldo, lineare e coinvolgente, e delle suggestive atmosfere mitteleuropee. Manca qualcosa, ne La vita involontaria, e io credo di sapere cosa, ma si tratta comunque di un romanzo conchiuso e riuscito, di quelli che consiglierei quasi a chiunque.

Un’altra bella scoperta è stata Verificare di essere umani di Selenia Anastasi, pubblicato da Lekton, e dedicato al transumanesimo, un tema che mi appassiona particolarmente: non è un volume a tesi, anzi, di tanto in tanto ci si dimentica da dove si era partiti e ci si disinteressa al punto d’arrivo, ma tutto ciò mi pare soltanto un bene: Anastasi ha una scrittura densa e muscolare ma nitida e vivida, e attraverso un approccio enciclopedico ci ricorda tutto quello che c’è da sapere sull’evoluzione artificiale intrapresa dall’essere umano.

Ma la lettura più appagante di quest’estate è stata Harold e la matita viola di Crockett Johnson, libro illustrato per bambini del 1955, un classico inspiegabilmente pubblicato in Italia soltanto nel 2000 da Einaudi, poi scomparso e adesso riproposto da Camelozampa in un’edizione cartonata più fedele all’originale di quanto lo fosse quella Einaudi: è una storia semplice e impeccabile (anche dal punto di vista grafico), regalo ideale per i figli propri e degli altri da uno a sette anni.

Ah, ho iniziato la seconda stagione di The Umbrella Academy, ottimo svuotacervello.


GIUSEPPE D’ANTONIO

Come sospettavo, il mio proposito di leggere l’Ulisse di Joyce sotto l’ombrellone è miseramente sfumato. Non però (tutti) gli altri, e quindi ho letto:

Lonesome Dove (1985) di Larry McMurtry (Einaudi 2017, trad. it. di Margherita Emo); il “libro di culto che ha definito un genere” (il western): la storia di un gruppo di bovari che spostano una mandria dal sud al nord degli Stati Uniti tra sceriffi che li inseguono, indiani che li inseguono, sceriffi che smettono di inseguirli per inseguire gli indiani ma che poi smettono di inseguire tutti e si piazzano a casa di una vedova che alleva cavalli. Avvincente e polveroso come solo sa essere la transumanza in Abruzzo.

A sangue freddo (1966) di Truman Capote (Garzanti 2019, trad. it. di Alberto Rollo). Uno di quei libri che sono anni che vuoi leggere ma non sai perché non leggi mai. Forse la non fiction novel per antonomasia: la storia (vera) di un quadruplo omicidio nel Kansas degli anni Sessanta del Novecento. Dopo averlo letto, difficilmente si riuscirà a usare di nuovo il termine “capolavoro” con la leggerezza oggi diffusa.

Il piccolo campo (1933) e Fermento di luglio (1940) di Erskine Caldwell (Fazi 2013 e 2014, trad. it. di Luca Briasco), i due libri che completano il cosiddetto “ciclo del Sud” cominciato con La via del tabacco: un quadro degli Stati Uniti fra crisi economica, depressione e razzismo che ha richiami inquietanti con il presente. E non sembra sia solo suggestione.

Ruggine americana di Philipp Meyer (Einaudi 2010): due amici, uno – genio deboluccio e complessato – uccide un senzatetto; l’altro − atletico mascalzone – si prende la colpa. Ma alla fine la sfangano entrambi perché, dai, in fondo è solo un barbone. Un po’ però fa luce sul come sia spuntato fuori Trump come presidente.

Il correttore di bozze di Francesco Recami (Sellerio 2007): un correttore di bozze comincia a confondere finzione e realtà fino a cadere nella paranoia più nera. In pratica: una storia vera.

Consigliato però  – seriamente –  a chi vuole, suo malgrado, principiare il lavoro di redattore.


CHIARA M. COSCIA

Nelle ultime due settimane, se mai ce ne fosse stato il bisogno, si è verificata la consacrazione assoluta del GAM (il “Grande Anno di Merda”, come l’avevo definito qualche settimana fa), e quindi tutti i miei propositi non dico di lettura, ma proprio di esistenza mediamente sana, si sono sciolti “come lacrime nella pioggia” – che però magari ci fosse stata, almeno avrei salvato i peperoni dalla siccità, e invece anche il climate change eccetera eccetera. 

Vabbé. 

Letture:

Come volevasi dimostrare non ho letto Infinite Jest di David Foster Wallace, la mia copia ha deciso di prendere fuoco per combustione spontanea dopo essere stata lasciata troppo al sole (accanto ai peperoni, defunti anche loro) e quindi niente, ci ho provato. Si vede che era destino. Tuttavia ho letto Postporno, che era nella lista di Primavera, e mi sono segnata tutta una serie di fonti citate da Fluida Wolf da cui attingere per i miei studi sull’argomento, riempiendo inesorabilmente il mio carrello Amazon di buoni propositi per il 2021. Inoltre ho cominciato I Reietti dell’Altro Pianeta, di Ursula Le Guin, che non ho idea del perché non figurasse ancora tra i miei idoli indiscussi. Tra i propositi per l’autunno, infatti, c’è da recuperare tutto ciò che questa magnifica scrittrice abbia prodotto, primo fra tutti La Mano Sinistra delle Tenebre

Visioni:

Per ragioni che esulano dalla mia consapevolezza lucida, non ho ancora visto I May Destroy You, ma sono convinta che un motivo c’è. Se qualcuno lo conosce me lo dica per favore. Ho però completato la visione di una serie che ho amato follemente, Battlestar Galactica, di una che ho amato solo in pochissimi fotogrammi e che per il resto mi ha lasciata un po’ meh, Normal People, e poi ho finalmente intrapreso la visione regolare, e non frammentaria e occasionale, di Shameless. Propositi per i prossimi mesi: diventare Gallagher, possibilmente Lip, e lanciarmi nell’attesissimo (da noi nove fan che ancora la vediamo) spin-off di The Walking Dead: World Beyond.


FRANCESCA CECI

Un agosto statico come quello appena trascorso ha avuto il pregio di saper dilatare il tempo, trasformando i giorni in spazi da riempire anche di letture, ascolti e visioni.

Ho deciso di mettere da parte le serie tv per vedere alcuni film che tenevo in sospeso da tempo: Favolacce e La terra dell’abbastanza dei fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, che sono entrambi un pugno nello stomaco, un’immersione nelle vite degli altri non semplice da affrontare; e poi Figli, uno degli ultimi lavori di sceneggiatura di Mattia Torre, che è anch’esso, in modo diverso, una finestra letteralmente spalancata sulla quotidianità possibile e impossibile di una coppia come le altre.

Sono riuscita ad ascoltare i podcast di Matteo B. Bianchi (Copertina) e di Giusi Marchetta (Tutte le ragazze avanti), ma il problema di podcast come questi è che ti danno troppi input che rendono inevitabile ricominciare con gli infiniti propositi autunnali delle nuove letture. Ad esempio Eroine. Come i personaggi delle serie tv possono aiutarci a fiorire (Tlon) di Marina Pierri, che già so provocherà l’effetto analogo del circolo senza fine anche delle serie tv. Mi incuriosisce anche Brevemente risplendiamo sulla terra di Ocean Vuong (La nave di Teseo), una lunga lettera dal Vietnam al Michigan e attendo impaziente il primo romanzo del giornalista e scrittore afroamericano Ta-Nehisi Coates, Il danzatore dell’acqua (Einaudi).

