gli editoriali, interviste
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Gli Editoriali. Stefania Cantelmo (Tullio Pironti Editore)

Redattori, social media manager, impaginatori, uffici tecnici, consulenti e ancora altri: sono loro gli Editoriali, persone che lavorano i libri prima che diventino libri. Chi sono, cosa fanno e come lo fanno: una serie di domande per scoprire qualcosa di più sui mestieri dell’editoria.

Stefania Cantelmo è nata ad Avellino e vive e lavora a Napoli. Dal 2008 lavora per la Tullio Pironti Editore.

Come hai iniziato e perché?
Ho iniziato per fame, credo. Fame d’aria e di storie.
Sono nata e cresciuta in un piccolo paese della provincia di Avellino, in cui non c’erano istituti superiori, men che mai librerie, cinema o teatri. Ho imparato a scrivere che ero piccolissima, grazie a mia madre e alla sua amorevole pazienza. La passione per la lettura mi è stata trasmessa – per via genetica, amo dire – dalla minore delle sue sorelle. Il resto lo hanno fatto un’innegabile fortuna, una caparbia tenacia, e dei grandi, grandissimi maestri, di vita prima ancora che di studi: è grazie a molti di loro – illuminati insegnanti, per lo più – che avrei scoperto che, leggendo, la fame d’aria si placava. Ma quella di storie restava.
Frequentavo ancora la facoltà di Lettere quando mi sono iscritta, più per curiosità e capriccio che non con un reale obiettivo, a un corso di formazione editoriale promosso dall’agenzia letteraria Herzog. Sei incontri o poco più, in cui venivano fornite indicazioni di massima sul mondo editoriale e dati i primi rudimenti attraverso esperti del settore invitati a lezione. Ebbene, in quelle – poche, a dirla tutta – ore mi si è aperto un mondo: ho cominciato a comprare e divorare testi e manuali della Editrice Bibliografica, e a studiare, autodidatta bulimica, le lezioni prima ancora che i docenti venissero a istruirci. A corso finito venni selezionata per uno stage presso una delle case editrici partner dell’agenzia: la Tullio Pironti Editore.

Come e quando sei arrivata alla Pironti?
Lunedì 7 gennaio 2008, lo ricordo ancora.
Piazza Dante, con i Decumani alle spalle e l’odore del mare che certi giorni arriva fino alla statua del Sommo; librerie senza soluzione di continuità, dagli scalini di Port’Alba al Convitto Nazionale, e al centro – civico 37 – la bottega del più “corsaro” fra gli editori della città: Tullio Pironti.
Conservo una fotografia vivida di quel giorno. Eravamo state selezionate in quattro per un periodo di tirocinio in redazione, e fin da subito venimmo messe in guardia: attenzione, ché l’editore aveva sì purezza adamantina, ma carattere difficile. Ed era alla ricerca di una segretaria, che smistasse posta e telefonate e rimettesse un po’ in ordine rassegna stampa e agenda. Perché questo è un mestiere in cui non sempre basta avere passione, tenacia, versatilità e voglia di fare: talvolta serve anche un colpo di coda della dea bendata, ovvero, banalmente, trovarsi nel posto giusto al momento giusto, e a me è così che è andata.
Ho avuto il privilegio di imparare “sul campo” il mestiere grazie a professionisti del settore – su tutti, il professore Armando Maglione, allora editor della casa editrice – a cui devo tantissimo. Fu Maglione a credere in me e ad affidarmi le prime bozze della mia vita, istruendomi su lanci, assegnazione codici ISBN, collazione, preparazione brochure e materiale promozionale, concedendomi poco alla volta spazio per comunicati stampa e organizzazione eventi. L’editing è arrivato gradualmente, e posso dire di aver fatto la gavetta, affiancata da uomini e donne straordinari – in primis Tullio.

