La verità, vi prego – “Lezioni di greco”

Ecco il racconto “Lezioni di greco” di Roberto Bolognini che ha partecipato alla rubrica la verità, vi prego.
Per leggere la mia lettera di valutazione clicca qui.

LEZIONI DI GRECO

“Timeo Danaos ac dona ferentes”
Virgilio, Eneide, (Libro II, 49)

Iota posa sulla scrivania i testi per la lezione.
“Allora, se lo ricorda, finalmente, l’aoristo di έρχομαι?” mi chiede.
“Ήρθα, – rispondo – ma anche ήλθα. E al congiuntivo fa να έρθω oppure να έλθω”.
C’è come un misto di soddisfazione e di rammarico nella mia voce.
Forse perché queste lezioni non stanno andando proprio come vorrei. Intendiamoci, Iota è veramente molto brava come insegnante. Sono io che come allievo sono più scadente di quanto vorrei.
Certo, il greco moderno non è una lingua facile, come non lo è quello antico, studiato molti lustri addietro. Ma il problema vero sta tutto nella memoria. Ricordare nuove parole, nuovi lemmi alla mia età è molto difficile. Ti sembra di averli fissati nel cervello, sei certo che saranno lì, inchiodati per sempre nei meandri della materia grigia e invece, dopo qualche ora, a volte anche solo minuti, scivolano via. Allora annaspi faticosamente alla ricerca di ciò che sei sicuro di sapere, che è lì, ma che non ricordi. Però Iota è paziente, non smette di ripetere le stesse domande fino allo stremo, fino a ché le risposte non mi vengono spontanee.
Iota mi guarda e sorride, male. Ha uno strano sguardo sghembo.
“Ho sbagliato ancora?” le chiedo.
“No, mi scusi, è che…” Poi le si spezza la voce e inizia a singhiozzare.
Sorpreso, non so che accidenti fare.
Per me Iota è più di un’insegnante, è un’amica, quasi una figlia adottiva.
L’ho conosciuta circa un anno fa. Ho risposto a una sua inserzione su di una bacheca on-line. Stavo cercando un insegnante di greco moderno, per migliorarne la mia conoscenza. Da anni trascorro le vacanze in Grecia e coltivo il desiderio di comprare una casetta su una qualche isola, piccola, lontana il più possibile dal turismo di massa. Un posto dove poter trascorrere tranquillo gli anni di vita che mi restano, pochi o tanti non ha importanza.
L’ho conosciuta, dicevo, rispondendo a una inserzione che faceva pressappoco così:
“Insegnante madrelingua greca, laureata in lingua e letteratura inglese, si offre per lezioni di entrambe le lingue. Massima serietà.” Seguiva il numero di telefono e il CAP. Abitavamo nello stesso quartiere: un punto in più a suo favore.
Ho telefonato subito e ho preso un appuntamento ‘reciprocamente conoscitivo’ per l’indomani.

