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La prima cosa scritta

5 domande a partire da una fotografia: quella del primo testo scritto. Le prime parole delle quali scrittrici e scrittori hanno deciso di fare qualcosa, o quelle che hanno mostrato loro che scrivere era ciò che volevano davvero (e in cui davvero riuscivano). La svolta nella loro formazione, anche se in un momento iniziale, e nel loro percorso autoriale.

A cura di Francesca de Lena. Intervista di Francesca Ceci.
Risponde Azzurra D’Agostino.

Questa è la prima pagina di un lungo poemetto scritto di getto nel 2002, poi pubblicato per I Quaderni del battello ebbro l’anno seguente, in una plaquette dal titolo dialettale che significa: “Da nessuna parte”.

Cosa questa foto racconta del testo e cosa racconta di te?
Questa foto racconta il primo testo in cui ho capito che era successo qualcosa. Che avevo intravisto una traccia per terra, o sentito un suono che guida, o la lucina nel bosco buio. Da molti anni, o forse per la prima volta, non conducevo io un testo, non ero presente sulla pagina, ma ero in ascolto totale. Quello che è ritratto nella foto, e tutte le pagine a seguire del poemetto, è proprio quello che è uscito dalla penna in quel momento. Un momento che ricordo molto bene. Ero come sotto dettatura, e mi commuovevo, sembra stupido lo so, per quelle parole che sembravano non venire da me, dalla mia volontà. Mi chiedevo, ma da dove arriva, da dove arriva tutto questo? È stata una grandissima liberazione, ed è stato sorprendente quando poi rileggendo mi sono accorta che il testo non era un semplice sfogo (lo avrei tenuto per il mio diario). Ero stata visitata dalla poesia. Sì, sembra orfico magari e un po’ naïf, ma non so descriverlo altrimenti. In realtà è poi quello che accade quando leggi qualcosa che ti parla davvero.

Chi eri e cosa facevi, o cosa volevi fare (e fartene del tuo scrivere) quando l’hai scritto?
Era un anno circa che ero bloccata. Avevo venticinque anni. L’anno prima avevo fatto mi pare quattro-cinque giorni di laboratorio di scrittura di poesia con Mariangela Gualtieri. Mi ero resa conto che davvero avevo bisogno di tacere, rompere il mio schema di scrittura (molto barocco, adolescenziale, muscolare), e fare un salto nel buio. Un anno in cui ho sofferto molto. Sia perché tutto quello che scrivevo lo trovavo sbagliato, lo buttavo, e questa cosa mi frustrava enormemente, sia personalmente. A venticinque anni, non so perché, mi ero fatta l’idea di dover sapere esattamente cosa fare della mia vita, scegliere, decidere, concretizzare, e sentivo soprattutto il desiderio di scrivere, ma questo non era un modo di stare al mondo davvero pensabile per me in quel momento. Ho combattuto con questa sensazione per moltissimi anni, credo che tuttora per me sia una sfida aperta la questione di ‘concedermi’ di scrivere.

Come e quando questa prima cosa scritta si è trasformata in una tua attitudine di vita o in un mestiere?
Il poeta non è un mestiere. Forse lo è lo scrittore, di più, sì, direi che lo scrittore (quello di narrativa, ma anche chi lavora con le parole in teatro, nel cinema) ha anche delle caratteristiche vicine a un lavoro come si intende in genere. Con delle scadenze, degli impegni collaterali da gestire, una specie di ritmo, delle aspettative esterne, un mercato. La poesia non l’ho mai vissuta così. In parte, perché proprio non c’è molto di questo nella poesia, quantomeno italiana di oggi (il che non vuol dire che non ci sia una comunità, anzi!), ma anche perché non me lo sono permesso molto a lungo. Facevo di tutto pur di non dedicarmi pienamente alla scrittura, e soffrivo perché dicevo di voler soprattutto scrivere, ma poi nel concreto facevo altro. Avevo, a volte ho, molta paura. È stupido a pensarci bene, ma siamo abbastanza stupidi in effetti. Mi sono resa conto, e non solo per i racconti degli scrittori ma proprio sulla mia pelle, che la scrittura ti chiede molta dedizione. Molto tempo. Proprio pensarci tanto, costantemente. Una specie di ossessione. Non chiede niente di meno che tutta la tua vita. Come ogni cosa fatta davvero con passione, la si patisce anche un po’. In modo gioioso, come se non lavorassi mai in un certo senso, perché quel lavoro è ciò che ti fa stare meglio in assoluto. Certo, il discorso di campare, le bollette eccetera, vale, ma fino a un certo punto, secondo me comunque è un po’ una scusa.

Quanto di questa prima cosa scritta è ancora parte del tuo modo di scrivere?
Direi per le parole abbastanza semplici, che poi fanno una specie di vortice intorno, per come sono messe forse, per il ritmo del suono. A volte, in poesia soprattutto, perdo il senso di quello che dico, seguo il suono e basta, e solo in seguito scopro quello che ho scritto veramente. È una cosa molto appagante e sorprendente. Smetto di pensare, e questo mi dà una specie di sollievo. Non c’è niente che ‘voglio’ dire quando scrivo una poesia. Mi sono accorta poi che anche in prosa il meglio viene quando volti le spalle alle idee, come dice la mia amica drammaturga Rita Frongia.

Cosa ne è stato di questa prima cosa scritta? È entrata in un libro? È rimasta in un cassetto? La scriveresti allo stesso modo? Se no, cosa non scriveresti più così?
Il libro, una plaquette che contiene poesie in lingua e in dialetto delle mie zone (Appennino tosco-emiliano) è nato attorno a questo poemetto ed è stato pubblicato nel 2003. Credo che il poemetto sia ancora un buon poemetto. Oggi penso che avrei meno influssi così evidenti (di sicuro la Gualtieri, che appunto nel 2000 per me fu un incontro importante), e poi l’uso di certe parole à la Rosselli, un’ingenuità che ora mi fa sorridere. Nel complesso, sono grata a questo testo, per me rappresenta un punto di svolta nella mia scrittura e nella mia vita.

Azzurra D’Agostino ha pubblicato varie raccolte di poesie, albi per bambini, curato antologie e traduzioni, scritto per il teatro. Nel 2021 è uscito il suo primo romanzo per ragazzi, “Il giardino dei desideri”, per DeA Planeta Libri.

Sovvertire le narrazioni: altri personaggi per nuove storie

stereotipo
/ste·re·ò·ti·po/
aggettivo:
fig., a proposito di una ripetizione o di una fissità immutabile.
Sostantivo maschile:
In psicologia, qualsiasi opinione rigidamente precostituita e generalizzata, cioè non acquisita sulla base di un’esperienza diretta e che prescinde dalla valutazione dei singoli casi, su persone o gruppi sociali.


Credo di aver imparato il significato del termine “stereotipo” in prima media quando, alla sua comparsa in aula, la prof. di educazione artistica (si chiama ancora così?) dichiarò che l’obiettivo dell’anno sarebbe stato imparare a disegnare liberandoci degli stereotipi infantili, e smettere dunque di fare casette sproporzionate, strisce di cielo azzurro a cui appendere spicchi di sole e bambini-stecchini con teste tonde. Ma il concetto esisteva in me già da qualche tempo: quando avevo sì e no 7 anni le maestre iscrissero la mia classe, in cui eravamo tutti bianchi e riconducibili a un’idea di “autoctoni”, a un concorso per promuovere “la pace nel mondo”, o “contro la povertà”. Non ricordo esattamente la dicitura, fatto sta che ci venne richiesto di presentare delle poesie o altri elaborati. Quel giorno ero un po’ annoiata, nient’affatto creativa o ispirata, ma le maestre si aspettavano che producessimo qualcosa. Diedi loro ciò che volevano, sentendo una certa vergogna addosso: disegnai un pianeta terra abbracciato da un coro di bambini presi per mano tra loro. I bambini erano l’esatta riproduzione di quello che avevo visto in giro come “diversità etnica”: un bambino cinese con il cappello a cono di paglia e il codino, una bambina con un copricapo di piume, un piccolo inuit (“esquimese”, si diceva allora), eccetera.
L’imbarazzo che sentivo nel fare quel disegno così ovvio e scontato derivava dalla consapevolezza, ovviamente acerba, di fare qualcosa di già visto mille volte, qualcosa esattamente così come ce lo si aspettava: la fotocopia di qualcosa che mi era già stato consegnato. Ero stata pigra e non avevo messo in moto alcun ragionamento, alcuna rielaborazione che creasse un qualcosa di autentico.

[Ovviamente il mio terribile disegno fu premiato, con mio enorme sgomento davanti alla capacità degli adulti di non saper giudicare un elaborato né dal punto di vista dell’originalità né, tanto meno, da quello della rappresentazione delle diversità. Forse quest’ultimo pensiero non lo feci davvero, all’epoca (ma l’imbarazzo durante la serata di premiazione -tra pantomime, pietismi e black face– sì, ricordo che lo provai)].

Riconoscere lo stereotipo è un qualcosa che si impara con gli anni. L’idea, però, era già lì, in nuce: la stereotipizzazione narrativa (in questo caso, illustrativa) è un processo di riduzione, di semplificazione di un concetto: mi hanno mostrato che una certa categoria di persone diverse da me è così → quella rappresentazione diventa il campione sempre utilizzabile, poiché riconoscibile. Certo, il cervello umano è stato programmato per utilizzare gli stereotipi come difesa dai pericoli (gli stereotipi non sono altro che bias cognitivi) quando abitavamo una società radicalmente differente (e non si è evoluto in maniera altrettanto rapida). Ma non posso farmi bastare un meccanismo creato per compiere delle scelte rapide sulla base di scarse informazioni né nel momento in cui realizzo un’opera di finzione, né nel qualunque racconto di una storia d’oggi (per restare solo nell’ambito che ci riguarda, cioè quello della fiction).

Il mestiere, dopotutto, è il risultato di un allenamento alla consapevolezza.

Cambiare idea sulle vecchie storie

La ragione per ci affezioniamo e facciamo fatica a staccarci dalle storie, specie nelle lunghe narrazioni (come quelle seriali), sono i personaggi che le abitano: in Complex Tv Jason Mittel, parlando del rapporto tra spettatori e personaggi delle serie, ha individuato la possibilità dell’accesso a stati d’animo generati dall’ “accumularsi di segnali esteriori che possiamo vedere o sentire”. Il discorso è articolato, inserito all’interno di una disamina dei meccanismi che determinano la relazione tra chi guarda e chi “vive” la storia. Ma ciò che mi interessa ora è questa idea estremamente “fisica”, una restituzione sensoriale del personaggio: cosa riconosciamo in quei corpi che parlano, agiscono, si manifestano, esistono in un certo modo? Di quali elementi abbiamo bisogno per sviluppare empatia?

I personaggi si possono guardare “allo specchio”, come conferma e riconoscimento di sé, o a distanza, “da una finestra”: quante volte ci siamo riconosciuti negli eccentrici esseri umani dipinti da Wes Anderson? Probabilmente poche: sono costruiti appositamente per esaltare una caratterizzazione che si allontani dal quotidiano e dall’immediata relatability (parola ardua da tradurre, ma che indica qualcosa di immediatamente relazionabile a sé, per somiglianza e affinità). Ma li abbiamo forse trovati meno veri, meno interessanti, meno degni depositari delle nostre emozioni? Perché non può accadere lo stesso con dei personaggi dalla corporeità che non assomiglia a chi li osserva?