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Quali sono le tue mansioni, nello specifico?
Quella di Pironti è una piccola realtà editoriale e, come in tutte le piccole realtà, impari fin da subito a fare un po’ di tutto: valutazione manoscritti, schede promozione, redazione di quarta e bandelle, allestimento folder e copertinari, marketing – analitico, strategico e operativo – programmazione e uscite, contratti e ufficio stampa, rapporti con grafici, tipografie e distribuzione; e poi, ovviamente, editing, correzione bozze, controllo cianografiche, iscrizione dei titoli in anagrafica e ai piani di lancio, promozione e organizzazione eventi; ma anche fatture e recupero crediti, per intenderci.
Oggi gestisco la segreteria di redazione e lavoro ai “libri degli altri”, rapportandomi con autori, traduttori, agenzie letterarie e case editrici estere interessate all’acquisto dei nostri titoli in catalogo; affianco quindi l’ufficio stampa per presentazioni, eventi e fiere. Per onestà intellettuale devo precisare che non sono io a occuparmi della selezione dei manoscritti, per quanto il quotidiano dialogo con editore e direttore editoriale resti una parte fondamentale del mio lavoro.

Qual è il tuo flusso di lavoro e quali programmi utilizzi?
Ecco, se dovessi rintracciare un aspetto davvero problematico di questo lavoro, anche prescindendo dagli ambiti di pertinenza, giacché si tratta sempre – e mi piace ricordarlo in questa sede – di un lavoro di squadra, sarebbe da individuarsi nei tempi da “macchina da guerra” imposti dalla produzione, che spesso non sono commisurati alla mole effettiva di lavoro o non contemplano tutte le variabili in gioco. Non ho difficoltà ad ammettere che certe volte mi sento un po’ il tenace soldatino di stagno della favola di Andersen, perennemente sull’attenti, a fronte delle tante difficoltà, logistiche e non, collegate alle uscite, sballottata tra un testo in chiusura e un altro da avviare, col calendario delle uscite che campeggia, totemico suo malgrado, sulla parete di fronte alla mia postazione.
Quindi, in soldoni, un flusso notevole, se si pensa alla minuta redazione e ai ritmi serratissimi.
Quanto ai programmi, sono old school: giacché non mi occupo di impaginazione – e che sia benedetto subito il nostro compositore, Gianni Pipola – lavoro in prima battuta su cartaceo, con appunti a margine per l’autore; quindi, una volta consegnata la stesura definitiva, su file, in uno scambio ininterrotto di mail e revisioni, per arrivare a un’edizione “finita” – si fa per dire! – che poi verrà impaginata da chi di competenza.

Quali sono le risorse (testi, siti o altro) che hai sempre sott’occhio e che ti aiutano durante il tuo lavoro?
Be’, innanzitutto quella che con alcuni colleghi abbiamo bonariamente ribattezzato “la Bibbia”: Il nuovo manuale di stile, edizione 2.0 a cura di Roberto Lesina che, come recita il sottotitolo, è una Guida alla redazione di documenti, relazioni, articoli, manuali, tesi di laurea, imprescindibile vademecum di consultazione per un qualsivoglia redattore. Per dovere di cronaca andrebbero ricordati anche gli altri manuali della Zanichelli, ma mi fermo a questo, segnalandoti che tengo sempre sottomano dizionari di italiano, latino, greco, inglese, francese, tedesco, dei sinonimi e contrari, di mitologia e dell’antichità classica, sugli usi della lingua italiana, accanto a una vecchia copia, oggi pressoché introvabile, di un vocabolario italiano-napoletano pubblicato proprio dalla Tullio Pironti diversi lustri fa.
Va da sé, per il resto, che “mamma Rete” e i diversi motori di ricerca restino il primo appiglio di occhi e dita avide, per quanto andrebbe raccomandato, come si scrive sui bugiardini, di “usare con la massima cautela”, salvo indesiderati “effetti collaterali”, quali la possibilità di imbattersi in pagine e/o articoli redatti con informazioni fasulle, ingannevoli o distorte.
Infine – last but non least– cerco di tenermi aggiornata con inserti culturali, riviste di settore, seguendo classifiche di vendita, scuole di scrittura e blog letterari, che sono un po’ la cartina al tornasole per capire come si muove il mercato e come di rimando gli agenti del campo, e partecipando, nei limiti del possibile, a fiere e manifestazioni letterarie in maniera da tenere il polso della situazione e fiutare l’aria che tira.