Il pomeriggio dopo, all’ora stabilita, suono un campanello fra i tanti di questo condominio grigio, dall’aspetto un po’ triste, in una zona della periferia.
La ragazza che mi apre la porta è carina, minuta e molto giovane. Ho il dubbio che non sia la persona che voglio incontrare. Ad ogni modo mi presento, spiego il perché della mia visita. “Potrei parlare con l’insegnante dell’annuncio? “ chiedo.
“Sono io, – dice – mi chiamo Panaghiota, ma tutti mi conoscono come Iota”.
Si allontana dalla porta e mi fa segno di entrare. “ Scusi il casino, ma le mie coinquiline non sono molto ordinate.”
Mi guida attraverso un lungo corridoio, sino a una stanzetta dove, oltre al letto sul quale è adagiato un buffo orso di stoffa che somiglia a Yoghi, ci sono una scrivania, due sedie e un armadio, tutta roba che ricordo di aver visto sul catalogo dell’IKEA. Appoggiata a un muro una scaffalatura traboccante di libri, sulle altre pareti alcune fotografie che la ritraggono in compagnia di diverse persone, sorridenti, in luoghi tipicamente greci. Sopra alla scrivania, un laptop. Un cavo lo collega al router, intravisto nel corridoio.
Da una rapida valutazione concludo che la ragazza avrà al massimo venticinque anni. Possibile che sia laureata in lingua e letteratura inglese? Oltretutto, di madrelingua greca, parla l’italiano come me? Ma dài…
“Vuole una tazza di caffè?” mi chiede intanto la giovane.
“Sì, grazie” rispondo.
“Bene. Nel frattempo, si sieda.”
Invece aspetto in piedi, continuando a guardare attorno e interrogarmi, finché non torna con un vassoio con sopra due tazze fumanti e alcuni biscotti.
Il caffè ovviamente è un caffè greco. Così, mentre attendiamo la ‘deposizione dei fondi’, Iota mi racconta qualcosa di sé: gli studi in Grecia, l’università lontano da casa a Tessalonica, Erasmus a Bologna, la laurea e la decisione di trasferirsi qui, dove le occasioni di trovare lavoro e farsi una carriera erano migliori che nel suo paese natale, secondo lei. Poi però la realtà: il lavoro a tempo determinato e la necessità di arrotondare dando lezioni di lingue.
Mentre parla distinguo la classica cadenza dei greci, la mancanza delle doppie e quella specie di cantilena che li avvicina ai veneti nel parlare. Cose che amo.
“E lei, come mai vuole studiare greco, alla sua età?” mi chiede. Poi strabuzza gli occhi e arrossisce. “Mi scusi, non intendevo…”
“Non si preoccupi, – rispondo – non mi offendo. Anzi, perché non ci diamo del tu? Sottolinea meno la differenza d’età, non crede?”
“Lei mi dia pure del tu, ma io non penso di riuscire a farlo, mi farebbe sentire a disagio. Piuttosto, mi racconti di lei”.
Così, ritornati sul binario iniziale, le racconto che sono stato giornalista free-lance e le confido il desiderio di trasferirmi in Grecia.
Iota si lancia in un panegirico su quanto sia bello il suo paese e su quanto sia dispiaciuta della difficilissima situazione economica in cui oggi lo stesso giace e che comunque la colpa non è del popolo greco ma dei governanti corrotti, e tuttavia anche l’Europa che adesso li costringe a passare sotto le forche caudine ha le sue colpe, perché ha dimostrato una miopia imbarazzante mentre continuava a vendere a credito i suoi prodotti solo per far quadrare i bilanci dei Paesi che appunto vendevano alla Grecia automobili, ma anche armi…
Un fiume in piena, che riesco a stento ad arginare chiedendo dell’altro caffè.
Alla fine l’impressione è positiva, ci accordiamo sull’orario delle lezioni, sul compenso, modesto in verità, e iniziamo a vederci due volte a settimana.
Iota si dimostra sin da subito un’insegnante nata, io un discente zuccone.
E’ ormai un anno che ci frequentiamo.
Mesi fa mi ha presentato il suo nuovo ragazzo. Poi, in privato, mi ha chiesto un parere, cosa ne pensavo, se mi fosse piaciuto, e via così.
Insomma, fra noi due si è creata una sorta di rapporto intellettivo, un’empatia, come tra un padre e una figlia. Io d’altronde, vivendo solo e non avendone di figli, ho offerto terreno fertile a questo sentimento.