Vorrei poi riempire l’autunno dei romanzi che ancora mi mancano di Toni Morrison. Ma soprattutto ho iniziato finalmente a leggere James Baldwin, partendo da Se la strada potesse parlare (Fandango), e non credo smetterò più.


PRIMAVERA CONTU

I buoni propositi di luglio sono stati rispettati solo in parte (va già meglio di come avevo immaginato). Per il resto, c’è ancora molto disordine nel mio fruire: letture a singhiozzo, podcast ascoltati senza osservarne la cronologia, serie trascinate da troppo tempo e seconde stagioni più belle delle prime.
Ma, essendo settembre, quindi sotto il segno organizzato della Vergine (e altri espedienti narrativi validi per autoconvincersi), cercherò di essere positiva e parlare soprattutto di inizi:
Tra le letture che ho cominciato c’è E poi basta. Manifesto di una donna nera italiana, di Espérance Hakuzwimana Ripanti, dove scrivere di sé è il modo per riappropriarsi dei propri spazi e territorio di autodeterminazione, Girl, Woman, Other, romanzo dell’autrice Bernardine Evaristo dove un coro di voci parlano di womanhood e blackness lasciando poco tempo ai respiri (letteralmente, per scelta sintattica) e Swing Time di Zazie Smith: il mio primo incontro con quest’autrice, finalmente.
Tra i saggi, sono alle prese con Il colore della nazione, a cura di Gaia Giuliani, sull’invisibile razzismo della cultura mediatica in Italia.
Ho riscoperto con divertimento la raccolta di poesie, prosa pornografica e lettere della scrittrice Jana Černá In culo oggi no, con scritti risalenti agli anni ‘40 ma inediti fino alla fine del secolo scorso, e sono rimasta estremamente delusa dalla graphic novel La tettonica delle placche di Margaux Motin: dopo l’avvento di Fleabag e simili, cose del genere sono indigeribili (e non bastano dei disegni ben tracciati). Parziale delusione anche per Sporchi e Subito, raccolta a cura dell’autrice Fumetti Brutti, di cui però segnalo Hang Out di Antonia Caruso e Percy Bertolini. Ho poi ascoltato parecchi podcast, ma segnalo fra tutti la grande Tea Hacic-Vlahovic con Troie Radicali: veramente punk. Ho anche scoperto l’album Portal di Lalić, seppur con alcuni anni di ritardo.
I supereroi mi hanno fatto compagnia anche quest’anno, con la seconda stagione di The Umbrella Academy e di The Boys. C’è stata poi la terza di Good Girls, la prima e unica di High Fidelity, finalmente portata a termine dopo tanta (troppa) emotività, il binge del delizioso vampiresco What We do in the Shadows. Stasera vado a vedere Tenet di Nolan, che forse rimuoverò subito dalla memoria.


LUIGI LOI

Quest’estate ho letto per davvero Le alternative non esistono Non ha tradito le mie aspettative, si tratta di uno di quei meravigliosi romanzi a cavallo del saggio, come Il Natale 1833, soltanto che qui non si parla di un monumento come Manzoni, ma di un poster dell’ultima generazione cresciuta nel ‘900, Tommaso Labranca.

Vorrei ancora leggere la Vita segreta del signore di Bushu, perché è introvabile persino nelle biblioteche comunali, e questo accresce il mio desiderio. 

Vorrei leggere anche l’ultimo libro di Carlo Rovelli, Helgoland dove si parla della teoria dei quanti. Voglio dare fiducia ancora una volta a quest’autore: si tratta di un grande divulgatore scientifico, e spero possa rispondere a una domanda concettuale che la fisica quantistica ci pone. Pare che Rovelli stia cercando questa risposta da anni: è una di quelle che soltanto i bambini hanno il coraggio di fare, e cioè: perché ricordiamo il passato ma non possiamo ricordare il futuro? 


foto di copertina di daria nepriakhina su Unsplash

Leggere/guardare/ascoltare: la lista estiva di Ilda

VALENTINA GROTTA

Le letture estive ed io non andiamo molto d’accordo. Portare un libro sulla spiaggia mi è praticamente impossibile: troppa luce, sabbia tra le pagine, acqua. Credo che il libro sia un oggetto eminentemente idrofobo e poi c’è che di solito trascorro l’inverno a leggere e quindi d’estate mi prendo una pausa. Ma quest’inverno è stato diverso. Non ho letto quasi niente per tre mesi nonostante avessi tempo, buio e posti asciutti dove farlo. Quindi ho deciso di leggere tre libri che mi sono particolarmente cari e che suddividerò rispetto alla loro trasportabilità.

  • Il libro stanziale: Underworld, di Don De Lillo. Del maestro newyorkese ho letto solo Rumore bianco, e così tanti anni fa che non saprei dire nemmeno lontanamente di cosa parlava. Data la mole del volume, Underworld sarà il romanzo da leggere al mattino appena sveglia, nel pomeriggio quando fa troppo caldo per uscire, la sera prima di dormire. Non si muove da casa, insomma.
  • I libri trasportabili: Imprevedibili sprazzi di paternità e Trick Mirror. Il primo è una breve raccolta di racconti sulla paternità e i figli, dello scrittore e premio Pulitzer Michael Chabon; il secondo è una raccolta di saggi della scrittrice e staff writer del New Yorker, Jia Tolentino.
  • Il libro spedito: Il grande Gatsby di F.S. Fitzgerald. Avevo una bellissima edizione di questo libro e quindi non voglio comprarlo di nuovo, me lo farò spedire. Anche questo l’ho letto così tanti anni fa che quasi mi fa paura contarli e all’epoca non sapevo nemmeno cosa stessi leggendo. Sapevo che dovevo, ma perché? Adesso che mi sembra di capirlo, voglio farci i conti e quest’estate mi sembra il momento giusto per farlo.

LUIGI LOI

  • Vorrei leggere Le alternative non esistono. La vita e le opere di Tommaso Labranca un memoir bello e denso, con quell’accuratezza che la saggistica ha sul mondo, ma pure con lo sguardo appassionato della ricostruzione fittizia: la vita di una persona senza intreccio è solo un gomitolo ingarbugliato al punto da non saper districare l’unicità di un destino dalla contingenza. Alla fine, senza intreccio la vita non si può raccontare. Dicono che l’autore (Claudio Giunta) non abbia esagerato: né troppa saggistica né troppa fiction, quindi né troppa disperazione né troppa favola, risultato equilibrato.
  • Vorrei leggere anche Vita segreta del signore di Bushu, l’introvabile romanzo di Jun’ichirō Tanizaki: fuori catalogo, fuori dal circuito dell’usato, fuori dal circuito bibliotecario romano. Questo fuori è un appello che lancio a Mauro Maraschi, che sembra non conosca libri introvabili. Prima o poi li trova tutti.

GIACOMO FARAMELLI

Sarà un agosto all’insegna di entusiasmanti novità personali (farò persino il bagno in mare!) e letterarie. Ho una lista di letture che mi aspettano. Bilanciate per genere, case editrici major/indipendenti, etcetc. Manuale Cencelli, fai spazio, grazie:

I divoratori, Stefano Sgambati (Mondadori)

Tommaso e l’algebra del destino, Enrico Macioci (SEM )

Le isole di Norman, Veronica Galletta (Gaffi Italo Svevo) 

Insegnami la tempesta, Emanuela Canepa (Einaudi)

Gli insospettabili, Sarah Savioli (Feltrinelli)

Il nome della madre, Roberto Camurri (NN)

Negli ultimi tempi ho qualche difficoltà con le serie tv ma cercherò di superare il trauma per la fine di Dark immergendomi in qualche oscuro prodotto Prime o Netflix che includa alieni, folletti, serial killer, fantasmi, drammi familiari, rapimenti, cannibali e tutto quello che occorre per trascorre un sereno agosto all’insegna del riposo e della tranquillità. 


