La verità, vi prego per Mykro: se il tuo personaggio si attorciglia muore

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“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Mykro e il suo racconto.
il contorsionista Arthur Cadre

il contorsionista Arthur Cadre

 

Caro Mykro,

sei ipnotico, non c’è che dire. È buono il ritmo che hai costruito: come una cantilena; ma devi stare attento a non cantare sempre lo stesso ritornello.

A volte riesci a spezzare il ritmo un attimo prima che diventi ripetitivo, come quando:

«Quel ragazzo… l’hai mandato quasi in coma», scandisce come fosse il suo avvocato difensore.
Silenzio.

oppure:

«Vorrei parlare con te dell’accendino».
Silenzio.

ma a volte no. E lì sta il problema.

Se rimani freddo, e guardi le cose con distacco, metti il lettore a disagio: che è l’effetto che devi ottenere. Ma se partecipi troppo alteri il tono del racconto: ti metti dalla parte del personaggio, spingi sulla sua muscolatura adolescenziale (Come mi trovo? Se le avessero SCAMBIATO al volo la Cola che stava bevendo con dell’olio per motori come si troverebbe?, cogliona.) e mini l’atmosfera che hai cercato di creare.

La forza di una struttura così sta nel ribaltare molto spesso il senso di quello che dici: la cesura non deve servire solo a chiudere un significato con ritmo, ma anche a modificarlo. Se non lo modifichi non progredisce e se non progredisce, o lo fa troppo lentamente, perdi l’attenzione di chi legge.

Tu vuoi mantenere il mistero di dove siamo e a fare cosa per più tempo possibile, o.k.
Però per farlo devi mettere molta carne a cuocere e cioè devi avere molte informazioni da nascondere. Sono le informazioni, opportunamente seminate, che scandiscono il tempo del tuo racconto. Ogni volta che ne concedi una al lettore, la voce smette di essere semplicemente una nenia e diventa intrigante: il lettore nota l’informazione, la prende e la mette da parte, in curiosa attesa della prossima.

Devi rassegnarti a questo: le informazioni sono più interessanti del tuo personaggio. Sono loro a comporre la storia, a sostanziarla e a darle movimento. Ma tu ne hai poche e, di conseguenza, ne dai poche. E il problema è che alla fine non sai che fartene.

A questo racconto manca il finale. Si arriva al punto in cui si è capito che cosa è successo, si è colta la tensione tra il ragazzo e la tutor dei servizi sociali, siamo certi di essere rinchiusi in una scuola di recupero ragazzi violenti, siamo certi del fatto che la nostra libertà dipenda dalla tutor, siamo certi che è ancora troppo presto per ottenere quella libertà: la tensione è troppo alta e va smorzata, quindi lei rimanda l’incontro (Per oggi ci fermiamo qui), lui la sfotte (Non lo vuole il mio disegno?), lei sbatte la porta.
E poi?

Per compiere il racconto devi trovare un poi. Non basta lasciare il personaggio da solo nella stanza a tirare le somme. Il suo rimanere da solo deve condizionare le informazioni in modo diverso, creare una nuova realtà. Rispondere alla domanda: dopo l’incontro con la tutor cos’è cambiato?
In quel piccolo spazio che rimane alla storia, c’è tutto il motivo per cui il racconto si tiene in piedi. Senza motivo, il racconto cade giù.

Un caro saluto,
Francesca de Lena

Conto le mie dita. Dieci dita.
Conto ancora le mie dita. Sempre dieci.
La signorina porta la matita alle labbra e attende.
Silenzio.
Conto ancora le mie dita.
Dice:
Ricordi cosa abbiamo detto?
Silenzio.
C’è un iride verde che mi osserva. Questo è positivo che sia verde. Verde mi rassicura. Prati erba oceano. Oceano mi rilassa. Dentro al verde c’è una pupilla nera. C’immagino una stanza e una candela su un tavolino di legno e fogli e libri sparsi intorno alla candela e una ventata da fuori alla candela la spegne e qualche foglio scappa via dal tavolo esce dall’iride che pian piano si richiude.
Ora l’occhio verde si è ricomposto e ragiona su tutti quei libri lì e quelle pagine lì che ha letto e digerisce la sua teoria ruotando verso di me dietro alle lenti da riposo. E fa domande. La signorina mi chiama per nome. Mi metto seduto.
Ma.
Ma non rispondo.
Perché.
Perché è come se quel nome non mi appartenesse più.
Ti piace la stanza?
Silenzio.
Se mi piace?, puzza di piedi è umida e la finestra sfiata come un compressore, e le pareti che ci sento mitragliare scorregge?, e le porte?, com’è possibile che non esistano le porte?, devo cagare e sono in vetrina.
Come ti trovi?
Silenzio.
Come mi trovo? Se le avessero SCAMBIATO al volo la Cola che stava bevendo con dell’olio per motori come si troverebbe?, cogliona.
Osservava, in attesa di una risposta.
Silenzio.
Passo in rassegna i suoi capelli: ben pettinati, biondi, allineati e coperti come soldatini ariani; scommetto che non ce l’ha, una foto di appena sveglia, coi capelli esplosi in testa. lancio un’occhiata oltre il vano della porta: le sagome dei ragazzi percorrono il corridoio come burattini, i libri sotto il braccio, lo sguardo assente. credo vogliano farmi diventare così. ti gocciolano le loro idee nel cervello giorno dopo giorno. vogliono che ti abitui. che accetti le loro teorie. ACCETTARE. piegarsi fino a diventare un burattino duttile.
Nella sala visite abbiamo dei banchi con carta e matita. una matita senza punta. mi sono messo a giocherellare sul foglio con quella. avevo la mano irrigidita, ero teso, ho cercato di tracciare una riga ma la mina s’è sgretolata come niente. la signorina Marlene mi guardava con la domanda in sospeso nell’iride: «come ti trovi?».
Silenzio.
Stacco gli occhi dal foglio, li faccio passeggiare per la stanza, lontano dalla signorina. dai suoi capelli.
«…normale», sussurro.
Silenzio.
Getta un’occhiata veloce dove prima avevo posato lo sguardo. infine si rivolge di nuovo a me.
– Normale?
Silenzio.
Torno a ispezionare la mina della matita.
Apro il primo cassetto. il cassetto è vuoto. apro il secondo. vuoto anche quello: ‘fanculo, non riesco a levarmi dal cervello di cercare il temperamatite quando devo fare la punta a una matita. qui non forniscono temperamatite. sbatto il cassetto con forza, rimetto gli occhi sul foglio, i gomiti sul tavolo.
– Cosa intendi per normale?
Silenzio.
Non ci vuole tanto, idiota, non è necessario chiederlo: basta riflettere.- Puoi darmi del tu, se preferisci.
Silenzio.
Guardo un istante gli iridi rimpiccioliti a spilli poi mi do da fare con una scaglia di mina. la premo sotto al polpastrello e sfrego veloce sul foglio come coi gessetti colorati.
– Cosa intendi con normale?
Silenzio.
Man mano che sfrego la mina diventa sempre più piccola e levigata come un chicco di riso. mi fermo. prendo la matita. guardo la matita. poso la matita. ricomincio a sfregare.
– Guardami.
Immobile.
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