Per questo le sue lacrime mi sconvolgono. Iota mi è sempre apparsa, pur nella sua giovinezza, una persona determinata, pressoché invulnerabile.
“Mio padre sta morendo, – dice, ricomponendosi a fatica – e io devo tornare in Grecia. Non posso lasciarlo così, abbandonato. Sono l’unica figlia, mamma è morta due anni fa, e papà è rimasto solo.”
“Vive vicino a Ioannina, nell’Epiro, – prosegue – lui e mamma andarono ad abitare là a metà degli anni ’70, dopo la caduta del regime dei Colonnelli. Papà è stato un perseguitato politico, è stato anche in prigione, ed è per quello che ha dovuto poi fuggire da Atene a Ioannina.”
Mentre parla si asciuga le lacrime con un piccolo fazzoletto, nel quale si soffia ripetutamente il naso. Poi prosegue:
“Però papà non è mai riuscito a ottenere una pensione, un vitalizio, una qualche forma di assistenza dallo stato. E pensare che sino a ieri davano la pensione di reversibilità anche alle figlie nubili o divorziate dei dipendenti statali… Comunque, non si preoccupi, ho già trovato una mia conoscente, Maria, che potrà continuare a darle lezioni di greco…”
“Lascia stare le lezioni. Dimmi invece se posso aiutarti in qualche modo. Hai bisogno, ché so, di soldi?”
“No, – dice – quello non è un problema, almeno per il momento. Un poco da parte ce ne ho. Invece, potrebbe provare a fare qualcosa per mio padre, per la sua situazione? So che sono momenti difficili, ma leggendo i giornali greci online ho visto che, nonostante la congiuntura, il governo continua a erogare benefici a destra e a manca.
Come giornalista, potrebbe sollevare il caso di mio padre: un perseguitato politico che non riceve alcun sostegno dallo stato. Ormai sta morendo, anche un riconoscimento simbolico potrebbe essere per lui un aiuto, una ricompensa se non altro morale ai sacrifici fatti per la Grecia…”
Non mi sento di deluderla con un rifiuto, anche se so che ben difficilmente potrò fare qualcosa al riguardo. Innanzitutto sono ormai un ex giornalista; il potere della stampa visto dall’esterno, poi, è molto sopravvalutato.
“Vedrò cosa posso fare, Iota, ma non aspettarti molto”, le rispondo, restando sul vago.
Iota forza un sorriso, mi ringrazia, si ricompone e in qualche modo finiamo la lezione.

Esco in strada amareggiato, accolto da una giornata novembrina perfettamente in sintonia con il mio stato d’animo. Mi rattrista assai che Iota non possa coltivare oltre il suo progetto di vita in Italia, sono addolorato per suo padre e ancor più perché mi sento impotente di fronte a una richiesta di aiuto che penso di non poter soddisfare. Cosa potrei fare? Come potrei dare voce alla sua preghiera?
Improvviso, mi balza alla mente un nome: Aristidis Papadimitrios!

Ci siamo conosciuti sotto la polvere e il fumo dei bombardamenti a Sarajevo, nel 1994. Per parecchio tempo abbiamo condiviso l’alloggio di fortuna, le sigarette, il poco cibo e la tanta paura. Anche lui giornalista, era corrispondente di un quotidiano di estrema sinistra, ”Ριζοσπάστις”. Parlava abbastanza bene l’italiano per via del padre, che aveva studiato medicina a Bologna.
Finita la guerra, nel ’96, ci siamo poi persi di vista. Ho avuto notizia che con gli anni, come succede ai più, le sue convinzioni politiche si sono via via stemperate e adeguate alla situazione del momento. E’ passato alla stampa, diciamo così, ’allineata’.
So che adesso scrive per “Η ΚαθημερινΗ”, un quotidiano edito ad Atene che si colloca su posizioni filogovernative, se nella congiuntura odierna possono ancora definirsi tali.
Aristidis può essere senz’altro in grado di rintracciare notizie sul padre di Iota, penso. Avrà ancora contatti negli ambienti della sinistra, anche estrema. Potrebbe persino essere interessato a pubblicare qualcosa su questa vicenda.
Non ho il suo numero di telefono, rifletto, però posso certamente raggiungerlo usando la posta elettronica del giornale.
A casa mi attacco al computer e, forte del mio greco ancora claudicante, invio una mail al giornale di Aristidis. Spiego chi sono, chiedo di essere ricontattato e lascio anche il mio numero di cellulare.