MAURO MARASCHI

Poche cose, in passato, mi hanno dato tanta gioia quanto leggere un libro (romanzo o saggio) nell’arco di una giornata; negli ultimi tempi durante l’inverno mi è impossibile leggere più di cinquanta pagine di fila, e so per certo che oltre un certo livello di frammentazione non sono più in grado di apprezzare fino in fondo nessun oggetto culturale. Per me la lettura è un’attività trascendentale e richiede un tempo di carburazione imprescindibile alla comprensione profonda delle cose.

Quest’anno vorrei leggere innanzitutto Filosofia zoologica e altri naturalia di Jean-Baptiste Lamarck (1744-1829), appena riproposto da Mimesis con la curatela di Giulio Barsanti (da anni rimandavo l’acquisto dell’edizione La Nuova Italia del 1976, per quanto dubitassi che qualcuno l’avrebbe mai ripubblicato; rendiamo grazie a Mimesis): Filosofia zoologica fu pubblicato nel 1809, cinquant’anni prima de L’origine delle Specie di Darwin, ed è un passaggio fondamentale verso l’affermarsi del pensiero evoluzionista; a me però dei “primati” importa poco e vorrei soltanto rimanere immerso ancora un po’, per qualche decennio, non di più, nelle atmosfere che soltanto il primo naturalismo sa ispirarmi. 

Poi, ma è un obiettivo di gran lunga meno raggiungibile nel breve tempo di un’estate, vorrei recuperare tutto ciò che non ho letto di Tommaso Labranca (e in particolare Il piccolo isolazionista), un’idea che mi è venuta dopo aver letto sull’Indice (non senza incupirmi) l’articolo biografico di Renato Leoni intitolato Tommaso Labranca: triste, solitario y final e legato all’uscita di Le alternative non esistono. La vita e le opere di Tommaso Labranca di Claudio Giunta, appena pubblicato da il Mulino. Anzi, mi procurerò anche il libro di Giunta, perché vorrei diventare un esperto di Labranca, il primo scrittore con il quale sia mai entrato in contatto, una dozzina d’anni fa, credo: una persona brillante, accogliente, libera, alla quale sento di dovere qualcosa. 

E poi vorrei rileggere qualche classico voluminoso, I fratelli Karamazov, Moby-Dick o l’Ulisse di Joyce, oppure affrontarne uno mai affrontato: ci provo ogni anno ma mollo dopo le prime venti pagine, rendendomi conto che non farò mai in tempo prima che arrivi l’inverno, e ormai credo che dovrò aspettare l’estate dei quattordici anni di mia figlia. Una cosa che invece sono certo di non voler fare è tornare a essere aggiornato su tutte le ultime uscite come facevo fino a cinque anni fa, anche se i motivi li spiego un’altra volta.


CHIARA M. COSCIA

Essere ammutolita di fronte alle catene degli eventi personali e pubblici che stanno via via consacrando questo 2020 al titolo universale de “Il Grande Anno di Merda” mi porta soprattutto la malinconia di ciò che potrebbe farmi bene, ma non c’è. Solo la musica riesce a smuovere le parti congelate di me. Voglio ballare, e lo faccio. In casa, da sola, col gatto, mentre disfo e riassemblo playlist. Eccovi quella del momento, ve la lascio che magari avete voglia anche voi come me di smuovere parti soffocate e soffocanti.

Letture:

Tra i buoni propositi che sicuramente non rispetterò c’è la lettura di Infinite Jest di David Foster Wallace. Ho un rapporto complicato con la scrittura di DFW, nutro una venerazione quasi morbosa verso la sua non-fiction, tuttavia non amo particolarmente le sue storie. Detto ciò, Infinite Jest davvero voglio leggerlo da tempo. L’ho cominciato nel 2009, durante un viaggio negli Stati Uniti, e fu un grave errore. Mai addentrarsi in letture impegnative quando sei impegnata a vivere altro.

L’assenza di prospettive di viaggi estivi, e un certo accordo di sentire, mi dice che è finalmente arrivato il suo momento. Ho anche comprato l’edizione in lingua, e ho trovato una guida alla lettura qui. Non ho scuse.

Visioni:

Ho un accumulo di seconde, terze e quarte stagioni di serie che amo da recuperare, ma ovviamente quelle che mi attirano di più sono le novità. Qualcuno mi ha parlato di I May Destroy You, e se è vero che non so se sia adatta al mio umore attuale da tardo decadentismo, è probabilmente la cosa che più mi incuriosisce al momento. Non vorrei lasciar finire l’estate senza averla almeno cominciata.

Poi c’è Normal People. Ho un abbonamento a Starz Play che per ora ho usato pochissimo, ma per l’irrisorietà della cifra continuo a pagare. Forse posso finalmente dargli un senso. Questa serie vorrei vederla leggendo il libro di Sally Rooney in parallelo (di cui abbiamo parlato qui), per lanciarmi in una delle mie deliranti analisi transmediali. Ho avuto feedback contrastanti a riguardo, il che contribuisce in genere a incrementare il mio desiderio di lettrice.


FRANCESCA CECI

Questa mattina ho comprato una serie di libri che non sono veri e propri propositi né libri per l’estate ma solo frutto di incroci di sguardi in libreria, ritorni di fiamma, consigli di qualcuno di cui fidarsi. Un modo di viaggiare per i continenti da lontano, senza potersi spostare.

Due raccolte di racconti o storie brevi: Tutto quello che è un uomo di David Szalay (Adelphi) e Danza delle ombre felici, prima opera di Alice Munro del 1968 (Einaudi), per due viaggi nello spazio e nel tempo. Ragazzo divora universo di Trent Dalton (Harper Collins Italia), perché amo le storie di adolescenze difficili e quella di Eli Bell a Brisbane – tra genitori tossicodipendenti, fratelli geniali e babysitter evasi – promette piuttosto bene (o molto male). Imparare a parlare con le piante di Marta Orriols (Ponte alle Grazie) l’ho scelto per il solo titolo e perché è una delle cose che vorrei realizzare.

Infine, due ritorni da prendere a occhi chiusi: La vita alla finestra di Andrés Neuman (Einaudi), le cui terre spagnole e argentine non mi hanno mai deluso e La strada di casa di Kent Haruf (NN editore) che non sono sicura di voler leggere veramente o subito, non sono pronta per l’ultimo viaggio nella contea immaginaria di Holt.

Un vero e proprio proposito estivo è invece qualche ora di silenzio da riempire recuperando i podcast persi nel mare delle dirette del lockdown, da Tutte le ragazze avanti curato da Giusi Marchetta e dal Tavolo delle ragazze, alle nuove puntate di Morgana in cui Michela Murgia e Chiara Tagliaferri passeranno dalle biografie delle ragazze fuori dagli schemi dei mesi scorsi a quelle delle donne che non hanno avuto bisogno di sposare un uomo con i soldi.


GIUSEPPE D’ANTONIO

Per quest’estate ho deciso di scegliere due libri “grossi” così che – nel caso non riuscissi a terminarli – potrebbero tornarmi utili per tenere fermo l’ombrellone in caso di vento o come dispositivo di distanziamento sociale.

