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Libri (Quasi) Non Letti #9

Ci sono libri che leggiamo e rileggiamo, di cui citiamo passi a memoria, che ci hanno cambiato la vita o solo una giornata. E poi ci sono libri su cui abbiamo altri programmi, che ci fanno compagnia da anni, fedeli in attesa, quelli interrotti o dimenticati, altri che appaiono inaspettati e sembrano inseguirci o solo chiamarci, libri che in qualche modo fanno già parte di noi. Come il Lettore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, editori, scrittori, illustratori e librai raccontano i loro libri non letti.

Risponde Effequ (Silvia Costantino e Francesco Quatraro)

  • Libri che puoi fare a meno di leggere.

Di solito lo scopro dopo: un caso editoriale iper gonfiato che una volta finito ti si affloscia tra le mani, e ti lascia a chiederti perché, come un triste soufflé.

  • Libri fatti per altri usi che la lettura.

Il secolo breve di Eric J. Hobsbawm. Preziosi contenuti e ottimo oggetto contundente, peraltro utile a stirare fogli stropicciati.

  • Libri che tutti hanno letto dunque è quasi come se li avessi letti anche tu o Libri che hai sempre fatto finta d’averli letti mentre sarebbe ora ti decidessi a leggerli davvero.

Il Capitale. Mai letto per intero, ma in ogni conversazione c’è sempre quello che fa (io compreso) “ah, ma certo, ma questo è già scritto nel Capitale”. Vorrei averlo letto per intero? Sì.

  • Libri che se tu avessi più vite da vivere certamente anche questi li leggeresti volentieri ma purtroppo i giorni che hai da vivere sono quelli che sono.

Succede questo, che li metto in lista ma poi compro altro, e quello che è in lista abbastanza spesso ci rimane, specie se sono libri in altre lingue ahimé! E poi gli atlanti geografici e i libri di viaggio in generale: mi passano sempre in secondo piano. Eppure mi incantano. Perché lo faccio?

  • Libri che hai intenzione di leggere ma prima ne dovresti leggere degli altri.

È una specie di circolo vizioso del senso di colpa! Ci sarà sempre qualcosa di più urgente o fondamentale che so di starmi perdendo. E poi, ogni volta che mi accingo a interessarmi a un contemporaneo penso: dovrei però prima leggere quel russo che non ho mai letto. Spesso tale movimento contrastante finisce per non farmi leggere nulla.

  • Libri troppo cari che potresti aspettare a comprarli quando saranno rivenduti a metà prezzo.

Se la mettete così, tutte le novità. Non sono troppo d’accordo sui ‘metà prezzo’, ma questa è un’altra storia. Comunque, se proprio voglio leggere un libro e non me lo posso permettere vado in biblioteca, se poi mi piace tantissimo me lo compro perché a quel punto so che vale la pena.

  • Libri che da tanto tempo hai in programma di leggere o Libri che potresti mettere da parte per leggerli magari quest’estate.

Oltre alla fidata Recherche (o al De rerum natura, insomma fate voi) che tengo sempre a portata di mano per ricordarmi di leggerne un estratto da citare alle cene con gli amici della palestra, ovviamente Il Capitale. Libro da ombrellone per eccellenza.

  • Libri che da anni cercavi senza trovarli.

Molti degli YA Mondadori che negli Ottanta mi hanno segnato e poi chissà che fine editoriale (in Italia) hanno fatto. Ah, e l’edizione Sansoni dello Zibaldone, il libro più bello del mondo.

  • Libri che riguardano qualcosa di cui ti occupi in questo momento o Libri che vuoi avere per tenerli a portata di mano in ogni evenienza.

Libro di Gian Arturo Ferrari (Bollati Boringhieri), le Operette morali di Giacomo Leopardi (vada per una qualsiasi edizione), le poesie di Guido Gozzano (ho l’edizione Feltrinelli economica ma fa il suo), Mimesis di Erich Auerbach (Einaudi), sempre negli scaffali di casa, quale che sia ‘casa’.

  • Libri che ti mancano per affiancarli ad altri libri nel tuo scaffale.

Attenzione: questa è una questione abitativa, perché non ho scaffali veri. I miei libri si sono divisi, nel tempo, in scatole. Una decina soggiacciono in provincia di Viterbo da molto tempo, altri sono divisi tra un magazzino e una ex-casa. Mi porto dietro solo i libri essenziali e insomma, non ci voglio pensare: prima voglio una casa con uno scaffale vero. Uno che manca senz’altro perché proprio non esiste è The Secret Commonwealth di Philip Pullman, uscito a ottobre ’19 in UK ma in Italia ancora no.

  • Libri che ti ispirano una curiosità improvvisa, frenetica e non chiaramente giustificabile.

Saggi con cover minimali e titoli brevi e criptici.

  • Libri letti tanto tempo fa che sarebbe ora di rileggerli.

Tutto andrebbe riletto, pure gli atlanti, ma adesso soprattutto vorrei rileggere Tolstoj. Ah, e Mimesis.

effequ è una casa editrice indipendente che pubblica libri che non c’erano. Nata nel 1995, è stata rifondata nel 2017 da Francesco Quatraro e Silvia Costantino. Ha sede a Firenze, ma #alzailvolo e arriva ovunque. Pubblica la collana di narrativa RONDINI (Narrativa è una parola chiara, eppure vuol dire un sacco di cose. Per questa collana la narrativa è leggera e inquieta. Perché tutto ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve narrare) e la collana di saggistica SAGGI POP (Saggi trasversali, ibridi, poco convenzionali ma autorevoli, con l’idea prepotente di reinventare le coordinate prima note. Perché ogni testo, si sa, è un mondo, e per noi ogni testo non deve cambiare il mondo, ma almeno provarci).

I Golden Globe 2021: le nuove serie da vedere in un campionato che ha escluso la serie vincente.

La notte fra il 9 e il 10 febbraio 2020 non ho dormito. Non era ancora esplosa (almeno a livello visibile da quaggiù, in mezzo alla massa) quella che poi sarebbe diventata la causa principale di insonnia dei mesi successivi, eppure mi ricordo che quella notte sono rimasta sveglia e felice per un motivo molto preciso: seguire gli Academy Awards in compagnia, seppure virtuale, dalla pagina di Visionari, e commentare i vincitori. Soprattutto, festeggiare Parasite, perché a vincere l’anno scorso è stato, per la prima volta, quello che era davvero il mio film preferito. 

Parte della bellezza dei premi, che siano cinematografici o letterari, risiede nella loro componente collettiva. Il potere aggregante delle storie che si trasforma in rituale tifoso. Il tifo bello, quello per e non quello contro, quello per cui si cammina nel mondo all’interno di una comunità immaginaria aggregata da un riconoscimento profondo (in un simbolo, in una maglietta, in una storia), quello per cui se vince il tuo film preferito sei felice – ma se non lo candidano neanche, ti passa la voglia di seguire il campionato. Alla luce di tutto ciò, stanotte non sono rimasta sveglia ad aspettare la premiazione dei Golden Globe, nonostante venissero premiate le serie, la “forma” delle storie che al momento mi interessa di più. Ma il perché ve lo dico dopo. 

I premi però sono anche l’occasione per scoprire nuove serie, nuove uscite da tenere d’occhio per le stagioni successive, che ci faranno compagnia, si spera, con delle storie solide, nell’investimento di fiducia e di passione che la serialità richiede. Molte le nuove uscite candidate quest’anno, soprattutto tra le comedy, ed ecco quali sono quelle che meritano (e quali invece potete risparmiarvele, se volete).

Le nuove uscite comedy 

n questa categoria ci sono esclusivamente nuove produzioni, salvo Schitt’s Creek, che dopo il trionfo degli Emmy si è aggiudicata anche questa meritatissima vittoria. Tra queste, colpisce la presenza di due serie che partono dallo stesso presupposto: un* cittadin* american* va in Europa caric* di belle speranze e portatore di americanità. La questione meriterebbe un’analisi più approfondita di come questi due prodotti siano sintomo di un’epoca e di un contesto molto specifico, di come riprendano una certa purezza originaria dell’eroe americano e lo riportino alla frontiera, una frontiera che è tornata indietro, dopo aver fatto il giro lungo ed essersi spostata fino allo spazio. Entrambe le serie mettono infatti in discussione che cosa significa essere american, e lo fanno, attraverso il magnifico e funzionalissimo filtro della commedia, nel confronto con l’Europa. 

Emily in Paris, grande successo Netflix, la storia di Emily che viene mandata a fare da supporto social media nell’ufficio di un’agenzia pubblicitaria a Parigi, e Ted Lasso, meno conosciuta (su Apple TV+), è la storia di un allenatore di football americano che si ritrova ad allenare una squadra di Premier League. Laddove però Emily in Paris cammina in un solco pavimentato di stereotipi e gag sulla Francia e i francesi – sigaretta accesa – già viste almeno un milione e mezzo di volte, con una protagonista totalmente e inesorabilmente entusiasta della vita anche di fronte al fidanzato che la molla poco prima di partire e al rischio di essere licenziata dieci volte al giorno (Emily sembra l’opposto dell’ansia millennial, e in questo senso è quasi un antidoto, salvo poi che ci venga detto – ma non mostrato – che è un’ossessiva del controllo e dell’ordine, come se una qualche forma di difficoltà di gestione debba per forza averla a compensare quell’entusiasmo innocente, e se non la vediamo è perché “noi” non stiamo guardando bene. Ehm, no.), Ted Lasso è una serie “feel good” piena di buoni sentimenti e tutto il coraggio che serve a mostrarli senza vergogna. Ti riappacifica con il mondo, è una riscrittura della cultura dello spogliatoio che viene smantellata a botte di battute assolutamente consapevoli e infornate di goduriosissimi shortbreads. La mascolinità di Ted Lasso è una mascolinità non bellicosa, gentile, detossificata, ma non è la negazione naive in cui sembra vivere Emily. La parte oscura della vita di Ted ci viene mostrata sin dal pilota, mentre di Emily possiamo solo supporre che esista (o sperare che lei si trasformi in una serial killer nella seconda stagione).