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foto di patrick tomasso

Qual è il libro Pironti sul quale hai lavorato con più piacere?
Senza ombra di dubbio Malacqua di Nicola Pugliese.
La storia editoriale di Malacquaè abbastanza nota: nel 1976 Nicola Pugliese pubblicò per Einaudi – collana Supercoralli – quello che è rimasto il suo unico romanzo, dopo il parere entusiasta di Calvino e a seguito di una vicenda editoriale che coinvolse Giulio Einaudi in persona. Calvino gli aveva caldamente suggerito di modificare il primo capitolo. La risposta di Pugliese fu perentoria: «O si pubblica così o me lo rimandate indietro». Fu allora che intervenne Einaudi: «Si pubblichi». Il titolo andò presto esaurito, ma per ragioni mai del tutto chiarite non venne più ristampato.
Tullio Pironti corteggiava da tempo Pugliese, sollecitando la ristampa. I due erano amici di lunga data, e Pironti si era più volte recato personalmente ad Avella, il comune dell’avellinese dove viveva Pugliese, sperando di strappargli una firma per il contratto. Niente da fare.
Quando nel 2012 venimmo contattati da Alessandra, figlia di Nicola, perché Malacqua tornasse in libreria per le edizioni Pironti, nemmeno ci credevamo. Il resto sono stati pomeriggi meravigliosi nel salotto di casa sua a sfogliare articoli e riviste, serate a valutare proposte di copertina, la gioia di aver trovato infine l’immagine “giusta” – il meraviglioso scatto di Sergio Siano che oggi è in prima – la commozione di pagine inedite – piccoli tesori custoditi in casa Pugliese – e la trepidante “attesa” – la stessa del sottotitolo – che ha accompagnato l’uscita. Il resto sono le traduzioni che stanno facendo circolare in Europa questo «piccolo capolavoro del secondo Novecento italiano», come pure è stato a ben diritto definito il romanzo: accolto con favore in Inghilterra – con un tam tam che ha portato finanche a un articolo sul «Financial Times» – uscirà in autunno in Francia, a seguire in Romania e Grecia, mentre siamo in trattativa con Spagna e Portogallo per i diritti di traduzione.

Qual è il libro non Pironti sul quale avresti voluto lavorare?
Che domanda difficile… La aggiro e vado di politically correct, dicendo che mi sarebbe piaciuto far parte della redazione di Pironti negli “anni d’oro”, quando le telefonate con Grazia Cherchi e Fernanda Pivano erano all’ordine del giorno, quando si davano alle stampe l’indimenticato Camorrista di Joe Marrazzo o i libri-reportage di David Yallop, John Cornwell, Philip Willan, Leopold Ledl e Richard Hammer; quando Tullio, folle come pochi, volava nel Cairo “segreto” di Naghib Mahfuz e lo seguiva nelle caffetterie della capitale con l’intento di convincerlo a cedergli i diritti dei suoi titoli per l’Italia. O quando ancora, all’indomani della strage di Capaci, senza pensarci troppo su, prese il primo volo diretto a Palermo per andare a conoscere Rosaria Schifani, vedova di Vito, agente di scorta di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. Da quell’incontro nacque poi Vi perdono, ma inginocchiatevi, scritto a quattro mani con Felice Cavallaro.