L’indomani, Aristidis mi telefona.
“Allora, vecchio, come stai?” esordisce, in un italiano un po’ arrugginito dal poco uso.
“Αρκετά καλά, και εσύ;” (Abbastanza bene, e tu?) rispondo.
“Bravo, vedo che in questi anni hai studiato la mia lingua!” dice.
“ Sai quanto voglio bene al popolo greco!”
Aristidis sospira, e risponde: “Ed è per questo che ti fai vivo dopo tanto?”
Ovvio che no. Così attacco a raccontargli in breve della richiesta accorata di Iota.
“E’ difficile” dice. ”Qui siamo allo sbando. Ogni giorno scioperi e manifestazioni. Chi aveva i soldi, li ha già portati all’estero. E i politici cercano di salvare il salvabile, dopo aver protetto prima i loro interessi.”
“Quindi la tua risposta è negativa?” replico.
“Ma no, ma no, – risponde – proverò a sentire se nel mio vecchio giro di conoscenze qualcuno sa qualcosa della persona che t’interessa.
Mandami una email con le generalità complete e tutto quanto mi possa aiutare nella ricerca. Ma non ti prometto niente. Ah, invece, per il sussidio puoi già dire alla tua insegnante che non ci sono speranze.”
Lo ringrazio, ci scambiamo gli indirizzi email e ci salutiamo.

Dopo alcuni giorni trovo un messaggio contrassegnato “Urgente” nella casella di posta elettronica. E’ di Aristidis.
“Sei sicuro del nome? Tutti i pochi contatti che mi sono rimasti asseriscono di non aver mai conosciuto il padre di Iota. Di più: non ne hanno mai sentito parlare. Però, molti militanti dell’opposizione al regime usavano nomi falsi, quindi questo potrebbe non essere rilevante. Ti chiedo se puoi recuperare una sua foto. Sarebbe un grande aiuto.”
Scrivo a Iota immediatamente, girandole la richiesta.
Lei mi risponde in pochi minuti. Mi dice che sta partendo, che sta liberando la stanza dove abita di tutte le sue cose. Comunque sì, può certamente darmi una delle foto di suo padre, una di quelle che avevo già visto appese alle pareti.

Ci incontriamo il pomeriggio a casa sua. La stanza è quasi vuota, mancano i libri, il PC, il letto è nudo. Dalla finestra entra la poca luce residua, propria di un pomeriggio autunnale. L’orso di stoffa è sparito.
Mi offre il solito caffè greco. Mentre attendiamo che i fondi si depositino, la osservo. C’è una determinazione nei suoi movimenti che la rende più dura, più adulta.
“Le do la foto” dice. Annuisco. Iota si alza e va a frugare in una cartella dove ha riposto varie carte. “Eccola, – dice – è quella dove mio padre si vede meglio.”
Mi consegna una specie di ritratto di famiglia. La riconosco bambinetta, tra i genitori che in piedi le stanno accanto. Alle spalle dei tre, una miriade di ulivi.
“La ringrazio tanto per quello che sta facendo, – dice – spero che un riconoscimento, anche solo morale, possa rendere felice mio padre, prima che la malattia abbia la meglio su di lui”.
“Lo spero anch’io”, rispondo.
Iota annuisce, rigida. Poi si siede e beviamo assorti, lentamente, il caffè. Quando la saluto penso che, se avessi una figlia, la vorrei proprio così.
A casa, scansiono la foto e la invio ad Aristidis.