Altra nuova uscita degna di nota è The Flight Attendant, una gran bella scoperta con un’ottima e super irritante Kaley Cuoco nei panni di Cassie Bowden, un’assistente di volo festaiola che si trova coinvolta in un omicidio con contorno di spionaggio industriale. Il crime serve da mappa sulla quale vediamo snodarsi tutta la decostruzione del personaggio di Cassie e del suo trauma presente e passato. È una buona serie, con un’ottima cura dei dettagli e delle profondità psicologiche in atto, pennellate con pezzi di dialogo curatissimi qua e là (talvolta un po’ troppo didascalici, vedi alcuni stralci di conversazione tra i due detective dell’FBI – la donna nera talentuosa che si ritrova il ragazzetto bianco super entitled e pieno di sé come partner allo stesso livello). Anche qui, l’imbastitura comedy che ricorda un po’ Killing Eve, un po’ Russian Doll per i ritmi, non fa da schermo opaco ai grossi problemi di Cassie, che man mano vediamo prendere forma in tutto il suo essere una personaggia complessa e problematica, profondamente disturbata e danneggiata. Se devo trovare un difetto a questa prima stagione si tratta di un  problema di dosaggio del ritmo, che risulta un po’ troppo ansiogeno pur nel suo essere deliziosamente paradossale. Mi avrebbe fatto comodo prendere fiato qua e là (e di sicuro avrebbe fatto comodo a Cassie). 

L’ultima serie della lista è The Great, una serie Hulu uscita in Italia su Starzplay che racconta la storia della giovanissima Caterina La Grande di Russia. The Great è una fantasia (la mia) che diventa realtà. Spesso, di fronte a serie drama non riuscite, mi chiedo se e come avrebbero funzionato in versione comedy. L’anno scorso la meravigliosa Helen Mirren non è bastata a salvare Catherine The Great, miniserie HBO a tratti imbarazzante. La comedy, sebbene tratti di anni diversi (la giovinezza di Caterina contro i suoi ultimi vent’anni) e non si ponga come una serie storica, funziona.

Le nuove uscite: drama

Sono solo due, che vanno a riempire la categoria dove tra Ozark e The Mandalorian trionfa la gigantesca The Crown, già vincitrice nel 2017: Ratched e Lovecraft Country

Ratched è la serie Netflix di Ryan Murphy ispirata all’infermiera del capolavoro di Ken Kesey, Qualcuno volò sul nido del cuculo. Una serie murphyana in tutto e per tutto, con le sue atmosfere glamour e terrificanti, l’estetica curatissima (un piacere per gli occhi) su cui il sangue spicca ancora di più, ma anche sulle esagerazioni, il calderone di mostruosità di American Horror Story che incontra lo stile d’epoca di Hollywood e Feud e il brillante dialogo di The Politician. Peccato che ci si perda un po’ in tutta questa confusione, ma non ci si stanca di guardarla, non foss’altro che per la bellezza della fotografia, la bizzarria dei personaggi, l’eleganza dei costumi e la cura dei movimenti di camera. 

Di Lovecraft Country abbiamo parlato anche durante il nostro ultimo incontro del 2020 di Visionari. È una serie fresca, vivace, che riprende l’universo immaginario dello scrittore H.P. Lovecraft riscrivendone i confini e trasformandolo in una metafora horror del razzismo americano. Ha il pregio grandissimo di riportare al centro la struttura verticale e l’autoconclusività dei singoli episodi, pur restando all’interno di una trama orizzontale molto avvincente e organica di suo, che in teoria poteva bastare, come accade di solito nelle serie drama. Con Lovecraft Country si ritrova, invece, il piacere di guardare un singolo episodio nella sua pienezza, senza quella fretta di arrivare alla fine della stagione, fretta che in genere induce al binge watching soprattutto quando c’è da scoprire il “mistero”. La serie prende ispirazione dall’omonimo romanzo di Matt Ruff con il quale dialoga in maniera diretta e metanarrativa, La riscrittura del paradigma lovecraftiano mantiene intatte le atmosfere e il weird di Lovecraft ma lo spoglia di tutti gli elementi di suprematismo bianco di cui era intriso. Sullo sfondo, l’America anni ’50, segregazionista, con vive e floride le leggi del Jim Crow System, che stavano lì dalla fine della guerra civile e dall’abolizione della schiavitù, la guerra di Corea, spesso definita the forgotten war perché non è analizzata né rappresentata tanto quanto la guerra in Vietnam, ma è stata forse la fase più acuta della Guerra Fredda -quella con l’incubo del nucleare vicinissimo-, e il massacro di Tulsa. In un’immediata eco di Watchmen, la serie ribalta la prospettiva sulla storia, usando Lovecraft come strumento per mostrare l’altro punto di vista. Qui a far paura non sono i mostri, che anzi sono super pop, ma i bianchi, che si mostrificano, pronti a inghiottire e a fare a pezzi i neri.

Le miniserie, ovvero del perché il gioco ha smesso di interessarmi da subito

Tornando al perché non sono rimasta sveglia stanotte: perché in questo campionato non è stata ammessa la mia squadra del cuore. E sì, se non si fosse capito, sto ancora parlando di I May Destroy You. La serie di Michaela Coel non è stata ammessa alla sua categoria, dove le sono state preferite altre storie, di cui almeno una non meritava affatto di starci: The Undoing. Con tutto il rispetto e i complimenti per la vincitrice La Regina di Scacchi, la mancanza della serie di Coel è imperdonabile.

Quindi in questo vuoto cosmico, in questo lunedì post premiazione, dico ad alta voce che doveva vincere I May Destroy You. Badate bene, non ho scritto doveva essere candidata, ma proprio vincere. 

Se nel pezzo linkato sopra ho parlato di come I May Destroy You sia una narrazione potentissima per come è fatta, per le modalità e la sapienza tecnica che usa nel resoconto e nella rappresentazione dei temi, per come dialoga con il reale senza mai essere didascalica, innocua, comoda, adesso, a distanza di quasi un anno dalla sua uscita, mi sento di lasciarmi andare alla recensione entusiastica: questa è una serie bellissima, una delle serie più potenti, emotivamente coinvolgenti, devastanti e allo stesso tempo divertenti che io abbia mai visto. Viva, vivissima, come solo forse le ultime due serie di Russel T. Davies riescono ad essere (Years and Years e It’s a Sin).

Funziona a tutti i livelli e riesce a essere interessante su qualsiasi base e parametro la si guardi. È un lavoro straordinario di un’artista straordinaria, che l’ha scritta, diretta e interpretata, con dei picchi di umorismo in una trama dolorosissima, e con una scrittura certosina le cui svolte di trama sono tutte sapientemente pianificate. Era la serie dell’anno, poteva esserlo in tutte le categorie. E per me, indipendentemente da come sia andata stanotte, ha vinto lei. 

La stanza dentro gli scrittori

di Luca Mercadante

La cosa veramente singolare dell’apprendimento artistico è che puoi sceglierti i maestri e le maestre che meglio credi, senza che loro sappiano niente di te e senza che abbiano mai accettato di prenderti a bottega. Uno dei miei inconsapevoli maestri è Richard Yates.

Un giorno, tra la Cinquantanovesima Strada e Third Avenue, un vecchio signore con l’aria fragile e indifesa cominciò a piangere nel taxi, e alla domanda di Bernie: «Posso fare qualcosa per lei?», seguivano due pagine e mezzo di vicende tra le più strazianti che mai potessi immaginare.

da Costruttori, in Undici Solitudini, trad. Maria Lucioni, minimum fax

Questo passaggio da Costruttori mi serve per affrontare una domanda che sta alla base della pratica della scrittura creativa: qual è l’oggetto della narrativa? Di che cosa stiamo scrivendo quando scriviamo un racconto o un romanzo? La risposta è una, ormai spero e credo largamente riconosciuta: l’oggetto della narrativa è la verità.

Non parlo della verità che si contrappone alla bugia, al falso, ma di quella che ci va a braccetto. La verità come concetto che semmai si contrappone alla realtà – che invece è il fine ultimo del giornalismo, per quanto sottoposto al filtro della soggettività dei reporter. E che, attenzione, vale tanto per un memoir quanto per un romanzo di fantascienza.

Okay, si dirà, vada per la verità, ma cos’è la verità, e perché la verità, e attraverso cosa si manifesta?

Partiamo dal cercare il cosa è.

Facciamoci aiutare da Yates. Più o meno a metà del racconto Bernie spiega a Bob:

[…] «Bene. Prendiamo ora un punto di vista diverso. Pochi minuti fa parlavo di “costruire”. Bene, guardi. Capisce in che senso scrivere un racconto è un po’ come costruire? Come costruire una casa? […] Una casa, cioè, bisogna che abbia un tetto. Ma ci troveremo nei pasticci se cominciassimo a costruirla dal tetto, no? Prima del tetto si devono costruire le mura, no? E prima delle mura bisogna gettare le fondamenta, no? E così via. Prima delle fondamenta si deve scavare nel terreno una bella fossa, vero? Ho ragione?»

Non avrei potuto assentire con più entusiasmo…

Questo passaggio potrebbe essere letto come un prezioso compendio di scrittura creativa, e invece no. E non perché quello che spiega non sia giusto, ma perché è giusto per qualsiasi tipo di scrittura fatta con mestiere: un articolo giornalistico, un verbale di costatazione di un incidente redatto dai vigili urbani o il tema di un ragazzino delle medie. Dunque, supponendo di essere riusciti a costruire una casa in questo modo, Yates ci dice che per considerarla davvero narrativa lo scrittore deve porsi una domanda ulteriore:

Ma era chiaro che a lui importava ben poco che io sapessi o non sapessi qual era la domanda. Lui sì che la sapeva, e non riuscì a trattenersi dal dirmela.