Qual è la cosa che più ti piace fare del tuo lavoro?
Al netto delle tante incombenze quotidiane, che sovente si traducono in vere e proprie sfide e corse contro il tempo, la cosa che maggiormente amo fare è – e resta – dialogare con gli autori. Quando sei lì su quel crinale – pericolosissimo ed entusiasmante a un tempo – in cui ti consegnano il proprio lavoro – a cui spessissimo hanno dedicato anni, talvolta una vita intera, arrivando ad apporvi la parola “fine” – e sai che sta per iniziare un’esplorazione reciproca. Timida. Poi sempre più profonda.
Negli anni ho avuto la fortuna di lavorare con giornalisti e scrittori importanti, che mi hanno regalato e insegnato cose che nemmeno immaginano, e che sarebbe complicato, oltre che riduttivo, provare a raccontare ora. Non c’è stato un autore che non mi abbia lasciato, suo malgrado – magari in maniera inconsapevole – qualcosa. Spesso sono state notti insonni per una consegna, discussioni infinite, lungo un cavo o tramite corrispondenza, per un capoverso che non funzionava o un avverbio di troppo, ore e ore di riflessioni e considerazioni su una virgola da eliminare. Stando attenti, al contempo, però – regola aurea – a essere sempre quanto più possibile “invisibili”.

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foto di priscilla du preez

Qual è la cosa che più ti annoia fare del tuo lavoro?
Credo che uno dei pregi di questo lavoro consista proprio nel fatto che non ci si annoia mai: ogni testo è una storia, e ogni storia è un mondo; ragion per cui hai la possibilità quotidiana di confrontarti con un “altro da te” che in qualche modo ha qualcosa di te da raccontare.
Dovendo scegliere, potrei dirti che non mi sento affatto portata per tutto quello che ha a che vedere con il marketing aziendale – non sempre condivido le scelte politiche e/o commerciali della casa editrice, ma credo che anche questo faccia parte del gioco – e che i “grandi eventi” continuano a mettermi ansia: penso, solo per fare un esempio, alla festa per gli 80 anni di Pironti, lo scorso giugno, la cui macchina organizzativa ci ha fatto penare non poco. Ma, nonostante le famigerate sette camicie sudate e un’infinita stanchezza, resta oggi la gioia per un evento messo in piedi con tanto cuore.

Hai una norma redazionale che applichi a malincuore?
No, direi di no; e comunque, se anche ce l’avessi, probabilmente non te la direi.

Qual è quell’errore (o refuso) che ti fa saltare i nervi?
Non ce n’è uno in particolare, a dirla tutta. Con gli anni impari a fare pace con una serie di cose che in gioventù – “ah, signora mia…” – avresti mal tollerato. La chiamano “esperienza”. Non so se sia proprio così: resta indubbio, tuttavia, il dato per cui, testo dopo testo, cresci con le storie che si pubblicano, imparando a rispettare sempre più la passione e la fatica di chi ti è di fronte, che sia un grande nome o un esordiente alle prime armi, e a familiarizzare con debolezze e ingenuità.
Se dovessi segnalarti comunque una “leggerezza” che ancora sono restia a mandar giù, è la sciatteria. Non parlo solo – o soltanto – della proposta in sé – tacito che è buona norma inviare un file che sia quanto più possibile mondato da sviste grossolane o errori marchiani – ma proprio della lettera di presentazione. Prescindendo per un momento dagli invii a tappeto a chicchessia, spesso senza nemmeno l’accortezza di un Ccn – copia conoscenza nascosta – capita ancora di trovarsi di fronte a mail di accompagnamento sciamannate, abborracciate, quando non sgrammaticate; roba che ti vien voglia di cestinare di primo acchito – per la cronaca: non lo faccio mai, archivio certosinamente ogni singola proposta.