Come la critica Marina Pierri riporta nel suo Eroine, è necessario un esercizio attivo della nostra immaginazione e una sollecitazione dell’empatia laddove qualcosa non ci riflette in una forma immediatamente familiare:

In Against Interpretation and Other Essays, lunga invettiva contro la critica che privilegia il contenuto e dunque la comprensione cerebrale a discapito della forma e dell’esperienza sensoriale, Susan Sontag asserisce: “Quel che conta adesso è riscoprire i nostri sensi. Dobbiamo imparare a vedere di più, udire di più, sentire di più”. […] per godere di qualcosa si può vibrare assieme a essa senza necessariamente farla propria.

In altre parole: possiamo osservare e raccontare una realtà più ampia di quella che abbiamo conosciuto finora, rinunciando a forme preconfezionate e privilegiando l’osservazione, per una restituzione anche corporea e sensoriale del mondo (manipolato e fatto nostro, certo, ma pur sempre mondo popolato da umani).

In questo lungo pezzo scritto per Internazionale, Claudia Durastanti parte da Donald Draper e altri personaggi della serie cult Mad Man, che incarnano tutto il sessismo della società Americana degli anni ’50-’60, per arrivare fino alla figura di Amy Winehouse; mentre procede per giustapposizioni, suggerisce un approccio non scontato per un cambio di paradigma rispetto alle visioni che poco s’intonano ai giorni nostri:

Quand’è che pure lo spettatore più disinteressato a certe idee di giustizia sociale, di correttezza verso gli altri e a un’equa rappresentazione di una vasta gamma di persone nelle opere di fiction, comincia a sentirsi distante da alcune visioni patriarcali o razziste? Quando rinunciare a quella nostalgia, e alle letture del passato, non ha più un costo così elevato. Quando viene meno un senso di lunghissima mancanza, che è il modo in cui nella cultura occidentale veniamo educati a leggere i romanzi e a guardare i film: attraverso il filtro dell’inconsolabile perdita.

Il cambiamento nelle modalità di lettura delle opere del passato, opere che abbiamo amato e che risultano problematiche per varie ragioni a distanza di anni dalla loro uscita, avviene spesso in maniera inconsapevole, sostiene l’autrice. E avviene quando si abbandona la convinzione fin troppo radicata che cambiare idea, parzialmente o totalmente, su un’opera (specie se è un classico) equivalga a un tradimento imperdonabile dei propri valori (e dei valori condivisi da una determinata comunità alla quale apparteniamo): leggere Lolita di Nabokov da adulti, afferma, non produce gli stessi sconvolgimenti e pensieri che causava da adolescenti, ma instilla nuovi dubbi e differenti turbamenti, senza smettere di essere un’opera portatrice di bellezza.

E, per quanto io incoraggi e auspichi sempre un cambiamento di queste modalità di fruizione attivo e consapevole (almeno in chi desidera parlare dell’oggi attraverso le storie di finzione senza troppi bias -inevitabili, ma riconoscibili), sono d’accordo su un aspetto: le nuove storie, e di conseguenza i nuovi personaggi, si fanno strada da sole quando sono forti, quando sovvertono e generano riflessioni inedite, quando problematizzano in maniera inconsueta. Quando riescono, insomma, a manipolare e trasformare il reale contemporaneo, le vite di oggi nelle loro dettagliate differenze, per immaginare una nuova e potente narrazione.

Il gioco funziona quando invece di meditare su tutto ciò che abbiamo perso, ci lasciamo incantare dalle forme nuove, seducenti e inevitabilmente ambigue che abbiamo conquistato. Anche lì ci saranno parole scorrette, cattivi inammissibili e comportamenti che fanno schifo, ma spetterà ai nuovi lettori innamorarsene per poi, forse, farsi venire un dubbio, e ricominciare tutto da capo.

Flip the script: adottare nuove visioni

archetipo
/ar·chè·ti·po/
sostantivo maschile
1.
Primo esemplare assoluto e autonomo, modello.


Come strutturare queste narrazioni? Come far “esplodere i miti, immaginando l’inimmaginabile”? La pratica dell’ascolto è certamente tra le prime a cui ricorrere: non accontentarsi, dicevamo, né come spettatori né tanto meno come autori e autrici, di visioni già date come buone, specialmente nella narrazione di tutto ciò che differisca dalla norma (bianca, occidentale, cis-gender, eterosessuale, abile, ecc.). Nutrirci di storie meno mainstream rinvigorisce la scrittura, anche quando si va a parlare del conosciuto e del familiare: un esempio fra i tanti è la scrittura di un personaggio come Saul Goodman nello spin-off di Breaking Bad: una mascolinità che non esce dai suoi riquadri ma viene delineata attraverso modalità originali. Ancora una volta, il come vince sul cosa.

Non si tratta, come qualcuno potrebbe obiettare, di politicamente corretto, ma di, per citare un’espressione che Antonia Caruso utilizza nell’antologia Queer Gaze, una rappresentazione umanamente corretta: scrivere i personaggi come se fossero persone, esseri umani.

Ancora: interrogarsi sui corpi e le relazioni fra i personaggi, sul sensoriale e sul vissuto è un approccio che accorcia le distanze e permette non tanto l’identificazione, che non è fondamentale ai fini di una buona storia, ma la restituzione di un materiale umano. E, infine, navigare gli archetipi per evitare gli stereotipi, o la stereotipizzazione narrativa, cioè la riproposizione di ciò che ho già visto e che do per assodato. Utilizzare gli archetipi come strumenti-bussola, guide da riempire di ragionamenti complessi. Per sovvertire le narrazioni comuni e cercare di far esplodere nuovi miti.

Libri (Quasi) Non Letti #8

Ci sono libri che leggiamo e rileggiamo, di cui citiamo passi a memoria, che ci hanno cambiato la vita o solo una giornata. E poi ci sono libri su cui abbiamo altri programmi, che ci fanno compagnia da anni, fedeli in attesa, quelli interrotti o dimenticati, altri che appaiono inaspettati e sembrano inseguirci o solo chiamarci, libri che in qualche modo fanno già parte di noi. Come il Lettore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, editori, scrittori, illustratori e librai raccontano i loro libri non letti.

Rispondono Giulia Cuter e Giulia Perona, scrittrici e curatrici di Senza Rossetto.

  • Libri che puoi fare a meno di leggere.

Posso fare a meno dei classici gialli da spiaggia, quei thriller che molto spesso si leggono per intrattenimento nelle lunghe e calme giornate estive. Ho letto alcuni libri di Simenon (bellissimo, tra l’altro, il suo Le finestre di fronte), ma non mi sono mai appassionata al genere.

  • Libri fatti per altri usi che la lettura.

Mi piace selezionare letture da bagno, ideali per trascorrere il tempo sul wc. Il mio preferito è Il libro dell’ignoranza sugli animali di John Lloyd e John Mitchinson (Einaudi): è divertente, ma anche istruttivo, ti insegna un sacco di curiosità sugli animali che puoi rivenderti alle cene tra amici e la lunghezza dei capitoli è proprio quella giusta! (Giulia C)

  • Libri che tutti hanno letto dunque è quasi come se li avessi letti anche tu o Libri che hai sempre fatto finta d’averli letti mentre sarebbe ora ti decidessi a leggerli davvero.

Uno dei primi libri che mi è stato regalato è La fattoria degli animali, ma per motivi che non riesco a spiegarmi non l’ho mai letto. Ovviamente so di cosa parla e ne ho poi incrociati frammenti ed estratti qua e là, ma non l’ho mai letto completamente. (Giulia P)

  • Libri che se tu avessi più vite da vivere certamente anche questi li leggeresti volentieri ma purtroppo i giorni che hai da vivere sono quelli che sono.

Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin. Sono una grande fan della serie tv, mi incuriosirebbe leggere i libri per sapere se è sempre vero che “il libro è meglio del film”, ma non sono mai davvero motivata a farlo. Un po’ perché la storia ormai la so, ho paura che mi annoierei; un po’ perché sono troppi libri e troppo lunghi. (Giulia C)

  • Libri che hai intenzione di leggere ma prima ne dovresti leggere degli altri.

Vorrei leggere i diari e i taccuini di Susan Sontag. Nottetempo li ha pubblicati in 3 volumi, ma non ho ancora avuto tempo e modo di iniziarli. (Giulia P)

  • Libri troppo cari che potresti aspettare a comprarli quando saranno rivenduti a metà prezzo.
    Libri che da tanto tempo hai in programma di leggere o Libri che potresti mettere da parte per leggerli magari quest’estate.

D’estate mi piace sempre dedicarmi a una saga famigliare: quest’anno mi aspetta sicuramente il secondo capitolo della Famiglia Aubrey di Rebecca West (Fazi editore). Il primo mi era piaciuto molto, così tanto che l’ho portato in canoa con me e gli ho fatto fare un bagno in mare, ops! (Giulia C)

  • Libri che da anni cercavi senza trovarli.

Mi vengono in mente quei libri che dopo tante letture finalmente ti fanno scattare qualcosa, ti prendono e ti emozionano talmente tanto che non vorresti finissero. Mi è successo recentemente con la trilogia di Rachel Cusk e più lontano nel tempo con 2666 di Bolaño. (Giulia P)

  • Libri che riguardano qualcosa di cui ti occupi in questo momento o Libri che vuoi avere per tenerli a portata di mano in ogni evenienza.

L’atlante delle donne di Joni Seager (add editore) perché è l’arma perfetta da sfoderare quando qualcuno obietta riguardo ai temi cari al femminismo. Fittissimo di dati, statistiche, ricerche e infografiche, è una fotografia molto chiara della condizione della donna nel mondo del 2020. Si sa, i numeri sono molto efficaci per scardinare vecchie convinzioni e pregiudizi. (Giulia C)

  • Libri che ti mancano per affiancarli ad altri libri nel tuo scaffale.

Vivendo in affitto in una città che non è la mia d’origine non ho molto spazio. Per cui molti dei miei libri sono rimasti a casa dai miei. Alcuni di loro mi mancano, come Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan. (Giulia P)

  • Libri che ti ispirano una curiosità improvvisa, frenetica e non chiaramente giustificabile.

Sono tantissimi, e variano molto nel corso del tempo. L’ultimo con cui mi è successo è Città sola di Olivia Laing (Il Saggiatore): sono anni che lo incrocio e mi attira, finalmente ho avuto il tempo di leggerlo ed è stata una lettura totalmente immersiva, di quelle che per giorni non pensi ad altro e che ti aprono tantissimi universi, per cui vorresti continuare ad approfondire ciò di cui parlano per mesi e mesi. (Giulia C)

  • Libri letti tanto tempo fa che sarebbe ora di rileggerli.

Ho da poco visto High Fidelity, la serie Hulu con Zoe Kravitz, che si rifà all’Altà Fedeltà di Nick Hornby. È un libro che ho letto quando avevo 15 anni, ma ora avrei voglia di rileggerlo e di rivedere il film del 2000 con John Cusack. (Giulia P)

Giulia Cuter e Giulia Perona si occupano di comunicazione, marketing e social media. Dal 2016 curano il progetto Senza rossetto in cui cercano di raccontare le donne di ieri, oggi e domani, oltre ogni convenzione e stereotipo. Senza rossetto è un podcast, composto da tre stagioni e alcune puntate speciali; una newsletter di approfondimento; e un libro, edito da HarperCollins Italia, che si intitola «Le ragazze stanno bene».