«Dove sono le finestre?», chiese allargando le mani. «Ecco la domanda. Da dove entra la luce? Perché capisce che cosa voglio dire quando parlo di luce, Bob, vero? Voglio dire… la filosofia della sua storia, la sua verità, la sua…»

«Illuminazione, per così dire», suggerii io, e Bernie abbandonò la ricerca del terzo termine schioccando felice le dita.

«Ecco, Bob, proprio così, ha capito».

È qui che sta la differenza, in scrittura, tra realtà (giornalismo) e verità (narrativa). Proviamo a definirla amplificando la metafora della casa. Ma invece che soffermarci sull’impianto costruttivo – tetto, mura, fondamenta – che abbiamo detto comune alle molteplici forme della scrittura professionale, e invece di restare a guardare all’esterno, spostiamoci all’interno dell’abitazione già arredata: c’è il camino in fondo alla stanza, il divano sulla sinistra e la rampa di scale che porta alla zona notte. C’è una libreria, lo scrittoio con un paio di occhiali di lettura e così via.

La scrittura della realtà – quella della reporter, ma anche dell’avvocato, anche dell’editor – descrive quegli interni attraverso la lente della persona che sta scrivendo, attraverso la sua soggettività, ma il fine sarà sempre quello di riportare la realtà dei fatti.

La scrittura della verità fa una cosa diversa: lo scrittore va alla finestra e socchiude gli scuri in modo che la luce illumini l’interno in una maniera irripetibile e che appartiene solo a lui: ecco che il divano sparisce, le scale ci appaiono più o meno sicure e le lenti degli occhiali producono un prisma sulla parete.

Mi spingo quindi a chiudere la riflessione sul cosa e aprire quella sul perché con una piccola provocazione:

Dieci reporter descriveranno la stessa stanza in dieci maniere diverse, mentre uno scrittore racconterà dieci stanze diverse sempre alla stessa maniera.

Può sembrare, a primo acchito, un’affermazione che sconfessa quanto detto finora. Qualcuno potrebbe chiedere come mai la scrittura della realtà produce risultati così diversi e, invece, la narrativa (alla quale attribuiamo un valore di creatività) porta sempre allo stesso risultato. Ma sarebbe un’obiezione legata a una visione superficiale, scolastica della scrittura.

Le dieci descrizioni giornalistiche saranno diverse perché interpretazioni soggettive di una realtà esteriore al reporter. Lo scrittore invece parlerà di dieci diverse stanze sempre alla stessa maniera perché l’immaginario creativo al quale attinge è quello interiore.

Tutto questo, ancora una volta, vale tanto per il memoir e l’autofiction quanto per la fantascienza e la distopia: sia che l’autore stia parlando di spade laser che dei suoi peli pubici, l’immaginario al quale attinge è sempre quello che emerge dal suo ombelico. Dunque la fiction non esiste? La fantascienza sotto sotto è un memoir? Nient’affatto! È l’esatto contrario: in narrativa tutto è fiction perché è il media usato – racconto, romanzo, ibrido che sia – a imporre per sua natura che lo sguardo autoriale sia rivolto al proprio mondo interiore.

Non esiste dicotomia fra memoir e fiction, e possiamo forse tornare a parlare di narrativa e fiction come sinonimi, rassegnandoci al fatto che l’elenco pedissequo degli eventi che mi sono capitati nella giornata di ieri e che ho redatto 1) utilizzando il mio immaginario creativo interiore, rivolgendo cioè lo sguardo dall’interno verso l’esterno e 2) scegliendo una struttura che si possa compiutamente definire drammaturgica, è già fiction: non si scappa.

Ma se la questione delle dieci stanze diverse narrate sempre nella stessa maniera è vera, che senso ha scrivere una storia e poi un’altra? Perché mai leggerle? Ed è rispondendo a questa interessante domanda, per quanto non del tutto legittima in un mondo in cui si spinge sempre più per l’affermazione delle libertà individuali, che non posso fare a meno di introdurre l’ultimo argomento di questo ragionamento: attraverso che cosa, la verità?

Fermiamoci un attimo a pensare alla quantità di storie che ogni giorno vengono lette, ascoltate o viste. La quantità di racconti, romanzi, film, serie televisive, fiabe o barzellette. Quella delle storie è l’espressione umana di maggiore successo, di certo la più significativa dell’esperienza umana. Tanto da essere assunta a discrimine di compiutezza anche per altre forme d’arte: quante volte ci è stato detto che dietro ogni quadro o fotografia che ci emoziona davvero c’è una storia ben raccontata? Ora dobbiamo domandarci – dato per assunto che chi sta leggendo questo post sia incline a darmi ragione sul primato del raccontar storie e senza neanche pensare di metterci a chiedere cosa ne pensi invece un pittore o un musicista di questo, da me presunto, primato della narrativa – il perché di questa insaziabile fame di storie e il perché della fame di storie sempre nuove.

Tiriamo in ballo ancora Yates. Ritorniamo a Costruttori:

«[…] Voglio dire… la filosofia della sua storia, la sua verità, la sua …»

«Illuminazione, per così dire», suggerii io […]

Mettiamo in fila le tre parole:

filosofia (che diventa) verità (che diventa) illuminazione.

Ci siamo, quasi. Ma proviamo a usare anche una terminologia più drammaturgica.

Visione autoriale (che implode in) un’idea o premessa narrativa (che porta a) un’epifania.

Via via che il processo creativo si fa più concreto questi tre step vi evolveranno:

  1. Visione autoriale = Spinta narrativa = La logica/mondo che governa il moto degli eventi romanzeschi.
  2. Premessa narrativa = Plot esterno = La successione di eventi che mettono alla prova il protagonista.
  3. Epifania = La trasformazione interiore necessaria al protagonista per reagire agli eventi.

Sgomberiamo subito il campo da possibili equivoci: quando si parla di visione autoriale, di filosofia, di illuminazione non si parla di messaggio, di scolarizzazione, educazione. Lo scrittore – almeno nella nostra epoca – non ha niente da insegnare a nessuno. Lo scrittore è piuttosto quello che ha tutto da imparare, quello che non trovando significato alla vita, la trasfigura in esistenza narrativa.

Lo fa inventando una storia che sia metafora della condizione umana, fingendo che questa abbia un senso. La macroscopica differenza tra la vita vissuta sul pianeta Terra e un’esistenza narrativa che si svolge nell’arco di qualche pagina è che solo la seconda ha davvero un significato. Solo nella seconda i personaggi avranno la possibilità di capirci qualcosa, di avere un’illuminazione, un’epifania. Perciò l’unico modo di dare significato all’esperienza umana è la finzione, la fiction.

Ma quanto detto spiegherebbe solo il perché della fame di produzione di storie e non anche della loro fruizione, per parlare della quale ci basta voltare la moneta che stiamo osservando e ragionare su quanto ci succede nella vita reale. Ognuno di noi assiste, magari solo come spettatore, a eventi di straordinario impatto emotivo ai quali reagiamo nella maniera che ci è propria in quella data fase della nostra vita.

Eventi capaci di modificarci nel profondo – magari più effervescenti di quelli che scegliamo di leggere o di farci raccontare: non è forse vero che la realtà supera sempre la finzione? – ma che, nel momento in cui avvengono, viviamo con una carica emotiva che non ci permette di ragionare (per fortuna). Solo con il tempo quell’esperienza verrà assimilata e cambierà forse il nostro comportamento. Ma ammesso che questa trasformazione avvenga – certi conti, diceva mia nonna, si fanno solo a fine vita – quanto ne saremo consapevoli?

Davvero riusciremo, dopo tanti anni, a ripercorrere consciamente i nessi di causa ed effetto tra gli eventi accorsici nella vita e che ci hanno portato a essere quelli che siamo? Questa cosa, che in drammaturgia chiamiamo epifania, nella vita reale è così rara da essere chiamata illuminazione.

Noi lettori siamo esseri umani. In quanto tali la nostra esistenza non ha senso e, quando pure ne acquista uno, non riusciamo a coglierlo perché si è sfilacciato con lo scorrere degli anni. Eppure, continuiamo a cercarlo. In un romanzo, in un film, in una fiaba c’è stato qualcuno, l’autore, che per una propria esigenza di significanza, ha calato in una struttura drammaturgica finita – non sfilacciata, fruibile, chiusa – una metafora di esistenza e le ha dato un significato.

Noi leggiamo, ascoltiamo storie sempre nuove (anche se del tutto simili a quelle già lette e ascoltate) perché vogliamo che ci siano più vicine possibili, che ci somiglino anche esteticamente: perché per sentirci meno soli vogliamo personaggi che parlino come noi, si muovano nel nostro mondo e abitino i nostri conflitti. Leggiamo per vivere de relato un’esperienza di illuminazione, di significanza.

Vogliamo disperatamente non sentirci soli quando, all’imbrunire delle nostre giornate pienissime di niente, veniamo colti da quel senso di inquietudine che non riusciamo a decifrare ma sappiamo inscindibile alle due cose che rendono noi esseri umani diversi da qualsiasi altra forma nell’universo dal Big Bang a oggi. Queste due cose sono il saper pronunciare la parola “Io” e il sapere che prima o poi dovremo morire.

E allora, solo a questo serve la narrativa? Sì. E non mi sembra poco. Dobbiamo metterci in testa che l’unica cosa per la qual vale davvero la pena scrivere è la remota eventualità che su sette miliardi e più di abitanti, ci sia una singola persona che abbia bisogno, in un preciso momento, della nostra storia. Abbiamo il dovere di dargli la possibilità di pensare almeno per un istante: Non sono il solo.

Non prenderla come una critica – Naviga le tue stelle di Jesmyn Ward

di Valentina Grotta

Naviga le tue stelle è un piccolo libro, pubblicato da NN Editore, contenente il discorso che la scrittrice Jesmyn Ward ha pronunciato alla cerimonia di consegna dei diplomi alla Tulane University nel 2018.

Nel 2017, per il discorso pronunciato per il National Book Award dedicato alla fiction, la scrittrice si scusava perché per l’emozione era costretta a leggerlo dal cellulare. Solo un anno dopo, Ward fa tutto a memoria, senza pause o incertezze, senza leggere e senza apparente emozione.