A tuo avviso, qual è la caratteristica più importante per chi fa un lavoro come il tuo?
Sono almeno tre: essere curiosi, credere nella maieutica e saper divenire invisibile.
La curiosità, innanzitutto. Continuare ad aver voglia di conoscere, imparare, scoprire e mettersi in gioco. Sempre. Ampliando costantemente i propri orizzonti e limiti. A braccetto con l’autore. Dimenticarsi dei propri occhi e guardare alle storie con quelli di chi si ha di fronte, provando a farsi voce nella voce – meglio, voce della voce. Da questo punto di vista credo che mi abbia agevolato moltissimo l’aver studiato per anni la Lis – Lingua dei Segni Italiana – che sfrutta il canale visivo-gestuale per attivarsi, e in cui le componenti non manuali – le espressioni facciali, la direzione dello sguardo, il movimento della testa e delle spalle, l’inclinazione del busto – sono fondative della sua grammatica: un pensare ed esprimersi per immagini che mi ha aiutato in tralice anche nel lavoro quotidiano sui testi, portandomi a tracciare associazioni nuove, talora autarchiche, ma sempre intense e originali.
Inoltre – e vengo al secondo punto – farsi μαῖαsenza essere madre, assistendo l’autore nel difficile travaglio che lo porterà alla stesura definitiva, a quel visto si stampiche spesso è benedizione e condanna, determinando la sacrosanta ricerca autoriale in maniera il più possibile autonoma, tutt’al più orientandola nella direzione della naturale inclinazione del proprio stile.
Va da sé la terza caratteristica: un bravo editor, così come – e torna per me il parallelismo – un buon interprete di lingua segnata, deve saper diventare invisibile: ovvero per nessun motivo se ne dovrebbe riconoscere il lavoro, la “mano” – così come per nessun motivo si dovrebbe ricordare il volto di un interprete anziché la sua prestazione, tanto su un palco che durante una trattativa.

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foto di craig whitehead

Consiglia un libro che parla del tuo lavoro e che credi possa essere utile a chi voglia iniziare.
Sono tanti e diversi i manuali – di scrittura creativa, sui generi letterari, le strutture narrative, i dialoghi, le tecniche – su cui mi sono formata, negli anni, e altrettanti quelli che continuo a frequentare ed acquistare: per dire, i prossimi a finire sulla mia scrivania saranno, con ogni probabilità, quelli consigliati da Matilde Quarti qualche settimana fa su «Panorama» e segnalati in una delle vostre ultime newsletter  – sì, vi seguo!
Credo nell’importanza della formazione continua, tanto attraverso la manualistica che il confronto quotidiano con gli autori. Resta tacito per me che questo lavoro non è una scienza esatta e la “patente” – a torto o a ragione – non te la dà nessuno. Ogni testo è – e sarà, probabilmente – perfettibile di ulteriori migliorie, anche dopo la messa in stampa. Ma resta che serve passione. Passione, dedizione e costanza. La stessa che ti porta a seguire quasi ossessivamente una storia dal momento in cui arriva in casa editrice fino a quello in cui finisce a scaffale in libreria, e anche dopo, volendo, seguendone la crescita e lasciando che vada in giro per il mondo con le proprie gambe. Vedi, non so cosa significhi avere la SLA, ma so che certe volte mi è mancato il fiato lavorando con Antonio Tessitore; ho scoperto che l’architettura è un mondo meraviglioso e riscoperto la mia città grazie ai lavori e alla penna di Davide Vargas; e ancora potrei continuare… Perché credo che sia questo, in fondo, il segreto: non dimenticare che siamo – e restiamo – innanzitutto lettori, sempre.
Ergo, ti lascio con un passo tratto dal romanzo che sto leggendo in queste settimane, consiglio di un’amica e regalo di un’altra, Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood: «Ciò che mi ci vuole è la prospettiva, l’illusione di profondità, creata da una cornice, una sapiente disposizione di forme sopra una superficie piatta. La prospettiva è necessaria. Altrimenti ci sono solo due dimensioni. Altrimenti vivi con la faccia pigiata contro una parete, un enorme piano di dettagli come quando in una fotografia vedi la trama di una stoffa, le molecole di un viso. La tua stessa pelle come un diagramma di futilità, una mappa attraversata da stradine che non portano da nessuna parte. Altrimenti vivi nel presente. Che non è dove voglio trovarmi».

 

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