La scrittura dell’intrigo. Intervista a Matteo Strukul

Nel raccontare, fra intrighi e colpi di scena, l’Italia dei secoli passati e personaggi illustri come Lorenzo de’ Medici o Giacomo Casanova, Matteo Strukul ha riabilitato nei suoi romanzi storici, adattandola, la grande scrittura feuilletonistica, guadagnandosi così la definizione di «Dumas 2.0». Gli abbiamo chiesto di toglierci qualche curiosità, a partire dalle sue abitudini di scrittura fino ai progetti futuri, passando per le ultime pubblicazioni.

Cominciamo parlando dell’atto dello scrivere. Quante ore dedichi alla scrittura ogni giorno? In che momento della giornata?

Scrivo dalle nove del mattino fino all’una. Di pomeriggio studio.

Ti imponi un minimo di battute o parole giornaliere?

No.

C’è un luogo specifico dove preferisci scrivere? Segui dei rituali o delle piccole manie che ti consentano di concentrarti al meglio?

Una seggiola, una scrivania e un Mac. Ogni tanto, prima della pandemia, lavoravo anche nei caffè specie se sono a Milano o a Berlino.

Non si fa in tempo a finire di leggere il tuo ultimo romanzo (La corona del potere, Newton&Compton 2020) che già escono, o vengono annunciati, tuoi nuovi lavori. Sembrerebbe che tu riesca a dedicarti alla scrittura di più libri contemporaneamente. È così?

Come dico più sotto, sì, riesco a dedicarmi, in modo diverso, a due romanzi contemporaneamente. Oppure a un romanzo e a una saga a fumetti. O a un romanzo e a un libretto d’opera. O a un romanzo e a una sceneggiatura per videogame.

Per chi scrive romanzi storici documentarsi è inevitabile. Di solito quanto dura per te questa fase?

Mesi. Ma poi continua anche durante la stesura del romanzo. Solitamente mentre scrivo il nuovo romanzo sto studiando per il successivo. Normalmente scelgo periodi che ho approfondito negli ultimi vent’anni: il Rinascimento, il Medioevo, il Barocco.

Che peso ha avuto la chiusura delle biblioteche sulla tua produzione?

Non ha aiutato, come non lo hanno fatto le limitazioni di spostamento ma ho una libreria molto fornita, amici critici, storici e accademici e poi ci sono le librerie antiquarie. Quindi in un modo o nell’altro la ricerca non ne ha risentito. Altro è invece il danno culturale immenso che deriva dalla chiusura di luoghi che sono tempi del sapere, centri di diffusione di cultura. A questo non c’è rimedio. È una delle cicatrici che lascerà il Covid.

In una “Nota dell’autore”, al fine di fornire qualche coordinata ai lettori, hai evocato il nome di Salgari, ma trovo che i tuoi lavori siano accostabili piuttosto a Dumas. Puoi descrivere il tuo rapporto con questi due maestri?

Be’ sono certamente due grandi fonti d’ispirazione. Fin da ragazzo ho divorato le loro opere. Emilio Salgari è stato uno dei più importanti romanzieri italiani ed era veneto proprio come me. Amava l’avventura e la ricostruzione storica e ha creato personaggi immortali come Il Corsaro Nero, Jolanda, Sandokan o Capitan Tempesta. Lo stesso potrei dire per Dumas, sia pensando alle sue storie, sia per quanto riguarda personaggi come Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan o magari Milady e Margherita di Valois. Sono felice di aver vinto il Premio Salgari di letteratura avventurosa e il premio Corsaro Nero e di aver meritato la definizione di “Dumas 2.0” datami da Sergio Pent, critico letterario di Tuttolibri, il supplemento culturale de la Stampa.

Scorrendo l’albo d’oro del Premio Salgari sembrerebbe che il genere avventuroso e storico-avventuroso goda in Italia di ottima salute, con diversi nomi anche molto prestigiosi tra i finalisti. Ritieni esista oggi una “scena” italiana del romanzo d’avventura?

Credo che finalisti e vincitori del Premio Salgari rappresentino un’ottima sintesi della “scena italiana” del romanzo d’avventura.

Il tuo romanzo vincitore del premio citato, Giacomo Casanova-La ballata dei cuori infranti (Mondadori 2018), avrà una trasposizione teatrale in un’Opera Pop. Ci puoi parlare di questo progetto e del tuo coinvolgimento in esso?

È stato Red Canzian a contattarmi. Aveva letto il mio romanzo e – parole sue – aveva trovato una storia colma di avventura, ritmo, amore, intrigo, passione. Da tempo intendeva scrivere un’opera dedicata a Casanova ma non aveva la storia giusta. Dopo aver letto il mio romanzo tutto era cambiato. Ci siamo messi al lavoro. Lui ha scritto musiche e canzoni semplicemente magnifiche, io ho adattato il mio testo, scrivendo il libretto teatrale. Ora siamo ai casting e confidiamo di debuttare a teatro a novembre 2021, pandemia permettendo.

Con l’occasione, puoi dirci la tua sulla chiusura dei teatri?

Sulla chiusura dei teatri posso dire che di certo è una grande ferita, specie per una nazione che ha in quest’arte una tradizione e un’eccellenza assoluta. In Veneto, poi, abbiamo la metà dei teatri di tutta la Francia e quando penso a Ruzante e Goldoni, giusto per fare due nomi, il mio cuore vola alto come un falco. Sono anche preoccupato per il settore lavorativo che afferisce al teatro, colpito in modo durissimo dal Covid. Credo che stampa e televisione dovrebbero riservare molto più spazio alla devastazione che sta subendo il settore culturale a causa di questa pandemia.

La tua attenzione a media diversi (fumetti, videogiochi) è notevole. Così come appare del tutto interessante la recente pubblicazione sulla piattaforma Audible, in collaborazione con Francesco Ferracin, di un tuo audiolibro, Paganini-Il violino del diavolo, senza passare prima dalla carta stampata. Ci puoi parlare di questo lavoro?

È interessante pensare che proprio in quest’ultimo periodo io mi sia trovato a lavorare su un’opera teatrale e a una serie audio Originals in esclusiva per Audible che è parente stretta del radiodramma italiano. Avevo però voglia di misurarmi su questo tipo di scrittura che è molto diversa da quella propria del romanzo anche se poi gli aromi letterari di entrambi questi progetti sono formidabili. Lavorare con Francesco Ferracin è stata una grande gioia, lui ha scritto la sceneggiatura del film di Franco Battiato dedicato a Haendel e anche per questa ragione eravamo a nostro agio su un progetto che aveva come protagonista uno dei più grandi musicisti della Storia come Niccolò Paganini.

Per concludere, hai qualche lavoro in cantiere?

Un romanzo ambientato nel Medioevo, che uscirà in primavera. Per il momento non posso dire altro…

Non prenderla come una critica – Le ripetizioni di Giulio Mozzi

di Luigi Loi

Giulio Mozzi esordisce a sessant’anni col suo primo romanzo Le ripetizioni, un po’ come fece Gesualdo Bufalino con La diceria dell’untore (anche quello fu un libro riscritto per anni, pensato a lungo, esorbitante).  Ma Mozzi non esordisce – visto che lo ha già fatto nel ’93 con la bellissima raccolta di racconti Questo è il giardino – semmai si ripete: cambia formato e passa al romanzo, incastonando sempre dei racconti in una cornice narrativa. Questa cornice è il protagonista, Mario, “un uomo che inventa storie, modifica la realtà, non è interessato alla verità, né sulle cose né sulle persone […] vuole sposare Viola ignorandone la doppia, forse tripla vita. Anni prima è stato lasciato da Bianca, subito prima che nascesse Agnese, che forse è sua figlia e forse no. È succube di Santiago, un ragazzo dedito a pratiche sessuali estreme, e affida alle fotografie la coerenza e consistenza della propria vita”. È impossibile riassumere meglio il romanzo, perché l’infinita frammentazione della struttura narrativa mette in crisi l’esigenza difensiva del lettore di dare una linearità alla vicenda, uno svolgimento e una conclusione. Ma, come ho scritto, è la vita di Mario che come ogni vita si ripete in modo circolare attraverso i giorni, talvolta avventurosamente, più spesso illogicamente: non solo non sa dare concretezza alla memoria, ma nemmeno alle cose. La ricerca di ordine del lettore, continuamente frustrata ne Le ripetizioni, è parte dell’esperienza e, confesso, mi ha messo più volte a disagio conoscere così in profondità il cervello di Mario, osservare lateralmente quanto la nostra, di vita, senza intreccio – senza narrazione verrebbe da dire –  ha qualcosa di mostruoso nella sua ripetitività. Forse per questo, ogni tanto, abbiamo bisogno di storie. O di riguardare una vecchia foto.

Mario non ricorda. Quello che ricorda benissimo è di essere stato lì, nello stanzone che ora guarda nella fotografia, con tutta la sua classe […] e di essersi seduto dentro la macchina per le fototessere. Lì, su quella parete ingombra di strisce di fototessere che ora guarda nella fotografia nella rivista, potrebbe essere incollata anche la sua striscia. Quattro pose diverse. Come tutti, come quasi tutti, Mario fa le smorfie. (Le ripetizioni, pg, 29)

Il punto di vista di Mario

Non ricordo più chi lo disse, ma grossomodo tutte le narrazioni – dalle barzellette all’epica – sono vincolate a delle precise connotazioni pronominali: la terza e la prima persona, raramente alla seconda persona, rarissimamente alle persone plurali (su due piedi mi vengono in mente soltanto Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni e Dalle rovine di Luciano Funetta). Insomma: ci sono dei precisi punti di vista (la voce del dio Tolstoj, la voce di Humbert Humbert di Nabokov, Zeno Cosini di Svevo etc. etc.) che vincolano la narrazione a chi la narrazione la sta raccontando. Fatte queste premesse di forma, chi è il narratore de Le ripetizioni? Gli amici del bar? “Noi, naturalmente, sennò non saremmo qui a raccontarvi la storia” ( pg, 135).

Ma questo indizio non porta molto lontano, il narratore di questa storia è imprendibile: è un lui, poi sé (stesso; su questo tornerò più avanti), lei, sé (stessa) etc. etc. Mettere insieme più voci narranti, tanti “ii” che parlano sovrapponendosi polifonicamente, lo confesso ancora una volta, ha frustrato il mio gusto di lettore, che non interessa ovviamente a nessuno, ma che spero sia opportuno segnalare prima di spiegare quello che sto per scrivere: la vicenda sembra movimentata, ma movimentato è solo il montaggio. Alla fine del romanzo ho letto di Mario così tante cose che la vicenda è affogata o, al contrario, illuminatissima. Appunto, questione di gusti: non si può negare che Le ripetizioni abbia una struttura formale impeccabile, che sa tendersi al momento giusto per creare suspense e curiosità, alla maniera di certi racconti di Italo Calvino: sembrano scappare in tutte le direzioni, ma in realtà fanno correre molto solo chi li legge. Chi acquisterà Le ripetizioni avrà modo di notare un altro particolare: l’indice dei capitoli. La maggior parte dei capitoli costituiscono delle sequenze, veri e propri romanzi all’interno del romanzo stesso che scardinano la linearità generale della vicenda, quasi a invitare i lettori a costruirsi da sé la propria ripetizione: è uno dei tanti bluff letterari di Mozzi, ma racconta pure la fallibilità della memoria e la sua composizione modulare quando si fa scrittura.