Una bussola per il futuro

I discorsi del diploma sono una consuetudine americana consolidata e spesso arrivano oltreoceano sotto forma di pillole di incoraggiamento (come dimenticare – nonostante tutto – lo “stay hungry, stay foolish” di Steve Jobs o il discorso di Jim Carrey sulle scelte dettate dall’amore e dalla paura?). Mai facilmente replicabili, soprattutto dalle nostre parti, questi discorsi hanno spesso una struttura narrativa da manuale. Il personaggio principale – il protagonista, l’eroe – parte da un mondo ordinario, viene richiamato da qualcosa – un ideale, una passione -, rifiuta il richiamo, ha dei mentori, supera diverse prove – alcune sembrano addirittura fatali – affronta i nemici, la prova centrale e poi, incarnata dalla sua stessa presenza su quel palco, c’è la resurrezione. 

Una bussola nell’oscurità

Naviga le tue stelle esce a dicembre del 2020 e contiene sentimenti e riflessioni che provengono dal 2018, quando niente di tutto quello che doveva succedere nell’anno appena trascorso era immaginabile, nemmeno per una scrittrice. Tutti i passaggi della storia che viene raccontata sono quelli classici che abbiamo elencato prima, chissà se adesso serviranno altri schemi. Lo stiamo imparando. Ma nel frattempo, nel discorso proveniente dal 2018, Ward narra prima di tutto le ragioni del suo richiamo iniziale:

Sono cresciuta in Mississippi, in una comunità povera, rurale, e prevalentemente nera. Tutta la mia famiglia (…) ha vissuto lì per generazioni. (…) Ma io avrei fatto scelte migliori. Non avrei vissuto il resto dei miei giorni in una cittadina di campagna, lottando per andare avanti, ammazzandomi di lavoro.

La scelta migliore sarebbe stata studiare. Ward racconta poi della decisione di fare la scrittrice, e di tutte le piccole decisioni intermedie, i passi minuscoli e quelli più ampi, gli aggiustamenti, le deviazioni dal percorso, gli ostacoli e i mentori che è stata costretta ad affrontare. Poi ci sono i mostri:

Un guidatore ubriaco finì contro l’auto di mio fratello e lo uccise: quel giorno ha cambiato tutto. Misi in dubbio tutto quello che pensavo di sapere (…)

E dunque, oltre all’ombra lunga della schiavitù, della sudditanza psicologica, della mancanza di educazione scolastica e cultura della sua famiglia, Ward si è dovuta scontrare anche con la perdita. Così si susseguono lavori modesti, la depressione causata dalla perdita delle persone amate, il vuoto che ne consegue, e l’apparente inutilità di ogni desiderio. Ma poi Ward si rialza, si rimette seduta a leggere, molto, e poi, qualche anno dopo, a scrivere. In questo discorso agli studenti confessa di non essere stata una studentessa brillante, di non essere stata il genio che credeva.

È vero che le storie più edificanti, quelle alle quali ci rivolgiamo per ricavarne degli incoraggiamenti, sono sempre storie di vittoria, di chi ce l’ha fatta a dispetto degli ostacoli, di chi si è rialzato. Chi fallisce il proprio obiettivo non lo racconta, o lo fa narrando il fallimento come un piccolo errore necessario, che lo ha portato a una vittoria da qualche altra parte. Dove sta allora il fallimento se lo consideriamo solo il passo verso una vittoria che sta altrove? Come al solito si tratta di punti di vista. 

“Fallisci ancora, fallisci meglio”, dice Samuel Beckett, ed è così che trascorriamo una vita, fallendo, forse non ce ne siamo ancora accorti.

Il turning point

Nel discorso del 2018 i diplomati vengono avvisati che non è solo studiando che si ottengono le cose; è già una decisione importante, sì, ma non è la sola. E ancora: non è solo lavorando sodo che si ottiene quello che si vuole. Sì è fondamentale, ma non è abbastanza.

La storia cambia quando alla volontà iniziale di affrancarsi da una famiglia ignorante e povera la Ward aggiunge la perdita di giudizio. Solo nel momento in cui, riguardando indietro, non giudica più con disprezzo quello che ha il suo racconto diventa universale:

“Li ho guardati e tutto il disprezzo che avevo covato per le loro vite si è dissolto e si è tramutato in comprensione. Ho capito cosa significa fare del tuo meglio con quello che ti è stato dato”.

Nel momento in cui ha sentito la compassione per chi era venuto prima di lei che Ward ha acquisito davvero le risorse per agire la vita, e per diventare una scrittrice. È forse questo l’unico strumento che possiamo ricavare dal fallimento o dalla vittoria (qualunque cosa esse siano): la possibilità di agire.

Reversibile

In questo piccolo libro non c’è quindi solo la retorica di un personaggio (una persona) che viene abbattuto e si rialza dieci, cento, mille volte, ma la potenza di una rappresentazione che si fa carico potenzialmente di un gruppo, di tutti quelli che non possono raccontare: i suoi parenti, relegati da sempre negli spazi angusti decisi dai bianchi, ma anche delle altre donne nere. Quando finalmente Ward opera questa apertura al mondo, questo le dà la possibilità che accada anche il contrario: ovvero che sia il mondo a rivelarsi a lei.  E può succedere nei momenti più duri.

Purtroppo, infatti, per la scrittrice gli ostacoli non sono finiti. Sul numero 465 de La Lettura, uscito il 25 ottobre del 2020, Ward scrive:

“Il mio Amato è morto a gennaio. Era circa trenta centimetri più alto di me, aveva bellissimi occhi grandi e scuri e mani capaci e gentili. Ogni mattina mi preparava la colazione e tazze di tè in foglia. (…) Me ne stavo in quarantena nella mia soffocante camera da letto, e credevo che non sarei mai più riuscita a smettere di piangere. La rivelazione che i Neri d’America non erano soli in battaglia, che altre persone nel mondo credevano che le vite dei neri contano, Black Lives Matters, ha spezzato definitivamente qualcosa dentro di me, una convinzione immutabile, che mi ero portata dietro per tutta la vita. (…) È la stessa convinzione che l’America nutre da secoli con sangue fresco, la convinzione che le vite dei Neri abbiano lo stesso valore di un cavallo da tiro o di un muro da soma.”

E dunque, anche se siamo tutti abbastanza conformisti da privilegiare la visione di chi vince rispetto a chi è sconfitto, dobbiamo permettere alle storie di essere reversibili. Così, nei momenti di fallimento, in cui siamo a terra, potremo accettare di buon grado di essere risollevati da una storia che viene da fuori che permette di rompere la convinzione che saremo sempre come siamo oggi. 

Il racconto di Jesmyn Ward è così onesto che ci fa vergognare di ammirare solo i vincenti. E sebbene venga pronunciato da una scrittrice affermata come possiamo non considerare anche  tutte le altre cose: il razzismo, la povertà, il lutto? È probabile che dobbiamo rivedere i nostri concetti di vittoria e fallimento e magari riportare tutto alla dimensione umana delle fasi della vita. E tra le varie fasi, tra gli alti e bassi che la vita costantemente ci ripropone, senza darci il tempo di goderci i primi o di elaborare i secondi, c’è lo spazio per vedere l’altro.

La prima cosa scritta

5 domande a partire da una fotografia: quella del primo testo scritto. Le prime parole delle quali scrittrici e scrittori hanno deciso di fare qualcosa, o quelle che hanno mostrato loro che scrivere era ciò che volevano davvero (e in cui davvero riuscivano). La svolta nella loro formazione, anche se in un momento iniziale, e nel loro percorso autoriale.

A cura di Francesca de Lena. Intervista di Francesca Ceci.
Risponde Azzurra D’Agostino.

Questa è la prima pagina di un lungo poemetto scritto di getto nel 2002, poi pubblicato per I Quaderni del battello ebbro l’anno seguente, in una plaquette dal titolo dialettale che significa: “Da nessuna parte”.

Cosa questa foto racconta del testo e cosa racconta di te?
Questa foto racconta il primo testo in cui ho capito che era successo qualcosa. Che avevo intravisto una traccia per terra, o sentito un suono che guida, o la lucina nel bosco buio. Da molti anni, o forse per la prima volta, non conducevo io un testo, non ero presente sulla pagina, ma ero in ascolto totale. Quello che è ritratto nella foto, e tutte le pagine a seguire del poemetto, è proprio quello che è uscito dalla penna in quel momento. Un momento che ricordo molto bene. Ero come sotto dettatura, e mi commuovevo, sembra stupido lo so, per quelle parole che sembravano non venire da me, dalla mia volontà. Mi chiedevo, ma da dove arriva, da dove arriva tutto questo? È stata una grandissima liberazione, ed è stato sorprendente quando poi rileggendo mi sono accorta che il testo non era un semplice sfogo (lo avrei tenuto per il mio diario). Ero stata visitata dalla poesia. Sì, sembra orfico magari e un po’ naïf, ma non so descriverlo altrimenti. In realtà è poi quello che accade quando leggi qualcosa che ti parla davvero.

Chi eri e cosa facevi, o cosa volevi fare (e fartene del tuo scrivere) quando l’hai scritto?
Era un anno circa che ero bloccata. Avevo venticinque anni. L’anno prima avevo fatto mi pare quattro-cinque giorni di laboratorio di scrittura di poesia con Mariangela Gualtieri. Mi ero resa conto che davvero avevo bisogno di tacere, rompere il mio schema di scrittura (molto barocco, adolescenziale, muscolare), e fare un salto nel buio. Un anno in cui ho sofferto molto. Sia perché tutto quello che scrivevo lo trovavo sbagliato, lo buttavo, e questa cosa mi frustrava enormemente, sia personalmente. A venticinque anni, non so perché, mi ero fatta l’idea di dover sapere esattamente cosa fare della mia vita, scegliere, decidere, concretizzare, e sentivo soprattutto il desiderio di scrivere, ma questo non era un modo di stare al mondo davvero pensabile per me in quel momento. Ho combattuto con questa sensazione per moltissimi anni, credo che tuttora per me sia una sfida aperta la questione di ‘concedermi’ di scrivere.

