Chi scrive vive sempre

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personale
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Questa è una dichiarazione politica e d’amore insieme.
Sono cresciuta così, mettendo insieme l’amore e la politica, ed è quello che ancora mi viene di fare, sempre, anche quando non me ne accorgo.
Le volte che me ne accorgo, ne faccio manifesto.

La dichiarazione politica è questa: non mi piace l’ironia nei confronti di chi ha desiderio di scrivere. Non mi piace che venga da chi è riuscito a gratificare il proprio desiderio, e che dimentica di essere stato lui stesso, fino al momento prima, non uno Scrittore, non un insegnante di Scrittura, non un Editore, ma inevitabilmente, solo un uomo con il desiderio di scrivere, solo un allievo di scritture altrui, solo un appassionato lettore.

Non parlo di capacità. Non tutti sanno scrivere. Così è. Ce lo siamo detti.
Ma tutti possono avere il desiderio di provarci lo stesso e di raggiungere un obiettivo su misura: non la “Grande Pubblicazione” ma una più piccola, o una su rivista, o una in antologia locale, o anche una stampa di 20 copie da distribuire in famiglia.
Non staranno “Scrivendo”, ma avranno scritto qualcosa.

Cosa c’è di tanto ridicolo? Voi non avete mai preso la chitarra in mano per strimpellare “Albachiara” ai falò? Qualcuno ha sghignazzato alle vostre spalle, sottintendendo che siete dei poveracci perché non sapete che per diventare Vasco Rossi ci vuole talento e fatica?

Qualcuno, nell’ambiente musicale – non solo i musicisti, ma anche i produttori, i vocal coach, i direttori d’orchestra o i locatori delle sale-prova – ha aperto rubriche sui social, dato vita a dibattiti su carta o ha fatto del vostro desiderio naïf una dimostrazione seriale della propria pazienza, severità professionale, importanza sociale e argutezza?

L’ironia sugli aspiranti scrittori potrebbe essere (come l’ironia sempre deve essere) un esercizio di verità e intelligenza: il modo per mostrare ai dilettanti i loro limiti, la loro inconsapevolezza, la loro supponenza. Potrebbe avere la funzione di smuovere le certezze di chi provando a fare crede di aver fatto, o di chi addirittura sostiene sia facile senza aver neppure cominciato.
Ma è invece troppo auto-compiaciuta, troppo facile, troppo prepotente per essere funzionale a qualcosa. E se un atto politico – come lo sbeffeggio di una categoria di persone indubbiamente è – non ha alcuna funzione, alcun obiettivo, alcuno studio da compiere, se non l’esaltazione dello sbeffeggio stesso e di chi lo fa, allora è un atto politico di pura prevaricazione.

Veniamo a noi: una volta un’autrice con cui lavoro al suo romanzo mi ha chiesto che rapporto avessi con i personaggi delle storie di cui mi occupo.
Se anche a me, come ai creatori di quelle storie, capita di vederli passeggiare al mio fianco, se li ritrovo nei gesti della gente, se si insinuano nelle mie relazioni. Se penso alla loro evoluzione narrativa nei momenti morti: nel traffico, in fila, durante il pranzo, la sera chiudendo gli occhi. Non le ho dato una risposta precisa: ho balbettato che forse un po’ sì e un po’ no, perché allora non lo sapevo, non ci avevo mai riflettuto, né l’ho fatto in seguito.
Adesso la risposta è arrivata ed è no.
No, non penso ai personaggi delle storie a cui lavoro se non nei momenti in cui ci lavoro: ed è così che deve essere.
Quei personaggi non sono orfani: c’è l’autore a prendersi cura di loro.

Ed ecco la dichiarazione d’amore:

Non posso neanche più guardarmi allo specchio senza pensare a Claudio, Anna, Rocco, Calafiore, Fosco, Policaro, Augusto, Ulisse: tutti i personaggi del romanzo di Diego Giordano. Loro sono improvvisamente diventati orfani. Improvvisamente. Nel tempo di pausa tra l’invio dell’ultima stesura del loro autore e le mie annotazioni al primo capitolo.