Il primo è Lonesome Dove di Larry McMurtry (Einaudi 2017, 950 pp.); pubblicato negli Stati Uniti nel 1985, è considerato “un libro di culto che ha definito un genere” (il western). I lettori italiani si sono divisi – come sempre – fra entusiasti e indifferenti: io ho già letto le prime 300 pagine (su poco più di 900) è per ora do ragione a entrambi.

L’altro libro sarà Ulisse di James Joyce, nella traduzione di Terrinoni-Bigazzi (Newton Compton 2015, 864 pp. densissime). Ora, nessuno qui crede che riuscirò a leggerlo durante l’estate, figurarsi io. Quindi, ho già pronti i due sostituti: libri che mi faciliteranno l’immedesimazione visto che i protagonisti sono correttori di bozze.

Il primo è Il correttore di bozze di Francesco Recami (Sellerio 2007); l’altro è Variazioni in rosso di Rodolfo Walsh (SUR 2015).


FRANCESCA DE LENA

Sono così stanca che quest’estate leggerò solo quello che si può guardare. In primo luogo le riviste: tutte le riviste di arredamento del mondo conosciuto + qualcuna di viaggi + il numero di agosto di Ciak, che mi permette di dedicarmi al mio gioco preferito: leggere le schede di tutti i film in uscita nel prossimo autunno e mettere una crocetta su quelli che vorrei vedere.

Per i testi a forma di libro saranno ammessi solo i bellissimi Che cosa vediamo quando leggiamo di Peter Mendelsund che esplora il meccanismo della nostra immaginazione e la sua potenza co-creatrice basandosi sulla premessa per cui “il ricordo della lettura è un falso ricordo” e il simpatico, colorato e fumettoso Spoiler Alert – The badass book of movie plots per divertirmi a riconoscere e trovare nuovi modi per nominare tutti i cliché di cui sono fatte le storie (i film e le serie tv americane, sì, ma anche tanto altro).

Dedicherò di certo molto tempo al mio kindle: un condensato di anteprime Amazon (niente di più bello che leggere 10 pagine di ogni cosa e abbandonare quasi tutto) e manoscritti inediti tra cui scegliere il prossimo autore di Apnea e magari un nuovo autore per la United Stories.

Il resto del tempo sarà dovuto alla conoscenza profondissima e ripetuta dell’Odissea e delle Divinità della Mitologia Greca, perché ho fatto il grave errore di regalare ad Andrea questi due meravigliosi libri, scritti e disegnati benissimo ma che misurano pur sempre 30×37 cm il che non li rende trasportabilissimi, e che noi invece trasportiamo in ogni dove e posiamo solo per passare ad ascoltare il bellissimo podcast Parole di storie Mitologia: stesso approfondimento e ripetizione, ma almeno chiudiamo (chiudo) gli occhi e ci lasciamo andare alla voce suadente di Gaetano Marino.


PRIMAVERA CONTU

Mi sono imbattuta in un articolo poco sorprendente: durante il lockdown gli italiani hanno letto meno libri del solito. Non ero l’unica, allora. Ho solo sentito la pressione sociale, e il conseguente senso di colpa per la mia inadempienza, di dover “riscoprire i classici” – dato che la panificazione mi interessava poco – in quarantena. Non solo non l’ho fatto, ma a malapena sono riuscita a terminare le prime pagine dei diversi (e, ne sono certa, bellissimi) romanzi contemporanei iniziati. La difficoltà si è fatta sentire anche dopo la riapertura. Non so da cosa sia dipesa: mancanza di interesse per “l’evasione” in un momento in cui gradivo (gradisco, ancora) stare nel presente o overdose di storie consumate in formato seriale (il mio preferito) e filmico.

La “maledizione” si è interrotta quando ho iniziato Heartbreaker: The Most Unforgettable Novel You’ll Read All Year  di Claudia Dey. Forse cercavo il romanzo di formazione e non lo sapevo. Forse il sole doveva finalmente entrare in leone. O forse ci voleva solo il giusto incipit.

Altri buoni propositi per questa estate monca:

Saggi
Postporno, il libro di Valentine aka Fluida Wolf sulla post-pornografia, che racconta quali esperienze hanno messo in discussione l’immaginario sessuale del porno mainstream, e quali pratiche e rappresentazioni si muovono per accogliere le diversità di corpi e desideri.

Why I’m No Longer Talking to White People About Race di Reni Eddo-Lodge, che esplora le connessioni e le intersezioni tra genere, classe e razza da una prospettiva più Europea rispetto a quella USA alla quale siamo solitamente esposti.

Visioni
voglio lanciarmi sulla serie appena uscita, I may destroy you, scritta, co-diretta e prodotta da Michaela Coel per BBC One e HBO, e recuperare la comedy Insecure, di Issa Rae e Larry Wilmore, sempre HBO, da tempo in lista.

Sonori
il nuovo ciclo del podcast The Heart, che contiene diverse mini-serie sulle connessioni e sovrapposizioni tra amore e potere e, per la nostalgia estrema delle serate danzanti, una playlist divertente. Quest’estate spero di ballare un po’ anche da sola.


l’immagine di copertina è di Raphaël Biscaldi 

Insegnare (o no) la scrittura creativa

Processi e sentenze alle scuole di scrittura creativa

Esistono due scuole di pensiero riguardanti l’utilità delle scuole di scrittura creativa. Ci sono i detrattori, ovvero quelli che pensano che la scrittura creativa non si possa insegnare, perché viene considerata un’attività spirituale, o perché si pensa non si possa trasmettere alcun tipo di nozione sui meccanismi narrativi, e ci sono coloro che le apprezzano, immaginando che la scrittura creativa possa essere insegnata ma soprattutto imparata. A dimostrazione portano la semplice ragione che centinaia di scrittori hanno seguito corsi di scrittura creativa e non hanno avuto bisogno di giustificarsi dopo averlo fatto. Soprattutto nel mondo anglosassone: lì è la prassi, è così che si fa almeno da una cinquantina d’anni.

Anni fa, durante un incontro per la presentazione de “La manutenzione degli affetti”, lo scrittore Antonio Pascale ci folgorò con una definizione della narrativa italiana a confronto con quella anglosassone dicendo: “Agli italiani piacciono le sentenze e non i processi.” Per “sentenze” immagino Pascale intendesse i giudizi, le spiegazioni, le morali, e per “processi” tutti quegli elementi che, in progressione, portano al finale: le descrizioni, i personaggi, le azioni, ecc. Chi critica le scuole di scrittura creativa sembra non voler indugiare sul processo che permette di scrivere un buon libro: sulla tecnica, la fatica, gli schemi, le prove, gli esercizi, quasi come se un libro si scrivesse da sé. A costoro sembra piaccia di più la sentenza, ovvero il risultato finale. Come ci si è arrivati non è affar nostro.

Questo (non) è un articolo

Sono appena usciti due testi i cui titoli fanno presumere una dura critica nei confronti dell’insegnamento della scrittura creativa. Si tratta di “La scrittura non si insegna” di Vanni Santoni e “Chiudiamo le scuole di scrittura creativa!” di Alfio Squillaci. Entrambi i libri partono in modo chiaro dall’assunto che non si possa insegnare la scrittura creativa.

Squillaci:                                                   

è folle a maggior ragione nella babele di oggi, pretendere di possedere, ma ancor più insegnare, l’arte di farsi leggere.