Il punto di vista di Giulio

Non solo gli “ii” si moltiplicano in questo romanzo, ma anche i generi. A titolo di esempio riporto solo questo di marca autofinzionale, quando Mario descrive un’altra fotografia,


in bianco e nero, scattata durante un Salone del Libro, a Torino, da Basso Cannarsa, un fotografo specializzato in scrittori. Mario indossa una giacca di buon taglio ma troppo grande – doveva essere blu, ricorda – sopra una polo a righe – rosse e blu scuro, nel ricordo –; i capelli sono un po’ lunghi sul collo, il viso è leggermente rivolto alla destra di chi guarda, gli occhi sono puntati all’obiettivo, leggermente strizzati, quanto basta perché si vedano le zampe di gallina. Il sorriso a bocca chiusa esalta le rughe dette, per l’appunto, del sorriso. (Le ripetizioni pg, 340)

Qui più che altrove s’intuisce quanto Mario sia stato pensato sul calco di un certo Giulio Mozzi storico e pubblico, un gioco che troverà il sicuro entusiasmo degli estimatori dell’autofiction, che certi particolari dell’inside joke sapranno sicuramente cogliere. Eppure quest’interpretazione potrebbe essere smentita facilmente dalle stesse parole dell’autore, che tra storie vere e finzionali non ha mai trovato grosse differenze, poiché “tutte, essendo raccontate, sono diventate fiction” (Fiction, 2001). E mi sento di concordare pienamente.

Il male privato

Nel 1998 la raccolta Il male naturale di Giulio Mozzi fu letta anche dal deputato della Lega Oreste Rossi che annunciò “una precisa interrogazione parlamentare […] per bloccare chiunque pubblicizzi cose del genere” (sic!). L’onorevole ribadiva involontariamente quanto sia scandaloso il male pubblico e non invece e soprattutto il male tout court. Non so come andò a finire, ma anche dentro Le Ripetizioni, la vicenda tra Santiago e Mario, ha qualcosa di estremamente violento, persino demoniaco. Si tratta a mio avviso di altissima intensità narrativa: la mostruosità è costruita per accumulazione, l’eccesso sessuale è eccessivo quanto e forse più che nell’Opus Pistorium di Henry Miller. Ma se Miller giocava col romanzo picaresco, Mozzi molto più seriamente sembra fare una dichiarazione: se “il male è naturale, c’è e non ha a che fare con la colpa”, è anche vero che si può scegliere, limitatamente, se abiurarlo o accoglierlo. Ricapitolando, se la vita – per dirsi tale – ha bisogno d’intreccio, una descrizione realistica non può sfuggire al lato intrinsecamente mostruoso e malvagio della vicenda. Le ripetizioni di Mozzi fanno e ricordano anche questo, grazie e soprattutto al livello privato della storia, cioè, nel momento in cui si spengono le luci e nessuno guarda.

costruttori – corso di scrittura

CHE COS’È

Siamo abituati a credere che ci siano persone fantasiose e altre razionali, che tra le scrittrici e gli scrittori ci sia chi va di scaletta e chi naviga a vista, ma l’invenzione di una storia è sempre il frutto di tutti gli aspetti della nostra personalità. Imparare a riconoscere le potenzialità della nostra logica e quelle della nostra emotività, capire quando è il momento di far prevalere l’una o l’altra, è il primo passo per liberare la creatività.

Tracceremo il percorso che dalle prime intuizioni porta alla costruzione di una storia grazie a un metodo di lavoro che consente di dare libero sfogo al nostro immaginario emotivo, incanalandolo in un progetto concreto. Iniziare a scrivere sul serio è come intraprendere un viaggio in cui si è padroni dei propri mezzi e ci si può quindi permettere il lusso di lasciarsi andare, sperimentare fin dove il viaggio ci conduce, perché quando ce ne sarà bisogno avremo gli strumenti per ritrovare la rotta.

Se è vero che attraverso la scrittura desideriamo scoprire la nostra voce d’autore, coltivarla per metterla al servizio del raccontare, e che per raccontare ci vuole tecnica, è vero anche che qualsiasi tecnica, diagramma, schema o esercizio che non sia preceduto da un lavoro di scavo nel nostro subconscio autoriale, renderà le nostre pagine fiacche e le nostre parole posticce.

La scrittura è il mezzo per raccontare una storia, ma deve farlo attraverso il denudamento del suo autore, portandolo alla più importante rivelazione per un aspirante scrittore: di cosa voglio parlare, cosa m’interessa veramente?

Scopriremo che l’unica vera differenza tra una poetica autentica e le pagine prodotte da mille altre professionalità che con pari capacità ed esperienza maneggiano le parole (gli editor, i copywriter, i ghostwriter, ecc) è il coraggio: quello di mettersi in gioco, di affrontare il proprio retaggio sociale e familiare, di toccare (e sfruttare) i propri nervi scoperti.


COME FUNZIONA

Gli incontri in classe saranno 12.

Ogni incontro durerà 2 ore, per un totale di 24 ore di laboratorio.

Tutto si svolgerà in una classe virtuale, in diretta online, perché la buona scrittura non può farsi fermare dalla geografia.

  • La prima parte di ogni lezione sarà dedicata alla pratica della scrittura.
  • Seguirà la parte teorica dedicata ai principi drammaturgici di base (la costruzione dei personaggi, l’idea di controllo, i punti di vista, la trama e la struttura della storia, il worldbuilding).
  • Alla fine di ogni incontro sarà assegnato un compito da svolgere nell’arco della settimana e verrà proposta la lettura analitica di un racconto breve.

QUANDO E DOVE

Dal 10 marzo al 26 maggio 2021.

Ogni mercoledì, dalle 19 alle 21 (per diverse esigenze si troverà un accordo con la classe).

Tutto si svolgerà in una classe virtuale, in diretta online.


CALENDARIO DEGLI INCONTRI

10 febbraio, lezione 0. Aperta e gratuita. Per prenotarsi scrivere a ilibrideglialtri@gmail.com

10 marzo, lezione 1. La pratica della scrittura: addestramento alla creatività, allenamento alla scrittura.

17 marzo, lezione 2. Ridiventare animali: imporsi profondità, andare alla radice dei nostri pensieri primari.

24 marzo, lezione 3. Maledetta famiglia: come affrontare il nostro retaggio e come ammaestrare questa incredibile riserva di energia drammatica.

31 marzo, lezione 4. Autopsia di una pagina: scene azione, scene dialogo, scene sommario.

7 aprile, lezione 5. Silenzio, il lettore ti ascolta! Il punto di vista e la voce narrante. Il narratore e il narratario.

14 aprile, lezione 6. Tutto il resto è noia: la storia che ho scritto non è la mia vita, la storia che ho scritto sono io.

21 aprile, lezione 7. Qualcosa sta cambiando: il romanzo, il racconto e la logica della trasformazione.

28 aprile, lezione 8. Nato Cresciuto Pasciuto: i tre atti, la trama e i punti di svolta: impariamo a non fare di questi utili strumenti delle gabbie.

5 maggio, lezione 9. Altro che eroe! L’anima della storia: il protagonista, anzi, i suoi demoni.

12 maggio, lezione 10. Andare incontro all’ignoto: il protagonista come perno attorno al quale far ruotare tutti gli altri meccanismi della storia.

19 maggio, lezione 11. La scrittura come mistero svelato: dall’idea generica alla premessa narrativa; poi soggetto e scaletta fino ad arrivare alla prima stesura.

26 maggio, lezione 12. Lo scrittore al lavoro: quotidiano creativo e discussione sul metodo di lavoro che ogni studente ha sviluppato. Assegnazione di obiettivi e consigli pratici per le successive settimane di lavoro.


CHI CONDUCE IL CORSO

Luca Mercadante
Menzione speciale della Giuria della XXX edizione del Premio Italo Calvino per il romanzo Presunzione, Minimum Fax. È autore, con Luca Trapanese, di Nata per te. Storia di Alba raccontata tra noi, Einaudi. Suoi racconti sono apparsi su Cadillac, Inquieto D’Anzia, Colla, Granta Italia. Tiene corsi di scrittura a Formia, Napoli e online.


INFO

Per qualsiasi informazione scrivici! ilibrideglialtri@gmail.com

“SanPa”: un’analisi testuale del documentario

Durante il primo episodio della seconda stagione di Dear White People, Sam White si trova nel pieno di un dibattito sulla neutralità o meno della forma documentaristica. Per avvalorare la sua tesi, la vediamo a cercare online “Documentari che non sono propaganda”.

La ricerca non dà nessun risultato. 

La scena iperbolica svolge la duplice funzione di punchline comica (Dear White People, per chi non lo sapesse, è una comedy brillante, molto tagliente e ben scritta) e di gancio per il dialogo successivo, in cui Sam afferma che non è tanto l’obiettivo del documentario in sé a dover essere più o meno palese, quanto il nostro sguardo a doversi mantenere il più aperto possibile rispetto alla complessità della verità in senso ampio, che include anche le verità non dette. 

Ecco, quello che dice Sam mi ritrovo a ripetermelo ogni volta che approccio un documentario, di qualunque tipo e argomento. Lo guardo mantenendo sempre un piede fuori dalla porta, per timore di essere trascinata dal meccanismo di “educazione veicolata”, di manipolazione, che si può innescare. Questo per quanto riguarda l’aspetto contenutistico. Ma il mio primo interesse va sempre, sempre, alle narrazioni. Al modo, più o meno efficace, in cui quei contenuti vengono veicolati. Quello che cerco nella narrazione documentaristica non è la neutralità, che non mi è mai sembrata (in nessun caso) un valore assoluto da rincorrere a tutti i costi, bensì la possibilità di valutare più punti di vista possibili senza l’imposizione di uno sguardo unico. 

Ecco, è prima di tutto dentro questo discorso che SanPa mi è piaciuta. Molto. 

SanPa: un’infinità di materiale d’archivio in cinque ore di miniserie

La miniserie di Gianluca Neri è comparsa nella home di Netflix il 30 dicembre scorso, improvvisamente, a chiusura di un anno assurdo, in un momento in cui nessuno avrebbe mai previsto si sentisse il bisogno di affrontare un capitolo così doloroso della storia italiana. Eppure da una settimana non si parla d’altro. 

Si tratta di un progetto lungo, elaborato dall’ideatore negli ultimi due anni e sviluppato, grazie a Netflix, con modalità di ricerca e lavoro molto precise e rigorose. Lo racconta lo stesso showrunner in un’ottima intervista che potete leggere qui (dove si fa riferimento anche ad alcune scene lasciate fuori). “Potevamo fare altre tre serie con il materiale che c’era”, dice Neri. Materiale passato al vaglio in una writers room “all’americana”, elaborato dalla regista documentarista Cosima Spander e dal montaggio di Valerio Bonelli. 

Interviste, foto d’archivio, filmati d’epoca, pochissime ricostruzioni narrative, uso sapiente delle ambientazioni, una regia discreta che si prende il giusto tempo, senza affrettare la visione nella tentazione del mistery drama, modalità dentro cui spesso i documentari ricadono (anche quelli che parlano di cibo o malattie). 

Talvolta la realtà supera ogni immaginazione, espressione tediosa per riassumere come i fatti reali non hanno il senso compiuto e “necessario” di quelli immaginari, avvengono in maniera random, inaspettata, con colpi di scena posizionati quasi sempre al momento sbagliato. La qualità di SanPa sta proprio nel riuscire, in 5 episodi, a condensare, riordinare, strutturare la realtà mantenendo lo spettatore agganciato ai saliscendi della storia, tra colpi di scena, cliffhanger, momenti di forte drammaticità e altri in cui raffreddarsi per continuare a seguire una trama che ruota tutta intorno a un personaggio centrale. Tutto questo senza l’ausilio di una voce narrante esterna, di un narratore unico interno alla storia, o di eccessivo uso di musica e ricostruzioni drammatiche (a parte l’utilizzo didascalico di alcune scene di cui non parlerò). 