In tempi inaspettatamente rapidi arriva la risposta, sconcertante.
“Se vuoi interrompere un’amicizia, puoi trovare dei mezzi più semplici!” attacca Aristidis.
“La foto che mi hai mandato ritrae una delle guardie dell’ESA, la polizia dei colonnelli. Uno dei più feroci torturatori degli oppositori al regime!
Altro che perseguitato! Su di lui non c’è una taglia, ma ci manca poco. Dopo la caduta del regime, molti militanti nelle file della polizia, in particolare quelli che si erano più accaniti sui prigionieri politici, si sono dati alla latitanza. Molti hanno cambiato nome e si sono rifugiati all’estero. Alcuni però hanno preferito restare in Grecia, nascondendosi in località decentrate, cambiando identità. Dimmi: a che gioco stai giocando? La storia che mi hai raccontato, Iota e tutto il resto, è vera o inventata? Con quanto sta accadendo da noi, se arriva la notizia che uno degli aguzzini del regime è stato riconosciuto, qui scoppia una vera e propria caccia alle streghe. Pensa solo se si viene a sapere dove abita! Qual è il tuo scopo?”

Non riesco a staccare lo sguardo dal video. Inconsapevolmente, ho gettato un masso in uno stagno, senza sapere cosa possano provocare le onde nel pandemonio greco. Aristidis mi accusa addirittura di stare sobillando una rivolta!
Però faccio fatica a pensare che il padre di Iota sia il torturatore descritto.
Rispondo ad Aristidis chiedendogli di verificare bene le sue informazioni. Ribadisco che, nel caso siano esatte, io non sono assolutamente a conoscenza dell’identità del soggetto!
Per quanto riguarda Iota, ovviamente soprassiedo, vista la situazione.

Passano dieci giorni e, quasi simultaneamente, ricevo due email.
La prima, agghiacciante e stringata, è di Iota.
“Salve. Mio padre è morto venerdì mattina. Meglio così, stava soffrendo. Il funerale c’è stato sabato. Sono tranquilla. Sistemo le cose e ritorno in Italia. A presto.”
La seconda è di Aristidis:
“Ho cercato di calmare le acque negli ambienti dell’estrema sinistra, che si erano subito allertati alla notizia della ricomparsa di un ex elemento dell’ESA. Ho raccontato che la foto che mi hai inviato concerne un’inchiesta giornalistica che stai svolgendo in Italia, volta a identificare possibili collaborazionisti. Questo nell’ipotesi, non così remota, di un tentativo di colpo di stato qui in Grecia. Ho spergiurato che non so, nella maniera più assoluta, come tu te la sia procurata e tantomeno dove il soggetto si trovi ora. Hanno fatto finta di credermi, ma penso di aver prosciugato definitivamente i pochi canali informativi rimastimi.
L’identità della persona è accertata, senza ombra di dubbio. Mi spiace per la tua giovane insegnante, ma non è figlia di un eroe della resistenza, bensì di uno di coloro che li hanno perseguitati in quel periodo.
In nome della nostra amicizia, e nonostante mi abbia fatto piacere riprendere contatto con te, ti prego di non cercarmi più, se non per invitarmi a bere un caffè quando verrai ad Atene, magari al Licabetto…”

Sono passati cinque mesi, è primavera.
Il cielo è azzurro, sugli alberi che costeggiano la strada s’intravedono le prime gemme, alcune foglioline verdi spuntano sui rami.
Suono il campanello. Il cancello si apre cigolando come sempre. Entro, salgo i pochi scalini che portano all’ammezzato. Sulla sinistra, la porta dell’appartamento è accostata. Attraverso lentamente il corridoio. Al posto del vecchio router, uno nuovo, WI-FI.
Sulla soglia della stanza Iota mi accoglie con un abbraccio.
“Grazie, – mi dice – anche se non ha potuto far niente per mio padre. Purtroppo la situazione è precipitata, ma forse è stato meglio così…”
“E’ certamente stato molto meglio così!” le rispondo convinto.
Ci sediamo, l’uno di fronte all’altra, ai lati della solita scrivania.
Sul ripiano, due tazze di caffè, greco ovviamente.
Iota si china, estrae dal cassetto i testi per la lezione, sorride.
“Allora, se lo ricorda ancora l’aoristo di έρχομαι?”

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