Questo post è dedicato a un uomo di sessant’anni a cui ho voluto molto bene, un avvocato, un marito, padre di tre figli, amico di una marea di gente, che aveva pubblicato il suo primo romanzo con la Todaro libri di Tecla Dozio e che da un anno e mezzo lavorava con me a una nuova storia, una storia che ora resterà incompiuta ed è bloccata nel mio computer, tutto bloccato, la storia, la trama, i personaggi e tutto quello che c’era dietro al suo desiderio di scrivere, un cazzo di legittimissimo e meraviglioso desiderio, e io al momento non riesco neanche a riaprire quei file, a rileggere, a pensare, ma i suoi personaggi sono l’unica cosa che mi rimane di lui, di un uomo che non ho mai visto, a cui non ho mai stretta la mano, con cui parlavo al telefono per più tempo di quanto in questo anno e mezzo abbia mai fatto con la mia migliore amica, un uomo che mi faceva morire dal ridere, mi chiamava Sua Eccellenza e scriveva come oggetto delle mail “supplica all’editor”; che, con la sua voce grossa e impostata e gentilissima e romana, con le sue invettive contro Salvini e la burocrazia di Stato e giustizia, con le battute sulla mia napoletanità – e un giorno mi chiedeva di salutargli Eduardo e un altro la pasta frolla, ma in un modo, giuro, un modo che non era stereotipato né sfottente: era proprio premuroso – e con una passione intatta per la vita, come se avesse appena cominciato a viverla nonostante sapesse benissimo la lotta che ci vuole per affrontarla, lui è morto, d’improvviso, di colpo, senza motivo, mentre passeggiava; quest’uomo così rispettoso che non si è mai riferito alla nostra differenza d’età con cinismo né paternalismo, così dedito che ricominciava daccapo ogni volta che gli dicevo non va bene, quest’uomo che non è riuscito a leggere la mail in cui gli comunicavo finalmente impressioni buonissime sull’ultima stesura: su Anna ben delineata, su Calafiore con una bella ambiguità, sulla voce naturale di Claudio, e mille altre cose di cui solo io conosco l’esistenza e che non ho da dire più a nessuno, perché lui non c’è più e io, quello che proprio non riesco a togliermi dalla testa, non sono solo i personaggi, ma la nostra ultima telefonata, quella che non abbiamo fatto, che dovevamo fare e non faremo, e mi ripeto da sola in testa quello che dovevo dirgli, quello che sono sicura avrebbe detto lui, di cosa avremmo riso, quando ci saremmo fatti seri, l’appuntamento e i compiti che ci saremmo dati per la prossima, e un’altra cosa a cui non riesco a non pensare sono le ultime parole che mi ha scritto, perché credevo potesse succedere solo nei film, o al telegiornale quando muore qualcuno d’importante e per magia l’ultima intervista rilasciata ha un altissimo valore simbolico di morte e commiato, non credevo succedesse davvero che le ultime parole che ti dice una persona potessero diventare così profetiche: perché a me, dopo che mi aveva cercata senza trovarmi e dopo che rientrata da un viaggio gli avevo detto che era tutto bene, ero stata solo fuori qualche giorno, lui mi aveva brevemente risposto:

Va beh, mi perdoni, mi ero preoccupato.
Se lo semo visto [tranquilla: è slang romanesco giovanile]

E quel “se lo semo visto”, il fatto che si fosse preoccupato, quel “tranquilla” così bello e familiare, tutto questo saluto così poco poetico e così punteggiato, a me, chi me lo toglierà più dalla testa?

Vi farebbe bene ridere di voi, professionisti dell’editoria, invece che degli altri. Delle vostre verità, del vostro essere padroni del dolore, come diceva Totò.
Perché senza il desiderio di scrivere, tutto questo monumento alla narrativa, questa bellezza di raccontare storie, che valore ha?
Se almeno una volta nella vita non avrete conosciuto un uomo come Diego Giordano, e non avrete scoperto, rispettato e curato il suo desiderio, i vostri uffici fareste meglio a chiuderli. Accantonate l’ironia e preparatevi a star male, molto male, se un ottimo uomo, un uomo che grazie al cielo scriveva, d’improvviso muore su un marciapiede.

L’immagine è di _bim_ e la trovate qui su flickr

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20 Comments

  1. Una storia toccante….grazie di cuore per averla condivisa…ne avevo bisogno!
    Leggere le tue parole mi ha fatto molto riflettere e mi ha quasi pacificato con un desiderio di scrittura che finalmente si è liberato ed espresso, ma spesso vacilla, per il timore del giudizio altrui e di non essere abbastanza… grazie!

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  2. L’ha ribloggato su orlando furiosoe ha commentato:

    Una riflessione bella e malinconica sulla magia della scrivere storie. Perché, anche se Diego non l’ho conosciuto, queste parole me lo mostrano. Serve a questo narrare storie, l’ironia lasciamola ai cinici, ha ragione Francesca De Lena.

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  3. Maria Caterina says

    Sono una delle tante, tantissime, amiche figlie sorelle cugine e chi più ne ha ne metta…una lontana quattordicenne ormai quarantenne che ha avuto la fortuna e lonore di conoscere luomo Diego, il Signor Diego nello specifico. Io lo sfottevo chiamandolo Diegolina o Diegolinchio e lui a tono a me, con lappellativo di Capsicina o Gamberina (caterina all'origine)...la sua mano lho stretta più volte, il suo vocione più volte mi ha disturbato eppure ora mi manca da morire…i suoi precedenti libri ho la fortuna non solo di averli ma anche con dedica apposta solo x me! Uno dei ricordi che custodirocon massima cura e amore. La prego, appena possibile, di materializzare lultima opera incompiuta del Carissimo amico Diego.

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  4. nico says

    In questi giorni di discussioni su maternità surrogate, famiglie naturali, adozioni & co mi balena sempre in testa una frase (che poi riassume abbastanza bene il mio pensiero su tutta la questione): i figli non sono di chi li genera, ma di chi se ne prende cura. E forse questo vale un po’ anche per i personaggi dei libri, e se così fosse quei personaggi lì non sono orfani, non del tutto, perché c’è qualcuno che li ha fatti crescere e cambiare, e li ha curati e aiutati a essere quelli che sono adesso. E quindi adesso sono un po’ anche suoi. Ti abbraccio.

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  5. Maurizio says

    Non so, non so se ti sarà possibile, ma sarebbe bello se tu riuscissi a continuare a farli vivere, questi personaggi che in qualche modo sono entrati a far parte della tua vita

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  6. Pingback: Lista delle mie catastrofi con la scrittura – I libri degli altri

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