L’uso della forma: genere o contenitore? 

Un documentario è una sorta di scavo archeologico, in cui si raccolgono pezzi su pezzi provando a rimetterli insieme nelle modalità più coerenti possibili. Il risultato non è detto sia perfettamente aderente alla forma d’origine di quei pezzi, ma è una lente attraverso la quale osservarne la storia. In questo caso, le voci dei personaggi -Walter Delogu, Andrea Muccioli, Fabio Cantelli, Vincenzo Andreucci, Red Ronnie- colmano i video d’archivio montati a raccontare la storia, con le loro interviste che fanno non solo da commento critico, ma vanno anche a riempire i vuoti, talvolta confermando, talvolta contraddicendo le immagini. La relazione con lo spettatore si costruisce sul piano della realtà (storica e personale) e non su quello dell’immaginario, e questo crea un coinvolgimento unico, un’empatia che non ha pari in termini di profondità (ecco perché Making a Murderer, Tiger King, Wild Wild Country sono tra le serie con i rating più alti su Netflix).

Nel video che si trova tra i contenuti speciali di SanPa su Netflix, Carlo Gabardini racconta di come alcuni degli intervistati abbiano ringraziato la troupe alla fine del girato dicendo che erano trent’anni che aspettavano di poter raccontare la propria storia. Perché talvolta è possibile capire cosa è successo solo attraverso il racconto, e questa è, al di là del risultato finale, una possibilità che il documentario consente: è un megafono. 

Ma soprattutto, documentare è, sempre, un tentativo di catturare il caos della realtà e dargli una struttura significativa, abbracciando anche i ritmi anti-narrativi che questa realtà può avere, piegando la scrittura al materiale, senza produrlo, e provare a smussare gli spigoli nella struttura compiuta di una storia. Questo lavoro è costantemente caricato di ambiguità e pericoli, anche etici, ecco perché i risultati migliori si ottengono abbracciando le incongruenze, le crepe della realtà, in un racconto multistrato che produce domande e dibattito più che risposte e certezze. In questo, SanPa riesce superbamente. Basta osservare quello che ha scatenato in termini di conversazione collettiva. 

Altro aspetto formale che la miniserie manifesta è la possibilità di essere un contenitore di generi, di muoversi tra codici diversi senza mai perdere il centro del discorso, in un sapiente uso della forma nelle dimensioni dell’intrattenimento funzionante e avvincente, consapevole nell’uso di quell’empatia di cui parlavo prima.

SanPa, l’epopea di un eroe tra distopico, crime e biopic.

L’abbiamo già visto succedere in Wild Wild Country, la storia della comunità dei discepoli di Osho, che prende una piega sempre più cupa man mano che questa si allarga, si espande, aumenta di dimensioni e spessore. Una vicenda, sotto molti aspetti incredibilmente simile a quella di SanPa, che viene narrata ordinando i fatti in un’escalation dosata in maniera sapiente e con la giusta costruzione temporale. In SanPa accade la stessa cosa. Come nella migliore tradizione distopica, il punto di partenza è sempre il sogno di un mondo alternativo migliore, del bene che trionfa, della dimensione comunitaria che ristabilisce un ordine rotto. Eppure, man mano che la struttura piramidale si espande e si innalza, la distanza tra la cima e la base si allarga, e le cose cominciano ad andare male. Quello che però risulta chiaro a fine visione, e in tutte le narrazioni distopiche di questo tipo, è che laddove c’è un sogno di comunità che ruota intorno al leader carismatico di turno, questo sogno può funzionare solo finché i “discepoli” restano un’unica massa unificata e uniformata, disciplinata e obbediente, che non trasgredisce né mette in discussione l’autorità. L’unica individualità che ha diritto di esistere è quella del protagonista al vertice. Le altre sono solo accessorie. Alla fine della serie sappiamo che, attraversando discorsi sulla tossicodipendenza, sul ruolo della società, sul concetto di terapia in generale, abbiamo assistito al crollo di un eroe: Vincenzo Muccioli. Sua è la vicenda crime, che procede per cliffhanger al termine di ogni episodio (le catene, la cassetta), passa dalle immagini del cadavere di Maranzano al terrificante video dell’anello, scena in cui il personaggio di Muccioli praticamente nega l’esistenza dello stupro, tutto attraverso un racconto che è un po’ biopic dai toni epici, con alcune discese oscure degne di un buon horror. 

Vincenzo Muccioli: un personaggio da serie TV complessa.

Il primo episodio si apre sulla voce e sul volto di Muccioli che parla a una platea. Nel giro dei primi cinque minuti, entriamo in un vocabolario che si muove ai margini del religioso: miracolo, eden, salvatore. La glorificazione di Muccioli è il nostro punto di partenza. Una figura cristologica, messa in parallelo con Gesù, che “raccoglie” i ragazzi come gli apostoli erano pescatori di anime, salvatore degli ultimi, della “feccia della società” che da lui veniva riportata a nuova vita. L’arco della sua storia si srotola in 5 episodi dai titoli espliciti: Nascita, Crescita, Fama, Declino, Caduta, che più che riferimenti alla comunità sotto la gestione del suo creatore parlano di lui, perché come ci viene detto nei primi minuti della serie: “la comunità era costruita a immagine e somiglianza di Vincenzo”. 

Muccioli si stabilisce dall’inizio come un personaggio complesso, un uomo dal passato inquieto e dalle origini umili, alla costante ricerca dell’affermazione della propria importanza, della propria portata nel mondo. Un’ego famelico, che trova rappresentazione anche nella fisicità del personaggio: un omone dallo sguardo penetrante e dalla fame vorace (qui potrei aprire un capitolo a parte su come viene affrontata in maniera alquanto superficiale la questione del palese DCA di cui Muccioli soffriva, ma non lo farò). La serie, più che un’operazione di scavo sulla storia della comunità, è un’analisi approfondita di questo personaggio che ci viene raccontato con toni costantemente ondivaghi, tra l’esaltazione mistica e il racconto di un despota egomaniaco, un leader padrone e accentratore che aveva stabilito un governo che non prevedeva alcuna obiezione, alcuna alternativa alla sua idea. Il suo “esercito” è costituito da una categoria di persone al di là della semplice fragilità e necessità, sono persone che suscitano rifiuto, anche da parte delle famiglie. Quello che viene fuori dalla serie è che questo personaggio è riuscito a colmare il proprio bisogno di centralità, il proprio universo fatto di persone fragili, reietti, una miriade di ragazzi rifiutati dalla società borghese, proprio perché andava a inserirsi in una spaccatura interna a quella stessa società. Di fatto, la comunità chiusa risolve prima di tutto un problema familiare, sospendendo il dolore, la vistosità del problema, allontanandolo, delegando la punizione a qualcun’altro, senza doversene fare davvero carico con tutti i problemi e le difficoltà che un approccio terapeutico/inclusivo comporta. In questo, Vincenzo Muccioli rappresenta questo paese: patriarcale, arcaico, paternalistico, moralista, infestato dal desiderio dell’uomo forte, del leader carismatico che risolva i problemi, senza un vero senso sociale. 

Se l’antieroe a cui la serialità ci ha abituato è in genere un personaggio dalla moralità dubbia e dalle caratteristiche riprovevoli immediatamente palesate, a cui ci appassioniamo perché man mano la scoperta innesca un meccanismo di ricerca della redenzione, una possibilità di umanità sotto la superficie, la figura di Muccioli non coincide con quella dell’antieroe quanto piuttosto di un dio di cui assistiamo al crollo. Tutto quel carisma, quell’imbarcarsi nell’impresa, la virtù implicita nell’obiettivo, si sfaldano man mano che si smonta la figura pubblica di Muccioli attraverso le scene dei processi e dei telegiornali d’epoca. E la parabola narrativa scende, per chiudersi, con cura, sugli ultimi fotogrammi, sul lungomare di Rimini. Ed è questo l’ultimo aspetto su cui vorrei riflettere prima di chiudere: l’ambientazione. 

Rimini: un  luna park che genera mostri

Nell’intervista di cui si parla prima, Selvaggia Lucarelli fa notare a Neri come su Netflix siano uscite quasi contemporaneamente sia SanPa che L’incredibile storia dell’isola delle rose, due narrazioni di comunità esterne, alternative allo stato, entrambe a Rimini. Neri sottolinea come Rimini sia una città divisa in due: 

“C’è la città e c’è la macchina del divertimento. Diventa località di villeggiatura a basso costo per gli italiani da Mussolini in poi, quindi si riempie di locali, di strutture di divertimento. Arrivano molti stranieri, si crea una società più cosmopolita, libera, più trasgressiva in un posto relativamente piccolo. In più c’è l’insoddisfazione della provincia che per 9 mesi si spegne e che cerca qualcosa anche nel periodo di blackout.” 

Rimini è una città duplice, una provincia incastrata nel sogno del divertimento per tre mesi all’anno, uno spazio che contemporaneamente si neutralizza e si inverte su se stesso in cui esistono due stagioni: alta e bassa. Pier Vittorio Tondelli descrive questa sensazione di spaesamento magnificamente nel romanzo che prende il titolo dalla città, Rimini, in cui la rappresenta come il luogo assoluto della seduzione di massa: 

“Improvvisamente il cielo di un profondo blu notte si aprì sulla visione della riviera con le strisce luminose delle automobili, i fari, le insegne degli alberghi non più distinguibili se non in confusi bagliori luminosi. […] Poiché se da un lato tutta la vita notturna rifulgeva nel pieno del fervore estivo, dall’altro esistevano solo il buio, il profondo, lo sconosciuto; e quella strada che per chilometri e chilometri lambiva l’Adriatico offrendo festa, felicità e divertimento, […] segnava il confine fra la vita e il sogno di essa, la frontiera tra l’illusione luccicante del divertimento e il peso opaco della realtà.” (p.52)

e ancora più avanti “C’era dunque qualcosa di intimamente artificiale in ciò che aveva attorno, totalmente predisposto”(p.72). La logica del consumo pervade la città, che è luogo di spaccio di sogni e illusioni, che vengono consumate in fretta e a occhi chiusi sulla realtà, su quell’oscurità che sta dall’altra parte della strada. L’illusione del divertimento, l’illusione di un mondo diverso, l’illusione della salvezza.

Rimini è quella che Foucault chiamerebbe un’eterotopia, uno spazio altro, chiuso ma penetrabile, in cui sussiste la sospensione, che svolge una funzione di compensazione, o di illusione, rispetto allo spazio esterno. Il luna park e l’ospedale, per intenderci. Luoghi completi e complessi all’interno, rispecchianti l’esterno ma chiusi, in cui l’accesso è sempre delineato, il vocabolario si arricchisce di parole proprie, in cui si mescolano, talvolta, la fuga e il ritorno, il dolore e la cura, la casa e la dislocazione. 

Come un’isola artificiale a largo della città, in acque internazionali. 

O come una comunità sulla collina. 

People – corso sui personaggi

CHE COS’È

Un corso dedicato alla costruzione e alla decostruzione dei personaggi, pensato per chi lavora a stretto contatto con le storie: per chi scrive (narrativa, drammaturgia, sceneggiatura o altro) o per chi vuole affinare uno sguardo più consapevole davanti ai prodotti di finzione. Analizzeremo e metteremo in pratica gli elementi che aiutano a capire se la costruzione di un personaggio funziona oppure no.