Come e quando questa prima cosa scritta si è trasformata in una tua attitudine di vita o in un mestiere?
Il poeta non è un mestiere. Forse lo è lo scrittore, di più, sì, direi che lo scrittore (quello di narrativa, ma anche chi lavora con le parole in teatro, nel cinema) ha anche delle caratteristiche vicine a un lavoro come si intende in genere. Con delle scadenze, degli impegni collaterali da gestire, una specie di ritmo, delle aspettative esterne, un mercato. La poesia non l’ho mai vissuta così. In parte, perché proprio non c’è molto di questo nella poesia, quantomeno italiana di oggi (il che non vuol dire che non ci sia una comunità, anzi!), ma anche perché non me lo sono permesso molto a lungo. Facevo di tutto pur di non dedicarmi pienamente alla scrittura, e soffrivo perché dicevo di voler soprattutto scrivere, ma poi nel concreto facevo altro. Avevo, a volte ho, molta paura. È stupido a pensarci bene, ma siamo abbastanza stupidi in effetti. Mi sono resa conto, e non solo per i racconti degli scrittori ma proprio sulla mia pelle, che la scrittura ti chiede molta dedizione. Molto tempo. Proprio pensarci tanto, costantemente. Una specie di ossessione. Non chiede niente di meno che tutta la tua vita. Come ogni cosa fatta davvero con passione, la si patisce anche un po’. In modo gioioso, come se non lavorassi mai in un certo senso, perché quel lavoro è ciò che ti fa stare meglio in assoluto. Certo, il discorso di campare, le bollette eccetera, vale, ma fino a un certo punto, secondo me comunque è un po’ una scusa.

Quanto di questa prima cosa scritta è ancora parte del tuo modo di scrivere?
Direi per le parole abbastanza semplici, che poi fanno una specie di vortice intorno, per come sono messe forse, per il ritmo del suono. A volte, in poesia soprattutto, perdo il senso di quello che dico, seguo il suono e basta, e solo in seguito scopro quello che ho scritto veramente. È una cosa molto appagante e sorprendente. Smetto di pensare, e questo mi dà una specie di sollievo. Non c’è niente che ‘voglio’ dire quando scrivo una poesia. Mi sono accorta poi che anche in prosa il meglio viene quando volti le spalle alle idee, come dice la mia amica drammaturga Rita Frongia.

Cosa ne è stato di questa prima cosa scritta? È entrata in un libro? È rimasta in un cassetto? La scriveresti allo stesso modo? Se no, cosa non scriveresti più così?
Il libro, una plaquette che contiene poesie in lingua e in dialetto delle mie zone (Appennino tosco-emiliano) è nato attorno a questo poemetto ed è stato pubblicato nel 2003. Credo che il poemetto sia ancora un buon poemetto. Oggi penso che avrei meno influssi così evidenti (di sicuro la Gualtieri, che appunto nel 2000 per me fu un incontro importante), e poi l’uso di certe parole à la Rosselli, un’ingenuità che ora mi fa sorridere. Nel complesso, sono grata a questo testo, per me rappresenta un punto di svolta nella mia scrittura e nella mia vita.

Azzurra D’Agostino ha pubblicato varie raccolte di poesie, albi per bambini, curato antologie e traduzioni, scritto per il teatro. Nel 2021 è uscito il suo primo romanzo per ragazzi, “Il giardino dei desideri”, per DeA Planeta Libri.

Sovvertire le narrazioni: altri personaggi per nuove storie

stereotipo
/ste·re·ò·ti·po/
aggettivo:
fig., a proposito di una ripetizione o di una fissità immutabile.
Sostantivo maschile:
In psicologia, qualsiasi opinione rigidamente precostituita e generalizzata, cioè non acquisita sulla base di un’esperienza diretta e che prescinde dalla valutazione dei singoli casi, su persone o gruppi sociali.


Credo di aver imparato il significato del termine “stereotipo” in prima media quando, alla sua comparsa in aula, la prof. di educazione artistica (si chiama ancora così?) dichiarò che l’obiettivo dell’anno sarebbe stato imparare a disegnare liberandoci degli stereotipi infantili, e smettere dunque di fare casette sproporzionate, strisce di cielo azzurro a cui appendere spicchi di sole e bambini-stecchini con teste tonde. Ma il concetto esisteva in me già da qualche tempo: quando avevo sì e no 7 anni le maestre iscrissero la mia classe, in cui eravamo tutti bianchi e riconducibili a un’idea di “autoctoni”, a un concorso per promuovere “la pace nel mondo”, o “contro la povertà”. Non ricordo esattamente la dicitura, fatto sta che ci venne richiesto di presentare delle poesie o altri elaborati. Quel giorno ero un po’ annoiata, nient’affatto creativa o ispirata, ma le maestre si aspettavano che producessimo qualcosa. Diedi loro ciò che volevano, sentendo una certa vergogna addosso: disegnai un pianeta terra abbracciato da un coro di bambini presi per mano tra loro. I bambini erano l’esatta riproduzione di quello che avevo visto in giro come “diversità etnica”: un bambino cinese con il cappello a cono di paglia e il codino, una bambina con un copricapo di piume, un piccolo inuit (“esquimese”, si diceva allora), eccetera.
L’imbarazzo che sentivo nel fare quel disegno così ovvio e scontato derivava dalla consapevolezza, ovviamente acerba, di fare qualcosa di già visto mille volte, qualcosa esattamente così come ce lo si aspettava: la fotocopia di qualcosa che mi era già stato consegnato. Ero stata pigra e non avevo messo in moto alcun ragionamento, alcuna rielaborazione che creasse un qualcosa di autentico.

[Ovviamente il mio terribile disegno fu premiato, con mio enorme sgomento davanti alla capacità degli adulti di non saper giudicare un elaborato né dal punto di vista dell’originalità né, tanto meno, da quello della rappresentazione delle diversità. Forse quest’ultimo pensiero non lo feci davvero, all’epoca (ma l’imbarazzo durante la serata di premiazione -tra pantomime, pietismi e black face– sì, ricordo che lo provai)].

Riconoscere lo stereotipo è un qualcosa che si impara con gli anni. L’idea, però, era già lì, in nuce: la stereotipizzazione narrativa (in questo caso, illustrativa) è un processo di riduzione, di semplificazione di un concetto: mi hanno mostrato che una certa categoria di persone diverse da me è così → quella rappresentazione diventa il campione sempre utilizzabile, poiché riconoscibile. Certo, il cervello umano è stato programmato per utilizzare gli stereotipi come difesa dai pericoli (gli stereotipi non sono altro che bias cognitivi) quando abitavamo una società radicalmente differente (e non si è evoluto in maniera altrettanto rapida). Ma non posso farmi bastare un meccanismo creato per compiere delle scelte rapide sulla base di scarse informazioni né nel momento in cui realizzo un’opera di finzione, né nel qualunque racconto di una storia d’oggi (per restare solo nell’ambito che ci riguarda, cioè quello della fiction).

Il mestiere, dopotutto, è il risultato di un allenamento alla consapevolezza.

Cambiare idea sulle vecchie storie

La ragione per ci affezioniamo e facciamo fatica a staccarci dalle storie, specie nelle lunghe narrazioni (come quelle seriali), sono i personaggi che le abitano: in Complex Tv Jason Mittel, parlando del rapporto tra spettatori e personaggi delle serie, ha individuato la possibilità dell’accesso a stati d’animo generati dall’ “accumularsi di segnali esteriori che possiamo vedere o sentire”. Il discorso è articolato, inserito all’interno di una disamina dei meccanismi che determinano la relazione tra chi guarda e chi “vive” la storia. Ma ciò che mi interessa ora è questa idea estremamente “fisica”, una restituzione sensoriale del personaggio: cosa riconosciamo in quei corpi che parlano, agiscono, si manifestano, esistono in un certo modo? Di quali elementi abbiamo bisogno per sviluppare empatia?

I personaggi si possono guardare “allo specchio”, come conferma e riconoscimento di sé, o a distanza, “da una finestra”: quante volte ci siamo riconosciuti negli eccentrici esseri umani dipinti da Wes Anderson? Probabilmente poche: sono costruiti appositamente per esaltare una caratterizzazione che si allontani dal quotidiano e dall’immediata relatability (parola ardua da tradurre, ma che indica qualcosa di immediatamente relazionabile a sé, per somiglianza e affinità). Ma li abbiamo forse trovati meno veri, meno interessanti, meno degni depositari delle nostre emozioni? Perché non può accadere lo stesso con dei personaggi dalla corporeità che non assomiglia a chi li osserva?

Come la critica Marina Pierri riporta nel suo Eroine, è necessario un esercizio attivo della nostra immaginazione e una sollecitazione dell’empatia laddove qualcosa non ci riflette in una forma immediatamente familiare:

In Against Interpretation and Other Essays, lunga invettiva contro la critica che privilegia il contenuto e dunque la comprensione cerebrale a discapito della forma e dell’esperienza sensoriale, Susan Sontag asserisce: “Quel che conta adesso è riscoprire i nostri sensi. Dobbiamo imparare a vedere di più, udire di più, sentire di più”. […] per godere di qualcosa si può vibrare assieme a essa senza necessariamente farla propria.

In altre parole: possiamo osservare e raccontare una realtà più ampia di quella che abbiamo conosciuto finora, rinunciando a forme preconfezionate e privilegiando l’osservazione, per una restituzione anche corporea e sensoriale del mondo (manipolato e fatto nostro, certo, ma pur sempre mondo popolato da umani).