Santoni:

non la scrittura, ma solo la mentalità dello scrittore possa essere  insegnata.

Entrambi i testi portano prove per corroborare questo assunto, che ha gradi diversi di criticità. Santoni tutto sommato crede che qualcosa possa essere trasmessa (la mentalità dello scrittore) mentre Squillaci è molto più severo sull’argomento. Eppure, attraverso entrambi, si può arrivare a una conclusione se non simile, almeno coesa.

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Leggere

Tutti ti dicono cosa, quasi nessuno ti dice perché, o quanto meno, cosa devi cercare quando leggi un libro bello. Stephen King ci ha detto che si devono leggere sia i libri belli che quelli brutti (nell’ormai classico On writing), mentre Francesco Pacifico, data la scarsità di tempo che caratterizza la nostra epoca, giustamente ci insegna che è meglio concentrarsi su quelli belli: si impara meglio e più in fretta (è del 2012 il testo “Seminario sui luoghi comuni. Imparare a scrivere (e a leggere) con i classici” dove parla ampiamente di questo tema). Quindi, dai libri degli altri o dai cosiddetti classici cosa va imparato?

Santoni procede con fare prescrittivo:

La prima cosa che va curata, se si vuole scrivere seriamente, è la dieta. Solo nutrendosi di libri buoni si può pensare di produrne uno decoroso. Di più: essendo il campo letterario sterminato, si può pensare di farlo solo nutrendosi del meglio

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

James Joyce, Ulisse                                   

Ma non è finita. In genere la lista che propongo, disattendendo chi a quel punto si aspetta un logico passo indietro e un’infilata di classici del romanzo ottocentesco, continua così:

2666, Roberto Bolaño

Underworld, Don DeLillo

Europe Central, William T. Vollmann

Abbacinante, vol. 1, vol. 2, vol. 3,

Mircea Cartarescu

Infinite Jest, David Foster Wallace

Austerlitz, W.G. Sebald

[…]            

Come detto, non è una classifica di qualità, o una summa dei miei gusti: è la lista dei libri che di volta in volta si sono dimostrati più utili ad aprire i polmoni, e la mente, degli aspiranti.                                        

Aprire i polmoni e la mente diventa, così, una prescrizione medica più che letteraria, se non si sa bene dove guardare. E mentre Santoni cerca i libri migliori per la salute dei suoi studenti Squillaci si preoccupa che l’aspirante scrittore nasca in un contesto propizio alla carriera che vuole intraprendere. Poi aggiunge:

Se non si è assistiti da questi doni resta valido il suggerimento iniziale: tornare a copiare. […]

La tesi di fondo è che copiare può essere un atto creativo perché le stesse parole del Chisciotte se scritte nel ’900 da un Cervantes redivivo sarebbero soggette a nuova e diversa interpretazione. Anche copiare, però, non è un’attività semplice secondo questa prospettiva. Squillaci si domanda: se le scuole di scrittura creativa diventassero scuole di lettura, ovvero dove si impara a leggere i classici, quale lettura sarebbe privilegiata dall’insegnante? Quale sarebbe poi consigliata per procedere con la nobile attività del copiare? Anche questa, a suo parere, diventa un’importante scelta per il futuro stile dell’aspirante scrittore.

Nella sua ricetta per aprire le menti, Santoni fa un passo in più: riferendosi alle liste di libri prescritte (leggere fantasy per scrivere fantasy, distopici per distopici) Santoni aggiunge, icasticamente:

Quelli tra i miei studenti che se le sono ingollate, poi hanno ottenuto dei risultati – ovvero sono riusciti a scrivere dei libri abbastanza buoni da venire pubblicati. Se le riporto integralmente così come le presento nei miei corsi, è perché l’esperienza mi ha insegnato che quello che manca a tanti aspiranti, magari pure di talento, è un punto di partenza.                       

[…] È l’unico esercizio che ti assegnerò in questo libro, e per dare una risposta devi leggere più della metà di entrambe, quindi i benefici sono garantiti. Per il resto, non mi piacciono gli esercizi, e soprattutto non saranno gli esercizi a insegnarti a scrivere.

[…] Questo compito fa eccezione perché, per essere svolto, prevede la lettura di una sessantina di libri fondamentali. Qua non si fanno promesse in malafede: solo facendoti un culo mostruoso nella lettura prima, e nella scrittura poi, diventerai uno scrittore o una scrittrice.

Scrivere: quando o quanto?

Nonostante la negazione questi due libri parlano di scrittura, quindi vediamo come affrontano l’argomento. Continuando nelle ricette, Santoni rivela che l’unico segreto per diventare scrittori è:                         

Scrivi tutti i giorni. Non c’è altro. […] Ma, nota bene, ho detto tutti i giorni, non tutti i giorni di vacanza, o tutti i giorni di quel mese che hai faticosamente liberato, o nei fine settimana – e neanche cinque o sei giorni la settimana. Tutti. I. Giorni. Ci saranno giorni in cui riesci a scrivere pochissimo, ma non devi saltarli.

Squillaci, invece, affronta il tema da una prospettiva storica.

Ma quando scrivere? Il romanzo sembra possibile solo après coup, dopo che la vita s’è compiuta, allo stesso modo che il giudizio sugli altri o sulle cose è possibile dopo una certa frequentazione di uomini e luoghi. Il vecchio Hegel […] asseriva nell’Estetica: «Un artista deve aver molto visto, molto udito e molto in sé conservato». 

Santoni dà un’indicazione ancora più precisa sul quanto: 2000 battute al giorno. Squillaci non si addentra in questo tipo di dettaglio micro, anche qui la sua prospettiva è più ampia:            

Quanto scrivere? Azzardo che un uomo debba scrivere un solo romanzo: il romanzo della vita. Auctor unius libri. Basta un solo libro per entrare degnamente in letteratura. Laclos scrisse Le relazioni pericolose, Manzoni I promessi sposi, Tomasi di Lampedusa Il Gattopardo, e, in fondo, nonostante le altre opere giovanili e senili, Cervantes è ricordato per un solo romanzo indimenticabile e indistruttibile, Don Chisciotte. Un colpo e via, e ci si gioca solo quella fiche sul tavolo letterario.

Dunque rispetto al quando: sembra che ci sia un tempo (non la prima giovinezza, ma una certa maturità) per Squillaci, in cui è opportuno scrivere. E per farlo sembra ci sia bisogno di un cospicuo bagaglio di letture e una certa costanza nello scrivere.        

Conclude Santoni:

Quando sarai diventato uno scrittore – e lo scopo di questo pamphlet, appunto, non è insegnarti a scrivere, dato che la scrittura non si insegna, ma fare di te uno scrittore – potrai saltare i giorni, ma a quel punto, se ci arriveremo, non vorrai farlo.

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Identikit di uno scrittore

Anche senza volere, anche criticando chi la scrittura la insegna, entrambi i testi ci danno la possibilità di delineare l’identikit di un aspirante scrittore di tutto rispetto: è un lettore di qualità, uno che si è affrancato da natali non troppo propizi, che ha fatto esperienze sia fattuali che spirituali e che adesso ha deciso di mettersi seduto alla sua scrivania e scrivere 2000 battute al giorno a tutti i costi. Sa di non poter entrare subito nell’Olimpo degli scrittori, ma – se è una persona realista – può onestamente presumere che con un po’ di impegno e fortuna potrà scrivere qualcosa di molto buono e (forse? sicuramente?) essere pubblicato.