Come creare dei personaggi che siano portatori di complessità? Quali rappresentazioni possono ispirarci? Come riconoscere i cliché e gli stereotipi nei personaggi che abbiamo letto, visto e magari amato? Come immaginare dei personaggi che siano un po’ come delle persone?

Male gaze, descrizioni inverosimili, voci non credibili: siamo consapevoli dello sguardo con cui osserviamo, creiamo e raccontiamo i personaggi di una storia? Cosa accade quando i personaggi che popolano il nostro racconto non ci somigliano (per genere, provenienza, cultura, corporeità) o non aderiscono a una norma già ampiamente conosciuta e codificata? Come evitare che i nostri personaggi siano bidimensionali e ridotti a “portatori di un’istanza”?
Gli approfondimenti a cura delle docenti ospiti forniranno gli strumenti per iniziare a decolonizzare il nostro approccio e affrontare i cliché e i luoghi comuni che affollano il nostro immaginario quando scriviamo e costruiamo storie.


COME FUNZIONA

Gli incontri in classe saranno 8.
Le lezioni includeranno:

  • introduzione al tema, con esempi e condivisione di materiali testuali/visivi
  • esercizi pratici e discussione sugli elaborati
  • consigli pratici per continuare ad allenarsi anche dopo il laboratorio e alcuni suggerimenti per altre letture e visioni

Ogni incontro durerà 2 ore, per un totale di 16 ore di laboratorio.


QUANDO E DOVE

Dal 23 febbraio all’8 aprile 2021.
Ogni martedì, dalle 19 alle 21.
Tutto si svolgerà in una classe virtuale, in diretta online.


CALENDARIO DEGLI INCONTRI

19 gennaio, lezione introduttiva aperta e gratuita (su prenotazione)
23 febbraio, lezione #1: i personaggi come persone: le relazioni umane
2 marzo, lezione #2: viaggio dell’eroina, dell’eroe, archi di trasformazione e altre teorie del complotto

Lezioni di approfondimento a cura delle docenti ospiti
9 marzo, lezione #3: personaggi queer, lgbti e stereotipi (con Antonia Caruso)
16 marzo, lezione #4: personaggi razzializzati e stereotipi (con Djarah Kan)
23 marzo, lezione #5: personaggi disabili e stereotipi (con Elena&Maria Chiara Paolini)

30 marzo, lezione #6: let’s play: character design
6 aprile, lezione #7: streghe, alieni e altre creature fantastiche: i personaggi oltre il realistico
13 aprile, lezione #8: ambientazione, famiglie e altri sistemi


CHI CONDUCE IL CORSO

Primavera Contu ha studiato drammaturgia e sceneggiatura presso la New York Film Academy di New York, si occupa da anni di scrittura per la scena, è copy, formatrice e autrice di progetti, in Italia, Europa e negli USA, che spaziano tra i diversi linguaggi e media. Per I libri degli altri conduce corsi e workshop su dialoghi, personaggi e sull’abbandono degli stereotipi nella scrittura e nella rappresentazione.


CHI SONO LE DOCENTI OSPITI

Djarah Kan è una scrittrice, attivista e cantautrice italo-ghanese, cresciuta a Castel Volturno e basata a Napoli. Ha pubblicato racconti su Gli Asini e Jacobin Italia, e diversi racconti negli Stati Uniti, nell’antologia ufficiale curata dal WCM Project dell’Università dell’Iowa. Ha pubblicato in Italia il suo racconto Il mio nome all’interno della raccolta Future – il domani narrato dalle voci di oggi a cura di Igiaba Scego, (Effequ) e, nel 2020, la sua prima raccolta di racconti brevi Ladri di denti (People).


Antonia Caruso è un’autrice, editorialista e editrice. Si occupa di comunicazione, formazione, editoria e politica trans. Ha scritto, tra gli altri, per Jacobin Italia, Dinamopress, The Vision. Ha pubblicato racconti con Feltrinelli (nell’antologia a fumetti Sporchi e Subito), Golena, Fortepressa, e ha curato l’antologia Queer Gaze: corpi storie e generi della televisione arcobaleno (Asterisco Edizioni). Ha fondato la casa editrice indipendente edizioni minoritarie.


Elena e Maria Chiara Paolini curano Witty Wheels, progetto tra l’auto-fiction e l’autobiografico sul contrasto all’abilismo. Trattano il tema anche in scuole, associazioni e varie realtà professionali, e hanno organizzato corsi per giornalisti sulla narrazione non abilista. Elena ha studiato cinema e drammaturgia, Maria Chiara è sensitivity reader in ambito fiction e non-fiction sui temi della disabilità e dell’abilismo.


INFO

Per qualsiasi informazione scrivici! ilibrideglialtri@gmail.com

Ribellarsi al cinismo. Perché c’è ancora bisogno di “Cuore”

Se vi stabiliscono un dialogo fecondo di suggestioni, i classici, per chi li legge, si configurano come degli «equivalenti dell’universo, al pari degli antichi talismani» (Calvino). Così, portati sempre con sé, possono sortire effetti benefici e domare i demoni interiori. Alcuni meritano di essere spolverati, altri non hanno mai smesso di stare appesi al collo di qualcuno, ma tutti, se lucidati, risplendono di una bellezza più viva. Da dove nasce la loro magia?

In una memorabile pagina di Fahrenheit 451, Ray Bradbury scriveva che si ha letteratura laddove, come sotto il vetrino di un microscopio, si possa osservare, in fiumane in infinita profusione, la vita scorrere, pullulare, pulsare.

Cuore, il libro che intende(va) preparare i futuri cittadini come soldati della patria sotto la duplice insegna dell’obbedienza e del sacrificio; che a fronte del buon Garrone pone l’elemento dialettico rappresentato da Franti, antitesi contrassegnata da perfidia e sottolineatura del ridicolo e simbolo parimenti dell’aspetto (incorreggibilmente?) tragico del reale; che mette davanti ai fanciulli, rinfrescandone allo stesso tempo il ricordo ai “grandi”, quelle virtù disprezzate da chi è incapace anche solo di concepirsele nell’animo; che ottimamente segue il Manzoni del parlato con il suo italiano mondato di regionalismi estremi, ricercatezze e contorte torniture della frase, per mimare quella lingua da tema in classe di uno scolaro di circa dieci anni (la cui competenza nello scritto corrisponderebbe oggigiorno a quella di un liceale, o per dir meglio, di un liceale che ci sappia fare con la penna) che redige un diario; che secondo l’impeccabile prefatore all’edizione Mondadori, Gilberto Finzi, non va letto solo in quanto opera d’arte e di letteratura, ma anche come

un amalgama di concezioni e ideologie, una concrezione di morale e pedagogia, di realtà concreta e di enfasi retorica, di storia patria e di utopie sociali e di buona volontà borghese, presto modificata in socialista (p. xxiv);

libro che, non si esita ad ammetterlo, qua e là fa venire i lucciconi e scuote nell’intimo, oggi come ieri, un gran numero di lettori, ne sconvolge i sentimenti più profondi e complessi (illusione in cui ci si culla e che fa ancora credere un poco nell’umanità), scopo (o uno degli scopi) questo, o funzione più propria (o una delle funzioni più proprie) della grande letteratura, a detta di Abraham B. Yeoshua, lettore di De Amicis di cui, nella detta edizione, si trova un’illuminante postfazione:

Provo gratitudine verso l’autore per quel pianto a cui attribuisco un grande valore letterario. […] Io non piango per il personaggio ma per me stesso, dopo che questi si è insinuato in me ed è diventato parte della mia personalità. Il fine supremo della letteratura è […] un’immedesimazione che permette di recepire le cose in maniera molto più profonda

(p. 284: tesi che a pensarci si trova verificata da una moltitudine di esempi);

Cuore – dicevo – pulsa, in ambo i sensi: pulsa ancora e continuerà a battere per un pezzo se ci saranno petti disposti ad accoglierlo.

Perché vanno bene le letture paradossali, e ci stanno i risolini, e ben vengano persino i veleni di celebri penne novecentesche. Nondimeno, tutto ciò dovrebbe aver immunizzato il lettore di oggi, prevenendolo dal pericolo di farsi possedere da punti di vista sedicenti illuminati e scaltriti, e dovrebbe averlo oramai reso più che avvertito. Consapevole, soprattutto, che il contrario della poesia non è la prosa, è il cinismo.

Occorre ribaltarlo, questo cinismo. Frasi deamicisiane come:

Pronuncia sempre con riverenza questo nome (“maestro”) che dopo quello di padre, è il più nobile, il più dolce nome che possa dare un uomo a un altro uomo.

potrebbero risultare retoriche, ma racchiudono il senso di che cos’è l’istruzione, di quale valore abbia per il singolo e la comunità («Chi apre la porta di una scuola chiude una prigione» affermava Victor Hugo, grande autore pure tacciato a volte da taluni di esagerazioni retoriche, ma che coglieva icasticamente nel segno), il che è tornato evidente con drammaticità in un anno, come l’ultimo appena trascorso, in cui la scuola è stata portata avanti fra mille impedimenti, con Dad e adattamenti logistici, tanto che ne è risultato un significativo ammanco di ore scolastiche, oltre che, in presenza, la quasi impossibilità di prevedere attività di gruppo o in coppia. Una situazione sofferta da molti, anche, consapevolmente o no, da chi la scuola la ama meno.

Occorre ribaltare il cinismo e guardare con sospetto all’uso del termine buonismo per dileggiare gli altrui comportamenti. L’ipocrisia è un pericolo, è vero, ma non ci deve far dimenticare che la bontà può esistere ed essere celebrata, pure con la retorica se serve; retorica che, in principio, era fondamentalmente l’arte del bel dire (e De Amicis i fatti e le idee li esprime egregiamente). Così non devono meravigliare gli inni alla scuola, ai genitori, alla patria, ai buoni sentimenti. Dovremmo chiederci piuttosto: perché, oggi, non li sopportiamo più?

Ogni epoca ha la sua sensibilità e i suoi valori, nonché la sua retorica. Una forza di Cuore, che è anche ciò che la rende nonostante tutto un’opera che resiste a epoche diverse, è che si fonda su degli archetipi ed esprime concetti ed emozioni universali. Chiunque di noi è stato, o ha avuto come compagni di classe, un Enrico Bottini, un Derossi, un Franti, un Garrone. Tutti ammiriamo il Piccolo scrivano fiorentino o la Piccola vedetta lombardo. Per quanto retorici e stucchevolmente didascalici i loro racconti ci possano sembrare. Tutti ci commuoviamo, ci indigniamo, di fronte alla sofferenza o all’ingiustizia. Se abbiamo coraggio (etimologicamente: cor habeo), se abbiamo cuore.

5 libri a tema x 8 liste= 40 consigli di lettura per Natale e non

Lista di 5 manuali di scrittura, redatta da Valentina Grotta

La scrittura non si insegna, di Vanni Santoni, Minimum Fax

La sempre intrigante questione se seguire una scuola di scrittura serva o meno (tema affrontato ampiamente qui) riceve in questo libro una serie di risposte, alcune inedite. In più vi troverete l’elenco più completo (secondo Vanni Santoni) delle opere che dovreste leggere se volete fare il mestiere dello scrittore.

Naviga le tue stelle, di Jesmyn Ward, trad. Alessio Forgione, NN editore

È il discorso pronunciato da Jesmyn Ward alla cerimonia di consegna dei diplomi alla Tulane University, dove insegna. È la testimonianza di un percorso di vita fatto di difficoltà, rinunce e paure, condensate in un talento vero, capace di creare storie di grandissimo impatto. Il libricino è illustrato da Gina Triplett come una favola della buonanotte.