In questo lungo pezzo scritto per Internazionale, Claudia Durastanti parte da Donald Draper e altri personaggi della serie cult Mad Man, che incarnano tutto il sessismo della società Americana degli anni ’50-’60, per arrivare fino alla figura di Amy Winehouse; mentre procede per giustapposizioni, suggerisce un approccio non scontato per un cambio di paradigma rispetto alle visioni che poco s’intonano ai giorni nostri:

Quand’è che pure lo spettatore più disinteressato a certe idee di giustizia sociale, di correttezza verso gli altri e a un’equa rappresentazione di una vasta gamma di persone nelle opere di fiction, comincia a sentirsi distante da alcune visioni patriarcali o razziste? Quando rinunciare a quella nostalgia, e alle letture del passato, non ha più un costo così elevato. Quando viene meno un senso di lunghissima mancanza, che è il modo in cui nella cultura occidentale veniamo educati a leggere i romanzi e a guardare i film: attraverso il filtro dell’inconsolabile perdita.

Il cambiamento nelle modalità di lettura delle opere del passato, opere che abbiamo amato e che risultano problematiche per varie ragioni a distanza di anni dalla loro uscita, avviene spesso in maniera inconsapevole, sostiene l’autrice. E avviene quando si abbandona la convinzione fin troppo radicata che cambiare idea, parzialmente o totalmente, su un’opera (specie se è un classico) equivalga a un tradimento imperdonabile dei propri valori (e dei valori condivisi da una determinata comunità alla quale apparteniamo): leggere Lolita di Nabokov da adulti, afferma, non produce gli stessi sconvolgimenti e pensieri che causava da adolescenti, ma instilla nuovi dubbi e differenti turbamenti, senza smettere di essere un’opera portatrice di bellezza.

E, per quanto io incoraggi e auspichi sempre un cambiamento di queste modalità di fruizione attivo e consapevole (almeno in chi desidera parlare dell’oggi attraverso le storie di finzione senza troppi bias -inevitabili, ma riconoscibili), sono d’accordo su un aspetto: le nuove storie, e di conseguenza i nuovi personaggi, si fanno strada da sole quando sono forti, quando sovvertono e generano riflessioni inedite, quando problematizzano in maniera inconsueta. Quando riescono, insomma, a manipolare e trasformare il reale contemporaneo, le vite di oggi nelle loro dettagliate differenze, per immaginare una nuova e potente narrazione.

Il gioco funziona quando invece di meditare su tutto ciò che abbiamo perso, ci lasciamo incantare dalle forme nuove, seducenti e inevitabilmente ambigue che abbiamo conquistato. Anche lì ci saranno parole scorrette, cattivi inammissibili e comportamenti che fanno schifo, ma spetterà ai nuovi lettori innamorarsene per poi, forse, farsi venire un dubbio, e ricominciare tutto da capo.

Flip the script: adottare nuove visioni

archetipo
/ar·chè·ti·po/
sostantivo maschile
1.
Primo esemplare assoluto e autonomo, modello.


Come strutturare queste narrazioni? Come far “esplodere i miti, immaginando l’inimmaginabile”? La pratica dell’ascolto è certamente tra le prime a cui ricorrere: non accontentarsi, dicevamo, né come spettatori né tanto meno come autori e autrici, di visioni già date come buone, specialmente nella narrazione di tutto ciò che differisca dalla norma (bianca, occidentale, cis-gender, eterosessuale, abile, ecc.). Nutrirci di storie meno mainstream rinvigorisce la scrittura, anche quando si va a parlare del conosciuto e del familiare: un esempio fra i tanti è la scrittura di un personaggio come Saul Goodman nello spin-off di Breaking Bad: una mascolinità che non esce dai suoi riquadri ma viene delineata attraverso modalità originali. Ancora una volta, il come vince sul cosa.

Non si tratta, come qualcuno potrebbe obiettare, di politicamente corretto, ma di, per citare un’espressione che Antonia Caruso utilizza nell’antologia Queer Gaze, una rappresentazione umanamente corretta: scrivere i personaggi come se fossero persone, esseri umani.

Ancora: interrogarsi sui corpi e le relazioni fra i personaggi, sul sensoriale e sul vissuto è un approccio che accorcia le distanze e permette non tanto l’identificazione, che non è fondamentale ai fini di una buona storia, ma la restituzione di un materiale umano. E, infine, navigare gli archetipi per evitare gli stereotipi, o la stereotipizzazione narrativa, cioè la riproposizione di ciò che ho già visto e che do per assodato. Utilizzare gli archetipi come strumenti-bussola, guide da riempire di ragionamenti complessi. Per sovvertire le narrazioni comuni e cercare di far esplodere nuovi miti.

Libri (Quasi) Non Letti #8

Ci sono libri che leggiamo e rileggiamo, di cui citiamo passi a memoria, che ci hanno cambiato la vita o solo una giornata. E poi ci sono libri su cui abbiamo altri programmi, che ci fanno compagnia da anni, fedeli in attesa, quelli interrotti o dimenticati, altri che appaiono inaspettati e sembrano inseguirci o solo chiamarci, libri che in qualche modo fanno già parte di noi. Come il Lettore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, editori, scrittori, illustratori e librai raccontano i loro libri non letti.

Rispondono Giulia Cuter e Giulia Perona, scrittrici e curatrici di Senza Rossetto.

  • Libri che puoi fare a meno di leggere.

Posso fare a meno dei classici gialli da spiaggia, quei thriller che molto spesso si leggono per intrattenimento nelle lunghe e calme giornate estive. Ho letto alcuni libri di Simenon (bellissimo, tra l’altro, il suo Le finestre di fronte), ma non mi sono mai appassionata al genere.

  • Libri fatti per altri usi che la lettura.

Mi piace selezionare letture da bagno, ideali per trascorrere il tempo sul wc. Il mio preferito è Il libro dell’ignoranza sugli animali di John Lloyd e John Mitchinson (Einaudi): è divertente, ma anche istruttivo, ti insegna un sacco di curiosità sugli animali che puoi rivenderti alle cene tra amici e la lunghezza dei capitoli è proprio quella giusta! (Giulia C)

  • Libri che tutti hanno letto dunque è quasi come se li avessi letti anche tu o Libri che hai sempre fatto finta d’averli letti mentre sarebbe ora ti decidessi a leggerli davvero.

Uno dei primi libri che mi è stato regalato è La fattoria degli animali, ma per motivi che non riesco a spiegarmi non l’ho mai letto. Ovviamente so di cosa parla e ne ho poi incrociati frammenti ed estratti qua e là, ma non l’ho mai letto completamente. (Giulia P)

  • Libri che se tu avessi più vite da vivere certamente anche questi li leggeresti volentieri ma purtroppo i giorni che hai da vivere sono quelli che sono.

Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin. Sono una grande fan della serie tv, mi incuriosirebbe leggere i libri per sapere se è sempre vero che “il libro è meglio del film”, ma non sono mai davvero motivata a farlo. Un po’ perché la storia ormai la so, ho paura che mi annoierei; un po’ perché sono troppi libri e troppo lunghi. (Giulia C)

  • Libri che hai intenzione di leggere ma prima ne dovresti leggere degli altri.

Vorrei leggere i diari e i taccuini di Susan Sontag. Nottetempo li ha pubblicati in 3 volumi, ma non ho ancora avuto tempo e modo di iniziarli. (Giulia P)

  • Libri troppo cari che potresti aspettare a comprarli quando saranno rivenduti a metà prezzo.
    Libri che da tanto tempo hai in programma di leggere o Libri che potresti mettere da parte per leggerli magari quest’estate.

D’estate mi piace sempre dedicarmi a una saga famigliare: quest’anno mi aspetta sicuramente il secondo capitolo della Famiglia Aubrey di Rebecca West (Fazi editore). Il primo mi era piaciuto molto, così tanto che l’ho portato in canoa con me e gli ho fatto fare un bagno in mare, ops! (Giulia C)

  • Libri che da anni cercavi senza trovarli.

Mi vengono in mente quei libri che dopo tante letture finalmente ti fanno scattare qualcosa, ti prendono e ti emozionano talmente tanto che non vorresti finissero. Mi è successo recentemente con la trilogia di Rachel Cusk e più lontano nel tempo con 2666 di Bolaño. (Giulia P)

  • Libri che riguardano qualcosa di cui ti occupi in questo momento o Libri che vuoi avere per tenerli a portata di mano in ogni evenienza.

L’atlante delle donne di Joni Seager (add editore) perché è l’arma perfetta da sfoderare quando qualcuno obietta riguardo ai temi cari al femminismo. Fittissimo di dati, statistiche, ricerche e infografiche, è una fotografia molto chiara della condizione della donna nel mondo del 2020. Si sa, i numeri sono molto efficaci per scardinare vecchie convinzioni e pregiudizi. (Giulia C)

  • Libri che ti mancano per affiancarli ad altri libri nel tuo scaffale.

Vivendo in affitto in una città che non è la mia d’origine non ho molto spazio. Per cui molti dei miei libri sono rimasti a casa dai miei. Alcuni di loro mi mancano, come Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan. (Giulia P)

  • Libri che ti ispirano una curiosità improvvisa, frenetica e non chiaramente giustificabile.

Sono tantissimi, e variano molto nel corso del tempo. L’ultimo con cui mi è successo è Città sola di Olivia Laing (Il Saggiatore): sono anni che lo incrocio e mi attira, finalmente ho avuto il tempo di leggerlo ed è stata una lettura totalmente immersiva, di quelle che per giorni non pensi ad altro e che ti aprono tantissimi universi, per cui vorresti continuare ad approfondire ciò di cui parlano per mesi e mesi. (Giulia C)

  • Libri letti tanto tempo fa che sarebbe ora di rileggerli.

Ho da poco visto High Fidelity, la serie Hulu con Zoe Kravitz, che si rifà all’Altà Fedeltà di Nick Hornby. È un libro che ho letto quando avevo 15 anni, ma ora avrei voglia di rileggerlo e di rivedere il film del 2000 con John Cusack. (Giulia P)

Giulia Cuter e Giulia Perona si occupano di comunicazione, marketing e social media. Dal 2016 curano il progetto Senza rossetto in cui cercano di raccontare le donne di ieri, oggi e domani, oltre ogni convenzione e stereotipo. Senza rossetto è un podcast, composto da tre stagioni e alcune puntate speciali; una newsletter di approfondimento; e un libro, edito da HarperCollins Italia, che si intitola «Le ragazze stanno bene».