Ecco la parte finale, quella che gli studenti agognano e che gli insegnanti temono: che un aspirante scrittore voglia anche pubblicare. Non per paura della concorrenza – come ci ha raccontato anche Murakami ne “Il mestiere dello scrittore” quello della scrittura è un ring dove si può salire insieme senza temere di essere buttati fuori. La paura contenuta in tutti i non manuali è quello di insegnare qualcosa a qualcuno che poi non sarà in grado di pubblicare. Succede, è previsto. Anzi Squillaci lo dà praticamente per assodato. Se un aspirante scrittore non lo prevede è, evidentemente, uno sprovveduto. Ma nonostante tutti gli sforzi per non insegnare la scrittura creativa, sia Santoni che Squillaci hanno insegnato qualcosa. Sia un metodo che un occhio critico, sia un vademecum del buon lettore che un compendio di filosofia.

Recidive

Sono circa 20 anni che frequento corsi di scrittura creativa. Sono un’appassionata di tutti i testi al riguardo e posso testimoniare che tutto, sia i corsi che i libri sulla scrittura, sono accomunati da un’unica onesta premessa: niente e nessuno mi ha mai promesso che avrei pubblicato un libro. Anzi. Chi propone un corso dicendo il contrario è ovviamente in mala fede al pari di quelli che ti invitano a una gita gratuita sulla montagna di Montevergine per poi venderti le pentole. Ho sempre pensato che se ci credi vuol dire che in qualche modo ti fa comodo.

Quello che mi ha sempre incuriosito dei libri sulla scrittura creativa era il modo in cui ti insegnavano qualcosa a partire da un’esperienza personale. Patricia Highsmith ti dà consigli pratici su come sfruttare il poco tempo che hai (“Come si scrive un giallo”), il già citato Murakami più che proporre soluzioni pone domande all’aspirante scrittore, nel suo stile pacato e incoraggiante, mentre racconta del modo diretto e apparentemente semplice con cui lui è diventato scrittore. Anche Natalie Goldberg aveva una vita semplice e solare. Il metodo che ha usato in “Scrivere zen” per invogliare gli aspiranti scrittori a cimentarsi è ancora oggi la base di molti corsi di scrittura creativa, in America come in Europa. Flannery O’Connor ci ha rassicurato che superata l’infanzia avremmo avuto materiale narrativo da sfruttare per tutta la vita (“Nel territorio del diavolo”), mentre Giuseppe Pontiggia era fermamente convinto che bisognasse posare l’attenzione non su chi crea, ma sull’oggetto frutto del suo lavoro (“Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere”).

Ma chi è restio a insegnarti qualcosa, o a raccontarti la sua esperienza, se si cimenta a scrivere un libro su questo argomento, anche se ufficialmente lo fa per demolire l’idea che si possa insegnare la scrittura creativa, vorrà pur comunicarti qualcosa? Sì, e oltre la paura di insegnare nozioni a qualcuno che poi non sarà in grado di diventare scrittore, in entrambi i testi c’è materiale importante su cui riflettere. Per Santoni il messaggio è che la scrittura è un vero e proprio processo: è lungo e articolato, fatto di diverse fasi e una precisa mentalità. Ci sono molti passaggi chiari che possono essere copiati e assimilati nella propria vita di aspirante scrittore. Squillaci è più restio a chiarire come secondo lui avvenga il processo della scrittura e sicuramente è quello che crede meno, tra i due, che la scrittura si possa insegnare e imparare. Mutuando la definizione di Pascale, mentre Santoni è evidentemente affascinato dal processo (è comunque anch’egli uno scrittore) e sa spiegarlo, perché questo processo possa essere da esempio per altri, Squillaci ha una concezione della scrittura più vicina alla sentenza: apri la porta e il libro è già lì, splendido, frutto di uno scrittore baciato dalla fortuna e da un talento spirituale. La sentenza è stata proclamata dal giudice e non si sa come né perché. Così l’aspirante scrittore si trova davanti a un oggetto misterioso al quale può guardare come lontanissimo da lui, raggiungibile solo se baciati dalla stessa fortuna e talento, ma irraggiungibile attraverso un percorso didattico.

È lecito immaginare una cosa simile? Che la scrittura sia solo una sentenza e che sia impossibile arrivarci tramite passaggi intermedi? Resta il dubbio che la differenza che si fa tra l’arte della scrittura e quella della pittura o della musica – anch’esse insegnate nelle scuole, anzi nelle accademie, che non assicurano certo di sfornare tutti i giorni Mozart e Beethoven – provenga da una credenza iniziale mai del tutto sfatata: che le arti che raccontano una storia siano diverse dalle altre e che, tra le arti narrative, la scrittura sia un caso a sé. La musica non racconta una storia. Anche se c’è al suo interno un certo tipo di trasformazione – l’elemento che caratterizza la narrazione dalle altre arti – questa è troppo libera, e le interpretazioni sono assolutamente soggettive. Anche nelle arti visive, sebbene sia presente una certa qualità narrativa, non c’è una vera e propria storia perché, in generale, manca alle arti figurative la caratteristica del tempo. Il cinema è tra le arti quella più legata alla scrittura. Ma la sceneggiatura – che è un testo funzionale e tendenzialmente non caratterizzato da un particolare stile, ma invece da numerose regole – è solo una parte della complessa macchina cinematografica. Nessuno si sognerebbe mai di dire che la sceneggiatura o la fotografia non possono essere insegnate.

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Probabilmente la narrativa è ancora legata a un’idea che va dallo psicologico al mistico. La narrazione, ci insegnano gli psicologi del linguaggio, è infatti fondamentale per dare un’organizzazione al proprio mondo interiore e alle esperienze. E d’altro canto anche l’idea che la scrittura sia qualcosa di mistico è ampiamente condivisa. Lo stesso Squillaci lo afferma senza dubbio:

[…] le obiezioni europee di fronte alla pretesa americana di insegnare a scrivere (o a diventare scrittori?) sono vecchie e consolidate. Perché, riconosciamolo, l’obiettivo è temerario. Si tratta di insegnare dopotutto un’attività spirituale come se fosse un mestiere, e non una vocazione sorgiva, aurorale e irripetibile.

Dunque ci devi nascere, ed è irripetibile. Creare una storia è come essere baciati da Dio, o essere come lui. Il metodico e disciplinato Murakami in qualche modo dà ragione a Squillaci. Anche se non cataloga l’illuminazione come elemento senza il quale è impossibile scrivere, anche lui ha avuto la sua: l’illuminazione “scriverò un libro” gli è arrivata mentre una pallina da baseball volava nel guantone di un giocatore durante una partita. Flannery O’Connor manifestava le sue credenze in modo esplicito nelle sue lettere:

Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica. È un fatto, tanto vale dirlo a chiare lettere.

Ma qui si descrive uno stato di fatto, non si prescrive un divieto. Nessuno vieta agli scrittori di essere o di sentirsi inondati dalla grazia divina o di sentirsi totalmente laici al riguardo.  È bello pensare che la scrittura sia un’attività spirituale, e in qualche modo certamente lo è. Ma anche i preti vanno in seminario: la vocazione li spinge, ma poi qualcosa lì, oltre alla vocazione, la imparano.