Leggete e moltiplicatevi, di Romina Arena, Rubettino

Scrivere sì, ma anche leggere richiede un certo impegno. Siamo più abituati a farlo a scuola, ma cosa ci insegnano davvero? Sono dell’opinione che quanto appreso al liceo lasci più frustrazioni che strumenti. Ricominciare a studiare, anche da grandi o da giovani ma con manuali di diverso tipo può essere il segreto per avere strumenti più efficienti nella nostra vita di lettori e di scrittori.

Oracolo Manuale per poete e poeti, di Giulio Mozzi e Laura Pugno, Sonzogno

Abbiamo parlato qui dell’Oracolo per scrittrici e scrittori di Giulio Mozzi, ma questo è per le poete e i poeti. I quali hanno forse una vita più difficile rispetto agli scrittori di narrativa, o forse meno, dipende dai punti di vista. Entrambe le categorie, però, possono trovarsi dinanzi alla pagina bianca, a un muro di buio espressivo. Poete, poeti! Sfogliate l’oracolo per superare il blocco!

Tieni presente che, di Chuck Palahniuk, trad. Silvia Albesano, Mondadori

Credo che i libri più belli sulla scrittura siano quelli i cui consigli e aneddoti possano valere in egual misura sia per la scrittura che per la vita. Lo sono i consigli di David Foster Wallace, di Carver, di Jasmine Ward, di Patricia Highsmith. La vita di Palahniuk è un romanzo e i suoi consigli di scrittura sono, in tutto e per tutto, consigli di vita.

Lista di 5 nonfiction per riscrivere il mondo, redatta da Chiara M. Coscia

Se anche voi avete trascorso quest’anno indugiando più o meno convinti tra una cocciuta e irrisolvibile tensione ottimista e il vago sentore di vivere già nell’apocalisse ormai certa, capirete la mia spinta verso la ricerca di una nuova narrazione, intesa proprio come narrazione della Storia, e non delle storie, che se la cavano già benissimo. Ecco allora una scelta di scritti più o meno illuminanti, sicuramente stimolanti, per provare a capire meglio sia il presente che le sue possibili alternative. Perché sì, ce ne sono. Basta decidere di dedicarsi alla riscrittura.

Non sprechiamo questa crisi di Mariana Mazzucato, trad. D. Cavallini, Laterza

Economista di fama mondiale, Mazzucato analizza lo stato delle cose con sguardo lucido, esortando a non percorrere la via tentatrice, del “ritorno alla normalità” ad ogni costo, bensì sfruttare la crisi esplosa con il COVID 19 per ripensare i modelli di sviluppo occidentali. Riconoscere quindi che il capitalismo così com’è ha smesso di funzionare e riscriverne la struttura.

Materialismo Radicale: itinerari etici per cyborg e cattive ragazze, di Rosi Braidotti, Meltemi

Un testo del 2019 quanto mai attuale. Braidotti ci pone di fronte alla possibilità di un’etica affermativa che parte dal corpo e dal collettivo, in opposizione all’individualismo isolazionista, e lo fa con l’esempio delle “cattive ragazze”: dalle Riot Grrrls alle Pussy Riot, le cyborg eco- femministe e le attiviste antirazziste.

Nomadland, di Jessica Bruder, trad. Giada Dano, Edizioni Clichy

La povertà negli Stati Uniti significa talvolta dover scegliere tra un tetto sulla testa e un piatto a tavola. Un’inchiesta che parte dall’estremo smantellamento del Sogno Americano e che dalle sue macerie scorge una comunità umana, resistente e solidale.

Caste: The Origin of Our Discontent di Isabel Wilkerson, Allen Lane

Un libro che prevedo arriverà presto anche in traduzione italiana. Per capire tutto quello che è successo negli USA quest’anno. Sì, si parla di razzismo, di classe, e di caste in senso lato.

Una nuova storia (non cinica) dell’umanità di Rutger Bergman, trad. Maria Cristina Coldagelli, Feltrinelli

Per finire, dopo questa lista più o meno angosciosa, un libro dai toni ottimisti che possa farci guardare con occhi speranzosi all’umanità. Perché sì, perché la gentilezza salverebbe il mondo se le concedessimo la possibilità.

Lista di 5 titoli di autori dimenticati ma recensiti molti anni fa da importanti critici letterari, redatta da Luigi Loi

Questa lista sarà una doppia verifica: sulla bontà dei giudizi critici e sulla bontà del futuro, che tutto livella, sperando non s’impegni troppo come quest’anno. E quindi, allegria:

Il piatto piange, di Piero Chiara, Mondadori

Tanti anni fa vidi Regalo di Natale, da allora spero di trovare una storia di poker che sia all’altezza di quella di Pupi Avati. La partita di poker di Chiara è degli anni trenta, sul lago Maggiore “dove la vita scorre lenta tra tavoli da gioco, bordello e situazioni tra le più disparate”. Promette bene, speriamo mantenga.

La facoltà di cose inutili, di Jurij Dombrovskij, Einaudi

Come sopra, spero di trovare qualcosa che possa rivaleggiare con I racconti di Kolyma di Šalamov, se non nello stesso campionato, almeno nello stesso sport: verità umane e grottesco. Il romanzo di Dombrovskij non fu pubblicato in URSS, ma fu pubblicato in Francia. Dombrovskij che era sopravvissuto ai lager staliniani, morì a Mosca nello stesso anno.

Il quinto evangelio, di Mario Pomilio, L’orma

Classico caso di coro unanime, “libro bellissimo e stupendo”, che si traduce in “nessuno lo ha letto davvero”. 

Ore di città, di Delio Tessa, Einaudi

“Tessa portava timidamente al giornale certi suoi articoletti buttati giú alla brava su figure o momenti o scorci della città, che poi venne intitolando Ore di Città e che eran pieni di un suo malinconico umorismo in punta di pennino”. Lo leggerò perché: ho simpatia per i giornalisti poveri, mi piacciono i racconti di certe ambientazioni milanesi, mi piace scoprire chi scrive le quarte di copertina, e questa in punta di pennino era proprio bella.

In exitu, di Giovanni Testori, Feltrinelli

Ai miei tempi (sic!) una lettura obbligatoria alle scuole medie era I ragazzi dello zoo di Berlino. Il sotto testo edificante di quel libro verità era “ragazzi, la droga non fa bene, non sprecate la vostra vita”. L’avvertimento sul proibito diventava curiosità su quanto si potesse sprecare davvero la vita. Che schifo il paternalismo! Questo libro di Testori invece sembrerebbe privo di paternalismo e scritto con vero interesse e compassione: “Gino Riboldi consuma gli ultimi momenti della propria vita in un angolo della Stazione Centrale”. Sarà così?

Lista di 5 titoli weird, il termine più abusato negli ultimi anni dopo resilienza, solo meno tatuato, che però ci concede ancora libri di inusitata bellezza, ferocia e ironia, redatta da Giacomo Faramelli

Come se quest’anno non sia stato già abbastanza weird ho rimpinzato me stesso con incursioni in mondi abitati da creature lugubri, deviazioni dal consueto e conosciuto flusso della storia, in altre parole: distopie! Ecco una piccola lista di tesori che condivido volentieri con voi. Cominciamo con due libri tratti dalla collana Altrove, che nei miei due umili spicci è stata una delle cose editoriali più innovative mai apparse in Italia. Peccato sia stata chiusa, io e l’armata distopica ne sentiremo la mancanza.

L’invenzione degli animali, di Paolo Zardi, Chiarelettere

Una storia feroce, ambientata in un futuro imminente e oscuro in cui l’Europa è tagliata in due, dilaniata da proteste sociali, e dominata dalla più grande azienda mai esistita. Un thriller fantascientifico in cui temi etici e scientifici si intrecciano alla vicenda umana della giovane scienziata italiana Lucia Franti, un’eroina femminile tratteggiata con straordinaria vivacità dalla lingua ricca e sempre esatta di Paolo Zardi.

Furland, di Tullio Avoledo, Chiarelettere

Ancora un futuro imminente e lugubre per l’Europa dei nuovi anni ’20. Il Friuli è diventato un enorme parco a tema storico in cui gli Onorevoli Ospiti possono compiere qualsiasi atto in ambientazioni tra le più varie: villaggi celti, Cividale al tempo dei longobardi, la Trieste asburgica, una landa nazista. In questo scenario il protagonista Francesco Salvador, di professione tenente nazista, deve indagare sui sabotaggi alle attrazioni che Zorro, così si fa chiamare il guastatore, sta compiendo ai danni di Furland. Con uno stile caustico, a tratti feroce ma spietatamente fissato nella nostra contemporaneità, Tullio Avoledo ci conduce all’interno del più grande parco giochi del mondo, la storia, così somigliante alla parte più oscura di ogni essere umano. 

Qualcosa, là fuori, di Bruno Arpaia, Guanda

Asciutto e spietato come le pianure inaridite dell’Europa meridionale che descrive, il romanzo di Arpaia è la cronaca dettagliata della vita di Livio Delmastro, anziano professore napoletano di neuroscienze. A causa degli effetti del cambiamento climatico, il protagonista intraprende un pericoloso pellegrinaggio per la salvezza alla volta della Scandinavia, unica terra ancora dotata di acqua a sufficienza per la vita. Scienza, politica e istanze sociali si mescolano con naturalezza grazie alla maestria di Arpaia, in questo appello all’azione e al rispetto nei confronti del nostro pianeta e degli altri. 

2084, la fine del mondo, di Boulem Sansal, trad. di Margherita Botto, Neri Pozza

Un libro che mi ha lasciato perplesso e dubbioso fino all’ultimo ma che mi ha convinto grazie alla mappa politica e teologica dell’Abistan, lo sterminato stato teocratico planetario, in cui si muove il protagonista Ati. Uno stato-mondo in cui tutto si muove a stento, tra burocrazia e asfissiante controllo inquisitorio, basato sulla manipolazione del linguaggio e l’annientamento della storia precedente del mondo e dell’umanità. Il viaggio di Ati nel cuore dell’Abistan è un viaggio alla radice del problema della religione che diventa stato e politica, per arrivare fino alle domande che agitano il cuore di ognuno di noi e riguardano il senso dell’esistenza stessa.

Undiscovered Country, di Scott Snyder, Charles Soule, Giuseppe Camuncoli, Saldapress

Concludo questa breve carrellata nel futuro con il fumetto più incredibile dell’anno. In un futuro indefinito gli Usa sono spariti: isolati dal resto del mondo per sfuggire a una pandemia globale (il fumetto è stato scritto prima di quest’anno orribile) i leader del mondo libero hanno resistito alla pandemia ma si sono trasformati in un luogo strano e terribile. Ed è in questo luogo inesplorato che un team di scienziati, esploratori e militari dovrà inoltrarsi per cercare una cura alla malattia e risolvere un altro enorme mistero: cosa è successo all’America? Ci sono echi del primo Saunders, la spietatezza di The Walking Dead (fumetto), qualcosa di 1997: fuga da New York. Un mix perfetto che dà vita a un bellissimo viaggio in un futuro distorto e allucinato. 

Lista di 5 fumetti tutti accidentalmente scritti e disegnati da autrici, redatta da Francesca Ceci

Mi sono accorta solo scrivendone i titoli che i cinque fumetti che ho scelto sono tutti scritti e disegnati da donne e raccontano storie di altre donne.