La scrittura dell’intrigo. Intervista a Matteo Strukul

Nel raccontare, fra intrighi e colpi di scena, l’Italia dei secoli passati e personaggi illustri come Lorenzo de’ Medici o Giacomo Casanova, Matteo Strukul ha riabilitato nei suoi romanzi storici, adattandola, la grande scrittura feuilletonistica, guadagnandosi così la definizione di «Dumas 2.0». Gli abbiamo chiesto di toglierci qualche curiosità, a partire dalle sue abitudini di scrittura fino ai progetti futuri, passando per le ultime pubblicazioni.

Cominciamo parlando dell’atto dello scrivere. Quante ore dedichi alla scrittura ogni giorno? In che momento della giornata?

Scrivo dalle nove del mattino fino all’una. Di pomeriggio studio.

Ti imponi un minimo di battute o parole giornaliere?

No.

C’è un luogo specifico dove preferisci scrivere? Segui dei rituali o delle piccole manie che ti consentano di concentrarti al meglio?

Una seggiola, una scrivania e un Mac. Ogni tanto, prima della pandemia, lavoravo anche nei caffè specie se sono a Milano o a Berlino.

Non si fa in tempo a finire di leggere il tuo ultimo romanzo (La corona del potere, Newton&Compton 2020) che già escono, o vengono annunciati, tuoi nuovi lavori. Sembrerebbe che tu riesca a dedicarti alla scrittura di più libri contemporaneamente. È così?

Come dico più sotto, sì, riesco a dedicarmi, in modo diverso, a due romanzi contemporaneamente. Oppure a un romanzo e a una saga a fumetti. O a un romanzo e a un libretto d’opera. O a un romanzo e a una sceneggiatura per videogame.

Per chi scrive romanzi storici documentarsi è inevitabile. Di solito quanto dura per te questa fase?

Mesi. Ma poi continua anche durante la stesura del romanzo. Solitamente mentre scrivo il nuovo romanzo sto studiando per il successivo. Normalmente scelgo periodi che ho approfondito negli ultimi vent’anni: il Rinascimento, il Medioevo, il Barocco.

Che peso ha avuto la chiusura delle biblioteche sulla tua produzione?

Non ha aiutato, come non lo hanno fatto le limitazioni di spostamento ma ho una libreria molto fornita, amici critici, storici e accademici e poi ci sono le librerie antiquarie. Quindi in un modo o nell’altro la ricerca non ne ha risentito. Altro è invece il danno culturale immenso che deriva dalla chiusura di luoghi che sono tempi del sapere, centri di diffusione di cultura. A questo non c’è rimedio. È una delle cicatrici che lascerà il Covid.

In una “Nota dell’autore”, al fine di fornire qualche coordinata ai lettori, hai evocato il nome di Salgari, ma trovo che i tuoi lavori siano accostabili piuttosto a Dumas. Puoi descrivere il tuo rapporto con questi due maestri?

Be’ sono certamente due grandi fonti d’ispirazione. Fin da ragazzo ho divorato le loro opere. Emilio Salgari è stato uno dei più importanti romanzieri italiani ed era veneto proprio come me. Amava l’avventura e la ricostruzione storica e ha creato personaggi immortali come Il Corsaro Nero, Jolanda, Sandokan o Capitan Tempesta. Lo stesso potrei dire per Dumas, sia pensando alle sue storie, sia per quanto riguarda personaggi come Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan o magari Milady e Margherita di Valois. Sono felice di aver vinto il Premio Salgari di letteratura avventurosa e il premio Corsaro Nero e di aver meritato la definizione di “Dumas 2.0” datami da Sergio Pent, critico letterario di Tuttolibri, il supplemento culturale de la Stampa.

Scorrendo l’albo d’oro del Premio Salgari sembrerebbe che il genere avventuroso e storico-avventuroso goda in Italia di ottima salute, con diversi nomi anche molto prestigiosi tra i finalisti. Ritieni esista oggi una “scena” italiana del romanzo d’avventura?

Credo che finalisti e vincitori del Premio Salgari rappresentino un’ottima sintesi della “scena italiana” del romanzo d’avventura.

Il tuo romanzo vincitore del premio citato, Giacomo Casanova-La ballata dei cuori infranti (Mondadori 2018), avrà una trasposizione teatrale in un’Opera Pop. Ci puoi parlare di questo progetto e del tuo coinvolgimento in esso?

È stato Red Canzian a contattarmi. Aveva letto il mio romanzo e – parole sue – aveva trovato una storia colma di avventura, ritmo, amore, intrigo, passione. Da tempo intendeva scrivere un’opera dedicata a Casanova ma non aveva la storia giusta. Dopo aver letto il mio romanzo tutto era cambiato. Ci siamo messi al lavoro. Lui ha scritto musiche e canzoni semplicemente magnifiche, io ho adattato il mio testo, scrivendo il libretto teatrale. Ora siamo ai casting e confidiamo di debuttare a teatro a novembre 2021, pandemia permettendo.

Con l’occasione, puoi dirci la tua sulla chiusura dei teatri?

Sulla chiusura dei teatri posso dire che di certo è una grande ferita, specie per una nazione che ha in quest’arte una tradizione e un’eccellenza assoluta. In Veneto, poi, abbiamo la metà dei teatri di tutta la Francia e quando penso a Ruzante e Goldoni, giusto per fare due nomi, il mio cuore vola alto come un falco. Sono anche preoccupato per il settore lavorativo che afferisce al teatro, colpito in modo durissimo dal Covid. Credo che stampa e televisione dovrebbero riservare molto più spazio alla devastazione che sta subendo il settore culturale a causa di questa pandemia.

La tua attenzione a media diversi (fumetti, videogiochi) è notevole. Così come appare del tutto interessante la recente pubblicazione sulla piattaforma Audible, in collaborazione con Francesco Ferracin, di un tuo audiolibro, Paganini-Il violino del diavolo, senza passare prima dalla carta stampata. Ci puoi parlare di questo lavoro?

È interessante pensare che proprio in quest’ultimo periodo io mi sia trovato a lavorare su un’opera teatrale e a una serie audio Originals in esclusiva per Audible che è parente stretta del radiodramma italiano. Avevo però voglia di misurarmi su questo tipo di scrittura che è molto diversa da quella propria del romanzo anche se poi gli aromi letterari di entrambi questi progetti sono formidabili. Lavorare con Francesco Ferracin è stata una grande gioia, lui ha scritto la sceneggiatura del film di Franco Battiato dedicato a Haendel e anche per questa ragione eravamo a nostro agio su un progetto che aveva come protagonista uno dei più grandi musicisti della Storia come Niccolò Paganini.

Per concludere, hai qualche lavoro in cantiere?

Un romanzo ambientato nel Medioevo, che uscirà in primavera. Per il momento non posso dire altro…

Non prenderla come una critica – Le ripetizioni di Giulio Mozzi

di Luigi Loi

Giulio Mozzi esordisce a sessant’anni col suo primo romanzo Le ripetizioni, un po’ come fece Gesualdo Bufalino con La diceria dell’untore (anche quello fu un libro riscritto per anni, pensato a lungo, esorbitante).  Ma Mozzi non esordisce – visto che lo ha già fatto nel ’93 con la bellissima raccolta di racconti Questo è il giardino – semmai si ripete: cambia formato e passa al romanzo, incastonando sempre dei racconti in una cornice narrativa. Questa cornice è il protagonista, Mario, “un uomo che inventa storie, modifica la realtà, non è interessato alla verità, né sulle cose né sulle persone […] vuole sposare Viola ignorandone la doppia, forse tripla vita. Anni prima è stato lasciato da Bianca, subito prima che nascesse Agnese, che forse è sua figlia e forse no. È succube di Santiago, un ragazzo dedito a pratiche sessuali estreme, e affida alle fotografie la coerenza e consistenza della propria vita”. È impossibile riassumere meglio il romanzo, perché l’infinita frammentazione della struttura narrativa mette in crisi l’esigenza difensiva del lettore di dare una linearità alla vicenda, uno svolgimento e una conclusione. Ma, come ho scritto, è la vita di Mario che come ogni vita si ripete in modo circolare attraverso i giorni, talvolta avventurosamente, più spesso illogicamente: non solo non sa dare concretezza alla memoria, ma nemmeno alle cose. La ricerca di ordine del lettore, continuamente frustrata ne Le ripetizioni, è parte dell’esperienza e, confesso, mi ha messo più volte a disagio conoscere così in profondità il cervello di Mario, osservare lateralmente quanto la nostra, di vita, senza intreccio – senza narrazione verrebbe da dire –  ha qualcosa di mostruoso nella sua ripetitività. Forse per questo, ogni tanto, abbiamo bisogno di storie. O di riguardare una vecchia foto.

Mario non ricorda. Quello che ricorda benissimo è di essere stato lì, nello stanzone che ora guarda nella fotografia, con tutta la sua classe […] e di essersi seduto dentro la macchina per le fototessere. Lì, su quella parete ingombra di strisce di fototessere che ora guarda nella fotografia nella rivista, potrebbe essere incollata anche la sua striscia. Quattro pose diverse. Come tutti, come quasi tutti, Mario fa le smorfie. (Le ripetizioni, pg, 29)

Il punto di vista di Mario

Non ricordo più chi lo disse, ma grossomodo tutte le narrazioni – dalle barzellette all’epica – sono vincolate a delle precise connotazioni pronominali: la terza e la prima persona, raramente alla seconda persona, rarissimamente alle persone plurali (su due piedi mi vengono in mente soltanto Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni e Dalle rovine di Luciano Funetta). Insomma: ci sono dei precisi punti di vista (la voce del dio Tolstoj, la voce di Humbert Humbert di Nabokov, Zeno Cosini di Svevo etc. etc.) che vincolano la narrazione a chi la narrazione la sta raccontando. Fatte queste premesse di forma, chi è il narratore de Le ripetizioni? Gli amici del bar? “Noi, naturalmente, sennò non saremmo qui a raccontarvi la storia” ( pg, 135).