È dunque infattibile pensare che le scuole di scrittura possano essere un’onesta palestra per chi, durante gli anni del tedioso percorso scolastico obbligatorio, non ha ricevuto stimoli adatti a nutrire la propria curiosità narrativa? Perché è di questo che si tratta: siamo abituati a guardare gli scrittori come ci insegnano a fare a scuola e quello che ci insegnano è, nella maggior parte dei casi, non ripetibile. I due testi che abbiamo letto, nonostante tutto, sembrano lasciare aperto uno spiraglio, sia per le ragioni che abbiamo descritto sia perché, in definitiva, se si pubblicano libri su questo tema – e se non ci si fa prendere da impulsi distruttivi e censori – è comunque segno che l’argomento è più che mai attuale.

Gattopardi editoriali #4. Pecunia non olet

Pensiero più o meno diffuso vuole che l’editoria di un tempo fosse migliore di quella di oggi: libri più curati, maggior rispetto per gli scrittori, poco interesse per il profitto. Ma è davvero così o è solo la patina nostalgica di ciò che non abbiamo vissuto a farci sembrare tutto oro quel che in realtà è piombo (tipografico)? “Gattopardi editoriali” è la rubrica sull’editoria che cambia per restare (quasi) così com’è da sempre.

Una delle cose più difficili da accettare, per chi si accosta al mondo editoriale per la prima volta, è il fatto che una casa editrice sia innanzitutto un’azienda, e come tale abbia bisogno di fare profitto, guadagnare, maneggiare vil denaro per potere sopravvivere, pagare i dipendenti e i collaboratori e continuare a pubblicare – magari lanciandosi anche in imprese rischiose – quei libri che ci piacciono tanto.
Per molti, è complicato sostituire all’idea romantica di un’editoria iperuranica posta a distanze siderali dalla terrestre pecunia che olet, quella di un’editoria che deve fare tutti i giorni i conti con una cosa semplice come il “campare”.
Eppure, denaro, profitto, investimenti, insieme alla necessità di far quadrare i conti non sono cose da moderni gruppi editoriali o vecchi yuppie affezionati a un’estetica anni Ottanta.
E se non credete a me, credete a Sua Editoria Aldo Manuzio, che già nel 1495 scriveva:

Prendete dunque questo libello: non gratis però, ma datemi il giusto compenso, affinché io stesso possa fornirvi tutte le migliori opere scritte dai Greci; e sicuramente se darete darò, perché non posso stampare se non dispongo di un bel po’ di denaro. Prestate fede a chi si è gettato in un’impresa non priva di rischi e soprattutto a Demostene, che così dice: «il denaro è una necessità: senza il denaro non si può realizzare nulla di quanto è necessario». Ho affermato ciò non perché sia avido di denaro – anzi, detesto gli individui di questo genere: tuttavia senza denaro non è possibile approntare quel che voi desiderate ardentemente e a cui noi lavoriamo di continuo con grande fatica e pesanti spese. Statemi bene.*

* Aldo Manuzio, Lettere prefatorie a edizioni greche, Adelphi 2017; cit. in Ambrogio Borsani, La claque del libro. Storia della pubblicità editoriale da Gutenberg ai nostri giorni, Neri Pozza 2019, p. 39.

Spiriti letterari. Una guida veloce ai cocktails più amati dagli scrittori

Fa troppo caldo per inserirmi in una polemica letteraria estiva. Abbiamo tutti bisogno di qualcosa di fresco, e soprattutto alcolico, da mandare giù. 

È per questo che voglio raccontarvi la storia letteraria di qualche drink con una tranquillità maggiore di quella del protagonista di American Psycho, (Bret Easton Ellis, Einaudi, trad.ne di Giuseppe Culicchia) che ingolla pastiglie di xanax per avere la giusta dose di concentrazione mentre prepara il suo drink preferito perché «Con una tale quantità di Xanax in corpo è molto facile concentrarsi unicamente sulla preparazione di un Cosmopolitan. Non pensi ad altro mentre versi succo di mirtillo, Cointreau e vodka al limone in uno shaker pieno di ghiaccio che hai tritato personalmente poi prendi un lime e lo affetti, spremi il succo dentro lo shaker e usi un colino per versare il cocktail dentro un enorme bicchiere da martini».

Potrei rispolverare e riportare in auge vecchi cocktails caduti in disgrazia o sorpassati da varianti meno letterarie, come il Gin Rickley, tanto caro a Francis Scott Fitzgerald: un cocktail a base di zucchero, succo di limone e gin, che compare sia ne Il Grande Gatsby (Mondadori, traduzione di Fernanda Pivano), che in Tenera è la notte (traduzione di Vincenzo Latronico), resoconto dei turbolenti e festosi anni europei in compagnia di sua moglie Zelda. Fitzgerald era un grande amante del gin, convinto com’era che fosse l’unico spirito a non rovinare l’alito di chi lo beveva. Ma non disdegnava miscele più impegnative, come quella che compare in Belli e dannati (Minimum Fax, traduzione di Francesco Pacifico): «Salirono a casa sua e Anthony fece scorrere il tavolino a scomparsa degli alcolici, scegliendo vermouth, gin e assenzio come stimolante perfetto all’occasione». Geraldine si accoccola sul divano. «Ma ogni giorno bevi qualcosa e hai solo venticinque anni. Non hai ambizioni? Non ti chiedi come sarai a quarant’anni?». «Spero francamente di non vivere tanto a lungo».

E se il compagno di bevute parigine di Fitzgerald (a proposito: ma nessuno avrebbe voluto essere al posto di Owen Wilson in Midnight in Paris per trovarsi a brindare con la Lost Generation?), Ernest Hemingway, è noto tanto per le sue opere e la sua inquieta biografia, che per la capacità di ingollare Mojito e Daiquiri facendo la spola tra La Boteguita del Medio e il Floridita de L’Avana fino a stramazzare, per poi resuscitare grazie a qualche Bloody Mary, meno noto è il rapporto di puro amore di William Faulkner, connazionale e vincitore come Hemingway del Nobel per la letteratura, per il bourbon, il tipico whisky di mais del sud degli Stati Uniti, che lo porterà a sentenziare, lapidario: “La civiltà è iniziata con la distillazione”. L’autore di Santuario (Adelphi, trad.ne di Mario Materassi ), che morirà alcolizzato nel 1962, scriveva in compagnia di una bottiglia di bourbon, se possibile declinata nel suo cocktail preferito, il Mint Julep, a base di bourbon, sciroppo di zucchero e foglie di menta. 

E quando non sono gli stessi scrittori a spiegare nei dettagli i loro cocktails preferiti agli stessi bartender, come nel caso di Tennessee Williams e del suo Ramos Gin Fizz, ancora oggi bevuto in suo onore a New Orleans, allora il compito pedante e gravoso è lasciato agli stessi, indimenticabili, personaggi letterari. Oltre allo stranoto Vesper Martini “agitato e non mescolato” di James Bond, nato dalla penna e dalla sete di Ian Fleming, anche il detective Philip Marlowe, nato dal genio noir di Raymond Chandler, ne Il lungo addio (Feltrinelli, traduzione di Oddera B.) si preoccupa di fornire informazioni dettagliate sugli ingredienti del Gimlet: “Un vero Gimlet è metà gin e metà Rose’s Lime Juice (succo di lime e zucchero nda). Nient’altro.”.

Un consiglio: se fossi in voi eviterei di utilizzare nelle miscele casalinghe il Victory gin, alimento chiave – e obbligatorio – nella dieta dei cittadini di Oceania in 1984 (George Orwell), che non deve avere un gusto particolarmente felice se viene descritto in questi termini: “era come acido e, per di più, quando lo si manda giù si ha la sensazione di venire colpiti dietro la testa con una mazza.”.  