Bastava chiedere! di Emma, trad. Giovanna Laterza, Laterza

Letto durante gli scorsi mesi, è un libro di cui si è giustamente parlato molto durante il lockdown primaverile, che attraverso vignette semplici e dirette testimonia il ruolo del cosiddetto carico mentale, di quanto sia presente nella quotidianità delle donne e di quanto ne sia assente anche solo la conoscenza in quella degli uomini.

Feminist art, di Valentina Grande e Eva Rossetti, Centauria

Racconta di donne che hanno rivoluzionato l’arte – dalla performance artist afroamericana Faith Ringgold alla cubana Ana Mendieta – ma anche di corpi, di visioni politiche, di identità

Angela Davis, di Mariapaola Pesce e Mel Zohar, Beccogiallo

Un libro che ci fa conoscere il cammino di una ragazzina afroamericana verso l’attivismo per i diritti civili delle donne e delle POC (People Of Color).

Parle-moi d’amour, di Vanna Vinci, Feltrinelli Comics

Garanzia assoluta. Una collezione di biografie di donne della Belle Epoque.

Pericolose. Il mio diario dal carcere, di Delphine e Anaele Hermans, trad. Sarah Di Nella, ed. Comicout

La storia vera di Valerie Zeze, ex insegnante, tossica, ladra, madre.

Lista di 5 raccolte di microfiction dell’ultimo anno (circa), redatta da Andrea Bricchi

Racconti brevi e straordinari, di Jorge Luis Borges – Adolfo Bioy Casares, trad. Tommaso Scarano, Adelphi

Falsificazioni racchiuse tra brani di grandi opere finora mai isolati e ora qui incastonati per amore dell’evocazione in forma breve. Borges e Bioy Casares hanno voluto inventare una nuova forma di piacere, insegnando come anche nello spazio ristretto di un’iscrizione sia possibile imbattersi nello sbalordimento letterario. Ricorrendo anche alla manipolazione se necessario. Perché nella vertigine delle fonti hanno offerto più di un giocoso depistaggio: la scelta, già di per sé atto forgiativo, nella loro antologia sconfina nella creazione. Fra ameni lacerti, la varietà e la sorpresa sono assicurate da testi apocrifi e pagine (talora poche righe) che non sono che veli dietro cui nascondersi, col suggello di un alter ego nella firma in calce.

Tutti i nostri corpi. Storie superbrevi, di Georgi Gospodinov, trad. Giuseppe Dell’Agata, Voland

Gospodinov, ben consapevole della tradizione minore – in termini di mercato – in cui ha voluto inserire il suo nome, inanella centotré rallentamenti dell’esistenza, brevi esercizi d’ascetismo in cui tenta di mettere ordine nel tempo inesorabile tramite limpide istantanee, ironiche cronache dell’effimero, riflessioni sull’assurdo, nostalgie divertite. Le sue storie durano, per riprendere la sua felice metafora, il tempo di un’immersione. Sono apnee, piccole morti dopo le quali pare di respirare di nuovo per la prima volta.

Fotogrammi di un film horror perduto, di Helen McClory, trad. Stefania Perosin, il Saggiatore

Vivida e inquieta prosa breve, senza molti dialoghi, che vira al rosa. La stranezza maggiore, fra tante teratologie grigie o luccicanti, è quella degli esseri umani. Le pagine scivolano leggere, sono un velluto steso sulla realtà. Eppure il disgusto. Eppure il sangue. Eppure lo svenimento. Storie asfissianti di una quotidianità spappolata, dove gli antagonisti da film horror sono antieroi malinconici. McClory è una cineasta della pagina che ama il frammento: la microstoria lugubre con una spruzzata di pop e un tocco di esistenzialismo. I suoi racconti sono freddi tentacoli che ti avvolgono alle spalle.

Viscere, di Amelia Gray, trad. Stefano Pirone, Pidgin

Questi Gutshots (colpi all’addome) si addentrano nella violenza, mescolando un horror elegante e la vivisezione di vari stati di (in)coscienza. Dai suoi racconti, spesso brevi, è bandito ogni facile sentimentalismo. Le sensazioni che predilige l’autrice sono grottesche e assurde, cucite in uno stile eterogeneo e con un umorismo surreale. La sua penna è un bisturi che cala nelle viscere e con chirurgica precisione incide l’organo pulsante della poesia, facendone fuoriuscire l’umore del cinismo. La voce di Amelia Gray, mai tediosa, già dopo la lettura di pochi racconti riesce inconfondibile.

Microfictions, di Régis Jauffret, trad. Tommaso Gurrieri, Edizioni Clichy

Storie come ferite. Gli esseri rappresentati nelle Microfictions hanno deviazioni, sono protagonisti di piccole vite dalle derive devastanti. La temuta distruzione, scatenando un fremito, potrebbe arrivare a ogni pagina, subdolamente. Ogni esistenza è un minuscolo romanzo, drammatico, frenetico, sconcio. Non di rado è il ritratto di un fallimento. La letteratura – sembra di intuire sottoponendosi a queste cinquecentouno scudisciate – è una perversione combinatoria, una variazione su tema a partire da ossessioni personali e dinamiche ricorrenti. Non è del tutto esatto: sesso e violenza sono ingredienti pressoché inevitabili per delle ricette veloci e gustose come quelle proposte Jauffret.

Lista di 5 libri che parlano di libri, redatta da Giuseppe D’Antonio

Siamo spiacenti. Controstoria dell’editoria italiana attraverso i rifiuti dal 1925 ad oggi, di Gian Carlo Ferretti, Bruno Mondadori

Il “gran rifiuto” della letteratura italiana è questo: Vittorini che “boccia” Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. In realtà, le cose non andarono proprio così e a leggere questo libro di Ferretti si scopre come e cosa successe davvero nella storia editoriale dell’opera. Si scoprono anche le “cattiverie” di Pavese che nelle lettere di rifiuto e nelle schede editoriali non lesinava in insulti e freddure; così come si parla dei rifiuti preventivi per evitare di incorrere nella censura del fascismo. E poi i casi meno conosciuti di Morselli, Camilleri e Tamaro. Insomma, un libro per potersi consolare con una natalizio “sono in buona compagnia”.

Breve storia del segnalibro, di Massimo Gatta, Graphe.it

« […] tra un salmo e l’altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l’indice della mano destra», il dito di don Abbondio nei Promessi sposi è forse il segnalibro più famoso della letteratura italiana. In questo libricino dalla corposa bibliografia e ricco di riproduzioni di quadri da cui spuntano libri e segnalibri, Massimo Gatta illustra usanze e aneddoti curiosi. Uno su tutti: il bibliofilo ed erudito Antonio Magliabechi che per segnalibro usava fette di salame infilate tra le pagine (don’t try this at home).

L’inventore di libri. Aldo Manuzio, Venezia e il suo tempo, di Alessandro Marzo Magno, Laterza

La metto giù facile e un po’ tranchant: se andiamo in giro con libri che hanno quel formato, quei caratteri, quella punteggiatura, quel frontespizio e quell’indice lì lo dobbiamo a quest’uomo qui. Della cui vita, se si eccettua quella professionale, non si sa praticamente quasi nulla. Per fortuna ci ha pensato Alessandro Marzo Magno a fare un po’ di luce, rischiarando le buie tipografie veneziane dove Manuzio visse e operò.

La claque del libro, di Ambrogio Borsani, Neri Pozza

La pubblicità è l’anima del commercio, si sa. E anche del commercio dei libri. Borsani ripercorre e ricostruisce la storia delle promozioni editoriali nei secoli attraverso duelli all’ultimo sangue, lanci clamorosi, eventi straordinari e testimonial insospettabili come Hemingway e Mark Twain. Fino ai modernissimi influencer che si battono a colpi di like ed emoticon.

Fuori di testo. Titoli, copertine, fascette e altre diavolerie, di Valentina Notarberardino, Ponte alle Grazie

Un libro che parla di libri. O meglio di come sono fatti i libri, ma non dentro: fuori. Ma anche di lato, e dietro. Insomma, un libro “meta-libro” che vi conduce con leggerezza nel paludato mondo degli ipertesti e dei peritesti – titoli, copertine, risvolti, fascette, ringraziamenti, dediche, indici… – accompagnandovi con gustosi aneddoti raccontati dalle voci dei protagonisti-scrittori: da chi si scrive da solo le fascette, a chi ha in odio i ringraziamenti, a chi dedica mesi per trovare l’epigrafe giusta.

Lista di 5 libri che raccontano di pratiche artistiche, rivoluzioni, diaspora, (post)colonialismo, resistenze e commistioni, redatta da Primavera Contu

Mediterraneo Blues: musiche, malinconia postcoloniale, pensieri marittimi, di Iain Chambers, trad. Sara Marinelli, Tamu Edizioni

La storia dei sud del mondo -che esistono anche nelle grandi città del nord del mondo- raccontata attraverso i ritmi e i suoni. Dalla sperimentazione elettronica alla trap, Iain Chambers indaga i percorsi delle musiche che “non rispettano i confini nazionali”, per parlare (anche) di cittadinanza, democrazia, identità. Una nuovissima edizione, riveduta e ampliata, di un libro uscito per la prima volta otto anni fa.

Legami di Sangue, di Octavia E. Butler, trad. Veronica Raimo, BigSur

Viaggi nel tempo, fiction speculativa, racconti di schiave e schiavi dell’ottocento americano: apparentemente un po’ lontano dai soliti generi letterari nei quali mi rifugio, Legami di Sangue è in realtà una delle storia più vicine al sentire contemporaneo che potessi trovare, che riguarda la coscienza, anche di classe, e il concetto stesso di privilegio. Se il titolo mi ha attratta, l’incipit mi ha convinta: “L’ultima volta che sono tornata a casa ho perso un braccio, il sinistro. E ho perso circa un anno di vita e molto del benessere e della tranquillità a cui non avevo dato alcun valore fino a quel momento”.

Oreo, di Fran Ross, trad. Silvia Manzio, BigSur

La prima cosa che si legge aprendo questo libro, subito dopo il titolo, è:

Definizione di Oreo: persona nera fuori e bianca dentro
Oreo, ce n’est pas moi. — Fran D. Ross
Una storia verosimile. — Flaubert
Burp!* — Wittgenstein
Le epigrafi non hanno mai niente a che vedere con il libro

*Ogni singola parola di questo straordinario filosofo merita di essere ripetuta. [n.d.r.]

Come poteva non conquistarmi? Yiddish, inglese afro-americano vernacolare e tanta scrittura da stand-up comedy: scorre leggero e ingaggia il cervello allo stesso tempo.

S.T.A.R. (Azione Travestite di Strada Rivoluzionarie), di Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson, AA.VV., traduzione e curatela di Clark Pignedoli, bidodici e Ludovico V. Virtù, Edizioni Minoritarie

Fanzine di “Sopravvivenza, rivolta e lotta queer antagonista”. I moti di Stone Wall raccontati da chi li ha vissuti in prima persona, più altri scritti, interviste, contributi. Ordinando la versione cartacea supportate questo neonato e interessantissimo progetto editoriale.

I Want to Be Where the Normal People Are, di Rachel Bloom, Grand Central Publishing

Non (ancora) disponibile nella versione italiana, è un libro che si aggira tra l’autofiction, il memoir e una serie di altre incursioni nella vita dell’autrice, comprese diverse poesie e mappe di alcuni parchi divertimenti. Non l’ho ancora iniziato, ma spero di trovarci tutto l’umorismo profondissimo della serie Crazy Ex-Girlfriend (di cui Bloom è autrice e interprete), una tra le narrazioni più intelligenti, dolorose e divertenti in cui sia mai incappata.