Ma questo indizio non porta molto lontano, il narratore di questa storia è imprendibile: è un lui, poi sé (stesso; su questo tornerò più avanti), lei, sé (stessa) etc. etc. Mettere insieme più voci narranti, tanti “ii” che parlano sovrapponendosi polifonicamente, lo confesso ancora una volta, ha frustrato il mio gusto di lettore, che non interessa ovviamente a nessuno, ma che spero sia opportuno segnalare prima di spiegare quello che sto per scrivere: la vicenda sembra movimentata, ma movimentato è solo il montaggio. Alla fine del romanzo ho letto di Mario così tante cose che la vicenda è affogata o, al contrario, illuminatissima. Appunto, questione di gusti: non si può negare che Le ripetizioni abbia una struttura formale impeccabile, che sa tendersi al momento giusto per creare suspense e curiosità, alla maniera di certi racconti di Italo Calvino: sembrano scappare in tutte le direzioni, ma in realtà fanno correre molto solo chi li legge. Chi acquisterà Le ripetizioni avrà modo di notare un altro particolare: l’indice dei capitoli. La maggior parte dei capitoli costituiscono delle sequenze, veri e propri romanzi all’interno del romanzo stesso che scardinano la linearità generale della vicenda, quasi a invitare i lettori a costruirsi da sé la propria ripetizione: è uno dei tanti bluff letterari di Mozzi, ma racconta pure la fallibilità della memoria e la sua composizione modulare quando si fa scrittura.

Il punto di vista di Giulio

Non solo gli “ii” si moltiplicano in questo romanzo, ma anche i generi. A titolo di esempio riporto solo questo di marca autofinzionale, quando Mario descrive un’altra fotografia,


in bianco e nero, scattata durante un Salone del Libro, a Torino, da Basso Cannarsa, un fotografo specializzato in scrittori. Mario indossa una giacca di buon taglio ma troppo grande – doveva essere blu, ricorda – sopra una polo a righe – rosse e blu scuro, nel ricordo –; i capelli sono un po’ lunghi sul collo, il viso è leggermente rivolto alla destra di chi guarda, gli occhi sono puntati all’obiettivo, leggermente strizzati, quanto basta perché si vedano le zampe di gallina. Il sorriso a bocca chiusa esalta le rughe dette, per l’appunto, del sorriso. (Le ripetizioni pg, 340)

Qui più che altrove s’intuisce quanto Mario sia stato pensato sul calco di un certo Giulio Mozzi storico e pubblico, un gioco che troverà il sicuro entusiasmo degli estimatori dell’autofiction, che certi particolari dell’inside joke sapranno sicuramente cogliere. Eppure quest’interpretazione potrebbe essere smentita facilmente dalle stesse parole dell’autore, che tra storie vere e finzionali non ha mai trovato grosse differenze, poiché “tutte, essendo raccontate, sono diventate fiction” (Fiction, 2001). E mi sento di concordare pienamente.

Il male privato

Nel 1998 la raccolta Il male naturale di Giulio Mozzi fu letta anche dal deputato della Lega Oreste Rossi che annunciò “una precisa interrogazione parlamentare […] per bloccare chiunque pubblicizzi cose del genere” (sic!). L’onorevole ribadiva involontariamente quanto sia scandaloso il male pubblico e non invece e soprattutto il male tout court. Non so come andò a finire, ma anche dentro Le Ripetizioni, la vicenda tra Santiago e Mario, ha qualcosa di estremamente violento, persino demoniaco. Si tratta a mio avviso di altissima intensità narrativa: la mostruosità è costruita per accumulazione, l’eccesso sessuale è eccessivo quanto e forse più che nell’Opus Pistorium di Henry Miller. Ma se Miller giocava col romanzo picaresco, Mozzi molto più seriamente sembra fare una dichiarazione: se “il male è naturale, c’è e non ha a che fare con la colpa”, è anche vero che si può scegliere, limitatamente, se abiurarlo o accoglierlo. Ricapitolando, se la vita – per dirsi tale – ha bisogno d’intreccio, una descrizione realistica non può sfuggire al lato intrinsecamente mostruoso e malvagio della vicenda. Le ripetizioni di Mozzi fanno e ricordano anche questo, grazie e soprattutto al livello privato della storia, cioè, nel momento in cui si spengono le luci e nessuno guarda.

costruttori – corso di scrittura

CHE COS’È

Siamo abituati a credere che ci siano persone fantasiose e altre razionali, che tra le scrittrici e gli scrittori ci sia chi va di scaletta e chi naviga a vista, ma l’invenzione di una storia è sempre il frutto di tutti gli aspetti della nostra personalità. Imparare a riconoscere le potenzialità della nostra logica e quelle della nostra emotività, capire quando è il momento di far prevalere l’una o l’altra, è il primo passo per liberare la creatività.

Tracceremo il percorso che dalle prime intuizioni porta alla costruzione di una storia grazie a un metodo di lavoro che consente di dare libero sfogo al nostro immaginario emotivo, incanalandolo in un progetto concreto. Iniziare a scrivere sul serio è come intraprendere un viaggio in cui si è padroni dei propri mezzi e ci si può quindi permettere il lusso di lasciarsi andare, sperimentare fin dove il viaggio ci conduce, perché quando ce ne sarà bisogno avremo gli strumenti per ritrovare la rotta.

Se è vero che attraverso la scrittura desideriamo scoprire la nostra voce d’autore, coltivarla per metterla al servizio del raccontare, e che per raccontare ci vuole tecnica, è vero anche che qualsiasi tecnica, diagramma, schema o esercizio che non sia preceduto da un lavoro di scavo nel nostro subconscio autoriale, renderà le nostre pagine fiacche e le nostre parole posticce.

La scrittura è il mezzo per raccontare una storia, ma deve farlo attraverso il denudamento del suo autore, portandolo alla più importante rivelazione per un aspirante scrittore: di cosa voglio parlare, cosa m’interessa veramente?

Scopriremo che l’unica vera differenza tra una poetica autentica e le pagine prodotte da mille altre professionalità che con pari capacità ed esperienza maneggiano le parole (gli editor, i copywriter, i ghostwriter, ecc) è il coraggio: quello di mettersi in gioco, di affrontare il proprio retaggio sociale e familiare, di toccare (e sfruttare) i propri nervi scoperti.


COME FUNZIONA

Gli incontri in classe saranno 12.

Ogni incontro durerà 2 ore, per un totale di 24 ore di laboratorio.

Tutto si svolgerà in una classe virtuale, in diretta online, perché la buona scrittura non può farsi fermare dalla geografia.

  • La prima parte di ogni lezione sarà dedicata alla pratica della scrittura.
  • Seguirà la parte teorica dedicata ai principi drammaturgici di base (la costruzione dei personaggi, l’idea di controllo, i punti di vista, la trama e la struttura della storia, il worldbuilding).
  • Alla fine di ogni incontro sarà assegnato un compito da svolgere nell’arco della settimana e verrà proposta la lettura analitica di un racconto breve.

QUANDO E DOVE

Dal 10 marzo al 26 maggio 2021.

Ogni mercoledì, dalle 19 alle 21 (per diverse esigenze si troverà un accordo con la classe).

Tutto si svolgerà in una classe virtuale, in diretta online.


CALENDARIO DEGLI INCONTRI

10 febbraio, lezione 0. Aperta e gratuita. Per prenotarsi scrivere a ilibrideglialtri@gmail.com

10 marzo, lezione 1. La pratica della scrittura: addestramento alla creatività, allenamento alla scrittura.

17 marzo, lezione 2. Ridiventare animali: imporsi profondità, andare alla radice dei nostri pensieri primari.

24 marzo, lezione 3. Maledetta famiglia: come affrontare il nostro retaggio e come ammaestrare questa incredibile riserva di energia drammatica.

31 marzo, lezione 4. Autopsia di una pagina: scene azione, scene dialogo, scene sommario.

7 aprile, lezione 5. Silenzio, il lettore ti ascolta! Il punto di vista e la voce narrante. Il narratore e il narratario.

14 aprile, lezione 6. Tutto il resto è noia: la storia che ho scritto non è la mia vita, la storia che ho scritto sono io.

21 aprile, lezione 7. Qualcosa sta cambiando: il romanzo, il racconto e la logica della trasformazione.

28 aprile, lezione 8. Nato Cresciuto Pasciuto: i tre atti, la trama e i punti di svolta: impariamo a non fare di questi utili strumenti delle gabbie.

5 maggio, lezione 9. Altro che eroe! L’anima della storia: il protagonista, anzi, i suoi demoni.

12 maggio, lezione 10. Andare incontro all’ignoto: il protagonista come perno attorno al quale far ruotare tutti gli altri meccanismi della storia.

19 maggio, lezione 11. La scrittura come mistero svelato: dall’idea generica alla premessa narrativa; poi soggetto e scaletta fino ad arrivare alla prima stesura.

26 maggio, lezione 12. Lo scrittore al lavoro: quotidiano creativo e discussione sul metodo di lavoro che ogni studente ha sviluppato. Assegnazione di obiettivi e consigli pratici per le successive settimane di lavoro.


CHI CONDUCE IL CORSO

Luca Mercadante
Menzione speciale della Giuria della XXX edizione del Premio Italo Calvino per il romanzo Presunzione, Minimum Fax. È autore, con Luca Trapanese, di Nata per te. Storia di Alba raccontata tra noi, Einaudi. Suoi racconti sono apparsi su Cadillac, Inquieto D’Anzia, Colla, Granta Italia. Tiene corsi di scrittura a Formia, Napoli e online.


INFO

Per qualsiasi informazione scrivici! ilibrideglialtri@gmail.com