Attenzione a non esagerare o vi ritroverete ad essere un’appendice del meraviglioso libro di Olivia Laing (di cui avevamo già parlato qui), scrittrice e giornalista inglese, Viaggio a Echo Springs – Storie di scrittori e alcolismo – (Il Saggiatore, trad.ne di Francesca Mastruzza e Alessia Pugliese). La storia e la parabola di una serie di macchine da bevuta che, incidentalmente, erano anche dei grandissimi scrittori, con una lunga serie di aneddoti memorabili, come il primo incontro, sublimato da una bottiglia di vodka scadente, tra un trentacinquenne Raymond Carver e l’ormai anziano professor John Cheever nello studentato dell’università dell’Iowa nel 1973.

Potrete trovare tutte le ricette dei cocktails menzionati in questo articolo qui: https://www.bargiornale.it/wp-content/uploads/sites/4/2020/02/Cocktail-list-ufficiale-Iba-2020.pdf . Tra le altre c’è anche il French 75, discendente diretto della miscela di gin e champagne, addizionata con limone e zucchero, tanto amata da Charles Dickens.

Magari, alla fine di quest’immersione tra drink e scrittori, e dopo un generoso numero di prove e tentativi con ghiaccio e shaker, ci ritroveremo tutti, il giorno dopo, nell’incipit de Il Nuotatore di Cheever (Feltrinelli, trad.ne di Marco Papi) : “Era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: Ho bevuto troppo ieri sera”.

Libri (Quasi) Non Letti #4

Ci sono libri che leggiamo e rileggiamo, di cui citiamo passi a memoria, che ci hanno cambiato la vita o solo una giornata. E poi ci sono libri su cui abbiamo altri programmi, che ci fanno compagnia da anni, fedeli in attesa, quelli interrotti o dimenticati, altri che appaiono inaspettati e sembrano inseguirci o solo chiamarci, libri che in qualche modo fanno già parte di noi. Come il Lettore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, editori, scrittori, illustratori e librai raccontano i loro libri non letti.

risponde Marco Petrella

  • Libri che puoi fare a meno di leggere.

In genere non amo la letteratura italiana, esclusi i classici e pochi contemporanei.

  • Libri fatti per altri usi che la lettura.

classici

  • Libri che tutti hanno letto dunque è quasi come se li avessi letti anche tu o Libri che hai sempre fatto finta d’averli letti mentre sarebbe ora ti decidessi a leggerli davvero.

Ulisse di Joyce l’ho lasciato al lavoro, forse era l’occasione giusta per dedicarmici a tempo pieno durante la quarantena!

  • Libri che se tu avessi più vite da vivere certamente anche questi li leggeresti volentieri ma purtroppo i giorni che hai da vivere sono quelli che sono.

Ho comprato nello stesso giorno Infinite jest di David Foster Wallace e Mason & Dixon di T. Pynchon a due soldi su una bancarella, ma ancora non ho preso abbastanza rincorsa per affrontarli. Ho appena finito la biografia di Richard Brautigan in inglese, di 852 pagine! Vedremo…

  • Libri che hai intenzione di leggere ma prima ne dovresti leggere degli altri.

Anche se non avessero riaperto le librerie, ho una buona scorta di libri in arretrato, per esempio Il sindacato dei poliziotti yiddish di Michael Chabon oppure l’infinito Fresan con La parte sbagliata, che mi vergogno di aver lasciato a metà

  • Libri troppo cari che potresti aspettare a comprarli quando saranno rivenduti a metà prezzo.

Troppo cari possiamo dire i cataloghi di arte, le raccolte di foto di Wim Wenders.

  • Libri che da tanto tempo hai in programma di leggere o Libri che potresti mettere da parte per leggerli magari quest’estate.

Pensavo di comprare prima o poi Il giardino di Derek Jarman, visto che sono un ex giardiniere.

  • Libri che da anni cercavi senza trovarli.

Lo scorso anno sono finalmente riuscito a trovare Esseri irragionevoli in via di sparizione di Peter Handke, collezione di teatro Einaudi, da secoli irreperibile. Giusto in tempo per il Nobel!

  • Libri che riguardano qualcosa di cui ti occupi in questo momento o Libri che vuoi avere per tenerli a portata di mano in ogni evenienza & Libri che ti mancano per affiancarli ad altri libri nel tuo scaffale.

Vorrei avere tutto Brautigan, anche in inglese, visto che la metà dei suoi libri sono ancora inediti. Ho appena finito di disegnare un graphic novel sulla sua giovinezza, e comunque raccolgo tutto quello che trovo su di lui. Ora vorrei dedicarmi ad Henry David Thoreau, magari ne viene fuori un altro libro.

h d thoreau

  • Libri che ti ispirano una curiosità improvvisa, frenetica e non chiaramente giustificabile.

Le poesie di Frank O’Hara, poco note, di un personaggio con una interessante faccia da disegnare e appartenente a un periodo, tra i ’50 ed i ’60 a New York, che mi attrae particolarmente.

frank o'hara (1)

  • Libri letti tanto tempo fa che sarebbe ora di rileggerli.

Il barone rampante, La Storia, Sulla strada, praticamente i romanzi della mia formazione.

Marco Petrella è fumettista e illustratore, collabora con la Lettura del Corriere della sera. Ha pubblicato per Mattioli 1885 Racconti per ascensore, per Clichy la raccolta delle strip di recensioni letterarie Stripbook uscite su l’Unità e per Verbavolant Litania per un lettore lamentoso, per ragazzi, su testi di L. Mango.

Gattopardi editoriali #3. Editing selvaggi

Pensiero più o meno diffuso vuole che l’editoria di un tempo fosse migliore di quella di oggi: libri più curati, maggior rispetto per gli scrittori, poco interesse per il profitto. Ma è davvero così o è solo la patina nostalgica di ciò che non abbiamo vissuto a farci sembrare tutto oro quel che in realtà è piombo (tipografico)? “Gattopardi editoriali” è la rubrica sull’editoria che cambia per restare (quasi) così com’è da sempre.

Una verità universalmente riconosciuta (?) vuole che la contemporanea pratica dell’editing tenda a piallare stili e voci diverse, appiattendole tutte a una medietas che rende i testi più facilmente vendibili e digeribili al pubblico.
Che la questione sia concreta, non ci sono studi (almeno a conoscenza di chi scrive) che possano confermarlo o smentirlo.
Ciò che però possiamo affermare con una certa sicurezza è che “l’editing selvaggio” (ammesso che selvaggio sia), praticato ai fini più diversi, non è un’invenzione o una deriva dell’editoria di oggi, ma un esercizio ben presente da tempo, e che già in passato ha toccato vette di altissima audacia.
In futuro ritorneremo ancora sull’argomento (c’è un Vittorini e un Bassani che ci aspettano…), per adesso accontentiamoci di Leo Longanesi:

«Longanesi […] sui testi è di una spregiudicatezza al limite e oltre il limite della correttezza, superando largamente i pur audaci editing vittoriniani […] taglia, rimaneggia, riscrive e fa riscrivere. Racconterà Arrigo Cajumi di essersi accorto del vistoso taglio praticato sui suoi Pensieri di un libertino (1947) soltanto a libro uscito: Longanesi cioè aveva fatto coincidere la lunghezza del testo con la carta che aveva a disposizione, senza neppure informare l’autore.»

— Gian Carlo Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945- 2003, Einaudi 2004, pp. 76-77